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Bruno Traven

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  1. Bruno Traven

    Il copista

    Lo credi davvero? allora mi consigli di rimetterci mano? tra l'altro è passato un sacco di tempo..
  2. Bruno Traven

    Il copista

    Grazie dei commenti @bwv582 , @Michele G. e @gmela
  3. Bruno Traven

    Il copista

    Buonanotte @Floriana è vero è passato un sacco di tempo... attendevo che commentassi anche con una certa ansia per un attimo ho pensato mi avessi dimenticato ...sono contento che mi ero sbagliato Grazie del commento che sai tengo molto in considerazione, senza sminuire i precedenti... ma insomma si è creata una storia tra noi due fatta di commenti... almeno per ora... ahha scherzo... A parte gli scherzi si trovo i tuoi commenti giusti in parte in linea con quelli di kuno, e come per lui spiego che questo era un'esercitazione di un corso di scrittura che ho frequentato in cui si doveva rispettare il limite di una cartella editoriale, anzi mi sa che ho pure sforato quel limite... e quindi non ho potuto scrivere altro, ma ho cercato di mettere la freddura finale, ben in evidenza e creare il contrasto con un uomo che aveva trovato la felicità e la società che non riconosce questa cosa... Grazie ancora
  4. Bruno Traven

    [H2018 - FC] Forno

    Grazie Kuno per questo racconto, perfetto da tutti i punti di vista sintattico e contenutistico, di storia. Mi ha ricordato certe storie di Aimee Bender "Creature ostinate" racconti sospesi a metà del surreale. Bravo! Hai pubblicato qualche libro di racconti? A presto!
  5. Bruno Traven

    Il copista

    Grazie Kuno e Gemini per il commento. In effetti, avete centrato esattamente quella che era la tematica del mini racconto: la felicità che un uomo raggiunge è propria ed è per definizione incomunicabile al prossimo, quindi tutte le tematiche di solitudine e disperazione in questo caso sono corrette. Ma è proprio della felicità del singolo l'impossibilità di comunicare appunto il proprio stato di gioia, così come all'altro estremo il proprio dolore. Il copista muore di fame perchè appunto non fa altro che copiare dei libri. Grazie della correzione Kuno, in effetti sentivo che c'era qualcosa che non funzionava a livello sintattico e strutturale della frase. Grazie, ne tengo conto nella prossima versione del testo. E sono d'accordo con te Gemini per l'atteggiamento di indifferenza al limite della devianza come dici tu: ma questa purtroppo fa parte della società in cui viviamo. Per fortuna però non di tutta la società. Grazie ancora
  6. Bruno Traven

    Il copista

    Commento Era tutto cominciato così, quasi per scherzo. Aveva letto su un volantino che cominciava un corso di scrittura creativa in centro a Carpi, un giorno della settimana successiva. Non ci pensò fino alla sera in cui iniziava, così ci andò più per curiosità ed anche perchè non c’era nulla in tv di interessante. L’insegnante disse che ognuno aveva le potenzialità per diventare scrittore, bastava seguire un metodo. Quello che insegnava lui era copiare, sì copiare, tanti non ci credevano ma era il miglior metodo possibile, così diceva. Serviva a imparare come gli scrittori lavoravano nel concreto, quando costruivano un periodo o una frase. Naturalmente, sosteneva che il suo era solo un metodo per impare i ferri del mestiere, copiare e far passare per proprio il testo di un altro, era plagio. Quella sera appena tornato a casa Paolo prese un volume dalla sua libreria e lo aprì ad una pagina a caso sulla scrivania. Prese da un cassetto un quaderno a righe e cominciò a copiare il testo della pagina del libro. All’inizio fu noioso ma poi a mano a mano che procedeva nel lavoro, e ammirando nel contempo il ritmo perfetto della frase e la sequenza degli spazi bianchi e degli “a capo”, sentiva che gli piaceva sempre di più. Quella notte non si accorse neppure che erano passate tre ore, chino a ricopiare con la sua penna bic nera circa una decina di pagine del libro. Ad un certo punto dovette smettere ma solo perché cominciò a sentire che le palpebre gli si stavano abbassando per il sonno. Quella notte riposò come non gli succedeva da anni. Al corso non andò più, ma si mise a copiare tutto il volume di cui aveva ricopiato solo dieci pagine la sera prima. Da quel giorno diventò una routine quotidiana a cui non sapeva rinunciare. La mattina andava al lavoro e appena tornava a casa si metteva subito a copiare. Quell’attività gli fece perdere gli amici e dopo un po’ anche il lavoro. Aveva preso a copiare dalla mattina alla sera, ininterrottamente. Stava chiuso nel suo appartamento senza mai uscire. Finalmente la felicità aveva bussato alla sua porta, si era presentata un giorno, un giorno qualunque, quando lui meno se lo aspettava. E lui non intendeva rinunciarci ora che l’aveva trovata, a nessun costo. Fu ritrovato privo di vita nel suo appartamento a causa dell’odore che si diffondeva sulle scale del condominio. Fu ritrovato vicino ad una montagna di quaderni riempiti dalla sua scrittura a penna. C’erano quaderni nella stanza da letto e pure nel bagno. Chi lo ritrovò prese distrattamente in mano uno di quei quaderni, lo aprì e si mise a leggere. Un altro chiese cosa ci fosse scritto. “Mah, non ci si capisce nulla”, rispose l’altro.
  7. Bruno Traven

    [MI 118] L'appartamento vicino

    ciao Befana Profana! bel racconto che ci tiene in tensione fino alla fine, anche se alcune espressioni che hai utilizzato hanno smorzato di molto l'effetto Halloween - La notte delle streghe. Sembra infatti il tuo racconto una sorta di novelizzazione del famoso film, nulla di male è un'operazione del tutto legittima. Inoltre può tornare utile per un esercizio, anche Stephen King lo faceva, al collage. Ma ci sono alcuni punti del racconto che mi hanno lasciato incerto in quanto rallentano di molto il ritmo. Ad esempio quando dici: "Ma a volte i colpi e le urla coprivano tutto." Qui non si capisce che cosa coprono le urla e i colpi, in quanto non è chiaro bene il complemento oggetto. "... sembrava fissarsi i piedi, il corpo scosso da un vistoso tremolio. L’alcool, pensò Andrea, poi si riscosse: si vergognava a fissarla in quel modo." Qua metterei un sinonimo di fissare perché sembra che a fissarsi sia ancora la donna… "...Avrebbe dovuto preoccuparsi di non sentire più nulla, di non sentire più il ragazzino ?" Questa espressione mi piace poco, usi una doppia negazione cioè dici quello che non si deve fare, e non quello che si fa e vedo che usi la negazione anche nel prosieguo. ".... sembrava lanciare un guaito di dolore" A parte che guaire è solo dei cani e non degli umani, perchè usi il verbo sembrare? o lancia un urlo o non lo fa... in conclusione il racconto è riuscito e ha un suo ritmo ma eliminerei quelle continue negazioni e le sostituirei con frasi affermative, ed anche sarebbe auspicabile una maggiore decisione. A rileggertI!
  8. Bruno Traven

    Il segreto

    ciao, un grazieissimo AlexComan!!!... lo so non si dice ma non sapevo come ringraziarti, mi perdonino quelli della Crusca grazie del commento così puntuale e dettagliatissimo. Devo però puntualizzare che questo testo è un'esercitazione di un minicorso di scrittura e che prevedeva dei limiti di lunghezza e di alcuni parametri. La lunghezza fissata era quella di una cartella editoriale e cioè di circa 2000 caratteri spazi bianchi inclusi, e i parametri riguardavano l inserimento di cinque parole: finestra, porta, buio, acqua e... cinema. Per questo motivo non ho potuto espandere per così dire eccessivamente la soggettività mentale e sentimentale del protagonista che tu hai notato fosse, come effettivamente è piena di cose o come dici tu: sono d'accordissimo con te... ma ho dovuto rispettare la consegna. per quanto riguarda l'incipit va riscritto e terrò buone nella prossima versione i tuoi commenti preziosissimi anche considerato che nella prossima versione sarò libero da vincoli di qualunque genere ma sopratutto di lunghezza. per la forza magnetica sono d'accordo nel cassarlo così pure per quanto riguarda il discorso della bellezza terribile... ma per quanto riguarda la descrizione vera e propria della bestia credo vada descritta sì ma sempre in modo vago... anzi una certa indefinitezza va sempre lasciata per dar adito all'immaginazione del lettore di figurarsela a proprio modo... Quindi qualche tratto sì, qualche azione ma non eccesivamente... grazie ancora AlexComan
  9. Bruno Traven

    Il segreto

    Grazie rewind.... Un commento molto modificativo 😢😢😢.... Ma mi piace grazie ancora.. Ne scriverò la versione modificata secondo le tue indicazioni👍
  10. Bruno Traven

    Il segreto

    Commento Era così che accadeva: tutto il giorno faceva finta di nulla, come se al di là della finestra, oltre la cancellata e la fine del viale, non ci fosse. Ma lei sapeva fin troppo bene quello che dimorava nei recessi più bui del bosco, come sapeva altrettanto bene che la Bestia guardava verso la casa, giorno e notte. In quel momento era proprio affacciata a una delle finestre. Era sicura che la creatura la stesse osservando. A volte si fermava per delle mezzore intere alla finestra, le piaceva stuzzicarla e procrastinare il più a lungo possibile il loro incontro fino a sera. A un tratto ricordò la presentazione che aveva fatto del suo ultimo romanzo, qualche giorno prima. Nella calca un giornalista le aveva chiesto come facesse a scrivere romanzi destinati subito a diventare dei best-seller. Da dove prendeva le idee? “È semplice”, aveva risposto “apro un file word e scrivo capitolo primo”. “Ah dimenticavo, dopo vado a capo!”, aveva aggiunto. Quella boutade fece ridere i giornalisti, tranne colui che le aveva posto la domanda. Pensava che glielo avrebbe detto veramente il segreto?, si chiese. Alzò gli occhi verso il bosco e sorrise. Era là il suo segreto, tra gli alberi più fitti del bosco. Chiuse le imposte della finestra e attese l’ora propizia. A mezzanotte, come una Cenerentola al contrario, uscì da casa e richiuse la porta dietro di sé. Non appena varcò la soglia, sentì, in tutto il suo essere, una forza magnetica irresistibile che annullava ogni sua volontà. Da quel momento era come se si fosse seduta in una poltrona di una sala da cinema e dovesse solo guardare il film che veniva proiettato. Il suo corpo da quel momento diventava un manichino, una marionetta ai comandi dell’essere del bosco. Penetrò nel bosco e seguì un tratto di sentiero, illuminato dalla fioca luce della luna. Appena arrivò si tolse tutti gli indumenti e si immerse nuda fino al collo nell’acqua del piccolo lago. Si accorse che la creatura stava arrivando dalle piccole increspature sulla superficie ma anche dalla corrente sempre più forte tra le gambe. Poi la vide, la Bestia era davanti a lei, in tutta la sua bellezza terribile. Si sentì afferrare ai fianchi e trascinare al fondo. L’amplesso durò poco più di dieci minuti ma per lei durò un tempo infinito. Ad un certo punto, il rapporto fisico si trasformò in qualcosa di diverso, come se avesse raggiunto un nuovo piano dell’essere. Divenne una fusione mentale e tutto ciò che era il contenuto fatto di sogni e incubi della creatura si trasferì, per la parte che il cervello della specie homo sapiens-sapiens poteva ricevere, in lei. Una porzione di quell’infinito sapere che le sarebbe bastato per scrivere centinaia di pagine. Nel momento in cui ciò si realizzò tutto fu compiuto e lei non ricordò nulla di quello che era successo. Almeno fino alla prossima volta e al successivo romanzo.
  11. Bruno Traven

    Il cane

    Ciao @Pierpiero, il racconto mi è piaciuto molto perché in ogni caso mi ha trasmesso delle emozioni, e al di là di ogni critica o commento narratologico è questo ciò che importa. Importa che la storia funziona e la tua funziona per il semplice fatto che ho visualizzato le situazioni piene di sentimento. Alcune precisazioni però sulla forma che può essere di molto migliorata, come ogni testo e per fortuna. Quando dici: “Non che Maurizio non se lo aspettasse… “ Questa ripetizione di NON è snervante… in ogni caso una buona regola è costruire frasi positive che dicono che si fa piuttosto che frasi in cui si dice ciò che NON si fa… per una questione psicologica, per la quale si preferisce ed è anche più scorrevole per il testo affermare piuttosto che negare (vedi “Elementi di stile nella scrittura” di Strunk jr. “…proprio il mercoledì per morire.” Il mercoledì non capisco perché sia così particolare… perché se fosse che il cane fosse morto sabato o domenica che differenza fa? A meno che quel particolare giorno della settimana avesse un significato nella sua vita, ad esempio nel casso fosse stato anche un mercoledì il giorno in cui era morto il cane anche da piccolo… ma forse non funzionerebbe neppure così. Forse. “…in piedi sullo stipite del salotto” questa espressione non l’ho mai sentita, finora. Al massimo sullo stipite della porta del salotto. “… della morte del suo, di cane.” Anche a me questa espressione non piace molto… che va aggiungersi alla ripetizione di non a inizio frase … quel del… di non mi convince. “…Maurizio inforcò il corridoio al suo fianco, mentre si… “ Poco chiaro, anche se si capisce il senso generale. Queste sono osservazioni che permettono secondo me di migliorare il testo, il bersaglio in ogni caso l’hai centrato. Alla prossima!
  12. Bruno Traven

    Il potere del rimorso

    Ciao grazie bellissimo commento. A cui vado subito a rispondere, anche se brevemente. Dunque per il mignolo ti rispondo che essendo una malformazione fisica e in quanto tale una cosa in comune con tutti i bambini che appubto avevano tutti un difetto fisico. Ora mi ci fai pensare e qualcosa che forse non ho esplicitato fino in fondo, e forse ho snagliato. Per il resto del commento ne tengo conto per la revisione che ho condiviso pienamente. Alla prox
  13. Bruno Traven

    Il potere del rimorso

    Commento La Chevrolet color caffè si stava avvicinando al posto di blocco. Sarebbe passata inosservata se non fosse stata uguale a quella identificata dall'unico testimone oculare del caso. L'ispettore Victor Ignatievic trasse un taccuino dalla giacca e rilesse le dichiarazioni della donna, la quale aveva visto salire due dei bambini scomparsi su di un'auto della stessa marca e colore di quella che stava sopraggiungendo in quel momento. Non c'erano dubbi. Ripose il taccuino nella giacca e fece cenno al sergente Nicolaj di bloccare la vettura. "C' è qualche problema, agente?", chiese l'uomo dentro l'auto. "Prego esibisca documenti d'identità e patente!", ingiunse il sergente. L'ispettore stava osservando l'uomo: aveva sui trent'anni e di corporatura robusta. Notò che aveva il naso schiacciato e lievemente deviato, tipico dei pugili. L'uomo consegno i documenti richiesti al sergente che a sua volta li passò al suo superiore. "Le dispiace mostrarci il contenuto del bagagliaio?", chiese Ignatievic. L'uomo scese dall'auto e accompagnò i due poliziotti sul resto del veicolo. L'ispettore continuava a osservare l'uomo: dal momento in cui era stato fermato non aveva lasciato trasparire, nè sul viso nè sui gesti, alcuna emozione. La stessa imperturbabilità la mise nell'aprire il portellone posteriore della macchina: dentro il vano non c'era nulla tranne un giubbotto catarifrangente, diligentemente ripiegato in un angolo. Quando l'uomo risalì sull'auto e mise in moto, Ignatievic decise di giocare l'ultima carta: infilò attraverso il finestrino la foto dell'ultimo bambino scomparso, Serghej. Con quel gesto aveva sperato di scuotere la maschera di impassibilità dell'uomo, ma si sbagliava. L'individuo diede solo una scorsa rapida alla foto e disse: "... chi è?... non lo conosco... posso andare ora, Ispettore?" Victor lo guardò negli occhi: c'era in quell'uomo qualcosa che non lo convinceva. Era una sensazione appena al di sotto della soglia di consapevolezza. Non poteva trattenerlo, per via di una sensazione però. "Vada pure!", disse all'uomo dentro la macchina. Poi si rivolse a Nicolaj: "Prenda la targa, non si sa mai..." Guardò le luci posteriori del veicolo fino a quando non sparirono nella notte. "Nicolaj venga da me!", ordinò Ignatievic, prima di entrare nel suo ufficio. Si sedette alla scrivania e quando entrò il sergente indicò il tabellone alla sua destra: vi erano incollate tutte le dieci foto dei bambini scomparsi. "Dobbiamo ricominciare tutto da capo Nicolaj... ci deve pur essere qualcosa che accomuna tutti questi bambini... ci deve essere sfuggito qualcosa, per forza!", esclamò. "Allora capo, dobbiamo tornare dai genitori dei bambini, vero?" Ignatievic mise la foto del piccolo Serghej sulla scrivania ed esclamò: "... sì... e cominceremo da lui!" La donna che venne al cancello dimostrava molti più anni di quanti ne avesse effettivamente. I capelli le cadevano dispordinati sulle spalle e il viso era gonfio e pallido. Inoltre indossava ancora il pigiama, nonostante fossero pomeriggio inoltrato. "Salve, signora siamo della polizia. Questo è il sergente Nicolaj e io sono l'ispettore Ignatievic incaricato delle indagini" "Sì, lo so chi siete. Cosa volete ancora da me?... ho già detto tutto ai vostri colleghi" "Vogliamo solo farle qualche domanda, le prendiamo solo cinque minuti", promise l'ispettore. Il congegno elettrico del cancello scattò e si aprì. I poliziotti seguirono la donna attraverso il giardino ed entrarono nell'atrio della casa. "Accomodatevi... scusatemi ma non dormo da due giorni", disse "Non ha nulla di cui scusarsi, capiamo la situazione... vorremmo solo chiederle qualcosa di più sulla vita di Serghej... se era un tipo gioviale oppure se ne stava per conto suo, cose così." "Purtroppo Serghej era molto timido... e non aveva molti amici... ho cercato in tutti i modi di proteggerlo, specialmente dopo la morte del padre... ma quando andò a scuola si chiuse sempre di più in sè stesso. I compagni di scuola lo prendevano in giro... un giorno tornò a casa piangendo... non voleva più tornarci a scuola..." "Per quale motivo suo figlio era stato deriso dai compagni di classe?", chiese Ignatievic. "... Serghej vede aveva un piccolo difetto fisico, una malformazione ai lobi delle orecchia." Ignatievic guardò il sergente. "... forse è scappato di casa per quello... ed io no n l'ho capito... non ho capito mio figlio... forse avrei potuto...", la donna si mise a piangere. L'ispettore si alzò dalla sedia, e mise una mano sulla spalla della donna. Poi disse: "Su coraggio, vedrà che troveremo suo figlio". Quando la donna li accomagnò alla porta, disse: "Scusate se non ho potuto aiutarvi..." "Al contrario, non immagina quanto c'è stata d'aiuto... arrivederci." Quando furono in auto l'ispettore disse a Nicolaj: "Nicolaj, controlli immediatamente se anche gli altri bambini avevano come il piccolo Serghej una qualche malformazione, anche piccola ed insignificante... forse abbiamo trovato una traccia." Ricordò un episodio che gli era capitato da piccolo. Aveva all'incirca dieci anni, non di più. Era in campeggio con i suoi genitori. Un pomeriggio era uscito dalla roulotte ed aveva fatto un giro tra i vialetti del camping. Ad un certo punto aveva incontrato un bambino accompagnato dalla madre e gli era parsa la cosa più naturale del mondo salutare un suo coetaneo, anche se non lo conosceva. La madre aveva dapprima fatto una faccia sorpresa, poi aveva sorriso ed aveva detto: "Su piccolo, saluta anche tu!" In quel momento, proprio mentre il bambino stava per salutarlo come aveva detto la madre, lui aveva guardato in basso i suoi piedi e si era accorto che erano palmati come quelli di un'anatra. Si spaventò, ma fece finta di nulla come se non se fosse accorto. Salutò di nuovo il bambino e la madre e se ne andò. I giorni e le settimane successive aveva evitato in tutti i modi di incontrare il bambino e la madre. A distanza di anni, quando ripensava a quell'episodio della propria vita, provava sempre un certo malessere, qualcosa allo stomaco. Una specie di rimorso, per essersi comportato in quel modo. Forse avrebbe fatto amicizia con quel bambino e chissà forse si sarebbero divertiti assieme. Mentre il sergente Nicolaj lo riportava in questura, l'ispettore Ignatievic pensò che probabilmente anche lui avrebbe deriso serghej, come i suoi compagni di classe. I bambini sanno essere crudeli in un modo tutto loro. "Ispettore aveva ragione lei!... abbiamo trovato che tutti i bambini avevano un difetto fisico come aveva detto lei!", proruppe Nicolaj irrompendo nell'ufficio di Ignatievic. L'ispettore Ignatievic guardò il sergente Nicolaj come se non avesse capito quello che aveva appena detto, anzi come se guardasse il sergente e non lo vedesse. Aveva improvvisamente ricordato un particolare dell'uomo che avevano fermato al posto di blocco, qualche giorno prima. Improvvisamente fu convinto che quel particolare era all'origine di quella strana sensazione che non lo aveva più lasciato da allora. Era il particolare della mano destra dell'uomo che aveva aperto il portellone dell'auto. A quella mano, infatti, mancava un mignolo. "Nicolaj recuperi la targa dell'auto dell'uomo che abbiamo fermato e risalga al suo indirizzo!", esclamò l'ispettore Victor Ignatievic quando uscì da quella specie di trance. Quando la squadra speciale di polizia irrompette nell'appartamento dell'uomo, trovarono resti dei corpi dei bambini scomparsi all'interno di grossi contenitori. L'uomo confessò tutto e li porò nel luogo dove aveva seppellito i bambini che aveva torturato ed ucciso, compreso Serghej. "Ispettore come ha fatto", chiese Nicolaj. "... non ho fatto nulla... è solo il potere del rimorso, Nicolaj", disse Victor Ignatievic.
  14. Bruno Traven

    Mia nonna non è più capace

    Ciao, anche io ho trovato il tuo racconto molto toccante. Scritto bene ravviso un crescendo specie negli ultimi periodi che hai scritto come un' intensità che cresce e sembra quasi non dare scampo: per questo sono d'accordo col precedente commento di dare una nota positiva... perchè rischia di diventare veramente "ottenebrante" e senza speranza. Venendo agli aspetti più tecnici la prima persona rende la narrazione ancora più, se ce ne fosse bisogno, drammatica e psicologicamente tesa perchè riferita ad un io che vive il declinare da una personalità forte e gioiosa a quella spenta della vecchiaia, e tu sei riuscito a renderne tutta la drammaticità senza usare aggettivi particolari ma proiettando nella mente del lettore certe scene, che sembrano autobiografiche talmente sono vive e realistiche. Qua e là cambierei solo il tempo di qualche verbo come in questo caso: ecco io metterei l imperfetto alzava per dare l'idea di qualcosa che avveniva costanntemente, come del resto hai fatto per gli altri verbi ... quell'anziano non mi piace, lo toglierei questo "omette" che dà l'idea che la vita sia quasi un meccanismo meccanico ma dotato di una sua volonta, al contrario, l'ho trovato molto bello:) ... naturalmente la ripetizione finale penso sia voluta ed effettivamente funziona, anche se rimane l'impressione che tutta la frase sia stata ripetuta, ho dovuto rileggere le due righe per capire che sono diverse ... in questa descrizione riusciamo come ho detto a vedere le scene, ma in questo caso mi sarebbe piaciuto avessi messo qualche scena in cui viene descritto il modo in cui era "rudimentale", il suo essere "Attaccato al lavoro", qualche dialogo che ci mostrasse il suo "umorismo". Avrei trovato il racconto più variamente mosso tra una parte descrittiva, con dialoghi in cui leggiamo di come tua nonna parlava... Mi è piaciuto molto quando scrivi: ... la bolla nera diventa una metafora molto convincente della vecchiaia che le ottenebra la mente e la costringe su di una sedia a guardare passivamente la tv. Bravo! alla prossima:)
  15. Bruno Traven

    La pioggia

    "Sembra il diluvio universale", disse il signore di fronte a lui, guardando fuori dal finestrino. Nello scompartimento, oltre al signore anziano, c'era solo una signora seduta vicino alla porta. Il treno partì subito. Roman rimise dentro la borsa il libro di Antony De Mello che aveva appena tirato fuori, con il treno in movimento non riusciva a leggere, gli procurava vertigini, e la lettura diventava quasi ipnotica. Lui, invece, leggeva per prendere le distanze. L'aveva appena acquistato all'edicola della stazione, il titolo lo aveva particolarmente stuzzicato per la sua ironicità: " Messaggio per un'aquila che si crede un pollo" "Cosa fai nella vita?"chiese il signore. "Come?" rispose Roman. Il signore parlava con una lieve balbuzie. "Niente" "Come niente?" disse il signore. "Niente che ne valga la pena" il signore lo guardava aspettando che completasse la risposta. "Bè diciamo che mi sono preso una specie di pausa, per capire un pò di cose" aggiunse Roman. "Ah ho capito come sei" "Complimenti lei è quello che capisce subito tutto" esclamò lui. Dall'espressione muta del signore Roman capì di avere esagerato. "Mi scusi non volevo essere scortese, ma chi sembra sapere già tutto mi infastidisce" In occasione di una delle mie conferenze, una persona fece la seguente osservazione: "Voglio condividere con voi una cosa meravigliosa che mi è accaduta. Sono andato al cinema; poco dopo mi trovavo al lavoro, e avevo grossi problemi con tre persone. Così mi sono detto: "Bene, proprio come ho imparato al cinema, adesso uscirò da me stesso". Per un paio d'ore sono riuscito a entrare in contatto con i miei sentimenti, i miei sentimenti di ripulsa nei confronti di quelle persone. "Ho detto:"Odio davvero quelle persone". E poi ho detto:"Gesù, cosa puoi fare per rimediare tutto ciò?". Roman diede un'occhiata fuori dal finestrino dove qualche albero vicino alle rotaie interrompeva come un breve battito di ciglia la vista delle case in lontananza; ora la pioggia era finita, era stata solo una nuvola passeggera a far cadere tutta quell'acqua. "Di dove sei?" chiese il signore. "Come mai me lo chiede?" "Non sei veneto" "No" "Non riesco a riconoscere il tuo accento" "Sono rumeno" "Ah non lo avrei detto. Stai da molto qui?" Un attimo dopo mi sono messo a piangere, perchè ho capito che Gesù era morto per quelle stesse persone e loro non potevano fare a meno di essere come sono. Quel pomeriggio dovetti andare in ufficio, e decisi di parlare con quelle persone. Spiegai loro il mio problema ed esse si dichiararono d'accordo con me. Dopo, non ero più arrabbiato con loro e non le odiavo più". "Sì" "Come ti trovi in Italia?" Gli avevano fatto mille volte quella domanda. "É una domanda scorretta questa" "In che senso?" "Trovarsi bene o meno in un posto non dipende dal posto, dipende da te. Ovunque vai ti porti sempre dietro qualcosa che alla fine rende ogni posto uguale a un altro. Potrei anche rispondere alla sua domanda, ma non significherebbe niente. Tradirei semplicemente la mia capacità di trovarmi bene o male in Italia." Il signore annuì. Ogni volta che avete un sentimento negativo nei confronti di qualcuno, vivete in un'illusione. C'è qualcosa di seriamente sbagliato in voi. Non vedete la realtà. "Ti trovi bene in Italia?" chiese il vecchio di fronte a lui. Roman non rispose. Mentre cercava il lettore cd nella borsa, il signore si scusò per il suo modo diretto, e fastidioso, di dire le cose. Roman rispose che non c'era problema. Il display del lettore indicava che le pile erano scariche. Lo rimise in borsa. "Sì, certo è molto bello qui", disse quasi controvoglia. Il tizio cominciava a dargli veramente fastidio con tutte quelle domande. Lesse più avanti nel libro: Qualcosa dentro di voi deve cambiare. Ma cosa facciamo, in genere, quando abbiamo un sentimento negativo? "É colpa sua. Deve cambiare" No! Il mondo è a posto. Chi deve cambiare siete voi. "Comunque se sei arrivato a capire questo sei a buon punto. C'è chi invecchia e muore e non arriva a rendersene conto, tu invece sembri molto giovane. A questo si arriva solo dopo aver sofferto molto." "No, io non ho sofferto" si precipitò a dire Roman. Il signore lo guardò perplesso. "No?" chiese, come se i conti non gli tornassero. "So che è una cosa che le farebbe molto comodo, ma no, io non ho sofferto, se non di noia" Il signore disse qualcosa, poi riprese il suo discorso, ma a Roman non fu chiaro se avesse capito o meno quanto aveva detto. "Mi capita spesso di incontrare persone che mi raccontano di loro, di cosa hanno fatto, di cosa fanno eccetera, per far vedere che sono felici. Ma se gratti un pò la superficie si vede subitola pochezza su cui si basa la loro vita. Io non dico niente, mi limito ad ascoltarli." "Dire a qualcuno che pensa di essere felice - Guarda che in realtà non sei felice, ti sembra di esserlo ma in realtà non lo sei - è da presuntosi. Chi sono io per sapere che in realtà una persona non è felice, pretendere questo mi sembra troppo?", disse Roman. Il signore soppesò le sue parole. "Secondo te ci sono delle persone felici?", chiese subito dopo. "Se ci sono persone felici non lo so, però penso che ci sono persone felici, ci sono persone che riescono a trarre piacere dalla vita... "Veramente felice" è un assoluto inutile.." "Sei intelligente" riprese,"anch'io alla tua età mi ponevo le stesse domande" e consigliò a Roman un libro che lo avrebbe aiutato nel suo percorso, e che tutt'ora, disse, teneva sul comodino a portata di mano per sfogliarlo quando ne aveva bisogno. Poi raccontò che aveva viaggiato molto, che era stato pure in Romania. Gli consigliò di viaggiare perchè visitare paesi diversi e conoscere culture diverse apriva la mente. Disse che le persone si stupivano quando parlavano di lui. Roman non capì bene tutto il discorso del signore e non gli fece domande, però capì che le cose che diceva le prendeva dal libro che gli aveva consigliato. Roman disse che l'avrebbe letto. Era anche tentato di dirgli che gli era sembrato di parlare non con lui ma con il libro, ma non lo disse. "Ce l'hai la ragazza?" chiese il signore ad un certo punto. "No, non ce l'ho la ragazza, e non mi interessa che è andato in Romania e me ne frego del suo libro... va bene? Assomiglio ora ad un rumeno di merda?... e vaffanculo De Mello!!!", gridò con quanto fiato aveva in corpo. Roman, in quel momento, si sentì rinascere, finalmente aveva detto a quello scocciatore razzista il fatto suo. Trasse un respiro profondo. Tutti si erano voltati e aspettavano una reazione da parte del signore il quale si limitò a sgranare gli occhi rimanendo a bocca aperta, ma non disse nulla. Poi fece un cenno del capo verso la signora vicino alla porta che era stata fino a quel momento zitta. Ma la signora distolse lo sguardo. "Sono tutti uguali", disse sottovoce. Viaggiarono fino alla stazione senza nessuno nella carrozza parlò. Il vecchio non rivolgeva neanche lo sguardo verso Roman, ma di questo il romeno non se ne fece alcun problema.
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