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Komorebi

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  1. Komorebi

    Mezzogiorno d’inchiostro 140 – Topic ufficiale

    Carramba! Non si può mai stare tranquilli qui nel MI! complimentissimi a @Edu e di nuovo a @caipiroska!
  2. Komorebi

    Mezzogiorno d’inchiostro 140 – Topic ufficiale

    Intanto complimentissimi a @caipiroska! Racconto apprezzatissimo. Complimenti a tutti e un grazie a chi mi ha votato (non me l’aspettavo, tipo Miss Italia).
  3. Komorebi

    [MI 140] L'estraneo

    Commento Prompt: mezzogiorno L'estraneo L’estraneo si era trasferito nella casa più isolata del villaggio, quella sul colle oltre il bosco di faggi. Non si vedeva mai in piazza, nemmeno il giorno del mercato. Secondo Astolfo, il mugnaio, era malato e per questo non scendeva mai. «Sì, ma neanche un saluto. Tu l’hai mai visto? È mai venuto a presentarsi?» «Macché» Agata la tessitrice scuoteva la testa «macché» ripeteva con quella sua bocca sdentata, buttando giù la saliva che si accumulava tra i denti. Faceva un suono aspirato e le labbra le sparivano del tutto. Come se avesse appena succhiato un limone acerbo. «Non saluta perché viene dalla città, si crede superiore.» Anastasia, la moglie del sindaco, si intratteneva con le amiche del coro. L’estraneo era il loro argomento preferito, poiché nessuna lo conosceva e tutto, quindi, si poteva immaginare di lui. «Per me è deforme e si vergogna» Aristea la bella, che nell’incendio della cappella ci aveva rimesso mezza chioma e andava in giro col riporto, si passò la mano sui capelli. «Macché deforme!» Attilia, la perpetua, camminava con l’anca sbilenca. Disegnava dei cerchi e oscillava a destra e a sinistra. Per avanzare di dieci metri ci metteva dieci minuti. «Uno snob! Ecco cos’è! Si è comprato la casa più lontana perché non vuole mescolarsi a noi altri!». «Ma no, ma no, è un bravo ragazzo.» «E tu che ne sai?» gridarono tutte le donne contro Allegra, la più ingenua. «Sempre a pensar bene, tu. Per forza vieni sempre fregata.» «Eh, cara mia, bisogna essere vispi, nella vita!» e Attilia si strizzò l’occhio, in un gesto tutto suo per indicare l’essere furbi. Gli uomini, all’inizio, non parlavano tanto dell’estraneo. Loro erano impegnati a spaccar legna e a lavorare nella miniera a nord. Lasciavano alle donne i pettegolezzi. Pian piano, però, il discorso saltava fuori. All’inizio così, come per caso, nelle serate a bere vino e a mangiare cacciagione. Poi sempre più spesso: a casa, la domenica in chiesa, durante il giorno. Seduti alla locanda, gli uomini sputavano nella tabacchiera tra un’ipotesi e l’altra. «Per me è un invertito. Viene dalla città, è per forza un invertito. Lì va di moda» diceva Adriano, che quando pascolava le capre e non c’era nessuno a vederlo trascorreva il tempo a fare ghirlande con le bocche di leone. «Macché invertito! Quello si fa le capre come te!» gli rispondeva pronto Alcibiade il beone, buttando giù il decimo boccale e suscitando l’ilarità dei compagni. «Magari è un ladro. O un assassino. È scappato dalla città perché è ricercato.» «Sì, ecco perché non si fa mai vedere, è uno schifoso ladro!» Arrigo sputò e mancò il bersaglio. Non visto, rubò la mancia che qualcuno aveva lasciato all’avventore. «Dite quello che volete, sia quel che sia» il vecchio Alderico si grattò la barba grigia, «ma da quando è arrivato al villaggio, la miniera ha smesso di produrre». «Cosa? Che dici?» «Sì, sì» gli venne in soccorso Alcibiade, che trascorreva i pochi momenti di sobrietà sdraiato sotto gli alberi e il lavoro non sapeva nemmeno come si scrivesse, «si è esaurita un’altra vena. Me l’ha detto Appicino!». «Mena sfiga, ecco cosa fa. Nessuno l’ha mai visto, nessuno ci ha mai parlato. Per me potrebbe anche essere uno stregone!» Azzurro, il cacciatore del gruppo, era anche il più istruito. Si dilettava a leggere libri per bambini. «Voglio dire, e se ci ha lanciato il malocchio? Che ne sappiamo che viene dalla città? Che ne sappiamo di quello che faceva prima?». «Già, chi lo dice che viene dalla città?» «Io l’ho sentito da Alcibiade!» «Io? Ma me l’ha detto il parroco.» Don Alessandro, che si lamentava sempre di soffrire di tappi di cerume, rispose dall’altro capo del salone. «Ehi, a me l’ha detto la Attilia. Chissà da dove l’ha saputo quella lì.» «Sapete che vi dico?» Arrigo, che dopo aver rubato la mancia si era anche fatto offrire da bere, passò tutti in rassegna con lo sguardo. «E se avesse rapito lui Tommaso?». Silenzio. Solo il fuoco nel camino. «No! Ma che dici?!» «No, dai!» «Sono accuse pesanti, queste!» «Pensateci. Tommaso è sparito due mesi fa e quando è arrivato questo qui?» «Tre mesi!» «Cinque!» «Due!» Ognuno diceva la sua, ma l’alcool e il fumo erano solidi contrafforti per i complotti e uno o due mesi di differenza contavano poco, in quel momento. Prima della fine della serata, gli uomini si convinsero che l’estraneo fosse responsabile dello svuotamento della miniera, della scomparsa del piccolo Tommaso, del minor numero di cinghiali sui monti e anche di un paio di tradimenti amorosi. Si armarono con bastoni e fiaccole, uscirono in massa dalla locanda. Fuori, nella piazza, incontrarono le donne che impugnavano coltelli. «È un mostro!» gridavano. «Ha ucciso Tommaso!». E con quella che considerarono la prova definitiva, entrambi i gruppi si mossero insieme verso il bosco di faggi. Scalarono la collina, spaventarono le bestie accucciate nelle tane, giunsero in vista della casa fatiscente dell’estraneo. «Proprio la casa di uno stregone» se non fosse stato così impegnato a odiare quell’uomo che non conosceva, Azzurro si sarebbe forse reso conto di provare una certa emozione all’idea di incontrare uno stregone in carne e ossa. Fors’anche un po’ di ammirazione. Abbatterono la porta, entrarono come un fiume che esonda. «Ridacci Tommaso!» «Vieni fuori!» «Mostro!» Lo cercarono in cucina, nel salotto, in camera da letto. Lo cercarono in mansarda e di nuovo tornarono in giardino. La casa aveva il tetto rotto, la cappa del camino otturata dalla fuliggine, la tavola senza pane, la poltrona spaccata. In quella casa non aveva mai abitato nessuno.
  4. Komorebi

    [MI 140] Gli ultimi saranno i primi

    @Macleo bella storia, divertente e ben scritta. Mi è piaciuta molto! Un saluto!
  5. Komorebi

    [MI 140] L'estraneo

    @GiuliaShumaniTutanka mentre lo scrivevo anche a me veniva in mente quella scena! XD
  6. Komorebi

    [MI 140] L'estraneo

    @Garrula così
  7. Komorebi

    [MI 140] L'estraneo

    @Macleo grazie del passaggio! Forse un “si diceva” all’inizio può servire!
  8. Komorebi

    [MI 140] Una mongolfiera per te

    @fkafka uffa. Mi sono commosso.
  9. Komorebi

    [MI 140] Jili

    @mina99 sarò contento di leggerla! XD
  10. Komorebi

    Mezzogiorno d’inchiostro 140 – Topic ufficiale

    [MI 140] L'estraneo Prompt: mezzogiorno
  11. Komorebi

    [MI 140] Jili

    @mina99 il primo commento che mi viene da fare è: e poi? Come continua? La storia è l’incipit di un romanzo per ragazzi dai toni cupi, forse troppo per un romanzo per ragazzi. Devi pensare al target cui desideri rivolgere la tua storia. L’inizio, per esempio, con quell’insistenza sul sangue e i bambini che ne emergono è forse un po’ eccessivo, specie se confrontato col resto del testo, molto più lieve nelle descrizioni e più frizzante (avventura fuori dal muro, magia, telepatia, protagonista misteriosa). Insomma, i criteri per farne un libro per ragazzi ci sono tutti, ma l’inizio resta un po’ eccessivo. Spingi troppo sull’acceleratore del dark. Prova a cercare informazioni sui miti e le tradizioni della rinascita, se oltre il sangue c’è qualcos’altro che possa simboleggiare la resurrezione nell’aldilà. Anche la parola ‘Inferno’ è eccessiva: fa pensare ai diavoli, alla dannazione eterna, la sofferenza. Qui non mi sembra si soffra (anche se mancano descrizioni in proposito). La storia, dunque, è fatta per essere parte di un’opera più vasta (e chissà che non lo sia già), così con me è difficile da valutare e dà la sensazione di essere incompleta. Dai ampio spazio alla porzione iniziale, col risveglio di Jili, mentre tagli corto nel raccontare il punto di vista del protagonista maschile, che liquidi con una descrizione sommaria di quello che, sostanzialmente, è lo scopo della sua vita (o, per dirla in termini metaletterari, il motivo per cui l’hai creato e messo nella storia). Anche la rivelazione dell’origine di Jili (sentinelese), che dovrebbe essere qualcosa di significativo, finisce per passare in secondo piano. Che senso ha che sia sentinelese? Prima di leggerti non sapevo nemmeno che esistesse come parola XD Infine, lo stile: a volte traballa un po’, all’inizio tendi a essere troppo prolisso e dettagliato, finendo per usare immagini non immediatamente visualizzabili da parte del lettore come ‘la riva era trafficata’. Nella seconda parte sei più rapido, ma nel discorso diretto questa minore precisione si fa sentire e si fa fatica a capire chi dei due, se la voce della telepate o Jili, stia parlando. Riassunto: mi è piaciuto, ma non come storia breve. Mi è piaciuto per le potenzialità di romanzo per ragazzi che possiede. Lo stile, però, è da sistemare. Un saluto!
  12. Komorebi

    Il ragazzo dagli occhi di vetro

    Commento Il ragazzo dagli occhi di vetro Capelli ricci, castano chiaro. Li ha corti sui lati e un po’ più lunghi al centro. Gli vengono in avanti e gli coprono la fronte, forse per nascondere una stempiatura. Non dovrebbe vergognarsene, ha il viso così bello. La sua pelle è chiara, le guance e il mento lisci. Ha quel tipo di carnagione su cui non cresce barba, dove i peli sono biondi e morbidi. Ha gli occhi verdi, sembrano vetro levigato dal mare. Veste bene, una camicia bianca sbottonata nei due passanti sotto il collo. Provo a spostarmi sul sedile del treno per spiargli il petto al di sotto. Scorgo soltanto un’ombra di pelle chiara, le pieghe della camicia mi impediscono di curiosare di più. È magro, avrà la mia età o poco meno. È difficile da capire, i ragazzi come lui, così chiari di pelle e coi capelli ricciolini, sembrano ventenni fino ai trentacinque anni. Lo guardo da due posti di distanza, da sopra la costa del libro. Ha gli auricolari, ascolta la musica. Quasi di sicuro ascolta musica pop, ipercommerciale, di quelle canzoni spazzatura fatte solo di ritornello. Non so perché, ma ne sono certo. E secondo me gli piace anche tantissimo. Sorrido, una parte di me spera che lui alzi lo sguardo in questo momento e mi veda sorridere, mi sorrida a sua volta. Cerco di catturarne l’attenzione, ma con disinvoltura, come per caso. Chissà, forse mentre abbasso gli occhi sul libro è lui a squadrare me, a studiarmi. Se gli piacessi, però, per come lo sto fissando, probabilmente i nostri sguardi si sarebbero già incrociati. Nove a dieci che non gli interesso. Ha dei calzini orribili, verde evidenziatore. Forse li ha messi perché pensa che richiamino i suoi occhi, in realtà fanno schifo e basta, qualcuno dovrebbe dirglielo. È elegante in tutto, tranne che nei calzini e nelle scarpe. Ha addosso un paio di sneakers bianche, sporche come il pavimento di una palestra. La destra è rotta sul bordo laterale. Si vede il calzino verde che spunta. Sarebbe bello togliergli le scarpe e quei calzini orribili. Sarebbe la prima cosa che gli toglierei, se fossimo in camera da letto. Lo lascerei a piedi nudi. Deve avere dei piedi bianchissimi. Scommetto che ha il secondo dito più lungo dell’alluce. Tiene le gambe accavallate all’europea. I jeans gli disegnano la forma delle cosce e del gluteo sollevato. Provo a capire se mi piace il suo sedere, se le gambe sono abbastanza tornite, come piacciono a me. Seguo il contorno del suo corpo, torno a desiderare di vedergli il petto. Mi muovo un poco sul sedile, sposto il libro. Lui guarda fuori dal finestrino, perso nella musica. Sul posto accanto ha un taccuino bordeaux, un libro nero e una penna. Sono oggetti anonimi, e anche i suoi vestiti sono anonimi, eleganti ma insignificanti, tranne che per le scarpe e quelle orribili calze. Sembra un assicuratore, un bancario, un qualunque impiegato che ricopra un ruolo di responsabilità. È il classico ragazzino che cerca di sembrare più grande con gli abiti che indossa, che svolge una professione per cui l’essere troppo giovani sia sinonimo di imperizia. Gli occhi sono lontani, restano fissi sul paesaggio che scorre fuori dal finestrino senza davvero vederlo. È abituato al tragitto, è da molto che fa il pendolare. Ha un’aria stanca, malinconica. Forse non gli piace il lavoro che fa, o è annoiato dal viaggio. O magari si è appena lasciato con la ragazza, o ha problemi con lei. Mi domando se non viva coi genitori. Ha l’aria di un ragazzo che conviva ancora con la madre, che ne è un po’ il cocco. Si vede da come è ben stirata la camicia, dalla cura in generale nell’aspetto. Probabilmente il padre non c’è più, o è morto o se ne è andato. Lui è figlio unico, aiuta la madre e vive con lei, le tiene compagnia quando rincasa in treno dal lavoro. Non ha il tempo né la voglia di vedersi con gli amici, non sembra uno che si trovi a suo agio in mezzo alla gente. Quello sguardo così remoto, opaco, è lo sguardo di un pensatore, di chi si estrania quando è insieme ad altra gente. Me lo immagino a ritirarsi come un granchio sotto la sabbia la sera, attorno a un tavolo di un bar a bere birra, con gli amici che raccontano battute che a lui non fanno ridere e aneddoti di cui a lui non interessa niente. Sta nascosto ma, per gentilezza, ascolta. Non ha piacere a uscire con gli altri, preferirebbe risparmiare quei pochi soldi per dell’altro, ma è educato e si impegna a mantenere i rapporti con i vecchi compagni delle superiori. Mentre è lì con loro, però, riflette sul lavoro che avrebbe voluto fare, sui sogni cui ha rinunciato. Ha programmato già tutto, sa che terrà questo impiego che lo costringe a una vita da pendolare solo per altri due anni, fino a che non avrà concluso il corso che sta facendo o guadagnato abbastanza. Una volta ottenuta la licenza, si dedicherà a quello che davvero ama. Un ragazzo così, forse, non ha tempo per le relazioni. Non guarda me come non guarda la ragazza seduta di fronte a lui. Eppure vorrei tanto renderlo allegro, vederlo sorridere. Quegli occhi devono essere tanto dolci, se solo ridessero. Staremmo bene insieme. Gli toglierei quella tristezza che si porta addosso come lenti a contatto. Visto che è su questo treno, non abitiamo nemmeno troppo distanti. Se solo incrociasse il mio sguardo proverei a sorridergli, stringerei amicizia con lui. E la sua pelle deve essere così morbida. Il treno si ferma, aspetto un istante sperando che scenda con me. Rimane invece seduto, a guardare fuori dal finestrino con gli auricolari a isolarlo dal resto del mondo. Scendo, mi avvio lungo la banchina diretto alle scale del sottopasso. Lui è al di là del vetro, mezzo metro più in alto di me, seduto al suo posto. Lo vedo a malapena attraverso il finestrino oscurato. Lui fissa il vuoto, con quegli occhi opachi di vetro. Scendo nel sottopassaggio e vado al lavoro.
  13. Komorebi

    Il ragazzo dagli occhi di vetro

    @Spidocchiatore ciao e grazie per il commento. Intanto, grazie alla tua risposta, ho realizzato di aver commesso un errore: avrei voluto che il sesso della voce narrante restasse ambiguo, ma mi sono accorto di essermi tradito. in secondo luogo, tutto ciò che la voce narrante pensa, lo immagina solo. Non pedina a casa il ragazzo e non ha la palla di cristallo. Terzo, mi piace la tua interpretazione, sei liberissimo di leggere il racconto come preferisci. Era mia intenzione tratteggiare un personaggio che destasse questa ambiguità con lo stalking senza però esserlo totalmente. Un saluto!
  14. Komorebi

    Le regole della casa - rivisitato dal MI 136

    Commento Le regole della casa Gliene avevano parlato a voce bassa, in gran segreto, con gli occhi mesti e vergognosi. Già si pentivano di averglielo rivelato, di aver condiviso con un altro un segreto che poco prima era stato loro soltanto. Gli avevano raccomandato le regole e messo in guardia. Lui ci era già stato, conosceva la strada, ma non era mai entrato. Il sentiero che dalla spiaggia risaliva la scogliera di palme e pini marittimi lo faceva inciampare, era stretto e in più punti scavato in una V profonda, dove il piede entrava solo di sbieco. Si aiutava col bastone e con le mani, afferrando le ripe di quella voragine e incespicando in avanti, ora su una sponda ora sull’altra, fino a sentirsi abbastanza sicuro da potersi alzarsi senza cadere. Aveva percorso quella strada altre due volte. Solo in un’occasione aveva incrociato un altro uomo, uno della sua età, che appena lo aveva visto era arrossito come se la faccia fosse stata sul punto di scoppiargli, il cappello calcato sulla fronte. La villa era interamente in legno, mimetizzata nella macchia. Non un lume a indicare l’ingresso. Sulle finestre dai vetri oscurati erano tirate tende rosse. L’uomo restò a guardare a lungo la porta spessa, anonima, senza far niente. Sarebbe rimasto lì almeno un’ora, probabilmente, con la scusa di dover riprendere fiato, se il cielo non avesse tuonato, al di sopra della fitta rete di rami e fronde lussureggianti, spronandolo ad avvicinarsi. Ancora ansante, bussò alla porta. Si toccò la tasca della giacca per assicurarsi che ci fosse ancora. Per un attimo aveva temuto di averla smarrita durante la salita. I suoi amici gli avevano detto di non farlo, di lasciar perdere. Di andare lì senza niente, che era vietato. Altri posti permettevano quelle cose, ma non lì, non in quella casa. La signora che lo ricevette era bassa e sottile, col viso rigido e i capelli nerissimi. Lo accolse con un breve inchino, un segno di deferenza che per nulla rispecchiava l’espressione altera dei suoi occhi e della bocca serrata. Gli disse di entrare. «Anni?» «Sessantasette.» Grugnì soddisfatta. Dovevi aver superato una certa età per godere dei servizi della casa, questo l’uomo lo sapeva. Si trattava di una sorta di precauzione, così dicevano le regole. «Quanto tempo?» «Dipende quanto costa.» «È la prima volta?» Le domande della donna erano taglienti quanto lo sguardo. All’uomo non sfuggì che non gli ebbe chiesto né il nome né un documento. Strinse la tasca della giacca. «Sì.» Lei lo squadrò di nuovo. Gli elencò le regole, nello stesso ordine e con la medesima prosodia annoiata con cui le aveva già sentite da altri. «Un’ora cinquanta. Otto ore trecento. Se vuole intrattenersi per la notte sono cinquanta euro in più a ora.» «Un’ora basterà.» «Maschi o femmine?» La guardò senza capire, poi scosse la testa, lievemente offeso. «Femmine, ovvio.» La donna non diede segno di aver colto il fastidio. O comunque non diede importanza alla questione. Gli consegnò le chiavi della stanza 7 e spiegò come raggiungerla. «Quando sarà finito il tempo, lasci i soldi sul comodino e se ne vada. Non c’è bisogno che torni da me.» Annuì e salì le scale. Inserì la chiave nella toppa. Girò senza problemi. La ragazza era già sul letto, lo aspettava sdraiata e si sollevò su un gomito quando lo sentì entrare. Indossava una vestaglia bianca, un paio di pantaloni morbidi e una canottiera bianca. Avrà avuto venticinque anni al massimo, capelli neri e lunghi, un viso a forma di cuore. I suoi piedi nudi erano piccoli e giocavano sulle coperte. «Accomodati» gli fece segno di prendere posto sul letto. L’uomo zoppicò fino alla sponda, sedette. Il cuore gli batteva più forte di quando aveva percorso il sentiero, il fiato mancava allo stesso modo. «Lascia che ti aiuti.» Scivolò dal letto con la morbidezza di un felino, si inginocchiò di fronte a lui. Gli sfilò scarpe e calze. L’uomo si vergognò dei propri piedi dalle unghie ritorte, le dita ingobbite che giocavano tra loro la cavallina. La ragazza, però, non diede segno di impressionarsi. Gli accarezzò le caviglie e massaggiò i piedi deformi. Alzandosi di nuovo, gli tolse la giacca. «Sdraiati e non fare niente.» L’uomo, di nuovo, ubbidì. Lei lo scavalcò con grazia. I suoi fianchi erano piccoli, disegnavano due S italiche sul confine del ventre. Il seno era piccolo. L’uomo se ne accorse nel momento in cui lei gli passò sopra e i capezzoli premevano direttamente contro la canottiera. La donna si sdraiò, lo cinse con le braccia. «Come vuoi che ti chiami?» e poi, prima che potesse risponderle, «è la prima volta che vieni qui?». L’uomo annuì. Gli avevano spiegato le regole, la donna affilata come un coltello del piano di sotto gliele aveva ribadite. Lui era venuto in quel posto con l’intento di infrangerle, si era procurato il necessario per riuscirci, magari un’ultima volta, perché sapeva che quelle donne erano pure, erano splendide. Eppure, trovandosi lì vicino quella creatura, tutto sembrò svanire, perdere d’importanza. «Raccontami di te, se vuoi. Oppure possiamo stare qui, a riposare in silenzio abbracciati.» Così vicino ne sentiva l’odore fresco, di camomilla e ammorbidente. Gli ricordò l’infanzia, il bucato appena steso da sua madre. Lo disse ad alta voce, senza davvero volerlo, e subito si pentì perché la sua voce arrochita gli parve così brutta, rispetto a quella delicata della fanciulla. «Davvero? Nessuno me l’aveva mai detto!» rise. L’uomo la guardò e seppe subito che non stava fingendo. Quella ragazza doveva aver avuto decine di clienti vecchi come lui, se non ancora più anziani, eppure lo guardava con la gioia e l’affetto di un’amante. Gli strinse la mano. Le sue dita sottili erano calde e buone. L’uomo si rilassò, parlò di sé, della vecchiaia, di quanto fosse difficile essere soli, non avere nessuno. Parlò delle donne che aveva avuto, di sua moglie che lo aveva lasciato. Parlò e parlò e, parlando, si scordò di dove si trovasse e del lavoro che quella ragazza faceva per mantenersi. Parlò a lei come a un’amica, una nipote, qualcuno che ti ama senza volere nulla in cambio, senza dover nulla in cambio. Si sentì al sicuro e al caldo, teneramente abbracciato da un altro corpo, un essere umano che lo sorreggeva con affetto. E per un attimo scordò la pastiglia che aveva inghiottito senz’acqua, prima di entrare in quella stanza, mentre saliva le scale. Scordò il proprio intento, o volle scordarsene, e pensò che in fondo sarebbe stato bello restare così, solo abbracciati, proprio come le regole esigevano. E poi lei lo respinse con un calcio. Lui rotolò dal letto, i pantaloni ridicolamente gonfi. Quella maledetta pastiglia. Cadde a terra sbattendo schiena e denti, tremando per il freddo improvviso. Alzò lo sguardo su di lei che troneggiava ritta sul materasso, gli occhi di fuoco, disgustata. «Se ne vada» una sferzata. «Non posso darle ciò che cerca. Le avrei concesso amore, ma non è ciò che desidera. Se vuole altro, se lo prenda altrove». L’uomo balbettò delle scuse, confuso, impacciato. Faceva freddo fuori da quel letto. Si rivestì, a fatica infilò le scarpe. I suoi piedi gonfi si ribellavano a tornare al chiuso. Fu indeciso se lasciare i soldi sul comodino, o se quel gesto sarebbe stato visto come un’ulteriore offesa. Fece cenno di estrarre il portafogli. «Se ne vada, ho detto. Non abbiamo bisogno dei suoi soldi.» A testa bassa uscì, scese le scale. Dalla reception, la donna-coltello lo squadrò per un attimo e comprese ogni cosa. «Non si faccia più vedere» disse, «lei ha trasgredito la prima regola. Non è il sesso il servizio che la casa offre». L’uomo mormorò delle scuse, la donna non lo stette nemmeno a sentire. Uscì da dove era entrato. Fuori dalla villa pioveva, l’acqua scrosciava sulle fronde delle palme e dei pini marittimi. Il sentiero era un torrente di fango. Provò a scendere, ma scivolò quasi subito e cadde. Faceva freddo ed era buio. E più nessuno lo avrebbe abbracciato.
  15. Komorebi

    La Salamandra

    In generale, in queste frasi si sente l'assenza di virgole. La seconda, in particolare, è troppo lunga per leggerla tutta d'un fiato. Alcune precisazioni sono inutili (vedi quelle in grassetto). Attento: nelle prime due righe del racconto il punto di vista è di Valeria, qui invece il punto di vista è di Michele. Il passaggio avviene troppo rapidamente e in troppo poco tempo. Mantieni lo stesso punto di vista. Fa un po' troppo canto amebeo, botta e risposta tra due voci statiche. Che ne dici di: Michele gettò un'occhiata all'orologio. <<sì, lo so>> Valeria si appoggiò al tavolo con quel suo sedere perfetto <<è tardi>> Lui sollevò le sopracciglia, lei scosse la testa. <<eh, ho dovuto prendere l'autobus. Il pullman non passava>> (che poi, in che senso? Autobus e pullman non sono sinonimi? Qui sono intesi come mezzi di trasporto differenti?). Insomma, mentre i personaggi parlano, falli agire. La descrizione di prima di Michele che regge la moka è troppo statica, così come il dialogo manca di dinamismo. Metti insieme le due cose e fai muovere i personaggi durante il dialogo. Ognuno di noi quando parla si gratta, si siede, si stiracchia, lascia spaziare lo sguardo ecc... Ma quindi è tornata in autobus o a piedi? Precisazione superflua (appesantisce la frase). Si dice? L'ho sempre chiamato rubinetto Lo hai spiegato righe più sopra che è caduta la polvere di caffé (e, tra l'altro, anche 'polvere di caffé' è una precisazione superflua, perché basterebbe dire 'caffé', visto che Michele lo sta ancora preparando), non c'è bisogno di ripeterlo. Attento: qui è la seconda volta in poche righe che ripeti 'nervosamente'. Anche qui, puoi considerarlo superfluo. Valeria è nervosa, lo vediamo da come si comporta, non c'è bisogno che usi l'avverbio per spiegarlo. Anche qui, frase troppo lunga. Puoi sostituirla con: la seguì sull'uscio. Cominciava a spazientirsi. Ok, la precisazione 'Valeria' è davvero superflua. Ci sono due personaggi ed è chiaro che a pensare sia Michele. La seconda frase, invece, immagino fosse in corsivo nell'originale (altrimenti non riesco a spiegarla). Tutti, quando guardano il caffé, controllano 'se sia salito'. Nessuno controlla 'che sia affiorato dal serbatoio'. Lo sai, vero? Intendiamoci: sono il primo che dice che nella scrittura il dettaglio sia fondamentale e che attraverso i dettagli si renda verosimile un testo e si permetta al lettore di immedesimarsi. Qui, però, le precisazioni si concentrano su dettagli superflui, del tutto inutili per il cuore della storia. Inoltre, appesantiscono le frasi. Capisco che tu, come autore, voglia trasmettere al lettore esattamente tutto ciò che hai immaginato, ma un eccessivo controllo sulla storia, rischia di annoiare il lettore, soffocandolo con troppe precisazioni. Insomma, devi distinguere due tipi di dettagli: - Quelli di cui il lettore ha bisogno per immedesimarsi e per capire cosa stia succedendo - Quelli che aggiungi perché tu immagini così la storia e vuoi che il lettore veda ciò che tu veda Dei due, solo i primi sono importanti. Per esempio, quando descrivi di come l'abito cada su Valeria e ne disegni le forme del corpo, quelli sono dettagli utili: descrivi il pensiero di Michele, quello che gli piace di Valeria, quello su cui si concentra la sua attenzione. Quando dici che Michele usa le proprie mani per prendere il caffè, è un dettaglio inutile. Alcuni punti, come quello che segue, diventano quasi ridicoli per l'ossessività di descrizione puntigliosa che metti: Questo non va bene: qui, in poche righe, liquidi quello che sembra essere il cuore del racconto. Qui, praticamente alla fine della storia, spieghi cosa abbia fatto davvero arrabbiare Valeria, cosa Michele apprezzi più della compagna, quale sia la paura di Michele e quale la sua risoluzione per superare il problema. Il tutto accade in poche righe, rapidamente, con allusioni che (qua sì) avrebbero giovato di maggiore particolari per essere comprese dal lettore e non restare indistinte. Per intenderci: mi racconti che il tavolo nella cucina di Michele è di granito e non mi dici quale sia ' la cosa di cui Michele deve parlare col capo e da cui dipende il suo futuro assieme a Valeria'? Nessuno ti obbliga a raccontare tutto per filo e per segno, se non vuoi, e va bene lasciare un po' di mistero, ma almeno un dettaglio per non lasciare nel vago questo argomento devi concederlo al lettore. Frasi come: 'non poteva più rimandare. Lo doveva fare. Per se stesso e per Valeria. Per il loro futuro insieme' suonano false, se non dai al lettore delle spiegazioni in proposito. Sono frasi vuote, da film. E' più vero il tavolo di granito, il caffé caramellato, Valeria che si incazza e si chiude in bagno, che questa frase. Eppure qua c'è tutto il motivo del racconto. @nescio come puoi vedere ti ho fatto non le pulci, di più. Spero di esserti stato utile e di non averti offeso in alcun modo. Se l'ho fatto, non era mia intenzione. Un saluto e a rileggerci!
  16. Komorebi

    [MI 137] Come insegnare a una donna a giocare a scacchi

    @Ton piaciuto molto, ma su alcune cose mi trovo d'accordo con @Ottimo Massimo , asciugherei di più la prima parte di alcuni incisi e dettagli. Per quanto i dettagli siano per me fondamentali per creare verosimiglianza in un racconto e permettere al lettore di avere ben chiaro cosa accada, il primo 'capitolo' è un po' troppo prolisso. Viceversa, mi concentrerei di più sul rapporto col fratello. Si intuisce la sottile ostilità tra i due, ma è come se questa avesse avuto bisogno di più spazio per essere pienamente espressa. Niente da dire sulla seconda parte, maggiormente organica e coerente. Detto in altri termini: la prima parte mi è sembrata un preambolo, una presentazione dei singoli personaggi, che sarebbero comparsi poi nella seconda parte. Il giudizio rimane comunque molto positivo, il testo mi è piaciuto. Saluti!
  17. Komorebi

    Quella paura fottuta

    Commento Quella paura fottuta «Guardi, il problema è nato dal nulla, davvero. È che non riesco a prendere l’aereo. Ma io devo prenderlo, cazzo. Come ci arrivo da lei, se non riesco a salire sull’aereo? E mi dà fastidio perché questa paura non l’ho mai avuta prima in vita mia. Ho preso decine di aerei e non mi è mai successo niente. E adesso, invece, sono pieno di paranoie del cazzo. E se poi cade? E se dovesse precipitare e io morissi? Mi sono sempre domandato se i cadaveri negli aerei li trovano ai loro posti, tutti composti ma sciolti e bruciati, tipo esercito di terracotta, o se i corpi sono scomposti e fatti a pezzi. Che schifo. E poi trovo disgustosa l’idea dei corpi bruciati perché si vedono i denti e il teschio sotto la pelle. Mi fa senso pensare a quei corpi neri coi denti di fuori tipo ghigno. Ecco, lo vede? Come faccio a prendere l’aereo con questi pensieri?» L’analista non parla, non parla quasi mai. Aspetta. «Non so da dove sia cominciata questa paura. Credo si tratti di tutte le notizie che in questi giorni hanno preso a essere trasmesse, a quello che dicono i telegiornali, intendo. Ha notato come ultimamente vadano di moda i disastri aerei? Io non ho mai avuto paura di volare, l’ho fatto spesso per lavoro, ma adesso proprio non ce la faccio. Ho una paura fottuta, tipo che me la faccio addosso anche solo a pensare di arrivare al cazzo di check-in. Mi vedo quella faccia pallida e sorridente da stronza della hostess o come cazzo si chiama la tipa che fa l’imbarco – sempre una tipa, tra l’altro, come se dovesse piacermi di più prendere un fottuto aereo se a timbrarmi il biglietto è una stangona in minigonna, come se dovessero convincermi a comprarlo, quel loro fottutissimo aereo. Be’, insomma, mi vedo la faccia cadaverica di questa tipa dal sorriso perfetto e mi viene voglia di prenderla a pugni. Probabilmente se non guarisco succederà così: arrivo in aeroporto, mi piscio addosso mentre sono in coda al check-in e quando sono di fronte alla spilungona che sorride, SBAM! Un pugno in faccia.» Sospiro. L’analista si decide a parlare. «E lei mi diceva che non si tratta di una paura nota. Con tutti gli altri aerei non c’è mai stata. Con questo aereo, questo in particolare, che lei deve assolutamente prendere, invece, la paura è comparsa.» «Sì, cazzo. Proprio adesso, tra l’altro. Vede, la mamma è morta un giorno fa. Ieri, non ‘un giorno fa’. Che cazzo di modo è di parlare? Comunque, è morta ieri. Era già malata, sapevo che sarebbe stata solo questione di giorni, ormai. Mi arrivavano notizie, ultimamente, delle sue condizioni che si andavano aggravando. Era, come si dice, sospesa, no? Tra la vita e la morte da diverse settimane. E poi le sue condizioni sono precipitate. Be’, dopodomani è il funerale e domani dovrei prendere quel fottuto aereo per raggiungerla. E devo andarci, non posso tirarmi indietro. Ha idea di cosa direbbero i parenti se proprio io non ci fossi? Non posso annullare la cosa. Non posso, eppure… ecco… non riesco.» «Lei teme che questa sua paura improvvisa e che non riesce a spiegarsi le impedisca di presenziare al funerale di sua madre. Ha paura, se ho ben capito, che non riuscirà a vincere questo impedimento che sente, e quindi non andrà da sua madre.» «Sì, e non capisco come mai. Perché mi è venuta questa paura d’un tratto? Cos’è che mi blocca? Io amo mia madre, non posso farle questo. Non posso lasciarla sola al funerale.» «Il fatto di non andare equivarrebbe per lei a un abbandonarla.» «Lei mi amava. Di noi tre fratelli, ero io il suo preferito. Me lo aveva detto una volta, a bassa voce per non farsi sentire da Ortis e Ale. Io sono sempre stato il suo preferito. Come posso non andare da lei?» Di nuovo, sta zitto. Ripenso alle sue parole, forse c’è qualcosa che ha cercato di far emergere da dentro di me ma che non ho saputo cogliere. «Lei c’era sempre per me. E io forse non ci sono sempre stato per lei. Forse è questo che mi dispiace di più, ecco. Lei… non so se gliel’ho mai descritta. Lei era una donnina magra, piccola. Sembrava che solo stringendola avresti potuto romperla. Come un bicchiere di vetro. Dava l’idea di fragilità. Era la Fragilità, ecco. Ha presente le cose fragili? Sono oggetti secondo me dotati di una certa, come dire? Fierezza. Tutto ciò che è fragile è fiero. È come se percepisse di potersi rompere da un momento all’altro, che le sue particelle potrebbero scomporsi in un battito di ciglia. E allora fa tutto, usa tutte le sue energie per tenersi insieme, resistere. Ecco, è questa la fierezza. Lei, mia madre, aveva la pelle incartapecorita da tutto il sole che aveva preso, la schiena curva per gli anni di lavoro a sistemare letti negli alberghi, pulire stanze, sgobbare solo per riuscire a mantenerci, a non farci mai mancare niente. Lei ci ha cresciuti molto più che nostro padre. Nostro padre portava i soldi a casa, giocava con noi a fare la lotta, ma appena siamo diventati adolescenti non ha più avuto interesse per noi. Era come se, per garantirci la nostra indipendenza, lui si fosse del tutto tirato indietro. Nostra madre no. Mia… nostra madre ci trattava da bambini anche quando eravamo adolescenti. E all’epoca questa cosa mi dava sui nervi, apprezzavo di più il disinteresse virile di mio padre. Ma ora ricordo l’affetto che ci ha sempre mostrato, la vicinanza, l’amore costante…» E l’analista zitto. Attende paziente. «Ripenso a lei e vedo il suo sorriso. Questo sorriso storto, coi denti giallognoli, ma che comunque risaltava sulla pelle bruciata dal sole. Lei si vergognava del suo sorriso, ma io lo trovavo così bello, così sincero. Io… io le volevo bene. Le volevo tanto bene.» «Ha parlato di amore. L’amore che si prova per chi ci ha cresciuto e per chi c’è sempre stato, coi suoi difetti e i suoi pregi.» «Sì, e di difetti ne aveva tanti… ma in fondo era mia madre. E io le ho sempre voluto bene. Forse non gliel’ho mai detto abbastanza. Forse lei si è dimenticata quanto le volessi bene. Sa, dall’adolescenza in avanti si smettono di dire certe cose alle madri. Ed era passato molto tempo da quando sono andato a trovarla l’ultima volta. Non ero lì quando è morta. Io non c’ero. Lei c’è sempre stata per me e io…» Cominciano a scendere le lacrime. Qualcosa si è smosso. L’analista non mi porge i fazzoletti, non si muove sulla sua sedia. Con voce chiara e calda, specifica: «Mostra dei sensi di colpa, una paura di tornare da lei». «Sì. Ho paura di sentirmi un mostro per averla abbandonata. Cioè, so di non averla abbandonata, non letteralmente, però… Io non c’ero quando è morta, capisce? Non c’ero quando è stata male! Come faccio a tornare da lei? Con che coraggio mi presento al suo funerale? È il funerale di mia madre, cazzo! Il funerale di mia madre! Lei non ci sarà più! L’ho perduta per sempre, per sempre! Dove trovo il coraggio di andare da lei?» «La paura che mi sta descrivendo, se comprendo bene, è la paura di trovarsi di fronte a delle accuse che lei rivolge a se stesso. E questa paura è rafforzata dalla tristezza del suo lutto.» «Io ho paura di guardare quel corpo piccolo, fragile, compatto e immobile nella bara della camera ardente. E ho paura perché non rivedrò più quel sorriso così brutto e così splendido che lei aveva. Ho paura di dimenticarla. Ho paura di non essere stato abbastanza per lei. Di non averla ripagata di tutto l’amore.» Lui non parla. Resto solo coi miei pensieri e penso a mia madre. Sospiro. «Mia madre è morta, ma resterà sempre mia madre. Al funerale la stringerò a me un’ultima volta.» «Le faccio le mie condoglianze per il suo lutto. Se dovessero esserci problemi, mi faccia sapere se ha difficoltà a venire al prossimo incontro. O se preferisce prendersi del tempo per sé.» «No, no. Credo che verrò. La ringrazio.» «Si prenda il suo tempo e ci rifletta. Un lutto ha bisogno di tempo per essere, come si dice in gergo, metabolizzato. Non abbia fretta. Ne potremo parlare ancora, se ne sentirà il bisogno.» «D’accordo. Ora mi scusi ma devo andare. Devo prepararmi per il viaggio.» «Arrivederci.» «Arrivederci.»
  18. Komorebi

    Quella paura fottuta

    @Roy e @calamostro grazie sincero per i vostri commenti. Mi trovo d’accordo: il finale epifanico arriva troppo rapidamente, un po’ complice la mia fretta, un po’ il limite di caratteri.
  19. Komorebi

    La conversazione

    Nei racconti amo i dettagli, penso che siano quelli che diano spessore alle storie. Specificami che tipo di vodka è, il nome, la marca, la nazionalità. Fammi calare nell'ambientazione. Questo vale anche per tutto il resto del testo: più dettagli ci sono, meglio è. Non ho capito il 'quanto'. I baffi sono pesanti? Non folti? E' davvero il protagonista che parla o si tratta dell'autore? Se è il protagonista, questo dettaglio deve avere un qualche seguito nel testo, altrimenti è da togliere in quanto informazione superflua. @Domenico S. come hai notato, ti ho segnalato piccole cose, nessun 'errore' macroscopico, solo impressioni soggettive. La storia mi è piaciuta molto, coi dialoghi riesci a creare molto bene l'immagine del vice-questore e a farmelo figurare in testa. Restano un po' ai margini il giornalista e il fotografo, forse meriterebbero un poco più di spazio. La storia è condotta egregiamente, ricca di sott'intesi che però sono ben chiari al lettore. A volte ho avuto l'impressione che il giornalista parlasse troppo, come quando specifica (e non c'è bisogno) che i bossoli del fucile siano gli stessi. Però si tratta di piccoli dettagli, niente di che. Ci sono due note negative, a mio avviso. Il vice-questore la tira un po' troppo per le lunghe. Soprattutto nella prima parte, si ha l'impressione che divaghi eccessivamente. Io, lettore impaziente e frettoloso, voglio subito capire dove voglia andare a parare e di cosa mi stia parlando il testo. Un minimo di frustrazione è giusto, serve a creare tensione, ma troppa mi spazientisce. Secondo me con questo racconto sei arrivato giusto al limite, in alcuni casi hai rischiato di eccedere e prendere troppo la tangente, ma poi hai saputo tornare in carreggiata nella seconda parte e nello svelamento finale, arrivando più rapidamente al punto e senza tergiversare troppo. La seconda nota negativa, più della precedente, è che il finale sia prevedibile. Metti troppo vicine tra loro le notizie per cui il vice-questore sia certo di non finire in prigione e il fatto che prenda in mano il fucile. Il mio consiglio è di fare una cosa più velata: quando mette via/prende la vodka, accenna a una pistola tenuta nel cassetto della scrivania. Basta questo e il 'colpo' finale perché il lettore capisca come si sia ucciso. Un saluto!
  20. Komorebi

    While a rainbow gently creeps

    @Ton ti ho conosciuto al MI appena concluso e trovandomi nella situazione di dover cercare un testo da commentare, ho pensato di rivolgermi al tuo, perché la tua scrittura non mi era dispiaciuta. Il racconto che proponi, come anticipi nella premessa, non è un vero racconto. Trattasi di un flusso di coscienza, un pensiero, una summa delle tue riflessioni sulla scrittura. E proprio per il fatto che sia sulla scrittura ci frega tutti. Non può che essere relatable, per dirla all'inglese, quindi risulta doppiamente difficile (in primo luogo perché trattasi di un non-racconto) dargli un giudizio. Andiamo per gradi. Intanto, qua e là ti mangi gli accenti, e questa cosa è poco piacevole. Non sto a citarti i punti precisi, ma sono certo di aver visto almeno un 'da' che non funge da preposizione e un 'ne' che dovrebbe fungere da negazione. Poca cosa. In secondo luogo, credo che quello che manchi in alcuni punti sia quella che tu stesso riconosci in Borges: Ci sono alcuni punti del tuo testo dove sembra che i pensieri siano sul punto di attorcigliarsi, proprio in procinto di avvolgersi su loro stessi e ripetersi in concetti già chiari. Non lo fanno, però, restano lì in bilico, e si salvano, si tirano indietro, anziché precipitare in una spirale di continue precisazioni senza mai arrivare a una 'sintesi perfetta'. Mi dà l'impressione che tu sia abbastanza in gamba da scrivere e da sapere cosa e come scriverlo, ma che ancora questa sintesi ti manchi (e a chi non manca?), quindi ti direi che è soprattutto su questa che dovresti esercitarti. Su tutto il resto, ho poco da dire. Colpisci basso col tuo racconto perché è facile ritrovarcisi, anche e soprattutto negli incisi come: o su frasi come: Quest'ultima frase è per me un esempio di quella 'sintesi perfetta' che dici sopra. Il lettore (non necessariamente scrittore) capisce subito cosa vuoi dire, è come un'illuminazione, un intuito, qualcosa che passa grazie alle parole ma al di là delle stesse. Qualcosa di non-detto che però si esprime solo per merito di ciò che viene scritto. Credo che sia questo il colore che cerchi/vedi a volte e che ognuno di noi vede/cerca. Detto questo, non so se questo commento sia valido per postare un racconto (mannaggia a te e al tuo non-racconto), ma mi ha fatto comunque piacere leggere il tuo testo (e siamo a due). Un saluto!
  21. Komorebi

    [MI 136] Le regole della casa

    Commento Prompt scelto: mezzanotte Le regole della casa Gliene avevano parlato a voce bassa, in gran segreto, con gli occhi mesti e vergognosi. Già si pentivano di averglielo rivelato, di aver condiviso con un altro un segreto che poco prima era stato loro soltanto. Gli amici lo avevano messo in guardia, gli avevano raccomandato le regole. O non sarebbe mai più potuto tornare. Lui ci era già stato, conosceva la strada, ma non era mai entrato. Il sentiero che dalla spiaggia risaliva la scogliera di palme e pini marittimi lo faceva inciampare, era stretto e in più punti scavato in una V profonda, dove il piede entrava solo di sbieco. Si aiutava col bastone e con le mani, afferrando le ripe di quella voragine e incespicando in avanti, ora su una sponda ora sull’altra, fino a sentirsi abbastanza sicuro da potersi alzarsi senza cadere. Aveva percorso quella strada altre due volte. Solo in un’occasione aveva incrociato un altro uomo, uno della sua età, che appena lo aveva visto aveva abbassato la testa, rosso come se stesse per scoppiargli la faccia, il cappello calcato sulla fronte. La villa era interamente in legno, mimetizzata nella macchia. Non un lume a indicare l’ingresso. Le tende erano tirate sulle finestre, tende rosse su vetri oscurati. L’uomo restò a guardare a lungo la porta spessa, anonima, senza far niente. Sarebbe rimasto lì almeno un’ora, probabilmente, con la scusa di dover riprendere fiato, se il cielo non avesse tuonato, al di sopra della fitta rete di rami e fronde lussureggianti, spronandolo ad avvicinarsi. Ancora ansante, bussò alla porta. Si toccò la tasca della giacca per assicurarsi che ci fosse ancora. Per un attimo aveva temuto di averla smarrita durante la salita. I suoi amici gli avevano detto di non farlo, di lasciar perdere. Di andare lì senza niente, che era vietato. La signora che lo ricevette era bassa e sottile, col viso rigido e i capelli nerissimi. Lo accolse con un breve inchino, un segno di deferenza che per nulla rispecchiava l’espressione altera dei suoi occhi e della bocca serrata. Gli disse di entrare. «Anni?» «Sessantasette.» «Quanto tempo?» «Quanto costa?» «È la prima volta?» Le domande erano taglienti come il suo sguardo. All’uomo non sfuggì che non gli ebbe chiesto né il nome né un documento. Strinse la tasca della giacca. «Sì.» Lei lo squadrò di nuovo. Gli elencò le regole, nello stesso ordine e con la medesima prosodia annoiata con cui gli amici gliele avevano ripetute. «Un’ora cinquanta. Otto ore trecento. Se vuole intrattenersi per la notte sono cinquanta euro in più a ora.» «Un’ora basterà.» «Maschi o femmine?» La guardò senza capire, poi scosse la testa, lievemente offeso. «Femmine, ovvio.» La donna non diede segno di aver colto il fastidio. O comunque non diede importanza alla questione. Gli consegnò le chiavi della stanza 7 e spiegò come raggiungerla. «Quando sarà finito il tempo, lasci i soldi sul comodino e se ne vada. Non c’è bisogno che torni da me.» Inserì la chiave nella toppa. Girò senza problemi. La ragazza era già sul letto, lo aspettava sdraiata e si sollevò su un gomito quando lo sentì entrare. Indossava una vestaglia bianca, un paio di pantaloni morbidi e una canottiera bianca. Avrà avuto venticinque anni al massimo, capelli neri e lunghi, un viso a forma di cuore. I suoi piedi nudi erano piccoli e giocavano sulle coperte. «Accomodati» gli fece segno di prendere posto sul letto. L’uomo zoppicò fino alla sponda, sedette. Il cuore gli batteva più forte di quando aveva percorso il sentiero, il fiato mancava allo stesso modo. «Lascia che ti aiuti.» Scivolò dal letto con la morbidezza di un felino, si inginocchiò di fronte a lui. Gli sfilò scarpe e calze. L’uomo si vergognò dei propri piedi dalle unghie ritorte, le dita ingobbite che giocavano tra loro la cavallina. La ragazza, però, non diede segno di impressionarsi. Gli accarezzò le caviglie e gli baciò quei piedi deformi. Alzandosi di nuovo, gli tolse la giacca. «Sdraiati e non fare niente.» L’uomo, di nuovo, ubbidì. Lei lo scavalcò con grazia. I suoi fianchi erano piccoli, disegnavano due S italiche sul confine del suo ventre. Il seno era piccolo. L’uomo se ne accorse nel momento in cui lei gli passò sopra e i capezzoli premevano direttamente contro la canottiera. La donna si sdraiò, lo cinse con le braccia. «Come vuoi che ti chiami?» e poi, prima che potesse risponderle, «è la prima volta che vieni qui?». L’uomo annuì. Gli amici gli avevano spiegato le regole, la donna affilata come un coltello del piano di sotto gliele aveva ribadite. Eppure, trovandosi lì vicino quella splendida creatura, tutto sembrò svanire, perdere d’importanza. «Raccontami di te, se vuoi. Oppure possiamo stare qui, a riposare in silenzio abbracciati.» Così vicino ne sentiva l’odore fresco, di camomilla e ammorbidente. Gli ricordò l’infanzia, il bucato appena steso da sua madre. Lo disse ad alta voce, senza davvero volerlo, e subito si pentì perché la sua voce arrochita gli parve così brutta, rispetto a quella delicata della fanciulla. «Davvero? Nessuno me l’aveva mai detto!» rise. L’uomo la guardò e seppe subito che non stava fingendo. Quella ragazza avrà avuto decine di clienti vecchi come lui, se non ancora più anziani, eppure lo guardava con la gioia e l’affetto di un’amante. Gli strinse la mano. Le sue dita sottili erano calde e buone. L’uomo si rilassò, parlò di sé, della vecchiaia, di quanto fosse difficile essere soli, non avere nessuno. Parlò delle donne che aveva avuto, di sua moglie che lo aveva lasciato. Parlò e parlò e, parlando, si scordò di dove si trovasse e del lavoro che quella ragazza faceva per mantenersi. Parlò a lei come a un’amica, una nipote, qualcuno che ti ama senza volere nulla in cambio, senza dover nulla in cambio. Si sentì al sicuro e al caldo, teneramente abbracciato da un altro corpo, un essere umano che lo sorreggeva con affetto. E per un attimo scordò la pastiglia che aveva inghiottito senz’acqua, prima di entrare in quella stanza, mentre saliva le scale. Scordò tutto, fino a che lei non strabuzzò gli occhi. Lo respinse, lo cacciò via con un calcio. Lui rotolò dal letto, i pantaloni ridicolamente gonfi. Cadde a terra sbattendo la schiena e i denti, tremando per il freddo improvviso. Alzò lo sguardo su di lei che troneggiava, ritta in piedi sul materasso, gli occhi di fuoco, la bocca disgustata. «Se ne vada» tagliente, una sferzata. «Non posso darle ciò che cerca. Se lo cerchi altrove». L’uomo balbettò delle scuse, confuso, impacciato. Faceva freddo fuori da quel letto. Si rivestì, a fatica infilò le scarpe. I suoi piedi gonfi si ribellavano a tornare al chiuso. Fu indeciso se lasciare i soldi sul comodino, o se quel gesto sarebbe stato visto come un’ulteriore offesa. Fece cenno di estrarre il portafogli. «Se ne vada, ho detto. Non abbiamo bisogno dei suoi soldi.» A testa bassa uscì, scese le scale. Dalla reception, la donna-coltello lo squadrò per un attimo e comprese ogni cosa. «Non si faccia più vedere» disse, «questo non è il posto che cerca». L’uomo uscì da dove era entrato. Fuori dalla villa pioveva, l’acqua scrosciava sulle fronde delle palme e dei pini marittimi. Il sentiero era un torrente di fango. Faceva freddo ed era buio. E più nessuno lo avrebbe abbracciato.
  22. Komorebi

    [MI 136] Per scaldare l’autostima

    perdonami! L’avevo letto giorni fa e si vede che nella mia memoria erano rimasti come nonna e nipote
  23. Komorebi

    [MI 136] L'insostenibile scelleratezza dell'Io

    @Ippolita2018 ti hanno già fatto le pulci a dovere, quindi non te le farò anche io. Aggiungo solo che quello che più mi ha stonato nel racconto è stato proprio il comportamento del terapeuta/analista. Consiglio per il futuro: gli analisti non parlano pressoché mai. I terapeuti parlano, ma mai facendo domande. Gli interventi a colloquio sono delle precisazioni e approfondimenti di quanto il cliente/paziente sta loro raccontando. Esempio: “Libero dice lei, io sono nato schiavo” il terapeuta non risponde, attende paziente con le mani conserte ”capisce cosa intendo, no? Io sono uno schiavo” ”lei qui si definisce schiavo, addirittura che è sottoposto a dei vincoli più forti di lei da quando è nato. C’è però differenza tra il sentirsi schiavo e l’essere uno schiavo” ”si, infatti io lo sono, non mi sento schiavo” ”lo è, fa parte del suo essere, della sua natura essere vincolato” eccetera... Il terapeuta segue il flusso di pensiero de cliente e lo aiuta a mettere in luce alcuni aspetti, trovare dei collegamenti e delle interpretazioni. Non fa domande dirette e non cambia argomento. La domanda del terapeuta “che lavoro fa” interrompe la confessione del paziente e lo distrae dall’argomento che lui (il paziente) vuole portare all’attenzione del clinico, cioè la propria sofferenza come schiavo.
  24. Komorebi

    [136 ]Il cappotto

    @Almissima non ho particolari critiche da muovere. Nel complesso il racconto mi è piaciuto e il finale, semplice e così realista (cioè che sa descrivere in poco spazio qualcosa di molto reale e in cui ci si può facilmente immedesimare) è costruito egregiamente. La nota stonata sta nel corpo centrale del racconto: troppo lungo, si posticipa di troppo secondo me lo svelamento finale, tanto che il lettore tende a perdere pian piano di interesse. Fosse stato più snello, sarebbe stato perfetto.
  25. Komorebi

    [MI 136] Per scaldare l’autostima

    @Poeta Zaza racconto dolce e delicato, ben riuscito sotto molti aspetti (la prosa nel complesso mi è parsa buona, la figura del nipote e della nonna ben costruite) ma meno efficace sotto altri. A volte le battute suonano costruite, artefatte, poco spontanee e che poco si adattano alla figura che fino a quel momento hai descritto. In secondo luogo: i personaggi sono troppi per un racconto breve, e solo alcuni risaltano. Gli altri rimangono sullo sfondo, a fare solo da “arredamento” e corollario ai protagonisti. È un peccato, perché togliendo questi e dando più spazio a chi ha un ruolo centrale, si riuscirebbe a concedere maggiore spazio ai personaggi principali per emergere
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