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Davide Carrozza

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  1. Davide Carrozza

    Settembre

    Non è un caso che Alessandro e Clara si incontrino e si innamorino proprio a Settembre. Durante i loro primi lunghi ed intensi incontri, Clara si comportava da invasata. Usava parole difficili ma affascinanti come “rivelazioni”, “illuminazioni”, “epifanie”, aveva sempre gli occhi spalancati quasi increduli per quello che stava succedendo alla sua vita. Ogni posto visto con Alessandro, ogni esperienza di quel Settembre le sembrava meravigliosa e innocente, come quella di un bambino..ecco si..vedeva tutto con gli occhi fanciulleschi di chi durante l’infanzia aveva giocato molto poco. Il padre l’aveva sempre voluta seria, rigida, studiosa, colta; aveva cresciuto con cura un’insegnante di lettere da Liceo Classico, accompagnandola per tutto il corso della carriera liceale romana e universitaria padovana, interrogazione dopo interrogazione, compito dopo compito, esame dopo esame, aveva sempre vigilato sul suo studio, ignaro del danno che le stava provocando, ignaro di quanto poco amore avrebbe ricevuto in cambio nel corso della sua vita da adulta, era intenzionato a creare una di quelle insegnanti con molta tecnica e pochissima anima, una di quelle che conoscano a memoria il De Bello Gallico e le coniugazioni greche dell’Aoristo, ma che non riescono a cogliere l’umanità dei ragazzi e le loro turbe. Papà Armando però non aveva ottenuto quello che sperava. Clara era cresciuta con un costante dualismo perpetrato, da un lato usufruiva dell’immensa cultura nozionistica plasmata dal padre con tutte quelle ore di studio forzato che lei applicava con rigore quasi matematico nella valutazione dei suoi studenti, presenza o assenza dei contenuti; dall’altra aveva sviluppato una forma di ribellione sotto forma di passione per il canto mai realmente soddisfatta, ma che ora Alessandro stava contribuendo a tirare fuori sotto forma d’amore e voglia di ammirare e vivere le meraviglie del mondo. In seguito al loro incontro, Clara e Alessandro si erano ritrovati innamorati a prescindere, sarà forse per merito della magia di Settembre, sarà forse per il periodo di predisposizione reciproca, fatto sta che non capivano bene cosa li aveva attratti l’uno all’altro, ma erano innamorati oltre ogni ragionevole dubbio, pur conoscendosi molto poco. Quasi come una lotta contro il tempo quindi si ritrovarono a doversi aggiornare reciprocamente degli episodi e delle cose più rilevanti della propria vita. Uno di questi però, appartenente a Clara, non fu colto appieno da Alessandro nella sua effettiva importanza. Come detto Clara aveva studiato Lettere Classiche all’Università di Padova; Ateneo molto prestigioso e fra i più antichi d’Italia, proprio per questo fortemente voluto da papà Armando, magicamente però la città di Padova sembrava fatta su misura per i ragazzi come Clara, per i tanti come lei che avevano subito le scelte autoritarie e le paranoie genitoriali, e che erano stati inviati a studiare lì per prestigio e per dar motivo di vanto ai genitori nelle serate mondane dell’ipocrita borghesia. Ebbene, Padova aveva sviluppato degli anticorpi eccezionali a tutto questo. Accanto all’intellighenzia che di culturale aveva solo il nome, fatta di selfie in sfavillanti abiti da sera durante esclusive serate al Pedrocchi; vi era tutto un mondo intorno che una volta avremmo definito filocomunista e che oggi prendeva forma nei Pride Village, nelle sagre dei piccoli paesi limitrofi, e nelle goliardate post discussione tesi di laurea. Gli anni di studio e soggiorno a Padova erano serviti a Clara per sviluppare un forte spirito d’indipendenza, aveva conosciuto anche l’altra faccia della medaglia, aveva capito che ci si poteva divertire, giocare, ridere e avere degli amici recuperando quello che si era perso in età fanciullesca e adolescenziale. Padova e il suo mondo universitario erano anche fatte di goliardia, quel tradizionale spirito che anima le comunità studentesche, in cui alla necessità dello studio si accompagnano il gusto della trasgressione, la ricerca dell’ironia, il piacere della compagnia e dell’avventura. In questo spirito si collocava la tradizione dei papiri, pergamene riempite con disegni sconci e frasi ironiche, accompagnate da canti irriverenti, boccacceschi, sfrontati al limite della censura, scritte in rime dialettali e in genere corredate da una caricatura oscena del laureato. Clara aveva confessato ai suoi coinquilini e amici più stretti di non voler nulla di tutto questo per il giorno della sua laurea, voleva sottrarsi ad una tradizione ventennale ma estremamente invasiva per la sua personalità. Purtroppo non riuscì a scampare a quel goliardico triste destino, quel giorno la scalinata di Piazza dei Signori la vide ricoperta di farina burro uova shampoo e calcestruzzo, mentre leggeva di porcate e scopate che la riguardavano rigorosamente in rima, sotto gli occhi mortificati e forzatamente divertiti dei genitori e degli amici che avevano tradito le sue volontà. Alessandro mentre ascoltava tutto questo rideva, era ignaro di quanto ci fosse davvero poco da ridere a riguardo e di quanto invece l’episodio avesse avuto importanza nella vita e nella formazione della personalità di Clara. Alessandro fallì nel capire il tenore della sua voce, lo sguardo deciso e l’occhio fermo mentre raccontava le conseguenze di quell’episodio. Dal giorno della sua laurea Clara aveva nettamente ridimensionato l’opinione altrui, compresa quella dei genitori, era diventata psicologicamente e intellettualmente indipendente. Tanto era stata la vergogna e la frustrazione della becera goliardia, tanta era stata la delusione di non veder rispettate le sue volontà in un giorno così importante, che quel giorno sancì il trapasso dalla continua considerazione e attenzione a bisogni e necessità altrui ad una quasi totale supremazia del suo io su tutto il resto. Il volumetto “Il giudizio degli altri” di Schopenhauer, le aveva dimostrato quanto fosse sciocco e inconcludente occuparsi e preoccuparsi del giudizio altrui e quanto questo sia alla base della nostra infelicità fatta di noia e dolore. Alessandro avrà modo di capire solo con il tempo che probabilmente se l’avesse conosciuta prima della sua laurea, non se ne sarebbe innamorato cosi follemente. In una delle loro serate fatte di sesso sfrenato e sentito, fiumi di parole sulle più grandi facezie e stupidaggini e serie argomentazioni sul surriscaldamento globale, sul Buddismo e come detto prima sugli episodi più importanti della reciproca esistenza, i due trovarono una specie di sedia a dondolo, con due grandi cuscini bianchi e rettangolari, posizionata a margine di un molo, che di giorno serviva a far accomodare i clienti del bar del porto, ma di sera era li a disposizione per gente come Alessandro e Clara, una sedia che li cullava come una mamma. Ad un certo punto lui abbozzò una timida domanda di circostanza, una di quelle davvero poco originali, una di quelle domande che chiunque avrebbe fatto ad un insegnante… “Allora Clara…come sono‘sti ragazzini” Al di là dell’innegabile banalità, la domanda aprì un cassetto nella memoria di Clara piuttosto spiacevole. I ragazzi del Liceo Classico Giulio Cesare di Corso Trieste a Roma erano bravi, attenti, studiosi, scrupolosi, forse un po’ troppo pignoli. Non avrebbero mai messo in discussione l’autorità intellettuale e culturale della loro Prof, cosa da non dare assolutamente per assodata, specialmente negli altezzosi licei frequentati da figli di pseudo-intellettuali pariolini, proprio come il Giulio Cesare. Lei però aveva un’alta statura morale, era stata ben introdotta e accolta da colleghi e studenti e durante i Consigli di Classe e d’Istituto la sua opinione veniva presa in seria considerazione. C’era stato però un episodio, nel corso del precedente anno scolastico, che nonostante le avesse provocato dolore, o forse proprio per quel motivo, lei decise di tirar fuori in risposta a quella domanda, su quella sedia a dondolo di quel molo. I due avevano talmente tanto bruciato le tappe ed erano talmente sicuri di voler stare insieme, che avevano addirittura introdotto quelle cose che non diresti mai a nessuno. E infatti Clara non aveva raccontato questo episodio a nessuno se non ad Alessandro. Un giorno quasi a ridosso delle vacanze di Natale, Clara si era accorta che il suo registro personale non aveva ancora alcuna valutazione orale e che probabilmente in quei primi quattro mesi dell’anno si era un po’ lasciata prendere la mano a spiegare, discutere, argomentare e sviscerare alcuni canti dell’Inferno di Dante. In particolare i canti I, III, V, VI e X. Come spesso le succedeva a inizio anno nelle classi quarte, si era lasciata andare all’entusiasmo Dantesco e aveva, di conseguenza, totalmente rimosso gli altri adempimenti scolastici. Fu cosi allora che per iniziare il giro delle interrogazioni la sua scelta cadde su Filippo Matteucci; una scelta ben studiata e ponderata, come del resto tutte le sue scelte professionali. Come detto, era da inizio Settembre che non faceva altro che parlare di Dante, di Virgilio, degli ignavi, di Caronte, dei lussuriosi e di Paolo e Francesca, quindi per passare ad una modalità mentale cosi diversa come quella della verifica orale, scelse di partire da Matteucci, Filippo infatti era una sicurezza per lei. Il suo era uno studio molto critico e sin dal primo anno egli aveva rappresentato un grande stimolo per Clara Ma quel giorno Filippo aveva deciso di terminare la sua brillante interrogazione con una domanda destinata a rimanere a lungo in un cassetto della mente di Clara, una sorta di macchia indelebile nel suo orgoglio professionale, un fantasma che riaffiorava ogni qual volta qualcosa o qualcuno lo richiamasse in auge. Filippo, dopo aver abilmente raggirato le difficoltà dialettiche poste dalla sua Prof, mise in atto il suo proverbiale spirito critico e con coraggio chiese : “Professoressa, vorrei farle notare un episodio del trentesimo canto dell’Inferno in cui Dante racconta di un certo Sinone che scaglia un forte pugno contro Mastro Adamo, il cui duro ventre sembra risuonare come un tamburo. Ecco…legga qui…”col pugno gli percosse l’epa croia. Quella sonò come fosse un tamburo.” Clara non era riuscita a scovare nel suo ricco database mentale quel trentesimo canto, riconobbe i due nomi ovviamente, ma non ricordava quei versi..forse perché l’episodio del pugno non era poi cosi funzionale alla trama del canto o all’evoluzione dei personaggi. Con aria incredula e smarrita Clara rispose “Quindi?” Mentre con fare sicuro e spavaldo il Matteucci ribattè: “Ebbene, da quando in qua le anime di Dante sono materiali? Non era stato lui stesso ad affermare l’immaterialità delle sue anime nel venticinquesimo del Purgatorio? Come fa il pugno di Sinone a risuonare come un tamburo nel ventre di Mastro Adamo? Sono entrambi morti. Sono entrambi delle anime. Non era lo stesso Dante ad essere l’unico corpo in mezzo a una selva di anime? Virgilio compreso.” Clara, raggelata da una domanda così attenta e arguta, cercò di rispondere arrampicandosi un po’ sugli specchi, cercando di tenere a bada più che effettivamente soddisfare la curiosità di Filippo. Tra un dondolio e l’altro, mentre Alessandro capito il momento delicato le accarezzava il collo, maledisse ancora una volta l’educazione impartita dal padre, a suo dire e pensare infatti, era stato lui che costringendola a studiare ad ogni costo e ad ogni ora e in qualsiasi condizione psicofisica, aveva aggiunto una patina di dovere al suo studio, e le aveva impedito di approfondire con interesse questioni come quella posta da Filippo, figuriamoci quanta critica letteraria avrebbe trovato in proposito, e con quanta brillantezza avrebbe risposto al suo studente in quell’occasione, guadagnando ulteriore credito e rispetto nei confronti di tutta la classe. Alessandro invece, mentre ascoltava, aveva maturato l’idea che il rapporto con il padre l’avesse influenzata molto più profondamente di quanto lei pensasse e che in qualche modo l’avesse portata ad essere severissima con se stessa, incapace di perdonarsi un episodio cosi insignificante come una domanda di uno studente che l’aveva messa in difficoltà. Ad ogni modo era rapito, ammaliato, irretito, ma al contempo attento e pronto a ribattere qualora nel discorso fosse servito il suo contributo. I due si innamoravano sempre di più, si innamoravano perdendosi nella dovizia di particolari dei rispettivi racconti, e siccome innamorati, erano più attenti, più ricettivi, più svegli e più sensibili del solito. I due raccontavano gli episodi più salienti delle loro vite, registrati indelebili nella loro psiche e che avevano contribuito a forgiare il loro carattere e le loro convinzioni sul mondo e le persone. Esse passavano in rassegna nelle loro menti in uno spontaneo ordine d’importanza, quasi come se si trovassero dallo psicanalista, dove le cose da dire che ti vengono in mente sono le più importanti e la selezione degli accaduti è inconscia ma non per questo casuale, bensì molto accurata. Ecco, forse neanche loro sapevano quanto quegli episodi fossero importanti e quanto li avessero segnati nel bene e nel male. Quella sera era limpida, tutto quello che li circondava sembrava abbracciarli e coccolarli, un sentire primordiale, autentico, istantaneo. Il mare si estendeva lungo, calmo, rassicurante, e le luci che luccicavano dalle lampare a ridosso del faro davano maggiore brillantezza alla scena, illuminandola e al tempo stesso lasciandola in penombra, in un gioco di luci ed ombre sfuocato che conferiva ancora più solennità. Da lontano le stesse luci facevano appena scorgere scogli arricciati, con sporadici approdi piatti, che di giorno servivano ai bambini per dimostrare a vicenda talento nell’arte dei tuffi e guadagnare credito e ammirazione delle ragazzine, mentre i pescherecci a ridosso del molo di fronte alla loro panchina, erano ben visibili e dondolavano al timidissimo vento d’estate producendo un rumore che si inseriva perfettamente tra i loro dialoghi. Se per caso si fossero voltati, avrebbero ammirato il paesaggio del centro storico, le case rosa antico e giallo ocra, alternate da chiese armoniche nel loro splendore, il tutto disposto in cerchio ad abbracciare la spiaggia e il molo. Avrebbero percepito un sapore di antico, di storico, il momento che stavano vivendo era appunto storico. Entrambi si rendevano conto di dover fotografare con l’anima e con la mente quel momento; sarebbe stato ripreso e raccontato spesso nei momenti di sconforto delle loro vite. Avranno avuto una cartuccia sempre pronta per appianare i dissapori “ricordi quel giorno a Gallipoli, quando ci raccontammo tutte quelle cose?” Un momento senza spazio e senza tempo.
  2. Davide Carrozza

    Magic Sahara

    Ho letto il tuo scritto tutto d'un fiato e la tua capacità descrittiva, ricca di particolari, da fare invidia al miglior Canaletto, mi ha aperto scenari avventurosi ed esotici. Ho visto bene tutto quello che hai descritto come in un documentario. La motoretta che curva seguendo il percorso sconnesso incontro alla luce è un'immagine molto suggestiva, così come le carcasse degli animali illuminate dal faretto del motorino, da documentario appunto. Da documentario bello ovviamente. Ho anche apprezzato moltissimo il contrasto, a mio parere molto riuscito, fra due concetti agli antipodi "Sahara no joke" e "Magic Sahara", non lo so se era voluto, ma sei riuscito a trasmettermi questa terrificante bivalenza fra una cosa estremamente bella e allo stesso tempo molto pericolosa, un po' come avrebbe fatto mio nonno parlando del mare. Il fatto che queste due locuzioni siano pronunciate da un autoctono, in un Inglese stentato ma sufficiente, conferisce al tutto ulteriore fascino: esprimere un concetto così vasto in parole così semplici mi fa pensare a quanto la popolazione locale sia abituata e abbia incarnato il binomio bellezza/pericolosità. Molto carino anche il riferimento storico ai popoli che non sono riusciti a conquistare i berberi e l'orizzonte in cui riecheggiano le loro voci. Non so cos'altro dire, ti assicuro che non sono un amante della letteratura da viaggio e scrivo e leggo cose molto più statiche, quindi probabilmente i miei complimenti valgono di più. Scusami, ma non riesco a trovare nulla che non mi sia piaciuto nel tuo racconto! Viene voglia di continuare a seguirti e di leggere della tua prossima tappa! Complimenti!
  3. Davide Carrozza

    Racconti brevi in "5 punti": In pensione

    Interessante, surreale, grottesco e innovativo. Mi viene una voglia matta di sapere come continua e quasi vorrei fosse un racconto lungo. Se i piccioni rappresentano la metafora di qualcosa, non sono riuscito a coglierla....ma se il racconto fosse più lungo sono certo che riuscirei a coglierla!
  4. Davide Carrozza

    I racconti della dodicesima luna - terzo ciclo

    @Unius Perdonami, significa che ti piacciono, che li dovrai recensire o cosa? In ogni caso grazie!
  5. Davide Carrozza

    La Rimozione

    Grazie mille @Adelaide J. Pellitteri
  6. Davide Carrozza

    La Rimozione

    @Macleo "Sistema Immunitario" è stato riaperto. Sono stato a rapporto
  7. Ho trovato nel tuo racconto alcune cose estremamente irritanti. Pur tuttavia altre cose sono altrettanto fruibili e alquanto piacevoli. Premetto che chi fa questo commento vive nella "Padania" che hai provato a descrivere, insieme al suo "Padanismo". Il racconto sembrerebbe uno spaccato della società veneta odierna così come l'abbiamo conosciuta attraverso i beceri racconti leghisti. Io però sono un salentino (estremo sud Italia) che vive a Padova e le scene che tu descrivi non le ho mai testimoniate, né nei miei confronti, né di chiunque altro. Inoltre ti confesso di non aver mai visto tanti luoghi comuni e cliché tutti insieme in vita mia, a cominciare dal nome dell'immigrato, evidentemente il primo nome spersonalizzante che viene in mente: "Abdul", d'altronde quale altro nome può avere un immigrato? Non certo Mario Rossi o Charles Brown . Se penso che il tuo racconto parla di una realtà parallela di odio, intolleranza e soprattutto tanta tanta ignoranza...allora lo vedo ben scritto, piacevolmente ironico, e ben inserito nel suo contesto fake. Se invece lo vedo come specchio della realtà sono costretto a contestare i seguenti punti: Gli amici padani della Lega, da quando hanno cominciato a governare nel '94 hanno rubato allo Stato quanto e come gli altri, dalle spese pazze dei consiglieri regionali, alle bustarelle in milioni di lire degli albori, agli sporchi comitati d'affari...i rappresentanti politici dei Padani non si sono fatti mancare nulla in ambito di corruzione. Tanto che in Veneto è ormai scomparso da un pezzo lo slogan Roma Ladrona , la lega ha dovuto cambiare linguaggio e non si sentono più le idiozie tipo "noi vi manteniamo" o cose del genere. Ho a che fare con i tosi veneti ogni giorno per lavoro, ma a me non risulta che siano particolarmente interessati a fare i lavori che prendono gli immigrati, da che mondo e mondo l'immigrato si accaparra i posti di lavoro lasciati scoperti. Un atteggiamento così sprezzante, irrispettoso e maleducato mi sembra davvero un'esagerazione. Quasi ti vien voglia di vedere Marangon fracassato di botte. Ma non credo fosse questa la tua intenzione. Alcuni clichè, oltre ad essere tali mi sembrano anche esageratamente marcati. Altre precisazioni storico-culturali sarebbero opportune, ma mi fermo qui perché nel tuo racconto ci sono anche cose piacevoli come dicevo: Molto molto bella quest'immagine, poetica, suggestiva e rilassante. Complimenti! Bello il contrasto netto e tagliente fra l'ignoranza becera che più becera non si può (anche questa un'esagerazione) e il burocratese che non ammette ignoranza...anche in altri estratti salta all'occhio questo elemento, brava! Mi piacerebbe leggerti su di un tema che non ammette clichè .....che curiosità
  8. Davide Carrozza

    La Rimozione

    Ahahahahah...a breve scriverò un commento per riaprire quel post. Basta che non mi mandate dal Mega Direttore Galattico
  9. Davide Carrozza

    La Rimozione

    Grazie @ElleryQ
  10. Davide Carrozza

    3 Giugno 1981, il Giorno Dopo

    Cosa sarebbe accaduto a Rino Gaetano se quel 2 giugno 1981 fosse sopravvissuto all'incidente? Se lo è chiesto Davide Carrozza, scrittore gallipolino, traduttore e interprete d'inglese, appassionato di saggistica, filosofia, letteratura e cinema. "3 giugno 1981. Il giorno dopo" è il titolo del suo romanzo d'esordio che vuole essere un chiaro omaggio alla figura del cantautore calabrese. Il libro intende proporre una rilettura dei suoi testi da un punto di vista poetico e filosofico. Un intento largamente spiegato nelle note dallo stesso autore che racconta la lunga genesi del romanzo e le persone che in qualche modo ne hanno condiviso il percorso. Con "3 giugno 1981. Il giorno dopo" lo scrittore gallipolino riporta all'attenzione del lettore la vita di Rino Gaetano, ma - come scrive Claudia Forcignanò nella prefazione al testo - "non si limita ad una mera biografia postuma: concede al giovane cantautore un'altra possibilità, gli restituisce il sorriso facendolo rivivere in una dimensione completamente nuova, nella quale ha il tempo di riflettere e reinventarsi.
  11. Davide Carrozza

    Sistema Immunitario

    "Decise di concedersi una passeggiata nella bellissima, adiacente Villa Celimontana, per ordinare i pensieri ed azionare una parte del cervello -quella creativa- rimasta inoperosa per molto tempo ma, fra una panchina e l’altra, un pit-stop al caffè del parco e una passeggiata fra le foglie caduche d’autunno riuscì a partorire qualcosa di interessante e nuovo. Passava e ripassava nella mente le varie fasi della storia che aveva elaborato e, pur con la paura che al giornale lo stessero aspettando con ansia, continuò a camminare e riflettere a Villa Celimontana, in una mattinata silenziosa con il solo crepitio delle foglie d’autunno sotto le sue Clarks ad accompagnare il rumore dei suoi pensieri. Rannicchiato nel suo giubbotto di pelle elegante e scanzonato allo stesso tempo, con il capo chino, le spalle inarcate e l’andatura lenta, partorì una storia di malaffare di cui il Direttore sarebbe stato di certo contento: Alfonso è uno dei classici servi di partito della nostra epoca, ha cominciato la sua carriera da grande lecchino della DC in tempi non sospetti, tempi in cui essere tesserati al partito perennemente in maggioranza significava essere anche un osservante cristiano, e soprattutto guardare al capobastone del quartiere con grande ammirazione perché il suo innegabile potere ed influenza avrebbero garantito un posto fisso in un ente statale. In quell’ente, la velocità della scalata al potere di Alfonso verso la tanto sperata dirigenza dipendeva, dunque, strettamente dai voti che avrebbe procurato al partito. L’ente è l’agenzia delle entrate, nella quale lui entra nel lontano 1977 a soli 22 anni pur con un semplice diploma da geometra, precisamente nella Segreteria Tecnica della Direzione Centrale del reparto Accertamento, nel 1999 a soli 44 anni era già dirigente di prima fascia, voto dopo voto favore dopo favore, una vita dedicata alla sponsorizzazione di questo o quell’altro candidato passando dalla DC al PD, sopravvivendo persino alle macerie di Tangentopoli, dove nel fuggi fuggi generale, lui era rimasto lontano dai riflettori e si era solo limitato a interrompere momentaneamente le collaborazioni politiche, per poi riprenderle attivamente con l’avvento di Forza Italia, nata appunto da quelle macerie. Così, la sua vita era trascorsa fra cene elettorali e distribuzioni di favori illeciti legati ad appalti pubblici. Ad ogni tornata elettorale, elargiva favori a nome dello sponsorizzato in cambio di voti, favori da espletare attraverso le sue funzioni fiscali. La sua folgorante carriera lo aveva portato ad essere nominato dirigente in tenerissima età, avendo sempre lavorato dietro le quinte, senza mai essere salito su un palco da comizio, ma sempre giocando un ruolo fondamentale nei conteggi finali delle cabine elettorali. E mentre i suoi famigliari più prossimi e i suoi amici erano orgogliosi di lui, perché credevano si occupasse del “bene comune”, la sua carriera all’Agenzia delle Entrate proseguiva con grandissimo successo, e la sua poltrona di dirigente era sempre più salda. Alfonso era istrionico, negli anni si era trovato a suo agio con ogni fazione politica: la Dc lo aveva adottato, Forza Italia lo aveva cresciuto e i DS prima e il PD ora lo avevano reso il dirigente dalla sedia di ferro e dalle grandi capacità interpersonali. Alessandro era rientrato in redazione e aveva scritto in fretta e furia la storia dei primi vent’anni di carriera di Alfonso con dovizia di particolari ma, mentre attendeva l’uscita del disgustoso caffè della macchinetta - prima di concedersi una delle sue rarissime pause sigaretta, che più che una pausa servivano ad una riflessione - pensò che la storia dovesse dipanarsi in qualcosa di insolito, di inaspettato..che ci fosse bisogno di una profonda crisi esistenziale che portasse Alfonso in qualche modo a convertirsi, a voler cambiare vita. L’occasione arriverà per Alfonso nel 2015, quando la Corte Costituzionale dichiarerà la sua nomina a Dirigente dell’Agenzia delle Entrate illegittima, insieme a quella di altri 800 dirigenti ex funzionari, perché non passata attraverso regolare concorso, come prevede per altro la stessa Costituzione per ogni incarico pubblico dirigenziale. In ogni caso, Alfonso era stanco di dover sempre dipendere e di dover sempre dire grazie. La sentenza della Corte Costituzionale lo aveva fatto riflettere su tutta la sua vita, gli aveva fatto capire di essere arrivato dov’era per altri meriti, non per quelli professionali, e l’idea che fosse stato nominato illegittimamente e che magari qualcun altro al posto suo con più capacità e meno appeal sull’elettorato, avrebbe meritato di vincere il concorso e di essere nominato dirigente più di lui, non gli stava facendo passare una vecchiaia serena. Nonostante le spiccate doti di convincimento e l’utilizzo decennale della sua funzione pubblica per portare voti al partito di turno, lui pensava comunque di essere bravo e capace. In occasione di una sua crisi interiore aveva deciso di sottoporre le sue competenze ad un concorso pubblico, come previsto dalla Corte Costituzionale. Ma il sistema è come la mafia, quando ti accoglie e ti sfama per così tanto tempo non ti lascia andare via facilmente. E cosi, dopo la sentenza della Corte, il governo Gentiloni, due anni dopo, costretto ad adeguarsi al nuovo scenario, si decise a indire concorso pubblico da dirigente, tramite decreto interministeriale ma, oltre a permettere la partecipazione allo stesso dei vari condannati già presenti nell’ente, si era spinto addirittura ad assegnare un punteggio maggiore in sede concorsuale a coloro che Dirigenti lo erano già, facendo sì che la stragrande maggioranza del corpo dirigenziale rimanesse in carica lasciando ai partiti di maggioranza il potere di ricatto sui cittadini, di fatto consentendo la regolarizzazione dei Dirigenti “allevati in casa”. Alfonso si era deciso a fare questo concorso ma venne a sapere di questa tremenda ingiustizia, nei confronti degli aspiranti dirigenti esterni, tramite la stessa domanda di partecipazione. Si accorse infatti che il bonus di punteggio riservato ai già dirigenti e manager dell’agenzia era abnorme rispetto al resto della tabella di assegnazione: i già Dirigenti nominati dai partiti avrebbero già praticamente vinto. Il governo inoltre aveva previsto di escludere l’Agenzia delle Entrate dal perimetro della Pubblica Amministrazione, in modo tale da non dover incappare di nuovo nella stessa scocciatura del Concorso Pubblico, che ti fa perdere tempo e soldi ma soprattutto mette in pericolo il decennale sistema di pompaggio voti, nel quale Alfonso era nato e cresciuto. Lui però non ne poteva più e, nello stupore di famiglia e colleghi, decise di non barrare quella casella del bonus. Durante la giornata il Direttore passava e spassava dalla postazione di Alessandro e, vedendolo preso dai suoi scritti e concentrato sul suo PC, sentiva sempre più sollievo. E cosi, all’ennesimo caffè e all’ennesima passeggiata nei corridoi della redazione, Alessandro arrivò finalmente all’epilogo del suo racconto. Alfonso, dopo essersi recato a sostenere la prima e la seconda prova scritta e l’orale del concorso per diventare Dirigente legale, non più abusivo, si accorse che, come per magia, il suo bonus era stato comunque conteggiato nell’esito finale e, dopo vari tentativi di risalire all’origine del’errore, aveva scoperto che l’Ufficio Protocollo aveva deciso di considerare la mancata crocetta a quella voce come un mero errore di distrazione, aggiungendola d’ufficio. Era impossibile che un cittadino, che per anni aveva usufruito dei favori del sistema, se ne volesse liberare proprio ora che il sistema si stava per incancrenire per l’ennesima volta. Era impossibile estraniarsi da quel sistema che per anni ti aveva sfamato. Pensate poi a quale figuraccia avrebbero fatto il Governo, il partito e l’ente: un ex dirigente dell’agenzia decide di non avvalersi del bonus e si sottopone al concorso pubblico partendo alla pari con tutti gli altri, sia pur indietro rispetto ai colleghi. Se la notizia si fosse sparsa lui sarebbe diventato una sorta di eroe e l’Agenzia delle Entrate il centro del malaffare dell’immaginario collettivo. Il sistema non se lo poteva permettere. Alessandro si rendeva conto di aver scritto una storia simbolo dei nostri tempi che, se pur con un tentativo ribelle di un suo storico esponente, si era conclusa come era cominciata."
  12. Davide Carrozza

    Sistema Immunitario

    "Decise di concedersi una passeggiata nella bellissima, adiacente Villa Celimontana, per ordinare i pensieri ed azionare una parte del cervello -quella creativa- rimasta inoperosa per molto tempo ma, fra una panchina e l’altra, un pit-stop al caffè del parco e una passeggiata fra le foglie caduche d’autunno riuscì a partorire qualcosa di interessante e nuovo. Passava e ripassava nella mente le varie fasi della storia che aveva elaborato e, pur con la paura che al giornale lo stessero aspettando con ansia, continuò a camminare e riflettere a Villa Celimontana, in una mattinata silenziosa con il solo crepitio delle foglie d’autunno sotto le sue Clarks ad accompagnare il rumore dei suoi pensieri. Rannicchiato nel suo giubbotto di pelle elegante e scanzonato allo stesso tempo, con il capo chino, le spalle inarcate e l’andatura lenta, partorì una storia di malaffare di cui il Direttore sarebbe stato di certo contento: Alfonso è uno dei classici servi di partito della nostra epoca, ha cominciato la sua carriera da grande lecchino della DC in tempi non sospetti, tempi in cui essere tesserati al partito perennemente in maggioranza significava essere anche un osservante cristiano, e soprattutto guardare al capobastone del quartiere con grande ammirazione perché il suo innegabile potere ed influenza avrebbero garantito un posto fisso in un ente statale. In quell’ente, la velocità della scalata al potere di Alfonso verso la tanto sperata dirigenza dipendeva, dunque, strettamente dai voti che avrebbe procurato al partito. L’ente è l’agenzia delle entrate, nella quale lui entra nel lontano 1977 a soli 22 anni pur con un semplice diploma da geometra, precisamente nella Segreteria Tecnica della Direzione Centrale del reparto Accertamento, nel 1999 a soli 44 anni era già dirigente di prima fascia, voto dopo voto favore dopo favore, una vita dedicata alla sponsorizzazione di questo o quell’altro candidato passando dalla DC al PD, sopravvivendo persino alle macerie di Tangentopoli, dove nel fuggi fuggi generale, lui era rimasto lontano dai riflettori e si era solo limitato a interrompere momentaneamente le collaborazioni politiche, per poi riprenderle attivamente con l’avvento di Forza Italia, nata appunto da quelle macerie. Così, la sua vita era trascorsa fra cene elettorali e distribuzioni di favori illeciti legati ad appalti pubblici. Ad ogni tornata elettorale, elargiva favori a nome dello sponsorizzato in cambio di voti, favori da espletare attraverso le sue funzioni fiscali. La sua folgorante carriera lo aveva portato ad essere nominato dirigente in tenerissima età, avendo sempre lavorato dietro le quinte, senza mai essere salito su un palco da comizio, ma sempre giocando un ruolo fondamentale nei conteggi finali delle cabine elettorali. E mentre i suoi famigliari più prossimi e i suoi amici erano orgogliosi di lui, perché credevano si occupasse del “bene comune”, la sua carriera all’Agenzia delle Entrate proseguiva con grandissimo successo, e la sua poltrona di dirigente era sempre più salda. Alfonso era istrionico, negli anni si era trovato a suo agio con ogni fazione politica: la Dc lo aveva adottato, Forza Italia lo aveva cresciuto e i DS prima e il PD ora lo avevano reso il dirigente dalla sedia di ferro e dalle grandi capacità interpersonali. Alessandro era rientrato in redazione e aveva scritto in fretta e furia la storia dei primi vent’anni di carriera di Alfonso con dovizia di particolari ma, mentre attendeva l’uscita del disgustoso caffè della macchinetta - prima di concedersi una delle sue rarissime pause sigaretta, che più che una pausa servivano ad una riflessione - pensò che la storia dovesse dipanarsi in qualcosa di insolito, di inaspettato..che ci fosse bisogno di una profonda crisi esistenziale che portasse Alfonso in qualche modo a convertirsi, a voler cambiare vita. L’occasione arriverà per Alfonso nel 2015, quando la Corte Costituzionale dichiarerà la sua nomina a Dirigente dell’Agenzia delle Entrate illegittima, insieme a quella di altri 800 dirigenti ex funzionari, perché non passata attraverso regolare concorso, come prevede per altro la stessa Costituzione per ogni incarico pubblico dirigenziale. In ogni caso, Alfonso era stanco di dover sempre dipendere e di dover sempre dire grazie. La sentenza della Corte Costituzionale lo aveva fatto riflettere su tutta la sua vita, gli aveva fatto capire di essere arrivato dov’era per altri meriti, non per quelli professionali, e l’idea che fosse stato nominato illegittimamente e che magari qualcun altro al posto suo con più capacità e meno appeal sull’elettorato, avrebbe meritato di vincere il concorso e di essere nominato dirigente più di lui, non gli stava facendo passare una vecchiaia serena. Nonostante le spiccate doti di convincimento e l’utilizzo decennale della sua funzione pubblica per portare voti al partito di turno, lui pensava comunque di essere bravo e capace. In occasione di una sua crisi interiore aveva deciso di sottoporre le sue competenze ad un concorso pubblico, come previsto dalla Corte Costituzionale. Ma il sistema è come la mafia, quando ti accoglie e ti sfama per così tanto tempo non ti lascia andare via facilmente. E cosi, dopo la sentenza della Corte, il governo Gentiloni, due anni dopo, costretto ad adeguarsi al nuovo scenario, si decise a indire concorso pubblico da dirigente, tramite decreto interministeriale ma, oltre a permettere la partecipazione allo stesso dei vari condannati già presenti nell’ente, si era spinto addirittura ad assegnare un punteggio maggiore in sede concorsuale a coloro che Dirigenti lo erano già, facendo sì che la stragrande maggioranza del corpo dirigenziale rimanesse in carica lasciando ai partiti di maggioranza il potere di ricatto sui cittadini, di fatto consentendo la regolarizzazione dei Dirigenti “allevati in casa”. Alfonso si era deciso a fare questo concorso ma venne a sapere di questa tremenda ingiustizia, nei confronti degli aspiranti dirigenti esterni, tramite la stessa domanda di partecipazione. Si accorse infatti che il bonus di punteggio riservato ai già dirigenti e manager dell’agenzia era abnorme rispetto al resto della tabella di assegnazione: i già Dirigenti nominati dai partiti avrebbero già praticamente vinto. Il governo inoltre aveva previsto di escludere l’Agenzia delle Entrate dal perimetro della Pubblica Amministrazione, in modo tale da non dover incappare di nuovo nella stessa scocciatura del Concorso Pubblico, che ti fa perdere tempo e soldi ma soprattutto mette in pericolo il decennale sistema di pompaggio voti, nel quale Alfonso era nato e cresciuto. Lui però non ne poteva più e, nello stupore di famiglia e colleghi, decise di non barrare quella casella del bonus. Durante la giornata il Direttore passava e spassava dalla postazione di Alessandro e, vedendolo preso dai suoi scritti e concentrato sul suo PC, sentiva sempre più sollievo. E cosi, all’ennesimo caffè e all’ennesima passeggiata nei corridoi della redazione, Alessandro arrivò finalmente all’epilogo del suo racconto. Alfonso, dopo essersi recato a sostenere la prima e la seconda prova scritta e l’orale del concorso per diventare Dirigente legale, non più abusivo, si accorse che, come per magia, il suo bonus era stato comunque conteggiato nell’esito finale e, dopo vari tentativi di risalire all’origine del’errore, aveva scoperto che l’Ufficio Protocollo aveva deciso di considerare la mancata crocetta a quella voce come un mero errore di distrazione, aggiungendola d’ufficio. Era impossibile che un cittadino, che per anni aveva usufruito dei favori del sistema, se ne volesse liberare proprio ora che il sistema si stava per incancrenire per l’ennesima volta. Era impossibile estraniarsi da quel sistema che per anni ti aveva sfamato. Pensate poi a quale figuraccia avrebbero fatto il Governo, il partito e l’ente: un ex dirigente dell’agenzia decide di non avvalersi del bonus e si sottopone al concorso pubblico partendo alla pari con tutti gli altri, sia pur indietro rispetto ai colleghi. Se la notizia si fosse sparsa lui sarebbe diventato una sorta di eroe e l’Agenzia delle Entrate il centro del malaffare dell’immaginario collettivo. Il sistema non se lo poteva permettere. Alessandro si rendeva conto di aver scritto una storia simbolo dei nostri tempi che, se pur con un tentativo ribelle di un suo storico esponente, si era conclusa come era cominciata."
  13. Davide Carrozza

    Vincoli familiari

    Un turbinio di eventi, emozioni e colpi di scena. Ben scritto, ben calibrato, ogni cosa a suo posto e nessuna sbavatura. Molto forte e reale l'idea del dovere di natura familiare dal quale si vuole fuggire ma al quale si è costretti, forte il senso di ricatto morale della madre di Elena, un egoismo esistenziale del quale è facile essere vittime. Ma anche carnefici. Ho apprezzato lo stile preciso, compito. Hai fatto parlare molto gli eventi e poco le sensazioni dei personaggi. Gli eventi in effetti avevano tanto da dire e portavano con sé molte sensazioni. Il comportamento di Elena sembra molto chiaro, come lo è la tua scrittura: prova a compiacere la famiglia, schiacciata da una presunta responsabilità, ma alla fine è costretta ad arrendersi all'evolversi degli eventi. E' come se restasse aggrappata con le unghie alla sua famiglia, la sua vecchia vita; fino alla nascita di una nuova famiglia, di una nuova vita. Sarà questa la fine dei vincoli familiari? Davvero le serve necessariamente una nuova famiglia per abbandonare i vincoli della precedente? Non ho apprezzato il finale come il resto del racconto, ma forse perché non ascolto volentieri i pink floyd. Davvero tanti complimenti!
  14. Davide Carrozza

    La Rimozione

    LA RIMOZIONE Leo voleva cercare di rimuovere dal petto e dalla testa una serie di frustrazioni professionali che si erano perpetrate il giorno prima durante la riunione di dipartimento a scuola. Aveva deciso di dedicare quel giorno libero, che fortunatamente capitava il giorno seguente, all’opera di rimozione. Si badi bene, Leo, Insegnate di Lingua e Letteratura Inglese sulla quarantina, non voleva divertirsi, né rilassarsi e né riposarsi durante quel giorno libero. Aveva deciso di rimuovere, ben altra cosa. L’atto della rimozione si sarebbe svolto in varie tappe, vissute con religiosa intensità e completamente immersi. Tutte le tappe avrebbero avuto luogo in quelle 24 ore e l’atteggiamento mentale nei confronti di quella riunione sarebbe passato, dalla frustrazione e l’incredulità, al più totale distacco. Tutto sarebbe scivolato addosso, come il sudore frutto della corsetta che aveva programmato, una delle tappe dell’opera di rimozione. Le tappe erano chiare nella sua mente, nella loro scansione e nel loro ordine, ciò nonostante però, ognuna presupponeva una totale immersione, mai e poi mai ci si doveva rivolgere con la mente ad una tappa successiva o precedente. Negli anni difficili del suo divorzio, dei dissapori con il padre, e del fallimento del concorso pubblico; rispettare queste poche e semplici regole lo avevano aiutato molto. In queste occasioni, Leo metteva in atto l’estraniamento, il viaggio in una realtà parallela sopraelevata, quasi mistica, dando vita ad un meccanismo di rimozione lento e inesorabile. Intorno alle 9.30 del mattino preparò il caffè con estrema cura, era quella la prima tappa del suo “removal day”. Mentre adagiava dolcemente, con cura maniacale il caffè sulla caffettiera, sentiva rimbombare nel cervello le parole di quella riunione. Fu lì che ebbe la sua prima epifania, i “removal day” in genere ne sono colmi. Shylock del Mercante di Venezia!!. La reazione di Shylock agli insulti discriminatori del rivale Antonio sul ponte di Rialto era sempre stata quella di una “patient shrug”, letteralmente, un paziente scrollare della spalla. Ecco, se perfino Shylock, apostrofato con gli epiteti più beceri, percosso e sputato in pubblica piazza, rispondeva con le spallucce; figuriamoci se lui non potesse riuscire a scrollarsi le divergenze professionali. Si trasferì con camminata lenta, a piedi nudi, e con devozione in camera da letto e adagiò con cura la tazzina nera e fumante sul comodino, per poi costruire un appoggio per la sua spalla con i due cuscini. Mentre sorseggiava, l’unica parte del suo corpo in movimento era il suo avambraccio che a intervalli regolari portava la tazzina alla bocca. Era comodissimo, ricordò come il giorno prima, invece, si dimenava per trovare la giusta posizione su quella sedia angusta, nel tentativo di attenuare il disagio, mente ascoltava impassibile parte delle ragioni che impediscono agli adolescenti italiani di parlare fluentemente l’Inglese, differenziandoli di fatto dai loro coetanei europei. Non era d’accordo con una sola cosa detta durante quella riunione di dipartimento e proprio per questo scelse di non prendere la parola. Se lo avesse fatto, avrebbe detto che il compito di un insegnante non è quello di fare un compendio di tempi verbali divisi per unità, bensì quello di permettere ai ragazzi di “vivere” anche in Inglese, una specie di codice alternativo non solo di comunicazione..eccetera eccetera; ieri però Leo non era in vena di pseudorivoluzioni didattiche e poi era troppo stanco, non voleva fare lo spartiacque, non voleva essere preso come esempio. Inoltre, non voleva sentire domande del tipo “dove hai studiato?”, che differenza vuoi che faccia il luogo geografico in cui è ubicata la propria Università; perché nessuno gli aveva mai chiesto “Perché hai studiato?”, oppure “perché hai scelto di fare il professore?” Perché non si interroga mai nessuno sul valore sociale di questa professione? Neanche i diretti interessati. A questo punto del suo ragionamento Leo allacciava le scarpe da corsa con la solita calma e la solita cura. Per questa sessione di jogging aveva fatto un’eccezione, non avrebbe ascoltato musica, ma avrebbe usufruito del silenzio. Anche nella musica ci sono alcuni momenti di silenzio, a volte impercettibili, durano millesimi di secondo, altre volte un intero secondo, specie nei live quando si vuole sottolineare la fine della strofa e il passaggio ad un ritornello particolarmente accattivante. Leo voleva estendere quei secondi e millesimi, perché gli avevano sempre dato un senso di agio e libertà; la sua mente poi era già affollata da mille pensieri su quella riunione e non aveva spazio per recepire altre informazioni, nemmeno stimoli musicali. Grazie a quel silenzio, sentiva con chiarezza il rumore della suola sull’asfalto, scandito da passi regolari, in una falcata che si faceva lentamente sempre più intensa; il ritmo del suo respiro si amalgamava alla perfezione con il rumore dei suoi passi, ottima sostituzione della musica. Il suo volto, deciso e fiero, era rivolto in avanti, lo sguardo fisso all’orizzonte, linea perfetta di divisione fra cielo e terra, trovarsi davanti a quella linea così perfetta ed al paesaggio cosi inesorabile nel suo realismo, lo aiuta nella rimozione, che passa attraverso una lenta e graduale opera di rinsaldamento delle sue convinzioni didattiche. Leo pian piano ritrova se stesso, e quindi ritrova anche quello in cui crede e su cui ha fondato la sua carriera. Visualizzò anche i volti della riunione del giorno prima, facce ferme e decise nelle loro argomentazioni, il loro volto scolpito e rugoso, di padri e madri di famiglia. Come detto Leo non proferì parola durante quella dolorosa riunione, gli sembrava quasi che contraddirli e provare a ribaltare le loro convinzioni sarebbe stato un po’ come colpire loro e le loro famiglie, Leo era convinto che sulle loro convinzioni avessero fondato il loro status di insegnante, il quale a sua volta aveva posto le basi per lo status di marito, moglie, madre o padre. Come loro, anche Leo voleva essere quell’insegnante di cui si parla durante i pranzi di mezzogiorno o le cene delle otto di sera. Era compiaciuto all’idea che un padre potesse dire al figlio “Ricordi cosa ha detto il Professor Leo?”, o che i ragazzi si rivolgessero sorridenti ai genitori dicendo “oggi il Professor Leo ha detto che…”. Tuttavia Leo era molto diverso dai suoi colleghi, e non solo nelle metodologie didattiche, ma probabilmente nel modo di vedere il mondo. Ad esempio, aveva sempre combattuto contro quell’atteggiamento negativo e controproducente che portava i ragazzi a fare tutto ai fini della valutazione, del giudizio. Era convinto che il fatto che si sentissero costantemente sotto giudizio e che ogni loro parola, gesto, intervento o domanda contribuisse alla loro valutazione, li mettesse in condizioni di non esprimersi al meglio. Questo perché Leo immaginava i rapporti fra gli uomini senza giudizio, nemmeno parziale, nemmeno provvisorio; in cui tutti sono liberi di esprimersi liberamente senza paura di essere giudicati. Voleva che i suoi ragazzi intraprendessero conversazioni in inglese con il loro prof come si farebbe per strada in ufficio al supermercato, nella vita reale, dimenticando i rispettivi ruoli prof/studente, legati indissolubilmente al concetto di giudizio. Proseguendo la sua corsetta, Leo pensa a tutte queste cose. E’ così che comincia a vedere più chiaramente dentro sé stesso, capisce i motivi del suo sconforto del giorno prima; la tanto agognata rimozione sta avvenendo al ritmo del suo respiro e della sua falcata decisa. Leo rallenta gradualmente fino a fermarsi, appoggia le mani sulle ginocchia e inarca il busto mentre ansima soddisfatto; le gocce di sudore che calano dalla fronte gli danno soddisfazione, in quel sudore è contenuto il tormento del giorno prima che scivola via. Quando rialza lo sguardo all’orizzonte vede una donna che avanza decisa nella sua direzione, anche lei con abbigliamento tecnico da jogging, anche lei con lo sguardo dritto verso l’orizzonte, anche lei evidentemente assorta nei pensieri più profondi, o profondamente concentrata sulla corsa. Leo la osserva intensamente, gli sembra di conoscerla. Attenderà ancora qualche secondo in quella posizione prima di riprendere a camminare, vuole mettere a fuoco quel fisico e quel volto per darle un nome. A circa 50 metri di distanza finalmente quella donna ha un nome, si tratta della Professoressa Claudia Fersini, cinquant’anni, sposata, due figli, insegnante d’Inglese nella stessa scuola di Leo e ovviamente presente alla riunione del giorno prima. La professoressa Fersini era una delle più convinte sostenitrici dei metodi tradizionali. Era quella che il giorno prima teneva banco con le teorie sulla grammatica e sullo studio analitico, quella che più d’ogni altro credeva che il numero di esercizi svolti fa la differenza, e che l’Inglese sia una materia scolastica, più che una lingua straniera. Mentre la Fersini sta per incrociare la strada di Leo, lui si interroga su come approcciare la “rivale”, lo riconoscerà, si fermerà a scambiare quattro chiacchiere di cortesia, gli chiederà cosa ne pensa della riunione di ieri, lui sarà costretto a pronunciarsi. Che fare quindi in quel caso? Mantenere un profilo basso e rimanere sul vago, soffocando nella gola i suoi pensieri reali, o confessare una volta per tutte e definitivamente i disaccordi e i motivi del suo silenzio alla riunione, distruggendo il meccanismo di rimozione messo in piedi con tanta cura e devozione. Una scia di inquietudine e di sollievo lo attraversa mentre la Fersini lo raggiunge e gli passa davanti a schiena dritta senza degnarlo di uno sguardo. Il mondo della didattica tradizionale forse non lo vuole, e nemmeno impiega saluti falsi e di circostanza. La rimozione ora è completa. Domani quando Leo chiuderà la porta della sua classe sarà da solo con i suoi studenti. Tutto il resto sarà fuori dall’aula.
  15. Davide Carrozza

    Cicli

    Recensione umile e onesta sul bello bello di "Cicli" e sul brutto brutto di "Cicli". Bene! In questa Domenica atipica che a quanto pare si è inevitabilmente rivolta alla lettura, scrittura, ed altre cose belle, mi trovo a commentare il primo racconto che me ne abbia fatto venir voglia, dopo averne letti una decina circa, selezionati senza alcun criterio. , Letteralmente a random e per puro caso, mi imbatto in "Cicli", un racconto di cui adoro subito l'incipit @Ospite che mi da subito l'idea del tenore forte, forse presagisce ad un dissidio interessantissimo, qui forse si gioca con le dimensioni di senso e di spazio e l'insicurezza della loro presenza. Letto l'incipit, metto su il caffè e mi sposto dalla scrivania al divano. Finalmente ho trovato qualcosa che riesce a raccontare a parole quello che parole non ha: il vuoto. A sprazzi, a macchia di leopardo, il tuo racconto mi sembra appunto abbia fotografato distrattamente il senso di vuoto del protagonista, me lo ha fatto vedere. Per questo ti faccio i miei più vivi complimenti non senza citare il piccolo frammento che maggiormente incarna questa mia sensazione: "Era libero, ma in cuor suo sapeva che quella sensazione era destinata a svanire non appena si fosse svegliato del tutto". Il tenore onirico lascia spazio a visioni quasi cinematografiche quando il protagonista sbatte la tibia sulla mensola, vedo la scena, il gatto e le casse dello stereo, è ben descritta, mi piace, qualcosa che ha a che fare con l'ordinaria disperazione di quest'uomo. Non mi piace l'esperimento delle scatole cinesi. Per niente. Avrei voluto sapere di più su di lui, avrei voluto sapere se reagisce, se trova il suo scopo nella vita, se trova un lavoro, se trova una ragazza. Il primo pacco ricevuto mi aveva molto incuriosito, volevo sapere di più delle vicende di questo tizio e quale migliore occasione di un pacco ricevuto a mezzo posta inaspettato! WoW! Chissà cosa sarà e chi lo avrà inviato! invece no, l'inizio di un banale gioco di scatole cinesi; per me la fine del racconto. E pensare che ero passato sopra alla caratterizzazione stereotipata del disoccupato in pantofole con la voce dimessa che beve birra e frequenta donne occasionalmente. Pensavo che per una volta mi potesse piacere uno stereotipo se ben raccontato! Ma le scatole cinesi no! Mentre sorseggio il mio caffè penso, che gran peccato! @Stefano Ficagna
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