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Komorebi

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  1. Komorebi

    Le regole della casa - rivisitato dal MI 136

    Commento Le regole della casa Gliene avevano parlato a voce bassa, in gran segreto, con gli occhi mesti e vergognosi. Già si pentivano di averglielo rivelato, di aver condiviso con un altro un segreto che poco prima era stato loro soltanto. Gli avevano raccomandato le regole e messo in guardia. Lui ci era già stato, conosceva la strada, ma non era mai entrato. Il sentiero che dalla spiaggia risaliva la scogliera di palme e pini marittimi lo faceva inciampare, era stretto e in più punti scavato in una V profonda, dove il piede entrava solo di sbieco. Si aiutava col bastone e con le mani, afferrando le ripe di quella voragine e incespicando in avanti, ora su una sponda ora sull’altra, fino a sentirsi abbastanza sicuro da potersi alzarsi senza cadere. Aveva percorso quella strada altre due volte. Solo in un’occasione aveva incrociato un altro uomo, uno della sua età, che appena lo aveva visto era arrossito come se la faccia fosse stata sul punto di scoppiargli, il cappello calcato sulla fronte. La villa era interamente in legno, mimetizzata nella macchia. Non un lume a indicare l’ingresso. Sulle finestre dai vetri oscurati erano tirate tende rosse. L’uomo restò a guardare a lungo la porta spessa, anonima, senza far niente. Sarebbe rimasto lì almeno un’ora, probabilmente, con la scusa di dover riprendere fiato, se il cielo non avesse tuonato, al di sopra della fitta rete di rami e fronde lussureggianti, spronandolo ad avvicinarsi. Ancora ansante, bussò alla porta. Si toccò la tasca della giacca per assicurarsi che ci fosse ancora. Per un attimo aveva temuto di averla smarrita durante la salita. I suoi amici gli avevano detto di non farlo, di lasciar perdere. Di andare lì senza niente, che era vietato. Altri posti permettevano quelle cose, ma non lì, non in quella casa. La signora che lo ricevette era bassa e sottile, col viso rigido e i capelli nerissimi. Lo accolse con un breve inchino, un segno di deferenza che per nulla rispecchiava l’espressione altera dei suoi occhi e della bocca serrata. Gli disse di entrare. «Anni?» «Sessantasette.» Grugnì soddisfatta. Dovevi aver superato una certa età per godere dei servizi della casa, questo l’uomo lo sapeva. Si trattava di una sorta di precauzione, così dicevano le regole. «Quanto tempo?» «Dipende quanto costa.» «È la prima volta?» Le domande della donna erano taglienti quanto lo sguardo. All’uomo non sfuggì che non gli ebbe chiesto né il nome né un documento. Strinse la tasca della giacca. «Sì.» Lei lo squadrò di nuovo. Gli elencò le regole, nello stesso ordine e con la medesima prosodia annoiata con cui le aveva già sentite da altri. «Un’ora cinquanta. Otto ore trecento. Se vuole intrattenersi per la notte sono cinquanta euro in più a ora.» «Un’ora basterà.» «Maschi o femmine?» La guardò senza capire, poi scosse la testa, lievemente offeso. «Femmine, ovvio.» La donna non diede segno di aver colto il fastidio. O comunque non diede importanza alla questione. Gli consegnò le chiavi della stanza 7 e spiegò come raggiungerla. «Quando sarà finito il tempo, lasci i soldi sul comodino e se ne vada. Non c’è bisogno che torni da me.» Annuì e salì le scale. Inserì la chiave nella toppa. Girò senza problemi. La ragazza era già sul letto, lo aspettava sdraiata e si sollevò su un gomito quando lo sentì entrare. Indossava una vestaglia bianca, un paio di pantaloni morbidi e una canottiera bianca. Avrà avuto venticinque anni al massimo, capelli neri e lunghi, un viso a forma di cuore. I suoi piedi nudi erano piccoli e giocavano sulle coperte. «Accomodati» gli fece segno di prendere posto sul letto. L’uomo zoppicò fino alla sponda, sedette. Il cuore gli batteva più forte di quando aveva percorso il sentiero, il fiato mancava allo stesso modo. «Lascia che ti aiuti.» Scivolò dal letto con la morbidezza di un felino, si inginocchiò di fronte a lui. Gli sfilò scarpe e calze. L’uomo si vergognò dei propri piedi dalle unghie ritorte, le dita ingobbite che giocavano tra loro la cavallina. La ragazza, però, non diede segno di impressionarsi. Gli accarezzò le caviglie e massaggiò i piedi deformi. Alzandosi di nuovo, gli tolse la giacca. «Sdraiati e non fare niente.» L’uomo, di nuovo, ubbidì. Lei lo scavalcò con grazia. I suoi fianchi erano piccoli, disegnavano due S italiche sul confine del ventre. Il seno era piccolo. L’uomo se ne accorse nel momento in cui lei gli passò sopra e i capezzoli premevano direttamente contro la canottiera. La donna si sdraiò, lo cinse con le braccia. «Come vuoi che ti chiami?» e poi, prima che potesse risponderle, «è la prima volta che vieni qui?». L’uomo annuì. Gli avevano spiegato le regole, la donna affilata come un coltello del piano di sotto gliele aveva ribadite. Lui era venuto in quel posto con l’intento di infrangerle, si era procurato il necessario per riuscirci, magari un’ultima volta, perché sapeva che quelle donne erano pure, erano splendide. Eppure, trovandosi lì vicino quella creatura, tutto sembrò svanire, perdere d’importanza. «Raccontami di te, se vuoi. Oppure possiamo stare qui, a riposare in silenzio abbracciati.» Così vicino ne sentiva l’odore fresco, di camomilla e ammorbidente. Gli ricordò l’infanzia, il bucato appena steso da sua madre. Lo disse ad alta voce, senza davvero volerlo, e subito si pentì perché la sua voce arrochita gli parve così brutta, rispetto a quella delicata della fanciulla. «Davvero? Nessuno me l’aveva mai detto!» rise. L’uomo la guardò e seppe subito che non stava fingendo. Quella ragazza doveva aver avuto decine di clienti vecchi come lui, se non ancora più anziani, eppure lo guardava con la gioia e l’affetto di un’amante. Gli strinse la mano. Le sue dita sottili erano calde e buone. L’uomo si rilassò, parlò di sé, della vecchiaia, di quanto fosse difficile essere soli, non avere nessuno. Parlò delle donne che aveva avuto, di sua moglie che lo aveva lasciato. Parlò e parlò e, parlando, si scordò di dove si trovasse e del lavoro che quella ragazza faceva per mantenersi. Parlò a lei come a un’amica, una nipote, qualcuno che ti ama senza volere nulla in cambio, senza dover nulla in cambio. Si sentì al sicuro e al caldo, teneramente abbracciato da un altro corpo, un essere umano che lo sorreggeva con affetto. E per un attimo scordò la pastiglia che aveva inghiottito senz’acqua, prima di entrare in quella stanza, mentre saliva le scale. Scordò il proprio intento, o volle scordarsene, e pensò che in fondo sarebbe stato bello restare così, solo abbracciati, proprio come le regole esigevano. E poi lei lo respinse con un calcio. Lui rotolò dal letto, i pantaloni ridicolamente gonfi. Quella maledetta pastiglia. Cadde a terra sbattendo schiena e denti, tremando per il freddo improvviso. Alzò lo sguardo su di lei che troneggiava ritta sul materasso, gli occhi di fuoco, disgustata. «Se ne vada» una sferzata. «Non posso darle ciò che cerca. Le avrei concesso amore, ma non è ciò che desidera. Se vuole altro, se lo prenda altrove». L’uomo balbettò delle scuse, confuso, impacciato. Faceva freddo fuori da quel letto. Si rivestì, a fatica infilò le scarpe. I suoi piedi gonfi si ribellavano a tornare al chiuso. Fu indeciso se lasciare i soldi sul comodino, o se quel gesto sarebbe stato visto come un’ulteriore offesa. Fece cenno di estrarre il portafogli. «Se ne vada, ho detto. Non abbiamo bisogno dei suoi soldi.» A testa bassa uscì, scese le scale. Dalla reception, la donna-coltello lo squadrò per un attimo e comprese ogni cosa. «Non si faccia più vedere» disse, «lei ha trasgredito la prima regola. Non è il sesso il servizio che la casa offre». L’uomo mormorò delle scuse, la donna non lo stette nemmeno a sentire. Uscì da dove era entrato. Fuori dalla villa pioveva, l’acqua scrosciava sulle fronde delle palme e dei pini marittimi. Il sentiero era un torrente di fango. Provò a scendere, ma scivolò quasi subito e cadde. Faceva freddo ed era buio. E più nessuno lo avrebbe abbracciato.
  2. Komorebi

    [MI 137] Come insegnare a una donna a giocare a scacchi

    @Ton piaciuto molto, ma su alcune cose mi trovo d'accordo con @Ottimo Massimo , asciugherei di più la prima parte di alcuni incisi e dettagli. Per quanto i dettagli siano per me fondamentali per creare verosimiglianza in un racconto e permettere al lettore di avere ben chiaro cosa accada, il primo 'capitolo' è un po' troppo prolisso. Viceversa, mi concentrerei di più sul rapporto col fratello. Si intuisce la sottile ostilità tra i due, ma è come se questa avesse avuto bisogno di più spazio per essere pienamente espressa. Niente da dire sulla seconda parte, maggiormente organica e coerente. Detto in altri termini: la prima parte mi è sembrata un preambolo, una presentazione dei singoli personaggi, che sarebbero comparsi poi nella seconda parte. Il giudizio rimane comunque molto positivo, il testo mi è piaciuto. Saluti!
  3. Komorebi

    Quella paura fottuta

    Commento Quella paura fottuta «Guardi, il problema è nato dal nulla, davvero. È che non riesco a prendere l’aereo. Ma io devo prenderlo, cazzo. Come ci arrivo da lei, se non riesco a salire sull’aereo? E mi dà fastidio perché questa paura non l’ho mai avuta prima in vita mia. Ho preso decine di aerei e non mi è mai successo niente. E adesso, invece, sono pieno di paranoie del cazzo. E se poi cade? E se dovesse precipitare e io morissi? Mi sono sempre domandato se i cadaveri negli aerei li trovano ai loro posti, tutti composti ma sciolti e bruciati, tipo esercito di terracotta, o se i corpi sono scomposti e fatti a pezzi. Che schifo. E poi trovo disgustosa l’idea dei corpi bruciati perché si vedono i denti e il teschio sotto la pelle. Mi fa senso pensare a quei corpi neri coi denti di fuori tipo ghigno. Ecco, lo vede? Come faccio a prendere l’aereo con questi pensieri?» L’analista non parla, non parla quasi mai. Aspetta. «Non so da dove sia cominciata questa paura. Credo si tratti di tutte le notizie che in questi giorni hanno preso a essere trasmesse, a quello che dicono i telegiornali, intendo. Ha notato come ultimamente vadano di moda i disastri aerei? Io non ho mai avuto paura di volare, l’ho fatto spesso per lavoro, ma adesso proprio non ce la faccio. Ho una paura fottuta, tipo che me la faccio addosso anche solo a pensare di arrivare al cazzo di check-in. Mi vedo quella faccia pallida e sorridente da stronza della hostess o come cazzo si chiama la tipa che fa l’imbarco – sempre una tipa, tra l’altro, come se dovesse piacermi di più prendere un fottuto aereo se a timbrarmi il biglietto è una stangona in minigonna, come se dovessero convincermi a comprarlo, quel loro fottutissimo aereo. Be’, insomma, mi vedo la faccia cadaverica di questa tipa dal sorriso perfetto e mi viene voglia di prenderla a pugni. Probabilmente se non guarisco succederà così: arrivo in aeroporto, mi piscio addosso mentre sono in coda al check-in e quando sono di fronte alla spilungona che sorride, SBAM! Un pugno in faccia.» Sospiro. L’analista si decide a parlare. «E lei mi diceva che non si tratta di una paura nota. Con tutti gli altri aerei non c’è mai stata. Con questo aereo, questo in particolare, che lei deve assolutamente prendere, invece, la paura è comparsa.» «Sì, cazzo. Proprio adesso, tra l’altro. Vede, la mamma è morta un giorno fa. Ieri, non ‘un giorno fa’. Che cazzo di modo è di parlare? Comunque, è morta ieri. Era già malata, sapevo che sarebbe stata solo questione di giorni, ormai. Mi arrivavano notizie, ultimamente, delle sue condizioni che si andavano aggravando. Era, come si dice, sospesa, no? Tra la vita e la morte da diverse settimane. E poi le sue condizioni sono precipitate. Be’, dopodomani è il funerale e domani dovrei prendere quel fottuto aereo per raggiungerla. E devo andarci, non posso tirarmi indietro. Ha idea di cosa direbbero i parenti se proprio io non ci fossi? Non posso annullare la cosa. Non posso, eppure… ecco… non riesco.» «Lei teme che questa sua paura improvvisa e che non riesce a spiegarsi le impedisca di presenziare al funerale di sua madre. Ha paura, se ho ben capito, che non riuscirà a vincere questo impedimento che sente, e quindi non andrà da sua madre.» «Sì, e non capisco come mai. Perché mi è venuta questa paura d’un tratto? Cos’è che mi blocca? Io amo mia madre, non posso farle questo. Non posso lasciarla sola al funerale.» «Il fatto di non andare equivarrebbe per lei a un abbandonarla.» «Lei mi amava. Di noi tre fratelli, ero io il suo preferito. Me lo aveva detto una volta, a bassa voce per non farsi sentire da Ortis e Ale. Io sono sempre stato il suo preferito. Come posso non andare da lei?» Di nuovo, sta zitto. Ripenso alle sue parole, forse c’è qualcosa che ha cercato di far emergere da dentro di me ma che non ho saputo cogliere. «Lei c’era sempre per me. E io forse non ci sono sempre stato per lei. Forse è questo che mi dispiace di più, ecco. Lei… non so se gliel’ho mai descritta. Lei era una donnina magra, piccola. Sembrava che solo stringendola avresti potuto romperla. Come un bicchiere di vetro. Dava l’idea di fragilità. Era la Fragilità, ecco. Ha presente le cose fragili? Sono oggetti secondo me dotati di una certa, come dire? Fierezza. Tutto ciò che è fragile è fiero. È come se percepisse di potersi rompere da un momento all’altro, che le sue particelle potrebbero scomporsi in un battito di ciglia. E allora fa tutto, usa tutte le sue energie per tenersi insieme, resistere. Ecco, è questa la fierezza. Lei, mia madre, aveva la pelle incartapecorita da tutto il sole che aveva preso, la schiena curva per gli anni di lavoro a sistemare letti negli alberghi, pulire stanze, sgobbare solo per riuscire a mantenerci, a non farci mai mancare niente. Lei ci ha cresciuti molto più che nostro padre. Nostro padre portava i soldi a casa, giocava con noi a fare la lotta, ma appena siamo diventati adolescenti non ha più avuto interesse per noi. Era come se, per garantirci la nostra indipendenza, lui si fosse del tutto tirato indietro. Nostra madre no. Mia… nostra madre ci trattava da bambini anche quando eravamo adolescenti. E all’epoca questa cosa mi dava sui nervi, apprezzavo di più il disinteresse virile di mio padre. Ma ora ricordo l’affetto che ci ha sempre mostrato, la vicinanza, l’amore costante…» E l’analista zitto. Attende paziente. «Ripenso a lei e vedo il suo sorriso. Questo sorriso storto, coi denti giallognoli, ma che comunque risaltava sulla pelle bruciata dal sole. Lei si vergognava del suo sorriso, ma io lo trovavo così bello, così sincero. Io… io le volevo bene. Le volevo tanto bene.» «Ha parlato di amore. L’amore che si prova per chi ci ha cresciuto e per chi c’è sempre stato, coi suoi difetti e i suoi pregi.» «Sì, e di difetti ne aveva tanti… ma in fondo era mia madre. E io le ho sempre voluto bene. Forse non gliel’ho mai detto abbastanza. Forse lei si è dimenticata quanto le volessi bene. Sa, dall’adolescenza in avanti si smettono di dire certe cose alle madri. Ed era passato molto tempo da quando sono andato a trovarla l’ultima volta. Non ero lì quando è morta. Io non c’ero. Lei c’è sempre stata per me e io…» Cominciano a scendere le lacrime. Qualcosa si è smosso. L’analista non mi porge i fazzoletti, non si muove sulla sua sedia. Con voce chiara e calda, specifica: «Mostra dei sensi di colpa, una paura di tornare da lei». «Sì. Ho paura di sentirmi un mostro per averla abbandonata. Cioè, so di non averla abbandonata, non letteralmente, però… Io non c’ero quando è morta, capisce? Non c’ero quando è stata male! Come faccio a tornare da lei? Con che coraggio mi presento al suo funerale? È il funerale di mia madre, cazzo! Il funerale di mia madre! Lei non ci sarà più! L’ho perduta per sempre, per sempre! Dove trovo il coraggio di andare da lei?» «La paura che mi sta descrivendo, se comprendo bene, è la paura di trovarsi di fronte a delle accuse che lei rivolge a se stesso. E questa paura è rafforzata dalla tristezza del suo lutto.» «Io ho paura di guardare quel corpo piccolo, fragile, compatto e immobile nella bara della camera ardente. E ho paura perché non rivedrò più quel sorriso così brutto e così splendido che lei aveva. Ho paura di dimenticarla. Ho paura di non essere stato abbastanza per lei. Di non averla ripagata di tutto l’amore.» Lui non parla. Resto solo coi miei pensieri e penso a mia madre. Sospiro. «Mia madre è morta, ma resterà sempre mia madre. Al funerale la stringerò a me un’ultima volta.» «Le faccio le mie condoglianze per il suo lutto. Se dovessero esserci problemi, mi faccia sapere se ha difficoltà a venire al prossimo incontro. O se preferisce prendersi del tempo per sé.» «No, no. Credo che verrò. La ringrazio.» «Si prenda il suo tempo e ci rifletta. Un lutto ha bisogno di tempo per essere, come si dice in gergo, metabolizzato. Non abbia fretta. Ne potremo parlare ancora, se ne sentirà il bisogno.» «D’accordo. Ora mi scusi ma devo andare. Devo prepararmi per il viaggio.» «Arrivederci.» «Arrivederci.»
  4. Komorebi

    Quella paura fottuta

    @Roy e @calamostro grazie sincero per i vostri commenti. Mi trovo d’accordo: il finale epifanico arriva troppo rapidamente, un po’ complice la mia fretta, un po’ il limite di caratteri.
  5. Komorebi

    La conversazione

    Nei racconti amo i dettagli, penso che siano quelli che diano spessore alle storie. Specificami che tipo di vodka è, il nome, la marca, la nazionalità. Fammi calare nell'ambientazione. Questo vale anche per tutto il resto del testo: più dettagli ci sono, meglio è. Non ho capito il 'quanto'. I baffi sono pesanti? Non folti? E' davvero il protagonista che parla o si tratta dell'autore? Se è il protagonista, questo dettaglio deve avere un qualche seguito nel testo, altrimenti è da togliere in quanto informazione superflua. @Domenico S. come hai notato, ti ho segnalato piccole cose, nessun 'errore' macroscopico, solo impressioni soggettive. La storia mi è piaciuta molto, coi dialoghi riesci a creare molto bene l'immagine del vice-questore e a farmelo figurare in testa. Restano un po' ai margini il giornalista e il fotografo, forse meriterebbero un poco più di spazio. La storia è condotta egregiamente, ricca di sott'intesi che però sono ben chiari al lettore. A volte ho avuto l'impressione che il giornalista parlasse troppo, come quando specifica (e non c'è bisogno) che i bossoli del fucile siano gli stessi. Però si tratta di piccoli dettagli, niente di che. Ci sono due note negative, a mio avviso. Il vice-questore la tira un po' troppo per le lunghe. Soprattutto nella prima parte, si ha l'impressione che divaghi eccessivamente. Io, lettore impaziente e frettoloso, voglio subito capire dove voglia andare a parare e di cosa mi stia parlando il testo. Un minimo di frustrazione è giusto, serve a creare tensione, ma troppa mi spazientisce. Secondo me con questo racconto sei arrivato giusto al limite, in alcuni casi hai rischiato di eccedere e prendere troppo la tangente, ma poi hai saputo tornare in carreggiata nella seconda parte e nello svelamento finale, arrivando più rapidamente al punto e senza tergiversare troppo. La seconda nota negativa, più della precedente, è che il finale sia prevedibile. Metti troppo vicine tra loro le notizie per cui il vice-questore sia certo di non finire in prigione e il fatto che prenda in mano il fucile. Il mio consiglio è di fare una cosa più velata: quando mette via/prende la vodka, accenna a una pistola tenuta nel cassetto della scrivania. Basta questo e il 'colpo' finale perché il lettore capisca come si sia ucciso. Un saluto!
  6. Komorebi

    While a rainbow gently creeps

    @Ton ti ho conosciuto al MI appena concluso e trovandomi nella situazione di dover cercare un testo da commentare, ho pensato di rivolgermi al tuo, perché la tua scrittura non mi era dispiaciuta. Il racconto che proponi, come anticipi nella premessa, non è un vero racconto. Trattasi di un flusso di coscienza, un pensiero, una summa delle tue riflessioni sulla scrittura. E proprio per il fatto che sia sulla scrittura ci frega tutti. Non può che essere relatable, per dirla all'inglese, quindi risulta doppiamente difficile (in primo luogo perché trattasi di un non-racconto) dargli un giudizio. Andiamo per gradi. Intanto, qua e là ti mangi gli accenti, e questa cosa è poco piacevole. Non sto a citarti i punti precisi, ma sono certo di aver visto almeno un 'da' che non funge da preposizione e un 'ne' che dovrebbe fungere da negazione. Poca cosa. In secondo luogo, credo che quello che manchi in alcuni punti sia quella che tu stesso riconosci in Borges: Ci sono alcuni punti del tuo testo dove sembra che i pensieri siano sul punto di attorcigliarsi, proprio in procinto di avvolgersi su loro stessi e ripetersi in concetti già chiari. Non lo fanno, però, restano lì in bilico, e si salvano, si tirano indietro, anziché precipitare in una spirale di continue precisazioni senza mai arrivare a una 'sintesi perfetta'. Mi dà l'impressione che tu sia abbastanza in gamba da scrivere e da sapere cosa e come scriverlo, ma che ancora questa sintesi ti manchi (e a chi non manca?), quindi ti direi che è soprattutto su questa che dovresti esercitarti. Su tutto il resto, ho poco da dire. Colpisci basso col tuo racconto perché è facile ritrovarcisi, anche e soprattutto negli incisi come: o su frasi come: Quest'ultima frase è per me un esempio di quella 'sintesi perfetta' che dici sopra. Il lettore (non necessariamente scrittore) capisce subito cosa vuoi dire, è come un'illuminazione, un intuito, qualcosa che passa grazie alle parole ma al di là delle stesse. Qualcosa di non-detto che però si esprime solo per merito di ciò che viene scritto. Credo che sia questo il colore che cerchi/vedi a volte e che ognuno di noi vede/cerca. Detto questo, non so se questo commento sia valido per postare un racconto (mannaggia a te e al tuo non-racconto), ma mi ha fatto comunque piacere leggere il tuo testo (e siamo a due). Un saluto!
  7. Komorebi

    [MI 136] Le regole della casa

    Commento Prompt scelto: mezzanotte Le regole della casa Gliene avevano parlato a voce bassa, in gran segreto, con gli occhi mesti e vergognosi. Già si pentivano di averglielo rivelato, di aver condiviso con un altro un segreto che poco prima era stato loro soltanto. Gli amici lo avevano messo in guardia, gli avevano raccomandato le regole. O non sarebbe mai più potuto tornare. Lui ci era già stato, conosceva la strada, ma non era mai entrato. Il sentiero che dalla spiaggia risaliva la scogliera di palme e pini marittimi lo faceva inciampare, era stretto e in più punti scavato in una V profonda, dove il piede entrava solo di sbieco. Si aiutava col bastone e con le mani, afferrando le ripe di quella voragine e incespicando in avanti, ora su una sponda ora sull’altra, fino a sentirsi abbastanza sicuro da potersi alzarsi senza cadere. Aveva percorso quella strada altre due volte. Solo in un’occasione aveva incrociato un altro uomo, uno della sua età, che appena lo aveva visto aveva abbassato la testa, rosso come se stesse per scoppiargli la faccia, il cappello calcato sulla fronte. La villa era interamente in legno, mimetizzata nella macchia. Non un lume a indicare l’ingresso. Le tende erano tirate sulle finestre, tende rosse su vetri oscurati. L’uomo restò a guardare a lungo la porta spessa, anonima, senza far niente. Sarebbe rimasto lì almeno un’ora, probabilmente, con la scusa di dover riprendere fiato, se il cielo non avesse tuonato, al di sopra della fitta rete di rami e fronde lussureggianti, spronandolo ad avvicinarsi. Ancora ansante, bussò alla porta. Si toccò la tasca della giacca per assicurarsi che ci fosse ancora. Per un attimo aveva temuto di averla smarrita durante la salita. I suoi amici gli avevano detto di non farlo, di lasciar perdere. Di andare lì senza niente, che era vietato. La signora che lo ricevette era bassa e sottile, col viso rigido e i capelli nerissimi. Lo accolse con un breve inchino, un segno di deferenza che per nulla rispecchiava l’espressione altera dei suoi occhi e della bocca serrata. Gli disse di entrare. «Anni?» «Sessantasette.» «Quanto tempo?» «Quanto costa?» «È la prima volta?» Le domande erano taglienti come il suo sguardo. All’uomo non sfuggì che non gli ebbe chiesto né il nome né un documento. Strinse la tasca della giacca. «Sì.» Lei lo squadrò di nuovo. Gli elencò le regole, nello stesso ordine e con la medesima prosodia annoiata con cui gli amici gliele avevano ripetute. «Un’ora cinquanta. Otto ore trecento. Se vuole intrattenersi per la notte sono cinquanta euro in più a ora.» «Un’ora basterà.» «Maschi o femmine?» La guardò senza capire, poi scosse la testa, lievemente offeso. «Femmine, ovvio.» La donna non diede segno di aver colto il fastidio. O comunque non diede importanza alla questione. Gli consegnò le chiavi della stanza 7 e spiegò come raggiungerla. «Quando sarà finito il tempo, lasci i soldi sul comodino e se ne vada. Non c’è bisogno che torni da me.» Inserì la chiave nella toppa. Girò senza problemi. La ragazza era già sul letto, lo aspettava sdraiata e si sollevò su un gomito quando lo sentì entrare. Indossava una vestaglia bianca, un paio di pantaloni morbidi e una canottiera bianca. Avrà avuto venticinque anni al massimo, capelli neri e lunghi, un viso a forma di cuore. I suoi piedi nudi erano piccoli e giocavano sulle coperte. «Accomodati» gli fece segno di prendere posto sul letto. L’uomo zoppicò fino alla sponda, sedette. Il cuore gli batteva più forte di quando aveva percorso il sentiero, il fiato mancava allo stesso modo. «Lascia che ti aiuti.» Scivolò dal letto con la morbidezza di un felino, si inginocchiò di fronte a lui. Gli sfilò scarpe e calze. L’uomo si vergognò dei propri piedi dalle unghie ritorte, le dita ingobbite che giocavano tra loro la cavallina. La ragazza, però, non diede segno di impressionarsi. Gli accarezzò le caviglie e gli baciò quei piedi deformi. Alzandosi di nuovo, gli tolse la giacca. «Sdraiati e non fare niente.» L’uomo, di nuovo, ubbidì. Lei lo scavalcò con grazia. I suoi fianchi erano piccoli, disegnavano due S italiche sul confine del suo ventre. Il seno era piccolo. L’uomo se ne accorse nel momento in cui lei gli passò sopra e i capezzoli premevano direttamente contro la canottiera. La donna si sdraiò, lo cinse con le braccia. «Come vuoi che ti chiami?» e poi, prima che potesse risponderle, «è la prima volta che vieni qui?». L’uomo annuì. Gli amici gli avevano spiegato le regole, la donna affilata come un coltello del piano di sotto gliele aveva ribadite. Eppure, trovandosi lì vicino quella splendida creatura, tutto sembrò svanire, perdere d’importanza. «Raccontami di te, se vuoi. Oppure possiamo stare qui, a riposare in silenzio abbracciati.» Così vicino ne sentiva l’odore fresco, di camomilla e ammorbidente. Gli ricordò l’infanzia, il bucato appena steso da sua madre. Lo disse ad alta voce, senza davvero volerlo, e subito si pentì perché la sua voce arrochita gli parve così brutta, rispetto a quella delicata della fanciulla. «Davvero? Nessuno me l’aveva mai detto!» rise. L’uomo la guardò e seppe subito che non stava fingendo. Quella ragazza avrà avuto decine di clienti vecchi come lui, se non ancora più anziani, eppure lo guardava con la gioia e l’affetto di un’amante. Gli strinse la mano. Le sue dita sottili erano calde e buone. L’uomo si rilassò, parlò di sé, della vecchiaia, di quanto fosse difficile essere soli, non avere nessuno. Parlò delle donne che aveva avuto, di sua moglie che lo aveva lasciato. Parlò e parlò e, parlando, si scordò di dove si trovasse e del lavoro che quella ragazza faceva per mantenersi. Parlò a lei come a un’amica, una nipote, qualcuno che ti ama senza volere nulla in cambio, senza dover nulla in cambio. Si sentì al sicuro e al caldo, teneramente abbracciato da un altro corpo, un essere umano che lo sorreggeva con affetto. E per un attimo scordò la pastiglia che aveva inghiottito senz’acqua, prima di entrare in quella stanza, mentre saliva le scale. Scordò tutto, fino a che lei non strabuzzò gli occhi. Lo respinse, lo cacciò via con un calcio. Lui rotolò dal letto, i pantaloni ridicolamente gonfi. Cadde a terra sbattendo la schiena e i denti, tremando per il freddo improvviso. Alzò lo sguardo su di lei che troneggiava, ritta in piedi sul materasso, gli occhi di fuoco, la bocca disgustata. «Se ne vada» tagliente, una sferzata. «Non posso darle ciò che cerca. Se lo cerchi altrove». L’uomo balbettò delle scuse, confuso, impacciato. Faceva freddo fuori da quel letto. Si rivestì, a fatica infilò le scarpe. I suoi piedi gonfi si ribellavano a tornare al chiuso. Fu indeciso se lasciare i soldi sul comodino, o se quel gesto sarebbe stato visto come un’ulteriore offesa. Fece cenno di estrarre il portafogli. «Se ne vada, ho detto. Non abbiamo bisogno dei suoi soldi.» A testa bassa uscì, scese le scale. Dalla reception, la donna-coltello lo squadrò per un attimo e comprese ogni cosa. «Non si faccia più vedere» disse, «questo non è il posto che cerca». L’uomo uscì da dove era entrato. Fuori dalla villa pioveva, l’acqua scrosciava sulle fronde delle palme e dei pini marittimi. Il sentiero era un torrente di fango. Faceva freddo ed era buio. E più nessuno lo avrebbe abbracciato.
  8. Komorebi

    [MI 136] Per scaldare l’autostima

    perdonami! L’avevo letto giorni fa e si vede che nella mia memoria erano rimasti come nonna e nipote
  9. Komorebi

    [MI 136] L'insostenibile scelleratezza dell'Io

    @Ippolita2018 ti hanno già fatto le pulci a dovere, quindi non te le farò anche io. Aggiungo solo che quello che più mi ha stonato nel racconto è stato proprio il comportamento del terapeuta/analista. Consiglio per il futuro: gli analisti non parlano pressoché mai. I terapeuti parlano, ma mai facendo domande. Gli interventi a colloquio sono delle precisazioni e approfondimenti di quanto il cliente/paziente sta loro raccontando. Esempio: “Libero dice lei, io sono nato schiavo” il terapeuta non risponde, attende paziente con le mani conserte ”capisce cosa intendo, no? Io sono uno schiavo” ”lei qui si definisce schiavo, addirittura che è sottoposto a dei vincoli più forti di lei da quando è nato. C’è però differenza tra il sentirsi schiavo e l’essere uno schiavo” ”si, infatti io lo sono, non mi sento schiavo” ”lo è, fa parte del suo essere, della sua natura essere vincolato” eccetera... Il terapeuta segue il flusso di pensiero de cliente e lo aiuta a mettere in luce alcuni aspetti, trovare dei collegamenti e delle interpretazioni. Non fa domande dirette e non cambia argomento. La domanda del terapeuta “che lavoro fa” interrompe la confessione del paziente e lo distrae dall’argomento che lui (il paziente) vuole portare all’attenzione del clinico, cioè la propria sofferenza come schiavo.
  10. Komorebi

    [136 ]Il cappotto

    @Almissima non ho particolari critiche da muovere. Nel complesso il racconto mi è piaciuto e il finale, semplice e così realista (cioè che sa descrivere in poco spazio qualcosa di molto reale e in cui ci si può facilmente immedesimare) è costruito egregiamente. La nota stonata sta nel corpo centrale del racconto: troppo lungo, si posticipa di troppo secondo me lo svelamento finale, tanto che il lettore tende a perdere pian piano di interesse. Fosse stato più snello, sarebbe stato perfetto.
  11. Komorebi

    [MI 136] Per scaldare l’autostima

    @Poeta Zaza racconto dolce e delicato, ben riuscito sotto molti aspetti (la prosa nel complesso mi è parsa buona, la figura del nipote e della nonna ben costruite) ma meno efficace sotto altri. A volte le battute suonano costruite, artefatte, poco spontanee e che poco si adattano alla figura che fino a quel momento hai descritto. In secondo luogo: i personaggi sono troppi per un racconto breve, e solo alcuni risaltano. Gli altri rimangono sullo sfondo, a fare solo da “arredamento” e corollario ai protagonisti. È un peccato, perché togliendo questi e dando più spazio a chi ha un ruolo centrale, si riuscirebbe a concedere maggiore spazio ai personaggi principali per emergere
  12. Komorebi

    [MI 136] Da uomo a uomo

    @Brutus racconto che si chiarisce solo alla fine ma (e questo è il suo limite) non del tutto. Almeno per me alcuni dettagli restano poco chiari e i comportamenti del protagonista (quei pochi che compie) un po’ poco spontanei e molto scriptati. Secondo me questo è un tipo di racconto che avrebbe avuto bisogno di maggiore spazio in alcuni punti e di essere maggiormente asciugato in altri. Lo stile di scrittura però è buono e nel complesso è stata una lettura interessante. Buona anche la descrizione dell’assalto del cane, ben resa.
  13. @Ton i racconti che si strutturano come un’alternanza di battute, in genere, non mi piacciono. Dalla tua, però, hai che sei riuscito, senza descrizioni ma solo con battute e stile di dialogo, a tratteggiare molto bene i protagonisti, se non altro i due nel primo capitolo del racconto. Purtroppo, questa cura che ho trovato nella prima parte, tende un po’ a perdersi proseguendo nel testo, tanto che verso la fine ho fatto fatica a distinguere chi stesse parlando. La storia in sé è preparata bene, con la dovuta dose di riferimenti e dettagli che la rendono credibile e realistica. Nel complesso, è stata una lettura molto piacevole e divertente.
  14. Komorebi

    [MI 136] Un plumbeo cielo stellato

    @Shiki Ryougi mi piacerebbe condurre un’analisi dettagliata sul tuo testo, perché secondo me ci sono alcune cose su cui varrebbe la pena porre attenzione e che potrebbero essere corrette con facilità, ma ahimé il tempo è tiranno. Voglio comunque lasciarti dei suggerimenti, premettendo che io non sono nessuno e quella che segue è solo la mia umilissima opinione. - Nel testo tendi spesso a usare verbi come ‘sembrare’ ‘sentire’. Se il personaggio narrante è ben definito ed è uno solo (come in questo caso), precisare che ‘a lui sembrò’ o ‘lui sentiva che...’ è superfluo. Mi suona come quando nei temi la maestra mi correggeva quando scrivevo ‘secondo me’ o ‘è importante anche sottolineare che...’. Sono io che scrivo, è ovvio che sia secondo me. Se lo sto scrivendo, è già importante, non c’è bisogno di precisarlo. Allo stesso modo, se il punto di vista è del tuo protagonista, non c’è bisogno di sottolineare che sia lui a sentire certe cose/sensazioni. È sufficiente descrivere le sensazioni. Questo permette di snellire il testo e rendere più ‘rapida’ la descrizione, più diretta, che colpisca subito il lettore. - Esempio: Qui non c’è un ‘sembrare’ ‘sentire’, ma una frase come questa, che descrive il movimento del protagonista anziché direttamente quello che lui vede, appesantisce la storia. Si potrebbe rendere con: ‘ Fuori dalla finestra, un cielo plumbeo. Sul tavolo, i cilindri di plastica semitrasparente’. In questo modo tu non ‘racconti’ che il personaggio sposta l’attenzione da un punto all’altro, ma lo ‘mostri’ al lettore. La stessa accortezza si può fare più volte nel testo, snellendo le parti in cui ti soffermi sui movimenti del protagonista e mostrando, invece, quali sono le conseguenze di questi stessi movimenti. - I Nightwish: Fammi indovinare, ti piacciono i Nightwish, vero? Mi sono rimasti impressi perché si tratta dell’unico dettaglio concreto/nome proprio/aggancio alla realtà presente nel testo. Proprio per questo, mi è parso fuori luogo che venissero citati. Non sono giustificati precedentemente nel testo e non c’è una vera e propria descrizione delle emozioni che suscitano nel protagonista. C’è solo un vago e generico ‘magnifico’, che però non rende a un lettore che non conosce il gruppo un corrispettivo in termini di emozioni/sensazioni.
  15. Komorebi

    [MI 136] Le pasticche del nonno

    @Befana Profana personalmente trovo molto difficile riuscire a creare un testo che faccia sorridere/ridere, e tu ci sei riuscita. Sebbene sia una storia costruita con la tecnica dell’alternanza di battute, riesci a dare uno spessore ai personaggi (più al nonno che al bambino), le battute non sono scontate e i tempismi comici sono rispettati. Il bambino necessita di maggiore caratterizzazione e, soprattutto, personalità nel tipo di parole utilizzate, che a volte risultano troppo colte e altre troppo infantili. Il finale mi sembra troppo ‘insipido’ rispetto al resto del testo. Complessivamente, comunque, il giudizio è positivo.
  16. Komorebi

    [MI 136] Il proprio lavoro

    @AnnaL. nel complesso, credo di trovarmi d’ accordo con @Edu in primo commento: il limite del testo è il suo stesso punto di forza, cioè una lunga descrizione con graduale disvelamento del ‘colpo di scena’ sul personaggio cui appartiene il punto di vista della narrazione. Tale disvelamento, però, non avviene in conclusione, ma a metà testo, lasciando quello che segue un troppo lento procedere al finale. È un testo ben scritto, ma lento, che necessiterebbe di maggiore rapidità e battute più efficaci.
  17. Komorebi

    [MI 136] Quando ci sei dentro

    @AdStr personaggi ben caratterizzati, linguaggio semplice e diretto che si adatta ai protagonisti messi in scena. Non tutto viene spiegato (e questo non è necessariamente un male), ma alla fine si ha come la sensazione (almeno io l’ho avuta) di qualcosa che sfugga, delle necessità di maggiore background. Nel complesso, giudizio positivo.
  18. Komorebi

    [MI 136] La farmacista

    @ivalibri idea molto piacevole, resa in prosa con la tecnica dell’alternanza di dialoghi, che ahimé non apprezzo particolarmente. Si dà poco spazio alla caratterizzazione dei personaggi e risalto solo agli aspetti mordaci. Questi ultimi, comunque, funzionano. E il finale, che un pizzico fa anche riflettere, non è male. Un saluto!
  19. Komorebi

    [MI 136] Preferirei di no

    @Ottimo Massimo storia breve per un’idea semplice ma non per questo banale. La resa in prosa mi è parsa molto buona, i pensieri del protagonista sono espressi con chiarezza. Il riferimento letterario non viene approfondito, ed è giusto così perché si dice nel tuo testo tutto quello che è necessario sapere/intuire per comprendere il motivo di quel condizionale che sostituisce l’indicativo. Ho trovato, come unica pecca, un’aderenza alla traccia non del tutto rispettata, ma la storia in sé mantiene il proprio valore.
  20. Komorebi

    [MI 136] Le regole della casa

    @Ippolita2018 tutto corretto, complimenti XD. Avevo proprio in mente queste case giapponesi mentre scrivevo. Nella mia testa, però, il racconto non doveva essere ambientato in un luogo o tempo precisi. Sebbene per le protagoniste femminili avessi avuto in mente tratti giapponesi, per il protagonista pensavo a un uomo occidentale. Purtroppo, però, sono stato troppo criptico (chissà se riuscirò a vincere il premio omonimo XD) e solo a rileggere il testo coi vostri commenti mi sono reso conto dei troppi sott’intesi non spiegati. Lo sistemerò, però, e lo ripubblicherò in officina. @Befana Profana ti ringrazio per la gentilezza di scrivere che avrei ben chiarito la ragione della trasgressione alla regola, ma proprio non credo di averlo fatto. Correggerò e renderò il tutto un pochino più esplicito.
  21. Komorebi

    [MI 136] Sento il cuore a mille

    ‘Non so, ma so che accade e mi tormento’ @Edu la seconda parte molto divertente, un po’ lenta la prima. Faticavo a seguire a causa dell’assenza di descrizioni precise e concrete, è tutto ‘raccontato’ e non descritto e molto romantico. Il finale prosaico mi rende più chiaro il tutto e anche più godibile.
  22. Komorebi

    [MI 136] Le regole della casa

    @AnnaL. @Edu mi spiace sinceramente che non si capisca. In effetti a rileggerlo mi rendo conto di quanto possa suonare oscuro. Preferisco però non spiegarlo, lo risistemerò per la sezione officina. Grazie mille del commento, davvero, altrimenti non avrei mai capito l’errore!
  23. Komorebi

    Mezzogiorno d'inchiostro 136 – Topic ufficiale

    [MI 136 Le regole della casa] Traccia di mezzanotte
  24. Komorebi

    [MI136] Sleep paralysis

    @mina99 che angoscia! Racconto scritto molto bene, con un flusso di pensiero che si lascia ben seguire e si mantiene comprensibile fino alla fine. Le pasticche accompagnano il graduale degradarsi del protagonist*, che ricerca lo sballo per non dover pensare alla propria vita e alla propria sofferenza. I passaggi sono ben scanditi e descritti, con 4 grandi aree: il ragazzo in discoteca, la prima ragazza, la madre e gli uomini. Ognuno occupa lo spazio corretto, senza prenderne né troppo né troppo poco. Non ho particolari critiche da muovere, nemmeno di stile, che mi è piaciuto ed è servito a rendere la rapidità e lo stordimento ottenuto dalla droga. Nel racconto non succede molto, già nella prima delle 4 macrosezioni si 'scopre' la natura del protagonist* e tutto il seguito è solo una rapida discesa nella sua sofferenza e autodistruzione. Il racconto si imprime per le immagini, i rumori e gli odori (il cesso, il vomito, il piscio), e si imprime bene. C'è poca aspettativa, però, proprio perché c'è poco da scoprire: in un racconto breve come questo funziona, ma se si trattasse di un testo più lungo, lo stile rapido e a flusso di pensiero e il poco da scoprire farebbero desistere il lettore. Come ho già detto, però, in un racconto breve la combinazione funziona, e infatti mi sento di giudicare il testo positivamente. (Sì, ma che angoscia!)
  25. Komorebi

    La vestale (Capitolo 1)

    Commento La vestale Capitolo 1 Sapeva che sarebbero state brutte notizie ancora prima di aprire la porta. Ne ebbe la conferma dallo sguardo atterrito di Mentovir, i suoi ciuffi scarmigliati e le guance rubizze. Il vecchio occhialuto ansimava senza proferire verbo, gli occhi marrone scuro le passavano attraverso. L’ampia veste dalle molte tasche era sudicia e ricoperta di fango. Se Mentovir l’Interprete si era scomodato a venire da lei di persona e se, cosa ancora più grave, aveva bussato direttamente alla porta della sua stanza senza prima svegliare Dorotea o avvisare Ulderovir il Grande, allora qualcosa non andava. E doveva essere qualcosa di grosso. «Si tratta della Vestale» disse come se avesse appena letto i pensieri della Principessa. «Portamici.» «Non per questa strada. Non devono vederti.» «È così grave?» Se possibile, gli occhi di Mentovir si dilatarono ulteriormente. Erano così grandi da sporgere al di sotto degli occhialoni da vista. Il viso del vecchio si incupì e per un attimo ad Alissila parve di ritrovare l’anziano e burbero insegnante di un tempo, quello stesso Mentovir che non perdonava alcun errore ai suoi discepoli e si scandalizzava per l’ignoranza altrui. Una volta, a lei che aveva timidamente chiesto se potesse fare una domanda forse stupida, lui le aveva detto no, pensaci bene, perché le domande stupide esistono e l’intelligenza sta nel capire di non doverle fare. Ecco: di fronte a quello sguardo un po’ torvo e un po’ scocciato, Alissila seppe di avere appena risvegliato l’antico fastidio del vecchio per la stupidità. «Sbrigati» le rispose infatti, poi, come un ripensamento, «mia Principessa» aggiunse. Mentovir l’Interprete, un tempo Mentovir l’Insegnante, si mise a quattro zampe e corse avanti. La Principessa dei Lemming Alissila gli tenne dietro. Si addentrarono nel cunicolo secondario che si allungava dalla tana nobiliare. Il tunnel di sicurezza, riservato a fughe precipitose in caso di evacuazione, girava al largo dei principali cunicoli. La strada era lunga, impervia perché soggetta a minore opera di restauro in tempo di pace, e buia perché là erano poche le fiaccole alimentate a lucciole. Correvano troppo veloce perché Alissila avesse il tempo di riflettere, ma una sensazione di disagio e rassegnazione le stringeva la bocca dello stomaco. Un’antica maledizione echeggiava dalle profondità della sua memoria. Quando il cunicolo sotterraneo cominciò a salire, Mentovir rallentò l’andatura. Il vecchio lemming ansimava, il raschio dell’aria nella sua gola veniva amplificato dal tunnel di terra. Sbucarono all’esterno in un cespuglio di arbusti secchi. Il clima rigido fece rizzare a entrambi il pelo e fremere i baffi. Spesero qualche secondo a strofinarsi la faccia con le zampette per togliersi di dosso il fastidio del gelo della tundra. Si appallottolarono orripilando il pelo e la veste di Mentovir si gonfiò sotto i suoi aculei grigio-topo. Alissila non era abituata al Grande Fuori, a sua memoria c’era stata pochissime volte e mai senza scorta. Il minimo rumore le faceva vibrare le orecchie e battere il petto. «Sbrighiamoci.» Mentovir sgambettò attraverso gli arbusti e la Principessa lo seguì. Scesero di nuovo sottoterra, in un cunicolo dislocato rispetto alla Tana. Il buio e il calore del sottosuolo diedero loro la forza di percorrere gli ultimi metri di corsa. In quel cunicolo si aprivano tre soli pertugi: in uno si entrava nelle stanze delle ancelle, nell’altro in quella di Mentovir. La terza porta di assicelle di legno era protetta da due guardie armate di lancia. «Spostatevi» il vecchio agitò la zampa con fastidio verso i due energumeni, che si retrassero deferenti. «Mia Principessa…» sussurrò uno. «Zitto! Non osare raccontare a nessuno che hai visto la Principessa entrare qui, mi hai capito?» «Sì.» «Giuralo sul Fato!» La Principessa rabbrividì: non si giurava sul Fato. Non lo si sarebbe mai dovuto nemmeno nominare. «L-lo g-giuro.» La porta che avevano davanti recava i simboli dell’Onda e dei Due Grandi Occhi. Mentovir scambiò con Alissila uno sguardo carico di significato e gravità. Dietro gli occhialoni, le iridi scure del maestro erano colme di tristezza. «Ero convinto che non sarei mai vissuto abbastanza per assistere a questo giorno…» A quelle parole, la sensazione di disagio e incombenza strinse ancora più forte i lacci attorno allo stomaco di Alissila. La giovane Principessa fu scossa da un brivido che le arruffò i peli color del miele dalla punta delle zampe al cocuzzolo della testa. Si sfregò il viso tra le zampine. Il pavimento della stanza era coperto di cuscini porpora e oro, tendaggi di seta scendevano dall’alto soffitto a separare in locali l’ampio salone. Sotto candelabri di vetro arvicolare che coloravano la stanza di luci variopinte, sedevano acciambellate le une sulle altre le tre ancelle della Vestale. «È l’Interprete! È il vecchio bisbetico!» «Sì, sì, il vecchio bisbetico è tornato!» «Cosa vuole da noi? Cosa vuole? Non ci usa già abbastanza?» Le guance di Mentovir, già rosse per la doppia corsa appena fatta, parvero quasi prendere fuoco. Agitò le zampine in aria e cacciò le tre Lemming. «Sciò, maledette stupide! Tornate a poltrire nei vostri letti! Sciò, andate via!» «Ma che modi, che sgraziato!» «Sì, sì, modi orribili, modi da vecchio bisbetico!» «Non capisce quanto sia antipatico? Non capisce che così non si troverà mai una brava Lemming che se lo sposi?» «Smettetela, stupide! Andatevene subito!» Le tre sgambettarono ridacchiando tra loro. Non curarono di uno sguardo la Principessa, come non riconoscendola. Mentovir scosse la testa, talmente infastidito da non trovare neppure le parole per insultarle. «Sacra Vestale» si inginocchiò di fronte al telo più spesso «sono io, Mentovir, il vostro Interprete». Un’ombra si mosse da dietro il tendaggio. La seta si scosse, frusciò quando la Vestale ci si strofinò contro il corpo maestoso. Le lucciole nelle lanterne mandavano il loro bagliore, coloravano di rosso e di porpora il velo. L’ombra s’accrebbe, come terra smossa si impila. Si attorcigliò in spire concentriche, s’innalzò fino al soffitto. Una testa a triangolo emerse da quella montagna oscura. Si piegò in avanti. «Ssssei tu, Mentovir? Chi rechi teco?» Il sibilo riempì la stanza e fece vibrare ogni altra tenda. Un sottile fruscio si trasmise di seta in seta a circondare i due Lemming. «Sacra Vestale. Costei è la Principessa Alissila, del popolo dei Lemming.» Alissila non aveva mai conosciuto la Vestale. Era consapevole della sua esistenza come si è consapevole di una tragedia lontana, di quelle che affliggono il mondo delle Bestie Alte o il regno delle piccole arvicole, per esempio. Messa di fronte a quel triangolo cieco su spire e spire di corpo frusciante, sentì le ginocchia tremare e il diadema che aveva in testa oscurarsi un pochino. «Sacra Vestale» riuscì a dire «è un onore trovarsi al vostro cospetto». «Principesssssa, ho sssssentito molto parlare di voi. È un onore ssssssentire la vossssstra voce…» Alissila annuì senza parlare. Per la terza volta quel giorno, la Paura aveva mosso i suoi fili invisibili facendole rizzare il pelo. «Sacra Vestale, ti prego, ripeti alla Principessa ciò che nel tuo sonno hai visto.» La tenda si scosse. La luce si affievolì. In un cupo alone di sangue purpureo, l’enorme bestia dietro il velo emise un sibilo simile a un riso di scherno. «Vidi l’Onda levarssssi dall’orrido e sssssommergere campi, la corsssssa ssssenza fine venire divorata dal Fato. La Grande Migrazione presssssto emetterà il ssssssuo richiamo e il tuo popolo, o Principesssssssa, ne sssssarà attirato. Morrete nell’orrido, o piccoli sssssssorci. Morrete nell’orrido!» Alissila tremò. Non fosse stato per Mentovir che la sorresse, sarebbe svenuta in quel momento in quella tana di sangue. Il vecchio occhialuto la guardò con affetto e compassione, le domandò: «Hai capito, non è vero?» E questa volta, per una volta, fu lui, Mentovir, a ricevere lo sguardo infastidito di Alissila. Questa volta, per una volta, fu Mentovir ad aver posto una domanda stupida. «Dobbiamo riunire il Concilio.»
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