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Komorebi

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    Komorebi
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    Da molti anni (mi pare 28, ma potrei sbagliare) sono in conflitto con me stesso. Nel continuo tentativo di migliorarmi, finisco solo per complicarmi la vita.

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  1. Traccia 5: una voce nel buio [H2019] La vecchia poltrona
  2. Komorebi

    [H2019] La vecchia poltrona

    Commento Tema: una voce nel buio La vecchia poltrona 1° notte Scricchiolio, i cuscini si sgonfiano. Il rumore giunge dal buio, dalla poltrona che sta accanto alla porta, sotto la libreria. Dal letto non la vedo, la luce del lampione che penetra dalla finestra la taglia in diagonale. Un cuscino è caduto, è in terra. La superficie è infossata, riacquista lentamente la sua forma. Non c’è niente che possa averlo deformato così. «Chi c’è?» domando al buio, la testa mezza sollevata dal cuscino. L’intelaiatura della poltrona scricchiola, i cuscini contro lo schienale, tutti appena al di sopra della lama di luce grigiastra, si svuotano d’aria. «Chi c’è?» Mi basta allungare una mano per raggiungere l’interruttore. «No…» sembra di udire un bisbiglio. È un attimo, un soffio. Poi le lampadine a risparmio energetico scacciano le ombre contro le pareti, dove è giusto che stiano. La poltrona è vuota, come dovrebbe essere. Non c’è nessuno in casa a parte me. Non c’è più nessuno in questa casa, a parte me. 2° notte Cuscini schiacciati, telaio di legno che si tende, schiocca come se un enorme peso ne avesse testata la resistenza. Il lampione fuori dalla finestra falcia la stanza. Sul bracciolo della poltrona non c’è nulla, contro il poggiapiedi non penzolano più le ciabattine di Luca. Le sue gambe troppo corte non si tuffano a nascondersi nel buio in cui è immerso lo schienale. Non c’è nessuno sulla poltrona. La vedo poco e male, ma sono sicura: non c’è nessuno sulla poltrona. Allungo la mano all’interruttore. Prima che possa premerlo, il bisbiglio della notte innanzi ritorna, più chiaro: «No». Le dita si fermano a pochi millimetri, gli occhi si sforzano fino a lacrimare. La luce è scarsa, dà fastidio cercare di mettere a fuoco. «Chi c’è?» Scricchiolio, sbuffi. Un cuscino cade dalla poltrona, leggermente a destra del poggiapiedi. È la stessa posizione in cui era caduto quello di ieri. Anche questo è deformato, come se una mano lo avesse stretto con foga. «Chi c’è?» domando, ma ancora non accendo la luce. «Se l’accendi, scompariremo.» Trattengo il fiato. La poltrona è vuota. «Luca!» Schiaccio l’interruttore, i cuscini riacquistano la loro forma originaria, la pelle tesa del rivestimento si rilassa. Non c’è più nessuno sulla poltrona. 3° notte La luce seziona uno schienale vuoto, lo taglia in due come la lama di un bisturi. Il cielo è chiaro, il lampione acceso. La poltrona, però, resta in ombra. Sono seduta sul letto, gambe incrociate. Fisso l’oscurità aspettando il bisbiglio. So che tornerà, è tutto il giorno che l’aspetto. Qualcosa si siede, schiaccia i cuscini che si sgonfiano subito sotto il suo peso. Un’ombra passa per un attimo sul bracciolo, ma forse si tratta solo di un’illusione. Qualunque cosa ci sia là contro lo schienale non parla, ma credo mi stia fissando. Io sono sotto la luce, lui può vedermi. «Sei tu, Luca?» «Non accendere la luce, ti prego. Ne abbiamo paura.» Riconoscerei quella voce tra mille, sempre. «Non lo farò, amore mio. Ma ti prego, fatti vedere. Fatti vedere ancora una volta.» «Per farlo dobbiamo avvicinarci, mamma. Possiamo avvicinarci?» C’è come dell’ironia in quella domanda, come se mi stesse preparando uno scherzo, lì, nel buio, invisibile e immateriale sulla vecchia poltrona. «Sì, ti prego, avvicinati.» Un cuscino cade a terra, leggermente sulla destra del poggiapiedi. I braccioli s’infossano, schiacciati da dita contratte invisibili. «Grazie mamma. Ora siamo più vicini.» La sua voce è forte, più concreta. È davanti a me, nel buio, e là lo troverò ogni notte. 10° notte Compare sempre alle tre di notte, io lo aspetto seduta. Non vuole si accenda la luce, a malapena sopporta il lampione. Dice che prima o poi lo distruggerà. Parla con voce chiara, a tratti stentorea. Il tono flebile di quando è comparso per la prima volta è stato presto cancellato. Mi è bastato accettare che si avvicinasse, per sentirlo sempre meglio. Ora mi sembra di scorgere una mano, appoggiata al bracciolo. 13° notte È sulla poltrona, immobile, con solo metà corpo visibile, la metà inferiore. Viene tagliato da quella luce grigiastra che entra dalla finestra, quella luce che lui detesta. Il pigiama è quello di Luca, con gli aeroplanini e i coni segnavento rossi e bianchi degli aeroporti. Le gambe arrivano fino a terra, però, non si interrompono a metà in due ciabattine che ciondolano penzoloni, sospese su una poltrona troppo alta per loro. Quelle gambe affusolate scendono e scendono, pare quasi non debbano mai fermarsi. Se non ci fosse il pavimento a interromperle scommetto che proseguirebbero fino al piano di sotto, e forse più sotto ancora, nelle viscere della terra. «Possiamo avvicinarci, mamma?» mi chiede ogni notte alle tre. «Certo, amore mio» gli rispondo. E subito lo sento più vicino. 23° notte «Possiamo avvicinarci, mamma?» «Perché non ti siedi qui sul letto con me, amore mio? Per quanto ancora dovrai avvicinarti, prima di tornare a stare con me come un tempo?» La sua mano si solleva dal bracciolo. Un fumo chiaro, che per un attimo contrasta con il buio alle sue spalle, si solleva dal segno dell’infossamento. C’è odore di pelle bruciata. Il dito bianco si tende con la lentezza del Giudizio. È lungo e sottile e nodoso, come un rametto di susino. Culmina in un’unghia affilata, più simile all’artiglio dei rapaci che a un’unghia umana. «La luce ci dà fastidio.» Mi alzo, il corpo ormai sembra non rispondermi più, come se, nel corso di queste notti, ne avessi pian piano perso il controllo. Da sonnambula chiudo le tende, abbasso le imposte fino a non lasciare la minima fessura. Sono in piedi davanti al vetro gelido della finestra, piedi scalzi contro il pavimento di ghiaccio. Non uno spiraglio di luce, non vedo nulla. La poltrona è dietro di me. «Possiamo avvicinarci, mamma?» La voce proviene da appena dietro la mia nuca. Il fiato che pronuncia quelle parole mi scuote i capelli. È una mia impressione o di nuovo c’è un tono ironico? Annuisco, non ho il fiato per rispondere. Dalla mia bocca esce la condensa, le labbra sono insensibili. Passo sopra la lingua per scaldarle, non serve a niente. Anche le dita sono intirizzite. Se potessi vederle, scorgerei il blu sotto le unghie. Il telaio si tende, scricchiola. Il solito cuscino cade a terra nella solita posizione. Passi pesanti, un ticchettare di zoccoli e unghie arcuate. La marcia della creatura prosegue per quella che sembra un’eternità, non ero così distante dalla poltrona. «Luca…» bisbiglio, nel buio. E questa volta so di stare solo invocandolo, e che non è mio figlio l’essere che si innalza alle mie spalle. «Mamma.» Posa le sue dita lunghe, bianche, nodose e sottili come rami di susino, sulle mie spalle. Gli artigli mi accarezzano la carne. Sono così calde, morbide. E fuori la notte è invece così fredda… Il suo muso affonda tra i miei capelli, sbuffa. «Possiamo avvicinarci?» E ora so che è troppo tardi per dirgli di no.
  3. Komorebi

    [H2019] Turno di notte

    AH! Simone Volponi, sei tu? (Esiste ancora Simone Volponi?) Non so se sia un buon paragone, ma credo anche sia ironico, quindi... @Vincenzo Iennaco caro mio, ben ritrovato! Partiamo dalle note positive: abilissima caratterizzazione del personaggio e dell'ambientazione, in poche righe iniziali già mi immagino le celle, le sale di autopsie, le luci al neon, le pareti verdi e il pavimento un po' umidiccio e riflettente da film poliziesco di serie B. L'inizio non è affatto male: le cispole non danneggiano la presentazione di un protagonista/antieroe che inquieta non tanto per ciò che gli accade quanto per quello che lui stesso compie. Insomma, fino alla prima parte in cui mi presenti il personaggio, va tutto bene. La seconda parte invece, per quanto mantenga l'ottima capacità descrittiva, non colpisce appieno il bersaglio. Provi a creare una buona suspance per poi scivolare nell'orrido (più che nell'horror) e limitandoti a un elenco di temi sul marciume/putridume che disgusterebbero, se già il protagonista non avesse ammesso di divertirsi tra-i e con-i cadaveri ogni notte. Insomma, colpisce (ed è segno di buona scrittura) quel rimando del 'puzzi di morte' che ripeti in vista della chiusura, ma non spaventa l'unione poco consenziente (ma non certo non-consenziente) con la biondona cadaverica. Mi è parso un racconto di dark-humor più che di horror-humor. Scritto bene come tuo solito, poco efficace nell'incutere timore. Ma sono il primo a dire che non sia facile riuscirci (e mi ci metto alla prova anch'io). Alla prossima!
  4. Oh, che questo contest possa servire a crescere e bei racconti cucire! Non vedo l’ora di scriver di morti, vendette, suicidi e spiriti storti. Tremate, tremate, volgo e plebaglia! Il mio racconto vale oro, voi paglia! Vi sfido sul campo, inchiostro e carta con gioia vedrò il fuoco che divampa! Bwahahahahahahahah (sparisce in una nuvola di fumo e zolfo)
  5. Komorebi

    Mezzogiorno d'inchiostro 126 - Topic ufficiale

    Ehi! Ho anche dei lati positivi!
  6. Komorebi

    Mezzogiorno d'inchiostro 126 - Topic ufficiale

    @Poeta Zaza solo un punto penalità! @Ton può trattarsi di qualunque essere/oggetto
  7. Komorebi

    Buon compleanno, Niko!

    @Niko sei vecchio
  8. Komorebi

    Mezzogiorno d'Inchiostro n. 125 Topic ufficiale

    Di solito non intervengo mai in questo genere di dibattiti, ma visto questo MI particolarmente acceso, mi sento in dovere di dire (almeno) una cosa: è un gioco. Su un forum. Tra sconosciuti. In cui non si vince niente. Sarò ingenuo, ma ritengo che nessuno ce l’abbia con nessuno, che non abbia senso “voler vincere” in un contest il cui scopo è migliorarsi e basta. Per come la vedo io, il MI serve a mettersi alla prova e a ottenere più commenti. Questi ultimi, a loro volta, sono utili se sinceri: si può dire (e si deve dire) che un racconto non sia bello purché si motivi il giudizio. Lo scopo resta infatti sempre quello: migliorarsi mettendosi in gioco. Da semplice sostenitore posso dire di aver visto numerose diatribe nate attorno al MI: il voto deve essere segreto, vincono sempre i soliti, il tempo è troppo poco, ecc... Quello su cui si dovrebbe riflettere è che l’unico premio del MI è essere giudice del prossimo MI: è un premio per incentivare la partecipazione, non la competizione. Nel MI si gareggia contro se stessi, per migliorarsi e basta. Concludo con un’ultima cosa, e premetto che ovviamente questo intervento non vuole essere rivolto contro a nessuno personalmente ma sia considerato un’osservazione soggettiva. Ho vinto (credo) in tutto 3 o 4 MI e ho partecipato almeno al quintuplo dei contest. A volte ho vinto con un racconto che io stesso ritenevo bello e ben scritto, a volte ho vinto con sorpresa con un racconto che consideravo ancora migliorabile. Viceversa, non ho vinto con racconti che consideravo perfetti e che comunque non sono stati votati. Non si tratta di errori di giudizio nè miei nè degli altri. Semplicemente, ci sono cose che a me scrittore sfuggono sui miei racconti e vengono viste dal lettore. Viceversa, esistono anche dettagli che io noto e che il lettore non considera importanti per un giudizio sul testo. Conclusione (vera): siamo sinceri nei commenti ai testi. È ciò che serve davvero al MI.
  9. Komorebi

    Mezzogiorno d'Inchiostro n. 125 Topic ufficiale

    Grazie mille per i voti e la nomina di vincitore. Un sentito complimento a @Macleo, che ho apprezzato e votato. Ci si vede al prossimo MI
  10. Komorebi

    [MI 125] Segui il tuo Signore

    @AnnaL. non ho molto da dire: il racconto è ben scritto, a parte un 'da' senza accento verso l'inizio. La sensazione che si ha, però, è che le cose avvengano troppo in fretta: per riuscire a far avvicinare il lettore al protagonista ci vuole tempo, qui invece sfrutti la ripetizione del suo pensiero (sono buono, lavoro, non fumo, non bestemmio ecc...) per abbreviare i tempi. Con il limite di caratteri si poteva fare ben poco di diverso, in effetti, e la resa finale è assolutamente buona. Però non si percepisce l'angoscia del protagonista tanto quanto meriterebbe viste le premesse.
  11. Komorebi

    [MI 125] Mikhael - Chi è come Dio?

    Credo che quest'ultima frase descriva esattamente anche come mi sono sentito al termine del racconto: ansioso di saperne di più e confuso per il fatto che non ci fosse altro. Il racconto è ben scritto, l'inventiva non manca di certo. Il finale giunge troppo rapido, improvviso. E' vero, sappiamo tutti come è andata a finire, ma non è un buon motivo per non approfondire ulteriormente il rapporto tra gli angeli. Resta comunque un bel racconto. Appunto, peccato non ce ne fosse di più.
  12. Komorebi

    [MI 125] Nuova vita

    @M.T. racconto dalle buone potenzialità, ma che necessitava di notevole revisione. Le parti da cui è composto non scivolano linearmente l'una nell'altra. Il protagonista afferma 'di non avere amici' e un secondo dopo racconta di 'un amico' che spia ogni giorno. Il racconto sulla morte della moglie dell'amico è inserito all'improvviso, così come all'improvviso il protagonista si mette a pedinare quest'ultimo. Insomma, si percepisce che c'erano tante idee, ma (causa tempo?) non sei riuscito a integrarle pienamente tra loro.
  13. Komorebi

    [MI 125] Il trofeo

    @Alba360 racconto ben scritto, con scene assai ben descritte. Resta un minimo dubbio se non sia stato un po' troppo eccessiva la reazione della moglie: in fondo il protagonista non aveva mai ucciso prima e, in quel caso, l'avrebbe fatto solo 'per legittima difesa'. Comunque molto piaciuto!
  14. Komorebi

    [MI 125] La pelle

    Secondo me tutto dipende da 'quanto vicina è la voce narrante al personaggio'. Il narratore in terza persona può essere onnisciente o adottare il punto di vista di un personaggio. Una volta che adotta il POV di un personaggio, può essere più o meno vicino a questo. A me è sembrato che nel tuo racconto il POV fosse saldamente ancorato su Virgina, per questo a volte mi stonava l'uso di termini che denotavano una 'maggiore cultura' rispetto al personaggio tratteggiato. I momenti in cui 'più ti avvicini' a Virginia sono quelli in cui riporti i suoi pensieri in corsivo: sei così vicina a lei da sapere anche ciò che pensa. Quando però riporti i suoi pensieri in stampatello, lì li reinterpreti col tuo stile di scrittura, che è più distante. Insomma, c'è un'alternanza tra i pensieri di Virginia riportati fedelmente in corsivo e gli stessi pensieri reinterpretati dal narratore in stampatello. I due stili, almeno ai miei occhi, stonano. Secondo me (e tutto questo commento è un grande 'secondo me') puoi comunque agire in questo modo, ma o rendi più 'raffinata' Virginia o rendi meno curata la parte del testo in cui riporti i suoi pensieri e sensazioni col suo punto di vista (senza per forza rendere la scrittura semplicistica e poco curata). Torno a dire: è tutto un grande 'secondo me'.
  15. Komorebi

    [MI 125] Qui spargere sorrisi non si può

    @Poeta Zaza mi trovo d'accordo con chi mi ha preceduto. La parte che più ho apprezzato del racconto e che mi è rimasta maggiormente impressa riguarda le poesie, meno la parte in prosa, che delle poesie sembra più una parafrasi. Il racconto, per quanto l'abbia trovato poco azzeccato con il tema del contest (il 'limite' ci entra un po' forzatamente), si concentra più sul gioco che sui giocatori. Per ottenere un maggiore effetto si sarebbe potuto concentrarsi più sulle storie degli anziani (cosa che in parte fai), mentre si è dato maggiormente spazio alla 'catena di parole'. Togliendo caratteri da una parte e aggiungendoli dall'altra, magari modificando anche la forma del testo e rendendolo un diario in prima persona, i vari dettagli (poesie, impressioni della narratrice, tentativi di creare nuovi giochi di parole) troverebbero tutti il loro spazio.
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