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il librometraggio

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  1. il librometraggio

    Pubblicare su Wattpad, cosa ne pensate? Esperienze? Considerazioni?

    L'avevo capito. Ci farò un giretto per capire come funziona.
  2. il librometraggio

    Pubblicare su Wattpad, cosa ne pensate? Esperienze? Considerazioni?

    Niko, questo è un altro mondo. Ogni volta che ho un dubbio, qui lo risolvo. Offre molte opportunità. Piano piano, poco alla volta, cerco di partecipare. Ho appena inserito in "Scopri" un paio di cosette mie e sono molto soddisfatto.
  3. il librometraggio

    Pubblicare su Wattpad, cosa ne pensate? Esperienze? Considerazioni?

    Bella e completa questa analisi. Io ho solo sfiorato la superficie dopo aver letto un paio di articoli a un anno di distanza l'uno dall'altro, sui miracolati di Wattpad. Allora, dopo il primo approccio sono scappato. Non ci ho capito niente e mi son guardato bene dal metterci il piedino dentro. A un anno di distanza l'articolo che ho allegato rincara le dose, perciò l'ho postato qui, per avere un parere di chi ne sa più di me. Le opere che ho visionato, sono scritte in un linguaggio che pare quello degli sms, e gli argomenti sono per under 20. Scritti da under 18. Quelli cioè che a detta dei media specializzati, muovono il mercato. E visto che lo muovono, hanno pensato bene di produrselo in proprio. Ti ringrazio. Il tuo commento mi è stato molto utile.
  4. il librometraggio

    Pubblicare su Wattpad, cosa ne pensate? Esperienze? Considerazioni?

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/03/18/e-book-e-e-reader-quale-futuro-tra-i-giovani-spopola-wattpad/4232680/ Amici, mi sono imbattuto in questo articolo e ho cercato di avvicinarmi a wattpad. L'idea di pubblicare un racconto e farlo giudicare non è male (io lo sto facendo qui in Storie), ma wattpad mi sembra proprio un pentolone dove si cuoce di tutto. Sopratutto la grammatica. Assieme all'autore. L'articolo però cita successi editoriale da fine del mondo, sono confuso. Poi ho letto tutti i vostri commenti e vedo che non sono il solo.
  5. il librometraggio

    L'Imperio, Romano e il Sacro Fregio

    Estratto da: Il Sacro Fregio e l’Aquila Imperiale. (cap. 11) “Due volte, le strade si erano incrociate. E ogni volta avevano fatto la storia. Il sacro e il profano. La gloria e il potere. La prima volta, fu la Croce. L’inizio di tutto. La seconda, una Visione. La conquista di Roma. In mezzo, trecento anni di persecuzioni feroci e sanguinarie.” Iniziava così la sua tesi. Padre Cullighan ne fu talmente colpito, che lo raccomandò per una borsa di studio che gli permettesse di approfondire le ricerche e provare la sua teoria. «Questo basco ha carattere.» Commentò con il vescovo che in Vaticano, aveva preso in esame la sua proposta. Il giovane Julen de la Cruz però, era di tutt’altro avviso. Voleva onorare la sua vocazione come missionario e anche se la materia lo appassionava assai, se ne partì per l’Africa. Per evangelizzare, non per fare indagini. Padre Cullighan capì. Benedisse la sua missione e gli promise di tenerlo sempre al corrente dei risultati delle proprie ricerche. Non appena il Vaticano avesse approvato il suo di viaggio, lassù dove secondo lui, bisognava cercare. La corrispondenza fra i due, all’inizio fu davvero sostanziosa. Quando gli impegni lo permettevano, si scrivevano. Col tempo però, le lettere di Padre Cullighan diventarono sempre più rare. Finché, s’interruppero del tutto. Gli anni passarono e preso dalle difficoltà della missione, Julen si era quasi dimenticato del vecchio professore di seminario. Fin quando, gli fu recapitata una busta con dentro uno strano schizzo vergato a mano e di fretta. Nessuno scritto. Nessuna firma. La grafia dell’indirizzo sulla busta era quasi illeggibile. Uno scarabocchio: Fuor del Vallo. Ne era passata di acqua sotto i ponti. Quanta? Il tempo di portare a termine il suo impegno in Africa e coincidenza o bislacca casualità, scoprire di essere destinato lassù, a prendere proprio lui, il posto dell’antico professore. Dieci anni dopo la sua morte. Padre Julen, se l’era quasi dimenticate le riflessioni che avevano stimolato la sua giovanile brama di scoprire. Vent’anni erano passati. Ma mentre lo sballottavano da un mezzo di trasporto all’altro per andare lassù, era perplesso. E adesso che c’era quasi arrivato, lo era ancora di più. Rimirava lo schizzo vergato da padre Cullighan e si chiedeva per quale ragione, lo avesse spedito proprio a lui, prima di morire. E più lo osservava … Nessun dubbio. Inconfondibile. Il Sacro Fregio. Estratto da: Padre Julen. (Cap. 2) «Ma lei, Julen, ha idea di dove sta andando? Voglio dire: cosa conosce del luogo che sta disperatamente cercando di raggiungere? Che si aspetta di trovarci, lassù?» Sorpreso dall’inquietudine che celava quel genere di domande, Julen faticò a trovare una risposta. E l’altro, riprese a parlare. «Scusi l’ardire. Ma mi creda, ho anch’io le mie responsabilità. Non posso portare un forestiero in un posto come quello, girare il carro e tornarmene a casa come se niente fosse. Tra un mese scenderà la neve e sarà rischiosa la permanenza lì, se non si è più che pratici del posto.» «Non si preoccupi. Caldi o freddi, deserti e non, i posti dove ci mandano, sono tutti disagiati. Lassù sarà freddo? Sono stato vent’anni in posti dove il freddo me lo sognavo. E nascendo sui Pirenei, ho avuto tutto il tempo di farci l'abitudine.» «Non volevo urtare la sua suscettibilità, padre. Volevo solo metterla in guardia. Le difficoltà che troverà lassù una volta che io avrò girato il carretto e me ne sarò andato, sono serie.» «Sono preparato anche a questo. Ogni volta che andiamo nelle nostre missioni, quando girano il carretto e se ne vanno, siamo sempre soli. È da lì che si comincia. Se la fa sentire più sollevato, sostituisco padre Cullighan che da quando è morto lassù dove sto per andare, non hanno mai trovato volontari pronti a subentrargli. Come vede, le cose non sono così tragiche. La missione è purtroppo abbandonata, ma esiste e io la farò rinascere.» «Rinascere? Mi scusi ancora padre, ma è peggio di quello che pensavo. Lei è fuori di testa. Ho capito subito che non aveva la minima idea di dove sta andando e di quello che troverà lassù. L’ultimo parroco è morto più di dieci anni fa. Lo chiamavano Mortimer. Allora era un paesello. Adesso è un deserto pieno solo di rovine e leggende niente affatto rassicuranti.» «Leggende? Il più delle volte sono solo delle stupide superstizioni. Come il soprannome di Mortimer, che hanno appioppato a quel sant’uomo di padre Cullighan.» «Superstizioni? Qui si è fatta la storia, padre. Parliamo di Roma e delle sue legioni. Delle sanguinose guerre contro i popoli Celti. I terribili Pitti.» Si stava scaldando. «Tesori nascosti. Legioni sparite.» «E quante persone ci saranno lassù a darmi il benvenuto?» «Tre. Non di più. Sempre che le riesca di trovarli.» «Treee?» «Si. Due orfanelli e un trovatello.» Estratto da: Due orfanelli e un trovatello. (Cap. 4) Sette anni erano passati dal giorno del loro battesimo. Assieme alla vecchia Merula ormai allo stremo e Romolo, erano rimasti i soli ad abitarlo, il paesello. Merula mori l’anno dopo e Romolo, almeno con la testa, si può quasi dire che non fosse neanche mai nato. Aveva qualche anno più di loro e come loro era venuto al mondo senza sapere chi fossero la sua mamma e il suo papà. Per tutti in paese era il trovatello. Il tempo dei giochi e delle corse pazze tra le case e le colline stava per finire. Le scorte si assottigliavano e le giornate diventavano sempre più tristi, corte, fredde e maledettamente buie. Oltre che soli, erano ancora piccoli. E un bel giorno, era il tramonto, scrutando l’orizzonte lontano che si faceva sempre più cupo e minaccioso, «si sta alzando il vento del nord.» Sussurrò Romano. «Porterà l’inverno.» Replicò l’Imperio. E per confermare che non si stavano sbagliando, col suo pennacchio di saggina sopra la testa, Romolo si piazzò davanti ai due amici di tante avventure e scrutando pure lui l’orizzonte lontano, le gambe larghe e le braccia strette sul petto, «vi proteggo io» parve suggerire con quella posa da Cesare che osserva le truppe, prima di ordinare la mattanza. Estratto da: La capretta. Due galline. E un libro pieno di figure. (Cap. 5) La notte che scende troppo presto. Il vento che non molla mai. La neve che cancella ogni cosa. Il gelo che ti penetra fin sotto la pelle. La fame che ti chiude lo stomaco. E tutto intorno niente. L’inverno è duro dappertutto. Lassù nell’infinito nord però, era pure peggio. E per due orfanelli ancora bambini e un ragazzotto un po’ via di testa … Soli. Abbandonati a se stessi. In un paesello deserto. Senza niente da mettere sotto i denti. A furia di correre a perdifiato e divertirsi, si erano dimenticati di tutto il resto che gli serviva per sopravvivere. All’improvviso, il borgo smise di essere un immenso Luna Park e come tutto ciò che li circondava, cominciò a diventargli ostile. Il cambiamento repentino, li aveva presi alla sprovvista. La minaccia era reale, palpabile e letale. Solo adesso scoprivano il significato vero di essere rimasti soli. Mentre l’Imperio passava le ore a scrutare il sentiero che saliva dal vallo nella vana speranza di scorgere l’arrivo dei rinforzi, Romano si spremeva il cervello per organizzare la resistenza. Romolo, infagottato in un ammasso di stracci raccattati per il villaggio, girava su e giù per i viottoli alla continua ricerca di cibo e panni, che s’annodava qua e là per il corpo. Parlavano sempre di meno, grugnivano e s’azzuffavano per un nonnulla. Non era il primo inverno che passavano lì. Se ne ricordavano anche di peggiori. Le altre volte però, buoni o cattivi, tanti o pochi, c’era un briciolo di comunità intorno a loro. Il silenzio adesso era assoluto. Solo il sibilo del vento gli faceva compagnia.
  6. il librometraggio

    SORCIONE L'AFRICANO

    Non posso promettere che piacerà a tutti, ma di una cosa sono sicuro: fino a mercoledì 21 marzo 2018 tutti lo possono scaricare gratis. Dedicato… agli amanti della storia che vogliono farsi quattro risate in libertà. Agli amici brianzoli che spero perdoneranno la licenza che mi sono preso di raccontare il “mondo di sotto” senza veli e con tutti i dettagli del caso. Agli appassionati della gloriosa storia di Roma Imperiale e ai romani stessi, per scusarmi di avergli storpiato la simpatica vulgata così da renderla un po’ più semplice anche per i non romani. https://www.amazon.it/Sorcione-lAfricano-Letteratura-ragazzi-Alessandro-ebook/dp/B07BB4Y9Z7/ref=sr_1_1/262-0666488-5934144?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1520601200&sr=1-1
  7. il librometraggio

    SORCIONE L'AFRICANO

    Dedicato… agli amanti della storia che vogliono farsi quattro risate in libertà. Agli amici brianzoli che spero perdoneranno la licenza che mi sono preso di raccontare il “mondo di sotto” senza veli e con tutti i dettagli del caso. Agli appassionati della gloriosa storia di Roma Imperiale e ai romani stessi, per scusarmi di avergli storpiato la simpatica vulgata così da renderla un po’ più semplice anche per i non romani. 1. Prologo «Ma esistono sul serio storie e personaggi così, particolari?» Non era una domanda qualsiasi. E chi l’aveva buttata lì, di certo non era una persona banale. La Contessa Favella Gaia era una nobile di campagna con la passione del canto, che dopo aver studiato una vita era morta senza neanche un gorgheggio in un qualsivoglia sgangherato teatro di periferia. Tra un vocalizzo e l’altro, prima di passare a miglior vita aveva ceduto alle insistenze di quell’attempato sciupa femmine del Marchese Camillo Maria Bensi, dei Bartesaghi di Besana. Famoso per aver dilapidato tutto il lascito del genitore in una sola notte. Marchese spiantato, corteggiatore ineffabile, giocatore incallito, gli era rimasto solo un manoscritto, vergato dall’operosa mano del nobile genitore. Studioso di storia e veleno per topi con l’hobby della scrittura il patriarca studiava e scriveva. Scriveva e sperimentava. E intanto che sterminava topi si dilettava di letteratura. Scribacchiò cose a detta dei più, allucinanti, che raccolse poi in una specie di opera summa di tutta la sua vita. Troncata ahimè, dall’ultimo micidiale topicida che stava perfezionando. «Funziona.» Aveva esclamato infatti, prima di stramazzare al suolo. Contento. Se lo era trovato chissà come nel minestrone tutto verze e cotiche di cui andava ghiotto. Glielo aveva cucinato Camillo. Figlio prediletto. L’unico, per la verità. La salma ancora non era tumulata, che i suoi averi già avevano preso il volo. Camillo voleva subito raddoppiarli. Perciò li aveva puntati tutti sul rosso. La roulette era partita. La ruota era girata. E dopo aver saltellato di qua e di là per tutto il tempo: «due nero.» Vociò il croupier col sorrisetto sarcastico. «Il banco vince.» Sentenziò rastrellandogli le fiches con sottile godimento. Per una strana coincidenza del destino, la pallina si era fermata sulla casella sbagliata, ma di sicuro appropriata. Nel numero e nel colore. Nero, come l’umore del povero Camillo. Due, come le sole cose che gli erano rimaste. La salma del padre e il manoscritto. Per la prima ormai c’era poco da fare visto che con tutto il resto, si era perduto anche la tomba famiglia e non aveva più spiccioli per comperarsi un loculo. Lo seppellirono quindi, nella fossa comune dei meno abbienti. Per l’altro, pensava di ricavarci qualcosa pubblicandolo. Perciò lo sottopose al giudizio dell’amica Favella Gaia. Che lo stroncò. Con un certo disgusto. E con lo stesso disgusto, Camillo lo abbandonò al suo destino sul ponte, prima di buttarsi di sotto, nelle fresche e limpide acque del Lambro. In quel di Realdino. Mio nonno stava passando di lì quando successe. Chi urlava. Chi piangeva. Chi imprecava. Erano corsi tutti. Affacciati al parapetto a guardare di sotto. Appoggiato sul dorso con le copertine spalancate, il povero manoscritto rimirava il cielo conscio del suo infelice destino, mentre il vento si divertiva a sfogliargli le pagine. Inutili e incomprese. Così triste e indifeso, faceva quasi tenerezza. Alla completa mercé di quella fastidiosa brezza che incurante della sua tragedia continuava a sfogliarlo con un certo impeto, non reagiva più. Si era lasciato andare. Vinto dalla pietà, il mio povero nonno gli si avvicinò e fu amore a prima vista. Lo raccolse e se lo portò a casa. Era analfabeta il nonno. E con tutte quelle bocche da sfamare, al mio babbo gliene fregava assai del manoscritto. Perciò appena fui in grado di sillabare, il nonno mi chiese di leggerglielo. Per capire insomma cosa diavolo ci fosse scritto. Non ero veloce. E per quanto mi sforzai, il poveruomo trapassò prima del secondo capitolo. E morto lui, mi dimenticai del manoscritto. Lo ripresi quando ormai ero diventato un uomo maturo, costretto a letto per una dolorosa sciatalgia. Non trovai modo migliore per ammazzare il tempo. E quando lo finii, la sciatica mi era passata. Perciò conservo un buon ricordo e gli sarò per sempre grato. Quello che ci ho trovato scritto è difficile da catalogare. La vicenda è di certo originale. Sotto certi aspetti, pure spassosa. C’è qualche cenno sul territorio, che non guasta mai e lo rende molto godibile, per uno delle mie parti. Per il resto, racconta fatti che, si, insomma, se ne stanno lì in quella specie di limbo del mondo di mezzo. Che non si sa se piazzarli dalla parte della storia, in quella delle favole o relegarli con disprezzo al passaparola delle leggende metropolitane. Che si raccontano a mezza voce le notti d’inverno. Attorno al fuoco e davanti a un bel bicchiere di Pincianello. Quelle cose per farla breve, che si muovono in una sorta di sotto mondo parallelo a quello che riportano i documenti storici. E se non s’incrocia per puro caso uno dei rarissimi quanto inconsueti testimoni di quel sotto mondo, non si saprà mai la verità fino in fondo. Quale verità? Giudicate voi stessi. 2. I due paeselli Narra la leggenda che… Il territorio compreso tra il lago di Lecco sopra, il vicus romano Modicia sotto, il fiume Lambro da una parte e l’Adda dall’altra, era una specie di paradiso. Roma era imperiale. Ma la terra di Brianza era bellissima. I fortunati scopritori di questo paradiso furono alcune tribù gallo-celtiche che varcate le Alpi, dopo l’wow di circostanza si stabilirono lì e fondarono i primi villaggi intorno al Lambro. Ma quando scopri un paradiso e non sai tenere il segreto tutto per te, succede che ti ritrovi ospiti che mai sognavi di invitare. Qualche anno più tardi infatti, dall'antica Gallia arrivarono gli Insubri. Altro popolo gallico che varcate le Alpi, dopo l’wow di circostanza si stabilì pure lui, in quel della Brianza. «Mai mettere due galli in un pollaio.» Recita un vecchio detto brianzolo che forse proprio da lì, prende lo spunto. E mentre i più si aspettavano massacri, i gallo celtici e i gallo insubri dopo averci pensato su un attimo, invece di randellarsi come da copione decisero di fondersi in un gallo unico. Da quella saggia decisione nasce dunque il famoso gallo nostrano che nei secoli a venire sarà conosciuto come brianzolo. Popolo genuino e laborioso. Tanto fedele alle proprie tradizioni e alla cose semplici, da sembrare sempliciotto. Ma sempliciotto non è. È un furbo di tre cotte. E a proposito di tre cotte. Gli basta una verza, un po’ di cotiche in una pentola che in tre giorni di cottura diventa tanto commestibile da meritarsi il titolo di piatto nazionale. Anche se ci vogliono tre giorni per digerirlo. Tre per cuocerlo, tre per digerirlo e siamo a sabato. È quasi passata la settimana. Il tempo vola, nella bellissima Brianza. Proprio al centro di questo paradiso c’è un cocuzzolo. Il primo montem che si incontra venendo da Mediolanum. Dalla cui cima i torrioni fortificati dei castrum romani che circondano Mediolanum si vedono così bene che pare di toccarli. Uno spettacolo. Sulla sommità di questo montem c’è un villaggio. Che appena fondato, anche se nuovo di zecca chissà perché l’hanno chiamato Vetus. E quando si sono accorti che sotto c’era il montem, un gioco da ragazzi chiamarlo Vetus Montem. Qualche chilometro più in là intanto. Quelli di sotto, visto che quelli di sopra avevano fondato un villaggio, per non essere da meno si sono precipitati a fondarne uno anche loro. «Lo chiameremo Vicanorum.» Sentenziò quello che la sapeva più lunga. «Cosa significa?» Chiese quello che la sapeva più corta. «È l’antico genitivo plurale di vicanus. Relativo al vicus. Cioè Villaggio.» Pontificò il dotto. Ma una volta fondati, i due paeselli bisognava che si dessero da fare per mantenere ciascuno le proprie famiglie. Erano sì laboriosi, ma per mettersi in moto gli occorreva inventiva. E l’inventiva non nasce nei campi come l’erba cipollina. Ci vuole lo spunto e l’osservatore giusto che lo traduca in negotium. E in fatto di osservatori. Quelli di sopra guardavano quelli di sotto e viceversa. Ma per l’ispirazione occorreva l’iniziativa di qualcuno in grado di accendere nelle menti più ardite, la famosa fiammella che incendia l’idea. E l’iniziativa la prese un’isospettabile. Il maialino del Beretta in quel di Vetus Montem era fuggito dal suo stabiello e tutto il paese gli era corso dietro, prima che scappando in quel di Vicanorum glielo divorassero come un salamino. Lo presero e se lo rosolarono sullo spiedo, prima di papparselo alla faccia di quelli di sotto. Una notte intera di libidine e gozzoviglie, lassù a Vetus Montem. La mattina però, se pur satolli, dal punto di vista dell’iniziativa le cose erano ancora lì, al punto di partenza. Fu allora che al Beretta, che adesso non aveva neanche più il maialino, gli venne la brillante idea di procurarsene un altro. E visto che le belle idee subito te la copiano, anche a tutti gli altri compaesani gli venne l’idea di procurarsi un maialino. E furono maialini dappertutto, lassù sul cocuzzolo di Vetus Montem. Là sotto intanto, osservando quel ben di Dio che lassù sul cocuzzolo grugniva orgoglioso tutta la sua ciccetta, gli veniva l’acquolina in bocca ai Vicanorumesi. E quando alla gente di Brianza gli partono le papille la prima immagine che si vedono davanti è una grossa pentola che bolle per l’eternità, con dentro una grassa e indigesta orgia di ciclopiche verze e cotiche infinite che sguazzano orgogliose manco fossero a Cesenatico. Nel cervello del Bortolo gli si accese subito la famosa fiammella che per poco non gl’incendiò il cucuzzaro. L’idea però, ormai era catturata. Là sotto, nei rigogliosi campi del Vicanorum, fu tutto un coltivar di frumento e verze. Le materie prime che mancavano a quelli di Vetus Montem per cazzuolate da sogno. E come erano soliti fare da che avevano scavalcato le Alpi e cioè fondere ogni cosa assieme, bollirono i loro prodotti nella stessa pentola. Polenta da una parte, verze e cotiche dall’altra. «Manca il vino.» Osservò qualcuno. Siccome tra il cocuzzolo di Vetus Montem e la valle di Vicanorum c’era il parco del Curonem, fu proprio lì che piantarono viti e produssero il Pincianello. Il nettare sincero con cui avrebbero generosamente annaffiato le saporite pentolate di cazzuola. Quelli di sopra coltivavano. Quelli di sotto imbottavano. E tutti insieme mangiavano e bevevano. Poi, da cosa nasce cosa e qualcuno lassù sul cocuzzolo si procurò una capretta. Dalla capretta ricavò il latte e dal latte il formaggio. «Lo chiamerò caprino.» Sentenziò dopo averlo assaggiato. E fu un successo planetario. Arrivarono a frotte, persino da Mediolanum, per assaggiare il famoso Caprino di Vetus Montem. Bastava una capra per fornire la Padania di formaggini caprini. Quasi un miracolo. Di certo una leggenda. Che qualcuno si divertì a trasformare in mistero. Il mistero dei caprini di Vetus Montem. “Con una vecchia capra sfornano formaggi caprini da quattro generazioni” diceva l’articolo. Oggi non è più così. La tecnologia ha fatto passi da gigante. Non serve più neanche la capra. Un vero e proprio Paradiso la Brianza. Per il mondo di sopra.
  8. il librometraggio

    SORCIONE L'AFRICANO

    Sul ponte di Realdino c’è un manoscritto. L’ha posato lì il tizio che si è buttato di sotto. Mentre il corpo del poveretto laggiù se lo trascina il fiume, il manoscritto lassù se lo sfoglia il vento. Giusto il tempo di turbinare qualche pagina che un vecchio lo raccoglie e se lo porta a casa. Anche se ahimè, non sa né leggere né scrivere. Il figlio è troppo occupato e il nipote è appena in grado di sillabare. Per leggergli una pagina ci mette un secolo. Il nonno infatti, gli muore a metà del primo capitolo. Sembra una tragedia, invece è una favola. Dedicata a un territorio speciale. La Brianza. L’autore del famoso manoscritto ha dovuto scavare parecchio per portare alla luce la vicenda. Nessun libro di storia si è spinto così in profondità. La leggenda di Sorcione e la Legione perduta, di Adaluf e le orde gattaliche solo trivellando la storia del mondo di sotto a due spanne dal petrolio, la puoi portare in superficie. Da una parte c’è una Legione sulla via della Britannia, che per colpa delle nebbie padane si è perduta in quel della Brianza. Dall’altra, le orde gattaliche del terribile Adaluf che varcate le Alpi, dopo aver conquistato la bergamasca, stanno attraversando l’Adda per completare lo sfacelo. In mezzo ci sono Frollo e la gloriosa tribù dei Burigelli che in Brianza, a Vicanorum ci vivono da secoli e non hanno intenzione di sloggiare. Il botto finale? Gli storici del mondo di sotto l’hanno localizzato nei pressi di Vetus Montem. Nella piana di Missaium. «Il fatto, nella sua complessità ricorda vagamente l’Iliade di Omero.» Ha commentato uno di Casatenovo che la storia la conosce bene. «Resta da chiedersi perché l’autore dopo aver scavato così in profondità per portarlo alla luce, si sia fermato a due spanne dal giacimento. In poche parole: non gli conveniva portare alla luce il petrolio che c’era sotto, invece di ‘sta storia che c’era sopra?»
  9. il librometraggio

    L'Imperio, Romano e il Sacro Fregio

    Da una parte c’era il mondo. Dall’altra il paesello. In mezzo il Vallo. In principio, era solo un torrione di avvistamento in pietra. Sul culmine di una collinetta sperduta nel bel mezzo di una landa desolata, con intorno niente. Provvisorio per altro. Anche se con il passare del tempo quasi tutto quello che gli hanno fabbricato intorno è crollato, lui è ancora lì a scrutare il nulla da una parte, il vallo e il mondo dall’altra. I primi ad abitarlo furono le cinque guardie della legione accampata aldilà del vallo. Con il passare del tempo, per evitare di andare e tornare tutte volte che nasceva qualche necessità, gli costruirono intorno i vespasiani, la tettoia dei viveri, la cucina, una baracca per le brande e un riparo per i cavalli. Inutile negarlo, quel posto non era molto popolare al di là del vallo. La parte che dava sul mondo, per intenderci. Là dove c’era la Legione. Significava, castigo. Sacrificio. Solitudine. Fu così che le cinque sfortunate guardie rimasero lì a scrutare l’universo nulla e sognare le notti stellate della Roma imperiale cullata dal placido scorrere delle acque laggiù, tra le amate sponde del biondo Tevere, ormai lontano. Erano è vero, legionari delle invincibili armate dell’Aquila Imperiale, le armi però, le usavano adesso, solo per tagliare alberi, cacciare selvaggina e costruirsi attrezzi per coltivare la terra. Guardavano il vallo, laggiù in lontananza ma, nessuno più, s’interessava di loro. Soli. Tristi e dimenticati. Fin quando un bel giorno … Un suono lontano. Proveniva di là, dall’universo nulla. Non era il vento. Un puntino bianco. Avanzava deciso. Scampanellando e vociando allegramente cose per loro incomprensibili. «Alle armi! Alle armi!» Ordinò Tullio Publio Hostilius. Il più alto in carica. Che però era il più basso della Imperiale combriccola che orfana della Legione, era confinata lì a contare le nuvole. Chi correva di qua, chi correva di là. E alla fine, col fare bellicoso dell’antico mestiere, reggevano tutti qualcosa. «Ho detto alle armi.» Aveva sbraitato Hostilius dopo averli osservati. Chi aveva un rastrello, chi un forcone e chi addirittura il mattarello. «Le armi?» Piagnucolò Marco Tauro Frignus. «Queste sono. Ci hai detto tu di trasformarle in attrezzi da lavoro.» «E adesso che si fa?» Domandò Simplicius. Quello col mattarello. «Ci faranno a pezzi. Sono una moltitudine.» Nel frattempo, tra un belare assordante, un muggire insistito e campanacci all’arrembaggio, la moltitudine era arrivata lì davanti a loro e li guardava divertita. Mentre i cinque legionari se le dicevano di santa ragione. E dalle parole ai fatti, ci vuole davvero poco. Hostilius, stanco del piagnisteo di Frignus, gli era saltato alla gola. Avvinghiati come due galletti che si disputano la gallina che chi se ne frega io intanto faccio l’uovo, si rimestavano nell’erba mollandosi calci e spintoni terrificanti. «Che spettacolo indecente.» Commentò Carlo Duilio Flaccido, appeso al suo forcone. E al grido di: «indecente sarai te» i due avvinghiati si avventarono sul malcapitato per randellarlo a dovere. Gli altri due legionari allora, più per ammazzare il tempo che per convinzione, stanchi di starsene lì ad osservare sto’ sconcio di scena, si buttarono pure loro nella mischia, con l’obiettivo di dividerli. Neanche erano entrati che subito parteggiarono chi per l’uno chi per l’altro. E furono botte da orbi. Tutto quel tempo passato in solitudine a coltivare cavoli come contadini qualsiasi, aveva risvegliato in loro la mai sopita voglia di pugnare. Solo che lo facevano con i nemici sbagliati. Altro che Cesare nelle Gallie. Da come starnazzavano, parevano galline che si erano dimenticate di fare l’uovo e adesso, volevano recuperare in tutta fretta. La moltitudine dalla chiacchiera sconosciuta aveva intanto fatto circolo intorno al mucchio selvaggio che morsicava, scalciava, grugniva e menava di brutto, tutto quello che si agitava là dentro. Pidocchi compresi. Una strage. Dalla parte dei nuovi arrivati, le pecore avevano smesso di belare. Le mucche avevano smesso di muggire. I maiali avevano smesso di grugnire. I loro padroni invece, avevano smesso di ridere. Da quella dei, diciamo così cinque sfortunati residenti invece. Le galline, quelle vere, avevano smesso di covare. I galli avevano messo di cazzeggiare. I cavalli avevano smesso di nitrire. Tutti preoccupati. Bisognava pur far qualcosa. Ma a parte il mucchio indecente che si randellava nell’erba, gli unici esseri pensanti con le fattezze ancora umane, erano quelli che li stavano osservando. Ossia la moltitudine che tanto numerosa non era, visto che pure loro, erano guarda caso in cinque. Capelli lunghi, spalle quadrate e fare deciso. Era bastato uno sguardo. Si fiondarono nella mischia con il chiaro intento di dividerli. Ancora oggi, a distanza di generazioni, non è chiaro quello che successe poi. Qualcuno dice che fu uno dei legionari. Qualcun altro invece, giura che è arrivato dalla parte di quelli della moltitudine. La leggenda narra che nel parapiglia, taluno si accorse di qualcosa di strano e cacciò un urlo così disumano che al gruppo gli ci vollero più di due giorni, per raccattare là intorno nell’immenso niente, le bestie che impaurite, erano scappate da tutte le parti. Giusto il tempo di uno battito di ciglia, dopo l’urlo, i due gruppi erano in piedi, uno di fronte all’altro. Cinque di qua. Cinque di là. A fronteggiarsi in cagnesco. Fu allora che i legionari capirono. Quelli della moltitudine, nonostante fossero più alti e spallati di loro, erano femmine. Fu così che iniziò la storia. E il torrione diventò paesello. Fuor del Vallo. E a proposito del vallo, dopo le nascite dei primi bambini, Tullio Publio Hostilius, in qualità di comandante del presidio, pensò fosse venuto il momento di fare rapporto al comandante in capo. Tale, Tito Tazio Tacitus. Nobile Tribuno della Centuria. Tre giorni dopo … «Per Giove. Hostilius.» Esordì affranto, il fidato messaggero, appena tornato dalla missione. «Al Vallo non c’è più nessuno. La legione è partita per Roma circa un anno fa. Me lo ha detto un pastorello che pascola il suo gregge in quello che rimane del Castrum. L’accampamento della Legione.» Ciò che successe poi … È la storia comune a tutti i torrioni o casolari che s’allargano e col tempo, diventano paeselli. Fuor del Vallo per la verità, non s’allargò granché. Giusto qualche casupola e una chiesetta che, approfittando del torrione che gli faceva da campanile, è venuta su in un attimo. I discendenti dei legionari furono perlopiù, dediti alla pastorizia. L’unica attività economicamente lecita, oltre lo sfruttamento del vallo. A cominciare dai nomi, infatti, tutto lì intorno s’ispirava alla Legione. Un torrione. La Legione. E l’Impero. Nei secoli, la Legione sparì, l’Impero svanì e il torrione diventò Fuor del Vallo. Leggende. Misteri. Attorno a un villaggio in rovina e una tesi tanto audace da lastricare di sangue, la ricerca del Sacro Fregio. Si chiamava Romolo, il trovatello. Aveva sette anni quando nacquero gli orfanelli. L’Imperio e Romano. Lo stesso giorno che, il destino si portò via padre Cullighan. Dieci anni dopo, in quel borgo ridotto a macerie, abitato solo dai tre ragazzi inselvatichiti da solitudine e privazioni, padre Julen de la Cruz, fu catapultato lì senza un perché. Roma Imperiale. Quella dei Cesari. Le conquiste. La potenza militare. L’epopea delle legioni. Di questo, si occupava padre Cullighan nelle sue ricerche. Lotta, tiro con l’arco e spada. Da giovane era scatenato. Un vero e proprio atleta. Oltre che appassionato, era molto documentato. Ai tempi dell’università, aveva letto libri. Visionato musei. Partecipato a convegni. Setacciato gli archivi vaticani fin nei sotterranei più reconditi, per approfondire le sue ricerche.
  10. il librometraggio

    L'Imperio, Romano e il Sacro Fregio

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  11. il librometraggio

    L'Imperio, Romano e il Sacro Fregio

    Un torrione. La Legione. E l’Impero. Nei secoli, la Legione sparì, l’Impero svanì e il torrione diventò Fuor del Vallo. Leggende. Misteri. Attorno a un villaggio in rovina e una tesi tanto audace da lastricare di sangue, la ricerca del Sacro Fregio. Si chiamava Romolo, il trovatello. Aveva sette anni quando nacquero gli orfanelli. L’Imperio e Romano. Lo stesso giorno che, il destino si portò via padre Cullighan. Dieci anni dopo, in quel borgo ridotto a macerie, abitato solo dai tre ragazzi inselvatichiti da solitudine e privazioni, padre Julen de la Cruz, fu catapultato lì senza un perché. «Sintonie col predecessore.» Sentenziò il Vescovo. Vent’anni prima, fu padre Cullighan, infatti, per via di quella tesi sull’imperatore Costantino, a chiedergli di fare ricerche. Padre Julen invece, partì missionario per l’Africa. Si scambiarono qualche lettera poi, una busta. Di là arrivava. Fuor del Vallo. Lo schizzo di un simbolo che conosceva bene. Il Sacro Fregio. Il suo arrivo lassù, non passò inosservato. Fla Gellum e il compare Hack, da tempo erano sulle tracce del Fregio. Avvisati da un misterioso personaggio, si preparavano a una nuova, feroce scorribanda. Fu la dannata prima volta faccia a faccia coi ragazzi, che si materializzò dal nulla. Quella specie di antico legionario. Romolo. Mai visto combattere così. Persino Hack era allibito. A Fuor del Vallo ci aveva vissuto. Se lo ricordava bene, il trovatello scemo che non spiccicava parola e viveva di elemosine. Cosa diavolo era successo, per trasformarlo così? L’Imperio e Romano non potevano sapere. Erano ancora piccoli quando il giorno del falco, Romolo inciampò nella Legio. A cominciare dal Sacro Fregio, sapeva molte cose dell’antico Impero. Da Legionario, custodiva i segreti. E non solo quelli. Tenaci. Vigili. Implacabili. Un branco, erano diventati i tre ragazzi di Fuor del Vallo. E quando l’attimo prima di salvargli la vita decisero che ci si poteva fidare, a padre Julen fu concesso di conoscerli. Lui gl’insegnava a leggere, scrivere e far di conto e loro, a sopravvivere. Hack intanto, laggiù nella malfamata bettola al di la del vallo …
  12. il librometraggio

    6 romanzi in cerca d'autore - kobo e mondadori

    Brava Tina. Congratulazioni. https://alexbook.jimdo.com/
  13. il librometraggio

    Comico e humour

    carissima Sefora da tranquillo pensionato a “tranquilla pensionata” è una conversazione vecchia di 3 anni ormai, ma mi ha molto incuriosito, tanto da spulciare il tuo blog per scoprire in che modo il riso ti compete per mestiere. Perché una nonna simpatica e felice, che scrive libri gialli, coltiva olive. e pratica vela, è interessata al riso per mestiere? Ti ringrazio e ti faccio tanti auguri.
  14. il librometraggio

    Edizioni Arpeggio Libero

    Letto oggi sul loro sito : "Per qualunque informazione scrivete a: info@arpeggiolibero.com NB: prima di inviare il manoscritto leggere attentamente le nostre "Linee guida". La valutazione dei manoscritti è momentaneamente sospesa per eccesso di materiale da valutare. Seguiteci sul sito e su Facebook per sapere quando riapriremo le valutazioni."
  15. il librometraggio

    Nuovo Community Manager al WD

    Complimenti Niko e in bocca al lupo
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