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enoch

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  1. enoch

    (RIV) Il colonnello 2

    -Vedi Ester,- iniziò lui con tono, solo in apparenza, tranquillo- non sei la prima che mi racconta un fatto del genere. Da un po’ di tempo succede sempre più spesso. Ho parlato con l’olivo millenario che cresce nella zona orientale del bosco e lui, dopo aver affondato per bene le radici nella terra e agitato nell’aria tutte le sue foglie, mi ha detto di cercare nel vento la risposta. Devi sapere che in una sperduta isola chiamata Ichnos, tra i suoi monti e le sue gole c’è una grotta in cui il vento ha stabilito la sua dimora: “Sa oche ‘e su bentu” è chiamata, poiché attraversandola produce un suono che sembra una voce e ti parla, se sai ascoltarla. Così, accovacciato tra le ali del mio amico Robert Nesta, un maestoso falco pellegrino, mi ci sono recato e ho chiesto. - Guarda il cielo, elfo;- ha iniziato Mistral – vedi quelle scie bianche che lo rendono denso e simile al latte? Quelle scie ammazzano la sua trasparenza e impediscono al sole di purificare l’aria. Sono nubi formate da miriadi di schegge di follia che l’uomo sparge nel vento per ubbidire a Morgellon, il demone del controllo. Quelle schegge ricadono sulla Terra, sulle piante, gli animali, vengono respirate dagli uomini e recidono, come lame, il loro legame con la Madre, spengono il loro potere, infangano l’originaria purezza. Quelle schegge, una volta entrate nell’organismo si trasformano in circuiti elettrici sensibili alle variazioni delle onde elettromagnetiche. Morgellon ha creato un mostro, Haarp, una macchina con cui è in grado di generare campi magnetici che annullano la volontà dell’uomo e modificano la struttura di tutti gli esseri viventi. - Questo è ciò che ho saputo dal vento, Ester. Certo, la situazione è difficile e sempre più persone vengono contaminate e, non essendo ormai pure, resistono alle fiammelle del rituale rischiando una combustione incontrollata. - Cavolo, zio, allora la situazione è grave? Ma c’è una possibilità di venirne fuori? Ti ha detto qualcosa Mistral? -Sì Ester, una soluzione ci sarebbe. Ha cantato il vento che “sulla cima della montagna dei leoni in fiore crescono alberi con le foglie che somigliano a un cuore; la rugiada che la mattina vi si posa forma dei cristalli dalla forma curiosa, che se riesci a osservarla un istante ti sembra di scorgere una stella danzante. A piene mani raccoglile e spargile in cielo se vuoi vedere lacerarsi quel velo che tiene gli uomini incatenati rendendoli tristi, violenti e arrabbiati. Il potere del demone annulleranno se nel cielo a milioni risplenderanno.” Bastò a Ester un appello su Elfobook per radunare una miriade di lucciole, coccinelle e libellule. La montagna dei leoni in fiore fu invasa, prima dell’alba, da un ronzio festoso di luci e colori che, affondate le ali e le zampette nella rugiada, volarono su nel cielo spargendovi una coltre di stelle danzanti. La luce del mattino divenne uno scintillio incontenibile che invase di tepore ogni battito di vita. Morgellon ruggì tutta la sua impotenza e, per la rabbia, evaporò in un pennacchio di nubi che il sole dissolse senza fatica. Il Colonnello si fece un bagno dentro la sua vasca a forma di guscio di noce, si rasò e cambiò il cappello tanto che dal suo aspetto non gli si sarebbero potuti dare più di seicento anni. Chiuse il laboratorio e uscì per strada ad aspettare il suo collega James Douglas per andare insieme alla festa del raccolto, organizzata da Ester per quella sera, nella radura di Woodstock.
  2. enoch

    (RIV) Il colonnello 1

    Per tutti gli elfi ballerini! Brucia, brucia, brucia! fffff, ffffff... l’incantesimo dell’acqua, oddio, com’era? - Rosso di sera, bel tempo si sp... Una fiammata più violenta delle altre rischiò di incenerire all’istante il giovane malcapitato che, visto lo stato catatonico che lo inchiodava al divano, non dava segni di reazione se non il colare di un filo di bava dall’angolo destro della bocca semiaperta. No, no, no! Dai Ester, riprova. - Cielo a pecorelle, acqua a catinelle... - Auli' ule', dru li len blem blu... Un violento acquazzone si materializzò all’istante impedendo che il ragazzo si trasformasse in quell’eroe dei fumetti che Ester tanto adorava. “Mmmhhh, devo decidermi a fare una visita al Colonnello, prima di trasformare qualcuno in un tacchino buono per il giorno del rimboschimento.” Mugugnò la fatina tra sé. Il Colonnello era un elfo ormai sul millennio che abitava in un fitto bosco di rosmarino e lentischio, nella terra di Nur. La sua casa era il guscio di un nautilus gigante abbandonato dall’oceano che, nel paleozoico, ricopriva quella regione e che lui aveva trasformato in un perfetto laboratorio per il suoi esperimenti. La forma garantiva, per giunta, una equilibrata sinergia di tutte le forze cosmiche. Che poi non era un colonnello vero e proprio, ma si faceva chiamare così dai tempi della guerra tra le fazioni elfiche degli apollinei e dionisiaci, per la supremazia nella foresta dei mirtilli, alla quale aveva partecipato schierandosi con i secondi. Quella domenica Ester si alzò presto e riempitasi la pancia di nettare e rugiada si infilò nelle orecchie i due grillipod, sintonizzò il loro frinire stereofonico su Radio Radura che trasmetteva “Smells Like Teen Spirit” dei Nirvana, alzò il volume a palla e uscì di casa. Dopo mezz’ora di volo tranquillo giunse in via Del Tutto Eccezionale, svoltò a destra su via Delle Convergenze Parallele e, percorsa quest’ultima fino in fondo, si ritrovò finalmente al civico -ᴧπr2 di largo Fibonacci, davanti alla casa del Colonnello. Sullo stipite dell’ingresso era affissa una targa in sughero sulla quale si leggeva “Col. Tore Lauda. Collaudatore di parabole, iperboli, arcobaleni e incantesimi” Picchiò due volte sulla porta in legno chiaro con il battente a forma di coccinella e attese che le venisse aperto. Un elfo in blusa e calzamaglia verde clorofilla le si parò davanti una volta cessato il cigolio della porta sui cardini non perfettamente in asse. Aveva un cappello verde liana troppo grande per la sua testa, degli occhialini tondi privi di lenti e due folte basette bianche che non riuscivano a nascondere le punte ormai ciondolanti delle sue enormi orecchie. -Ester, che sorpresa! -Ciao zietto caro- e gli si appese al collo in un abbraccio sfrigolante di luci e fiammelle. -Vieni, entra.- e la fece accomodare nel divano di muschio del suo soggiorno. Ester vi sprofondò che quasi scomparve. -Allora, qual buon vento? Brezza o maestrale? -Direi più scirocco, caro zio, visto quello che mi succede. Uno scirocco bollente. -Temo tu non mi stia per dire nulla di nuovo; comunque, parla pure, racconta. -Allora, zio, mi trovavo a una festa del raccolto, nel villaggio degli umani, per il solito rito della trasformazione. Una bella festa: bella musica, un sacco di ragazzi e ragazze; chi cantava, chi ballava, chi assaggiava l’erba appena essiccata del raccolto precedente e chi appendeva al buio quella del giorno. Insomma, tutto come al solito, conosci anche tu la situazione e la forza delle energie sottili che si mettono in circolo durante le feste per il raccolto. - Eh sì- intervenne il Colonnello- ricordo l’ultima che feci al Forte Prenestino tanti anni fa. Comunque, dai, vai avanti, racconta. - Beh, capita che percepisco un ragazzo e una ragazza in una stanza del casolare; li sento ricettivi, pronti al rito. Mi mostro alla ragazza che, dopo l’iniziale incredulità, pensando fossi una allucinazione, si mette a chiacchierare con me. Le parlo del rito, della necessità di liberarsi delle foglie secche, come gli alberi, per permettere alle nuove di spuntare; le parlo del fuoco che non brucia ma consuma soltanto il vecchio, le inutili ansie e pesi del passato per poter germogliare al presente. -Ok,- mi dice –facciamolo! Le dico di chiudere gli occhi, sedersi con la schiena dritta e mettere le mani all’altezza del cuore con il palmo rivolto verso l’alto. Pian piano inizio a strofinare i colori che le avvolgono il corpo fino a farli diventare incandescenti. Lei respira calma e le permetto di aprire gli occhi: vede il suo corpo circondato da mille fiammelle che, di tanto in tanto, la attraversano estraendone dall’interno delle piccole masse scure e informi; galleggiano un istante nell’aria e, con una sfiammata decisa, le riducono in cenere. Terminato il loro compito le fiammelle si affievoliscono, io accarezzo ancora un po’ i suoi colori finché lei non si ridesta del tutto dopo un lungo brivido che le fa inarcare la spina dorsale. - Brava Ester.- Chiosò il Colonnello. –E il ragazzo? - Ecco, ora viene il bello, ed è il motivo della mia visita. Tento insieme alla ragazza di svegliarlo e farlo collaborare, ma forse è un tantino troppo sballato e continua a ridere osservando le mie ali verdi. - Ma sei una libellula o un bruco volante? No, no, fammi indovinare, sei la fatina Maria. Sì, devi essere la fatina del raccolto. Dimmi, dimmi, che devo fare? Riusciamo a fargli assumere la posizione corretta, inizio a strofinargli i colori ma le fiammelle, invece di sfiorarlo iniziano a bruciargli la pelle: piccole macchie rosse si trasformano in bolle piene di pus che esplodono tra le sue urla di dolore. Si alza di scatto e inizia a correre per la stanza rovesciando le sedie di paglia che prendono fuoco non appena sfiorate. Agita in maniera forsennata le braccia, si strappa di dosso la maglietta e si sfrega la pelle del viso e del busto con le mani tentando di spegnere le fiammelle; ma nulla. Vista la piega che stava prendendo la situazione decido di ricorrere all’incantesimo dell’acqua che tu mi hai insegnato per non far seccare il muschio in estate e riesco a spegnere le fiamme. Se non fossi intervenuta sarebbe morto di certo. - Che succede zio? Tu sai perché è successo? Il Colonnello stava in silenzio; si grattò la fronte, poi il mento, si sistemò gli occhiali sul naso e si accarezzò le basette. Le punte delle sue orecchie erano rivolte nuovamente all’insù e vibravano in segno di preoccupazione.
  3. enoch

    (RIV) Eva

    Ecco, bravo, mettiti pure comodo. Come? Gli occhiali? Ok, dai, aspetto. Ti ho buttato giù dal letto che sono le tre e cinque di questo tuo primo giorno di vacanza? Sei tu che mi hai cercata. Dormivi, ma il mio nome ti è arrivato più in fondo del previsto. Lo scavo è iniziato non appena mi hai incontrata girovagando per caso (ne sei certo?) in rete. Sì, sono io, Valerie. In persona; anzi, in prima persona. Dovrei forse far parlare qualcuno al posto mio? Magari un bel narratore con la sua presuntuosa onniscienza? Ci ho sempre messo la faccia, io; e non solo. Non c’era mica il tuo cazzo di narratore quando mio padre rientrava ubriaco a casa e pestava senza misericordia mia mamma ogni merda di sera per sfogare qualche sua frustrazione da perdente. E la minestra era salata. La minestra era troppo calda. La minestra era troppo grassa, troppo fredda; troppo minestra. La pestava a mani nude, talmente forte che a lei mancava il respiro quando le martellava la nuca con il pugno chiuso. Talmente forte che i calci sulla pancia le fecero vomitare insieme, un giorno, feto e minestra. E non c’era il tuo cazzo di narratore quando, mentre mia madre ripuliva il pavimento che aveva accolto le sue incontinenze, lui passava in camera mia e mi stordiva con i suoi ti voglio bene, sono tuo padre, che si infilavano tra i miei nove anni. Arrivarono i tredici che rimasi gravida del suo schifoso strisciarmi dentro e fui costretta a farmi assassinare il ventre. Sarebbe stato un maschio. Forse è stato meglio così. Arrivarono i quindici che mia madre finì che una sera, oltre alla minestra, vomitò l’ultima maledizione alla vita e a quell’uomo. E non l’ho mai incontrato il tuo narratore nemmeno quando sono scappata da quei maschi morti e per mangiare vendevo la mia carne per strada ad altri cadaveri. Tutti morti dentro, tutti con l’anima in cancrena. Venivano da me a svuotarsi del vuoto che era la loro vita, mentre io mi riempivo d’odio, intransigente e muto. Non era nemmeno il gestore di quel motel, pieno zeppo di menzogne in fuga e apparenze smascherate a ore, che mi ospitò per dieci anni in cambio della metà del mio vendermi e di una scopata quando ne aveva voglia. L’odio è come un asino che gira la macina, una forza lenta e testarda che va sempre avanti. Spinge e stritola ogni resistenza, ogni ostacolo; ti fa superare ogni difficoltà. L’odio è la frusta che ti fa rialzare quando inciampi e cadi, un sonno a occhi aperti e gambe spalancate. L’odio è una scintilla che ti spinge a osare, progettare; la curvatura perenne della macina che sembra dritta. Devo all’odio se oggi, che di anni ne ho quarantacinque, ho lasciato da quindici il motel e puoi leggere, alla faccia di tanti “maschi” che mi avrebbero volentieri fatta fuori, il mio nome su quel cazzo di targa in ottone in quel famoso Istituto di Ricerca: “Dipartimento di Biologia Molecolare. Progetto S.C.U.M. : System for the Creation of Ultra Man.” Ho brevettato un robot molecolare in grado di penetrare all’interno dello zigote, arrivare al D.N.A. e setacciarlo alla ricerca di quei cromosomi e singoli geni causa di malformazioni o malattie e disattivarli. Mi sono dovuta costruire una facciata di perbenismo, dedizione e altruismo per lavorare con calma al mio piano, per garantirmi i finanziamenti necessari. Funziona così questo mondo: soldi e apparenze. Nessuno mi ha visto dentro, nessuno si prende la briga di scrutare oltre il tuo sorriso, il tuo conto in banca e, quando sei una donna, oltre la tua fica. La sperimentazione in vitro ha dato i risultati sperati: il robot è programmato per riconoscere un target ben preciso e disattivarlo mediante un enzima proteolitico. Ho chiamato “Tigre” il mio robot: agisce da solo, in silenzio e recide la spina dei geni difettosi, disattivandoli. Una manciata di atomi spietata. Oggi inizia la sperimentazione sull’uomo. Alle undici ho un appuntamento con Lia, la prima di cinquanta volontarie che hanno deciso di aderire alla sperimentazione. Pagate profumatamente dalla multinazionale farmaceutica che finanzia il progetto S.C.U.M. Vuole dare un fratellino a Giulia e le ha mentito dicendole di andare a fare una terapia che garantisce la nascita di un maschietto. Già la vedo, arrivare carica di speranza e ottimismo e abbandonarsi in totale fiducia nelle mie mani. Già lo vedo, il primo passo verso il mio sogno. Vuole un figlio ma ha paura dell’anemia falciforme visti i pregressi nella sua famiglia. Ieri ha scopato con il suo uomo e verrà tenuta sotto osservazione per qualche giorno. A fecondazione avvenuta le inserirò tigre, con una procedura simile all’amniocentesi, direttamente all’interno dello zigote, dopo aver inserito nel software di controllo il comando che darà il via alla mia vendetta: “Turn off the y-chromosome.” S.C.U.M. "Society for Cutting Up Men". Semplice mentire su una sigla. E dopo nove mesi sarà solo un fiocco rosa; sarà finalmente Eva.
  4. enoch

    (RIV) Alda

    Quando ero piccola pensavo l’inferno andasse a carbone. Sì, dai, l’inferno, fuoco e fiamme e tutto quel caldo che doveva abbrustolire i peccatori, non so se hai presente. E mi immaginavo un diavolo, incaricato di alimentare la fornace; e la fornace dell’inferno che immaginavo andava a carbone. Che poi, “povero diavolo -mi dicevo- tutto il giorno a spalare carbone dentro questa fornace.” Cazzo, era un inferno anche per lui. Ora so che non è così. Ora il mio inferno consuma energia elettrica. Le mie palpebre si sollevano piano e una luce sporca filtra attraverso le sbarre delle mie ciglia, quasi incollate da lacrime solidificate dal sonno. Sembrano spine. L’inferno è ancora lì: sei comodini forse bianchi, sei armadi metallici, sei letti di ferro, sei materassi intrisi di tutte le puzze, sei involucri un tempo persone adagiati sopra, sei pisciate sul pavimento. Una finestra chiusa. Non sento il mio corpo, non me ne sono ancora impadronita. O meglio, sento che non riesco a muoverlo, che ogni mio muscolo urla di dolore per riuscire a smaltire i postumi dell’ultimo spasmo, dell’ultima sbornia di volt. Mi scoppia la vescica ma non riesco a parlare e allora mi piscio addosso che tanto il mio cesso è un buco nel materasso, un buco nella rete arrugginita dal piscio. Il mio cesso è il pavimento. Svuotare la vescica mi ha dato una calma strana, le sbarre si abbassano e mi riaddormento. Un urlo conficcato nei timpani mi risveglia. È un urlo quasi solido che si condensa nell’aria e ti riannoda all’angoscia, il tuo pane quotidiano in questo orfanotrofio dell’anima. L’involucro del letto accanto ha smaltito gli effetti dell’ultimo elettroshock e si contorce che sento le sue ossa scricchiolare. Ha la bava alla bocca e gli occhi roteati all’insù quasi a voler controllare che nel suo cervello ci sia ancora un ordine. Entrano gli infermieri e gli si caricano addosso con il peso del loro corpo e della loro doverosa insensibilità. Gli serrano le cinghie di contenzione intorno ai polsi, alle caviglie e al torace e cercano di infilargli un ago in una vena che non regge ed esplode. Un’altra regge e dopo un po’ smette di urlare. Tace. Svuotato. Gli occhi sbarrati fissano per un attimo le impronte che il suo urlare deve aver lasciato incise alle pareti. Poi si accascia del tutto. Sara, quella del letto di fronte al mio, invece non urla più. Abbandonata dal marito, dalla famiglia, da un figlio che portava nel suo grembo ormai atrofizzato, giace spogliata di sé in quel suo letto da quando un luminare gli ha conficcato un punteruolo nelle orbite e le ha frugato nel lobo frontale alla ricerca di un qualche interruttore che spegnesse la sua smania di farsi del male. Deve averlo trovato regalandole un sepolcro a forma di letto. Càpita, hanno detto. Certo càpita; càpita anche a me di non essere capita. Qua dentro è facile. Quando la minestra è bollente càpita che ti rifiuti e te la ficcano in gola con un imbuto. Quando non vuoi prendere le tue pillole perché ti sfaldano e ci metti tre giorni per smettere di fissare il muro, càpita che ti tengano in quattro e te le spingano giù a forza. Càpita anche che se gliele risputi in faccia e cerchi di morderli perché mordere, a volte, è l’unico modo per dire che sei viva, càpita che ti sbattano in un lettino, ti leghino, ti ficchino un morso di gomma in bocca, due elettrodi alle tempie e friggano la tua voglia di essere capita. Càpita. * Un fascio di luce conficcato nella pupilla mi risveglia. Apro anche l’altro occhio e vedo il mio carnefice: camice bianco –che ormai io il bianco non lo ricordo quasi più- le mani pelose che mi puntano una torcia dentro gli occhi, la fede al dito e lo sguardo indagatore per abitudine e per giustificare lo stipendio. Ma dimmi, cosa cerchi in fondo ai miei occhi, ci vedi ancora qualcosa? Lo vedi anche tu quel bosco in fiamme e quel cielo capovolto? Cerchi le tue vittorie o le mie sconfitte? Se ne va e la sua risposta è una manciata di pillole che l’infermiera mi ficca in bocca dopo avermi tappato il naso. Un tempo i boia avevano la dignità di un cappuccio nero, il coraggio di farsi riconoscere; ora il mio indossa la menzogna vestita di bianco. Che si riabbassino pure queste sbarre, su questa sporcizia forse bianca, sulle urla aggrappate ai muri di questo mio inferno che non va più a carbone.
  5. Grazie di cuore a tutti. Lo so, latito, ma a volte ho bisogno di staccare. Comunque condivido con tutti la mia torta di oggi
  6. No, ma guarda che a me piace veramente! Poi i racconti sono godibilissimi. Bravo
  7. enoch

    Risacca

    e concordo con chi ha evidenziato la genialità del "risaccare"; adoro certe finezze.
  8. e daje, non so come sia arrivato qui, ma me lo sono appena scaricato. Grazie nanni. Complimenti per la copertina
  9. enoch

    Tutta colpa di Talia

    credo manchi un "ne" invece a me è piaciuto. Sono sicuro che nemmeno tu avessi chissà quali grandi pretese letterarie e che nelle tue intenzioni sia nato con la volontà di alleggerire con ironia quel momento di blocco invece di sprofondarci con lo sconforto. Mi è piaciuta l'idea della personalizzazione come di una bambina allegra e capricciosa (rappresentazione classica di Talia, appunto). Non è originale, poco importa se sei riuscito a renderla viva ai miei occhi insieme a tutti i complessi e le paranoie che affliggono lo scrittore in crisi, intento a fissare il cursore e con le parole incastrate tra i denti. Leggero e carino. Sarò io di poche pretese? Sarà, ma intanto me lo sono gustato con piacere.
  10. enoch

    Risacca

    Uno sguardo sul mondo che diviene paesaggio interiore, lucido e liquido, come pennellate ritmiche su un quadro che va e viene tra mascara e salsedine, tra l'apparenza e la sostanza della vita. Un ritmico ondeggiare che hai reso anche con quei due versi più corti che, alternati, mi ricordano il frangersi ipnotico della risacca. Avevo voglia di qualcosa del genere. Bentornata
  11. enoch

    Yogurt

    penso vada quanti Se non ricordo male anche altre volte hai usato "scopersi". De gustibus; a me piace più "scoprii", ma tant'è Era da un po' che non commentavo e invece questo tuo quadro mi ha strappato più di un sorriso. Ci si entra subito e lo si trova familiare: il sottotetto, la stufa quattro stagioni (ah, a proposito, non ho avuto difficoltà in quella frase come tu l'hai articolata), la vita condominiale, persino le scoregge. Il testo ti scorre addosso accompagnato da immagini vive e vivide senza nessuna pesantezza e i risvolti "umoristici" si sposano alla perfezione con le riflessioni che ci porti a fare su quanto sia facile cadere nel giudizio e, quindi, nell'incomunicabilità Un animo sensibile può celarsi anche dietro le apparenze, anche se queste vanno più di moda delle scoregge pur essendo la medesima cosa. Bello, ben scritto, ben costruito. Alla prossima
  12. enoch

    Ma non voglio nemmeno chiamarla utopia!

    Premetto che il baratto, secondo me, può andar bene in piccole realtà ma in larga scala presenta parecchie problematiche, volevo fare una riflessione su un argomento e mi scuso in anticipo qualora dovesse sembrare o essere "semplicistica". Penso che molti problemi nascano dal concetto stesso di retribuzione legata al lavoro: retribuire significa dare un valore al lavoro, al tempo impiegato; ora, chi dà questo valore? In base a cosa? A una attività può essere attribuito maggior valore ma in questo caso si vanno a creare delle differenze che si andranno a ripercuotere sulle condizioni di vita, infatti colui il cui lavoro varrà meno sarà retribuito meno e potrà ritrovarsi in condizioni di bisogno a differenza di colui il cui lavoro, ritenuto più "velevole", gli permetterà di accumulare un surplus o poter disporre di maggiori risorse. Se si decide, invece dei beni, di usare un simbolo per la retribuzione, questo dovrebbe avere un suo esetto corrispettivo nelle risorse. Quindi, che so, io Stato ( che non voglio guadagnare da questa attività)in base alle risorse emetto questo simbolo (i soldi). Ma se a gestire questo simbolo mettiamo un privato, questo vorrà guadagnare, cioè trattenere una piccola parte di risorse. Ora se io ti ho dato una mela per avere in cambio un soldo (1 mela=1 soldo) tu prenderai un pezzo di quella mela e se io volessi renderti il soldo per avere indietro la mela (pagare qualcosa) questo non sarebbe più possibile perchè il tuo guadagno ha eroso il bene e il mio soldo (che tu mi avevi dato in cambio del lavoro/mela) non vale più una mela ma meno. Il simbolo rimane sempre 1, ma ha perso valore. Me ne deriva, a meno di non aver sparato una marea di cazzate, che il concetto stesso di retribuzione genera non pochi problemi. Boh
  13. enoch

    Juke Box

    A proposito di metafore delle quali si parla in un topic
  14. enoch

    Ma non voglio nemmeno chiamarla utopia!

    Quindi, ricapitolando, se ogni civiltà è stata espressione dei valori degli uomini di quell'epoca, la nostra deve perlomeno rivedere i propri in quanto ha prodotto disparità laceranti. Penso che prima di proporre modelli socio-economici alternativi e validi sia il caso di augurarsi possa nascere un alternativo e valido modello di uomo. Qualcuno diceva: "Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo". Bisogna rendere prima il terreno adatto alla semina per poter vedere dei frutti. E che uno dei frutti debba essere un fine comune, come dice Poldo, è innegabile, e che poi questo fine comune passi per una semplice considerazione su quanti svantaggi per gli altri possa portare una mia rivendicazione è altrettanto innegabile. E da ciò nasce l'esigenza della disponibilità, a non impuntarsi su richieste o rivendicazioni puerili o egoiche. E da qui si torna, inevitabilmente alla necessità di un uomo capace di tutto questo, di unire armonicamente individualità e collettività superando le separazioni e le dicotomie che caratterizzano questa era di creatività distorta. E uso questa espressione perchè, in fin dei conti, siamo noi che creiamo la realtà in base ai nostri pensieri e i nostri pensieri esprimono ciò che abbiamo nel cuore. Se ce l'abbiamo
  15. enoch

    Juke Box

    Ed ecco a voi l'artista del popolo "Josè Lopez Macho Frasquelo" CCCP, che tempi (moderni)
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