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stefywood

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    leggere, scrivere, viaggiare (anche con la fantasia), yoga

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277 visite nel profilo
  1. stefywood

    I racconti della Nona Luna – Quarto ciclo

    Bravo @Luigi Amendola, Toots è un bellissimo racconto
  2. stefywood

    I racconti della Nona Luna – Quarto ciclo

    Bravo @edu, complimenti!
  3. stefywood

    Il mantello nero della guerra

    @edu, ciao! Grazie per il passaggio e per il commento 😊
  4. stefywood

    Bill, la foca

    @Kikki, ti rispondo dal cellulare quindi perdona qualche strafalcione. Mia figlia ha nove anni, non aveva compreso cosa fosse "il grande tuono". Mi ha chiesto spiegazioni nel momento in cui Billa viene investita dalla barca e anche sulle "scatolette nere e bianche" che immagino siano i cellulari che scattano fotografie a Bill. Per il resto ha divorato il tuo bel racconto, che mi sembra perfetto per i giovani lettori 😊 Perdona il mio commento stringato. Stavo per mettermi in viaggio ma volevo lasciare comunque due righe. Ciao!
  5. stefywood

    Bill, la foca

    Ciao @Kikki, è un racconto dolcissimo! Ti segnalo solo alcune cose Spesserei questa frase con un punto perchè mi sembra troppo lunga: Nel mar Mediterraneo il sole brilla sulla cima delle onde mentre Bill e mamma Billa fanno le capriole. Giocano a nascondino tra le rocce e dentro e fuori dalle grotte nell'isola delle foche. Mamma Billa gli sta mostrando ogni pietra e ogni anfratto. Lo porta a prendere il sole su una minuscola spiaggetta di (piccoli) sassolini tondi e poi si allontana per tuffarsi insieme dentro a un gruppo (molto) numeroso di sardine scintillanti e farsi uno spuntino. Inserirei un punto per eliminare quel "poi" che ripeti più avanti. Eliminerei ciò che ho messo in parentesi per rendere più scorrevole la frase. Bella questa frase Immagine molto bella! La sensazione che ho avuto è di un racconto che avrebbe bisogno di più respiro per risultare al meglio. Bill è dolcissimo e a volte i suoi pensieri mi sono parsi troppo "compressi". Le descrizioni dei fondali marini e dei paesaggi sono belle e mi hanno fatta entrare in un mondo magico. Attenta però a non eccedere con gli aggettivi in modo da rendere più scorrevole la lettura. Ho letto volentieri questa favola deliziosa ( ed è piaciuta tanto anche a mia figlia!) Squak! Alla prossima
  6. stefywood

    Anna del fiume

    Ciao @Luigi Amendola, Hai ragione! È proprio così
  7. stefywood

    Anna del fiume

    @Luigi Amendola, si tratta forse dell'incipit di un romanzo?
  8. stefywood

    Anna del fiume

    Questo racconto è profondo. Anna osserva il fiume, che è la metafora della vita: a volte le appare calmo, altre ancora impetuoso. Limpido e chiaro nei momenti sereni, ma anche scuro e inquinato dalle difficoltà quotidiane. Anna prende a sassate il fiume quasi fosse in collera con la vita, con le sue regole e con l'ipocrisia che la circonda. Forse è solo troppo sensibile, o magari ne ha passate tante. Frasi brevi caratterizzano questo racconto. A me non dispiacciono: servono ad andare dritto al punto Devo ammettere però che in questo racconto la punteggiatura mi è sembrata eccessiva e credo che mettere qualche virgola in più aiuterebbe a dare fluidità alla lettura. Ti suggerirei di addolcire il testo senza snaturare il tuo stile di scrittura, che è profondo ed efficace. Questo mi piace molto! Questo non mi convince. I sassi affondano subito, non rimangono a galla... Anna era nata per combattere, lo faveca da anni. Contro il fiume, se era necessario. Sassi contro la vita che si stava prendendo suo figlio. Cattive compagnie. Polvere, bianca ma nera come la morte. Marco si drogava e lei non se ne era mai accorta. Stava seduta al fiume, che lottava con lei. Adesso lo capiva. (ho modificato la punteggiatura cercando di non intaccare la profondità del messaggio) Bello! Però ricorda che "sì" come affermazione si scrive accentato. Se stessa invece si scrive senza accento. Stile introspettivo e a tratti quasi poetico per un racconto che analizza la vita reale e che invita a riflettere. Letto volentieri. Ciao!
  9. stefywood

    Supramonte

    @sans serif, ho capito cosa intendi ma per sottolineare il momento potresti descrivere l'espressione sadica di Falco, che si diverte a stuzzicare il killer; e lo stupore di quest'ultimo Esempio: alle parole di Falco, l'uomo con l'impermeabile sentì crescere la rabbia... Ho riletto il racconto alla luce della tua spiegazione, ma quello scricchiolio di cui entrambi cercano la fonte, mi induce ancora a sospettare la presenza di una terza persona. Sono solo le mie impressioni, ma tu fai ciò che ritieni giusto 😉 Ciao!
  10. stefywood

    La Cacciatrice di fiumi. Dopo Saleberra.

    Ciao @Baucimonstra1987, felice di esserti stata utile 😊
  11. stefywood

    Supramonte

    La prima cosa che ho notato leggendo questo racconto, è la ripetizione degli appellativi "L'uomo con l'impermeabile giallo" e "Falco". Mi rendo conto che non è facile, ma si potrebbe risolvere il problema in questo modo: L'uomo in impermeabile tacque aspettando una risposta dal Falco stesso, consapevole che sarebbe arrivata. -Si era parlato di finire il lavoro o sbaglio? - disse. L'uomo in impermeabile era un uomo d'onore, Annuì. ( lui era un uomo d'onore e Annuì) oppure Il Falco era seduto con le gambe incrociate e un gomito sul tavolino, vestito interamente di nero. Quando l'uomo in impermeabile entrò nella stanza Il falco era già in quella posizione (Quando l'uomo in impermeabile entrò nella stanza l'altro era già in quella posizione) Semplificherei alcune frasi eliminando il "superfluo" per rendere la lettura più scorrevole. Eccoti alcuni esempi: L'uomo con l'impermeabile giallo era in ritardo per l'appuntamento e non si era curato di passare inosservato come gli era stato chiesto. Tuttavia l'ostello dove era stato fissato l'incontro era talmente umile che qualunque cosa o chicchessia vi fossero entrati sarebbero diventati parte integrante di quella monotonia. L'uomo con l'impermeabile giallo era in ritardo per l'appuntamento. Gli era stato chieso di passare inosservato, ma non gli importava. Tuttavia l'ostello dove era stato fissato l'incontro era talmente umile che i frequentatori rischiavano di diventare parte integrante di quella monotonia. oppure - comunque non è questo il punto - disse, - per l'orecchio possiamo chiudere un occhio, - comunque non è questo il punto - disse, - per l'orecchio possiamo soprassedere, La frase che segue non mi è chiara: -Le tue parcelle non sono mai state un problema - disse, - ma solo perché il capo è uno che punta alla qualità. Viene da sé che un lavoro mediocre vale un prezzo più basso. Uno scricchiolio del pavimento sembrò sottolineare la sconvenienza di quelle parole pronunciate dal falco. L’uomo in impermeabile si chiese se il suono provenisse da un piano inferiore o superiore, ma era impossibile capirlo. (Qualcuno sta spiando la conversazione tra i due protagonisti e tenta di suggerire al Falco le parole da dire? ) Mi sembrava che il Falco si fosse accontentato del lobo dell'orecchio, eppure il momento dopo gli intima di amputarsi l'orecchio. È un bel colpo di scena! L'uomo con l'impermeabile giallo e il Falco sono personaggi ben tratteggiati. Ho letto volentieri questo racconto dalle buone potenzialità e ne ho apprezzato l'atmosfera di angosciosa attesa. Sono convinta che lavorando ulteriormente sulla forma si otterrebbe un risultato ancora migliore. Ciao, a rileggerti!
  12. stefywood

    Il mantello nero della guerra

    @flambar, non posso che essere d'accordo con te. Le tue domande sono le stesse che tutti noi ci poniamo inutilmente. Al termine di un conflitto non rimane nulla e assieme agli uomini sanguina anche la terra devastata. Grazie per il tuo commento, a presto.
  13. stefywood

    Il mantello nero della guerra

    Buongiorno @Unius. Hai ragione, questa è una storia vera tratta dai racconti di mia madre e di mio nonno materno. Sono ricordi preziosi e ho sentito la necessità di metterli su carta per non rischiare di dimenticare qualcosa. Loro infatti non ci sono più, e non avrò più occasione di riascoltarli. Ho cercato quindi di fare vedere la guerra attraverso gli occhi di una bimba e di trarre quelle che potevano essere le sue possibili, fantasiose, conclusioni a riguardo. Ho letto con attenzione il tuo commento e sono d'accordo con te: un reduce poteva sapere che qualche suo amico era stato accolto dai civili, ma di certo non poteva essere a conoscenza del suo futuro. Inoltre, ho pensato al particolare della scatola dei ricordi: possederla o meno non avrebbe salvato mio nonno, dato che i partigiani lo conoscevano. Insomma, mi hai fatto riflettere su molti particolari che non avevo considerato, ma sono davvero contenta che il racconto ti sia piaciuto Buona giornata e grazie per avermi letto!
  14. stefywood

    Il mantello nero della guerra

    Buonasera, il contatore di caratteri indicava un valore di 8026 battute, spazi inclusi. Spero di aver postato nella sezione giusta, e se così non è mi scuso...
  15. stefywood

    Il mantello nero della guerra

    “Dimmi, Augusto: perché Giuseppe non è tornato a casa con te?”. A quella domanda Matilde rivolse lo sguardo a papà, che era intento a sistemare le scatole delle scarpe all’interno del furgone. “Signora Margherita”, disse lui dopo aver fatto un sospiro “Sono certo che suo figlio stia bene. Magari ha trovato rifugio presso brava gente e si è fatto una famiglia. Non si dia pena, vedrà che presto o tardi potrà riabbracciarlo”. La donna annuì mestamente. Un lieve sorriso increspò le labbra rugose, ma gli occhi erano lo specchio del dolore. Matilde le porse il sacchetto con gli zoccoli appena acquistati e la donna si diresse a passi incerti verso casa. Era così piccola e curva che un alito di vento avrebbe potuto farle male. Ogni lunedì veniva al mercato per rivolgere quella domanda al padre di Matilde e lui, con pazienza, le dava sempre la stessa risposta. Non aveva il coraggio di dirle che Giuseppe, suo compagno di battaglione, era morto sotto ai colpi di fucile di un contadino slavo, e che il suo corpo era caduto tra l’erba alta di un campo a pochi chilometri dal confine con l’Italia. Papà raccontava spesso del terribile ritorno in patria, della faticosa marcia attraverso le campagne della Jugoslavia assieme ad alcuni ex commilitoni. Assieme a loro aveva lottato contro la fame e l’uniforme grigio-verde a stento l’aveva riparato dal freddo di quel gelido inverno. Cercare riparo nelle case era inutile: gli slavi li odiavano e fingevano di dare loro ospitalità per poi tentare di ammazzarli. La notte in cui era tornato a casa, zoppo e con una lunga barba ingrigita, Matilde aveva stentato a riconoscerlo. I logori vestiti avuti in dono da un sacerdote caritatevole avevano reso il viaggio meno pericoloso, ma i segni della fame e della sofferenza avevano scavato profonde occhiaie nel suo volto smagrito. D’istinto, Matilde aveva preso per mano le sue sorelline minori Livia e Ginetta. “Avete visto? È tornato il babbo!”, aveva detto conducendole a lui. Ricordava la gioia, le risate e gli abbracci, ma osservando lo sguardo vitreo di papà aveva compreso che qualcosa si era irrimediabilmente spezzato, dentro di lui. La prova era negli incubi ricorrenti che interrompevano il suo riposo e nei lunghi silenzi a fissare il fuoco della stufa. La voce del genitore la riscosse dai suoi pensieri. “Aiutami a caricare. Oggi abbiamo venduto più del solito e possiamo comprare il pane”. Era una buona notizia perché la povertà non favoriva le vendite e il cuore tenero di papà difficilmente rifiutava lo sconto alle donne che compravano gli scarponcini piangendo miseria. Terminato di smontare il banco, Matilde tolse il pezzo di legno che fermava la ruota e salì sul furgone. Quando papà accese il motore la leva del cambio vibrò vistosamente. Matilde adorava quel camioncino sgangherato e privo di freccia, che si arrampicava faticosamente per le strade di collina, e le piaceva suonare la tromba e segnalare la direzione sporgendo il braccio dal finestrino. Era fiera di sostituire sua madre, che durante il periodo estivo lavorava in un conservificio, e non le pesava macinare chilometri su strade sterrate per raggiungere i paesi limitrofi. Per poter esporre la mercanzia nei posti migliori dei mercati, lei e papà viaggiavano di notte e quando le prime, magiche, luci del giorno rischiaravano il cielo, Matilde si godeva lo spettacolo dell’alba gustandosi una mela e un pezzo di pane secco. Contrariamente alle sue aspettative di bambina, la fine di quel maledetto conflitto non aveva risolto i problemi della popolazione. Matilde aveva l’impressione che l’ombra della guerra si allungasse ancora sulla propria famiglia: sul carattere mesto e taciturno del babbo, sulle sue sorelle minori, gracili e magroline, e sulla mamma che a dispetto della stanchezza accumulata al lavoro, ogni sera rammendava camicie e pantaloni alla fievole luce della lampada. “È colpa del mantello nero della guerra” le diceva Matilde, affiancandola nel lavoro di cucito. “Dobbiamo avere pazienza: lo strascico oscuro del suo vestito dovrà pur dissolversi, prima o poi”. D’inverno, mentre mamma e papà erano al mercato, Matilde si occupava di svegliare le sorelline minori e accompagnarle a scuola in bicicletta. “Santo cielo! Vai piano, bambina! Di questo passo finirete per ammazzarvi!”, gridava la sartina Ines con sguardo spaventato, affacciandosi alla porta della propria bottega. L’arrivo di Matilde che sfrecciava sotto ai portici, era annunciato dal cigolio della sella e dalle risate incessanti delle sue sorelline, che si divertivano per i bruschi cambi di direzione. I capelli biondi della mezzana Livia, seduta sul cannone, le facevano il solletico al naso, mentre le braccia magroline della piccola Ginetta, seduta sul portapacchi, si stringevano forte ai suoi fianchi. Ogni giorno, con la pioggia o col sole, Matilde la consegnava alle suore dell’asilo e proseguiva poi per qualche altro chilometro alla volta della scuola elementare frequentata da Livia. Lei adorava quella bicicletta da uomo arrugginita, ma dovette rinunciarvi il giorno in cui la rovinosa esondazione del fiume li costrinse ad abbandonare casa. L’ennesimo, terribile, scherzo del destino. Se ne andarono in fretta e furia, le poche cose risparmiate dal disastro caricate sulle spalle. “È la vendetta della guerra”, disse Matilde davanti alla disperazione di papà e ai singhiozzi della mamma, giunta ormai all’ottavo mese di gravidanza. “La signora deve essere ancora arrabbiata per essere stata cacciata via”. Il tragitto a piedi verso la casa degli zii materni, che avrebbero dato loro ospitalità, era stato più difficile di quanto potesse pensare. Papà, iscritto al partito fascista, era mal visto dai concittadini che facevano parte della resistenza e le frequenti rappresaglie contro gli ex soldati, li avevano spinti a nascondersi nei fossi alla vista dei partigiani. Mentre la mamma teneva per mano Livia e Ginetta, Matilde ascoltava il rumore delle pentole che trasportava sulle spalle, osservava il sacco della farina caricato sulla schiena del babbo e la valigetta di legno forata da un proiettile, che il genitore stringeva sottobraccio come fosse una cosa preziosa. “Non vorrai mica lasciare tua sorella incinta in mezzo a una strada!” tuonò il babbo appena entrati nella proprietà dello zio. Lui, un contadino che non faceva mancare il pane alla propria famiglia, non provava molta simpatia nei confronti del cognato e gli sbarrava la strada impedendo alle donne di correre incontro alla madre di Matilde, stremata dalla fatica. “Non voglio pericoli, Augusto!”, gridò lo zio a braccia conserte “So cosa porti con te in quella scatola di legno. Se volete rimanere a casa mia, dovrai farla sparire!”. Si riferiva alla valigetta miracolosamente scampata all’esondazione, che conteneva alcuni bottoni della divisa di papà, una controspallina verde e alcune fotografie scattate assieme agli ex commilitoni: pochi ricordi di una dolorosa parentesi di vita di cui non era riuscito a sbarazzarsi. Le si strinse il cuore quando lo vide annuire mestamente. Mentre papà, inginocchiato sull’aia, bruciava in un falò il contenuto della valigetta, Matilde ebbe la sensazione che il mantello nero della guerra che ancora li perseguitava, si fosse dissolto tra le fiamme e provò una sensazione di sollievo. Vide il fumo addensarsi sulla sua testa e un’ombra artigliata allungarsi sulla terra brulla. La osservò spalancare le fauci e contorcersi dal dolore, ne udì le grida stridule. La zia e le cugine stavano già prestando i primi soccorsi alla mamma quando Matilde, ferma sulla porta, camminò fino al centro dell’aia, dove il babbo singhiozzava davanti al fuoco ormai spento. “Andrà tutto bene”, gli disse appoggiandogli una mano sulla spalla “L’ombra della guerra se n’è andata per sempre e ti lascerà in pace”. Lui annuì. Gli occhi rossi e le labbra che tremavano. Per la prima volta dal suo ritorno dal fronte, suo padre era in grado di manifestare i propri sentimenti. Le parve un bambino indifeso e lo abbracciò stretto, stretto.
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