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zorrozagni

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    Modena
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    Lettura, cinema, musica

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  1. zorrozagni

    Riviste che pubblicano inediti di esordienti

    Non è un lapsus, quando il personaggio che racconta si rivolge a un "tu", come nel tuo caso, si parla di seconda persona. E' come se fosse una lettera immaginaria a qualcuno Non credo a dire il vero che si possa parlare di un narratore in seconda. Tecnicamente un narratore in seconda persona non si rivolge a qualcuno, ma utilizza semplicemente la seconda persona. Intendo, il narratore sparisce, non esiste. Ad esempio "La stanza Profonda" di Vanni santoni è un romanzo interamente in seconda persona, nel senso che nelle intenzioni del narratore, il protagonista del romanzo sei TU lettore. In questo caso visto che il narratore almeno in un punto si auto-cita, dimostrando di essere, in quanto personaggio, la narrazione va considerata una particolare forma di prima persona con focalizzazione su un protagonista altro, a cui si rivolge. Lo spiega molto meglio di me qui Giulio Mozzi (punto 7): https://bottegadinarrazione.com/2017/12/15/dieci-considerazioni-sparse-utilissime-per-decidere-se-scrivere-il-vostro-romanzo-in-prima-terza-seconda-o-diciassettesima-persona/ Il racconto è bello, btw
  2. zorrozagni

    Riviste che pubblicano e retribuiscono racconti

    Buongiorno a tutti, posto anche qui alcune informazioni relative a una nuova rivista che stiamo promuovendo. Si chiama efemera, accetta racconti senza limiti di lunghezza, ed è appena partita la call a tema Stasi. È un progetto senza fini di lucro, sarà distribuita gratuitamente (in digitale) e al solo costo vivo (cartaceo), ed è una rivista che svanisce, nel senso che i racconti saranno effimeri: spariranno dopo qualche settimana. Per questi motivi la rivista non retribuisce i racconti inviati, ma vuole semplicemente fungere da aggregatore e risonanza per quelli che ritiene siano contenuti di qualità, oltre ad offrire comunque un editing per i racconti selezionati. Se il progetto vi interessa, se pensate di voler collaborare inviando racconti, fotografie, proposte di collaborazione o anche solo se siete curiosi di leggerci, potete scoprire di più sul sito www.efemera.it (vedete la sezione Cos'è) e sulla pagina FB del progetto www.facebook.com/rivistaefemera. Lasciateci un "mi piace" e vi terremo informati! Grazie per l'attenzione, Federico.
  3. zorrozagni

    Riviste che pubblicano inediti di esordienti

    Ti ringrazio! Messaggio ricevuto a presto.
  4. zorrozagni

    Riviste che pubblicano inediti di esordienti

    Ciao... in merito al messaggio di qualche settimana fa, abbiamo messo online il sito e i social della rivista. Se qualcuno è interessato, ora efemera è ufficialmente online. Da settembre inizieremo anche a pubblicizzarla agli "addetti ai lavori", attendiamo la fine ufficiale delle ferie Qui trovate le info, per informazioni specifiche contattatemi pure in privato o su qualsiasi canale indicato sul sito... http://www.efemera.it/ Per rimanere aggiornati sulle news della rivista basta seguirci sui social o iscriversi alla newsletter... Grazie per l'attenzione, Federico
  5. zorrozagni

    Ombelicale - Parte 6 di 6

    Grazie mercy, sono d'accordo con te su tutta la linea. Diciamo che anche a me piacerebbe renderlo un romanzo breve, ma a quel punto lo sforzo di documentazione dovrebbe essere maggiore... ma ci sto pensando. Ad avere il tempo...
  6. zorrozagni

    Ombelicale - Parte 2 di 6

    Grazie Lauram, ci mancherebbe! La cosa che mi preme di più al momento è avere un giudizio complessivo sull'opera, quindi spero continuerai a leggere incuriosita dalla storia... Ciao e buone ferie (se le fai!) F.
  7. zorrozagni

    Riviste che pubblicano inediti di esordienti

    Ciao a tutti, mi inserisco in questa discussione a tema perché stiamo per lanciare una nuova rivista, di nome efemera. La rivista sarà un po' particolare perché sarà una rivista che svanisce; ossia, detto in poche parole, i vostri racconti saranno volatili, anche se speriamo comunque lascino un segno. La rivista inoltre sarà pro tempore. Il sito e i social non sono ancora del tutto pronti (stiamo terminando il setup, e finendo di definire la redazione) e dovrebbero essere online a Settembre, ma sto iniziando a sondare il terreno, e ad aprire l'invio anticipato dei racconti su qualche canale limitato. Se a qualcuno interessa qualche informazione in più, mi contatti in privato che gli passo il manifesto e nel caso anche il tema per la prima call per il numero 0. Ciao a tutti! Federico.
  8. zorrozagni

    Ombelicale - Parte 6 di 6

    Kikki, che dire? Un ultimo grazie, parte delle tue segnalazioni puntuali sono già sul testo, altra parte devo analizzarla bene appena ho tempo da dedicare al racconto. Sono contento che in definitiva il tempo speso non lo consideri sprecato, dopotutto è il fine ultimo (o precipuo) delle lettere, no? Concordo su molte cose che hai detto; in alcuni punti mancano dei dettagli esplicativi, non troppi e non troppo specifici ma qualcosa manca. Il finale è molto veloce, perché l'ho scritto di getto ed ero molto preso (la storia non ha ancora subito un vero editing). Le virgole le uso senza parsimonia, purtroppo. Fa parte dello stile che uso attualmente ma se alcune sono discrezionali, altre sono proprio fuori luogo. In generale alcune segnalazioni che mi hai fatto sono inappuntabili, altre devo ragionarle, alcune espressioni fanno parte di un mio stile (che sto cercando) che voglio sia un po' eterodosso anche se, appunto, la stesura normosintattica obbligherebbe a variazioni. Capire poi cosa farne adesso di questo racconto è un mistero per me, ma vedremo. Intanto sono curioso di scoprire se qualcun altro lo leggerà qui sul WD. Ciao e grazie!
  9. zorrozagni

    Ombelicale - Parte 6 di 6

    Il giorno dopo si sente riposato, in forze. Ormai mancano tre giorni e inizieranno la decompressione, per tornare a casa. Quando si sposta nel disimpegno per prepararsi, vede Egor che non si alza dal letto. − Che fai, alzati. Tocca a noi, — dice indicando con la mano il portello verso la camera di equilibrio con la campana. Ma Egor fa cenno di no, e si gira su un fianco. È Maurice a chiamarlo, dall'altra sezione. − Vengo io. Ho fatto a cambio. Alessio non commenta. Ci mancava solo andare giù con il francese. Mentre scendono in campana, Maurice chiede di andare per primo. Ad Alessio non importa. Lo attrezza con perizia, preoccupato che sia lì principalmente per controllarlo. Non vuole rovinarsi la reputazione, ma deve ammettere che Maurice sembra concentrato solo sul lavoro da compiere. E infine lo guarda tuffarsi e scendere, fino a che non distingue solo la punta gialla del casco e le luci. Nel rimanere solo, ad ascoltare gli scossoni della campana, appesa alla nave, a senza poter vedere nulla, viene nuovamente preso dalla stanchezza. Ormai anche questa saturazione è finita, tra poco si torna a casa, si torna da suo figlio. Ricorda di nuovo il momento della nascita di Mattia, la sua prima emersione nel mondo, se così si può dire. Quello che aveva provato a tenerlo tra le braccia, la paura senza fine quando gli era sembrato che i medici si agitassero intorno alla moglie, il senso di colpa per averla persa di vista un attimo. Aveva avuto un emorragia interna, l'avevano ripresa in pochi minuti, ma la vista dei suoi occhi che si capovolgevano bianchi all'indietro mentre lui teneva quel fagotto sporco e urlante in una mano, non l'avrebbe mai dimenticata. Poi, come in trance, prende l'equipaggiamento di standby, la maschera morbida. Dovrebbe servire solo per dare supporto, in caso di emergenza, ma non c'è nessuna emergenza; eppure per lui è come se. Lo indossa da solo, sistema tutti i velcri su spalle e braccia, tira le cinghie, apre la manetta, e scende anche lui nella botola. Maurice è lontano, non guarda in alto, e lui bada a non puntare le torce nella direzione del compagno. Scende, scende, come una piuma scossa dal vento marino, atterra sul suolo del pianeta segreto. Cammina lentamente, volgendosi indietro per osservare le sue impronte polverose, che si dissolvono nella fanghiglia e verso la piattaforma di lavoro alle sue spalle. Ormai le luci di Maurice non sono più nemmeno visibili da dove si trova lui, e quindi nemmeno lui può essere visto. Si volta, ed è nel nulla. Sforzandosi riesce a capire che è notte, nel mondo reale. A quella profondità non c'è davvero differenza, e le ore sono tutte uguali quando si sta nell'impianto di saturazione, ma lui ha l'esperienza per distinguere quel buio un pelo più buio che è la vera notte. Ad alcuni diver non piace lavorare ad alte profondità anche per quel motivo, invece per lui è più bello; si è così lontani dal mondo che nemmeno il sole può più guidarti. Si guarda intorno, e finalmente si sente una briciola. Una voce lo fa sussultare, ma è quella di Maurice, nelle cuffie. Dice che sta per finire e tra poco tornerà su. Alessio deve fare presto. E all'improvviso, di fianco a lui, c'è la signora scomparsa. − Anita, — dice lui, con un nome che suona come un'interrogazione. La signora annuisce con il suo cappotto fluttuante nelle onde. − Che fine avevi fatto, Anita, — chiede. Ma lei inizia ad allontanarsi. − Aspetta, — la implora. — Non andartene. L'anziana volge il capo. − Ma io non sono tua madre. Alessio non capisce. Di fianco all'anziana ora vede una strana impalcatura legnosa, coperta di edera marina, alghe, di muffa verdastra. Un piccolo lettino, da neonato. Sua madre Adele che rientra dall'ospedale senza alcun sorriso, suo padre che porta faticosamente su per le scale una carrozzina vuota. Che scuote la testa, anche se glielo aveva già detto la sera prima, che non ci sarebbe stato nessun fratellino, per adesso. La porta della stanza dei genitori che si chiude, sua madre che entra traballando, per non riemergere mai più, in fondo. Da quel giorno ogni suo traguardo conquistato, ogni successo, era stato accolto da un sorriso sottile di sole labbra, ogni problema lei lo aveva liquidato scuotendo la testa, e con la stessa, identica, smorfia di circostanza. Da quel giorno, il nulla era entrato dentro a sua madre, e non l'avrebbe mai più lasciata. − Anche io ho perso un fratello, sai? E anche una madre… — grida, senza più trattenere le lacrime, che sente scendere calde dietro al vetro della maschera. L'anziana non c'è più. Alessio si volta, riesce a intravedere le luci di Maurice, deve essere passato solo un minuto. Per un istante gli viene voglia di allontanarsi, sprofondare lontano dalle luci. Sdraiarsi a terra, lasciare che poco a poco la luce se ne vada. Ma poi gli ritorna in mente quel fagotto, che lo aspetta a casa. Gettato in acqua morirebbe in pochi secondi. Forse è ora di andare avanti, anche se quello che c'è di fronte lo spaventa più del nulla che ha qui al suo fianco. Alessio si stacca dal suolo, inizia a sbattere le pinne e a volare verso l'alto, tenendo il cordone con le mani come guida, fino a che non vede apparire la luce fioca dei riflettori attorno alla gabbia. Scivola tra gli strati d'acqua gelida, percosso da brividi, fino ad emergere dalla pozza d'acqua del modulo di discesa. Si aggrappa e si tira fuori da solo, e si sdraia sul pavimento. − Non ce la faccio a fare il turno, Maurì, portami su, — dice, quando da quello stesso buco vede uscire il collega. Mentre risalgono, lui lo osserva con sospetto. Forse l'ha visto uscire, forse ha notato l'acqua che ancora lo bagna. Forse ha visto i suoi occhi, che paiono quelli di chi è nato ancora una volta. Appena dentro la camera, Alessio prende il ricevitore verso la cabina di controllo. − Devo iniziare la decompressione. Sì, adesso. Non ce la faccio più a continuare. Poi afferra il telefono, digita un paio di messaggi. *Sto tornando… E subito corregge. *Sono tornato.
  10. zorrozagni

    Porto 24

    Buongiorno Sarano, ho letto il tuo racconto e provo ad entrare nel merito. Prendi i miei commenti come valutazioni personali, che cercano di essere costruttive. A me pare che lo sviluppo sia un po' frettoloso, sia nella forma che nel contenuto. Ci sono soluzioni ricercate insieme ad altre che invece sono un po' buttate lì, e tutto il racconto non ha dietro secondo me un movente che gli dia un senso. Cosa vuole raccontare questo racconto? La deriva di un padre che ha perso la figlia, il suo lento cercare di recuperare un senso... Se è questa la storia che vuoi raccontare i personaggi andrebbero un po' approfonditi, i dialoghi sistemati (sembrano spesso un po' stereotipati e poco realistici). E dovrebbe arrivare al punto lateralmente, e non in modo così verticale. Grammaticalmente la forma tiene, sono la scelta linguistica e la punteggiatura principalmente le parti che hanno più bisogno di revisioni. Faccio alcuni esempi. Sono espressioni molto frettolose, rileggendole ci si accorge che sono artefatte, o addirittura scorrette. A volte le virgole sono eccessive, a volte assenti E i dialoghi ricadono spesso nel cliché, la mimesi del parlato o l'aderenza al contesto del personaggio mancano: Anche le espressioni del narratore sono forzate Il consiglio che ti posso dare e quello di lavorare su due fronti: prima di tutto, prova ad approfondire contesto e personaggi dando loro un background un po' più sfaccettato. Poi prova a rileggere il racconto a voce alta, facendo caso a termini e punteggiatura... dove non scorre o percepisci un'artificio mal dissimulato prendi i termini e prova a riscriverli in modo più centrale. Secondo me ci sono potenzialità, magari non in questo ma nella tua scrittura... la sensazione che ho io è che questo racconto sia stato scritto molto velocemente e mai riletto/editato davvero.
  11. zorrozagni

    Ombelicale - Parte 5 di 6

    No in realtà non le capisce proprio. Ho scritto in russo per dare proprio quest'impressione: Che starà dicendo egor? Se usassi una traslitterazione meno accurata per il lettore sarebbe più o meno lo stesso... Avrei forse potuto usare una perifrasi ("Egor biascica parole in russo che Alessio non capisce, ma è concitato...") Questa è un'ottima idea. Giusto anche questo, solo che già così il racconto è 35 cartelle che lo rende quasi impresentabile a riviste o concorsi. Svilupparlo ulteriormente forse lo meriterebbe, però a quel punto rischierei addirittura la lunghezza di romanzo breve... Cosa che non escludo del tutto ma quando leggerai l'ultimo capitolo concorderai forse con me che la storia non merita invece un intero romanzo... Grazie, F.
  12. zorrozagni

    La colpevolezza mondatrice

    Concordo. Non voglio risultare eccessivamente critico, prendi queste mie per quello che valgono, ossia poco. Ma visto che citato approfondisco il mio punto. Le favole di Esopo risalgono al VI a.c. e lo stile è comunque molto diverso, vuoi perché ha passato più e più riletture e traduzioni, vuoi perché inserito in un contesto favolistico. Ma che sia Fedro, Esopo o Andersen, lo stile (oltre ovviamente al contenuto) è inquadrato in un dato contesto socio-culturale dell'epoca. Cercare di utilizzare una forma che caratterizzi il tuo testo senza realmente ricalcare quello di un periodo storico stona un po' perché sa di abborracciatura. Come se volessi riprendere l'arte del quarto secolo in un mio dipinto ma nel farlo raccogliessi stilemi di differenti epoche, con il risultato di far apparire sì antico, ma in modo posticcio e anacronistico (ad un occhio esperto) il mio dipinto. La domanda che dovresti farti forse è "a quale scopo"? In un'opera narrativa ben congegnata, ogni aspetto assolve a uno scopo. In questo specifico caso, non riesco a trovare davvero la funzione stilistica se non in se stessa. Ossia uso questa forma perché mi piace. Lecito, ovviamente, ma secondo me allontana il lettore.
  13. zorrozagni

    Ombelicale - Parte 5 di 6

    Sì, nel mio word la formattazione è migliore, ma l'ho persa qui sul WD. è effettivamente in corsivo. In quanto alle note, non so se aggiungerle, il punto di vista è quello di Alessio, e lui non capisce quello che sta dicendo Egor. In generale ci sono tante cose che non si capiscono perfettamente, me ne rendo conto. Non voglio però spiegare tutto, approfondire ogni dettaglio, anche se capisco la curiosità del lettore, ma il mio obiettivo è che alla fine si capisca la storia, non necessariamente ogni termine relativo alle immersioni (renderebbe il tutto molto didascalico e tecnico, spezzando il ritmo del racconto). Mi capita spesso, in quello che leggo o che vedo, di trovare tanti dettagli alieni che però non sento l'esigenza di approfondire per filo e per segno. Questo per dire che sono ancora combattuto sul quanto approfondire le spiegazioni del racconto, se usare note a margine o incisi. Di certo ho l'impressione che l'ambientazione sia abbastanza fumosa per i lettori che mi hanno risposto qui. Ma in generale attendo l'ultimo step per avereun riscontro complessivo. Sulla forma invece tutto corretto, prendo i suggerimenti e ne faccio tesoro... Grazie una volta di più , Kikki.
  14. zorrozagni

    Ombelicale - Parte 5 di 6

    Lo sveglia un grido concitato di Egor, che si è messo a biascicare incomprensibile. Capisce solo il suo nome, ripetuto. E non sono più nell'impianto di saturazione. Ale, Alessio, čto proischodit? Ty menja slyšiš'? slyšiš' menja? Apre gli occhi, ed è sott'acqua. Non ricorda nemmeno di essere sceso per il turno, eppure evidentemente lo ha fatto. Il saldatore penzola quattro metri sotto di lui, e lui è artigliato con l'avambraccio ad un montante, con l'ombelicale tutto attorcigliato al collo. Anche quando è nato aveva il cordone attorno al collo, no? O forse non era lui… A Ja pridu, ty ne uchodi. Idu uže! Egor sta continuando a urlare dalla campana. Impossibile capirlo. Ma altre voci si sentono negli auricolari del casco. Sono gli altri colleghi, dalla camera di saturazione. Alessio sospira, deve aver fatto un grosso casino, perdendo i sensi così. Mentre si allontana, risalendo verso la campana, da sotto alla gabbia Anita gli rivolge un cenno di saluto, prima di scomparire nel blu. Ma che cazzo succede, Ale? — grida Fabiano dall'interfono, mentre risalgono in campana. Egor è scosso, abbassa la testa. Non ci sta a fare la sua prima saturazione con un compagno che non è lucido, che non risponde e non rientra quando è il suo turno. Si era già rimesso il suo casco, da solo, per venire a soccorrerlo, e Alessio prova un istintivo moto di affetto per quell’allampanato novellino russo, e vorrebbe abbracciarlo, stringerlo anche lui. Ma niente, Egor si è fatto prendere dal panico, non mi funzionava l'audio e non sentivo… Silenzio di Fabiano, ma interviene Mauro. E com'è che sei rimasto sotto venti minuti di più? Lo sai che da protocollo… Lo so, secondo te non lo so? Dovevo finire un giunto, che facevo lo lasciavo a metà? Sente i compagni che in parte si tranquillizzano, gli credono, vogliono credergli. Quando arrivano su, gli danno pacche sulle spalle. Ci hai fatto prendere un bello spavento, coglione! E rispondi a ‘sto cazzo di interfono. Il tedesco si sta preparando per il suo turno, la loro risalita a metà lo obbliga a scendere prima. È seccato e non pare interessato alle sue motivazioni, lo fissa dal basso verso l'alto, seduto, con i gomiti sulle ginocchia. Poi Fabiano e Egor si spostano nella loro sezione, da soli. Gli stringe una spalla. Tutt'appost, Egor? Lui annuisce, ma non è convinto come gli altri. Lui gli ha visto gli occhi, quando è riemerso dalla botola nella campana. I due prendono la cena dal passavivande del tronchetto centrale, si mettono sulle cuccette ognuno per conto suo, e per un po' si sente solo il rumore delle guance che risucchiano, delle mascelle che schiacciano. Alessio affetta una mela, ne osserva il gambetto. Il picciolo. Non è altro che un cordone ombelicale, in fondo. Nasciamo con un ombelico perché un tempo ci serviva un’àncora. Ora non lo abbiamo più, ma senza i marosi ci squassano l’anima. Alessio riflette, forse c'è qualcosa nel gas. Il suo cervello non funziona più bene, se ne va per conto suo. La neve lunare? Il picciolo ombelicale? Forse lo chef ha sbagliato la miscela, ha tagliato male l'heliox e li sta intossicando, per questo ha le allucinazioni. Perché solo lui però? Finisce il pasto, un risotto con dei carciofi che sembrano gelatina impastata con paglia delle sedie. Si sdraia sul suo letto, fissa il soffitto curvo su cui ha appiccicato la prima foto di suo figlio in sala parto, e si abbandona ai ricordi. Da quando è arrivato quel minuscolo essere, gli pare che tutto abbia iniziato a girare più veloce. Forse ha ragione Laura, perché non piantarla con quel mestiere? Ormai non riesce più a stare al passo, e potrebbe trovare qualcosa anche a Genova, sforzandosi un po'. O magari, potrebbero trasferirsi. Isole, estero. Fare l'istruttore, con la sua esperienza troverebbe facilmente qualche impiego. Certo dovrebbero accontentarsi. Dovrebbe vendere la casa. Certo sarebbero molti cambiamenti. Ma Laura glielo chiede ormai ogni volta che torna. E anzi, non gli chiede davvero quello. Gli chiede di essere lì, almeno un po'. Di non immergersi nuovamente mentre è lì con loro. Ma Alessio sente quella zavorra che lo trascina a fondo. E da quando è padre ha paura di lasciarsi andare. Di farsi prendere dal blu.
  15. Aggiungo anche che a me ha convinto anche la forma utilizzata. Non è peculiare o sperimentale, ma in alcune soluzioni è ([...], o nelle sottolineature) l'ho trovata personale. A me poi in generale piace uno stile semplice, funzionale alla storia, e in questo racconto di trama e di contesto mi sembra sia ottima!
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