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michele lamacchia

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  1. La leggenda narra che, un tempo, uomini e polpi vivevano insieme su una terra paradisiaca: a Bari. Laggiù gli abbracci erano tentacolari e i succhiotti a ventosa. Ma un brutto giorno, accadde qualcosa che cambiò completamente la cultura di quei luoghi, mutando per sempre, fino ad oggi, il clima di rispetto e condivisione di amore tra le due specie. Un giovane pescatore e un vigoroso polpo adulto si innamorarono della stessa femmina (non sappiamo se ragazza o polpo: gli uomini hanno sempre sostenuto si trattasse di una splendida fanciulla, i polpi invece no). All’epoca i polpi non erano come li conosciamo noi: erano alti due metri e vestivano di pelle di squalo per nuotare più velocemente. I due ingaggiarono una furiosa lotta che durò per sette giorni e sette notti, durante la quale il giovane pescatore, costretto in acqua per tutto quel tempo, rischiò danni permanenti alle dita di mani e piedi, che si erano fatte tutte come alla morte. In compenso, invece, il polpo aveva mostrato la sua abilità nel farsi ricrescere i tentacoli dopo che quell’altro glieli colpiva con un coltello, mentre il ragazzo non era capace nemmeno di farsi ricrescere i capelli. Il germe dell’invidia e dell’inadeguatezza si insinuò nella specie umana, e la disperazione si appropriò della ragione del giovane che, dal nervoso, tirò un mozzico in testa al polpo: fu l’inizio della fine. Quello, ferito a morte, provò a reagire spruzzando tanto di quell’inchiostro che al ragazzo gli rimase per sempre in faccia e nelle mani. Il polpo agonizzante, con le ultime forze, strinse nelle sue spire il ragazzo che, trascinato sul fondo del mare con i vestiti a brandelli e le braccia bloccate, fu costretto a usare la bocca e a mordere l’animale finché non riuscì ad aprirsi una via d’uscita. Capì che il polpo si poteva mangiare crudo e con gusto, e scappò in superficie dalla sua amata. La ragazza, vedendo arrivare il giovane pescatore tutto inchiostrato e nudo e da solo, subito pianse moltissimo. – Ma io vi amavo entrambi! Solo… in modo diverso! – , disse tra i singhiozzi, ricordando le imprese dell’amante perduto. Il ragazzo, dalla furia cieca per l’invidia e l’inadeguatezza di prima, si rituffò in acqua, prese il corpo del rivale ormai esanime e lo scaraventò con tutte le forze sugli scogli, una dieci, cento volte, finché lui non si fu sfogato e il povero polpo non diventò arricciato e tenero come un fiore. Un poco per amore, un po’ per dispetto, lo porse alla ragazza. – Mange e citt’! – le disse bruscamente. Lei lo trovò molto saporito. Ma gradì anche il polpo. Da quel momento partì un periodo duro e oscurantista dedito allo sterminio della specie rivale, amante delle belle donne, al termine del quale la cattura del polpo a mani nude era diventata ormai un tradizionale rito di passaggio, dall’infanzia all’età adulta. Ancora oggi, i giovani baresi debbono dimostrare le loro capacità saltando tra gli scogli e le acque del mare, cercando di prendere il polpo senza soccombere. Poi devono arricciarlo seguendo le antiche tecniche artigianali dal mozzico in testa, al rovesciamento come la calzetta, allo sbattimento sullo scoglio e con la strascedda, allo schiumaggio nel gallettone. Tuttora, il crudo di mare viene portato in offertorio presso la casa della sposa tutte le domeniche, in ricordo di quegli accadimenti. C’è da dire che il tutto è ormai solo un fatto formale e di costume, perché la specie del polpo, per difendersi e meglio nascondersi, con l’evoluzione è diventata di dimensioni piuttosto contenute. Resiste ancora qualche specie più grande nelle acque del Borneo, di Guinea e Australia, dove però l’accoppiamento col polpo è, di norma, ben tollerato e dove ancora non conoscono la leggenda. La conoscono bene in Giappone, dove l’hanno subito presa come pretesto per inventare il sushi. Prossimamente “Dal riso-patate-e-cozze” alla paella: come la Spagna si è appropriata di una ricetta barese leggendaria, nata dallo scontro furibondo tra tarantini, cinesi e patate, proprio in piazza Mercantile, tra i banchi della verdura.
  2. michele lamacchia

    Pilates: ginnastica o tortura nazi?

    Il trauma alla schiena è una metafora. Puoi rassegnarti all’immobilismo oppure reagire lavorando su zona lombare e addominale. Siccome parti da una condizione di quasi-morto, il buon senso ti suggerisce di iscriverti al corso principianti dove, immagini, troverai dei vecchini che hanno superato indenni la prova antalgica e vorrebbero provare un livello superiore di consapevolezza. N.B.: Si sappia che, alla fine del training, superare i vari livelli di pilates (Elementary, Intermediate, Rambo-advanced) equivale nella realtà ad avanzare nei quadri di Tekken’s History o, più concretamente, alla conquista delle dieci illuminazioni celestiniane. E in effetti quello che trovi all’interno della grande sala gelida, sono delle simpatiche signore dai capelli corti e tinti di biondo cenere, che tra loro va sempre di moda, che danno il cambio a ragazze ormoniche e sudate. È il gelo perché le finestre sono state aperte per fare uscire i miasmi tossici della precedente ora di Super-Step-Mega-Dome, uno sbattimento furioso su di un cubo alto così a ritmo di techno beat, dove esci con il culo di marmo e la rabbia da gladiatore affamato. Una con un tatuaggio a forma di fiore o di teschio mi passa di fianco ringhiando con cattiveria e, mi pare, sputando a terra. Cerco di sistemarmi un po’ indietro, defilato, in modo da non mortificare le signore con le mie prestazioni da marcantonio ma anche e soprattutto perché un po’ mi vergogno dei miei stinchi pelosi. Inoltre non immaginavo di dover togliere le scarpe, quindi mi trovo (per sbaglio) a dover mostrare dei calzini ridicoli dalle punte fucsia che contrastano non poco con quelli in tessuto tecnico gomma e neoprene di squalo della signora Bettina della prima fila (una nonna dai polpacci d’acciaio e, noto solo dopo, dai deltoidi tipo Actarus). Siamo sinceri: il posto dietro è sempre stato visto con pregiudizio e, anche in questo caso come a scuola, nell’esercito o sull’autobus delle gite, come quello degli scapocchioni. L’istruttrice di pilates elementary si chiama Esther, è alta due o tre centimetri più di me e porta probabilmente il mio stesso numero di scarpe. Ha due treccine bionde ai lati della testa, la pelle chiara e altoatesina e occhietti vispi e chiari che mi puntano da lontano dicendo, gentili, furbi e sorridenti: «È inutile che ti nascondi, scapocchione!». Ma la voce è cristallina, sembra uno scroscìo di acqua di sorgente alpina e fuori dall’archetto bisbiglia: «È il primo giorno, vero?», e senza aspettare risposta fa un cenno di “via” a Bettina che, capisco, è una specie di spia silente nel gruppo, e aziona lo stereo, mettendo una musica da club Buddha bardinner anni ’90. Dice subito di procurarci una felpa o un golf, perché intenderà spendere l’ultimo quarto d’ora per il rilassamento. «Avrete freddo, io ve lo dico», e sorride alta e nervosa, ma calma. Le nostre signore più esperte ma forse più esposte ai malanni, corrono a prendere dei giacchetti. Io penso sia solo una iper-preoccupazione e rimango con la mia sola t-shirt traspirante anti-puzze. Provo a stiracchiarmi cercando di allungare le braccia in fuori e poi in su. Mentre faccio delle rotazioni che non ripetevo così dalle elementari, sento un clic clac sano, di serrature che si sbloccano, ma non faccio in tempo a rendermi conto dei limiti strutturali delle mie spalle che la musica si fa pulsata, la voce dell’istruttrice aliena. Da Heidi cristallina a taglialegna delle valli, ricorda ancora che siamo appena al riscaldamento e che mancano tre quarti d’ora di esercizi. Esther è lunga e agile. Quando si gira per fare vedere come si fa quella rotazione delle spalle, da’ l’impressione di aver le potenzialità di spaccare delle noci tra le scapole. «E se non vi sta bene, potete andarvene!», dice ridendo di una risata spettrale e cupa. La vecchia davanti a me singhiozza ridendo, evidenziando dei muscoli tonici a ics, che non ricordo dai tempi del wrestling. Esther comanda, Esther dispone: «Ti devi mettere così e così. Più su! Non ce la fai?! Ce la fai!», dice a me? Dice a quella in fuseaux leopardo? Esther era (o è) un taglialegna, è definitivo. La risoluzione con cui annuncia il cambio di esercizi è la stessa con cui chiede al garzone l’ascia più grossa, il suo respiro nel microfono è lo stesso di quando si tracciano tronchi di faggio con la sega a mano. Facendo memoria dei trascorsi militari, cerco di concentrare lo sforzo nell’immediato. «Voglio sentire le fasce laterali allungarsi fino quasi a strapparsi!», ordina. E io, che ero legatissimo, ho l’impressione che la testa dell’omero si stacchi, lasciandomi con un braccio nelle mani, libero di essere mosso finalmente come Esther desidera. Lei in fatti mi guarda, facendo un sorriso grande e compiaciuto. Si cambia posizione ritmicamente, circa una al minuto. C’è senza dubbio uno studio, un ordine strutturato. Tutto il corpo è coinvolto, dal basso in alto, dal dentro al fuori. «Devi sentire il filo che ti tira il collo!», e inevitabilmente sudo freddo. Piano piano senti il calore vero sprigionare dal tuo corpo e il sangue abbandonare la testa e le altre funzioni vitali per correre in soccorso di quei muscoli e tessuti riscoperti o mai più usati, ormai in fiamme o confusi. Mi sforzo di sentire le istruzioni, ma forse il trucco è abbandonarsi: non sento più la musica, solo il rumore dei piedi e delle mani che si inchiodano nel pavimento. Seguo e mi compongo come ordina il capomastro, perché un po’ l’orgoglio di uomo mi impone che devo farcela, mentre le vecchie intorno a me si contorcono, divaricano, allungano come ginnastiche ninfee. Gli ordini appaiono sempre più dettagliati, il mio corpo si distende e si attorciglia docile e disciplinato come da comando. A un certo punto sospetto una specie di sadico gioco alle mie spalle (mi succede sempre quando mi arriva poco sangue al cervello: la paranoia e le manie di persecuzione): «Incrociate le braccia a sinistra della coscia sinistra, posizione della sedia, poggiate le mani a terra senza ruotare il bacino, guardate il vostro piede sinistro, sollevate il piede destro, attenzione e STOP!». Ti invade il sospetto che stiamo partecipando a una versione più estesa del Twister e mi hanno messo in mezzo. «Devi sentire gli organi interni compressi», non ho già più degli organi interni, ma una poltiglia inutile, mi manca l’aria, il dolore atroce nelle braccia e nel polpaccio, ma anche nei glutei che cercano di conservare l’equilibrio e non cadere, “Non possiamo dare loro questa soddisfazione, cazzo!”, penso. E di nuovo quella voce: «Se non vi sta bene, ve ne potete andare!». A un tratto il comando è di inginocchiarsi a terra, seduti sui talloni, le braccia lunghe in avanti e la testa tra le spalle, e pensi che ci sia davvero una possibilità di redenzione per tutti, anche per questa nazista asburgica dagli occhi di ghiaccio fragile e invece no: quadrupedia, stendere una gamba verso l’alto, «Raggiungi il soffitto!» che è alto quattro o cinque metri. Scorgo a livello del pavimento i suoi piedi 44 nudi e ossuti che si avvicinano, viene verso di me, sento fuori dall’archetto: «Raggiungi il soffitto!», e la mia punta fucsia di piede trascinata in alto non so dire se dal suo ordine perentorio o da una sua scrollata severa. Sento le braccia tremare e sussultare, ma solo io? Può essere? Giro un attimo lo sguardo violando la consegna di guardare a terra, una visione raccapricciante: una selva di braccia inchiodate fisse a terra, immobili, mentre la mia vista caracolla, e banchi di gambe fasciate in neoprene svettano così sincrone che sembrano il video di “The wall”. Gilmour suona nelle mie orecchie e laausbilder, la teacher urla comandi consciamente incomprensibili, forse in tedesco o forse ho perso uno dei miei sensi, l’udito, e poco dopo chiudo gli occhi perché nello sforzo di allungare la gamba e raggiungere i 4/5 metri di soffitto mi sembra di non vedere più niente, il grigio. Posizione di recupero, stesi a terra sul pavimento, la testa girata dalla parte opposta al bacino e alle gambe, che devono essere aperte a 90° («Apri al massimo! Fatto? E ora… dieci centimetri in piùùù!!!»), aprendo gli occhi, tra le vecchie stronze fanatiche e scattanti, incrocio la faccia smorta di una ragazza dall’età imprecisata tra i 17 e i 37 anni, dall’espressione da stocco abbattuto e penso che normalmente l’avrei consolata, ma non me ne importa una beata fava, la sofferenza e la privazione crea dei mostri feroci e auto-alimentanti e mi auguro che Esther la guardi e provandone pena, la trascini fuori, buttandola giù per le scale come una carcassa anzi, giacché – capisco – Bettina non fa spiate, le faccio un cenno con gli occhi che quella cattivissima nazi non capisce, le va invece incontro e le dice che potrebbe fare l’esercizio in modo diverso senza sforzare la schiena. Ricordo un minuto di furia vendicativa in cui avrei trascinato io stesso quella inutile ameba dalla pelle viola trasparente fuori dalla sala, ché rovina l’armonia marziale degli esercizi di TUTTI! «Con la gamba stesa in alto disegna dei cerchi!» pretende la voce, e la gamba si muove da sola, mentre io sono un bambino piccolo che disegna dei cerchi colorati su un foglio, e intorno a me prati infiniti e fiori. E mentre cerco di trattenere al meglio la posizione della freccia, il tempo finisce e la musica dub sostituita da flauti nepalesi suonati in gironi celesti. «Ora abbandònati, chiudi gli occhi, ascolta solo la mia voce», percepisci i talloni appoggiati a terra, il calore sprigionarsi dalle dita dei piedi, sotto le punte, dalle caviglie, prima in superficie, poi dalle ossa, salite su, lungo la gamba… Non sento più alcun dolore, la voce guida si fa ruscello di montagna, sorgente di acqua fresca, cinguettii di uccelli e riefolo di vento. Mi guida lungo tutte le parti del mio corpo mentre sento il calore sprigionato e accumulato abbandonarmi rapidamente. Penso a quelle stronze con la felpa, mentre un gelo incredibile si impossessa rapace dei miei arti e del mio petto, il mio cuore prende a pulsare più forte dalla paura, «Sempre con gli occhi chiusi», sento che potrei perdere i sensi per lo choc termico e vedo, a un certo momento, un punto bianco venirmi incontro, oppure sono io che esco dal tunnel. E alla fine ritrovo il mio Io bambino che gioca in prati infiniti. Mi viene incontro e mi abbraccia, e cadiamo insieme nell’erba alta, fredda e sudata.
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