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Komorebi

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    Komorebi
  • Compleanno 23/09/1990

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    ungrappoloinsensato@blogspot.it

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    Uomo
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    Lombardia
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    Da molti anni (mi pare 28, ma potrei sbagliare) sono in conflitto con me stesso. Nel continuo tentativo di migliorarmi, finisco solo per complicarmi la vita.

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  1. Komorebi

    Mezzogiorno d’inchiostro 140 – Topic ufficiale

    Carramba! Non si può mai stare tranquilli qui nel MI! complimentissimi a @Edu e di nuovo a @caipiroska!
  2. Komorebi

    Mezzogiorno d’inchiostro 140 – Topic ufficiale

    Intanto complimentissimi a @caipiroska! Racconto apprezzatissimo. Complimenti a tutti e un grazie a chi mi ha votato (non me l’aspettavo, tipo Miss Italia).
  3. Komorebi

    [MI 140] Gli ultimi saranno i primi

    @Macleo bella storia, divertente e ben scritta. Mi è piaciuta molto! Un saluto!
  4. Komorebi

    [MI 140] L'estraneo

    @GiuliaShumaniTutanka mentre lo scrivevo anche a me veniva in mente quella scena! XD
  5. Komorebi

    [MI 140] L'estraneo

    @Garrula così
  6. Komorebi

    [MI 140] L'estraneo

    @Macleo grazie del passaggio! Forse un “si diceva” all’inizio può servire!
  7. Komorebi

    [MI 140] Una mongolfiera per te

    @fkafka uffa. Mi sono commosso.
  8. Komorebi

    [MI 140] Jili

    @mina99 sarò contento di leggerla! XD
  9. Komorebi

    Mezzogiorno d’inchiostro 140 – Topic ufficiale

    [MI 140] L'estraneo Prompt: mezzogiorno
  10. Komorebi

    [MI 140] L'estraneo

    Commento Prompt: mezzogiorno L'estraneo L’estraneo si era trasferito nella casa più isolata del villaggio, quella sul colle oltre il bosco di faggi. Non si vedeva mai in piazza, nemmeno il giorno del mercato. Secondo Astolfo, il mugnaio, era malato e per questo non scendeva mai. «Sì, ma neanche un saluto. Tu l’hai mai visto? È mai venuto a presentarsi?» «Macché» Agata la tessitrice scuoteva la testa «macché» ripeteva con quella sua bocca sdentata, buttando giù la saliva che si accumulava tra i denti. Faceva un suono aspirato e le labbra le sparivano del tutto. Come se avesse appena succhiato un limone acerbo. «Non saluta perché viene dalla città, si crede superiore.» Anastasia, la moglie del sindaco, si intratteneva con le amiche del coro. L’estraneo era il loro argomento preferito, poiché nessuna lo conosceva e tutto, quindi, si poteva immaginare di lui. «Per me è deforme e si vergogna» Aristea la bella, che nell’incendio della cappella ci aveva rimesso mezza chioma e andava in giro col riporto, si passò la mano sui capelli. «Macché deforme!» Attilia, la perpetua, camminava con l’anca sbilenca. Disegnava dei cerchi e oscillava a destra e a sinistra. Per avanzare di dieci metri ci metteva dieci minuti. «Uno snob! Ecco cos’è! Si è comprato la casa più lontana perché non vuole mescolarsi a noi altri!». «Ma no, ma no, è un bravo ragazzo.» «E tu che ne sai?» gridarono tutte le donne contro Allegra, la più ingenua. «Sempre a pensar bene, tu. Per forza vieni sempre fregata.» «Eh, cara mia, bisogna essere vispi, nella vita!» e Attilia si strizzò l’occhio, in un gesto tutto suo per indicare l’essere furbi. Gli uomini, all’inizio, non parlavano tanto dell’estraneo. Loro erano impegnati a spaccar legna e a lavorare nella miniera a nord. Lasciavano alle donne i pettegolezzi. Pian piano, però, il discorso saltava fuori. All’inizio così, come per caso, nelle serate a bere vino e a mangiare cacciagione. Poi sempre più spesso: a casa, la domenica in chiesa, durante il giorno. Seduti alla locanda, gli uomini sputavano nella tabacchiera tra un’ipotesi e l’altra. «Per me è un invertito. Viene dalla città, è per forza un invertito. Lì va di moda» diceva Adriano, che quando pascolava le capre e non c’era nessuno a vederlo trascorreva il tempo a fare ghirlande con le bocche di leone. «Macché invertito! Quello si fa le capre come te!» gli rispondeva pronto Alcibiade il beone, buttando giù il decimo boccale e suscitando l’ilarità dei compagni. «Magari è un ladro. O un assassino. È scappato dalla città perché è ricercato.» «Sì, ecco perché non si fa mai vedere, è uno schifoso ladro!» Arrigo sputò e mancò il bersaglio. Non visto, rubò la mancia che qualcuno aveva lasciato all’avventore. «Dite quello che volete, sia quel che sia» il vecchio Alderico si grattò la barba grigia, «ma da quando è arrivato al villaggio, la miniera ha smesso di produrre». «Cosa? Che dici?» «Sì, sì» gli venne in soccorso Alcibiade, che trascorreva i pochi momenti di sobrietà sdraiato sotto gli alberi e il lavoro non sapeva nemmeno come si scrivesse, «si è esaurita un’altra vena. Me l’ha detto Appicino!». «Mena sfiga, ecco cosa fa. Nessuno l’ha mai visto, nessuno ci ha mai parlato. Per me potrebbe anche essere uno stregone!» Azzurro, il cacciatore del gruppo, era anche il più istruito. Si dilettava a leggere libri per bambini. «Voglio dire, e se ci ha lanciato il malocchio? Che ne sappiamo che viene dalla città? Che ne sappiamo di quello che faceva prima?». «Già, chi lo dice che viene dalla città?» «Io l’ho sentito da Alcibiade!» «Io? Ma me l’ha detto il parroco.» Don Alessandro, che si lamentava sempre di soffrire di tappi di cerume, rispose dall’altro capo del salone. «Ehi, a me l’ha detto la Attilia. Chissà da dove l’ha saputo quella lì.» «Sapete che vi dico?» Arrigo, che dopo aver rubato la mancia si era anche fatto offrire da bere, passò tutti in rassegna con lo sguardo. «E se avesse rapito lui Tommaso?». Silenzio. Solo il fuoco nel camino. «No! Ma che dici?!» «No, dai!» «Sono accuse pesanti, queste!» «Pensateci. Tommaso è sparito due mesi fa e quando è arrivato questo qui?» «Tre mesi!» «Cinque!» «Due!» Ognuno diceva la sua, ma l’alcool e il fumo erano solidi contrafforti per i complotti e uno o due mesi di differenza contavano poco, in quel momento. Prima della fine della serata, gli uomini si convinsero che l’estraneo fosse responsabile dello svuotamento della miniera, della scomparsa del piccolo Tommaso, del minor numero di cinghiali sui monti e anche di un paio di tradimenti amorosi. Si armarono con bastoni e fiaccole, uscirono in massa dalla locanda. Fuori, nella piazza, incontrarono le donne che impugnavano coltelli. «È un mostro!» gridavano. «Ha ucciso Tommaso!». E con quella che considerarono la prova definitiva, entrambi i gruppi si mossero insieme verso il bosco di faggi. Scalarono la collina, spaventarono le bestie accucciate nelle tane, giunsero in vista della casa fatiscente dell’estraneo. «Proprio la casa di uno stregone» se non fosse stato così impegnato a odiare quell’uomo che non conosceva, Azzurro si sarebbe forse reso conto di provare una certa emozione all’idea di incontrare uno stregone in carne e ossa. Fors’anche un po’ di ammirazione. Abbatterono la porta, entrarono come un fiume che esonda. «Ridacci Tommaso!» «Vieni fuori!» «Mostro!» Lo cercarono in cucina, nel salotto, in camera da letto. Lo cercarono in mansarda e di nuovo tornarono in giardino. La casa aveva il tetto rotto, la cappa del camino otturata dalla fuliggine, la tavola senza pane, la poltrona spaccata. In quella casa non aveva mai abitato nessuno.
  11. Komorebi

    [MI 140] Jili

    @mina99 il primo commento che mi viene da fare è: e poi? Come continua? La storia è l’incipit di un romanzo per ragazzi dai toni cupi, forse troppo per un romanzo per ragazzi. Devi pensare al target cui desideri rivolgere la tua storia. L’inizio, per esempio, con quell’insistenza sul sangue e i bambini che ne emergono è forse un po’ eccessivo, specie se confrontato col resto del testo, molto più lieve nelle descrizioni e più frizzante (avventura fuori dal muro, magia, telepatia, protagonista misteriosa). Insomma, i criteri per farne un libro per ragazzi ci sono tutti, ma l’inizio resta un po’ eccessivo. Spingi troppo sull’acceleratore del dark. Prova a cercare informazioni sui miti e le tradizioni della rinascita, se oltre il sangue c’è qualcos’altro che possa simboleggiare la resurrezione nell’aldilà. Anche la parola ‘Inferno’ è eccessiva: fa pensare ai diavoli, alla dannazione eterna, la sofferenza. Qui non mi sembra si soffra (anche se mancano descrizioni in proposito). La storia, dunque, è fatta per essere parte di un’opera più vasta (e chissà che non lo sia già), così con me è difficile da valutare e dà la sensazione di essere incompleta. Dai ampio spazio alla porzione iniziale, col risveglio di Jili, mentre tagli corto nel raccontare il punto di vista del protagonista maschile, che liquidi con una descrizione sommaria di quello che, sostanzialmente, è lo scopo della sua vita (o, per dirla in termini metaletterari, il motivo per cui l’hai creato e messo nella storia). Anche la rivelazione dell’origine di Jili (sentinelese), che dovrebbe essere qualcosa di significativo, finisce per passare in secondo piano. Che senso ha che sia sentinelese? Prima di leggerti non sapevo nemmeno che esistesse come parola XD Infine, lo stile: a volte traballa un po’, all’inizio tendi a essere troppo prolisso e dettagliato, finendo per usare immagini non immediatamente visualizzabili da parte del lettore come ‘la riva era trafficata’. Nella seconda parte sei più rapido, ma nel discorso diretto questa minore precisione si fa sentire e si fa fatica a capire chi dei due, se la voce della telepate o Jili, stia parlando. Riassunto: mi è piaciuto, ma non come storia breve. Mi è piaciuto per le potenzialità di romanzo per ragazzi che possiede. Lo stile, però, è da sistemare. Un saluto!
  12. Komorebi

    Il ragazzo dagli occhi di vetro

    @Spidocchiatore ciao e grazie per il commento. Intanto, grazie alla tua risposta, ho realizzato di aver commesso un errore: avrei voluto che il sesso della voce narrante restasse ambiguo, ma mi sono accorto di essermi tradito. in secondo luogo, tutto ciò che la voce narrante pensa, lo immagina solo. Non pedina a casa il ragazzo e non ha la palla di cristallo. Terzo, mi piace la tua interpretazione, sei liberissimo di leggere il racconto come preferisci. Era mia intenzione tratteggiare un personaggio che destasse questa ambiguità con lo stalking senza però esserlo totalmente. Un saluto!
  13. Komorebi

    Il ragazzo dagli occhi di vetro

    Commento Il ragazzo dagli occhi di vetro Capelli ricci, castano chiaro. Li ha corti sui lati e un po’ più lunghi al centro. Gli vengono in avanti e gli coprono la fronte, forse per nascondere una stempiatura. Non dovrebbe vergognarsene, ha il viso così bello. La sua pelle è chiara, le guance e il mento lisci. Ha quel tipo di carnagione su cui non cresce barba, dove i peli sono biondi e morbidi. Ha gli occhi verdi, sembrano vetro levigato dal mare. Veste bene, una camicia bianca sbottonata nei due passanti sotto il collo. Provo a spostarmi sul sedile del treno per spiargli il petto al di sotto. Scorgo soltanto un’ombra di pelle chiara, le pieghe della camicia mi impediscono di curiosare di più. È magro, avrà la mia età o poco meno. È difficile da capire, i ragazzi come lui, così chiari di pelle e coi capelli ricciolini, sembrano ventenni fino ai trentacinque anni. Lo guardo da due posti di distanza, da sopra la costa del libro. Ha gli auricolari, ascolta la musica. Quasi di sicuro ascolta musica pop, ipercommerciale, di quelle canzoni spazzatura fatte solo di ritornello. Non so perché, ma ne sono certo. E secondo me gli piace anche tantissimo. Sorrido, una parte di me spera che lui alzi lo sguardo in questo momento e mi veda sorridere, mi sorrida a sua volta. Cerco di catturarne l’attenzione, ma con disinvoltura, come per caso. Chissà, forse mentre abbasso gli occhi sul libro è lui a squadrare me, a studiarmi. Se gli piacessi, però, per come lo sto fissando, probabilmente i nostri sguardi si sarebbero già incrociati. Nove a dieci che non gli interesso. Ha dei calzini orribili, verde evidenziatore. Forse li ha messi perché pensa che richiamino i suoi occhi, in realtà fanno schifo e basta, qualcuno dovrebbe dirglielo. È elegante in tutto, tranne che nei calzini e nelle scarpe. Ha addosso un paio di sneakers bianche, sporche come il pavimento di una palestra. La destra è rotta sul bordo laterale. Si vede il calzino verde che spunta. Sarebbe bello togliergli le scarpe e quei calzini orribili. Sarebbe la prima cosa che gli toglierei, se fossimo in camera da letto. Lo lascerei a piedi nudi. Deve avere dei piedi bianchissimi. Scommetto che ha il secondo dito più lungo dell’alluce. Tiene le gambe accavallate all’europea. I jeans gli disegnano la forma delle cosce e del gluteo sollevato. Provo a capire se mi piace il suo sedere, se le gambe sono abbastanza tornite, come piacciono a me. Seguo il contorno del suo corpo, torno a desiderare di vedergli il petto. Mi muovo un poco sul sedile, sposto il libro. Lui guarda fuori dal finestrino, perso nella musica. Sul posto accanto ha un taccuino bordeaux, un libro nero e una penna. Sono oggetti anonimi, e anche i suoi vestiti sono anonimi, eleganti ma insignificanti, tranne che per le scarpe e quelle orribili calze. Sembra un assicuratore, un bancario, un qualunque impiegato che ricopra un ruolo di responsabilità. È il classico ragazzino che cerca di sembrare più grande con gli abiti che indossa, che svolge una professione per cui l’essere troppo giovani sia sinonimo di imperizia. Gli occhi sono lontani, restano fissi sul paesaggio che scorre fuori dal finestrino senza davvero vederlo. È abituato al tragitto, è da molto che fa il pendolare. Ha un’aria stanca, malinconica. Forse non gli piace il lavoro che fa, o è annoiato dal viaggio. O magari si è appena lasciato con la ragazza, o ha problemi con lei. Mi domando se non viva coi genitori. Ha l’aria di un ragazzo che conviva ancora con la madre, che ne è un po’ il cocco. Si vede da come è ben stirata la camicia, dalla cura in generale nell’aspetto. Probabilmente il padre non c’è più, o è morto o se ne è andato. Lui è figlio unico, aiuta la madre e vive con lei, le tiene compagnia quando rincasa in treno dal lavoro. Non ha il tempo né la voglia di vedersi con gli amici, non sembra uno che si trovi a suo agio in mezzo alla gente. Quello sguardo così remoto, opaco, è lo sguardo di un pensatore, di chi si estrania quando è insieme ad altra gente. Me lo immagino a ritirarsi come un granchio sotto la sabbia la sera, attorno a un tavolo di un bar a bere birra, con gli amici che raccontano battute che a lui non fanno ridere e aneddoti di cui a lui non interessa niente. Sta nascosto ma, per gentilezza, ascolta. Non ha piacere a uscire con gli altri, preferirebbe risparmiare quei pochi soldi per dell’altro, ma è educato e si impegna a mantenere i rapporti con i vecchi compagni delle superiori. Mentre è lì con loro, però, riflette sul lavoro che avrebbe voluto fare, sui sogni cui ha rinunciato. Ha programmato già tutto, sa che terrà questo impiego che lo costringe a una vita da pendolare solo per altri due anni, fino a che non avrà concluso il corso che sta facendo o guadagnato abbastanza. Una volta ottenuta la licenza, si dedicherà a quello che davvero ama. Un ragazzo così, forse, non ha tempo per le relazioni. Non guarda me come non guarda la ragazza seduta di fronte a lui. Eppure vorrei tanto renderlo allegro, vederlo sorridere. Quegli occhi devono essere tanto dolci, se solo ridessero. Staremmo bene insieme. Gli toglierei quella tristezza che si porta addosso come lenti a contatto. Visto che è su questo treno, non abitiamo nemmeno troppo distanti. Se solo incrociasse il mio sguardo proverei a sorridergli, stringerei amicizia con lui. E la sua pelle deve essere così morbida. Il treno si ferma, aspetto un istante sperando che scenda con me. Rimane invece seduto, a guardare fuori dal finestrino con gli auricolari a isolarlo dal resto del mondo. Scendo, mi avvio lungo la banchina diretto alle scale del sottopasso. Lui è al di là del vetro, mezzo metro più in alto di me, seduto al suo posto. Lo vedo a malapena attraverso il finestrino oscurato. Lui fissa il vuoto, con quegli occhi opachi di vetro. Scendo nel sottopassaggio e vado al lavoro.
  14. Komorebi

    La Salamandra

    In generale, in queste frasi si sente l'assenza di virgole. La seconda, in particolare, è troppo lunga per leggerla tutta d'un fiato. Alcune precisazioni sono inutili (vedi quelle in grassetto). Attento: nelle prime due righe del racconto il punto di vista è di Valeria, qui invece il punto di vista è di Michele. Il passaggio avviene troppo rapidamente e in troppo poco tempo. Mantieni lo stesso punto di vista. Fa un po' troppo canto amebeo, botta e risposta tra due voci statiche. Che ne dici di: Michele gettò un'occhiata all'orologio. <<sì, lo so>> Valeria si appoggiò al tavolo con quel suo sedere perfetto <<è tardi>> Lui sollevò le sopracciglia, lei scosse la testa. <<eh, ho dovuto prendere l'autobus. Il pullman non passava>> (che poi, in che senso? Autobus e pullman non sono sinonimi? Qui sono intesi come mezzi di trasporto differenti?). Insomma, mentre i personaggi parlano, falli agire. La descrizione di prima di Michele che regge la moka è troppo statica, così come il dialogo manca di dinamismo. Metti insieme le due cose e fai muovere i personaggi durante il dialogo. Ognuno di noi quando parla si gratta, si siede, si stiracchia, lascia spaziare lo sguardo ecc... Ma quindi è tornata in autobus o a piedi? Precisazione superflua (appesantisce la frase). Si dice? L'ho sempre chiamato rubinetto Lo hai spiegato righe più sopra che è caduta la polvere di caffé (e, tra l'altro, anche 'polvere di caffé' è una precisazione superflua, perché basterebbe dire 'caffé', visto che Michele lo sta ancora preparando), non c'è bisogno di ripeterlo. Attento: qui è la seconda volta in poche righe che ripeti 'nervosamente'. Anche qui, puoi considerarlo superfluo. Valeria è nervosa, lo vediamo da come si comporta, non c'è bisogno che usi l'avverbio per spiegarlo. Anche qui, frase troppo lunga. Puoi sostituirla con: la seguì sull'uscio. Cominciava a spazientirsi. Ok, la precisazione 'Valeria' è davvero superflua. Ci sono due personaggi ed è chiaro che a pensare sia Michele. La seconda frase, invece, immagino fosse in corsivo nell'originale (altrimenti non riesco a spiegarla). Tutti, quando guardano il caffé, controllano 'se sia salito'. Nessuno controlla 'che sia affiorato dal serbatoio'. Lo sai, vero? Intendiamoci: sono il primo che dice che nella scrittura il dettaglio sia fondamentale e che attraverso i dettagli si renda verosimile un testo e si permetta al lettore di immedesimarsi. Qui, però, le precisazioni si concentrano su dettagli superflui, del tutto inutili per il cuore della storia. Inoltre, appesantiscono le frasi. Capisco che tu, come autore, voglia trasmettere al lettore esattamente tutto ciò che hai immaginato, ma un eccessivo controllo sulla storia, rischia di annoiare il lettore, soffocandolo con troppe precisazioni. Insomma, devi distinguere due tipi di dettagli: - Quelli di cui il lettore ha bisogno per immedesimarsi e per capire cosa stia succedendo - Quelli che aggiungi perché tu immagini così la storia e vuoi che il lettore veda ciò che tu veda Dei due, solo i primi sono importanti. Per esempio, quando descrivi di come l'abito cada su Valeria e ne disegni le forme del corpo, quelli sono dettagli utili: descrivi il pensiero di Michele, quello che gli piace di Valeria, quello su cui si concentra la sua attenzione. Quando dici che Michele usa le proprie mani per prendere il caffè, è un dettaglio inutile. Alcuni punti, come quello che segue, diventano quasi ridicoli per l'ossessività di descrizione puntigliosa che metti: Questo non va bene: qui, in poche righe, liquidi quello che sembra essere il cuore del racconto. Qui, praticamente alla fine della storia, spieghi cosa abbia fatto davvero arrabbiare Valeria, cosa Michele apprezzi più della compagna, quale sia la paura di Michele e quale la sua risoluzione per superare il problema. Il tutto accade in poche righe, rapidamente, con allusioni che (qua sì) avrebbero giovato di maggiore particolari per essere comprese dal lettore e non restare indistinte. Per intenderci: mi racconti che il tavolo nella cucina di Michele è di granito e non mi dici quale sia ' la cosa di cui Michele deve parlare col capo e da cui dipende il suo futuro assieme a Valeria'? Nessuno ti obbliga a raccontare tutto per filo e per segno, se non vuoi, e va bene lasciare un po' di mistero, ma almeno un dettaglio per non lasciare nel vago questo argomento devi concederlo al lettore. Frasi come: 'non poteva più rimandare. Lo doveva fare. Per se stesso e per Valeria. Per il loro futuro insieme' suonano false, se non dai al lettore delle spiegazioni in proposito. Sono frasi vuote, da film. E' più vero il tavolo di granito, il caffé caramellato, Valeria che si incazza e si chiude in bagno, che questa frase. Eppure qua c'è tutto il motivo del racconto. @nescio come puoi vedere ti ho fatto non le pulci, di più. Spero di esserti stato utile e di non averti offeso in alcun modo. Se l'ho fatto, non era mia intenzione. Un saluto e a rileggerci!
  15. Komorebi

    [MI 137] Come insegnare a una donna a giocare a scacchi

    @Ton piaciuto molto, ma su alcune cose mi trovo d'accordo con @Ottimo Massimo , asciugherei di più la prima parte di alcuni incisi e dettagli. Per quanto i dettagli siano per me fondamentali per creare verosimiglianza in un racconto e permettere al lettore di avere ben chiaro cosa accada, il primo 'capitolo' è un po' troppo prolisso. Viceversa, mi concentrerei di più sul rapporto col fratello. Si intuisce la sottile ostilità tra i due, ma è come se questa avesse avuto bisogno di più spazio per essere pienamente espressa. Niente da dire sulla seconda parte, maggiormente organica e coerente. Detto in altri termini: la prima parte mi è sembrata un preambolo, una presentazione dei singoli personaggi, che sarebbero comparsi poi nella seconda parte. Il giudizio rimane comunque molto positivo, il testo mi è piaciuto. Saluti!
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