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Komorebi

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  1. Komorebi

    Mezzogiorno d'inchiostro 136 – Topic ufficiale

    [MI 136 Le regole della casa] Traccia di mezzanotte
  2. Komorebi

    [MI136] Sleep paralysis

    @mina99 che angoscia! Racconto scritto molto bene, con un flusso di pensiero che si lascia ben seguire e si mantiene comprensibile fino alla fine. Le pasticche accompagnano il graduale degradarsi del protagonist*, che ricerca lo sballo per non dover pensare alla propria vita e alla propria sofferenza. I passaggi sono ben scanditi e descritti, con 4 grandi aree: il ragazzo in discoteca, la prima ragazza, la madre e gli uomini. Ognuno occupa lo spazio corretto, senza prenderne né troppo né troppo poco. Non ho particolari critiche da muovere, nemmeno di stile, che mi è piaciuto ed è servito a rendere la rapidità e lo stordimento ottenuto dalla droga. Nel racconto non succede molto, già nella prima delle 4 macrosezioni si 'scopre' la natura del protagonist* e tutto il seguito è solo una rapida discesa nella sua sofferenza e autodistruzione. Il racconto si imprime per le immagini, i rumori e gli odori (il cesso, il vomito, il piscio), e si imprime bene. C'è poca aspettativa, però, proprio perché c'è poco da scoprire: in un racconto breve come questo funziona, ma se si trattasse di un testo più lungo, lo stile rapido e a flusso di pensiero e il poco da scoprire farebbero desistere il lettore. Come ho già detto, però, in un racconto breve la combinazione funziona, e infatti mi sento di giudicare il testo positivamente. (Sì, ma che angoscia!)
  3. Komorebi

    La vestale (Capitolo 1)

    Commento La vestale Capitolo 1 Sapeva che sarebbero state brutte notizie ancora prima di aprire la porta. Ne ebbe la conferma dallo sguardo atterrito di Mentovir, i suoi ciuffi scarmigliati e le guance rubizze. Il vecchio occhialuto ansimava senza proferire verbo, gli occhi marrone scuro le passavano attraverso. L’ampia veste dalle molte tasche era sudicia e ricoperta di fango. Se Mentovir l’Interprete si era scomodato a venire da lei di persona e se, cosa ancora più grave, aveva bussato direttamente alla porta della sua stanza senza prima svegliare Dorotea o avvisare Ulderovir il Grande, allora qualcosa non andava. E doveva essere qualcosa di grosso. «Si tratta della Vestale» disse come se avesse appena letto i pensieri della Principessa. «Portamici.» «Non per questa strada. Non devono vederti.» «È così grave?» Se possibile, gli occhi di Mentovir si dilatarono ulteriormente. Erano così grandi da sporgere al di sotto degli occhialoni da vista. Il viso del vecchio si incupì e per un attimo ad Alissila parve di ritrovare l’anziano e burbero insegnante di un tempo, quello stesso Mentovir che non perdonava alcun errore ai suoi discepoli e si scandalizzava per l’ignoranza altrui. Una volta, a lei che aveva timidamente chiesto se potesse fare una domanda forse stupida, lui le aveva detto no, pensaci bene, perché le domande stupide esistono e l’intelligenza sta nel capire di non doverle fare. Ecco: di fronte a quello sguardo un po’ torvo e un po’ scocciato, Alissila seppe di avere appena risvegliato l’antico fastidio del vecchio per la stupidità. «Sbrigati» le rispose infatti, poi, come un ripensamento, «mia Principessa» aggiunse. Mentovir l’Interprete, un tempo Mentovir l’Insegnante, si mise a quattro zampe e corse avanti. La Principessa dei Lemming Alissila gli tenne dietro. Si addentrarono nel cunicolo secondario che si allungava dalla tana nobiliare. Il tunnel di sicurezza, riservato a fughe precipitose in caso di evacuazione, girava al largo dei principali cunicoli. La strada era lunga, impervia perché soggetta a minore opera di restauro in tempo di pace, e buia perché là erano poche le fiaccole alimentate a lucciole. Correvano troppo veloce perché Alissila avesse il tempo di riflettere, ma una sensazione di disagio e rassegnazione le stringeva la bocca dello stomaco. Un’antica maledizione echeggiava dalle profondità della sua memoria. Quando il cunicolo sotterraneo cominciò a salire, Mentovir rallentò l’andatura. Il vecchio lemming ansimava, il raschio dell’aria nella sua gola veniva amplificato dal tunnel di terra. Sbucarono all’esterno in un cespuglio di arbusti secchi. Il clima rigido fece rizzare a entrambi il pelo e fremere i baffi. Spesero qualche secondo a strofinarsi la faccia con le zampette per togliersi di dosso il fastidio del gelo della tundra. Si appallottolarono orripilando il pelo e la veste di Mentovir si gonfiò sotto i suoi aculei grigio-topo. Alissila non era abituata al Grande Fuori, a sua memoria c’era stata pochissime volte e mai senza scorta. Il minimo rumore le faceva vibrare le orecchie e battere il petto. «Sbrighiamoci.» Mentovir sgambettò attraverso gli arbusti e la Principessa lo seguì. Scesero di nuovo sottoterra, in un cunicolo dislocato rispetto alla Tana. Il buio e il calore del sottosuolo diedero loro la forza di percorrere gli ultimi metri di corsa. In quel cunicolo si aprivano tre soli pertugi: in uno si entrava nelle stanze delle ancelle, nell’altro in quella di Mentovir. La terza porta di assicelle di legno era protetta da due guardie armate di lancia. «Spostatevi» il vecchio agitò la zampa con fastidio verso i due energumeni, che si retrassero deferenti. «Mia Principessa…» sussurrò uno. «Zitto! Non osare raccontare a nessuno che hai visto la Principessa entrare qui, mi hai capito?» «Sì.» «Giuralo sul Fato!» La Principessa rabbrividì: non si giurava sul Fato. Non lo si sarebbe mai dovuto nemmeno nominare. «L-lo g-giuro.» La porta che avevano davanti recava i simboli dell’Onda e dei Due Grandi Occhi. Mentovir scambiò con Alissila uno sguardo carico di significato e gravità. Dietro gli occhialoni, le iridi scure del maestro erano colme di tristezza. «Ero convinto che non sarei mai vissuto abbastanza per assistere a questo giorno…» A quelle parole, la sensazione di disagio e incombenza strinse ancora più forte i lacci attorno allo stomaco di Alissila. La giovane Principessa fu scossa da un brivido che le arruffò i peli color del miele dalla punta delle zampe al cocuzzolo della testa. Si sfregò il viso tra le zampine. Il pavimento della stanza era coperto di cuscini porpora e oro, tendaggi di seta scendevano dall’alto soffitto a separare in locali l’ampio salone. Sotto candelabri di vetro arvicolare che coloravano la stanza di luci variopinte, sedevano acciambellate le une sulle altre le tre ancelle della Vestale. «È l’Interprete! È il vecchio bisbetico!» «Sì, sì, il vecchio bisbetico è tornato!» «Cosa vuole da noi? Cosa vuole? Non ci usa già abbastanza?» Le guance di Mentovir, già rosse per la doppia corsa appena fatta, parvero quasi prendere fuoco. Agitò le zampine in aria e cacciò le tre Lemming. «Sciò, maledette stupide! Tornate a poltrire nei vostri letti! Sciò, andate via!» «Ma che modi, che sgraziato!» «Sì, sì, modi orribili, modi da vecchio bisbetico!» «Non capisce quanto sia antipatico? Non capisce che così non si troverà mai una brava Lemming che se lo sposi?» «Smettetela, stupide! Andatevene subito!» Le tre sgambettarono ridacchiando tra loro. Non curarono di uno sguardo la Principessa, come non riconoscendola. Mentovir scosse la testa, talmente infastidito da non trovare neppure le parole per insultarle. «Sacra Vestale» si inginocchiò di fronte al telo più spesso «sono io, Mentovir, il vostro Interprete». Un’ombra si mosse da dietro il tendaggio. La seta si scosse, frusciò quando la Vestale ci si strofinò contro il corpo maestoso. Le lucciole nelle lanterne mandavano il loro bagliore, coloravano di rosso e di porpora il velo. L’ombra s’accrebbe, come terra smossa si impila. Si attorcigliò in spire concentriche, s’innalzò fino al soffitto. Una testa a triangolo emerse da quella montagna oscura. Si piegò in avanti. «Ssssei tu, Mentovir? Chi rechi teco?» Il sibilo riempì la stanza e fece vibrare ogni altra tenda. Un sottile fruscio si trasmise di seta in seta a circondare i due Lemming. «Sacra Vestale. Costei è la Principessa Alissila, del popolo dei Lemming.» Alissila non aveva mai conosciuto la Vestale. Era consapevole della sua esistenza come si è consapevole di una tragedia lontana, di quelle che affliggono il mondo delle Bestie Alte o il regno delle piccole arvicole, per esempio. Messa di fronte a quel triangolo cieco su spire e spire di corpo frusciante, sentì le ginocchia tremare e il diadema che aveva in testa oscurarsi un pochino. «Sacra Vestale» riuscì a dire «è un onore trovarsi al vostro cospetto». «Principesssssa, ho sssssentito molto parlare di voi. È un onore ssssssentire la vossssstra voce…» Alissila annuì senza parlare. Per la terza volta quel giorno, la Paura aveva mosso i suoi fili invisibili facendole rizzare il pelo. «Sacra Vestale, ti prego, ripeti alla Principessa ciò che nel tuo sonno hai visto.» La tenda si scosse. La luce si affievolì. In un cupo alone di sangue purpureo, l’enorme bestia dietro il velo emise un sibilo simile a un riso di scherno. «Vidi l’Onda levarssssi dall’orrido e sssssommergere campi, la corsssssa ssssenza fine venire divorata dal Fato. La Grande Migrazione presssssto emetterà il ssssssuo richiamo e il tuo popolo, o Principesssssssa, ne sssssarà attirato. Morrete nell’orrido, o piccoli sssssssorci. Morrete nell’orrido!» Alissila tremò. Non fosse stato per Mentovir che la sorresse, sarebbe svenuta in quel momento in quella tana di sangue. Il vecchio occhialuto la guardò con affetto e compassione, le domandò: «Hai capito, non è vero?» E questa volta, per una volta, fu lui, Mentovir, a ricevere lo sguardo infastidito di Alissila. Questa volta, per una volta, fu Mentovir ad aver posto una domanda stupida. «Dobbiamo riunire il Concilio.»
  4. Komorebi

    Un nuovo giorno

    @Vincenzo Iennaco mi è piaciuto davvero tanto. Certo, leggerlo appena sveglio non è il massimo, che mi deprimo per il resto della giornata, ma è comunque un racconto molto ben fatto. Lo svelamento avviene per gradi, né troppo in fretta né troppo lentamente. Si scopre poco per volta che stia accadendo e perché. Inoltre, e questo è il punto principale, non viene detto chiaramente che cosa stia accadendo a Mielle: il lettore viene accompagnato con gli indizi a interpretare la vicenda e viene lasciato libero di comprendere o meno. Se alla fine ci fosse stata una dichiarazione troppo esplicita, questa avrebbe rovinato l'intero testo. Andando per gradi, ho apprezzato molto le similitudini navali della prima parte: il gatto sul linoleum, l'abbordaggio al letto, ecc... Rende molto bene l'idea del punto di vista del gatto: descrivi infatti tutto ciò che lo circonda come sproporzionato, grande e maestoso. Questo senso si perde un po' nelle parti successive, dove tendi a scivolare nel punto di vista della bambina. Non è una critica, comunque, perché anche il POV della bimba è ben tenuto. Il mio consiglio (unico) è di utilizzare sempre uno stesso ambito di metafore: se sei partito con la nave e gli ormeggi, non passare al movimento tellurico poche righe più sotto. Piuttosto, usa il maremoto. Resta comunque un consiglio estemporaneo, di fatto il racconto, per me, va bene così com'è. Un caro saluto!
  5. Komorebi

    Decameron 2020 - Sfida individuale

    Mi fate sentire in difetto, sebbene ieri qualcosina abbia scritto. Parole: 847 nuove + rilettura, ampliamento e correzione di precedente capitolo.
  6. Komorebi

    Mezzogiorno d’inchiostro n.130 Topic ufficiale

    @Emye @Alberto Tosciri complimenti! Voi due insieme a @Cerusico siete stati i miei voti. Non vedo l’ora del prossimo contest!
  7. Komorebi

    [MI 130] Neda

    Commento Traccia di mezzogiorno Neda Difficile sarà per te orientarsi a Neda. Non troverai cartelli che indichino il centro-città con la grafia del bersaglio concentrico, né ti guideranno al nosocomio il segno algebrico d’addizione o la lettera muta dell’alfabeto. Le vie si alterneranno innominate, trapasseranno le une nelle altre senza che neppure ti accorga di essertene lasciata una alle spalle. E i numeri civici mancheranno alle porte, divelti dal loro posto in alto a destra dell’uscio o poco sopra il citofono. Un riquadro più chiaro dove prima troneggiavano cifre in grassetto. I cittadini a Neda non paiono accorgersi di queste che per un esterno sono stranezze. Essi si muovono con l’agilità dei pesci, guizzano per le strade e imboccano la traversa corretta senza uno sbattere di palpebra. Prova a seguirli per riuscire a districarti nel dedalo muto della città. Diffida anzi delle mappe, che neppure i monumenti sono indicati. Non troverai infatti l’anfiteatro, che comunque riposa nel cuore storico della città, né è segnato il vecchio ponte di pietra che scavalca l’ansa del fiume. Al loro posto ti stupiranno simboli oscuri, di ardua decifrazione: un paio di colombi, una spiga di grano e una campana. La chiesa gotica è rappresentata da una cascata, in corrispondenza del mausoleo al camposanto è inciso un cuore in un albero. Ti ci vorrà del tempo per orientarti a Neda e forse mai ci riuscirai del tutto. Capirai però di essere sulla buona strada quando, un po’ per caso, comincerai a prestare attenzione al rintocco dei tuoi passi sulle mattonelle sdrucciole, il ticchettio delle unghie dei cani sui sanpietrini, il vorticoso frullare d’ali d’uno stormo spaventato dallo schiantarsi di un’imposta. E allora noterai anche i campanili slanciarsi verso il cielo e dominare i tetti delle case adiacenti come tanti punti esclamativi, e il mattone smosso della parete del comune levigato nel corso degli anni dal vento a punta di freccia, che indica il lato della piazza da dove si ottiene una visuale migliore sul Duomo. Di fronte all’anfiteatro, se hai la pazienza di sederti sulla panchina ad attendere l’alba, vedrai gli operatori ecologici sorgere dalla bruma e avanzare con le racchette puntute. Compariranno tutti contemporaneamente, nati dal terreno stesso che puliscono ed evocati dal rintocco delle campane. Si muovono in ordine, in file ordinate, oscillano col bacino a destra e sinistra in un movimento che rimanda ai mietitori di grano dei romanzi russi dell’ottocento. Dal ponte moderno, affacciandoti alla ringhiera, noterai senza sforzo il profilo del suo fratello di pietra poco distante. Tra i suoi due archi si apre una finestra ogivale, dove i colombi fanno sosta e si abbracciano rinserrando il collo. Sono così morbide le pieghe che si formano sotto la loro testa da noce, nel piumaggio arruffato. E quando piove non chiuderti in casa, o non avrai modo di ammirare la cascata di lacrime che gronda dalle statue di madonne in ginocchio sul frontone della chiesa gotica. Poco per volta scorgerai i segmenti colorati lasciati dai gessetti dei bambini sulla porta dell’asilo, i tagli col coltellino svizzero che qualche innamorato ha scavato nella corteccia dei cipressi, il profumo di trucioli grattati nel quartiere dei falegnami, quello dolce e caldo e morbido dei fornai. Nelle giornate di vento, di quelle dove il cielo è terso e l’orizzonte pulito, sentirai echeggiare nell’aria i canti dei frati della Certosa, o gli starnuti e i colpi di tosse dei malati nei reparti d’ospedale. L’abbaiare dei randagi ti terrà alla larga dalle vie malfamate, il cinguettio dei cellulari ti permetterà di scovare l’area wi-fi. A Neda i cittadini non hanno bisogno di numeri civici, nomi di vie, cartelli stradali. Essi si orientano coi simboli che la città stessa offre e crea per loro ogni giorno. Come gli altri simboli, anche quelli di Neda sono antichi ma non vecchi, invisibili ma non piccoli, e soprattutto non per tutte le genti. I simboli si nascondono nell’erba che cresce incolta tra le fondamenta di un magazzino abbandonato, nei graffiti del sottopassaggio altrimenti bianco della stazione, sui riflessi delle vetrine, degli specchi convessi e delle lenti d’occhiale, nel rincorrersi di gatti in calore di grondaia in grondaia, tra le spire del profumo di bucato steso ad asciugare, nei bisbigli dei grilli nei campi nelle sere d’estate e nello stormire di fronde e giocare di sole tra i rami, o sulla condensa di una tazzina di tè caldo in una fredda e uggiosa giornata d’inizio inverno.
  8. Komorebi

    [MI 130] Neda

    @Edu giusto perché ci tengo ai punti XD preciso che ho modificato il testo non per apportare correzioni, ma perché avevo postato solo il titolo senza incollare il racconto.
  9. Komorebi

    Mezzogiorno d’inchiostro n.130 Topic ufficiale

    @Cicciuzza Sono un po’ arrugginito, mi ricordi quanti voti devo dare?
  10. Komorebi

    [MI 130] Incontro notturno

    @Ghigo si, i discorsi con il padre sono più sinceri, spontanei. Quello con la sorella potrebbe anche starci, se mi avessi dato qualche spunto per pensare a una sorta di anaffettività della sorella XD. Quello che ho pensato, però, è che tu avessi pochi caratteri per gestirti quel dialogo come meritava. ps grazie! XD
  11. Komorebi

    [MI 130] Col petto nudo esposto al buio della notte

    @Edu mi è piaciuto tutto, mi ha fatto molto ridere tutto... tranne il finale. Il finale non mi è piaciuto proprio: la storia del tacchino modifica lo stile del resto del racconto, si poteva evitare secondo me (se uno non la conosce può cercarla da sé) e finisci per ripetere un messaggio che hai già dato nelle ultime parole dell’ingegnere. Peccato, davvero!
  12. Komorebi

    [MI130] L'inquilino

    @Emy è un po’ che non ti leggo (escluso halloween), ma devo dire che questo pezzo è tra i tuoi migliori. Ho apprezzato soprattutto lo svelamento graduale, il lento procedere verso la descrizione del chi o cosa fosse (o potesse essere) l’inquilino. Se proprio devo trovarci un difetto, ti direi che è troppo lungo: potevi togliere qualche ripetizione e il racconto ne avrebbe solo guadagnato. Resta comunque un ottimo pezzo.
  13. Komorebi

    [MI 130] La notte è finita

    @Macleo mi è piaciuto perché non ho saputo prevederne lo sviluppo. Bello e con quel pizzico di fantascienza (?) che mi solletica. Ho percepito però una certa “spigolosità” in alcuni punti (vedi proprio il pezzo dell’orologio). Secondo me meritava una levigatura in più.
  14. Komorebi

    [MI 130] Il Notturno

    @Befana Profana bella idea e bella storia. L’unica cosa che mi fa storcere (ma solo un poco) il naso è il leggero scivolamento verso un eccessivo buonismo. Non tanto, a dire il vero. Si intuisce, più che percepirlo davvero. Resta solo una mia impressione, nulla da togliere alla scrittura che scorre via liscia.
  15. Komorebi

    [MI 130] Incontro notturno

    @Ghigo due note di critica: 1) il finale è un po’ troppo telefonato (battuta. Anzi, freddura). 2) i dialoghi sono migliorabili, specie quellio in cui la sorella annuncia al protagonista la morte del padre (troppo freddo e sbrigativo). Carina l’idea, ma sapeva di già visto. A parte i dialoghi, il resto della scrittura è per me buono, nessuna critica in merito
  16. Komorebi

    [MI130] ...

    @Kuno si vede bene quel lato della tua scrittura che ammiro molto, il fantastico-paradossale così ben descritto nelle sopracciglia cannibali dell’uomo dei carrarmati (o carro armati o carrambati). Eppure manca qualcosa, sembra ci sia molto di accennato cui poi non si dà una svolta. Manca un finale che tiri le somme. Questa, almeno, l’impressione mia. I tuoi personaggi restano meravigliosi.
  17. Komorebi

    Mezzogiorno d’Inchiostro n.130 - Off topic

    @Thea ma dove sei stata fino ad ora? Sposiamoci now!
  18. Komorebi

    Mezzogiorno d’Inchiostro n.130 - Off topic

    @Thea ho visto adesso. Per me va bene, ma sono tirchio. Facciamo una cosa alla buona come festa, ok vero? XD
  19. Komorebi

    [MI130] La città del WD

    @Poeta Zaza in realtà il racconto nel complesso mi è piaciuto. E' innegabile la tua abilità in poco tempo a creare piccole terzine in stile dantesco, giochi di parole, tautogrammi... La prima parte del racconto mi è piaciuta maggiormente, più o meno fino a qui: Nella seconda parte, a mio parere, ti sfilacci un po', fino a riprendere le fila con il finale.
  20. Komorebi

    [MI 130] Il mondo delle ombre e dei sospiri

    @Cerusico mi è piaciuto molto: bellissime immagini, bellissima creazione dell'ambientazione, bellissimo graduale svelamento finale. Sistemerei due cose, che ho trovato un po' uno scivolamento di stile: il dialogo con la vecchia signora (ottima la sua descrizione, ma superfluo il dialogo, che resta troppo breve) e il discorso tra i due figli del protagonista (commovente, ma che non aggiunge al racconto nulla che già non si sia capito dal resto del testo). Comunque ottima prova.
  21. Komorebi

    [MI 130] Il pianto degli ultimi

    @Alberto Tosciriprimo racconto tuo che leggo e mi è piaciuto molto. In pochi caratteri riesci a creare un mondo con personaggi perfettamente caratterizzati. Si sente che avresti avuto bisogno di più spazio (e c'è voglia che ci sia maggiore spazio) per dare più respiro alla narrazione. Ma già così è decisamente molto bello. Complimenti! Piaciuto tanto.
  22. Komorebi

    [MI 130] Un incontro nella notte

    @ivalibri ciao, racconto breve ma molto bello. Curerei solo maggiormente il finale, che arriva un po' troppo repentino e lascia un attimo storditi, magari aggiungendoci solo qualche frase in più o togliendo un poco di lirismo (alla fine ce n'è in abbondanza). Resta comunque un racconto davvero ben scritto, complimenti.
  23. Komorebi

    [MI 130] #unanottegiustapermorire

    Allora @Vincenzo Iennaco, allora allora allora... Non ci ho capito #unariccamazzadiniente. E boh, non so che dire, davvero. All'inizio credevo si trattasse di due che copulano sotto la luna e una coppia di fantasmi che giunge in visita, poi che i due che copulano fossero in realtà un film porno di un guardone, poi che tutti quanti fossero gli avatar di una sorta di community online, poi... poi mi sono arreso. Ti prego, svelaci l'arcano.
  24. Komorebi

    L'umano dietro la luce

    @Thea psichiatra, ovviamente. Ma non dirlo in giro XD
  25. Komorebi

    L'umano dietro la luce

    @Ginevra non potevo non partecipare al MI, c’erano delle tracce splendide! @Emy e non sono nemmeno in grado di mettermi le lenti a contatto. Mi fa impressione l’idea di avere qualcosa attaccato all’occhio XD
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