Vai al contenuto

gale093

Scrittore
  • Numero contenuti

    7
  • Iscritto

  • Ultima visita

1 Seguace

Su gale093

  • Rank
    Sognatore

Visite recenti

538 visite nel profilo
  1. gale093

    Adelmo

    Ciao, Si tu, proprio tu. Non mi sbaglio, non far finta di niente. Tu che hai preso in mano questo libro solo per vedere se poteva piacerti, non mentire. Sei pronto? Vuoi che ti racconto una storia? Se dici si, prendimi, altrimenti riponimi dove mi hai trovato, ma se hai il coraggio di leggermi sappi che il mio non è un racconto felice, tutt'altro. Vedo che ti sei deciso, allora preparati, perché sarà faticoso. Prima di partire però ricordati il consiglio che mi dava sempre il mio prof di matematica :"dovevi andare a zappare la terra, altro che studiare." L'avessi ascoltato... Mi presento, sono Adelmo Palazzi, e questa è la storia della mia vita... e allora dirai? L'ennesima storia triste di un povero ragazzo, cosa c'è di nuovo? E ti darei anche ragione, ma la mia è diversa, la mia storia è diversa. È come tutte le altre, cambia solo una cosa, ma lo scoprirai. Partiamo forte ok? Non amo le storielle che iniziano con allusioni all'amore e alla bella vita per dopo cadere in scadenti finali dalla lacrima facile. Farei carte false per cambiarla ma una serie di sfortunati eventi mi hanno portato a questo. Se stai leggendo questo piccolo racconto è perché, molto probabilmente, sono già morto e le mie ultime volontà sono state rispettate. Ti sto scrivendo da una bianca e senza sentimenti camera da letto di un ospedale, sai quelle che vedi nei film? Identica. Cambia solo il medico... divertente no? Il primario che mi segue non farà miracoli in stile Dottor House, nessuno potrà farli. Due settimane fa, era il il 12 dicembre, mi diagnosticarono la più classica delle malattie: la leucemia. Il solito no? Vi piacerebbe eh? E invece... la mia amica Bianca (non so il perché ma l'ho chiamata così, mi da l'idea del candido di un lenzuolo appena lavato) è impazzita, polverizzando in pochi giorni le mie difese e, allegramente, mi ha concesso gli ultimi 12 giorni di vita. Mi piango addosso? Posso farlo? Forse si, forse no. Non credevo in Dio ma adesso lo incontrerò e gli porterò il conto, quindi sono libero di fare quel cazzo che voglio. Una cosa devo dirvi però, non vi darò mai l'opportunità di compiangermi, di compatirmi o di provare pena... non sono un agnellino, non faccio parte di quei ragazzi che "oh poveretto, era un bravo ragazzo, non se lo meritava proprio!", come se ci fosse qualcuno al mondo che lo meriterebbe davvero. Amo definirmi un bastardo egocentrico, egoista come pochi, arrogante, presuntuoso e un grandissimo figlio di... no quello no.
  2. 1 <il paziente è pronto?> <si Dottoressa. Le ultime analisi sono complete. Ha risposto bene agli stimoli e tutt’ora è vigile. Quando vuole possiamo procedere con il test, dovrebbe essere in grado di resistere.> <bene, sedatelo e attendiamo il Dottor. Ossx.> L’infermiere addetto infilò un lungo ago nel braccio ossuto del paziente, iniettandoli una soluzione chimica verdastra. Gli occhi si chiusero dopo pochi secondi. <l’anestesia è entrata in circolo. I parametri vitali sono stabili. I nervi rispondono alle sollecitazioni. L’encefalo è vivo e attivo. Il cuore batte ancora.> <i dotti neurali sono stati sistemati?> <si Dottoressa e funzionano alla perfezione. È da qualche minuto che riceviamo segnali… ecco guardi.> L’infermiere accese lo schermo della sala operatoria. Poche immagini confuse sgranavano nell’immagine. L’unica cosa che riconobbe fu un albero, circondato da acqua, tanta acqua. <perfetto. Tutto procede come previsto.> La porta si spalancò e un uomo sulla quarantina entrò nella stanza. Indossava un camice bianco, degli occhiali neri e rotondi e quel profumo di anice stellato che tanto le piaceva. Aveva un espressione seria, era concentrato sull’esperimento. In mano portava una cartellina marrone e un caschetto neuronale. <Dat sei sicura? Dopo averlo fatto non possiamo più tornare indietro.> La Dottoressa Datice scese dalla sedia e gli diede un colpetto sulla spalla. Era piccola e minuta, ma testarda come un mulo. Non avrebbe mai cambiato idea. <Ossx lo sai anche te che lui è l’unica alternativa che abbiamo. Non può durare ancora a lungo questa pace.> <spero che tu abbia ragione, altrimenti…> <altrimenti moriremo in ogni caso.> Un ultimo sguardo cupo e il Dottor Ossx diede l’ordine all’infermiere di procedere con l’esperimento. Da dietro il vetro i tre, vestiti di bianco, indossarono uno strano caschetto neuronale. Diverso dal resto in commercio. Quel nuovo modello si collegava direttamente con le sinapsi elettriche del cervello, trasportando il soggetto all’interno del corpo indagato. Era la prima volta che veniva provato. La sala operatoria era bianca, immacolata. Una decina di luci asettiche illuminavano lo scarno lettino dove era legato il paziente. Un corpo bianco. Arti lunghi, corpo esile, occhi grandi e vitrei. La testa era pelata e grigia, sproporzionata rispetto al resto del corpo. L’avevano trovato nudo all’interno di una strana sfera metallica, piovuta dal cielo. Nessun vestito con se, nessun oggetto, nemmeno armi. Solo quel corpo vivo e dei segni indecifrabili. Un linguaggio simile al codice binario mischiato con il mors che non erano riusciti a tradurre. Era forse la loro unica speranza di rinascita. <Dottor Ossx il trasferimento è carico e pronto. Quando vuole.> <Rimias sai che non sei costretto ad assistere all’esperimento. Non devi rischiare anche te, il casco potrebbe fondere le sinapsi. La morte arriverebbe lentamente e nessuno potrebbe aiutarti. Prima che premo il pulsante può ancora cambiare idea.> L’infermiere Rimias era piccolo, un nano in confronto al Dottor Ossx. Il faccione tondo e pelato. Un naso minuscolo come gli occhi. Non si era mai tirato indietro in nessuna sfida e non l’avrebbe fatto nemmeno quella volta. La Dottoressa Datice era impaziente di cominciare, aveva indosso il caschetto e alle parole di Ossx seguì uno sguardo accusatorio. Rimias era fermo sulle sue posizioni. <Dottor Ossx, Dottoressa Datice. Da anni vi seguo nei vostri esperimenti e auspico un giorno di arrivare al vostro livello di conoscenza, quindi non posso fuggire proprio adesso. Procediamo.> <come vuoi Rimias.> <Ossx premi quel dannato pulsante.> Datice non stava più nella pelle. Una luce rossa cominciò a lampeggiare, le sirene delle porte blindate suonavano impazzite. La camera divenne stagna e isolata dal mondo esterno. Il paziente subì una scossa e le convulsioni scossero il corpo. I lacci reggevano la forza dell’alieno. Ossx girò una chiave e Datice fece lo stesso. Rimias pregava con gli occhi chiusi. <prema quel maledetto pulsante Rimias, il paziente non potrà resistere ancora per molto.> L’alieno era scosso da tremiti. Rimias si mise il casco e inserì la sua chiave, premendo contemporaneamente il bottone. Un lampo di luce bianca invase le loro menti, il mondo come l’avevano conosciuto non era più lo stesso.” L’osservatorio era stato costruito sulla cima più alta della regione. Un isolato pinnacolo innevato che fungeva anche da rifugio anti atomico. La vista da quell’altezza era impagabile. Dominava la vallata sottostante e la piccola città di scienziati e soldati che vi vivevano. L’aria fresca frizzava in gola, il forte vento che frustava ogni giorno gli alberi non permetteva passeggiate troppo lunghe al di fuori della struttura. Giusto il tragitto per arrivare alla funivia. La neve fresca imbiancava i sentieri e il ghiaccio s’infiltrava tra le fessure del cemento andando molto spesso a minare la solidità dell’edificio. Un astronave solitaria e ormai ridotta in rottami giaceva nello spiazzo in mezzo alla foresta. Era un vecchio modello dell’età della Pace, in grado di passare attraverso i buchi spaziotemporali ma senza scudi energetici adatti a resistere alle forti turbolenze magnetiche delle scorciatoie. Si era distrutta durante l’ultimo atterraggio. Il motore non generava più materia oscura e i pezzi di ricambio erano introvabili. I cuscinetti elettromagnetici si erano dissolti a causa dell’impatto con l’atmosfera e i propulsori a ioni erano dispersi nelle lande selvagge. Ma per loro fortuna nessun componente dell’equipaggio riportò traumi gravi. Hatak, la piccola colonia, era stata costruita in funzione dell’osservatorio. Una cinta muraria alta poco più di venti metri difendeva il perimetro dal mondo esterno. Gli scienziati vivevano arroccati alla montagna. I laboratori erano stati scavati nella roccia, mentre i soldati avevano sistemato le caserme sul fondovalle, assieme alle case. Era una regione ostica e nemica agli intrusi ma la popolazione si sentiva protetta e al a sicuro. Grazie anche allo squadrone che difendeva la colonia. Gli Eagle Eyes, sei soldati scelti tra le forze speciali. Potenziati attraverso la manipolazione del DNA e aggiornati con sistemi robotici. Macchine da guerra viventi. Nessun componente dello squadrone era morto, nessuno aveva mai riportato ferite gravi e annoveravano diverse missioni compiute e una quantità di uccisioni confermate che non aveva eguali nella storia del genere umano. I campi coltivati con le fattorie per il bestiame erano a sud della colonia. Squadre di contadini specializzati curavano minuziosamente i viveri, aiutati anche dal cibo sintetico fornito dalle poche fabbriche funzionati. Erano stabilimenti costruiti con i pezzi della nave. Posizionati a nord, schiacciati contro la cinta muraria. Sintetizzavano gli elementi base per la sopravvivenza dalle piante circostanti, producendo barrette energetiche e una sostanza psicotica che dava energia ma creava dipendenza. L’osservatorio era il punto focale della colonia, l’unico baluardo da difendere, la speranza per il futuro. Era un vecchia struttura conica. L’edificio era costituito da mattoni cotti smaltati, e dunque colorati. Era visibile da molto distante quando la luce del freddo sole rimbalzava sulle pareti. Aveva una pianta di forma quadrata, la cui misura dei lati corrispondeva probabilmente alla stessa altezza; sulla sommità della torre si trovava un vecchio santuario, consacrato ad un qualche dio caduto. Sul tetto era stato posizionato il telescopio interstellare. Una macchina imponente che poteva scrutare lo spazio, alla ricerca di pianeti abitabili. Era collegato all’unico satellite rimasto in orbita che fungeva da grande lente d’ingrandimento. Sempre nell'edificio centrale era conservato anche il simulacro del dio, lo stanzone era di due metri di lato per poco più del doppio. L’altezza complessiva dell’osservatorio era di circa novanta metri, costituita da sette gradoni con misure decrescenti; vi era anche un rampa elicoidale per l'accesso, innevata e con lastroni di ghiaccio che rendevano impossibile l’accesso. Per accedere alla struttura si passava dalla montagna. Un lungo tunnel scavato nella roccia conduceva al telescopio. Ogni porta era blindata e forgiate con i rottami della nave. Dieci torri difensive, alte poco più della muraglia, scrutavano i boschi tetri che circondavano la colonia. I generatori di energia plasmatica permettevano poche ore di luce durante la notte perché l’energia veniva convogliata quasi esclusivamente alla barriera. La torre, i laboratori e il telescopio si servivano di vecchi pannelli solari ad alta efficienza. L’intera torre era stata adibita a casa/laboratorio per i due pionieri che cercavano di salvare il genere umano, il loro popolo, dalla morte. La dottoressa Datice e il Dottor Ossx non erano sposati ma convivevano ormai da anni assieme. Lei si era laureata nella scienza dell’Immortalità specializzandosi nella manipolazione genetica applicata. Grazie a lei e ai suoi risultati l’aspettativa della vita si allungò di molto, trasformando il DNA e generando umanoidi quasi immortali. Il Dottor Ossx era un ingegnere della materia con una specializzazione in astronomia interstellare. Tutte le apparecchiature della colonia erano i frutti dei suoi lunghi anni di lavoro. La notte calava velocemente su Hatak. Un’altra notte di ricerca e speranza. Il telescopio era già al lavoro. Il satellite trasmetteva i dati da analizzare alla ricerca quasi disperata di un pianeta abitabile. Dat era in camera del figlio a rimboccargli le coperte. Oberat non era figlio naturale ne di Datice ne di Ossx. Era un esperimento di manipolazione genetica riuscito male e che Datice non ebbe il coraggio di cancellare. Se ne affezionò e lo prese sotto le sue ali, lo considerava suo figlio biologico. Ossx fu sempre contrario a quel tipo di legame ma alla fine cedette difronte alla creaturina che cresceva velocemente. Non c’era un termine per definirlo. Ne maschio ne femmina, sprovvisto di organi riproduttivi. Non aveva sviluppato i classici lineamenti dei suoi coetanei. Era esile, la faccia aveva sempre un espressione gentile. Capelli marroni in tinta con gli occhi. Un naso aquilino e due orecchie a sventola. Aveva la pelle scura, quasi tendente al grigio. Datice creò quel tipo di DNA perché era convinta che soldati senza sesso e quindi senza pulsioni emotive destabilizzanti potessero combattere molto più efficientemente. Macchine da guerra biologiche con un cervello in grado di prendere anche drastiche decisioni. Non provavano emozioni, indifferenti alla morte, al dolore, alla perdita di un compagno di battagliane. Anche il povero Oberat provava pochissime emozioni, solo le più antiche e collegate al suo subconscio. Le emozioni cognitive non erano presenti nell’ibrido. Ma Datice lo amava lo stesso. Un lumino rosso appeso sopra al letto gettava un’ombra scura a forma di sistema solare sulle pareti bianche. Oberat era disteso a letto, sotto le coperte. Dat gli stava sistemando i vestiti per il giorno dopo. La scuola non gli piaceva, come a tutti i ragazzi, ma era obbligato a frequentarla. Aveva una vocina stridula ma calma. Raramente Datice l’aveva visto arrabbiarsi per qualcosa o contro qualcuno. Lo zainetto era già stato fatto. I compiti svolti. Datice armeggiava con un felpa arancione con serigrafata sopra una saetta gialla. Oberat giocherellava con le sue coperte preferite, aspettando il bacio della buona notte dalla madre. Dat chiuse l’armadio, facendo attenzione a non pizzicare i vestiti tra le porte. Oberat la stava guardando. Due occhietti vispi e curiosi, il classico sguardo interrogativo, quando doveva per forza fare una domanda. Dat se ne accorse. <falla pure tesoro.> <grazie mamma ma non ho niente da chiedere.> <cos’è che ti turba allora? Hai un espressione da cane bastonato.> Datice aveva scorto una vena di malinconia nei suoi occhi. Una tristezza che non doveva albergare in lui. Solo due sentimenti erano presenti e nessuno generava quel tipo d’emozione. <oggi a scuola mi hanno di nuovo preso in giro.> <e perché mai dovrebbero prendere in giro un soldato coraggioso e forte come te?> <perché sono diverso. Mi chiamano “mostro”, “senza sesso”, “aberrazione”. E… e… io…> Datice lo prese tra le sue braccia. Lo strinse forte al seno. Era consapevole di quello che gli altri bambini e genitori pensavano di Oberat. Uno dei tanti motivi per i quali dovette porre fine agli esperimenti genetici. Le persone avevano paura di quello che non comprendevano, di quello che non capivano o che era troppo diverso da loro. Il male albergava in quelle donne e quei uomini che si rifiutavano di accogliere il diverso, come se il colore della pelle fosse una colpa mortale. <non farci caso piccolo mio. Sai che tu sei molto speciale e loro sono solo invidiosi. Tu sei il futuro della nostra specie, colui che ci guiderà verso la salvezza, non dimenticartelo mai.> <ma loro dicono che…> <non importa quello che dicono, difenditi e vedrai che non parleranno più.> <lo so ma…> <niente ma! Oberat. Guarda.> Datice indicò il muro. Appeso c’era un dipinto non tanto grande. Chiuso in una cornice dorata. Il ritratto mostrava una donna seduta a mezza figura, girata a sinistra, ma con il volto pressoché frontale, ruotato verso lo spettatore. Le mani erano dolcemente adagiate in primo piano, mentre sullo sfondo, oltre una sorta di parapetto, si apriva un vasto paesaggio fluviale. Indossava una pesante veste scollata, con un ricamo lungo il petto e maniche in tessuto diverso; in testa indossava un velo trasparente che teneva fermi i lunghi capelli sciolti, ricadendo poi sulla spalla dove si trovava appoggiato anche un leggero drappo a mo' di sciarpa. Era uno dei primi ritratti a rappresentare il soggetto davanti a un panorama ritenuto, dai più, immaginario. Una caratteristica interessante del paesaggio era che non era uniforme. La parte di sinistra era evidentemente posta più in basso rispetto a quella destra. La donna dipinta si trovava in una specie di loggia panoramica, come dimostravano le basi di due colonne laterali sul parapetto. In lontananza si notava un piccolo ponte sul fiume. La donna aveva uno sguardo magmatico. Due occhi che ti seguivano ovunque ti spostassi. Oberat amava il quadro, passione trasmessa da Datice che l’aveva salvato dalle fiamme. Lo usava ogni volta che doveva stimolare suo figlio. <lo so. Lo so. Devo prendere come esempio quella donna che è rimasta per ore ferma immobile per il ritratto. Ma…> <no Oberat, questa volta voglio parlarti del genio che dipinse il quadro.> Datice prese lo sgabello e si sedette, rimboccando le coperte al figlio. Dalla tasca estrasse una foto ingiallita e rovinata. C’era immortalato un uomo vecchio. Aveva la barba lunga e bianca. Uno strano capello in testa e due occhi meravigliosi. <lo conosci?> <si, ma cosa c’entra con me.> <quest’uomo qua era un genio. È vissuto in un periodo molto difficile. Abitato da persone con menti chiuse e con poca fiducia verso la scienza. Dovette sperimentare di nascosto. Sezionando i cadaveri dei condannati per studiare il nostro corpo. Dipinse opere magnifiche. Progettò macchine che avrebbero potuto salvare migliaia di umani dalle guerre ma non venne mai ascoltato. Le sue profezie ancora riecheggiano tra le rovine delle città. Subì molti torti ma non si tirò mai indietro, mai! Nemmeno una volta. Ha sempre lottato e protetto quello in cui credeva. Fuggì dalla sua terra natale per cercare fortuna e menti aperte in altre regioni. È grazie a lui che noi oggi possiamo ammirare quel quadro e tante altre cose che purtroppo sono andate perdute. Quindi Oberat, lotta e difenditi. La tua voce conta come quella degli altri, non lasciarti sopraffare da persone più deboli di te. Hai capito piccolo mio?> Oberat aveva in mano la foto. Guardava quell’uomo con ammirazione. La malinconia scomparve dai suoi occhi. Dat era contenta nel vederlo sereno e felice. <certo mamma. Posso tenerla?> <certo amore mio. Buonanotte, tuo padre mi sta aspettando.> Lo cacciò un’altra volta sotto le coperte e spense la lucina rossa. La camera piombò nella più totale oscurità. Datice si chiuse la porta alle spalle e prese le scale per l’ultimo piano della torre. La sala astronomica dove era sicura che Ossx fosse già al lavoro.
  3. gale093

    Il bosco

    Abbastanza, un pensiero che ho scritto in velocità, poche righe sul mondo che ci circonda.
  4. gale093

    Il bosco

    Un vento caldo soffiava tranquillo tra le fronde degli alberi, gli alti pini danzavano all'ombra della luna, cullati dai picchi innevati dei monti. Un usignolo scandiva cinguettando il ritmico rullare del ruscello, calmo e constante, verso la valle. Una luce, una candela accesa nella penombra del bosco, fluttuava come sospesa nell'aria, rischiarando quel poco di vita che non riusciva a prendere sonno. Una terrazza, baciata da un ramo di abete troppo curioso per farsi da parte, vegliava sulla piccola radura, dove un cervo con il suo piccolo pascolavano quieti, ignari del mondo. Due sedie erano occupate da due ombre, due pallide memorie notturne. <ti ricordi quando abbiamo bevuto quella bottiglia di vino?>. <il rosso, quello forte che mi ha dato subito alla testa?>. <si proprio quello. E ti ricordi quanto buono era?> <oh sì, me lo ricordo.> E sorrise, come l’abbagliante bellezza della luna. <e ti ricordi anche cosa mi chiedesti?> Ci pensò, ma faticava a ricordarselo. <mi chiedesti perché ci comportiamo così, perché odiamo tanto la nostra casa…>. Versò altri due calici, ombre scure di poesie liquide. <e tu però non mi rispondesti, o sbaglio?>. <no, hai ragione, e nemmeno adesso posso farlo ma c’è un motivo.> Allora lei lo esortò. <dimmelo.> <mi guardo attorno e vedo solo bellezza. La natura che ci circonda è un simposio di colori e di vita, gli animali, nella loro semplice esistenza, gioiscono ogni giorno ringraziando…>. <dio?> <no, solo l’uomo è stato tanto cieco da crearsi un dio, tre lettere che portano false speranze dove la voglia di lottare è morta, no. Gli animali ringraziano la Madre Terra, la vita. Invece l’uomo, come il peggiore degli ospiti, preferisce scavare la terra, inquinare i mari, saturare l’aria di morte, disboscare foreste e distruggere l’ecosistema, in cui noi stessi viviamo. Follia. La Terra è un malato terminale e noi siamo la malattia, ma la cura non ci piacerà. Troppi morti ho visto per ritrovare la fede nell’umanità, troppi. Orsi e delfini uccisi per la becera intelligenza che ci ritroviamo. La nostra arroganza non ha limiti…> Lei lo guardò seria, incupita. <sei sempre così catastrofico?> <no, ma so cosa stiamo perdendo.> E si versò un altro calice di vino, guardando la sedia vuota che aveva di fianco, brindando alla sua memoria. Il ruscello ebbe un sussulto e una piccola onda andò a schiantarsi tra le rocce della riva. Mentre una nuvola solitaria offuscò per secondi lo splendore della luna, attimi che gli parvero infiniti nella solitudine che lo attanagliava. E la notte si spense nel colpo che squassò la valle.
  5. gale093

    Consiglio

    Ciao a tutti, vi ringrazio per i consigli e i suggerimenti, ne farò tesoro e cercherò d'applicarli al testo. Buona giornata.
  6. gale093

    Consiglio

    Ciao, sono nuovo e devo ancora ambientarmi ma vorrei chiedere un consiglio a tutti coloro che possono darmelo. Scrivo per hobby, per passione e per allontanarmi dalla realtà per qualche ora, però sono un principiante e non so ancora quanto deve essere lungo un libro affinché sia appetibile (tralasciando ovviamente il concetto di qualità, fondamentale per tutto), volevo chiedervi, due milioni di caratteri sono troppi per un romanzo?
  7. gale093

    Espheria

    1 Ragazzi, vi devo raccontare una storia. È successo tutto tanto, tanto tempo fa ed è vero, ogni cosa che avete sentito, è tutto vero. Era mattina, faceva freddo, un gelo nelle ossa come non lo si sentiva da anni, il mondo era bianco. E poi la morte, l'infinito che arrivava a prendermi. E allora ho capito che l'esistenza null'altro è se non la voglia ardente di vivere e lottare per la vita. Non disperate. Ogni cosa a suo tempo. Ragazzi... Non abbiate paura, adesso vi racconto tutto per filo e per segno, tutto quello che c'è da sapere su quella strana mattinata d'inverno. Abbiate solo in mente una cosa: il freddo, la neve, il ghiaccio, il bianco della morte, quando tutto intorno a voi si ferma e assume lo stesso colore capirete che la vita non è altro che ricerca di calore, tanto tanto tanto calore, solo per sopravvivere un giorno in più. Non smettete mai d'inseguire i vostri sogni, non smettete di correre, d'aver fame di conoscenza, non smettete di vivere, non smettete d'inseguire la luce e il caldo che emana, non fermatevi mai. Vi posso tramandare queste poche parole semplicemente perché non ho mai smesso di cercare la vita, dopo aver visto la tranquillità bianca della morte. Perché ricordatevi che la vita, così come la morte, è solo uno stato temporaneo dell'animo. Ragazzi siate diversi, vivete... Il sole si stava alzando da dietro la collina e l'alba ormai cominciava a lasciare spazio alla mattina, fredda e secca ma limpida come uno specchio d'acqua. Si potevano scorgere le montagne all'orizzonte, così alte e imperiose, appartenenti a un mondo ormai lontano e passato. Non c'erano piani particolari per quel giorno se non aspettare il grande evento previsto per la sera stessa, sopravvivendo fino al calare del sole e all’arrivo dell'ombra nera della notte. Perché in quegli anni troppo pericoloso era uscire di giorno, e chi ci provava molto spesso non tornava a casa vivo, o proprio non tornava. Ormai le epoche della tranquillità e del benessere erano passate da decenni, e un male incurabile stava uccidendo gli ultimi sopravvissuti, il giorno e la luce erano sinonimo di morte e sofferenza. Un male arrivato dal cielo, improvviso come una tempesta, che portò solamente morte e devastazione, nessuno fu risparmiato, e i pochi sopravvissuti dovettero fuggire per non incappare in sofferenze anche peggiori. Da quel caldo giorno tutto cambiò, ormai si doveva solo sopravvivere, aspettando inesorabilmente la morte, perché alla fine tutti sarebbero stati trovati. E con gli invasori arrivò anche la luce, quasi perenne, ma era fredda, portava morte. Tutto quello che emanava calore pian piano si congelò, tramutandosi in granitici blocchi di ghiaccio. Ogni cosa venne ricoperta di neve, un tempo ideale di felicità e bellezza, ma che diventò ben presto un simbolo di lutto, un cimitero sotto il quale le emozioni venivano annullate e la persona distrutta come fosse un mero oggetto. Almeno fino a quella mattina... Nulla era cambiato, anzi, forse faceva addirittura più freddo del solito, ma almeno la neve ancora non si faceva vedere. Preparandomi all'ultimo giorno della mia esistenza riflettei sull'importanza di sentirsi vivi, di voler vivere, anche quando sei oppresso da forze imbattibili. La libertà e la vita sono condizioni dell'animo che non bisogna mai perdere, anche di fronte a tanto odio, a delle macchine che non hanno un cuore, che ti vedono solo come un bersaglio da abbattere, sempre bisogna lottare, non per te stesso, ma per un futuro migliore, se mai ci sarà un futuro dopo questo giorno. Il nulla mi stava aspettando e il mondo esterno, solamente un'immensa distesa di dolore, era pronto ad accogliermi, perché, per far si che quella sera si potesse festeggiare, era necessario un atto valoroso, quasi un sacrificio, ma ero pronto, stavo per accogliere la Natura... Tutto sommato la mia vita l'avevo vissuta al massimo delle mie potenzialità, non sprecando un secondo, vivendo appieno ogni singolo giorno. Respirando l'aria fresca e pulita che allora pervadeva il mondo. Ragazzi... Lasciatemi raccontare la storia della mia vita e capirete come siamo arrivati a questo punto, quella mattina può aspettare... Loro possono aspettare... 2 “Erano le prime ore dell’alba, il paesino ancora dormiva cullato dallo scrosciare della pioggia che ormai cadeva da qualche giorno. Un gatto solitario, incurante dell’acqua, correva tra i tetti alla ricerca di una preda, di un magro pasto da poter mettere sotto i denti. L’inverno ormai era giunto, i caminetti erano accesi per riscaldare le umili dimore, la legna ardeva e scoppiettava nei camini tenendo fuori il freddo e l’umidità. In quell’apparente quadro idilliaco, un ragazzo non era riuscito a chiudere occhio e scrutava il paese pensando a quanto bello potesse essere il silenzio della natura. Ammiccando un sorriso vide il gatto intento a cacciare un ignaro colombo che si era riparato dalla pioggia, ma ancora una volta la preda si accorse del suo mattatore e fuggì ricercando la tranquillità su un albero più alto. Così aprì la finestra e fece entrare quel solitario micino, troppo piccolo e maldestro per procacciarsi il cibo da solo ma non per questo meno meritevole d'amore. Ormai già da qualche mese quel simpatico animaletto gli faceva compagnia, da quando lo ritrovò in un bosco, abbandonato dalla madre e cacciato da bestie fameliche. Col tempo si affezionò a quel batuffolo di pelo, almeno fino a quella mattina, quando un barlume di pazzia prese il sopravvento. La notte era trascorsa lenta e insonne, troppi pensieri turbinavano in testa, ma soprattutto il ricordo di quello che aveva visto qualche giorno prima, un terribile segreto che non gli permetteva più di vivere serenamente con il resto del mondo. Migliaia di domande turbinavano in testa, senza però riuscire a trovare una risposta o anche solo un indizio agli eventi che si sarebbero verificati se lui avesse avuto ragione. Ormai non ce la faceva più, il castello di carte che era stato costretto a costruire stava per crollare, ma mai come quella volta, il tonfo sarebbe stato rovinoso e inguaribile. Sapeva che nessuno avrebbe capito il motivo di tale costruzione e il perché non fosse riuscito prima a riparare l’accaduto, ma ormai non gliene importava più, aveva deciso che il suo futuro sarebbe stato diverso e lontano dal quel caotico e tranquillo paesino perso nelle colline, lontano dal quel mondo strano. Lo zaino era pronto e l’ora era quella giusta, disse addio al suo amico e aprì la porta... La pioggia aveva smesso di cadere, le nuvole si stavano diradando e il sole faceva capolino da dietro il bosco. Alcuni abitanti mattinieri si apprestavano a riaccendere le stufe e il paese cominciava a fremere della solita vitalità. Il tranquillo risveglio fu turbato all’improvviso da un rumore sordo, che proveniva proprio da quella casetta, isolata dal resto del villaggio, dove viveva quel ragazzo... “. Espheria. L’aveva letto su qualche vecchio tomo scientifico. Era il nome del suo pianeta. Non lo pronunciavano spesso, almeno non gli automi che trovava in giro per la città. Loro non parlavano mai, sempre muti e silenziosi con quell’espressione sorridente. Una faccia metallica inutile, erano solo degli abili carelli automatizzati. Le poche persone che incontrava al mercato o nelle sue camminate solitarie non amavano parlare, per lo più si limitavano a un piccolo cenno con la testa in segno di saluto. Il fatto che vivessero di solito chiuse dentro i loro piccoli appartamenti non le rendeva ottimi interlocutori. Era una sorta di esilio autoinflitto. Almeno per le grandi città era così, non aveva idea se anche i piccoli paesini avevano subito la stessa sorte. Gli sarebbe piaciuto visitare uno dei tanti piccoli sobborghi arroccati nei confini della nazione. Aveva letto che erano piccoli e molto carini e raramente si vedevano quei inutili pezzi di metallo. Nel frattempo se ne stava seduto in terrazza, su di una vecchia sedia di plastica trovata in qualche discarica posta appena fuori le porte della città. L’aveva trovato sotto un enorme cumulo di sterpaglie, abbandonata anche quella alla natura e all’usura del tempo. Non c’era rimedio all’inciviltà. Le cose vecchie non venivano più utilizzate e nelle discariche si poteva trovare di tutto. Aveva arredato casa sua con tutte le cianfrusaglie trovate nei vecchi container di stoccaggio delle merci. Peccato che fosse l’unico che capiva l’importanza del riutilizzo della spazzatura. Al di fuori delle mura difensive si potevano trovare discariche di ogni tipo. E il Governo Mondiale non prendeva soluzione a riguardo, troppo impegnato nel far approvare qualche stupida legge. “Che spreco” pensava tra se e se mentre si dondolava sulla sedia rattoppata. La plastica era usurata e vecchia, ingiallita dal tempo. Aveva dovuto sostituire una gamba con un bastone di legno trovato nei boschi vicino a Opiergum. La bevanda energetica fumava dentro la tazza posta sul tavolino di metallo che aveva in terrazza. Il freddo se n’era andato da qualche settimana e la sera ricominciava a profumare di fiori. La notte stava trascorrendo tranquillamente, le stelle in alto nel cielo brillavano e ogni tanto sorprendeva una cometa. Il più delle volte non esprimeva desideri, non ci credeva a quelle superstizioni, ma quella volta ci provò. Aveva talmente poca voglia di vivere che non era interessato a tutte quelle dicerie popolari, le visioni erano già abbastanza difficili da sopportare. Il tomo che aveva preso dalla biblioteca era molto grosso e pesante, mancavano delle pagine e il colore giallo che aveva assunto faceva presumere che dovesse avere parecchi anni. Libri di carta non ne stampavano più da secoli. S’intitolava “Astronomia e Mitologia dell…” il resto del titolo mancava, forse sgranocchiato da qualche roditore. Sulla copertina c’era raffigurato un imponente figura muscolosa seduta su di un trono dorato e sospeso tra le nuvole del cielo. In mano aveva una sorta di bastone seghettato anch’esso dorato. Capelli bianchi e barba bianca caratterizzavano il volto della strana creatura. Una leggera tunica candida gli copriva solo metà busto, i piedi erano scalzi molto grandi. Le prime pagine del testo erano mancanti e anche l’autore del manoscritto era anonimo. Ma il testo che gli interessava era presente. Un corto paragrafo che narrava la storia di creature mitologiche: le Esperidi. Una nota lasciata a piè di pagina da qualche lettore sconosciuto lo informava che il pianeta prese il nome proprio dalla leggenda di quelle Ninfe. “ Le Esperidi sono figure della mitologia… (il testo era mancante), figlie della Notte. Secondo le leggende, custodivano il giardino dei pomi d'oro di... (ancora una volta mancava parte del testo). Le Esperidi erano ninfe la cui genealogia rimane spesso confusa: vengono talvolta nominate come figlie della Notte, di Teti e Oceano, di Zeus e Temi, di Forco e Ceto ed anche, secondo la teoria più accreditata, di Atlante ed Esperide. Incerto è pure il loro numero, tanto che alcuni mitografi nominano cinque Esperidi, altri ne nominano sette. Chi sottolinea invece che erano tre, le collega alla triplice dea della Luna nel suo aspetto di sovrana della morte. I numeri riferiti vanno comunque da una a undici, e alcuni dei loro nomi sono: Egle, Aretusa, Esperia o Esperetusa, Eriteide.”. Amava la storia e quel tipo di racconto non gli dispiaceva per niente. Richiuse il librone e lo lasciò in terrazza. Il retro della copertina portava il suo nome, inciso a caratteri cubitali: AXEL. Andò a dormire, la mattina dopo aveva un appuntamento. Il sole era alto nel cielo, tutto ebbe inizio in una delle più classiche mattine d’estate. Il freddo invernale se n’era andato, ma il caldo estivo ancora stentava ad arrivare. Anche perché abitava in un’area geografica abbastanza mite, almeno così dicevano dopo che la Guerra delle Radiazioni aveva inquinato intere aree del pianeta, rendendole invivibili. C’era un venticello fresco, piacevole, che sfiorava il suo giovane volto coperto da una leggere peluria e la pelata risplendeva al sole. Il passo deciso accompagnava il suo camminare verso una nuova avventura, verso una nuova esperienza. Quella mattina doveva incontrare una ragazza conosciuta qualche tempo fa alle lezioni di “Coltivazioni di grano biomodificato”, dicevano che sarebbe bastato il nuovo grano per produrre tutte le barrette energetiche con le quali si cibavano ormai da anni, e quindi tutti i giovani dovevano mettere anima e corpo nella coltivazione di queste colture. Era carina, più grande di lui di due anni, ma non si notava, perché lui aveva sempre dimostrato più anni di quanti avesse. Voleva capire cosa trovasse questa ragazza in lui, difficilmente le ragazze che avevano conosciuto avevano trovato qualcosa d’interessante nella sua persona, ma questa era diversa, o almeno così pensava. Passò l’intero tragitto a chiedersi come potesse nascondere tutte le sue stranezze, era molto diverso dagli altri ragazzi, non gli dispiaceva per niente, ma sapeva che era sempre stato visto come un tipo strano, l’ultima persona cui dare fiducia, l’ultimo con cui fare amicizia, uno da evitare sistematicamente sperando anzi che non ti rivolga mai la parola. Che cosa sarebbe cambiato dopo quella conversazione non riusciva a immaginarselo, però era conscio del fatto che mai e poi mai avrebbe avuto il tempo di dedicarsi a una ragazza per quanto bella e simpatica potesse essere. Considerava l’amore come una semplice esplosione di elementi chimici che portavano il soggetto a manifestare stati d’animo alterati e a perdere la cognizione del tempo, andando a scarificare le cose più importanti per una relazione. La popolazione stava crescendo, non serviva il suo aiuto, poteva benissimo dedicarsi a questioni che gli stavano più a cuore. Un po’ di emozione c’era, anche se tutti quei servitori gli facevano venir voglia di tornare a correre sui verdi prati appena al di fuori della città. Era abbastanza emozionato ma anche triste perché quella ragazza stava solamente sprecando tempo con lui, le relazioni sentimentali non erano il suo più grande interesse. Non c’erano altre possibilità, andava fatto e sperava solamente che tutto passasse in fretta e che quell’incontro finisse molto velocemente. Era arrivato nel luogo prefissato per l’appuntamento, vicino a uno dei pochi alberi rimasti all’interno di quella città, vicino alla vecchia biblioteca e ovviamente lei era in ritardo. Dovette attendere una decina di minuti prima che arrivasse e nel frattempo pensò ai suoi genitori, più che altro cercava d’immaginarsi come sarebbero potuti essere, perché non li aveva mai conosciuti, era rimasto orfano da piccolo e solo sua Nonna l’aveva aiutato a crescere. Nessuno gli aveva mai spiegato in che modo erano morti o chi fossero realmente, un mistero che gli gravava sulle spalle. Anche perché la sua vita era stata tutt’altro che semplice e di cose bizzarre ne erano capitate, a partire da quelle visoni che aveva periodicamente. Infine arrivò lei. Un elegante ragazza, carina, ne bassa ne alta, con capelli lunghi e biondi, un elastico raccoglieva tutta quella cascata d’oro in una coda elegante, era una visione magnifica, quasi irreale per una persona banale come lui. La conosceva da poco più di anno, ma sembrava conoscerla da una vita, forse l’aveva incontrata in qualche viaggio mentale. Aveva un passo sensuale, come se danzasse, era proprio bella. Ovviamente l’onda di emozioni che lo investì era solamente il frutto di tante piccole esplosioni chimiche che avvenivano all’interno del suo corpo, sapeva che non sarebbe dovuto cadere in quella trappola chiamata amore. Il sole era alto nel cielo e l’imponente albero proiettava la sua ombra sulla panchina sulla quale Axel era seduto, quasi fosse un messaggio che la natura voleva mandargli. Un venticello fresco accarezzava il suo viso, ma soprattutto faceva svolazzare i suoi capelli in un sinuoso ballo metafisico, potente magia ipnotica capace d’ingannare chiunque, ma non lui. Si era seduta sfoggiando un sorriso perfetto, bianchi denti uscivano da quelle carnose labbra, era abbagliante, mai vista una cosa più bella. “Ciao, come va? Grazie per esser venuto.” Non era partita bene e purtroppo per lei non riuscì a tenere a freno la lingua, difetto che aveva preso da sua Nonna, odiava attenersi alle semplici pratiche sociali, non erano cosa per lui. Preferiva la dura e cruda verità alle menzogne servite su piatti d’argento da persone che vogliono semplicemente colloquiare. Come se avesse visto un morto camminare, la sua faccia divenne cupa e impenetrabile. “Come va? Tu mi chiedi come va? Scusa ma il classico esempio sociale di cordialità non mi si addice. Ci conosciamo si e no da qualche e mese, non ci eravamo mai rivolti la parola fino a qualche giorno fa e adesso vuoi che ti racconti tutta la mia vita, la mia salute e magari anche i piani che ho per il futuro. Bè ecco, ho il cancro al terzo stadio e anche se la medicina al giorno d’oggi cura il 99% delle malattie la mia non può essere curata e mi rimangono solo poche settimane di vita. Contenta? Adesso come ti senti?” Duro come un pietra, Axel non conosceva le emozioni, non era interessato ai pensieri altrui e alle loro inutili vite. La povera ragazza non prese proprio benissimo quella notizia. Anzi, poteva vedere dell’odio crescere nei suoi occhi, ma forse era quello che stava cercando. Non rispose, rimase pietrificata a guardare il vuoto. Tramortita da quella risposta. “Contenta? Vedi cosa vuol dire chiedere a qualcuno che non conosci come va?, potresti ricevere risposte indesiderate che ti spiazzano. Comunque sappi che non sono affatto malato, sarei stato contentissimo di lasciare questo vita senza senso. Ma veniamo a noi, forse conosci le storie che sono state messe in giro sul mio conto, perché allora una ragazza stupenda come te vorrebbe incontrare il sottoscritto?” Forse era stato addirittura più duro di prima, ma non lo faceva apposta era il suo modo di fare, non poteva farci niente. Un giorno andò anche peggio. Era un pomeriggio d’autunno e come sempre amava sedersi sulla panchina vicino alla stazione del transponder per ammirare una delle ultime tecnologie abbandonate dai Divini. Una bambina, avrà avuto non più di 6/7 anni, li si avvicinò con fare amichevole e scherzoso, vogliosa solamente di scoprire cose nuove, però non aveva idea con chi avesse a che fare. Gli chiese come funzionava quella specie di stazione di trasporto, niente di più esilarante. Si girò di scatto e la guardò dritta negli occhi, bellissimi occhi verde dorato, “vedi bambina, tu non lo sai, ma questa macchina prima ti copia tutti gli atomi che hai in corpo, dopo ti disintegra e ti spara nell’altra stazione dove ti ricostruiscono, se hai fortuna. Ma aspetta, qualche volta succede che perdono i tuoi dati e ritrovano i tuoi pezzi sparsi in giro per la città, bello no?”. Era la cruda verità ma forse era un po’ troppo per una bambina così piccola. Scappò via piangendo e da quel giorno non la vide più. “Ti chiedo scusa per tutto, sono fatto così, sono un ragazzo difficile, complesso.” “Non c’è che dire, era la prima volta che ad un appuntamento non vengo glorificata dal solito stolto, però non me l’ero immaginato così devastante, sei una persona speciale.” Non ottenne l’effetto desiderato, era più difficile di quanto pensasse far desistere quella ragazza, ma prima di lasciarla li da sola a parlare con l’albero doveva sapere una cosa. “Perché io? Sei bella, brava, potresti avere tutti i ragazzi che vuoi. Appena entri in classe tutti cadono ai tuoi piedi, e sei addirittura più grande di me, perché? Lo fai per pietà? Ti faccio pena? Spiegamelo, almeno così so come reagire le prossime volte.” Non era bravissimo a parlare con le ragazze, ma quella volta le parole uscirono come un torrente in piena, non poteva comporre un capolavoro migliore, lui non era destinato ad avere una relazione, questo lo sapeva benissimo, l’aveva capito da tempo. “Sei sempre così duro con tutti quelli che incontri? Capisco perché tutti dicono che sei strano, però per me c’è dell’altro sotto quella dura corazza che ti sei costruito, io lo vedo nei tuoi occhi, sei speciale. E non so dirti il motivo esatto ma provo qualcosa di forte per te, fin dal primo giorno che ti ho visto. Tu non mi conosci, non sono la solita stupida ragazza di questa città.” Senza che potesse rispondere a quelle parole, lo baciò. Le labbra a contatto, un lungo bacio carnoso, una potente esplosione di sapori, un emozione indescrivibile, era la prima volta che baciava qualcuno, in tutta la sua vita l’amore l’aveva sempre evitato, però adesso era lui che doveva evitarlo. Durò qualche minuto e senza rendersi conto ricambiò il gesto, ma promise a se stesso che sarebbe stata l’ultima volta, non aveva tempo per certe cose. Si staccò dalle labbra di lei e senza attendere si alzò dalla panchina e corse via, più veloce che poteva, fino a casa, fino al suo rifugio, nessuno avrebbe mai più giocato con i suoi sentimenti. Le lasciò un bigliettino, scritto in precedenza, aveva come sempre programmato tutto. Lei rimase un’altra volta pietrificata dai suoi atteggiamenti, prese il bigliettino e lo lesse. “Scusami veramente, io non ti merito, con me non avresti avuto una vita facile, addio.” Correva, sempre più velocemente, non aveva intenzione di fermarsi. Era sconvolto da tutto quello che aveva passato solamente pochi minuti prima, nessuno aveva mai manifestato quel tipo di sentimenti riguardo alla sua persona. Era un ragazzo fragile anche se di corporatura robusta, ma ovviamente l’aspetto esteriore non sempre rappresenta lo specchio dell’anima. Voleva allontanarsi il più possibile da quella ragazza, non poteva permettersi di perdere tempo in inutili relazioni d’amore con persone che neanche lo capivano. Non si era nemmeno accorto che il tempo stava cambiando, infatti, il sole era tramontato e la notte cominciava a prendere il possesso del mondo dei vivi. Amava il buio e la sera, gli trasmettevano calma e serenità, erano gli unici momenti dove poteva stare veramente da solo, in pace con se stesso, e poteva dedicarsi ai suoi hobby senza che nessuno lo giudicasse per gli strani gusti che aveva. Si fermò ansimando vicino ad un vecchio negozio di vestiti in ecofoglie di plastica e osservò con stupore che in quella via non c’erano degli automi intenti a fare qualche stupido lavoro. Li avevano definiti la più grande invenzione degli ultimi secoli, robot costruiti con un nuovo materiale, il ferroplastico, poco costosi e in grado di eseguire tutte le mansioni che venivano ordinate. Axel li odiava, non amava delegare le sue mansioni a delle lattine di plastica, preferiva fare da solo. E poi era così bello camminare per la città, soprattutto in questo periodo. La natura dava il meglio di se quando veniva lasciata in pace. Era talmente assorto nei suoi pensieri che non s’accorse nemmeno che un vecchietto lo stava osservando, seduto sulla panchina. Era troppo per lui, non amava che le persone lo fissassero così al ungo e con l’aira di chi doveva per forza emettere un giudizio. Stava per andarsene dritto per la sua strada quando… “Aspetta, non scappare, fermati. Vieni qua un attimo, siediti vicino a questo vecchio signore desideroso di raccontare una storia.” Non sapeva perché ma quel giorno tutti volevano parlare con lui. In quel particolare periodo storico era difficile trovare delle persone vive camminare per strada, erano tutti troppo impegnati a lavorare da casa o a studiare, il resto delle mansioni venivano svolte dagli automi. Ma, stranamente, quel vecchietto se ne stava li seduto ad osservare il nulla, anzi, sembrava quasi che lo stesse aspettando. Ma non aveva tempo da perdere, aveva sempre ritenuto le persone anziane inutili e sicuramente non facevano niente per fargli cambiare idea. “Aspetta, fermati. Ti conosco, non avere paura di me, non ho mai fatto male a nessuno, come mai sei fuori a quest’ora? Tutti hanno paura del buio anche se abitano all’interno delle mura delle città.” Rimase stupito dal fatto che quel vecchietto, che non aveva mai visto, potesse conoscerlo. Però in fondo in fondo sentiva qualcosa, come se si fossero già visti, non capiva come e perché ma in qualche modo l’aveva incontrato tanto tempo fa. “Chi sei? Come fai a conoscermi? Non ti ho mai visto prima, ma soprattutto cosa vuoi da me?” “Tranquillo non voglio farti del male. Tu non ti ricordi chi sono io perché eri troppo piccolo, ma ci siamo già incontrati diverse volte, conosco molto bene tua Nonna, ma lasciamo da parte i convenevoli per una volta.” Cambiò completamente espressione, da felice e bucolica divenne cupa e triste, quasi avesse visto un morto che cammina e per certi versi non era andato tanto distante dall’immaginare Axel. “Perché mi chiedo? Se giovane, pieno di forza, felice anche, allora come mai hai deciso di fare una cosa del genere? Non farlo, non ha senso, so chi sei e cosa stai passando, le visioni non se ne andranno e tu sarai l’unica speranza per questo popolo.” SBAMMM. All’improvviso questo simpatico anziano aveva messo a nudo il suo IO, tutto il suo grande pensare, lo conosceva e molto bene anche, era a conoscenza delle sue visioni, ma non capiva come faceva a sapere tutto. Perfino il suo terribile segreto non era più al sicuro. Aveva detto che conosceva sua Nonna però lei non lo vedeva da molto tempo. Una cosa era certa, non assomigliava a nessuno degli altri abitanti della città, era molto simile a lui, soprattutto mancava il terzo occhio che cresceva alle persone anziane. “Non so come tu possa essere a conoscenza di certe cose, ma ti devo deludere, non mi posso fermare, ormai ho deciso. Ogni mattina mi sveglio e mi chiedo se è giusto che vada avanti a fare questa vita, a deludere tutti, a mentire per avere una qualche speranza di felicità. Ho sempre meno voglia di vivere, non riesco più a sopportare il peso di questa esistenza e di questo dono, che per me è solo sinonimo di sventura. Non riesco più a continuare a fare tutto quello che facevo un tempo, per me la vita ormai non ha più senso. Sicuramente non mancherò a nessuno, forse solo mia Nonna piangerà la mia morte.” “Tu credi? Pensi veramente di essere così poco importante? Sappi solo una cosa, non sei nato per morire oggi per mano tua, devi fare ancora grandi cose, avrai la possibilità di salvare molte persone se solo lo vorrai, non cadere nell’oblio. Vivi e risorgi.” Senza lasciargli il tempo di controbattere trasse fuori dalla tasca una specie di coltello rudimentale e con un colpo netto e preciso si recise la gola. Un’ondata di sangue investì la panchina e il corpo dell’uomo. Non riusciva a capire a cosa aveva appena assistito, era sotto shock, gli occhi sbarrati dal dolore, dall’impotenza, orami non poteva fare più niente per quel vecchietto. Si era ucciso per lui, ma non capiva il perché. Scappò da quel lago di sangue. Arrivò a casa, si chiuse in bagno e crollò sulla vasca. Quanto dolore! Passò altro tempo ma non era del tutto “guarito” da quello che gli era successo qualche giorno prima, aveva passato il tempo chiuso in casa a costruire strani oggetti di legnometallo che lo avevano aiutato a dimenticare l’accaduto. Ma ogni qual volta si sentiva meglio e pensava di essersi messo quella situazione alle spalle, succedeva che pensava a tutto quello che aveva visto… e come per incanto tutto tornava come prima. Continuava, come prima e più di prima a pensare alla morte! Qualche girono dopo si svegliò tutto sudato dopo aver avuto l’ennesima visione, scese dal letto si vestì e andò a fare colazione. Arrivato in cucina accese lo schermo, nessun telegiornale aveva dato la notizia della morte di quel vecchietto, e la cosa era parecchio strana, era la prima morte violenta da secoli, almeno da quando furono introdotti gli automi. La rabbia gli pervase il corpo nel vedere le solite notizie, messaggi cubitali su come tutto stesse andando bene, su come la vita trascorreva felice e tranquilla. Falsità, il mondo era inquinato e stava pian piano morendo sotto i colpi delle loro industrie e le poche città rimaste ancora attive non facevano niente per salvare quello che rimaneva della loro popolazione. Non capiva come mai gli adulti continuassero a fare finta che tutto andasse bene, quando invece la storia stava cambiando. Ma come sempre tenne tutto per se, troppo ottusi e ignoranti erano le persone che lo circondavano per capire le sue problematiche. Poi essendo ancora un ragazzino mai l’avrebbero ascoltato, era di sicuro più utile seguire i consigli di qualche vecchio al potere piuttosto che la sua giovane mente. Così come un uragano si abbatte su un tranquillo paesino di pescatori, la sua innocente coscienza venne investita da una miriade di idee e come succedeva spesso stava per entrare in un mondo totalmente diverso da quello reale, dove poteva vivere in pace con se stesso. Lo definiva un sesto senso, perché il tempo si fermava, il battito rallentava, i pensieri diventavano più vividi, fluidi e poteva vedere tutto con molta più chiarezza. Qualcuno l'avrebbe preso per pazzo, ma lui in qualche modo riusciva a scorgere il futuro, o almeno brandelli di quello che sarebbe dovuto succedere. Si sentiva vivo, libero di volare sulle ali del vento, senza più barriere fisiche che potessero ostacolare i suoi pensieri. Non capiva il perché ma era contento di poter stare da solo anche se, a volte, desiderava poter condividere questo nuovo universo, il futuro, con qualche suo amico, giusto per fargli capire che oltre al mondo reale, tetro e oscuro, c’è anche la luce. Qualcosa che si può comprendere solo se si tiene la mente aperta a tutto, all’imprevedibile scorrere della vita, perché dal Big Bang ad oggi la più grande creazione del Caos è stato il potersi sentire vivi, condividendo la propria realtà con quelle di tutti gli altri esseri viventi. Ecco forse era proprio questo il problema, non sempre si sentiva vivo e non sempre era felice di poter essere vivo e condividere la sua vita con sconosciuti. Il fatto che potesse, in qualche modo, scorgere il futuro lo turbava, perché tutte le visioni avute si erano poi materializzate nella realtà. Per sua fortuna quello che aveva visto erano solo belle cose, niente di nefando o catastrofico. Non desiderava vedere la morte e quello che, forse, poteva venire dopo, anche se non aveva paura della possibilità di lasciare il mondo terreno così giovane, ma aveva capito che il suo momento non era ancora giunto e che qualcosa di sconvolgente doveva ancora accadere. E in questo surreale paesaggio di luce e colori vedeva ogni cosa in terza persona, come se fosse una coscienza superiore in grado di percepire tutto ma senza la capacità di poter cambiare il corso degli eventi. Veloce, veloce come l'emozione più intensa, vedeva scorrere il mondo sotto di se, dai primi segni di vita fino all’invenzione più complessa. Dalla bellezza della mente, all’ottusa invenzione della religione, dallo scempio di qualche essere corrotto dall’odio alla meravigliosa facoltà di potersi aiutare l’un l’altro nel momento del bisogno. Il suo popolo era una perfetta costruzione chimica e animale, in grado di sorprendere e stupire, di regalare emozioni e gioie indescrivibili, di poter dare un senso alla vita, in tutte le sue forme. Però si chiedeva come mai dovessero essere sempre in guerra tra loro, pur essendo totalmente uguali sia dentro che fuori. La mente è stata in grado di partorire splendide testimonianze di vita ma anche orrori e abomini, al di fuori di ogni comprensione. E proprio non riusciva a capire perché si continuavano a ripetere gli stessi errori, ma sapeva che prima o poi tutto sarebbe riaccaduto, o forse stava già accadendo, perché il tempo così come l’universo è sferico e tutto si ripete... Amava le sue visioni, soprattutto vivere per qualche secondo all’interno di quel mondo parallelo creato dalla sua mente ma controllato da forze superiori che non riusciva a spiegare. Quello che lui chiamava “Seconda Casa”, non era altro che un universo parallelo creato dalla sua fantasiosa immaginazione. Tre stanze componevano quel paesaggio: un’ampia sala d’ingresso dove si risvegliava ogni volta che cadeva nelle visioni, una seconda sala dove poteva catalogare tutto il futuro che vedeva e un immenso giardino posto dietro a questa specie di strana casa, dove passeggiava cercando di scorgere il futuro nello scorrere delle nuvole del cielo. Era un posto meraviglioso e spettacolare, molto distante dalla decadenza della realtà. Però quel giorno qualcosa non stava andando per il verso giusto. La sua persona stava, come sempre, camminando sull’erba verde cercando segni di futuro ma lui percepì un freddo crescente arrivare dal cielo, una sensazione sgradevole e anormale in quella situazione, qualcosa stava modificando il clima all’interno della sua testa. Fantasticando su domande più grandi del mondo stesso vide il suo IO passeggiare in quel giardino incantato e si accorse che qualcosa lo stava seguendo, era scuro e nero, simile ad un’ombra. Non lasciva impronte sul terreno e non faceva rumore, però riusciva a scorgere in lui tanta sofferenza, e morte. Il panico lo assalì, perché mai nelle sue visioni si era vista una tale creatura, un abominio generato dal male stesso. Purtroppo sapeva cosa voleva dire tutta quella carica negativa, e quell'incredibile dolore che stava provando. Era la prima volta che aveva una visione così tragica e carica d’odio, ma non per questo era meno veritiera di quelle precedenti. Capitò tutto troppo velocemente, avrebbe voluto fuggire il più lontano possibile e cercare rifugio nei suoi pensieri più sereni, ma capì che non poteva abbandonare se stesso alla morte, doveva reagire. In qualche modo doveva scoprire il vero significato di quello a cui stava assistendo. Era solo questione di tempo prima che l’abominio raggiungesse il suo IO e che cosa sarebbe accaduto dopo non poteva immaginarlo. Come tutte le volte che si perdeva in quel mondo senza tempo, in quelle visioni al di fuori dalla realtà, riusciva sempre a interagire con il suo alter ego o almeno percepiva i suoi pensieri, ma quella volta era diverso, si sentiva bloccato, una forza esterna alla sua mente lo limitava, era incatenato ad essa e poteva solo assistere all’inevitabile. “slash” un lampo bianco uscì da una delle escrescenze della creatura e distrusse la sua persona senza lasciarne traccia, e così com’era arrivata se n’era andata lasciandosi dietro solamente una piccola impronta sull’erba Era un liquido di un bianco innaturale e nauseabondo, trasudava morte. Una fitta di dolore gli pervase tutto il corpo, come se avesse perso un parte di se stesso, facendolo rantolare per terra in preda a terribili convulsioni, stava morendo. Non aveva molto tempo per cercare di sopravvivere all’invasore, dove era andato, non lo sapeva, ma sicuramente non era successo niente di buono. Come un rombo di un tuono, le nuvole sopra di lui si aprirono lasciando cadere una pioggia bianca e appiccicosa, il sole emanò una potente energia innaturale ghiacciando tutto quello che investiva, e quel fantastico paesaggio cominciò a disgregarsi corrotto dalla bianca oscurità di un cuore senza anima. La fine stava giungendo. L’oppressione di quell’anima oscura gravava sopra la sua testa, doveva tornare nel mondo reale il più velocemente possibile. Vide avvicinarsi a lui tanti piccoli esserini, tutti rosa, di bassa statura, molto simili a delle scimmie poco sviluppate, dallo sguardo cupo e carico d'odio. Come tante piccole api attorno al miele, quei piccoli mucchietti di pelle rosa tentarono, invano, di prendere la sua coscienza. Con fatica cercò di comprendere le azioni delle strane creature e cosa volessero realmente, ma la situazione stava precipitando e non riusciva a capire come avessero fatto ad entrare nella sua testa ma soprattutto a corrompere il suo dono, le sue visioni. Cercò di tornare nel mondo reale, dando fondo a tutte le sue energie. Ma sentiva sempre più vicino la bestia che voleva distruggerlo. La morte era arrivata a riscuotere il suo credito... Luce, tanta luce, tutta questa immane e copiosa inondazione di luce si propagò per tutta la sua mente, travolgendo tutto quello che ne faceva parte. Con un ultimo rantolo d’energia aprì gli occhi e vide solo tanta morte... Si svegliò di soprassalto, era ancora seduto a tavola intento a guardare la TV, ma sapeva che tutto quello che aveva vissuto era stato reale e che prima o poi si sarebbe abbattuto sul suo mondo. Non era stata una normale visione, durò molto più del solito e provò anche una forte fitta alla testa, cosa che prima non gli era mai successa. Ma la cosa più spaventosa era che cominciava a sentire freddo, come se il ghiaccio lo stesse uccidendo da dentro, fuori era appena arrivata l'estate. Doveva mettere in guardia la popolazione, perché tutto il suo popolo stava per affrontare l'estinzione, ma ancora non sapeva come avrebbe potuto convincere tutti di quello che lui era riuscito a vedere, ma soprattutto che il suo dono era reale e che finora non si era mai sbagliato. Per qualche minuto rimase seduto sulla sedia, in preda a terribili mal di testa, era come se un albero si fosse abbattuto su di lui. Ci volle un po’ ma alla fine si riprese. Finì di fare colazione, si vestì in fretta e uscì di casa, non sapeva quanto tempo aveva a disposizione, ma era consapevole che quelle strane creature sarebbero arrivate prima di quanto lui avesse previsto. Ma senza uno straccio di prova neppure il suo più caro amico avrebbe creduto a una storia così bizzarra, eppure qualcosa doveva inventarsi. “Corri, dirigiti alla vecchia biblioteca, la troverai le risposte che stai cercando con tanta insistenza, veloce, l’oscurità sta arrivando.” Una voce penetrante gli stava martellando la testa, ma non era una visione, era semplicemente una voce, ne maschile ne femminile. Era colma di paura, il terrore gli pervase il corpo, era la seconda volta in un giorno che provò tanto freddo. Di colpo si fermò, un lampo di luce attraversò i suoi occhi, si accasciò a terra in preda alle convulsioni ed ebbe un’altra visione, ma non del futuro. “Ancora bambina, alla nascita di Paride predisse il suo ruolo di distruttore della città, profezia non creduta da Priamo ed Ecuba ma confermata da Esaco, interprete di sogni, che consigliò ai sovrani di esporre il piccolo sul monte Ida. Paride però si salvò e quando divenne adulto tornò a Troia per partecipare ai giochi; durante la competizione, fu riconosciuto dalla sorella, che chiese al padre e ai fratelli di ucciderlo, scatenando la reazione contraria e facendo ritornare il giovane Paride al suo rango originale di principe. Profetizzò sciagure quando il fratello partì per raggiungere Sparta, predicendo il rapimento di Elena e la successiva caduta di Troia. Ritenuta una delle più belle fra le figlie di Priamo, ebbe diversi pretendenti, fra cui Otrioneo di Cabeso e il principe Corebo, morti entrambi durante la guerra di Troia, il primo ucciso da Idomeneo, l'altro da Neottolemo. Quando il cavallo di legno fu introdotto in città, rivelò a tutti che al suo interno vi erano soldati greci, ma rimase inascoltata. Solo Laocoonte credette alle sue parole e si unì alla sua protesta, venendo per questo punito dalla dea Atena, favorevole ai greci, che lo fece uccidere da due serpenti marini assieme ai figli, facendo passare l'atto come volontà di Poseidone, divinità protettrice dei troiani, dando così il via all'ira del dio dei mari il quale si scatenerà al ritorno in patria dei combattenti del Peloponneso. La città di Troia fu così conquistata dai greci, che le diedero fuoco, massacrandone i cittadini. I membri della famiglia reale si rinchiusero nei templi troiani, ma tutto ciò valse a poco. Priamo morì sull'altare del santuario ucciso da Neottolemo mentre Cassandra, rifugiatasi nel tempio di Atena, fu trovata da Aiace di Locride e violentata sul posto. Trascinata via dall'altare, si aggrappò alla statua della dea, che Aiace, miscredente e spregiatore degli dei, fece cadere dal piedistallo. A causa del suo comportamento furono puniti tutti i principi greci, che non ebbero felice ritorno a casa. Lo stesso Aiace fu punito con la morte da Atena e Poseidone. Cassandra divenne quindi ostaggio di Agamennone e fu portata da lui a Micene. Giunta in città, profetizzò all'Atride la sua rovina, ma quest'ultimo non volle credere alle sue parole, cadendo così nella congiura organizzata contro di lui dalla moglie Clitemnestra e da Egisto, nella quale morì la stessa Cassandra. È frequente l'attribuzione dell'appellativo "Cassandra" alle persone che, pur annunciando eventi sfavorevoli giustamente previsti, non vengono credute, e viene detta "sindrome di Cassandra" la condizione di chi formula ipotesi pessimistiche ed è convinto di non poter fare nulla per evitare che si realizzino.” Si svegliò dopo qualche secondo sudato e confuso da quello che aveva visto, capiva che era riuscito a vedere un periodo storico ben preciso, ma non sapeva a cosa facesse riferimento ma soprattutto non aveva mai visto degli esseri così brutti. Chi era Cassandra? Non lo sapeva e non l’aveva nemmeno mai studiata a scuola, era una storia diversa da tutte quelle che aveva dovuto imparare, ma quel mondo che aveva visto era bello, incontaminato e ricco d’esseri viventi, al contrario del suo pianeta. Si decise di passare per la biblioteca nella speranza di trovare qualcosa che potesse aiutarlo o una spiegazione ai fenomeni che l’avevano colpito negli ultimi giorni. Intanto anche il secondo sole stava sorgendo... ivere la tua storia...
×