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zorrozagni

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  1. zorrozagni

    Ombelicale - Parte 1 di 6

    Ciao Sarettyh trovo i tuoi commenti molto interessanti e dettagliati. Rispondo punto punto solo a quelli che necessitano di risposta, gli altri considerali accettati (magna cum gratia): Laura si sporge da dentro all'auto per aprire la maniglia del passeggero ad alessio che aspetta fuori... Non ha imparato come si sblocca la macchina che evidentemente è nuova, e si blocca automaticamente dopo la partenza. Sull'uso di "mentre" e sulla confusione sul primo paragrafo concordo, ma l'idea era di partire in un contesto caotico e privo di punti di riferimento, anche grammaticali (non c'è una principale, solo subordinate). Anche per questo quel "gli" che è caratteristico di un inizio in medias res. Può effettivamente non piacere come incipit, ci farò un ragionamento. Non capisco invece come mai sia meglio limitare il "mentre". Hai ragione, è ridondante. Diciamo che l'obiettivo era dare alcune informazoni: la BMW precedente unita alla gentrificazione dovrebbe far capire che sono in un quartiere per loro nuovo, e che le loro possibilità economiche sono aumentate in breve tempo, mentre "imbullonato" e l'accenno all'ultima aria che respira dovrebbero fare da preludio a quanto verrà dopo, ma come aveva segnalato anche Lauram probabilmente sono troppe in troppo poco spazio. Certo, da sintassi si dovrebbe fare così. Ma in alcuni punti utilizzare lo spezzato è più funzionale all'adesione con il reale. Qui Alessio sta vedendo delle immagini, dei flash, dal finestrino, mentre viaggia; ho preferito prendermi alcune licenze (nulla di eccessivo, eh, se leggiamo la narrativa contemporanea) Beh, qui un personaggio sta parlando. Non è un professore ma un tecnico. Nell'italiano parlato odierno il presente ha sostituito il futuro, quando chiamo mia moglie le dico "stasera sono a casa per cena alle 8" e non sarò. Non è un elenco a tre, quindi la prima virgola separa la principale dalla causale, che è composta da due coordinate con congiunzione. Mettere la virgola sarebbe un errore (veniale, e comunque accettabile per dare respiro Non concordo sulla scorrettezza. Certo è che si può esprimere anche come dici tu; ma è anche questo un parlato. Anche su "appena" come mai lo sconsigli? Concordo con te, ma togliendo il virgolettato sembrano parole di Alessio, mentre lui sta leggendo dal volantino. Per quanto riguarda la virgola dopo Laura, manca perché è un parlato, e sottolinea la foga che butta fuori: "Laura-ma-tutta-la-città..." Ti ringrazio per ora per chiarezza e attenzione, a parte sulla mimesi del parlato e poco altro sono d'accordo con quanto mi dici... spero di rileggerti sui prossimi capitoli!
  2. zorrozagni

    Ombelicale - Parte 2 di 6

    Cerca di non guardare troppo il mare. Da dove si trovano adesso si riescono a scorgere appena i profili frastagliati delle cordigliere norvegesi. Ma il mondo che lo aspetta è quello subacqueo, e respirare troppo l'aria gelida del mare del nord, o fissare la purezza delle cime di fronte a lui rischia di provocargli un senso di vertigine. Nel suo turno di riposo sulla nave una volta ha visto anche l'aurora boreale. In quel punto riescono ad avere connessione. Alessio fa un salto in cabina di controllo per chiamare a casa. Giusto venti secondo, per dire “Tranquilla amo', sono arrivato e domani vado sotto.” Con le ultime energie si presenta al supervisore tecnico, al caposquadra, gli assegnano le consegne, saluta i cinque compagni di prigionia, con cui scambia solo poche parole senza significato, poi si precipita sotto coperta, cercando di rosicchiare quelle ultime ore di riposo rollante prima di farsi inumare nel metallo. In quei cinque anni di immersioni non ha intessuto nessun rapporto coi colleghi, quasi tutti mercenari, anche se si tratta di andarci a letto insieme, in pratica. Alcuni li incontra spesso, altri li vede e non li vedrà mai più. Il fatto che la sua vita dipenda da loro è un aspetto marginale, esula dai rapporti umani per rientrare comunque in quelli professionali. Dei marinai gli manca il senso dell'onore, dei militari quello del dovere. E quando il lavoro è così rischioso, fa parte del lavoro raccomandare ad altri la propria anima, ed essere pronti a ripescare quella altrui. Ma in sette anni di immersioni non ha mai salvato la vita a nessuno, e non ha mai dovuto tatuarsi il nome di nessuno in segno di riconoscenza. La nave oscilla appena, aiutandolo a prendere sonno, anche se non ce ne sarebbe alcun bisogno. Sprofonda in un istante in mare di caligine nera, è così stanco che non riesce nemmeno a sognare. La mattina dopo è il primo ad entrare in saturazione. Il modulare che li ospiterà è montato direttamente sul deck della nave. Ad Alessio pare un po’ più grande dei soliti modulari, magari stavolta hanno speso qualcosa in più per allargare un po’ la cella in cui si troveranno a vivere, anche se si tratta di costi a perdere. Sfila le scarpe, si abbassa e scivola nel boccaporto di metallo. Da dentro l'oblò, osserva i compagni accucciati seguirlo. Egor, il russo che sarà suo compagno di lavoro per i successivi ventotto turni, lo guarda e ride. − C'è buona aria, dentro? Fresca? È la sua prima saturazione, e cerca di frenare l'ansia chiacchierando più che può, ma non sa nemmeno bene l'italiano, e l'unica cosa che si può fare lì dentro è leggere, o parlare. E Egor non si è portato nemmeno un libro; lo aspetta un mese difficile. Ci vuole qualche saturazione per capire che lì dentro, o leggi, o muori. Alessio non aveva mai letto un libro prima di iniziare con le saturazioni: ora prima di partire fa un salto in libreria e sceglie senza pensare, guidato solo dalle immagini di copertina. Per questo gli pare che, anno dopo anno, la sua mente si sia come allargata, e che ora possa contenere tanta, forse troppa roba. Cose di cui avrebbe fatto volentieri a meno, anche. Dopo il ragazzino entrano Francesco e Mauro, due italiani con un po' di esperienza, che se ne stanno in silenzio e iniziano subito a disporre la roba nelle cuccette. Ci ha già lavorato altre volte, sono due colleghi a posto, e sono due “fratelli” di immersione. Chiama così quei compagni che instaurano rapporti così stretti da accettare in pratica solo lavori in coppia. Sono affiatati, lavorano alla perfezione e le grosse aziende ci guadagnano, evitando incomprensioni e battibecchi. Alla fine appaiono Klaus, un tedesco che non ha mai visto, e per ultimo un francese di cui non ha nemmeno capito il nome. Alessio si riaffaccia. È il veterano in ognuna delle saturazioni che fa ormai. Il vecchio di bordo. È raro che si resista così a lungo. L'ultima cosa vede è la faccia di Kumar che lo saluta con ammirazione. “Stai seif ma friend, oll thi best” continua a ripetere con la sua buffa inflessione indiana, mentre a fianco a lui Pravgan controlla il portello dall'esterno, prima di chiuderlo. Giungono le mani da dietro al vetro dell'oblò, da cui pende il barometro rotondo. Li venerano, come farebbero se fossero sommergibilisti di marina, o astronauti mandati ad esplorare il lato nascosto di un satellite. O anche, mucche. Mucche mandate ad arare i fondali, per ottocento dollari al giorno. E infine si trovano chiusi dentro, pronti ad aspettare la saturazione. Alessio si sdraia in cuccetta, aspettando l'ilarità che in tutti i novellini genera l'aumento dell'elio nella cabina. Sente il sibilo, percepisce la pressione che inizia a salire lentamente, avverte le voci di tutti diventare pian piano a paperino. Le risate, un po' inquiete e forzate, di chi sente qualcosa che cambia nel proprio corpo, anche se ormai c'è abituato. Le articolazioni che scricchiolano in maniera sinistra, i timpani schiacciati e distesi da sbadigli posticci, vampate e gelo che oscillano di continuo. Per arrivare a meno ottanta impiegheranno ore, e Alessio si addormenta di nuovo.
  3. zorrozagni

    Venne dallo spazio

    Ciao Jotaro, provo a fare una breve analisi del tuo testo. Chiedo scusa in anticipo se apparirò pedante. La trama è interessante, parte con originalità, anche se nell’incipit trovo molte espressioni pleonastiche: È uno dei tanti altri che vedo in giro in questa città, né più né meno a noi due uno scherzo, una presa in giro la stessa parola ”Biblioteca” è ripetuta così tanto da risultare pesante. So che magari l’intento era quello, ma dal punto di vista narrativo per il lettore è fastidioso, ricorda qualcosa che gira in cerchio senza mai planare. Ma possono entrare anche le persone normali?” [ …]Chiede davvero se in quella biblioteca possano entrare anche persone normali. Capisco anche che si voglia sottolineare l’ambientazione surreale, ma se il contesto vuole essere non-reale, come in effetti mi pare, sottolinearlo così tanto non gli fa bene. Se invece il contesto vuole essere realistico, bisogna accettare anche che l’aneddoto iniziale non è così assurdo e straniante da richiedere così tante conferme. In questo senso il racconto è effettivamente un racconto surreale, ma tende a “giustificare” la sua mancanza di realismo, perdendo tutto quell’appeal che i racconti surreali hanno. A questo punto aggiungerei/taglierei per trasformarlo in un racconto del tutto surreale, che tolga al lettore ogni punto di riferimento. I personaggi sono tratteggiati molto velocemente, pochi dettagli; sono solamente dei visitatori in questo racconto, che servono solamente al narratore per esprimere un concetto. Quindi il narratore non si nasconde, è visibilissimo. Ma in questo modo loro appaiono come marionette e quindi non riescono a dare profondità alla vicenda con la loro presenza. Lo stile è scorrevole e ben leggibile, anche se alcune espressioni potrebbero essere migliorate e sembrano indicare una mancanza di ricerca linguistica. Alcune espressioni sono proprio difficili da leggere, quasi grammaticalmente scorrette: E poi questa cosa della conoscenza accessibile random, datoci in maniera così, acritica, a che serve… All'uscita il sole mi acceca e ciò mi rende d’improvviso consapevole del fatto che non c'è mai fine al peggio, che le cose le apprezziamo solo quando non ce le abbiamo più, e tutta una sferzata di modi di dire che uno tira fuori quando non sa come tirare avanti la conversazione. Qui peraltro il tirare è ripetuto, e a livello contenutistico la scelta di usare questa sorta di meta-considerazione è un po’ Inoltre all’inizio il personaggio si rivolge a Erberto con il tu per poi passare nel resto del racconto al lei. Chiaramente è una cosa che in un racconto realistico si potrebbe anche fare (giustificandolo) ma qui siamo in un racconto concettuale, quindi stride un po’. Grammatica e sintassi mi sembrano buone, anche qui alcuni refusi : Un trentino significa altro, non so se sia un refuso o un tentativo di utilizzare un neologismo originale, ma a mio parere non funziona. a loro posto Le virgolette non andrebbero usate per introdurre il discorso diretto. Meglio usare caporali o lineetta. In generale, il mio giudizio è che il concetto di fondo che vuoi esprimere potrebbe essere interessante, anche se non originalissimo. Ma per farlo dovresti, a mio parere, allungare un po’ il brodo, fornire qualche dettaglio in più sui personaggi e sulla vicenda, mascherare di più la metafora. Non è sufficiente mettere qualche citazione, qualche espressione da stream of thoughts, e lasciare che sia il lettore ad approfondire mentalmente. Altrimenti è solo un fondale per mettere in scena alcuni pensieri personali ed estemporanei, e il lettore non riesce ad essere veramente coinvolto. My2Cents
  4. zorrozagni

    Ombelicale - Parte 1 di 6

    Probabilmente hai ragione, ho avuto un'ansia introduttiva diciamo... perché non volevo anticipare l'ambientazione del romanzo ma al tempo stesso suggerirla, e a quanto pare è un po' troppo frequente. Nel resto del racconto credo che questo problema si riduca molto, l'idea era di creare aspettativa. A breve posto i prossimi capitoli, spero proseguirai la lettura. Grazie mille! F.
  5. zorrozagni

    IoScrittore

    Grazie, ma non una mia idea... è un concetto statistico che si chiama trimmed mean (media sfrondata) e può imputare un peso maggiore/minore a seconda della varianza del valore. In parole povere i valori più "esterni" possono avere meno peso o essere semplicemente cassati. è di uso comune quando si valuta un campione che tende ad avere valori pseudo-aleatori. Già con una soluzione di questo tipo i falsi negativi sarebbero ridotti di una buona percentuale. Ma come si può dedurre, agli organizzatori non importa selezionare i dieci migliori, bensì selezionare dieci tra i migliori. Questo in campione così ampio non inficia la qualità complessiva dei selezionati, ma produce tanti falsi negativi nella prima fase.
  6. zorrozagni

    Ombelicale - Parte 1 di 6

    Ciao a tutti, scrivo per un giudizio per questo racconto che non riesco a candidare a nessun concorso o a pubblicare su riviste perché troppo lungo (35000 battute). Mi piacerebbe però avere un giudizio, per cui provo a rivolgermi all'officina. I capitoli sono abbastanza estemporanei, nascono soprattutto per ovviare al rigido vincolo delle battute. Però ho cercato di mantenere un senso di sezione, per cui alla fine me ne sono venuti ben sei. Il racconto nasce da una serie di interviste che ho fatto, incuriosito da uno strano mestiere di cui non sapevo nulla; si mescola poi con una storia di cronaca vera che mi ha inquietato e immotivatamente animato per settimane. T come traffico. Traffico che tintinna con sferragliare violento, clacson che bacchettano ritmici sui timpani, mentre Laura si sporge alla maniglia da dentro la BMW, gli apre la portiera. Ancora non ha imparato qual è il pulsante per lo sblocco, né le interessa. La puzza di smog gli irrita la gola molto di più adesso che sta per lasciarla. La recente gentrificazione del quartiere, unita alla crescente disponibilità economica che il suo lavoro provvede, permette loro di vivere in una zona tranquilla, e costosa. Ma a quell'ora basta fare due svolte per trovarsi imbullonati in una cotta di lamiera e stridio. Alessio trascina la portiera di malavoglia, e tutto il mondo fuori si offusca in un acquario smerigliato. È pur sempre l'ultima aria vera che respira, se aria si può definire quella miscela di scarichi e polveri. Mentre vanno verso l'aeroporto continua a vedere le immagini plastificate di quel volto anziano e assente. Appeso a un semaforo. Sul muro di un palazzo. Contro a un palo della luce. Il quartiere è costellato di manifestini stampati a colori, e man mano che si allontanano le foto si diradano, in una ragnatela la cui rastremazione corrisponde alla probabilità topologica di ritrovare la vecchia signora. A come Anita. Laura ha una guida nervosa, a scatti. Ora che nell'abitacolo si è addensato a gommapiuma quel silenzio, si percepisce anche il fruscio tangibile dell'insofferenza di lei. I piccoli sbuffi, i movimenti brevi e veloci che urtano il cruscotto. Laura lo odia in silenzio, ormai. O almeno odia quel suo lavoro, che è un po' la stessa cosa. Non lo riconosce come martire, neanche fosse lei quella che deve passare settimane in una vergine di ferro. Frena bruscamente a un passaggio pedonale, e sveglia il bambino dietro di loro, che inizia a piangere. − Quando hai detto che torni, stavolta? Lui rimane un attimo sospeso, distratto dalle volute di profumo che le si spandono dal collo. Non glielo ha mai sentito addosso. L'ipotesi che lo abbia messo per lui non collima con il suo tono sostenuto. L'osserva come fosse la prima volta. Ha qualche segno ai lati della bocca, degli occhi, ma è ancora una bella donna. Ha le mani troppo magre forse, pensa, osservandole le nocche sbiancare sul volante. − Che profumo è? — risponde poi Alessio. Lei lo osserva senza capire, mentre Mattia continua a piagnucolare sul seggiolino, ignorato. Solo un altro ostacolo alla loro comunicazione. − Che profumo, cosa? − Il profumo che hai addosso. − Ma sei scemo? Me l'hai regalato tu due Natali fa. Lui annuisce, anche se non convinto. Ricorda in effetti di averle regalato un profumo, qualche compleanno fa, forse proprio Natale. Ma non importa, anche fosse per le narici di un altro e non per le sue, sarebbe giusto così. Gli basta la certezza che Mattia lì dietro sia suo figlio, e quella non gliela può togliere nessuno. Nonostante i suoi otto mesi, già si intravede il suo mento con la fossetta, e l'attaccatura a spirale sulla volta della nuca. Laura non dà la precedenza ad un ciclista, che bestemmia. Lei impreca di rimando, poi si volge verso di lui, destinandogli anche la razione di rabbia sottratta alla strada. − Oh, ma quando torni, quindi? − Dovrebbero essere quarantacinque giorni. Anche se… Si interrompe. Sono già parecchio lontani dal quartiere, eppure… un altro manifesto di Anita. “Alta un metro e sessantacinque… affetta da demenza… Indossa un cappotto rosso…” Trova indelicato, forse anche maleducato questo accenno a quella malattia con quel nome così offensivo. È così che si riassume una vita? Poi cerca finalmente di completare la frase. − Direi che saranno cinquanta giorni. Compreso il viaggio. Per metà Dicembre sono di nuovo a casa. − Quanto sotto? − Ottanta. Le labbra le si contraggono, in una smorfia che trattiene parole in piena. Aspetta sempre fino all'ultimo a chiedere dettagli, per ridurre l'ansia o per disinteresse. Lui di rimando centellina le parole, per ripicca o per fastidio. La vede, che rinuncia a chiedere altro, sa che ormai quando deve partire è teso. Anzi, nemmeno teso, se non scendendo al vero significato della parola. Si sente proteso. Proiettato verso il blu. Non ha ancora capito se poi gli piaccia davvero, nonostante gli anni, ma intanto rimane un anelito costante sepolto in pancia. Con una brusca frenata, Laura parcheggia nel kiss and drive. Mattia ha smesso di piangere, e singhiozza sommessamente, incuriosito e forse, Alessio spera, anche un po' desolato per questo abbandono, già vissuto un paio di volte, pur senza ricordarselo. Si sporge dietro per un bacio sulla fronte, poi gira intorno all'auto per prendere i borsoni. Appena si volta, si trova la moglie a fianco. Fermi, uno di fronte all'altro, con il portellone ancora aperto, Laura lo bacia velocemente, ma mentre lui fa per allontanarsi, preso ormai dal vortice della fuga, quasi già in odore di ruggine e mare, lo ferma strizzandogli forte un braccio, in un gesto che è mezzo rancore e mezzo amore. − Fai a modo, laggiù. Non farmi stare in pensiero. Siete ancora in… Scozia? − Norvegia. Al largo della Norvegia. A parte gli aeroporti e una porzione di mare, l'unica cosa che cambia è l'abbigliamento da mettere in valigia. − Ci sentiamo appena sono arrivato, — dice lui mentre si allontana, subito assorbito dal suo flusso di pensieri. − Che, avrete rete dentro? Riusciamo a sentirci, Ale? — sembra quasi lo implori. − Eh, vediamo. Dipende da com'è il tugurio. Non è una di quelle degli americani, questa… credo sia un impianto modulare. Dove cazzo sta andando il suo matrimonio, che appena li lascia smettono di mancargli. Che è un po' come dire che non gli mancano mai, eppure sa che non è così. È soltanto che il mondo astrale che lo aspetta è un luogo così diverso, trascendentale e al tempo stesso del tutto familiare, che non riesce più a ricollegare le due vite, se non con un ombelicale ancora più sottile di quello che lo tiene vivo mentre è a negativa. Ma un secondo prima di varcare le porte trasparenti si arresta, e si rivolge ancora alla moglie, che è ferma lì a guardarlo partire. Una moderna Penelope, stoica e traballante sulle sue Jimmy Choo. Alessio non può che pensare che si faccia scopare da qualcun altro, mentre lui è via. Poi si sente in colpa. Probabilmente no, ma se non lo fa ora, giustamente lo farà presto. Alessio le indica una delle due porte scorrevoli, su cui ballonzola un A4 incollato su tre angoli. Indica ancora la faccia di Anita, la vecchia signora smarrita ormai da due settimane e che è diventata suo malgrado la persona più famosa in città. − L'hanno poi ritrovata? Laura assottiglia gli occhi, inarcando un labbro mentre ritrae il capo. − Ma di cosa parli? Alessio batte ancora sul foglio. Scandisce: − “Si è smarrita il giorno ventuno… se la vedete chiamate immediatamente…” Laura ma tutta la città la sta cercando da due settimane. Questa cosa mi manda ai pazzi, come è possibile che una sparisca così, mentre ci si gira per legare la bicicletta, uno si gira e la vecchia con l'Alzheimer è scomparsa? Laura si gira senza rispondergli, sale in macchina e se ne va. Alessio sospira e passa in mezzo alle porte automatiche. Gli mancherà anche il suo nuovo profumo. Quattordici ore di maglietta incollata al torace, torpore e risvegli su seggiole di plastica, annunci di fredde voci metalliche, giochini sullo smartphone, il martellare delle pale dell'elicottero, la sferzata dell'aria fredda in alto mare e finalmente, i piedi sulla lamiera antiscivolo della strana isola di metallo che gli farà da albergo, nazione e continente.
  7. zorrozagni

    Antonia si sente un po' sola

    Buongiorno, è la prima volta che commento in Officina, per cui chiedo venia se commetto qualche errore o se il mio tono pare troppo critico. Quando commento i testi altrui, tendo a concentrarmi sui punti deboli, visto che è per questo che siamo qui. Ho letto il racconto e mi è sembrato in linea generale ben scritto. La trama non è particolarmente originale, ma si sviluppa bene e con cadenza adeguata, mettendo al lettore il desiderio di proseguire la lettura. In parte ci sono alcuni salti anedottici che movimentano un po' il tutto e, anche se alcuni rimangono fini a sé stessi, non me la sento di giudicarli negativamente perché danno profondità al personaggio di Antonia e varietà alla trama. Mi riferisco al risveglio "nell'oblio", che poi non si concretizza in alcun antefatto/conseguenza, e ai litigi dei genitori, che suggeriscono, certo, ma in modo così delicato da scomparire, nel finale così semi-lieto. I personaggi sono curati e approfonditi, o meglio: Antonia viene dotata di una profondità sufficiente, mentre gli altri familiari non hanno lo spazio per esserlo (la lunghezza non lo consente). Per loro però sarebbe forse bastato qualche dettaglio di colore per dare una tridimensionalità maggiore, anche considerato la peculiarità dei loro nomi. Lo stile è chiaro, lineare e pulito. Ci sono in alcuni punti anche delle pregevoli originalità e altre espressioni invece un po' forzate: inane, non lo trovo adatto, è quasi sinonimo e sembra quasi messo lì per un'affettazione. "Che storia" è molto idiomatico, connota una particolare caratteristica anagrafica e geografica e non combacia con la figura di Antonia. Sembra quasi un pudico "disclaimer" che fa l'autore facendo capolino. Attenzione inoltre al narratore: il racconto inizia con il punto di vista della bambina, al punto che abbiamo un narratore a focus così interno che nemmeno lui ricorda nulla. Ma poi in alcuni punti riemerge il narratore a focalizzazione esterna: "Già, ma cosa aveva chiesto, la povera Antonia?" o nella digressione sulla zia. Sulla grammatica nulla da eccepire, eccezion fatta per i refusi che capitano sempre. Io ho trovato "Voleva diventa" non sono certo che non sia un tentativo di suggerire per Mirela una lingua non madre (come suggerirebbe il nome). In generale lo trovo un racconto ben scritto, abbastanza interessante, anche in grado di catturare l'attenzione del lettore. Come consiglio generale cercherei però uno stile e una trama che possano a tratti deragliare dal binario, e sorprendere un po' di più. Mi pare che tu ne abbia le capacità. Ciao a tutti.
  8. zorrozagni

    IoScrittore

    Alla fine comunque, vedendo quanti hanno ricevuto apprezzamenti positivi senza passare, pare evidente che il superamento della fase 1 è un processo semi-stocastico che richiede qualità E fortuna. Perché mi pare che basti un troll o qualcuno che valuti soggettivamente, appunto ad abbassarti la media per restare fuori (300 su 3000 vuol dire un 10% quindi in base a quello che ho visto nei miei se si è scritto qualcosa di poco più che decente si dovrebbe passare). A queste condizioni rimane un po' di amaro in bocca. Capisco che gli organizzatori si riservino un approccio di analisi più professionale solo per i 300 selezionati, ma almeno aggiungere una media senza migliore/peggiore... o far valutare singolarmente anche i giudizi che si discostino troppo dalla media degli altri. Se ho 10 giudizi di media 8 e uno di media 2, è evidente che qualcosa non va in quel giudizio. Vale anche l'opposto ma a quel punto conta poco perché tanto sei comunque fuori. I due che ho letto io e che sono passati erano ben scritti ma nulla di trascendentale, passaggio meritato ma credo che giochi a favore non aver "infastidito" nessun lettore.
  9. zorrozagni

    IoScrittore

    Già, forse proprio lo stesso. Il problema è che il mio non è un vero noir, ma inizia come tale...è un "finto noir" ma in realtà è un mainstream generazionale. E questo, a detta di molti lettori, è fuorviante, perché chi cerca il noir / thiller puro rimane deluso, e a chi non piace il genere non interessa nemmeno iniziarlo...
  10. zorrozagni

    IoScrittore

    Io ho ricevuto giudizi confortanti. Davvero negativo solo uno, che però scrive giusto due righe senza darmi l'idea di aver davvero letto l'incipit; e mi penalizza per errori grammaticali che però sono voluti e legati al parlato di un personaggio . Per il resto credo di aver pagato anche la scelta di una trama intricata che dalla sinossi non si capisce fino in fondo e nell'incipit non fa in tempo ad emergere. Però insomma, pare che mediamente sia piaciuto (in tanti hanno scritto "proseguirei la lettura"). Credo che per passare alla fase finale si debba avere un incipit molto forte e veloce, e una scrittura classica e ineccepibile (le sperimentazioni non pagano) In generale per me è indicativo anche il fatto che gli unici due incipit che avevo valutato davvero come validi sono stati selezionati come finalisti... quindi almeno i miei giudizi sono stati coerenti con quelli della maggioranza...
  11. zorrozagni

    Premio Italo Calvino XXXII edizione [scad. 12/10/18]

    Però il NP non si rivolge agli esordienti. Di fatto partecipano scrittori potenzialmente poco noti, o addirittura sconosciuti, perché se sei sotto contratto con una CE medio-grande avrai un contratto che ti vincola, o farai scelte diverse per cercare di pubblicare il tuo ultimo lavoro. Ma da nessuna parte dice che l'obiettivo del premio è scoprire nuovi talenti. Semmai, scoprire nuovi romanzi. Nemmeno paiono "professionisti"... quello che li separa dall'utente medio del WD è forse solo una pubblicazione o due, e magari un colpo di fortuna? Questo per dire che non credo si debba abbandonare la speranza e considerare tutti i premi degni di nota come "per addetti ai lavori"... il fatto che solo l'1% riesca a trarre qualcosa da queste esperienze va ricercato soprattutto nella statistica (e forse nella qualità, va bene, ma questo lo si scopre magari a posteriori). Se credi nel tuo romanzo, partecipa. A questo, al Calvino, al DeA, insomma... è improbabile, ma non impossibile. Dire che non si viene selezionati perché non si è addetti ai lavori secondo me è miope. Ci sono così tanti fattori in gioco che ci si può barricare dietro ad altri alibi. Io ad esempio penso che la mia mancata selezione sia stata colpa del numero di partecipanti
  12. zorrozagni

    Premio Italo Calvino XXXII edizione [scad. 12/10/18]

    Beh, però l'aver frequentato una scuola non significa essere addetti ai lavori. Le scuole sono aperte praticamente a tutti, non hanno di solito un costo di ingresso impossibile da sostenere, quindi se davvero si crede che aver frequentato questa o quella scuola faccia la differenza (in modi didattici o meno) beh, allora converrebbe iscriversi subito. Per me "addetto ai lavori", pur nella vaghezza che una definizione di questo tipo può avere, significa essere qualcuno che in qualche modo si guadagna da vivere all'interno di un mondo che, come tutti sappiamo, non ha una barriera davvero osmotica. Poi appunto, sono definizioni. Io per quello che ho potuto vedere dai finalisti o comunque dai pubblicati, e dalle informazioni che filtrano fuori dalla "bolla" mantengo il pregiudizio di professionalità su un premio che, a differenza di altri, non mi ha ancora dato occasione di pensare che venga valutato altro rispetto alla qualità. Poi effettivamente la commerciabilità di un'opera può comunque essere fattore discriminante. Ma non sempre. A volte sceglie di premiare anche strutture, linguaggi ostici al lettore medio, perché poi appunto il premio ci tiene sì a far pubblicare, ma dopo tutto non ha questa pressione, o almeno essa dovrebbe essere equilibrata dal desiderio di non snaturare la sua immagine di premio puramente letterario. Il punto rispetto alle scuole è che in finale al Calvino ci va chi sa scrivere molto bene, e chi sa scrivere molto bene ha investito su di sé, sulla sua scrittura, come tempo, soldi, magari ha anche talento certo. Democrazia non significa che deve vincere uno qualunque, significa che chiunque deve poter vincere, ma che poi vincono i migliori. Quindi alla fine, 700 e rotti partecipano, tutti pagano, i migliori arrivano in finale. E statisticamente è raro (ma accade) che tra i migliori ci siano totali estranei al mondo della scrittura, che hanno provato a scrivere un romanzo per la prima volta e si sono trovati in finale. Insomma tante parole per dire che, al momento, in Italia per un esordiente come il Calvino non ce n'è.
  13. zorrozagni

    Premio Italo Calvino XXXII edizione [scad. 12/10/18]

    Ne approfitto per segnalare, per chi se lo fosse perso: Comunicazione di servizio per la XXXII edizione. Come negli ultimi anni, l'elenco delle opere segnalate dal Comitato di Lettura della XXXII edizione sarà pubblicato sul nostro sito a fine giugno. Gli autori segnalati non saranno avvisati personalmente. Invieremo le schede di lettura via e-mail ai partecipanti della XXXII edizione entro il 31 luglio. Vi invitiamo a scrivere alla Segreteria solo nel caso in cui non riceveste nulla entro tale data. Grazie a tutti per la collaborazione 🙂
  14. zorrozagni

    Premio Italo Calvino XXXII edizione [scad. 12/10/18]

    Mah, i vincitori delle ultime due edizioni non erano addetti ai lavori, ho letto entrambi i romanzi ed erano (specialmente Tapparelli) ottimi. Ovviamente tra i finalisti ci finiscono i migliori, e i migliori sono spesso persone che "masticano letteratura" quindi per me questo, unito al fatto che tra i finalisti/vincitori ci sono ANCHE insospettabili underdog, è solo una conferma della meritocrazia del premio. Un premio per esordienti che escluda tutti coloro che hanno una qualsiasi connessione, professionale o umana, con il mondo dell'editoria, sarebbe qualcosa di poco sensato, a mio parere. Il vincolo di essere autori inediti per me basta e avanza.
  15. zorrozagni

    [Editor] Ambra Rondinelli

    Buon lunedì a tutti. Nel weekend ho ricevuto la mia scheda di valutazione da Ambra, e spendo le mie due parole per ringraziarla, e attestare una volta di più il suo ottimo lavoro. Cosa dire che non è stato già detto? Ambra si è dimostrata una professionista eccellente, ha notato dei dettagli che avevo inserito di proposito e che nessun altro lettore aveva colto; mi ha dato una botta di autostima (che serve sempre) e mi ha spiegato su quali punti devo lavorare perché il romanzo acquisti una forma più omogenea e meno fuorviante. Importantissimo, mi ha indirizzato sul genere del romanzo, che ho sempre presentato come un "simil-noir con venature esistenziali/generazionali" mentre trattasi invece di un romanzo mainstream e la dicitura noir rischia di confondere. Insomma in tre parole: mi ha "letto", mi ha capito nel vero senso della parola. Se state cercando un giudizio ben a fuoco, prendetela in considerazione. Non credo ve ne pentirete.
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