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emilianoem

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  1. Sebastiano delle parole

    Sebastiano aveva sei anni e aiutava il nonno a fare le bottiglie di vetro. Da quando il suo papà era andato via per cercare un lavoro migliore dall’altra parte del mare lui aveva preso il suo posto, lavorando con il nonno nella fabbrica delle bottiglie. Fabbrica è una parola grossa, nonno e nipote si affaccendavano nell’unica stanza della casa, attorno al forno in muratura che faceva anche da camino. Il nonno soffiava nel tubo dove era attaccata la pasta di vetro e Sebastiano badava al fuoco. A Sebastiano piaceva vivere con il nonno, gli voleva molto bene e il nonno voleva molto bene a Sebastiano. Un giorno il nonno si ammalò. Un forte mal di gola gli impediva di soffiare nel tubo e si sentiva molto stanco. “Forse ho preso l’influenza”, disse a Sebastiano, e si mise a letto. Il giorno dopo il mal di gola era diventato ancora più forte, tanto che il nonno non riusciva più a parlare, ed era così debole da non poter nemmeno bere un bicchier d’acqua senza l’aiuto del nipote. Quando il terzo giorno Sebastiano notò che la gola si era gonfiata come se dentro ci fosse un pugno, corse dalla maestra Iomi, una vicina che aveva il telefono in casa, e lei chiamò l’ambulanza. Il nonno venne portato in ospedale e Sebastiano ogni mattina lo andava a trovare. Tranne il sabato e la domenica, quando la maestra Iomi non lavorava e lo accompagnava in automobile, Sebastiano si recava sempre a piedi in ospedale, camminando due ore per arrivarci e due per tornare. I dottori gli spiegarono che il nonno aveva una brutta malattia, ma lo avevano operato in tempo, così si era salvato. Finalmente un giorno tornò a casa, però aveva perso la voce e nemmeno poteva più soffiare il vetro. Sebastiano pensava che non era importante, la cosa che contava era che il nonno stesse di nuovo bene e fosse tornato a casa. Ben presto il bambino imparò a capire tutto ciò che il nonno gli comunicava con gli sguardi e i gesti, come se avesse di nuovo il dono di esprimersi, pure senza parole. Se ad esempio stendeva il braccio verso il mare facendolo ruotare sull’orizzonte, significava: “Che bello!”. Oppure, quando voleva sapere se Sebastiano aveva fame, lo guardava, apriva la bocca e faceva finta di ficcarci dentro tutte le dita di una mano. Insomma, parlava una lingua fatta di occhiate e cenni. Non potendo riprendere il lavoro delle bottiglie il nonno cominciò a fare il giardiniere per la maestra Iomi. A Sebastiano piaceva stare nel giardino, in mezzo ai fiori e agli alberi. Raccoglieva i rami potati, annaffiava le aiuole… insomma stava bene, quasi come prima. Quasi, perché l’episodio della malattia del nonno gli aveva suscitato una piccola paura: e se un giorno anche lui avesse perso la voce? Lo disse al nonno, che lo rassicurò scuotendo il capo come se si trattasse di una cosa impossibile. Gli fece segno che lui era giovane, giovanissimo, quelle invece erano cose che capitavano ai vecchi. «Sarà…», pensava Sebastiano, però non riusciva a tranquillizzarsi. Finché non gli venne un’idea. Impilate contro una parete della stanza c’erano ancora parecchie bottiglie, che da quando il nonno aveva cessato l’attività prendevano la polvere. Salì su una scala e prese quella più in alto, quindi uscì di casa e andò nel suo posto segreto, una duna circondata da olivastri, dove si ritirava quando voleva stare da solo. Da lì, se non c’era nebbia, poteva scorgere il grattacielo di Cesenatico, e un paio di volte aveva anche visto la sagoma del drago stagliarsi contro le nuvole rosa del tramonto. Sebastiano si sedette sulla sabbia, guardò la spiaggia e il mare, portò la bottiglia alla bocca e dentro ci gridò: “Nonno!”, tappandola subito con il palmo della mano. Poi lo tolse e dalla bottiglia uscì il suo richiamo, un poco più basso: “Nonno!”. «Funziona», pensò il bambino, «adesso ho solo bisogno di tappi, ma non è un problema, i cassetti della credenza ne sono pieni.» Allora lasciò la bottiglia sulla duna, tornò a casa e prese un’altra bottiglia, aprì un cassetto e si riempì le tasche di tappi, quindi tornò nel suo posto segreto. Dentro la vecchia bottiglia gridò ancora il richiamo di suo nonno e ci mise subito un tappo; nell’altra esclamò: “Ho fame!”, e pure la tappò. Ormai era sera, il nonno doveva già aver preparato da mangiare, allora Sebastiano prese le bottiglie e rincasò. Una volta nella stanza le appoggiò contro la parete di fronte a quella delle bottiglie vuote, e siccome la tavola non era ancora apparecchiata ci pensò lui a farlo. A cena il nonno gli chiese con gli occhi come avesse passato il pomeriggio. Sebastiano stava per dirglielo, poi si trattenne, temeva di preoccupare il nonno (magari si accorgeva che era in pensiero per la sua malattia), e allora disse che aveva costruito torri di sabbia. La mattina dopo non andò con il nonno nel giardino della maestra Iomi, ma si recò immediatamente sulla duna con altre due bottiglie vuote. Nella prima gridò: “Ti voglio bene!”, e nella seconda: “Ago!”. Il vento infatti aveva portato dalla pineta poco lontana un ago di pino sulle sue gambe. Tornò a casa e prese tante bottiglie da riempirci una sporta, perché la testa gli scoppiava di parole da conservare. In una gridò: “Gelsomino!”. In un’altra: “Fico!”. E poi: “marmellata, papà, bello, brutto, evviva, mi fa male qui, nuvola, macchina, camion, latte, voglio una bicicletta, gialla, rosso, azzurro, cielo, aereo, palazzi, balcone…”, e così via. Ormai, quando rientrava in casa, non aveva più bisogno di salire sulla scala per prendere altre bottiglie, perché la catasta si era abbassata di parecchio, mentre invece era cresciuta quella delle bottiglie piene, impilate di fronte. Il nonno una sera non poté fare a meno di indicare le due pareti, guardando il nipote, e questi rispose: “Le sto spolverando, così man mano le sposto”. Il nonno lanciò un’occhiata distratta ai tappi che chiudevano le bottiglie spolverate, ma non fece nessun segno, invece allargò vagamente il braccio, intendendo dire che ormai le bottiglie non servivano a nulla, sarebbe stato meglio venderle per liberare lo spazio. Quella sera il bambino quasi non toccò cibo, e la notte, lì nel letto con il nonno, non riusciva a prendere sonno, così alla fine lo svegliò. “Nonno”, gli disse, “promettimi che non butterai via le bottiglie.” Il nonno lo guardò assonnato, ma quando vide lo sguardo serio del nipote si destò del tutto e annuì. Sebastiano allora si addormentò tranquillo. In pochi giorni aveva riempito quasi tutte le bottiglie, e una mattina, quando ormai era mezzogiorno, gliene rimase solo una, ma si ricordò che non aveva ancora fatto la spesa, così la lasciò vuota e andò al negozio di generi alimentari. Quando tornò a casa appoggiò la busta sul tavolo e la bottiglia sul letto, con l’idea di riempirla quel pomeriggio, però dopo pranzo il cielo si fece scuro e presto cominciò a piovere. «Pazienza», pensò Sebastiano, «ci andrò domani nel mio posto segreto.» Piovve per giorni e giorni ma Sebastiano non era più preoccupato dall’idea di perdere la voce, né aveva fretta di riempire l’ultima bottiglia, riposta sotto al cuscino. Era tornato a gustarsi le giornate con il nonno, giocando a carte con lui, o aiutandolo a fare da mangiare. Un giorno cominciò a spirare un vento molto forte e Sebastiano, intabarrato in una pesante giacca a vento, aiutò il nonno a riparare gli ulivi della maestra Iomi, costruendo schermi con canne e teli di nylon. Una notte, però, mentre nonno e nipote dormivano, il vento spalancò la porta di casa. Prima che il nonno raggiungesse l’uscio per richiuderlo, una bottiglia venne strappata dalla base della catasta e tutte le altre rovinarono al suolo, andando in frantumi. Oltre al frastuono dei vetri rotti si udì un bisbiglio crescere sempre più: le parole del bambino venivano soffiate via attraverso la porta e le fessure della finestra. «Che strano», pensò Sebastiano contemplando la distesa di cocci, «non mi dispiace più di tanto». Forse, rinchiudere tutte quelle parole almeno una volta nelle bottiglie era bastato a cancellare le sue paure. Nel frattempo il nonno aveva preso la scopa e Sebastiano con un giornale l’aiutò ad ammassare i vetri rotti contro la parete. “Domani”, disse la mano del nonno agitandosi, “vedremo di buttarli via, adesso torniamo a dormire”. Sebastiano però non riusciva a riaddormentarsi. Sotto il cuscino stringeva la sua bottiglia, l’unica superstite. Ci avrebbe potuto mettere dentro un’altra parola, l’ultima: doveva essere una parola importante. Ma quale? Tratto da Il drago di Cesenatico e altre storie così: http://ita.calameo.com/read/005429840b8abed8da65a
  2. SOLO QUATTRO MURI

    Bello. Quello che ha di bello è che un brivido lo percorre dall'inizio alla fine. A volte mi era sembrato di capire che l'io narrante fosse la morte, altre un cameriere, poi infine si scopre chi è. Hai saputo tenere desta l'attenzione per tutto il tempo.
  3. Tre passi

    grazie per il commento e per la lettura
  4. Tre passi

    ciao HurleyReyes, sei in grado di individuare la parte che ti ha distratto? grazie
  5. Nessun errore

    Esilarante. Bravo.
  6. Tre passi

    "Balcone"... dài, volevo vedere se stavi attento (bravo tu che te ne sei accorto: ho corretto). Per il finale... ho pensato il racconto proprio partendo da lì. Grazie a te per i complimenti.
  7. Storia di Natale

    "I regali si onorano", complimenti.
  8. Tre passi

    grazie per i complimenti, è il mio omaggio ad Antonio Tabucchi, un autore che mi ha formato.
  9. Tre passi

    Ti ricordi, la sera prima c’era stato un temporale, dalla finestra della camera abbiamo visto il mare farsi viola, il cielo nero, poi la pioggia ha cominciato a picchiare sui vetri come schiaffi, allora ti ho cinta la vita da dietro e al tuo orecchio ho sussurrato, andiamo a letto, e tu hai inarcato la schiena contro di me, era già la terza volta quel giorno che facevamo l’amore, o forse la quarta, adesso è impossibile saperlo di preciso, ma non importa, quello che importa è che ci siamo ritrovati nudi, di nuovo ascoltando quel CD che amavamo, L’ha inciso in uno stato di grazia, dicevi parlando del musicista, musica e parole perfette, la colonna sonora della nostra vacanza fuori stagione a picco sul mare, sul comodino il libro in prosa di un poeta portoghese morto sessant’anni prima, che dividevamo come un pensiero, una confidenza, un sorriso, ci sembrava di essere un’unica cosa, ti ricordi? Ma sì che te lo ricordi, come ti ricordi quando la mattina dopo siamo entrati nel solito bar per fare colazione, quasi correndo, che poi... “solito”... c’eravamo semplicemente andati il giorno prima, appena giunti in paese, e ci saremmo tornati ancora nei due giorni successivi, ma comunque, cosa dicevo? ah, sì, che la mattina dopo la sera di tempesta siamo entrati ridendo e quasi di corsa nel bar, così ci siamo schiantati contro un muro di silenzio. Erano tutti fermi, il barista piegato in avanti, il peso del corpo che gravava con un braccio sul bancone, di fronte a lui la donna anziana, il cappello di paglia e fiori in testa, anzi c’era un solo fiore, giallo, forse, e davanti a lei la tazza di un cappuccino, al suo fianco probabilmente il marito, l’aria grave come tutti, come la cameriera lì in piedi, di lato, le braccia lungo i fianchi e le mani strette a reggere il vassoio steso lungo le gambe, alle spalle della coppia anziana una più giovane, sicuramente il genero e la figlia, o la nuora con il figlio. Seduta a un tavolino una bambina, che guardava fissamente la bambola stretta nella destra, l’altra mano adagiata sulla coscia. Forse era la nipote, o forse no, perché fuori, sul marciapiede che dava sull’ingresso opposto, si stagliava un’altra donna che noi vedevamo di spalle, il gomito piegato e alzato sopra la spalla, si capiva che teneva la mano a visiera per riparare gli occhi dal riverbero della luce limpida che segue i temporali, e forse era lei la madre della bambina, e non la donna della coppia matura in piedi dietro gli anziani, perché lei pure, al pari della bambina e degli altri lì nel bar, era come congelata in una bolla di immobilità e silenzio. Poi la vecchia al banco, rivolta al barista, ha detto, Non ce ne saremmo nemmeno accorti se non fosse stato per gli occhi della bambina. Così e poi nulla, finché l’ultima eco delle risate appassite sulle nostre labbra si è spenta, e nel momento in cui ci è apparso chiaro che le parole della vecchia erano il suggello di un discorso già pronunciato, tutti si sono voltati a guardarci, anche la donna sul marciapiede, che ora aveva gli occhi azzurri. C’era stato un momento di imbarazzo, il nostro, non degli altri, rotto dopo un attimo dal barista che sorridendo e staccando il braccio dal bancone ci ha salutato, così noi abbiamo risposto e il nostro buongiorno è stato come il segnale di un regista al resto della troupe, che si è mossa secondo un copione collaudato, ognuno ha fatto un movimento idoneo al contesto e il bar è divenuto nuovamente un luogo temporaneo di ritrovo e ristoro, però in noi è rimasta come un’eco di quell’atmosfera tesa che si era respirata fino a un attimo prima, perché la tensione era troppo densa per potersi dissipare in breve tempo. Chi era la bambina? ci siamo chiesti una volta fuori, forse quella seduta con la bambola in mano? ma no, era evidente che non si trattava di lei, perché... be’, perché altrimenti gli altri l’avrebbero guardata, lei stessa non se ne sarebbe rimasta lì in disparte a fissare la bambola, comunque sia in quel bar, fino a un attimo prima della nostra comparsa, era aleggiata l’idea di qualcosa di drammatico, una disgrazia, forse, e allora un’ombra era scesa sulla nostra vacanza, ma eravamo giovani, ti ricordi? lo scudo del nostro amore era tornato velocemente ad avvolgerci, così siamo scesi in spiaggia, la “nostra” spiaggia, il tempo di percorrere la stradina tortuosa e l’ombra si era dissolta. Più tardi, mentre entrambi eravamo rivolti verso il mare e io ti abbracciavo di spalle, altre ombre erano sorte all’orizzonte scurendo di nuovo il cielo. Velocemente ‑ appena il tempo di camminare con le mie labbra sul tuo collo, tre passi, dalla nuca all’orecchio ‑ una nuova tempesta si annunciava, più feroce di quella della sera prima, e ci ha fatto rientrare. Era stato nel negozio di frutta e verdura che siamo venuti a sapere la notizia, prima ancora che ne parlassero i giornali, perché in paese si era già sparsa la voce della scomparsa del bambino. Aveva sette anni ed era in auto con il padre quando questi si era fermato al distributore sulla statale. Per caso si era incontrato con un cliente, attardandosi a parlare con lui nel bar della stazione di rifornimento, e una volta tornato alla macchina il figlio non c’era più. Anche dal tabaccaio dove ci siamo fermati perché volevi comprare un pacchetto di sigarette ‑ che poi, noi non fumavamo, ma quella sera ne avevi voglia e allora anch’io ho detto, Sì dài… ‑ anche dal tabaccaio, dicevo, si parlava della scomparsa del bambino. Siamo rientrati nell’appartamento con un peso sul cuore, e questa volta non si è dissolto, abbiamo cercato di attenuarlo leggendo insieme, stretti sul divano, alcune pagine del libro, le braci delle sigarette che punteggiavano la penombra della stanza, rischiarata a tratti da un lampo. Ma poi siamo finiti a parlare della scena del bar, l’abbiamo scomposta come il fotogramma di un film, il fermo immagine sul presagio di una tragedia, non riuscivamo a toglierci dalla mente che se nel pomeriggio era successo qualcosa di tremendo a metterlo in moto era stata la sensazione di immobile silenzio che avevamo percepito di sfuggita lì nel bar, quando la vecchia ha pronunciato quelle parole, quasi un incantesimo, Noi non ce ne saremmo nemmeno accorti se non fosse stato per gli occhi della bambina. Quell’immagine ci sembrava un rebus, e risolverlo magari avrebbe sciolto il sortilegio, o la maledizione. La vecchia stava in piedi davanti alla tazza del cappuccino sul banco, il braccio teso come se l’avesse appena riposta sul piattino, e con quello del barista, su cui egli poggiava tutto il suo peso, formava un angolo ottuso, come se fossero i due cateti di un triangolo scaleno; il vecchio era al suo fianco, anche lui davanti a qualcosa, forse un bicchiere, un calice! ecco cos’era, un calice con un dito di vino bianco, e la cameriera, seria come tutti, occupava uno spazio intermedio fra i due vecchi e la coppia matura alle loro spalle. Più indietro ancora la bambina, seduta al tavolino presso la porta-finestra spalancata, dove si stagliava quella che doveva essere la madre. E cosa guardava, quella donna, mentre tentava di ripararsi con una mano a visiera gli occhi? Che cosa c’era in quella direzione? Non lo sapevamo, non conoscevamo per nulla quel bar, che con la voracità di una coppia innamorata in vacanza avevamo battezzato “il nostro”. Tu dicevi che dall’altra parte c’era un palazzo, io dicevo che il palazzo c’era, sì, ma da dove si trovava la donna si doveva vedere uno squarcio del belvedere dall’altro lato della piazza. Forse, ho azzardato, guardava il profilo del mare. Alla fine ci siamo tranquillizzati dicendoci che non dovevamo per forza pensare al peggio, magari l’indomani mattina saremmo venuti a sapere che si era aggiustato tutto, il bambino era tornato a casa e insomma tanto magone per nulla. Ci siamo addormentati lì sul divano, abbracciati, mentre fuori si sentiva ruggire il vento, e lo scrosciare aggressivo della pioggia contro il vetro, e i tuoni. La mattina dopo non c’erano novità, anzi, c’era ancora più preoccupazione in giro. Siamo tornati al bar, tu avresti voluto chiedere al barista della vecchia, per sapere di cosa stavano parlando poco prima che arrivassimo noi, ma c’era molta gente, e tutti discutevano del bambino. Lo conoscevano, conoscevano il padre e la madre, una donna aveva la figlia in classe con lui, faceva la seconda, disse anche il nome della sezione, e negli anni a venire non ce la saremmo più scordata, era la 2A. La tempesta era finita ma continuava a piovere, così abbiamo passato la mattina passeggiando sotto i portici e senza sapere come siamo finiti in un museo di bottoni. Non ci potevamo credere che esistesse un museo del genere, anche se dopo averlo visitato e aver prestato attenzione alle spiegazioni appassionate della custode ci sembrava strano che musei come quello non fossero più diffusi. Solo al momento di salutarla lei scuotendo la testa ci aveva detto, Avete sentito di Mino? Noi abbiamo annuito, ma è finita lì, non voleva dirci altro, solo dare sfogo a un peso che l’opprimeva, allora abbiamo detto arrivederci e ce ne siamo andati, con il suo stesso peso sul cuore. Si chiamava Giacomo, per gli amici e la famiglia Mino, e l’hanno trovato il giorno dopo in un fosso. Gli era successo tutto quello che tutti avevano temuto fin dal primo istante. Tutti, anche noi. Eppure dopo il museo dei bottoni avevamo fatto la spesa, e poi eravamo tornati a casa, dove io avevo cucinato gli spaghetti con il pesto fresco preparato da me, avevamo comprato anche un mortaio apposta per i pinoli, e un coltello largo per battere il basilico, perché la cucina, la “nostra” cucina, non ce l’aveva. E poi c’eravamo amati di nuovo, e poi ci eravamo addormentati. Il telegiornale della sera aveva detto all’intero Paese che del piccolo Giacomo ancora non si erano trovate tracce. Altre ventiquattr’ore e sarebbe arrivata la notizia finale. Era la nostra ultima sera, che abbiamo passata stretti sul divano, senza leggere, quasi senza parlare. Eppure… eppure siamo stati felici. Quella, ancora quarant’anni dopo, quando iniziò la mia malattia, per noi era stata la nostra vacanza felice, il culmine della vita a due, prima che arrivassero Martina e Francesco. La vacanza felice di quando eravamo ragazzi. Forse è per questo che sei voluta tornare nel nostro bar, magari per vedere se c’era ancora. C’è, vedi? E tu sei seduta proprio dov’era la bambina con la sua bambola in mano, al tavolo più in là ora è accomodata una giovane coppia con una bambina forse un po’ più piccola della “nostra”, questa avrà sette, otto anni, l’altra ne avrà avuti… nove? E ci sono anch’io, pure se adesso, da come la bambina di oggi ti ha guardato, ti sei ricordata di essere sola. Ma nonostante tutto, anche ora che sono solo un pensiero sottile nella tua testa, e guardo i tuoi capelli grigi, le mani rugose, io sento di essere ancora qui con te, e mi sembra così facile passeggiare con le mie labbra sul tuo collo, solo tre passi leggeri, dalla nuca all’orecchio. Che buffa, la mia assenza, vero? Non ce ne saremmo nemmeno accorti se non fosse stato per lo sguardo di questa bambina.
  10. MISSIONE DI VITA

    Molto bello. (toglierei i punti esclamativi, ma è solo un'indicazione del mio gusto di lettore. Mi ha incuriosito la figura assente dei genitori, avrei voluto conoscere qualcosa di più della loro storia e di quella che la protagonista del racconto chiama freddezza. Forse, dietro, c'è una storia altrettanto complicata. Se fosse un libro intero lo leggerei molto volentieri, e mi piacerebbe che venisse data voce anche ai personaggi più marginali: un rifiuto che a qualcuno può apparire disumano può celare motivazioni profonde.)
  11. Labirinti

    Eccoci di nuovo qui, io e Lebowski, gli ultimi due terrestri su questo pianeta. L’altra volta c’era anche Pritchard, il caro, benché tormentato e petulante Edward. Tecnicamente c’è ancora, ma un metro sotto terra. Abbiamo scavato la fossa io e Lebowski. Più io, che Lebowski; lui, come al solito, si è stancato in fretta. Solo di girare attorno ai fiori di auraubà e di annusare ogni cespuglio di auroginko non si stancherebbe mai, neanche fosse il botanico della spedizione. In ogni caso non avrebbe più senso, ci hanno richiamati, fine dell’impresa, ora si tratta solo di chiudere la base e tornare indietro per sempre; la storia umana sul pianeta Auripise si conclude qui. Mi stiracchio schiena e braccia facendo scrocchiare le spalle e rivolto al mio amico, questa volta ad alta voce, esterno il mio pensiero, Eccoci di nuovo qui, Lebowski, gli ultimi terresti su questo perfido pianeta. Lui alza il capo di scatto, lo fa sempre quando sente il suo nome, e mi fissa attonito. Allora pazientemente aggiungo, Tranquillo Lebowski, dicevo soltanto che siamo rimasti solo io e te, in superficie, gli altri, dal tosto Malinowski al tenero Evans-Pritchard, ormai ci fanno compagnia dal sottosuolo. È la vita, continuo e concludo, visto che il mio compagno di avventura rimane a fissarmi senza battere ciglio, in attesa. Quando fa così mi mette sempre un po’ a disagio, mi ricorda Buster Keaton, un manichino pallido e inespressivo; neanche farlo apposta Lebowski è bianco come un cadavere. Accidenti, non devo esprimere pensieri con parole potenzialmente negative, altrimenti l’immaginazione si fa prendere da una spirale di pessimismo, e se non è negativa la parola “cadavere”… Lebowski deve aver colto la mia ansia, perché si riscuote dal torpore e riprende a passeggiare lungo il filare di aurustro che stava osservando curioso quando gli ho rivolto la parola. Ogni tanto mi lancia un’occhiata di sguincio, come per tenermi d’occhio. Lo conosco a memoria, so cosa sta pensando, pensa che sono un sentimentale, caratteristica che secondo lui non si addice a un esploratore, dovrei essere più freddo, distaccato, riporre i sentimenti in un cassetto e dedicarmi alla missione seguendo il protocollo. Sentimenti: altra parola insidiosa. Meccanicamente cerco il posto dove abbiamo seppellito Margaret, eccolo lì, sotto l’albero di aurustro, l’unica pianta capace di crescere oltre i cento centimetri su questo tirchio pianeta. Ah, dott.ssa Mead, quanto mi manchi… Lebowski segue il mio sguardo fino a incorniciare con il suo il discreto rilievo della tomba. Lui non amava Margaret, non la detestava nemmeno: gli era indifferente. Invece aveva un debole per Lévi-Strauss, si erano sempre capiti al volo, però certo non lo amava come lo amavo io, e in ogni caso anche l’altro nostro compagno se ne è andato per sempre, dalla vita, non dal pianeta, solo che per lui non c’è tomba: abbiamo solo visto il puntino del suo Rover sullo schermo del monitor venire schiacciato da quello sempre più grande dell’asteroide Auropimpio_X69 nel settore E11. L’impatto ha modificato la superficie di quell’area, facendo fuoriuscire un lago di lava. Del resto, non sarebbe servita a nulla una tomba, i resti di Lévi-Strauss si sono fusi per sempre con la superficie di Auripise, o polverizzati nella sua blanda atmosfera. Pace all’anima tua, riflessivo compagno di viaggio. Sto diventando malinconico, e non va bene, la malinconia è pericolosa, perché alterna stati di tristezza al bizzarro conforto di ricordare cose che ci feriscono. Ecco, la parola “alternanza” mi ricorda quella del pendolo, e poi dell’altalena, “altalena” no, cazzo, devo mantenere il controllo, impedire di guastare tutto un’altra volta ancora, ma è troppo tardi, lo sento, una vertigine piega le mie ginocchia, allungo istintivamente la mano sullo stipite dell’ingresso del modulo di atterraggio mentre mi sento ondeggiare come un elastico, se solo potessi impedirmi di perdere il controllo visuale… Invece la scena davanti a me si scompone in una nebbia granulosa e quando si dissipa inquadro un palazzo, quello dove io e Margaret abitavamo subito dopo la nascita di Clementine, eccole lì, la loro sagoma spunta da sotto, dietro la finestra, mentre l’elastico a cui mi sento appeso si allunga, dandomi modo di scorgerle di profilo sulla poltrona a dondolo, mia moglie che culla mia figlia, allattandola. Come sono belle, ho il tempo di pensare, sentendomi pervadere da tenerezza e nostalgia mentre continuo a scendere, trascinato dalla forza di gravità. Lotto per non perderle di vista, ma ora inquadro solo il davanzale, che sfugge verso l’alto, i miei occhi fissano la porzione di intonaco grigio fra il nostro piano e quello di sotto. Il desiderio di guardarle ancora una volta è così grande che sottilmente la forza di gravità viene contrastata dalla tensione dell’elastico, e salgo di nuovo. Riappare il salotto incorniciato dagli infissi della finestra, ma questa volta Margaret è sola, e invecchiata, con la mano sinistra aperta appoggia tutto il suo peso sul mobiletto del telefono, l’altra stringe la cornetta che tiene all’orecchio. Piange, in silenzio. Ascolta Piero che la informa dell’incidente, poi riaggancia e mentre si volta per dirmi, Clementine non c’è più, la forza dell’elastico me la porta di nuovo via, questa volta verso l’alto, allora oppongo resistenza con tutte le mie forze nel tentativo disperato di invertire la spinta, e di nuovo scendo. Dietro i vetri, scorrendo ancora una volta verso il basso, si srotola la visione di me, lì in piedi, che fisso il vuoto, mentre gli amici mi si fanno attorno per consolarmi della morte di Margaret. Devo riprendere il controllo, non posso continuare a vagare in questi pensieri. Ripeto nella mia mente l’obiettivo della missione, Recuperare Lebowski, recuperare Lebowski, ma continuo a cercare di non perdere l’immagine di Marcus e Gigliola che mi mettono una mano sulla spalla, stringendola appena, li guardo scivolare verso l’alto, loro due e me, lì in mezzo a loro. Capisco che devo interrompere il flusso dei ricordi, Ora! grido ad alta voce, e di nuovo la nebbia, rapida, appanna tutto, per poi aprirsi su Lebowski che mi guarda da Auripise, forse allarmato, forse disilluso, quindi con un gesto consumato alza la zampa posteriore e libera un lungo getto di urina proprio sopra il cespuglio di aurustro che veglia il sonno eterno di Margaret. Stupido cane, penso, e allora la luce dell’ambulatorio mi acceca. Sono percorso dal brivido involontario che tutti proviamo quando ci viene sfilata la copia di backup dalla presa Usb nella nuca, e sento la pressione di un palmo della mano che mi invita a stendermi di nuovo sullo schienale della poltrona. È la dottoressa, lo so, e subito dopo i miei occhi si abituano alla luce della lampada a led, così la distinguo. Mi dia ancora cinque minuti, la imploro, ma lei con voce seria mi dice di no, che so che è impossibile, ed è vero, lo so. Il protocollo sull’uso della copia di backup è molto rigido, almeno quello fruibile dal Servizio Sanitario Nazionale, chi invece può permettersi una clinica privata gode di molte più possibilità. È un pensiero che mi riempie di rabbia, ma so che la vita funziona così, chi ha di più può permettersi di vivere meglio. L’amarezza di questo pensiero mi impedisce di controllarmi, e per dare sfogo alla frustrazione mi sento dire, Lebowski ha fatto la pipì su Margaret. Quasi un piagnucolio. La dottoressa mi guarda con quella che dev’essere l’ombra della commiserazione. Lei sa chi è Margaret, chi è Lebowski, e sa anche di Clementine. Soprattutto conosce il paesaggio mentale in cui viaggio, perché nel S.S.N. le sedute di immaginazione sono monitorate dal personale medico. Mi vergogno di essermi lasciato andare. Mi vergogno che un paio di estranei, la dottoressa e l’infermiere di questa Unità sanitaria, conoscano le mie ricostruzioni possibili della realtà, e quando lei dice, con la voce che un adulto riserva ai bambini, È stato proprio birichino Lebowski, arrossisco dall’imbarazzo. E dalla rabbia. Allora scendo di scatto dalla poltrona, strappando quasi dalla mano della dottoressa la mia copia di backup, e esco. Sulla porta mi imbatto nell’infermiere e senza volere gli do una spallata. Tentenno un attimo poi imbocco il corridoio senza dire nulla, subito pentito di essere stato scortese, bambino birichino fa la pipì nell’ambulatorio, sento cantilenare nella mia testa, così mi fermo e timidamente torno sui miei passi per chiedere scusa. Avrei detto a tutti e due, Perdonatemi, non volevo essere brusco e villano, ma prima di arrivare all’uscio sento la voce della dottoressa che dice, E il mese scorso gli è pure morto il cane. Poveraccio, commenta l’infermiere. Rimango per due secondi lì impalato, senza più voglia di affacciarmi. Poi mi volto per andarmene ma non riesco a inquadrare l’uscita. Questi corridoi sono tutti uguali, penso, sembra di essere in un labirinto. Accidenti, e adesso come esco da una parola così?
  12. La persona informata sui fatti

    Prima di smettere di zappare l’orto sul retro e riporre l’attrezzo nel piccolo capanno lasciò suonare il campanello per la terza volta, quindi si lavò le mani alla fontanella. Non aveva bisogno di guardare dallo spioncino della porta d’ingresso per sapere chi lo stava cercando. Erano giorni che si aspettava una visita della donna e quella mattina, mentre con un gesto pacato del palmo della mano metteva a tacere la sveglia sul comodino, aveva avuto la certezza che lei sarebbe finalmente giunta da lui. Il campanello suonò ancora, questa volta, notò, con un intervallo più breve rispetto ai precedenti: si disse che la sua visitatrice stava perdendo la pazienza, segno che era determinata ad affrontare la cosa. D’altronde, lui sapeva pure questo. Continuò a camminare lentamente per il lungo corridoio asciungandosi le mani con uno strofinaccio e poco prima di raggiungere l’uscio il campanello mandò il quinto squillo. Quando la porta si aprì la donna vide un uomo molto meno vecchio di quanto si immaginava e ne rimase stupita, confusa quasi, perché oltre all’apparente incongruenza dell’età qualcos’altro la disturbava, ma non riusciva a capire cosa. Le certezze che l’avevano spinta a compiere quella visita stavano svanendo e lei si trovò ad annaspare sul pianerottolo nel tentativo di riprendere il controllo di se stessa, delle ragioni che l’avevano portata fin lì. Lo sguardo dell’uomo attirò la sua attenzione e si convinse che lui la stava aspettando, il che era impossibile, ed era normale sorprendersi, ma a maggior ragione quella stranezza non doveva distrarla dal suo scopo. Respirò velocemente, come un nuotatore prima del tuffo, decisa a presentarsi e dire cosa voleva, ma prima di aprire bocca con una parola lui la invitò ad entrare. Prego, disse l’uomo, allargando un braccio e ritraendo una parte del corpo. Osservò come l’indecisione della donna, una volta varcato l’uscio, con tre passi si trasformò in sicurezza crescente; il tempo di raggiungere il salotto. Si accomodi, le disse ancora, superandola per farle strada e indicando le due poltroncine fiorate ai lati del tavolino sotto la finestra. I vetri erano aperti, le tendine raccolte, e insieme alla luce calda della primavera a tratti si percepiva il garrire delle rondini. L’uomo si sedette per primo poi, appena la donna seguì il suo esempio, si accorse di stringere ancora lo strofinaccio fra le mani, allora si alzò per riporlo da qualche parte, in cucina magari, e gli venne in mente di doverle offrire qualcosa da bere, come si addice a un buon ospite, le va il mate? o forse una tisana, ma la donna scosse il capo e allora lui insisté, andiamo, avevamo giusto voglia di bere qualcosa in compagnia, se preferisce, aggiunse, possiamo mettere su un caffè... la donna allora disse che avrebbe preso volentieri il mate. Caa Cuy o Caa Miri, elencò l’uomo e lei, realizzando che si trattava di una domanda, ripeté Cuy; egli, strizzandole l’occhio, notò che era anche il loro preferito. No, non si disturbi a seguirmi, la prevenne quando vide che aveva puntato le mani sui braccioli, i gomiti sollevati. Le ripeté di mettersi comoda, quindi, rassicurandola che ci avrebbe impiegato solo pochi minuti, con un guizzo uscì dalla stanza. La donna rimase seduta nella piccola poltrona e si guardò intorno, nuovamente a disagio. Nulla stava andando come aveva previsto, si era immaginata la sorpresa che la sua visita avrebbe suscitato nell’uomo, e l’imbarazzo, lo stesso che avrebbe dovuto superare lei per esporre le sue ragioni. Si aspettava un moto di repulsa e fastidio, nessuno, si disse, vorrebbe essere coinvolto in una storia tanto scabrosa, farà resistenza, protesterà la sua estraneità ai fatti, e lei doveva impedirgli di tergiversare. Avrebbe affrontato subito la questione, prima che lui potesse erigere una qualsiasi difesa, come quella stupida formalità del mate. Si sarebbe alzata in piedi e si sarebbe presentata, specificando che, chiaramente, lui non poteva conoscerla, ma… La sua attenzione fu catturata dal riflesso del sole sul centro-tavola, una piccola zuppiera di ceramica, il cui coperchio dalla curiosa forma di formica scintillava per la luce che entrava dalla finestra. Non poté fare a meno di notare che un lembo delle tendine raccolte a tratti si muoveva, e nella sua mente formulò l’immagine di un onda piccola che si srotola sulla battigia. Scosse la testa per scacciare quel pensiero, doveva rimanere concentrata sul suo obiettivo, si disse che… Lei lo prende senza zucchero, asserì la voce del vecchio facendola sussultare. Stava entrando a passo rapido dentro la stanza, un vassoio di legno lucido fra le mani, e sul vassoio una teiera, due tazze sui piattini e una piccola pirofila con dei biscotti dalle strane forme, alcuni gialli, altri... anche noi lo prendiamo sempre senza zucchero, la informò il vecchio, poggiando il vassoio sul tavolino e spostando con il bordo il centro-tavola per fare spazio. La donna meccanicamente allungò le mani per aiutarlo ad allontanare la ceramica e non poté fare a meno di pensare che lui doveva vivere con qualcuno, probabilmente era sposato; si sorprese di esserselo immaginato solo. Mentre il vecchio, ancora in piedi e piegato sul tavolino, inclinava la teiera per riempire la tazza che le aveva sistemato davanti, lei si decise a parlare e disse, senta... ma un lucherino testa nera, dal petto giallo brillante, entrò dalla finestra aperta e con un curva aggraziata planò fra il vassoio e la zuppiera. Il vecchio senza sorprendersi prese un biscotto, rosso (ecco, pensò la donna, i biscotti sono alcuni gialli, altri color amaranto, come...) e lo sbriciolò sul tavolino, permettendo all’uccello di banchettare con le briciole. Non si lasci distrarre da lui, disse riprendendo in mano la teiera. Dunque ci stava dicendo che non la conosciamo e che la sua visita potrebbe sorprenderci molto, vero? oh, non si stupisca se tecnicamente questo pensiero lei non l’ha espresso ad alta voce, credo che risparmieremmo entrambi un sacco di tempo se affrontassimo subito la questione che le sta a cuore; non ne conviene, signorina Bruna Sampaio? La donna ammutolì, gli occhi fissi in quelli dell’uomo, che senza distrarre il suo sguardo alzò il becco della teiera nell’esatto momento in cui il liquido ambrato raggiunse mezzo centimetro dal bordo. Sempre continuando a scrutarla egli spostò la teiera sulla sua tazza e cominciò a servirsi. Bruna Sampaio rimase colpita dal colore amaranto degli occhi del vecchio, che la fece pensare a una parete appena dipinta, dove due macchie gialle in ogni pupilla le ricordavano le pennellate nervose di un pittore astratto. Mentre nella stanza si spandeva il gorgoglio del mate versato nella tazza, un refolo tiepido entrò dalla finestra e con la coda dell’occhio lei scorse il piccolo movimento delle tendine raccolte ai lati dei vetri. Fu allora che tornò a imporsi alla sua mente l’immagine dell’ondina che si srotola sulla battigia. Una sabbia scura, la trasparenza dell’acqua che amplifica come una lente quei granelli grandi come schegge di roccia, il bordo sottile della schiuma che si perde in essi. E una fetta di spiaggia color amaranto, un rettangolo di spugna, l’asciugamano dove una donna giace sdraiata, gli occhi aperti e fissi, il costume da bagno in due pezzi, giallo. Sono venuta per mia madre, disse Bruna riscuotendosi dal torpore in cui l’immagine l’aveva fatta sprofondare. Certo, Clara Onetti, disse il vecchio. Alzò il becco della teiera facendo cessare il gorgoglio del getto di mate. Ma come è arrivata fin qui? saremmo curiosi di saperlo. Il lucherino testa nera era volato sul dorso della mano destra dell’uomo e da lì sporgeva il collo sul bordo della tazza che il vecchio stringeva nel pugno, immergendo a scatti il becco nel mate. Non faccia caso a lui, disse poi, vedendo che Bruna fissava attenta l’uccellino. La donna si riscosse e guardando di nuovo il vecchio gli chiese, cosa? Come ha fatto ad arrivare qui? ripeté allora l’anziano ospite. Ho chiesto in giro, tutti a Santa Rosa quando ricordano il fatto di mia madre prima o poi fanno il suo nome. Oh, il nostro nome, ma lei saprà certamente che quando qualcuno non sa spiegare qualcosa chiama sempre in causa noi. Esclamò il vecchio riponendo la tazza sul piattino, e poi Santa Rosa è una città così pettegola! Mi dica, invece: le dispiace se al posto della bombilla le ho servito il mate in una tazza da tè? Bruna Sampaio rimase per un attimo interdetta dalla domanda insensata, quindi sbottò, basta con questa commedia, posando con decisione la sua tazza sul tavolo, non sono venuta fin qui per gustarmi il mate, ma per parlare dell’omicidio di mia madre, lo capisce? Il vecchio assunse un’aria seria e disse, ce ne rendiamo conto, e poi lo ripeté, ce ne rendiamo conto. Conosceva mia madre, disse Bruna Sampaio, e a quella che non era una domanda il vecchio annuì, poi aggiunse subito, però se ha letto i verbali di polizia saprà che noi non siamo minimamente coinvolti nella sua morte. L’aveva detto con un tono complice, piegandosi verso la donna e facendo il gesto di allungarle una mano, ma poi l’aveva ritratta a metà strada, piano, sfiorando con la punta dei polpastrelli il coperchio della zuppiera di ceramica. La donna allora tornò a vedere con gli occhi della mente la scena di sua madre stesa sul telo color amaranto, e per la prima volta in vita sua capì che il costume giallo non era in due pezzi, bensì intero, solo che il sangue sgorgato dal ventre (mani rattrappite e immobili e fredde per ricomporre lo squarcio delle coltellate) aveva confuso la testimone di quattro anni che allora Bruna Sampaio era. Il sangue, per lei bambina, gocciolante di oceano e con il secchiello in mano, era stato addomesticato dalla sua fantasia in un lembo del telo da spiaggia, color rosso vivo, amaranto, come le diceva sua madre chiamarsi quel colore. Ciò che le aveva fatto orrore erano state le formiche, grandi e nere, che camminavano sul corpo già freddo della madre, e qualcuna addirittura sulle pupille indifese. Bruna si riscosse con un brivido da quella immagine, e quando tornò a fissare il vecchio, i cui occhi ora, ci avrebbe giurato, erano blu e chiazzati di bianco come l’oceano, egli le ripeté: noi non siamo coinvolti nella morte di sua madre, spero che questo lei lo sappia. Sì, lo so, ma so che lei deve sapere qualcosa di più di quello che si racconta, perché… perché tutti, come le dicevo, a un certo punto la nominano. Ma come le ho già detto, disse il vecchio, questo non ha nessuna importanza. Perché conosceva mia madre? gli chiese allora la donna, voglio dire… in che rapporti eravate? aggiunse più esitante. Se sta pensando che noi fossimo suoi clienti, le assicuro che non è così, ribatté prontamente l’uomo. Diciamo che potremmo essere definiti persone informate sui fatti, dal punto di vista giuridico certamente non testimoni. Sappiamo che sua madre era una prostituta, disse il lucherino testa nera, guizzando dalle dita del vecchio sul pavimento, dove in un attimo si tramutò in un uomo maturo, magro e dal naso affilato come un becco, notò Bruna, stupendosi di non stupirsi di quanto stava accadendo e invece di soffermarsi a notare i capelli neri e il gilet giallo che l’uomo indossava. Sappiamo che aveva una figlia, lei, continuò sempre l’ex-lucherino, e che aveva quattro anni al momento dell’omicidio, aggiunse il vecchio, sappiamo che il sospettato principale era un cliente di sua madre, continuò l’uomo più giovane, tale Juan Maria Brausen, puntualizzò l’altro, ma la polizia non ha mai raccolto prove sufficienti per incriminarlo, concluse il più giovane, né lui, né altro alcuno: gradisce un biscotto? Bruna Sampaio gettò un’occhiata distratta alla pirofila di biscotti che l’uomo in piedi le stava porgendo e dopo un lungo attimo, in cui cercò di dare un senso logico a quello che vedeva, si rese conto che i biscotti erano a forma di formica. Allora un pensiero si fece strada in lei e dopo un lungo silenzio, in cui continuò a fissare i biscotti, puntando il suo sguardo sui due uomini disse, io non ho mai parlato a nessuno delle formiche di quel giorno... se voi ne sapete qualcosa, vuol dire che eravate presenti. È vero, ammise velocemente il vecchio, c’eravamo, aggiunse l’uomo più giovane, poi rimasero entrambi a fissarla, impassibili, finché la donna non aggiunse, mi avete mentito, allora i due uomini scossero energicamente il capo, cominciando a ripetere la parola no. Sì, invece, avevate detto di essere solo persone informate sui fatti, e non testimoni... Ma non lo siamo, protestò il vecchio, ci pensi, testimone è solo colui che può rendere testimonianza, si intromise il più giovane, e noi non saremmo ammessi in nessun tribunale, continuò il vecchio, perché ha capito, alla fine, chi siamo, vero? chiese l’ex-uccello. Forse, disse la donna. Oh, sì che l’ha capito, disse il vecchio, non credi? chiese conferma all’amico, sì che ci credo, disse il più giovane, si vede che è sveglia, altrimenti non ci avrebbe trovato, puntualizzò il vecchio, già, disse l’uomo che era stato un lucherino testa nera, con il tono di chi nota una cosa per la prima volta, e come ha fatto? Gliel’ho chiesto ma non mi ha ancora risposto, sospirò il vecchio. Prima voglio io una risposta, disse Bruna Sampaio. Capirà, continuò a parlare l’uomo dal gilet giallo e il naso affilato come un becco, per un tempo che per gli umani è lungo un paio di milioni di anni, nessuno ci ha mai trovato, e sì che si sono sforzati di darci un nome, disse il vecchio, o un volto, puntualizzò il più giovane, ma comunque, dicevo, se adesso, all’improvviso qualcuno è stato capace di raggiungerci, potrà ben capire la nostra curiosità al riguardo. Prima voglio io una risposta, disse Bruna Sampaio. Sì, disse il vecchio, è stato lui, Juan Maria Brausen. Bruna concentrò lo sguardo in un punto fra le sue scarpe. Scommetto, disse il più giovane rivolto al vecchio ma continuando a guardare la donna davanti a sé, che non è ancora soddisfatta. Cos’altro vuol sapere? ci dica. Nulla. Non mi serve sapere altro, voglio invece chiedervi una cosa. Un favore, disse Bruna Sampaio sollevando nuovamente lo sguardo sui due. Quale? chiesero all’unisono il vecchio e il più giovane. Voglio che muoia. Be’... noi non ne abbiamo il potere, disse il vecchio con una piccola mossa delle spalle. Ma se siete chi io credo che siate... com’è possibile che non ne abbiate il potere? Noi abbiamo immaginato tutto questo, disse allora il più giovane dei due indicando con un gesto appena accennato della mano la finestra alle spalle di Bruna Sampaio, che raccolse il movimento del suo interlocutore e lo prolungò volgendo il capo fino a inquadrare i vetri aperti, dove stelle ribollivano, lanciando lampi di luce nello spazio siderale e buio, e dinosauri si strofinavano e lottavano, mentre il tempo si spandeva in volute porose come le radici dell’ombù, fiori sbocciavano e poi appassivano, riducendosi in cenere da cui sorgevano animali striscianti e volanti, finché la donna si sentì oppressa dal senso dell’infinito che quelle immagini suscitavano in lei, allora fra il telaio della finestra si materializzò di nuovo un giardino ordinato, dove da qualche parte giungeva il suono dell’acqua che scorre. Noi abbiamo immaginato tutto questo, continuò il vecchio, ma non gli umani, siete sorti indipendentemente dalla nostra immaginazione, disse ancora il più giovane, in un primo tempo abbiamo pensato che foste un errore, un prodotto non previsto, come il precipitato di un sale in una reazione chimica, puntualizzò il vecchio, poi abbiamo supposto che forse noi stessi eravamo il prodotto secondario di un’immaginazione che ci eccedeva, disse l’ex-uccello, di qualcuno più grande di noi, fuori dalla nostra comprensione, concluse il vecchio. Ci avete affascinato, e allora siamo rimasti ad osservare le vostre vite, così diverse dalle nostre, riprese a parlare il più giovane, è per questo che siamo persone informate sui fatti, prese di nuovo la parola il vecchio, ma questo non significa che possiamo sempre interpretarli correttamente, disse il più giovane, né tanto meno interferire con essi. Rimasero tutti e tre in silenzio. Fuori si sentivano cantare gli uccelli. Il mate, nelle tazze, si era raffreddato. E adesso che abbiamo risposto, o non abbiamo risposto alle sue domande, riprese a parlare il vecchio, risponda lei alla nostra, signorina Sampaio, disse il più giovane, come ha fatto a trovarci? Io... vi ho immaginato. Le labbra dei due si stesero in un impercettibile sorriso. E ora che l’ha detto, chiese il vecchio, tutto questo le sembra meno vero?
  13. Il diavolo sulle colline

    Complimenti, un ottimo ritmo. Mi ha incuriosito il titolo, che mi ricordava Pavese, e ho fatto bene a leggere il racconto. Una sola notazione, tu al posto di "mescolare" per dare un colore regionale usi "mestare", io preferirei "rimestare". Di nuovo complimenti.
  14. Manicaretti cosmici

    Molto bello. (uniche lamentazioni: 1. l'articolo di giornale lo preferirei più breve e meno descrittivo, tipo: l'allevatore lo stava utilizzando come vasca per abbeverare le mucche credendo che fosse un vecchio scuolabus abbandonato"... (è solo un esempio, fossi in te mi inventerei qualcosa di più conciso) 2. la frase "La ramanzina venne interrotta da un rumore assordante e da un odore di bruciaticcio proveniente dalla collina che sovrastava la villetta dove giocavano la bimba e il gatto" contiene troppe preposizioni e secondo me rallenta troppo il ritmo.
  15. Il serial killer di editori

    ci penso, intanto grazie!
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