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Komorebi

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Tutti i contenuti di Komorebi

  1. @massimopud storia piacevole e che, fino alla fine, non ho intuito dove volesse andare a parare. Non condivido la speranza fiduciosa del finale, ma queste sono questioni filosofiche individuali Inoltre, non significa che non apprezzi il ragionamento che c'è dietro e la leggerezza e ironia che permeano lo scritto. Una piacevole rivisitazione della scommessa su Dio, quasi! Un saluto!
  2. Komorebi

    Porgimi la farfalla dalle ali chiuse.

    Ciao @Floriana e grazie del commento! Ti dico subito che la modifica dei versi è un po' difficile per questioni di metrica (però nemmeno a me piace quello dell'acqua che bolle a cento gradi). Riguardo il tema della poesia, tranquilla! La poesia è molto oscura, sono il primo a rendermene conto. Infatti sono sostenitore dell'idea che la parafrasi debba sempre essere posta accanto ad ogni poesia! Non l'ho messa perché volevo prima sentire che ne pensassero gli altri senza suggerimenti. Ecco di che parla la poesia: La farfalla rappresenta il disordine, l'imprevedibilità, le scelte che possono portare a conclusioni piacevoli o meno ('l'effetto farfalla', appunto). Nei primi versi chiedo che mi venga consegnata la farfalla dalle ali chiuse, perché se non può sbatterle, il caos non modificherà i piani, non renderà imprevedibile il cammino (biforca i sentieri). Il pendolo dalle lancette inchiodate è un'altra immagine simile: finché siamo nel presente, non si è ancora scelto, non si può dunque sbagliare. E' il futuro che porta incertezza e timore. Aprire la scatola del mondo è una metafora che vede il mondo come una scatola che si può aprire e richiudere a piacere: da qualche parte, dentro la 'scatola' è contenuta la soluzione a tutti i dubbi, le paure, l'incertezza del futuro. Spero, in altri termini, che il mondo non sia fatto a caso, dominato 'dagli effetti farfalla', ma che anzi ci sia una regola, un senso che magari a noi uomini sfugge ma è celato nelle profondità. Come una legge fisica che possa spiegare tutto ciò che di incomprensibile avviene nella vita e nel mondo ('questo ostile nodo'). Seguono tre immagini che danno sicurezza: una linea retta, la fisica dell'acqua che bolle solo oltre i cento gradi, la rondine che migra solo in inverno (e non a caso). Subito sotto, in opposizione, tre immagini di caos: frammenti di puzzle che non si incastrano tra loro, frammenti di vetri infranti, cumuli di parole senza senso. L'immagine di chiusura è quella di una farfalla dalle ali legate: ecco, finalmente la farfalla non mescolerà le carte in tavola, adesso tutto è ordinato e preciso. Peccato, però, che ancora più sotto della farfalla ci sia un intrico, una ragnatela: tanti sentieri, tante scelte (la speranza di un senso alla base del disordine è ormai svanita). Il ragno (una sorta di 'padrone' di questo caos) deride la mia speranza di trovare un senso alla vita e al mondo.
  3. Komorebi

    Il principe Jacopo e la danza della felicità

    @Emina Ristovic la fiaba è davvero molto bella e tenera, e sono simpatici i nomi che hai scelto. La vedrei bene anch'io per uno spettacolo teatrale, soprattutto perchè è ben chiara la suddivisione degli avvenimenti in 'atti': il re e Carlotta, la strega cattiva e l'infelicità del regno, il tentativo delle sorelle della strega di riportare la felicità, la nascita di Jacopo e il finale. Ti dico cosa, secondo me, c'è da sistemare: 1) Toglierei, come già fatto notare, espressioni come forfait e anche dark lady. In più sostituirei l'espressione 'panza', che per quanto divertente stona un po', con una simile come 'pancetta'. Ti segnalo, poi, la parte dove entrano in scena le sorelle di Ortensia: la descrizione per cui 'avevano un po' più di qualche goccia di sangue simile a Ortensia' è un po' troppo articolata per una fiaba per bambini. Meglio essere più diretti dicendo subito che sono le sorelle e lasciando perdere la questione del sangue comune. 2) A proposito delle sorelle di Ortensia: per quanto in uno spettacolo teatrale sia piacevole vedere la contrapposizione tra i tentativi delle fate buone di vincere e le loro continue sconfitte, qui nella fiaba la questione passa un po' in sordina: sono personaggi che compaiono a metà racconto e, di fatto, non aggiungono nulla alla situazione: sono subito sconfitti e non riescono a contrapporsi ad Ortensia. O aggiungi una scenetta di 'battaglia magica' tra le fate e la strega, oppure ti consiglio di toglierle direttamente. 3) L'infelicità che scende sul regno a seguito dell'incantesimo di Ortensia: anche qui, ti consiglio di ampliare con qualche scenetta semi-comica la situazione. Ad esempio potresti dire che nelle locande si trovavano solo bevande calde in estate e fredde d'inverno, il ghiaccio era caldo e il tè era salato. Oppure: i bambini uscivano nelle piazze a giocare, ma appena arrivati erano colti da una strana malinconia, una sensazione di vuoto e stanchezza che li induceva a lasciar perdere il gioco, tornarsene a casa senza aver tirato nemmeno un calcio al pallone. Le madri non stiravano né stendevano più, vinte dal rammarico: sedevano tutto il giorno alla finestra a sospirare e se qualcuno domandava loro il motivo, non sapevano che rispondere. Persino le vicine impiccione si erano fatte silenziose: si era perso il piacere di spettegolare, riunirsi, stare in compagnia. Le persiane delle case erano serrate, al mercato non c'erano clienti, le strade della città si svuotarono della folla che fino a pochi mesi prima le aveva popolate. 4) Dal momento in cui nasce Jacopo, Ortensia perde i suoi poteri e, nonostante i tentativi, non riesce a rifarsi contro il bambino. Questo è molto carino, ma toglie tensione alla storia: si può dire che la fiaba termini al momento della nascita di Jacopo, perchè il male è già stato sconfitto in quel momento. Ti consiglio una via di mezzo: alla nascita di Jacopo la felicità tornò nel regno, ma la malinconia e l'insofferenza minacciavano come nubi di un temporale di ripiombare da un momento all'altro nei cuori della gente. La strega Ortensia, tutt'altro che soddisfatta dal pareggio, volle ad ogni modo eliminare anche quel briciolo di felicità portata dal principino e che, suo malgrado, vedeva crescere di giorno in giorno. Provò i peggio incantesimi e la peggio magia nera, ma niente: la felicità nel regno cresceva man mano che Jacopo imparava a stare seduto e a camminare. Ogni vagito di Jacopo era una goccia di tristezza in meno sul regno. Ortensia, così, decise di affrontare la questione di persona: si recò a palazzo, si intrufolò nelle stanze del principino con la bacchetta levata e... non appena gli occhioni di Jacopo si posarono su di lei e il bambino sorrise, la bacchetta si spezzò e la strega si mise a tremare. Un'incontenibile voglia di ballare la prese: pur non volendo, i suoi piedi si misero a battere il marmo del pavimento, le gambe si piegarono e scattarono in salti e piroette, ecc.... Questo, almeno, è come farei io lo 'scontro' tra Jacopo e la strega (ovviamente l'ho scritto di fretta e solo per dare un'idea). Considera se non sarebbe meglio una variazione in questo senso! Un saluto e alla prossima fiaba!
  4. Komorebi

    Presentazione

    @Samas benvenuto. Sono anch'io novizio come te e la penso allo stesso modo sulla condivisione e la possibilità di migliorarsi nel confronto. Ti consiglio l'Officina per cominciare a leggere qualcosa e, nel caso, pubblicare qualcosa di tuo!
  5. Komorebi

    Racconti brevi "in 5 punti". Il significato del mondo.

    Ammetto di essermi divertito a spaziare un po' sul tema. Non è stato proprio proprio un racconto in 5 punti perché il flusso di coscienza finale ha rotto le barriere. Ma non ho saputo resistere Comunque noto che la cosa più bella di questo 'mini contest' è scoprire proprio le variazioni sul tema offerte dai vari autori: al di là dello stile di ognuno, anche la trama e l'idea di partenza dei mini racconti contiene qualcosa di personale. Davvero piacevole. Un saluto e grazie a tutti dei commenti!
  6. Komorebi

    Salve a tutti.

    @libero_s ecco, ora ho ansia da prestazione. Grazie, eh!
  7. @Joyopi ottimo racconto. Mi aggiungo a @libero_s nel dire che l'influenza di Borges è sempre ben evidente, sia nell'idea che nello stile. L'immagine dell'uomo che si dà come scopo il disegno del mondo mi piace e mi conferisce un senso di fiabesco e realismo magico; anche il finale è piacevole e per niente banale. Le frasi sono lunghe il giusto, non c'è il senso di soffocamento che a volte questo gioco dei 5 punti minaccia di causare. Ho un dubbio riguardo alla forma verbale apparì, perché personalmente avrei preferito apparve. Non ho cercato in internet, ma credo siano corrette entrambe. Un saluto e grazie del bel racconto!
  8. Komorebi

    Racconti brevi in "5 punti": Orrore nel castello

    @massimopud semplicemente meraviglioso! Il finale è bellissimo e giuro di essere scoppiato a ridere di fronte allo schermo. Per niente scontato (e come potrebbe?). L'ispirazione di Borges è evidente nello stile e nella geometrica descrizione del passaggio segreto. Davvero un bel lavoro, grazie di averlo condiviso. Un saluto!
  9. @Plata la storia è simpatica e con un certo grado di umorismo macabro che mi piace molto, ma abusi troppo di punti e virgola. Soprattutto in questo pezzo: C'è della gente giù; guardano verso l'alto, e da questa prospettiva riesco a vederne solo le facce - come se non avessero altro -, ad alcuni intravedo anche le punte delle scarpe, come ambigui esseri antropomorfi senza corpo; ci sono due bambini tra i miei spettatori, attaccate alla gonna di una signora grassoccia, magari mi hanno scambiato per un supereroe in volo... io, un supereroe? La parte dei bambini è staccata dalla descrizione precedente, per me lì ci vuole proprio il punto. Comunque basta, ho deciso, devo farlo anch'io un racconto in cinque punti. Un saluto!
  10. Komorebi

    Notte nera

    @Lexif, poesia non per molti (io non ne avevo inteso il significato) e quindi ti ringrazio per la parafrasi che hai aggiunto (sono dell'opinione che tutte le poesie, indistintamente, debbano sempre essere lette con la parafrasi accanto, ma queste sono convinzioni personali). Mi aggiungo anche io ad una domanda: perché la scelta del mondo cieco? Non sarebbe stato meglio sordo? Per il resto mi trovo d'accordo con quanto espresso da @Johnny P, anche a proposito della ripetizione cieco-accecato non proprio piacevole. A parte questo, ottimo il resto. Un saluto!
  11. Komorebi

    Capita

    @Bocca99 la poesia è bella, il tono dimesso e pacato, quasi rassegnato è sostenuto dalla scelta di parole ripetute come flebile, labile e dalla figura della lapide che chiude il primo verso. Ho notato, poi, che la seconda strofa riprende le parole chiave (al contrario: parte da labile e finisce con candide, che si contrappone a lapide del primo verso); è un caso o è voluto? Soprattutto la connessione della lapide con le rose candide? Mi aggiungo però alla domanda di @Marco Kaminski: cosa intendevi con gli ultimi due versi?
  12. Komorebi

    Racconti brevi "in 5 punti" - Cinque secondi appena

    @simone volponi storia molto bella! C'è un che di gore (giusto un pelo) nelle immagini della vescica che cede in un getto caldo e nel corpo che va a pezzi sul cemento che mi piace davvero molto. Anche la nota di umorismo macabro nella figura del corpo raschiato via dal piano terra mi fa apprezzare il breve racconto. Ho dei problemi, lo so. Ho solo una domanda, e non la prendere come provocazione perché sono sinceramente dubbioso: aver sbracciato, sicuro che sia corretto? Non è essermi sbracciato? Come ho già scritto, la mia è vera ignoranza, magari si può scrivere in entrambi i modi e non lo sapevo. Un saluto!
  13. Komorebi

    DM

    @Nicola Orofino Vivonic davvero una bella storia e scritta bene. La coralità è verosimile e, con poche battute, riesci a dire l'essenziale e a far subito capire cosa sta succedendo e chi sta parlando. Il finale è perfetto. Ci sono un paio di frasi che ometterei, perché superflue, come Ma per quattro adolescenti basta e avanza. Alla fine del primo periodo. Ma per il resto non ho nulla da dire. Un saluto!
  14. Komorebi

    Il Raccoglitore di Stelle

    @wyjkz31 grazie del commento! Non sai quante volte mi sono fermato, nello scrivere la fiaba, domandandomi se il fatto di non mostrare niente avrebbe rovinato tutto. Ma, come hai detto tu: è una fiaba, non potevo fare altro che raccontare. Sull'interpretazione che hai dato non ho nulla da ridire perché è corretta. O, almeno, è ciò che volevo dire (se poi altri daranno altre interpretazioni, meglio ancora). A proposito delle correzioni che mi hai fatto, invece, solo due cose: 1) riguardo la d eufonica: la sbaglio sempre. Mi suona comunque male scrivere, ad esempio, e insegnò. Mi viene spontaneo mettere ed insegnò. Devo prestarci più attenzione. 2) il presente è voluto per sottolineare un atteggiamento un po' infantile e viziato di Pieraurelio (appunto, come un bambino): io ti voglio all'epoca, non adesso. E' come se puntasse i piedi e ordinasse al tempo di tornare indietro, perché lui vuole che il passato cambi. Al di là di questo, comunque, capisco bene la nota che mi hai fatto e, anzi, il contrasto dei tempi verbali si sente ed è voluto. Ho ritenuto suonasse meglio così, tipo licenza poetica. Grazie di avermi dedicato del tempo, spero ne sia valsa la pena! Un saluto!
  15. Komorebi

    Camorristi

    @Niko a proposito del dibattito dialetto/non dialetto, io sono favorevolissimo ad usarlo. Non ho capito il significato delle singole parole, ma il senso complessivo sì, ed è questo che importa. Il dialetto è essenziale (almeno in questo racconto) alla caratterizzazione. Una sua assenza ridurrebbe di molto la resa. Quello che non mi è piaciuto è l'alternanza involontaria che si viene a creare nel corso del racconto tra un punto di vista esterno alla vicenda e il punto di vista di Russo. Mi spiego con vari esempi: Il cadavere era legato al letto. Aveva gli occhi spalancati e numerose ferite lungo tutto il corpo. Polsi e collo erano viola e una pozza di sangue bagnava le lenzuola sotto al fondoschiena. Già alla prima frase mi sono domandato chi parlasse: un membro della scientifica o un ispettore, diciamo così, terra-terra. Se a parlare è un membro della scientifica, il linguaggio è sbagliato e si dovrebbe rendere con una descrizione medica più accurata: occhi spalancati a pupille midriatiche, rigor mortis e temperatura corporea di questa o quella entità, ecchimosi e ferite lacero-contuse sul corpo, sanguinamento anale da verosimile penetrazione a corpo contundente, ecc... Se a parlare, come si scopre in seguito, è un ispettore 'terra-terra', la descrizione non va comunque bene: il corpo era di un tipo dai capelli neri, uno della camorra, uno che è meglio perderlo che trovarlo. C'aveva le palpebre spalancate e delle botte che, porca miseria, come gli rendevano la faccia. Manco la madre lo avrebbe riconosciuto. I lacci ai polsi gli avevano reso le dita salsicciotti violacei. L'assassino doveva anche essersi divertito col suo culo, a giudicare dalla chiazza di sangue sulle lenzuola. Quello che fai tu, invece, è adottare un punto di vista esterno alla vicenda. Va bene, per l'amor del cielo, ma rende molto meno che se avessi usato il punto di vista di Russo fin dal principio. Più avanti, infatti, non ti fai problemi ad usare un linguaggio più diretto (quando descrivi la donna, lo fai col punto di vista di Russo, dici che ha un bel culo; un narratore-punto di vista esterno si limiterebbe a riportare le sue forme, non farebbe commenti sul fisico così 'personali'). A parte questo, storia piacevole e ben scritta. Torno a dire che il dialetto ha aiutato tanto a rendere verosimile e concreta la vicenda. Da rivedere, secondo me, il finale, perché prevedibile. Si intuisce che la donna (o comunque l'assassino, perché fino a metà sono stato convinto si trattasse di un uomo) uccidesse per vendetta personale e non per una questione di lotte tra clan. Il movente non si comprende fino alla fine, e questo è positivo, ma che Russo voglia aiutare l'assassino è prevedibile. Spero che i consigli siano utili! Leggerò altro tuo, sperando il dialetto non sia troppo stretto o non ci capirò niente. Un saluto!
  16. Komorebi

    Luna

    @Charlotte Bella descrizione e, a parte un paio di aggettivi 'suo, sua' che si potrebbero togliere, non ho molto da dire. L'unica frase che non mi gusta tanto è quando dici: un'emozione mai provata si stava facendo largo partendo dallo stomaco, su fino al cuore e agli occhi. Dato che in seguito descrivi in maniera accurata questa emozione, questa frase è superflua e anche poco specifica. Non solo: di seguito mostri cosa succede alla protagonista del frammento di fronte al paesaggio e come reagisce ad esso; raccontare che sta per provare un'emozione non è importante. Inoltre, il racconto è molto intimo, ambientato, si può dire, nell'animo della protagonista. Una maggiore descrizione dell'ambiente circostante (anche pochi dettagli, perchè comunque la descrizione c'è!) potrebbe migliorare ancora di più la percezione di questa emozione da parte del lettore. In altri termini: far sentire il lettore come si sente la protagonista tramite la descrizione dell'ambiente e il senso di vastità e di pace della Valley al tramonto (io non ci sono mai stato, voglio sapere di più su come sia). Un saluto!
  17. Komorebi

    Racconti brevi in "5 punti": Akhim e il labirinto

    @Joyopi ad un fan di Calvino come me, un esercizio di stile come questo non può che piacere. Non ho molte cose da dire, visto che la brevità (obbligata) del racconto impone di tagliare e ridurre tutto all'essenziale. Il risultato, comunque, è piacevole e ben curato, suona come una piccola fiaba. Ti consiglio soltanto di rivedere la seconda frase (un po' troppo lunga e 'pesante' da leggere), per il resto trovo che sia perfetto. Anche la metafora delle lingue e braccia del labirinto funziona bene per far sentire Akhim intrappolato in un grosso e imponente corpo. Se non lo conosci, ti consiglio di informarti sull'oulipo. Rappresenta un gruppo di autori francesi (e Calvino) del novecento che si allenavano con esercizi di questo genere. https://it.wikipedia.org/wiki/OuLiPo
  18. Komorebi

    Alla fine del mondo.

    @Marco Kaminski grazie del commento! Ammetto che il mio scopo era una descrizione della situazione e del paesaggio, non mi sono concentrato molto sulla musicalità e ritmo della poesia. A riscrivere! Un saluto!
  19. Komorebi

    I giorni dell'apocalisse - Ep.1: Jena (Cap. 2/5)

    @Pulsar non so fino a quando riuscirò ad essere così rapido nei commenti! Finché posso, però, ne approfitto per essere più dettagliato possibile nei giudizi. Per quello che valgono i giudizi di uno sconosciuto XD. - Punto di vista: in effetti è un problema anche per me mantenere stabile il punto di vista nei miei scritti. Soprattutto perché certe scene verrebbero meglio con un altro punto di vista, ma non posso comunque cambiarlo nel mezzo della narrazione. Rileggendo ogni volta, però, si riesce a correggere le sviste maggiori. So per certo che in un altro contesto una storia verrebbe letta e riletta e corretta e ricorretta mille volte, quindi se anche qui ci sono scivoloni, fa niente. - Caratteri: come sopra. Fuori dal forum, la storia può essere corretta e allungata quanto si vuole, qui per forza di cose bisogna tagliare e aggiustare, lo capisco bene anch'io. Prendi i miei consigli come cose generali, da applicare (se li ritieni validi) al di fuori di qui. - Julia: per sembrare materna, lo sembra in effetti, ma si può andare ancora più a fondo secondo me (sono un lettore esigente u.u) - Dotty/Jena: il suo silenzio fa intuire che nasconda qualcosa. Vedremo come evolve. - Per l'apocalisse: se allora questa che riporti è solo una versione, prova a spiegarla meno, a lasciarla trasparire dai dialoghi e supposizioni. Come sopra: qui sul forum per ragioni di caratteri e perchè non si può portare la storia avanti all'infinito ci sta che molte cose vengano riassunte, ma nella storia su file word consiglio di lasciare più intuire al lettore cosa possa essere successo (anche se solo un'ipotesi) rispetto a spiegarlo per filo e per segno. Comunque queste sono opinioni personali, quindi puoi benissimo stracciarle Ultima cosa: mi sono accorto di aver scritto Manson anziché Mason. Chiedo scusa: ho letto male la prima volta e mi è rimasto così anche in seguito. Per il racconto epistolare: leggilo solo se ti piace, non farlo per ricambiare il piacere! Fin qui ho letto i tuoi capitoli perché mi incuriosiscono. Non sentirti in obbligo. Un saluto!
  20. Komorebi

    Lettere di C. Margherita. Fiordaliso.

    Commento al post. 17 Febbraio 1732 ...dopo il tè. Margherita adorava le tisane. Uno dei motivi per cui insistevo a vederci da lei era per poter ammirare il vasto assortimento di filtri ed infusi sui ripiani della cucina. Li disponeva in ordine di colore e grandezza, dal rosa pesca all’arancione, dalla tisana al rosmarino al tè al latte di cactus, dal filtro dei sogni a quello d’amore. Ha fatto bere anche a me, quest’ultimo. Come puoi notare dall’indirizzo che è vergato su questa lettera, non ha funzionato granché. Una volta in cucina, Margherita mi poneva la fatidica domanda: “Quale vuoi?” Mi tremavano le gambe a quelle due parole, ero colto dal panico. Come potevo pescare in mezzo a così tanti infusi diversi? Escluderne mille per averne uno solo? Guardavo Margherita con occhi bassi, supplicavo aiuto, un indizio a scegliere il migliore. Lei sorrideva, non diceva niente. Conosceva la mia afflizione e ci giocava, la maligna. Per lei era semplice scegliere: andava a caso. Ogni giorno ne provava uno diverso e, quando aveva finito quelli in casa, subito ne acquistava di nuovi al mercato in piazza. Io non possedevo quella leggerezza: non avrei visto Margherita per sempre (già all’epoca eravamo entrambi consapevoli della fugacità della nostra relazione) e, incostante come sono, non avrei certo avuto la tenacia di seguitare a comprare infusi e prepararmi tisane, dopo la rottura di quel rapporto. Avrei anzi dovuto sfruttare il momento per assaggiare più miscele possibili, non farmi sfuggire le più buone, evitare di perdere tempo con quelle amare. Ma che dico? Anche quelle amare, tutto avrei voluto! Sai bene come sono fatto: se mi dai due possibilità, io scelgo entrambe. Quando Margherita mi domandava quale vuoi?, venivo messo di fronte a talmente tante opzioni da non essere in grado di decidere. Restavo immobile, allibito. Alla fine, spesso, non sceglievo affatto. Sono della categoria ‘o tutto o niente’, come l’Antico Testamento. E Margherita, invece? In modo diverso, più leggero, ho prima detto, anche lei era un’eterna indecisa. Ogni giorno provava un filtro nuovo e non prendeva mai lo stesso due volte di fila, non importa quanto le fosse piaciuto al primo assaggio. Era un’anima insaziabile, inquieta e, se io ero bloccato dalle possibilità, lei ne era avvinta: divorava le scelte, se ne cibava come fossero state portate ad un buffet. In tutto il periodo in cui ci siamo frequentati non l'ho mai vista usare la stessa tazza da tè due volte di seguito; cambiava le coperte al letto ogni giorno, ogni sera cenavamo in un ristorante nuovo, scelto da lei a caso sulla guida. Mi parlava dei viaggi che aveva intenzione di fare, delle vite (sì, vite, parlava al plurale) che avrebbe vissuto. Era terrorizzata dalla monotonia, dalla routine, dalla paralisi. Per questo cambiava sempre, smaniava, fuggiva. E allora io la inseguivo, provavo ad afferrarla, trattenerla per il lembo della vestaglia, dirle di aspettarmi… ma lei era già svanita. Un giorno sono andato da lei e non l'ho più trovata. Così, semplicemente: si era trasferita durante la notte, in fretta e furia. I vicini dissero che era scappata da qualche malintenzionato, ma io conoscevo la verità: Margherita era fuggita da se stessa. Era rimasta troppo tempo in quella casa, coi suoi cuscini, le tazze da tè, gli infusi. Era rimasta troppo tempo in quella città, con quel mercato, quelle bancarelle, quella vita (al singolare). La varietà delle piccole cose l'aveva stancata, all'improvviso si era resa conto di quanto fosse monotona la sua esistenza (me compreso) e ne era stata spaventata, si era sentita soffocare, presa in trappola. Per questo era fuggita: per ricominciare daccapo, con nuove scelte, nuove vite, diversi me. Ho rivisto Margherita pochi mesi fa, ma lei non mi ha riconosciuto. Si aggirava per il mercato di un'altra città, in mezzo ad altre bancarelle, circondata da nuove amiche. Comprava infusi da tè. 18 Febbraio 1732 L’avventura con Fiordaliso è stata una parentesi di follia di cui non mi pento affatto. Lei era una grande attrice, celebrata dai giornali ed osannata dal pubblico. Al termine degli spettacoli, mazzi di fiori precipitavano sul palco; le vedove si commuovevano, i giovani si struggevano d’amore e fantasticavano su di lei. Io seguivo l’opera da un posto in ombra, in ultima fila. Attendevo la chiusura del sipario per raggiungerla in camerino. Fiordaliso non ha mai detto di amarmi. Se è per questo, non abbiamo mai cenato insieme, né ci siamo mai dati appuntamento in pubblico, tra la folla, dove la gente potesse vederci e riconoscerci; lei, con la sua fama, non poteva rischiare di essere notata in mia compagnia. I nostri incontri dovevano essere fugaci: dietro le quinte a teatro, nei vicoli bui o nascosti dai paraventi, sotto parrucche e impermeabili. Approfittavamo di quei rari e brevi momenti di intimità come assetati a cui venga offerta dell’acqua: godevamo l’uno dell’altra, ci gettavamo in amplessi nervosi, frenetici, con la mente rivolta a quando quell’attimo sarebbe terminato e noi avremmo fatto ritorno alle nostre vite, attendendo giorni prima di incontrarci di nuovo. Fiordaliso non ha mai detto di amarmi, ma credo mi abbia amato più di ogni altra donna. Lo scorgevo nei gesti, nella mimica, nelle frasi dette sovrappensiero. Quando recitava le battute sul palcoscenico sollevava il sopracciglio destro, come faccio io quando sono sorpreso o arrabbiato. Stringeva la mano a chi incontrava usando anche la sinistra; non l’aveva mai fatto, prima di conoscermi. A teatro vestiva i panni della bella abbandonata dallo sposo e sospirava guardando in alto e a destra, la stessa direzione che prendono i miei occhi quando sono malinconico. Altre piccole sovrapposizioni comparvero nel tempo: l’incedere divenne il mio, frasi ed espressioni che non le avevo mai sentito pronunciare furono d’un tratto la sua comune parlata. Sorrideva mostrando i denti, non più piegando soltanto le labbra; inclinava la testa di lato se riceveva un complimento; non si copriva la bocca quando scoppiava a ridere. Io stesso assunsi le sue movenze, la gestualità, il carattere: fui più pacato, il tono si fece dimesso, la cura nel vestire maggiore. Chiedevo più spesso scusa e mi spiace, concedevo favori senza domandare nulla in cambio, trascorrevo tempo a leggere. Più passavano i giorni e più diventava evidente l’influenza dell’uno sull’altra. Temevo che qualcuno potesse notare i nostri segnali, le impronte che ci lasciavamo addosso a vicenda. Anzi, mi stupivo che la gente già non avesse cominciato ad insospettirsi, a porre domande; come potevano non accorgersi di quelle spie luminose nei nostri sorrisi, ammiccamenti, passi, gesti? Fiordaliso non poteva rischiare, la sua carriera era troppo importante. Dovevamo mettere fine a quella relazione, per il suo bene. Fu così che la perdetti. Ancora oggi, ogni tanto, vado a teatro. Non mi interessa lo spettacolo; desidero rivedere quello che il corpo di Fiordaliso ancora ricorda della nostra storia. È splendida, ad esempio, la finta noncuranza con cui si gratta l’ala destra del naso, per poi nascondere subito la mano nella speranza che nessuno, tra il pubblico, l’abbia notata. Quello, l’ha preso da me.
  21. Komorebi

    Il richiamo

    @camparino bel frammento e ben curato. Concordo sul maggiore spazio che dovrebbe avere la vecchia, ma per il resto non ho nulla di ridire. L'unico dettaglio da sistemare, se proprio si vuole trovare il pelo nell'uovo, sarebbe quello di migliorare le descrizioni: l'elenco iniziale è solo un elenco, appunto, non fa né paura né crea atmosfera. Soffermarsi maggiormente sui singoli dettagli e aggiungere qualche linea di descrizione farebbe aumentare di verosimiglianza il racconto. Se l'avessi scritto io, lo avrei descritto dal punto di vista della vecchia o della giovane, credi che potrebbe venire fuori meglio così facendo? Un saluto!
  22. Komorebi

    L'incontro (revisionato)

    @camparino premetto di non aver letto il racconto originale, quindi non so come fosse prima. Questo, però, è molto bello nella sua semplicità. Dal punto di vista della trama non ho nulla da dire, a parte forse la rapidità con cui cresce la protagonista e la sua vita riassunta in poche righe: aggiungere più dettagli potrebbe far sentire meglio il sopraggiungere della vecchiaia e il rimpianto della giovinezza di cui si parla nel finale. Ad esempio: il ventre con smagliature conseguenti ai parti, le rughe dovute al lavoro sotto il sole, le mani callose o piegate dall'artrosi, ecc... Al di là di questo, comunque, ci sono due pecche nello scritto: 1) tutto è raccontato: non ci sono personalità mostrate, non ci sono parti in cui i personaggi acquistano spessore. Potrebbe essere una scelta dettata dal fatto che vuole essere un racconto breve, quindi non si può perdere troppo tempo (e consumare caratteri) per ampliare descrizioni o mostrare le personalità del protagonista, ma questo va comunque a discapito della profondità della storia. Sono dell'idea che una storia 'raccontata' sia valida quanto una 'mostrata', comunque; l'importante è farlo con consapevolezza. 2) non ci sono dettagli storici. A parte la parola 'messere', per il resto non c'è alcun riferimento alla Firenze del 1500. Fosse stato ambientato anche ai nostri tempi (tralasciando Leonardo e Gioconda), non si avvertirebbero differenze. A parte questo, torno a dire che il finale mi è piaciuto: se all'inizio poteva sembrare una storia inerente soltanto la creazione della Gioconda, alla fine la dimensione si è fatta più intima, con la descrizione dell'affetto dei due e col tema della giovinezza perduta. Da approfondire, secondo me (scusa, so che lo hai appena corretto, non volermene!). Un saluto!
  23. Komorebi

    I giorni dell'apocalisse - Ep.1: Jena (Cap. 2/5)

    @Pulsar Bel secondo capitolo e ottimo come hai reso il dialogo. Aggiungerei un po' di descrizione ogni tanto dell'ambiente circostante (tipo Dotty che tra una battuta e l'altra si volta a guardarsi intorno, ad esempio). Non metterei, però, la descrizione tutta insieme, altrimenti risulta come falsata: dato che mantieni il punto di vista di Dotty, fai in modo che ogni tanto descriva ciò che la circonda. A proposito del punto di vista: tendenzialmente, resti fisso su Dotty. L'unico momento traballante, per me, è stato questo: <<Fatto!>> annunciò Tim finendo di applicare un ampio cerotto <<Adesso va bene.>> Passò una mano tra i capelli della sua paziente, scompigliandoglieli. Io cambierei con una cosa come questa: "Fatto!" Annunciò Tim. Le applicò sul ginocchio un cerotto sporco di fango. "Adesso va bene." L'uomo le passò una mano tra i capelli... In questo modo si avverte di più che il punto di vista è di Dotty, mentre nella tua versione traballa un po' su Tim. Comunque è una quisquilia; anche se il punto di vista spazia un po', non mi scandalizzo. Basta farlo consapevolmente. Due cose non mi sono piaciute: Jena osservò meglio la sua interlocutrice: doveva avere l’età di Tim, forse qualche anno di meno. Bel volto, lineamenti eleganti, era certamente una donna attraente. Descrivimi un po' meglio la donna: cosa intendi con lineamenti eleganti? E con 'donna attraente'? Inserisci qualche dettaglio anche banale, tipo che si sistema i capelli, come si muove, l'intonazione delle parole, qualche accento particolare. In questo modo le dai anche maggiore personalità. Manson, d'altra parte, è descritto bene perché è descritto tramite i suoi gesti e le reazioni. Avrebbe reso meno se avessi semplicemente scritto: Manson era uno stronzo. L'altra cosa che non mi è piaciuta è la descrizione di come è avvenuta l'apocalisse zombie: forse si tratta di un racconto breve, quindi ci sta che dici tutto subito, ma io mi sarei preso un più ampio respiro. Il lettore non è subito curioso di sapere cos'è successo: sa già che ci sono gli zombie e, dai discorsi dei personaggi, capisce che siamo in un futuro più o meno post apocalittico dove pochi sono i sopravvissuti. Non è necessario spiattellare subito cosa è successo per filo e per segno. Se la cosa trasparisse dai dialoghi, dalle descrizioni del luogo, dagli avvenimenti poco per volta durante il racconto mi piacerebbe di più, piuttosto che trovarlo scritto subito qui così. Immagino che ci sia qualcosa sotto di non detto, ed è per questo che hai voluto chiarire subito cosa sia accaduto in passato che ha determinato l'apocalisse, ma se proprio devi farlo, allora prova ad essere più allusivo: magari i tre si mettono a discutere su cosa, per ciascuno di loro, sia accaduto. Una riporta la teoria della fuga del virus, un'altro un attacco terroristico, il terzo una contaminazione delle acque per un incidente, ad esempio. Questo, ovviamente, partendo dal presupposto che i tre non siano coinvolti direttamente con l'incidente e quindi non sappiano di preciso cosa sia accaduto. Quindi, riassumendo: . Un po' più di descrizione buttata qua e là non guasta. . Aggiungere i sentimenti di Dotty dato che il punto di vista è suo (in questo capitolo è un po' piatta, si sente che ti allarghi a prendere 'il gruppo' come punto di vista; vedi tu se sia meglio mantenerlo così o riavvicinarlo alla ragazza). . Ottima descrizione di Manson (e in realtà anche di Tim) basata sul riportare le azioni che compiono e il modo in cui agiscono. . Rivaluta la descrizione di cosa abbia causato l'apocalisse. Un saluto!
  24. Komorebi

    Lettere di C. Prima lettera.

    @camparino, d'accordo con tutto quello che hai detto. 'Bocconcini da criceti' era un'espressione stupida che mi era venuta in mente, l'ho messa solo per quello. A proposito di 'Splendida mia', ho scelto questo termine proprio per differenziarmi un po' dal 'mia amata', quasi a voler dare personalità al protagonista e non renderlo banale. Sarà una storia un po' particolare, questa, non aspettarti un romanzo epistolare! Diciamo che sono da prendere come esercizi di stile, ecco. Un saluto!
  25. Komorebi

    Lettere di C. Prima lettera.

    17 Febbraio 1732. Splendida mia, per molto tempo ho deriso coloro che si autoproclamavano scrittori e si lamentavano di non sapere di che scrivere. Non ho mai capito come si possa restare senza parole di fronte ad un foglio bianco. Ora ho capito. Non scrivo da settimane, praticamente da più di un mese. Ho ancora qualche magra idea, ma si tratta di bocconcini da criceti quando io sono affamato. Mi manca il brivido, il piacere di creare, l’idea che si stia formando qualcosa di più di una semplice storia, sotto i miei occhi. Sai, quando sopraggiungeva l’intuizione per un nuovo racconto venivo colto da un intenso piacere, come quando giaccio a letto con te. No, non ridere, non sto scherzando. Era incontenibile la gioia che mi dava avere un’idea brillante, trovare il modo per mandare avanti la trama senza forzarla, così che sembrasse proseguire per via naturale. È da molto che non avverto più quel brivido. Se scrivo, scrivo per routine, perché mi obbligo. La verità è che ho paura ad avvicinarmi al calamaio e al foglio. Sedermi a questo scrittoio d’acero mi fa sprofondare il cuore nell’angoscia. Persino comporre questa lettera mi risulta difficile. Ogni parola è un dolore. Ho continui dubbi su quello che sto facendo: scrivo e cancello e riscrivo e cancello infinite volte la stessa frase, prima di decidermi a lasciarla così com’è, vinto dalla noia. Non sai quante storie ho cominciato e lasciato da parte, nel mese e mezzo che sono stato in questa tenuta. Mi sono allontanato dalla città convinto che un po’ di pace in montagna mi avrebbe fatto bene, ma non è cambiato nulla. Resto bloccato. Scriverti, comunque, per quanto doloroso, mi è d’aiuto. Questa casa è piena di ricordi dell’inverno trascorso insieme e ogni secondo mi smarrisco a rivivere quei momenti. Ad esempio, rammenti di quando dormivamo nudi avvolti nelle pellicce d’orso? O degli occhiolini che mi facevi, invitandomi ad accarezzare la tua pelle e a darti piacere? E di come ti soddisfacevo io, senza battere ciglio? Fa freddo nella mia magione. Sono seduto accanto alla finestra, scrivo appoggiato allo scrittoio che mi hai regalato. Sono avvolto in una mantellina come se dovesse nevicarmi in testa da un momento all’altro. Ogni poche righe avvicino le mani a coppa alla bocca e ci soffio sopra, le strofino l’una sull’altra. Il camino è acceso, la legna scoppietta come fuochi d’artificio nel capodanno d’Oriente. Le fiamme sono serpenti guizzanti, io tremo e batto i denti. È caduta la neve, stanotte. Mi sono svegliato all’alba, come sempre, e mi ha accolto il ghiaccio. Il candore ricopre il pineto, quello che guardavamo avvinghiati l’uno all’altra, circondati da una coperta soltanto, in piedi sulla terrazza. Tu ti preoccupavi dei vicini, io giocavo a scoprirti un po’ di più la spalla. Ricordi ancora? Riesci? Adesso c’è un cumulo di neve, dove un tempo eravamo noi due. Nonostante non mi aiuti stare lontano dalla città, non credo che tornerò tanto preso. Attraverso un periodo in cui non mi va di incontrare gente, stringere mani, fingere noncuranza e sicurezza. Voglio stare da solo, e questa baita sperduta sui monti fa al caso mio. Mi manchi tu, però, e non posso fare a meno di scriverti lettere. Sai, credo che approfitterò di questo glaciale isolamento dal mondo per parlarti di un argomento che ti ha sempre incuriosita: le mie vecchie amanti. Oh, non fingere gelosia! So che non è un sentimento che ti appartiene. Forse, anzi, un poco ti eccita leggere dei miei antichi amori, non è così? Ti immagino sorridere e mordicchiarti il labbro... Ebbene! È venuto il momento di rompere il silenzio! Ti narrerò delle mie fiamme, dei passati errori. Lettera dopo lettera, tanto ho tempo; la ghiacciata minaccia di durare a lungo. Parlare d’amore servirà anche a scaldarmi un po’, per quanto entrambi ben sappiamo che tu sei l’unica dotata del fuoco sufficiente a saziare il mio spirito. Splendida mia, vado a far bollire il tè. Mi servirà per prepararmi al racconto.
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