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Emy

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  1. Emy

    [Sfida 29] Dr. Ruttamore

    commento La incontri per strada un pomeriggio. Ti getta le braccia al collo e sorride con quella bocca enorme che ti ricorda una conchiglia appena raccolta sulla spiaggia, ancora sporca di sabbia e fango. «Ci conosciamo?» chiedi con una finta tranquillità, aggrottando le sopracciglia, mentre il tuo corpo manda segnali di allarme degni di un capo sioux. Lei si blocca e appoggia le mani sui fianchi in posa di sfida. Non fai in tempo di riprenderti dall'imboscata che gli occhi le si allargano in un vortice pronto a risucchiarti al primo errore. «Stai scherzando, spero!» sbotta e inizia a coprirti d'improperi in tutte le lingue del mondo. Non puoi dire se le sappia davvero parlare, ma neanche che non sia una donna colta. Una cosa, però, ti è chiara: qualunque sia la natura del vostro legame, nemmeno una carrellata di avemaria sussurrata in ginocchio potrà assolverti. Abbassi lo sguardo, le tue dita saettano dal naso ai capelli, dalla fronte alle orecchie, per scendere fino alla coscia e al didietro in una sequenza che farebbe invidiare le migliori mosse del karaté. «Caro, stai bene? — ti accarezza la sua voce preoccupata — Cosa sono questi tic improvvisi? Chiamo subito il dott. Trittacarne!» Sei sul punto di contestare la decisione, ma ha già tirato fuori il cellulare e si allontana a grandi falcate. Qualunque sia il campo dello specialista, ti basta sentire il nome per fuggire da quella pazza. A metà strada ti raggiunge l'eco delle sue ultime parole: «Maledetto il giorno in cui ti ho sposato, stronzo!» Sposato? È un aggettivo del tutto nuovo per te. Al massimo puoi considerarti fidanzato e di una bella gnocca che non strilla mai e asseconda ogni tuo desiderio. Proprio adesso ti sta aspettando a casa, con una cenetta a lume di candela e la musica che nemmeno nelle discoteche dei vips. Infatti, i vostri vicini sono talmente invidiosi che la polizia deve irrompere nell'appartamento per farli stare zitti. La gente è così noiosa, così provinciale, proprio come quella sciagurata convinta di averti portato all'altare. È un cappio che non metterai mai al collo, nemmeno per l'amore della tua fidanzata. Per sicurezza hai già messo le cose in chiaro: avere una moglie è démodé. Continui a correre, girando la testa di tanto in tanto per assicurarti di aver seminato la pazza, svoltando nelle viuzze strette e meno affollate, dove non rischi di avere altri incontri spiacevoli. Man mano che passa il tempo, il fiato ti si accorcia e le minuscole gocce di sudore si attaccano al tessuto della manica con cui ti asciughi la fronte. Quando il silenzio è tale da permetterti di fermarti, ti appoggi con la schiena al muro di un palazzo e chiudi gli occhi respirando a fondo. «Finalmente libero!» lanci un grido di gioia e ti batti con i pugni sul petto. Tarzan sarebbe così fiero di te! La pace, però, dura poco e viene spezzata in un soffio con una secchiata d'acqua gelida. Imprechi a voce alta e alzi lo sguardo tremando come un gatto scuoiato vivo. Affacciata alla finestra una vecchietta con i bigodini colorati in testa. «Mascalzone! — borbotta e ti getta il secchio vuoto addosso — Come osi farti vedere ancora?» Per fortuna hai i riflessi di un ventenne. Ti scansi appena in tempo prima di essere investito in pieno. La vecchietta inveisce e si rammarica per la mira sbagliata, poi fa spallucce. «Non può funzionare sempre! — urla puntandoti l'indice contro — Ma non credere che la farai di nuovo franca, Giuda!» Nessuno, tantomeno quella megera sconosciuta, può muoverti accuse simili senza uno stralcio di prove e sei certo che non ne abbia. Forse hai un brutto carattere, la tua fidanzata ti definisce spesso burbero, forse sei superficiale, anche se non hai ancora capito perché. Giuda no, questo non lo accetti. Se mai hai tradito qualcuno, l'hai fatto inconsciamente, senza accorgertene e senza alcuna premeditazione e ti meriti come minimo le scuse pubbliche. «Signora, non so con chi ce l'abbia, ma ha sbagliato la persona. Se avesse un po' di sale in zucca mi chiederebbe…» «Ah, sì, dici che ho sbagliato la persona? La prossima volta inventati un pretesto migliore, pagliaccio!» Apri la bocca per protestare, stufo dei continui insulti, ma il mento ti rimane nell'aria come fosse pietrificato. Nemmeno le gambe rispondono ai tuoi ordini. La vecchia strega ne sa una più del Diavolo! Accenni ad andartene, nella tua mente sei già fuori dalla fossa con un piede e ti basterebbe soltanto una spinta per darti alla fugga, quando ricomincia a blaterare. «E vergognati! Me l'hai fatta piangere di nuovo!» Le orecchie ti fischiano d'indignazione. Non hai la più pallida idea di chi parla. Alzi la mano come un pupillo appena bocciato, con la speranza che ti conceda almeno il diritto alla replica, ma la vecchia befana fa finta di nulla e come un giudice inclemente ti mette subito alla gogna dinanzi agli sguardi indiscreti dei vicini che, attirati dagli schiamazzi, stanno aprendo le finestre uno a uno. «Le ho detto che era uno sbaglio, però ha voluto farlo a tutti i costi, andando persino contro il padre! E tu come ripaghi il suo amore? Trattandola come fosse un'estranea! Non sei un uomo, sei un verme!» Un applauso scrosciante, che accompagna le grida di giubilo, ti invade mentre scuoti la testa incredulo. Prima la figlia, poi la madre: dev'essere la tua giornata fortunata. Se non fossi certo di vivere una situazione reale seppur grottesca, penseresti di essere finito in un sogno, o nella peggiore ipotesi in un incubo. L'incantesimo di cui credevi di essere una vittima sembra svanito e ti congedi con un inchino da quella che — se fossi veramente sposato — dovrebbe essere la tua suocera, ridendo sotto baffi per il pericolo scampato. Sulla strada di casa, passi dal fioraio di fiducia e acquisti un bel mazzo di rose rosse. Fischietti mentre sali le scale pensando già al bacio passionale che scambierai con la tua fidanzata. Davanti alla porta esiti: forse è occupata ai fornelli e il campanello potrebbe distrarla. Metti la mano in tasca e tiri fuori le chiavi. Non le ricordavi così pesanti e c'è anche un altro dettaglio curioso: l'orsacchiotto di peluche, che vi era agganciato, è stato sostituito con un delfino di plastica. Lo smarrimento dura poco, tempo di un mancamento che ti costringe ad afferrarti alla ringhiera per rimanere in equilibrio. Riacquistata la calma, ti guardi intorno con circospezione. Il corridoio è tuo, non hai dubbi. Anche se un po' sbiadita, l'incisione dei vostri nomi al centro di un cuore con le ali adorna ancora il muro. Sorridi con sollievo e infili la chiave nella serratura. Non combaciano. Rifai la procedura più volte, invano. Allunghi la mano sul campanello. «Amo…» Al posto della tua fidanzata ti attende un omone pelato, con le braccia tatuate, e lo sguardo assassino. «Chi cazzo sei e cosa vuoi dalla mia donna?» Deglutisci e incassi la delusione. «Scusi. Ho sbagliato la porta.» Stai per andartene come un cane bastonato, quando la tua dolce metà si affaccia sulla soglia. La riconosci solo dagli occhi. La bocca è tutta rifatta e ha un piercing sulle narici che nemmeno il più feroce dei tori di Pamplona. Appena ti vede muggisce. «Tu che ci fai qua? Bastardo!» «Come che ci faccio qua? È casa mia! Casa nostra!» «Non è casa tua da quando ti sei accasato con la maestrina!» «Quale maestrina? Amo solo te!» «E io no!» «So che sono in ritardo per la cena, ma ti ho portato i fiori!» Le passi il mazzo, ma lei lo butta per terra e lo calpesta. «Sono allergica alle rose, coglione!» «Non lo sapevo!» «Fuori di qui o chiamo gli sbirri!» La vista ti si annebbia e annaspi come un pesciolino in gita sulla terra ferma. Allenti la cravatta e scivoli lungo il muro, le gambe divaricate. L'ultima cosa che vedi, prima che un rutto potente con odore di aglio spazzi via ogni ricordo, è il volto di tua moglie accanto a un uomo barbuto che chiama dott. Trittacarne.
  2. Emy

    [MI135] Non so scrivere con la luce accesa

    commento traccia di mezzanotte I - Shemira Posso solo dire questo: da domani non sarà più la stessa cosa. Ho ancora le mani infradiciate dal bagno di purificazione, i polpastrelli raggrinziti e il naso pieno del fumo delle yahrtzeit, le candele che hanno acceso lungo tutto il corridoio della casa fino a questa stanza, la stanza che da domani non sarà più di Ruth. Ho passato le ultime ore a lavarle il corpo con un effluvio di acqua corrente, strofinando in ogni singola piega e frizionandolo con l’olio di oliva. Le ho pettinato i capelli, puntandoli a formare un crocchio sulla nuca, come li portava lei. L’ho vestita del bianco di lino più puro che avessimo: ho dovuto scavare tra le ceste di lenzuola antiche che mia madre custodiva gelosamente e strapparle di mano il sudario per poterla avvolgere. Adesso non mi resta che scriverne. Scrivere di Ruth. Ma come è possibile? Le persone vanno e vengono e io sono inchiodata qui. Non posso uscire, è uno dei miei obblighi. È già abbastanza raro che una donna si occupi di queste cose. Se violassi uno solo dei precetti che mi permettono di fare da shoneret, qualsiasi vecchio bacucco in questa stanza si strozzerebbe nel tentativo di sputarmi addosso parole al cianuro. E poi che importa? Non c’è altro posto in cui vorrei essere. Ruth è stata con me e con mia sorella tutta la vita, e so che anche per lei è sempre valso lo stesso. Osservo le fibre della carta. È spessa e con una grana irregolare, ricavata da pelle di capra. Non saprei trovare parole degne di inchiostrarla. Le fiammelle vibrano nell’aria consumata amplificando la presenza ingombrante di tutta questa gente e vomitandone le ombre su di me. Hanno cominciato ad arrivare ben dopo il tramonto, uscendo di casa in silenzio, strisciando i piedi per non disturbare l’aria coi loro rumori. Si sono riversati qui come topi, nell’oscurità, quasi avessero paura di farsi riconoscere. Lo capisco. Alcuni non li vedo da quand’avevo l’età di Illa, mia sorella. Cioè da almeno dieci, dodici anni. All’inizio ho tentato di osservarne i volti per poterli riconoscere, ma ne distinguevo solo i brandelli esposti dalla luce. Poi ho smesso di provarci: che importa? Nessuno di loro è davvero qui per Ruth, neanche lei ce li avrebbe voluti. Non si erano visti quando papà ci aveva abbandonati. Non si erano fatti vivi quando la testa di mia madre aveva preso il largo, né quando Ruth si era rotta il femore. E adesso sono qui, senza sapere neanche loro il perché. Qualcuno osa addirittura fumare, convinto di poter confondere il proprio menefreghismo tra i vapori delle candele. Dopo qualche ora, i miei occhi filtrano i corpi al chiarore lattiginoso della luna e si sono abituati a distinguere solo i tessuti: la sensazione materica di una giacca di lana, di una gonna frastagliata. Abiti vuoti, indossati da fantasmi che mi scorrono davanti come in filigrana. Poi si posano su Illa. Ancora non so immaginare cosa provi lei, se pensi qualcosa in tutto questo miasma di corpi. Non si è mai avvicinata a Ruth, ed è troppo bassa per poterla vedere senza arrampicarsi, recinta da quelle assi di cedro che ne circoscrivono lo spazio vitale. Quelle assi sono per me l’insulto più grande: se Ruth potesse parlare, non le accetterebbe. Non c’è nulla che possa contenerla; contenere la sua forza, la sua energia, la sua voce. Illa dà le spalle a tutti, e si limita ad osservarsi nel grande specchio dell’armadio a muro. La vedo fare qualche smorfia, una linguaccia, e ridersela tra sé e sé. «Illa, — le bisbiglio. — Smettila di fare la stupida.» Come vorrei che non ci fosse nessuno qui. Solo io e Ruth. Come vorrei sparissero tutti, assieme a queste candele. «Scusa. Vuoi che ti prenda qualcosa da mangiare dalla cucina?» «No. Lo sai che non posso mangiare niente.» «Cos’hai scritto?» La guardo. Così piccola, senza un’idea del domani. Tento di mostrarle un sorriso dolce. «Niente. Non so scrivere con la luce accesa.» Illa sospira. Profondamente. Come a voler spegnere tutte le candele in un colpo solo. Capisce molto più di quanto dà a vedere. II - Neshama Da quassù la stanza è molto più grande e meno vuota di quanto sia mai stata. Ci sono tutti, persino Noa. Il merito non è mio, ma di Adah. Così giovane e così saggia. Mi è stata accanto fino all'ultimo, badando a me con tanto amore. Non come Noa che si è dimenticata di avere una madre e di esserlo a sua volta. Anche David è venuto. Se ne sta in disparte, lontano dalla moglie e dalle figlie che fanno finta di non accorgersi di lui. Soprattutto Illa che si guarda intorno con l'aria smarrita, aggrappata alla gonna della sorella. Adah, la mia dolce bambina cresciuta troppo in fretta. Ora tocca a lei prendersi cura della più piccola di casa, leggera e fragile come una farfalla appena venuta al mondo. Sorride ed è un sorriso tirato, di chi vorrebbe essere da tutt'altra parte fuorché in questa stanza oblunga piena di gente stipata intorno alla bara come fiammiferi in una scatola. Alcuni piangono e si portano il fazzoletto agli occhi, alcuni sospirano e si danno coraggio l'uno all'altro con una stretta di mano. Altri bisbigliano sottovoce, scambiandosi occhiate curiose. Tutta gente che non vedevo da anni, che non sentivo da anni, accorsa appena ha saputo, come gli avvoltoi. Adah è d'accordo con me. Glielo leggo negli occhi. Conosco bene quel lampo. Le si aggrottano sempre le sopracciglia quando è in difficoltà. Le parole sono come frecce, escono fuori solo al momento opportuno, e forse non è ancora arrivato. Lo capisco dal modo in cui stiracchia il foglio e si passa la penna tra le dita, prima di infilarsela in bocca e mordicchiarla come se fosse un lecca-lecca, con quell'aria assorta che la contraddistingueva anche da bambina. So che è un compito difficile, ma è l'unica che possa farlo. Nessuno è più degno di lei di fare da shoneret e sono certa che lo farà benissimo. È sempre stata più avanti rispetto ai suoi coetanei. Di poche parole, ma giuste e adatte a ogni occasione, pronunciate con la chiarezza di un adulto. Adah mi conosce meglio di chiunque altro, come conosco io lei. Ci basta uno sguardo per capirci, tanto è forte la nostra intesa. Non ho un rapporto simile con nessuno della famiglia, nemmeno con Noa. Adah è diversa persino da Illa, con cui ha in comune soltanto la sensibilità e la perspicacia, due tratti che hanno ereditato da me e dai miei antenati. Per il resto sono come fuoco e acqua, giorno e notte. Adah è coraggiosa e porta sulle spalle il peso della famiglia. A soli dieci anni aveva imparato a cucinare e a rassettare la casa, dopo l'abbandono del padre. Illa, invece, ha paura anche della sua stessa ombra, ma può contare su un grande alleato: il suo sorriso. Alla sua età, la vita è soltanto un gioco le cui regole deve ancora imparare. Accarezzato dalla luce soffusa di una candela, che mette in risalto le pecche intorno al naso, il volto di Adah, contorto dal dolore, tradisce non solo la sofferenza del momento, ma anche la sua voglia di solitudine. Si sente un'estranea in mezzo a tutta questa gente, e se potesse li manderebbe via uno a uno, inclusi Noa e David. Se dipendesse da lei, saremmo in questa stanza solo in tre. Pochi, ma intimi. La testa di Adah si china da un lato, mentre le sue labbra si allargano all'improvviso e gli occhi diventano tutt'uno con la fiammella. Le parole saltano sul foglio in piroette e ghirigori, seguite dal clap-clap di mani di Illa. Le mie piccole, grandi, donne. Sono così fiera di loro. Apro la bocca per dirglielo, ma esce soltanto aria. Un soffio prima che tutto intorno a noi diventi buio. Il suono della voce di Adah riempie gli spazi di luce assente. «Da domani non sarà più la stessa cosa senza di te, Ruth.»
  3. Emy

    [Sfida 29] Dr. Ruttamore

    Grazie di cuore, @Ton, troppo buono! Il comico non è proprio il mio genere, ma ho cercato di essere fedele a un tipo di comicità che piace a me e il testo che ne è venuto fuori, nelle sue sottigliezze e nell'ironia, un po' mi rappresenta. Grazie ancora!
  4. Emy

    [Sfida 29] Dr. Ruttamore

    Vorrei dirti che è così, ma è la solita lotta con le doppie a farmi fare scelte impopolari l'ho omesso di proposito. No, intendevo proprio uno stralcio di prove. Non so è un'espressione datata, ma l'avevo letto da più parti, tant'è che straccio mi giunge nuovo. Comunque mi hai insegnato qualcosa che non sapevo, grazie! non ci avevo pensato, credo che tu abbia ragione. questa espressione non la capisco . O volevi forse dire: come un pistillo appena sbocciato? Il pupillo nel senso di scolaro. Bocciato a scuola, insomma. Una di quelle eccezioni che non capisco. forse meglio questa, grazie! Sempre! Grazie per il tuo tempo e per il passaggio gradito. A presto, Mariangela!
  5. Emy

    [Off Topic] Telecronaca delle Sfide

    Ciao, boss! (Quanto mi è mancato dirlo! ) Bacchettaci pure, non ne vedo l'ora! Mi sono mancate anche le tue critiche! A presto, @Niko! Mascalzone! Già mi hai costretto a uscire dalla mia zona confort, facendomi fare le notti insonne, osi pure a darmi colpe che non ho (e per la cronaca io al massimo rutto ), e mi imiti pure! (sono l'unica che può sdoppiare le doppie, qui! )
  6. Emy

    [Sfida 28] In fuga dalle ombre

    Ciao, @queffe! Scusami se rispondo solo ora. Avevo letto subito il commento, ma volevo dare la precedenza alla sfida con Edu. Me lo dicono spesso, però ammetto che non faccio molto caso alle rime. Se capita sono del tutto involontarie. Devo dire però che ho letto il tuo commento mentre scrivevo il comico per la sfida con Edu e mi sono censurata in più riprese proprio per le rime. Forse questa volta ho imparato la lezione. Non so. Ci devo riflettere. Il fumo l'ho scelto anche per il motivo che citi, perché lei in qualche modo ha rimosso i ricordi per una sorta di auto-protezione. La parola nebbia non mi convince molto, però potresti avere ragione. Fumoso, invece, potrebbe essere la giusta soluzione. Non devo perdonarti nulla. Scherzi! Certe abitudini muoiono difficilmente, ahimè, ma non è solo questo. Le metafore mi sono sempre piaciute. So che rischio di sembrare banale (anche se rileggendomi non ho avuto quella sensazione), e spesso non sono nemmeno in grado di rendermene conto perché certe immagini sono radicate profondamente in me. Vorrei, te l'ho detto in passato, avere un campanello d'allarme che suona ogni volta che mi vengono in mente parole "proibite", però quando scrivo l'istinto prevale sulla ragione. No so, poi, quanto, effettivamente, una bambina possa parlare per immagini, ma lì per lì mi è sembrato plausibile proprio perché c'è una distanza temporale. Sai cosa voglio dirti, vero? Mi sono fatta una tiratina di orecchie da sola, considera di avermi sgridata a dovere! (quella, forse, è una delle mie metafore preferite ) Interessante osservazione. Ti spiego il perché della scelta, forse poco felice, non so. Per come la vedevo, lei si era imposta di scordare le cose del passato, ed è come se avesse scelto di mettere le catene. Per questo ho scritto che non servono, essendo un suo pensiero e riguarda l'utilità delle catene. Francamente, non credevo fosse così confuso, ma forse pretendo troppo dai lettori, o forse mi sono espressa male anche se non mi sembrava. In ogni caso, scusami. No, non c'è nessuna gemella. Semplicemente si riferisce alla parte infantile di se stessa, per questo ho scritto quando entrambe avevate solo otto anni, e quindi sì, c'è uno sdoppiamento. Scappate in due, invece, si riferiva a Nina e alla madre. In realtà, era una frase ironica, e il miracolo non si riferiva alla guarigione quanto alla volontà che Nina doveva ritrovare in se stessa per iniziare a schiarire il buio intorno ai suoi ricordi. Accolgo l'osservazione, qualche problema con verosimiglianza c'è. Avrei dovuto riflettere di più a questo proposito. Non so, sai che non amo svelare tutto subito. Probabilmente questa costruzione disorienta, ma se si segue la storia con attenzione, i nodi alla fine vengono sempre al pettine. Avrei potuto alternare di più i ricordi del passato con le sessioni del presente, però con il limite degli 8000 forse avrei dovuto sacrificare qualcosa. Sicuramente in uno spazio più ampio sarebbe stato più chiaro. Chissà, forse più avanti potrei farne un racconto lungo. Ci penserò. A questa cosa, ti confesso, non ci avevo proprio pensato! Ottima osservazione, grazie! Grazie di cuore, Luca. E soprattutto per i rilievi che mi fanno capire a che punto sono e quanto ancora devo lavorare sulle frasi fatte che rimangono il mio nemico subconscio da estirpare assolutamente. A rileggerci!
  7. Emy

    [Sfida 28] In fuga dalle ombre

    genere: mainstream sfidante: @Marcello arbitro: @Kikki tema: fuga boa: uno dei protagonisti deve avere meno di 10 anni commento Della notte in cui tentammo di fuggire, come due ladre e senza farlo sapere a nessuno, conservo solo un pezzo di carta con un indirizzo scarabocchiato in fretta, di un posto sicuro in cui nascondermi in caso di necessità, e un peluche unto e consunto da cui non mi separavo mai. Il resto è soltanto fumo: oscura non solo i pensieri ma anche i ricordi, rendendomi vulnerabile agli occhi della gente. L'ultima immagine ripescata dalla memoria, prima di precipitare nell'oscurità, mi vede accovacciata nel corridoio, le orecchie tappate con le mani in attesa che passi la tempesta. Nonostante la pelle attutisca i suoni, sento le loro grida provenire dalla cucina e lo stridore delle sedie che graffiano il pavimento e poi cadono con un tonfo. Mi dondolo avanti e indietro, sulla bocca una preghiera confusa e muta. Avrei voglia di urlare smettetela, vi prego, e invece taccio e scappo in camera mia. Scappi ieri. Scappi oggi. Scappi domani. È la legge che governa la vita di chi si nutre del buio e respinge la luce anche quando la vede in fondo al tunnel. Le catene, però, non servono a nulla. Devi romperle se vuoi recuperare il rapporto con la parte infantile che ti tira per la manica, cercando invano di avere l'attenzione. Non l'ascolti. Per paura o per vigliaccheria, o più semplicemente per non essere capace di abbattere le sue stesse barriere, costruite per proteggervi dal male quando entrambe avevate soltanto otto anni. Della notte in cui tentammo la fuga so poco o niente — tutti i dettagli sentiti in giro e per caso —, perché in famiglia non ne hanno mai voluto parlare e dopo qualche tempo ho smesso di insistere. Qualunque trauma abbia vissuto, la piccola me non mi permette di scoprirlo e il nocciolo sta proprio lì, in quella partenza improvvisa che ci ha costato entrambe l'oblio, allontanandoci per sempre l'una dall'altra. Nina, sei tu l'artefice di quel buio e solo tu potrai illuminare il cammino. Siamo già alla terza seduta e il miracolo di cui la psicologa parla non è ancora avvenuto. Ricordo bene invece, e con un'insolita lucidità, giorni prima della tentata fuga, soprattutto quell'incessante tic-toc, tic-toc dell'orologio che mi martellava le orecchie mentre appoggiata allo stipite, con il peluche penzolante dalla mano, osservavo mia madre di nascosto. Era seduta in cucina, con lo sguardo perso chissà dove e l'ennesima sigaretta tra le dita, il volto seminascosto da nuvoloni di fumo. Non sapeva della mia abitudine di alzarmi di notte, per controllare se papà fosse rientrato da uno dei suoi giri interminabili, né di averla vista spesso piangere, rimanendo bloccata anche quando volevo correre ad abbracciarla forte e dirle, come faceva lei con me se mi svegliavo preda degli incubi, andrà tutto bene, mamma. Purtroppo le cose andavano di male in peggio. Le pareti vibravano di continuo di parole brutte che disturbavano il sonno e mi rendevano inquieta. Al mattino vedevo i lividi neri sotto i suoi occhi e le labbra sanguinanti che cercava inutilmente di mascherare con il trucco. Di sera udivo i suoi singhiozzi. Mi arrabbiavo con lei perché minimizzava sempre. Lo faceva per proteggermi, eppure sono finita lo stesso sotto tiro. Ne siamo finite entrambe, solo che io ne sono uscita viva e lei no. Sarebbe stato meglio se non fossi sopravvissuta, ma lo sono davvero? In apparenza, forse. Anche se il corpo si muove ancora e il respiro c'è, la mente non dà segni di vita, intrappolata tra due mondi: il conscio e il subconscio. Il presente e il passato. «Nina, è sicura di volerlo fare?» «Non c'è un'altra soluzione, temo.» «Potrebbe essere doloroso.» «Più doloroso di così, dottoressa? Correrò il rischio.» «Procedo allora?» «Sì.» «Bene. Chiuda gli occhi e faccia un respiro profondo. Ancora uno. Non abbia paura. È in un ambiente sicuro e protetto, dove non le accadrà nulla di male. Respiri. Un respiro profondo. Si rilassi e si lasci andare. Conterò fino a cinque — 1, 2, 3, 4, 5 —, e comincerà a sentirsi sempre più piccola. Una bambina di otto anni. Dove si trova?» «A casa.» «A casa… bene. Dove?» «Nella mia stanza.» «E cosa fa?» «Sono nel mio letto. Faccio finta di dormire e stringo forte la coperta.» «E perché lo fa?» «Ho paura del buio.» «Solo del buio?» «No. Ho paura che succede qualcosa di brutto.» «A chi?» «A mamma, e anche a papà.» «Perché dice questo?» «Stanno litigando. Non mi piacciono le urla.» «Li sente ancora?» «Non tanto come prima. Ma ho lo stesso paura.» «E adesso cosa fa?» «Conto fino a cento e prego che papà non colpisce la mamma.» La voce della psicologa diventa sempre più lontana, fino a scomparire del tutto, lasciando il posto a un silenzio assordante. La stanza è buia e fredda. La porta si spalanca ed entra la mamma ansimando. Accende la luce e io riemergo pian piano da sotto la coperta solo quando chiama il mio nome per la seconda volta. Il sangue le cola dalla tempia sinistra e l'occhio è gonfio e nero. Che cosa hai fatto?, chiedo con il filo di voce e lei fa un cenno con la mano, come per dire niente di che, per aggiungere dopo sono caduta in cucina, non ti preoccupare. La seguo sconcertata mentre apre l'armadio e comincia a tirare fuori con frenesia i miei vestiti. Nina, dove è la valigia? Si accovaccia e tocca il fondo con la mano, poi prende una grossa borsa con la cerniera. La riempie alla rinfusa e chiude in un lampo. Vestiti, mi butta addosso una tuta colorata e corre in corridoio a prendere le scarpe di tennis che getta ai miei piedi. Sbrigati!, grida all'uscio, mentre mi infilo una gamba nei pantaloni della tuta saltellando su un piede. In meno di due minuti sono pronta e vado a cercarla. Mamma, la chiamo, dove sei?, in cucina, risponde. Una volta dentro, mi fa un cenno con il dito di non parlare e mi accarezza i capelli, poi rincorre con la mano la forma del viso, per soffermarsi infine sulla guancia. Mi fa un buffetto sorridendo per la prima volta. Dalla stanza giungono dei colpi, seguiti da una voce che ripete come un disco rotto dove sei puttana, se ti trovo, ti ammazzo. La mamma mi tappa le orecchie con le mani, ma non so perché mi viene naturale di dimenarmi. Sono così arrabbiata con lui che vorrei gridargli di smettere subito con le parolacce. E invece taccio — ho sempre taciuto e rare volte l'ho persino difeso —, e lascio che le braccia della mamma si stringono intorno a me, soffocando sul nascere l'urlo. Piangi, piangi pure se vuoi, mi sussurra con l'affetto, e mi culla dolcemente. Anche se solo per un attimo, il tempo si ferma e spazza via la paura. Dobbiamo andare, dice la mamma sciogliendosi dall'abbraccio e prende le nostre valigie. Siamo al portone quando mi accorgo che manca Lilly, il mio preferito orsacchiotto di peluche. Aspettami qui, te lo porto io. Prima di mettere in moto quel catorcio di mio padre — che singhiozza a lungo minacciando di lasciarci a piedi —, apre il palmo della mia mano e vi rinchiude un foglio appallottolato. Dovesse capitarmi qualcosa, vai a quell'indirizzo e chiedi aiuto, capito, Nina? Annuisco in silenzio mentre la macchina parte e la mamma, dopo aver dato un'occhiata al retrovisore, appena usciti in strada, impreca a voce alta sbattendo sul volante, cazzo, cazzo, cazzo. Si gira verso di me e grida abbassati. Confusa, obbedisco e mi copro la testa con le mani. Spari. I vetri si infrangono. Ci sono frammenti dappertutto. Nei capelli della mamma, sulle sue spalle, sul sedili. Mamma, svegliati, mamma, grido, ma lei non risponde. Un uomo dalla maglia sporca apre la portiera e mi chiama per nome. Nina, amore, dice, esci fuori. Lo sguardo, velato di lacrime, fatica a mettere a fuoco il volto. Riconosco, però, la voce e non mi piace. Non mi piace per niente. Un'ultima lacrima scivola lungo la guancia prima che tutto diventi un'enorme distesa nera. Una voce da lontano, che conta fino a cinque, mi riporta alla realtà. Il buio c'è sempre, ma non fa più paura.
  8. Sono nata in un paese comunista, la Jugoslavia. Entrambi i miei nonni erano membri del partito e allo stesso tempo credenti a modo loro, anche se di nascosto, e credo per di più sotto la buona influenza delle consorti. Non andavano in chiesa, tranne in occasione in cui ho iniziato a camminare a quattro anni. Le chiese, nella mia adolescenza, le ho viste solo in gita scolastica. Caduto il regime, molta gente ha iniziato a frequentarle senza nemmeno sapere come comportarsi. Qualche anno fa ho scoperto di essere battezzata, per il volere della mia bisnonna (ho però, curioso, un nome musulmano per via di un poema bosniaco), ma i miei genitori, anche se rispettavano le tradizioni (abbiamo sempre festeggiato Natale e Pasqua, sono nata il giorno legato alla Vergine Maria, e ho iniziato a camminare - in famiglia l'hanno sempre considerato un miracolo -, il giorno dell'apparizione di Gesù secondo il calendario ortodosso), non andavano in chiesa. Mia madre non è una credente, o meglio crede che ci sia qualcosa di più grande di noi, ma non è praticante. La prima preghiera me l'hanno insegnato i miei cugini, mia zia materna si è sposata in una famiglia molto religiosa, e ho preso una tale ramanzina da mia mamma, quando una sera mi ha visto dire Padre nostro prima di coricarmi, che ricordo ancora. A quarant'anni, oggi, piuttosto che religiosa, mi considero spirituale. Pratico meditazione e per certi aspetti mi ritrovo più nel buddismo che nel cristianesimo. rispetto le mie radici, la fede ortodossa seppur non frequento chiesa (i miei nonni comunisti ce l'avevano più con i preti e la chiesa che con la fede in sé), prego a modo mio (l'ho fatto persino in una moschea di Istanbul), ho amici di tutte le religioni, per un periodo di anni, da studentessa a Gorizia, ho vissuto in un convitto cattolico (le suore volevano farmi diventare cattolica, ma è un'altra storia ). Dove mi colloco? Sulla scala 70-80.
  9. Emy

    Guanto di Sfida

  10. Emy

    L'incubo (revisionato)

    Ciao @queffe! Bentrovato. Quale migliore occasione di restituirti la visita di quella per postare proprio in Penna e spada? C'ero anch'io a quell'edizione di Notte nero, ma stranamente non ricordavo il racconto originale. Sono passati quasi quattro anni! Sono andata però a ripescarlo, giusto per rinfrescarmi la memoria. Bell'incipit! È sicuramente una questione dei gusti, però secondo me i pronomi, quando non sono proprio necessari, vadano usati con il contagocce. Eliminerei perciò il primo mi. Sono nascosto regge benissimo lo stesso. Poi un'osservazione, che all'epoca non ti ho fatto per le tempistiche del contest, ma ora mi viene spontanea. Nella frase in apertura dici che apri gli occhi nel buio. Per me, quando uno dice buio, vuol dire che ha la vista abbastanza limitata, eppure sembra che lui veda cosa c'è intorno a lui. Subito dopo, infatti, dici che sta nella penombra, ma allora non è proprio nel buio. Non si muove, per capirci, da una zona buia a una zona dove filtra un po' di luce, quindi mi sembra contraddittorio. Secondo me potresti iniziare con un semplice: Apro gli occhi. Così eviti anche la ripetizione della parola buio (lo so, sono fissata ). Così, nella forma di inciso, mi suona maluccio. Ti proporrei una leggera modifica, poi vedi tu: Un gemito mi sfugge. No!, penso. Scusa se ritorno all'intero passaggio. Non discuto l'esigenza di andare a capo, anche se per me le immagini creano delle scene e spesso non averto la stessa necessità dell'autore. Qui quello che mi disturba è il ritmo sincopato: ta-ta-ta. Per farti capire, mi sembra di leggere un haiku. Certo, si tratta sicuramente di gusti, però vedrei meglio una diversa distribuzione delle parole. Se fosse un testo mio, scriverei per esempio: Richiudo gli occhi, scosso da un tremito che non so controllare; un gemito mi sfugge. Non ora, penso. Prima cosa, non abuserei, se non tanto necessari, dei punti di sospensione. Seconda, il passaggio sottolineato non mi è del tutto chiaro. All'inizio dice che lui urla, per me è il momento è quello lì, qualcosa che non è pronto ad ascoltare. Ma poi dice che non ha capito. Perché usa il passato semplice? Ho immaginato che l'azione del parlare è ancora in corso, quindi mi suona meglio non capisco, però da quel sarebbe stato si presuppone che è accaduto tempo prima. Non trovo coerente il passaggio dal presente al passato, ecco. Mi suona meglio al presente: e se io non vedo lui, lui non può vedere me. Questo passaggio mi ha incuriosito. Tutto il racconto è impostato sulle sensazioni, che passano attraverso l'udito. Lui è più una presenza sensoriale che visiva, eppure non vuole vederlo. Per un attimo ho pensato persino che questa presenza non al meglio definita si possa insinuare nella sua mente. Questa parte per me si potrebbe eliminare, nel senso che è una spiegazione più per il lettore. Il loop che la voce narrante rivive con l'incubo che si ripete basta per incuriosire, e lascia a chi legge la possibilità di farsi un'idea. Non me ne volere, Luca, ma eliminerei anche gli asterischi (so che alla gente piace, però mi irritano ). Lo spazio vuoto è sufficiente. Non so, potrei sbagliarmi, però seconde me qui la virgola non ci va. Prima dici raggiungono, ma non per questo, rendo lo stesso, ed è anche più incisivo, è il momento di affrontarci. Potresti mettere: non ce n'è più. ma so che nemmeno l'oscurità può più accogliermi, mi suona meglio così. giusto per evitare lo scontro delle ci, proporrei di invertire: ci alziamo di scatto e ci afferriamo Finite le pulci, molte delle quali fanno parte di un gusto personale, devo dire che il racconto mi ha suscitato le stesse impressioni positive dell'altra volta. Il senso d'inquietudine si avverte sin dal paragrafo iniziale e la tensione, che tiene incollato il lettore alla storia, è alta fino alla fine. Non solo le immagini, e neanche la ripetitività dell'incubo, ma anche le domande che si fa, contribuiscono ad accrescere la curiosità e nemmeno arrivati al finale si ha la certezza chi sia lui. Ti dico quello che penso. Se alla prima lettura avevo l'impressione che l'uomo stesse affrontando se stesso e le proprie paure nell'incubo, a un certo punto mi sono convinta che lui fosse il Diavolo, forse per la frase in chiusura. Ricordo che avevo anche all'epoca una sensazione simile. Ottimo stile come sempre, e il ritmo tipico del genere. Fa paura, ma anche riflettere sulla condizione umana. Un bel pezzo. Piaciuto anche nelle vesti rinnovate! A rileggerci.
  11. Da me da domani c'è l'obbligo di indossare la mascherina per fare la spesa. Hanno bandito la sciarpa. L'uomo nero con cui spaventare i bambini gli si addice meglio come ruolo. Al di là della situazione attuale, quello lì e i suoi simili sono perennemente in campagna elettorale. Solo che la gente ha prosciutto sugli occhi e non se ne rende conto. È così da sempre eppure c'è sempre qualcuno che abbocca.
  12. Emy

    Compleanni nel WD

    @Ospite Rica tantissimi auguri, cara Fede!
  13. Emy

    Mezzogiorno d'inchiostro 135 - Topic ufficiale

    Complimenti ancora ai prossimi giudici @Lo scrittore incolore e @Macleo! Spero che mi pensi con affetto (anch'io ogni tanto ti maledico ) p.s. Se ti consola, sono ferma all'incipit (circa 520 caratteri) da due giorni.
  14. Emy

    L'editoria ai tempi del Coronavirus

    Tipo quelle tramite Change.org? Non è male come idea. La domanda è: basterà? Non so quanto possa funzionare, o meglio quanta reale influenza possa avere sul governo. Per il resto il mio appoggio, e anche la firma, ce l'hai.
  15. Emy

    Mezzogiorno d'inchiostro 135 - Topic ufficiale

    Mi sono immedesimata nei tuoi scritti. Serve a qualcosa spiare e analizzare il nemico.
  16. Emy

    Richieste cancellazioni Racconti, Poesie o Storie

    Anche se sono solo due, devi mettere link dei racconti. È la procedura (e così risparmi il tempo allo staff che altrimenti deve andare a ripescarli).
  17. Emy

    Mezzogiorno d'inchiostro 135 - Topic ufficiale

    Quando mai mi sono persa un CP? @Anglares, dovresti conoscermi! Mi sono congedata dai MIisti, non dai contest. E prima ho una sfida da disputare con il conte @Edu e non ho ancora iniziato a scrivere, quindi i versi per il momento possono attendere.
  18. Emy

    Mezzogiorno d'inchiostro 135 - Topic ufficiale

    Complimenti a @Lo scrittore incolore (strameritato) e a tutto il resto del podio. Grazie per chi ci a votato, ai giudici per le bellissime tracce , ai compagni d'avventura per le piacevoli letture , a @Ton che mi ha seguito in questa follia , ad @Anglares per aver condotto le danze a meraviglia. Ci si rivede fra qualche settimana quando riprenderà il MI.
  19. Emy

    [MI 135] Andiamo a scuola

    Ciao, @ivalibri. Bentrovata! Sei stata molto brava a immedesimarti nel ruolo di adolescenti e a trasmettere quella che io chiamo energia repressa causata da questo fermo imposto. Anche l'atmosfera della notte è palpabile, così come l'eccitazione dei due amici e una cosa che in tempi normali sarebbe da considerare una bravata, diventa una boccata d'aria indispensabile. Grazie per la piacevole lettura!
  20. Emy

    Loca [revisionato]

    commento "¡Si yo no hiciera al menos una locura por año, me volvería loco!" Vicente Huidobro Il tavolo in cucina è in disordine: briciole di pane sparse qua e là, un mucchio di fazzoletti sporchi, la tazza di caffè semivuota, una rivista di gossip aperta sulla foto di una coppia stretta in un tenero abbraccio. Con un gesto brusco spazzo via tutto e mi dondolo sulla sedia come un'ossessa. Per l'ennesima volta al giorno, il suono del telefono squarcia il silenzio. La notizia si è diffusa come una macchia d'olio. Tutti vogliono sapere come sto. Rispondo a monosillabi, tra singhiozzi e sospiri e una voglia matta di urlare. Marco: alto, biondo, palestrato. Mi ha mollata a una settimana dalle nozze per una mora dalla quarta di seno. La vita è una merda, baby. No hard feelings. Fabrizio: capelli castani corti, sorriso smagliante. L'ho sorpreso a letto con la segretaria, una falsa bionda con il cervello da gallina. Non ha significato nulla per me. Ti amo. Dario: moro, occhi azzurri, sensibile. Credevo fosse quello giusto, fino a quando non ha scoperto che sono rimasta incinta. Sicura che è mio? Chissà con quanti altri hai fatto sesso! Speravo di realizzarmi almeno nel ruolo di madre. Un altro sogno svanito in un lago di sangue. Ora quel mascalzone sta per convolare a nozze con una riccona platinata che lo renderà presto padre per la prima volta. Sono una donna fallita, su tutti i fronti. La tv trasmette le immagini di uomini dal fisico prestante che ammiccano alla camera. Mi desto dalla dormiveglia e strabuzzo gli occhi. Ti senti sola? Il marito ti trascura? Ti tradisce? Chiama 899.899.165 e incontra un nostro esperto di cuori infranti. Lo sguardo è incollato allo schermo mentre le dita si allungano sul telefono come i tentacoli di un animale che brama la sua preda; il pollice compone il numero in sovrimpressione. Dopo un paio di squilli, ancor prima che possa cambiare idea e pentirmi per il gesto affrettato, mi risponde una voce femminile dall'accento straniero. Lei parla, io ascolto. Apro la bocca solo per confermare l'appuntamento e annoto mentalmente l'indirizzo dell'agenzia: via delle Monache 23. Il taxi si ferma davanti a un palazzo antico. Pago, esco, e mi stringo nel mantello scuro guardandomi intorno. All'ora di cena la gente di solito sta a casa, ma la città è piccola e le vecchiette sempre a caccia di pettegolezzi. Spingo il portone e salgo le scale a chiocciola, le dita avvinghiate al corrimano, il fiato corto. Prima di suonare alla porta, traggo un respiro profondo. Mi attende una donna sulla cinquantina, di bell'aspetto e con una parlantina che non mi è nuova. Ci siamo sentite ieri, conferma sulla strada per l'ufficio. Appena accomodata sulla sedia, mi porge il catalogo. «Ha delle preferenze? Ne abbiamo di tutti i tipi. Guardi qui.» Nego con la testa. «A dire il vero, no.» «Se posso dare un consiglio, scelga questo... — picchietta su una foto in bianco in nero strizzando un'occhio — Non solo muscoli, anche cervello! Taaaanto cervello!» L'immagine ritrae un tipo giovane dai capelli scuri, con uno sguardo magnetico e un sorriso accattivante. Arriccio le labbra. Sembra appena uscito da una telenovela sudamericana. «È perfetto!» esclamo con convinzione, sorpresa dalla sicurezza nella mia voce. «Ottima scelta. Per quando le serve?» «Qua... qua... quando?» «È fondamentale. Abbiamo diverse tariffe. Dipende dall'occasione.» «È un'occasione speciale. Mooolto speciale.» L'uomo del catalogo mi attende nella hall dell'hotel "Regina", nel suo smoking nero e con in mano una rosa rossa. Un inchino. Un baciamano. Ho le guance in fiamma. «Posso offrirti da bere, chiquita?» dice con una voce suadente e mi fa un occhiolino. Si chiama Ramón, un nome di fantasia suppongo. Non cammina, vola. Gli sguardi della gente — e anche il mio — sono rapiti dall'energia che emana. Lo seguo in uno stato di perenne agitazione: impaurita e al contempo affascinata. Mi accomodo sullo sgabello e accavallo le gambe. Lui fa lo stesso senza mai perdermi di vista. Ho bisogno di un drink forte. «Un whisky!» «Dos!» esclama Ramón, le labbra carnose distese in un sorriso seducente. Svuoto il bicchiere d'un fiato. Poi ne ordino un altro. Non faccio nulla di male. E un altro ancora. Voglio solo vedere la faccia del bastardo quando... Non immaginavo che sarei scesa così in basso. Pagare uno sconosciuto per accompagnarmi a una festa a cui non sono stata nemmeno invitata. Volerci andare a ogni costo è una follia. In fondo, Dario non significa più nulla per me. Eppure, non posso negarlo, soffro. Nuda davanti allo specchio, in mano un paio di forbici. Ciocca dopo ciocca mi libero della vecchia me, sprizzando di gioia. Poi mi fermo, m'accarezzo il ventre piatto. Una lacrima scava la guancia. Un urlo si leva dal petto. Scivolo in ginocchio. Mi copro la testa con le braccia. Singhiozzo. A lungo. Poi mi alzo e mi guardo intorno. Prendo dallo schienale una sottoveste di pizzo nero. La indosso e sollevo uno dei cuscini colorati sparpagliati per terra. Lo appoggio contro il cuore. Accarezzo per qualche instante il tessuto morbido. Poi faccio una prova. Salto e mi giro più volte su me stessa. Non cade. Mi guardo di nuovo allo specchio. Una risata echeggia per la stanza. Sono pronta per chiudere quel capitolo nefasto della mia vita. L'hanno denominato il matrimonio dell'anno. Anzi, del secolo. La sposa, con un pancione enorme, trotterella sulla pista da ballo sorretta dal padre, un noto industriale. Lo sposo, un uomo gentile dai modi raffinati, l'aspetta sorridendo, una mano tesa verso lei. Sono solo una goccia nel mare di tanti ospiti che appena si accorgono di me smettono di ballare e mi fissano increduli. Cammino a testa alta, con Rámon al mio fianco, scansando gli sguardi curiosi. Un mormorio si alza alle mie spalle. «Che coraggio!» «Ma è davvero quella sciagurata che lo voleva incastrare?» «Vestirsi di bianco! È di pessimo gusto!» «Com'è grassa! La depressione porta ad abbuffarsi a dismisura!» «Non la ricordavo bionda!» «Nemmeno io!» Mi appello a tutte le forze nel corpo per non scoppiare a piangere. Dalla vergogna. Dalla rabbia. Le dita di Ramón mi accarezzano le labbra, un sussurro dolce mi sfiora il lobo dell'orecchio. «Bailamos, preciosa?» Poi a voce alta, in modo da farsi sentire dal gruppo di pettegole. «Amore mio, balliamo?» Mi trascina sulla pista con disinvoltura: occhi negli occhi, mano nella mano. Non posso fare altro che lasciarmi guidare, leggera come una piuma. Sento gli sguardi dei presenti posarsi su di noi, soprattutto quello di Dario il cui volto si contorce dallo stupore quando mi riconosce. Sorrido compiaciuta e appoggio la testa sulla spalla di Ramón. L'orchestra cessa di suonare e un applauso tiepido scoppia in sala. Dario mi afferra per il polso e mi trascina in un angolo. «Che cosa ci fai qui?» La voce rauca, gli occhi fuori dalle orbite. «Letizia! Ti ho fatto una domanda! Madonna, come ti sei conciata?» Ora o mai più. «Sono venuta a festeggiare con te la tua nuova vita! Non sei contento di vedermi? Manca poco sai? Papppino!» miagolo. Gli prendo una mano e la appoggio sul finto ventre prorompente. «Tocca! È il sangue del tuo sangue che abbiamo tanto voluto. Soprattutto tu, papppino!» «Che cosa stai dicendo? Tu sei pazza! Chiamo subito la sicurezza!» grida Dario allontanandosi a grandi falcate. «Dove vai, codardo? Torna qui! È il tuo figlio! Tuo figlio!» Lo inseguo urlando a mia volta e nel tentativo di raggiungerlo, inciampo e cado a terra. Gli occhi sputano le lacrime nere, una bava bianca colla ai lati della bocca. Strappo da sotto il vestito bianco un cuscino rosso e lo cullo a lungo tra le braccia, prima di stringerlo al petto un'ultima volta. Dalla folla che si è formata intorno, una voce si fa largo e mi riporta alla realtà. «Italiana loca…» In tutta risposta sorrido, finalmente libera.
  21. Emy

    Premio Dea Planeta [29/02/2020]

    Nemmeno io. Non è che avessi chissà quante aspettative, quindi va bene così.
  22. Emy

    [MI 135] L’ULTIMA CASA

    @INTES MK-69 ciao, Mirko. Bentrovato. Non ricordo di averti mai letto nella veste di narratore, forse perché ci incrociamo solo tra i versi. O forse me ne sono scordata. Io qui andrei a capo, con le domande che fai al lettore nel paragrafo successivo. So che è una questione di gusti, però spezzerei la prima frase, così: Non c'è notte, non c'è giorno. Il sole è una palla scura che risveglia solo le ombre in questa città di cemento e asfalto e persiane spampanate. Non mi convince la scelta di usare il passato semplice. Io direi piuttosto: Mi rifugio sempre nel verde quando la vita diventa insopportabile. Toglierei il pronome, non serve. a uscire, la d eufonica si mette solo con due vocali uguali sta, refuso metterei una virgola dopo la parentesi Eliminerei mi, non mi suona bene. dell'aspetto, refuso via anche (ne hai già usato uno nella stessa frase) Manca un punto finale. Non ti segnalo l'intero dialogo per non appesantire il commento. Ma la punteggiatura ci vuole anche in chiusura. Mi sono piaciute molto le prime due parti del racconto, soprattutto quella iniziale peer l'atmosfera che hai creato. Un po' meno il dialogo con il psicologo e il finale moraleggiante. Il dialogo, per capirci è troppo lungo e potresti renderlo meno spiegone e più naturale. Nel complesso, però, una buona prova. A rileggerci!
  23. Condivido il tuo pensiero. Come si dice dalle mie parti, in questo modo a queste persone si fa favore dell'asino. Però sono anche dell'opinione che non si può far pagare a tutti gli studenti per un gruppo di pochi. Perdere l'anno vuol dire rifare tutto daccapo, ma francamente non ha senso. Sarò forse impopolare, ma è la vita che poi farà avanti a chi se lo merita - almeno dovrebbe essere così - perché per quanto uno sia facilitato evitando la bocciatura, non può comprare con nessun diploma una cosa fondamentale: educazione.
  24. Emy

    [MI135] Non so scrivere con la luce accesa

    @Lo scrittore incolore grazie di cuore, Inc!
  25. Emy

    [MI135] Non so scrivere con la luce accesa

    Bravo. Così il trono rimane solo mio. Mica potevo scriverlo a lettere cubitali. Lo spoiler a cosa serve sennò?
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