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UtenteAnonimo

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  1. UtenteAnonimo

    [N20-2] C'era vita

    Ho rifilato giusto qualche insulto e un paio di vaghi suggerimenti per le rifiniture.
  2. UtenteAnonimo

    E se ognuno di noi pagasse una quota, il forum sarebbe salvo?

    Ciao ragazzi. Una primissima cosa che mi viene in mente, per iniziare a raccogliere i contatti ed evitare che ci si perda – mi riferisco soprattutto a chi tra voi non fa uso dei social oppure, semplicemente, preferisce rimanere dietro un nickname –, è creare un gruppo Telegram. Lì ci potremmo sentire in tranquillità e ci assicureremmo di non perdere almeno qualcuno dei contatti che, in una maniera o nell'altra, sono diventati parte delle nostre giornate.
  3. UtenteAnonimo

    [N20-1] Gelino Ganega e la sete nel mondo

    Ho apprezzato questa sorta di fiaba dai toni avventurosi, @Freedom Writer. In particolare, sono due gli aspetti che ho trovato particolarmente centrati. Il primo è il registro. Credo che tu sia riuscito a individuare e a sfruttare a dovere le chiavi del linguaggio scelto, adattandolo all'età del protagonista e alla sua provenienza geografica. Questo non solo fa sì che il testo tenga dal punto di vista della forma, ma anche della sostanza: è, di fatto, l'elemento che lo rende coeso e credibile. Il secondo è il messaggio. Nonostante sia in apparenza una storia dai toni delicati e fanciulleschi, cela un grido di verità che, molto spesso, solo gli sguardi più innocenti sono in grado di vedere e rivelare.
  4. UtenteAnonimo

    Compleanni nel WD

    Tanti auguri di buon compleanno, carissimo @Marcello!
  5. UtenteAnonimo

    [N20-1] Occhi su Giada

    Ciao a tutti, ragazzi. Innanzitutto, una sfilza di tag per ringraziare tutti del passaggio e dei commenti. @Ghigo @Befana Profana @Almissima @Mocher @Poeta Zaza @Silverwillow @Edu @Talia @ivalibri @Bestseller2020 @ITG @Mafra @paolasenzalai @lauram @mercy @Mammaesognatrice Mi piacerebbe poter condividere almeno una parte di colpa col mio socio, ma per questa tappa sono il completo responsabile. AdStr era super impegnato, quindi ci eravamo già accordati. Ti dirò, l'intenzione di uscire dalla comfort zone c'era tutta. A mancare è stata la capacità di farlo. La traccia ci ha colti un po' di sorpresa. Dopo tre giorni, non avevamo ancora prodotto uno straccio di idea. Arrivati a giovedì sera, mi è toccato buttare giù qualcosa per poter pubblicare. Conscio dei miei limiti in termini di tempi comici (per usare un eufemismo ), ho provato a virare sul grottesco. Il vincolo del cenone è stato ulteriormente castrante, quindi la sola strada che mi è venuto in mente di seguire è stata quella di un cenone un po' marcio tra personaggi marginali e, in qualche misura, reietti. A causa del poco tempo residuo, sono riuscito a girare la bozza al socio appena una mezz'oretta prima del termine per la consegna. Ormai c'era ben poco da rimaneggiare, e nel testo quindi sono rimaste imprecisioni varie, tipo: che giustamente qualcuno di voi ha segnalato. Ad ogni modo, è interessante provare a giocare in campi non congeniali. Può aiutare a esplorare territori diversi e a stimolare idee e creatività. Anche se, in certi casi, il risultato finale è un pastrocchio infame.
  6. UtenteAnonimo

    [N20-1] Occhi su Giada

    Link al commento Traccia Quella frase o parola di troppo detta durante il Cenone. Boa Il racconto deve far ridere, o almeno sorridere (cioè il tema di fondo deve essere commedia, black humor, grottesco, non importa, ma la situazione deve suscitare divertimento). Occhi su Giada E quindi anche stavolta mi ritrovo a fare il cenone col Lurido, la Sdrucita e il Becchino. Da un anno all’altro, la sola cosa che mi sembra cambiare è il numero di film che ho guardato. Stop. Ma quest’anno in effetti una novità c’è, e sarà per questo che, arrivati al secondo, provo ad avviare una conversazione. «Pensate a questa cosa» dico mentre sistemo il colletto della camicia. Giada, così si chiama. La conosciamo da così poco tempo che non si è ancora guadagnata un nomignolo. Faccio una pausa per accertarmi che mi stia guardando. Mi piace sentirmi intelligente mentre al Becchino, capelli neri lunghi e unti, saltellano fuori dalla bocca goccioline di saliva e frammenti della pastella dei calamari; al suo fianco, la Sdrucita controlla il telefono con aria annoiata. E poi c’è lui, il Lurido, chiodo di ordinanza, piercing al sopracciglio, occhio azzurro che non si allontana dalla scollatura di Giada da quando ci siamo sistemati nella mia cucina di merda. «E se ci fosse sempre una telecamera a inquadrarci?» lancio la domanda a voce abbastanza alta da risultare insicuro, maledetto me e il mio bisogno di approvazione. «Fin dal momento della nascita, intendo dire. Immaginatevelo: poter tornare indietro, a qualsiasi momento del nostro passato, per osservarci dall’esterno. Per analizzare cose che col tempo abbiamo elaborato in maniera sbagliata.» Non mi sembra che al Lurido sia fottuto granché di quello che ho detto, ha uno stecchino in una mano e l’altra ce l’avrà sul pacco. Sta sempre a massaggiarselo, sarà per via dell’iperattività sessuale. Guarda le tette di Giada mentre io cerco il suo sguardo. È così che si fa, no? Lei apre la bocca, i miei occhi scivolano sulle sue labbra. Nessuno dice niente. C’era da aspettarselo. Il Becchino mangia la seconda porzione di frittura mentre la Sdrucita si controlla le unghie e libera uno sbadiglio infinito. «Vado un attimo in bagno» dice, si alza ed esce dalla cucina. Mi sembra che l’abbrivio della mia frase sia ormai bell’e svanito. Abbasso lo sguardo sugli anelli di calamari surgelati e fritti nello stesso olio che sento scivolarmi sulla fronte. «Secondo te esiste davvero?» Forse mi giro troppo di scatto, perché col mio movimento attiro l’attenzione del Lurido, addirittura, che per la prima volta da quando ci siamo messi a tavola sposta lo sguardo dalle tette di Giada a me. Lei ha l’aria concentrata ma, allo stesso tempo, trasuda inconsistenza. A volte mi dà l’idea di non sapere neanche dove si trova e ammetto che, tette a parte, forse è proprio questa sua apparente levità, questo essere distante dalla concretezza e dallo schifo del mondo che me la fa apparire così irresistibile. Se riuscissi a controllarmi per una volta, per una sola volta, so che non direi quello che sto per dire: «Conosci Haneke?» Il Becchino mi stampa la punta dell’anfibio sullo stinco. Ci sono così abituato che riesco a dissimulare e a concentrarmi solo su Giada, che mi guarda come se fossi appena sceso da una navicella spaziale e avessi iniziato a parlare in una lingua aliena. «Ci sono davvero telecamere che ci riprendono da quando nasciamo?» mi chiede. Il Becchino si passa una mano sul viso e dice che fa un salto in bagno. Continuo a guardare Giada e penso che cinque minuti in quegli occhi mi renderebbero incapace di articolare una frase vagamente sensata. Non che me ne freghi poi molto, dopotutto il mio bel discorso sul metacinema, sui personaggi che parlano agli spettatori e sulla finzione che è più vera della realtà se n’è andato placidamente a fanculo. «Immagina questa cosa» le rispondo senza risponderle, «immagina che esistano davvero questi filmati lunghi decenni che mostrano la nostra intera vita. Ipotizza di poter tornare indietro e di poter non solo guardare cosa è successo in un particolare momento, ma anche di poter riprendere la tua vita proprio da quel momento, come un viaggio nel tempo che…» Mi interrompe un grugnito, mi volto verso il Lurido ma non sembra essere lui l’origine del suono. Come ulteriore conferma, dal bagno provengono un gemito e un Cristo santo, seguiti dal rumore di vetro che si frantuma sul pavimento. «Oddio, devo assolutamente trovarla!» Giada ha un sobbalzo, si porta la mano sul petto e il Lurido fa una smorfia di malcontento. Sale sulla sedia e comincia a passare la mano sulla mensola. Polvere vecchia di anni cade sul tavolo, nel piatto e tra i capelli del Lurido, che non spreca tempo a sistemarsi. Ritornano il Becchino e la Sdrucita, mi guardano interrogativi, faccio spallucce e mi sento di colpo avventuroso come non mai. Salto sul tavolo, trascinando la tovaglia e versando il mio bicchiere di vino bianco da due soldi. È l’esatto momento in cui potrei dire qualsiasi cosa, e scelgo di dire: «Dovrei proprio fare la polvere.» Giada salta giù dal tavolo e inizia a scandagliare la stanza. Si affaccia nello spazio tra il frigo e il muro, allunga il collo verso gli angoli del soffitto, si china per osservare da vicino il pavimento, fa scorrere le mani su pentole, mestoli e bottiglie di birra vuote. Ci guarda negli occhi, uno per uno: «Deve essere da qualche parte.» «Che cosa?» chiede il Becchino. Giada mi indica col braccio teso: «Ha detto che c’è una telecamera che ci riprende di continuo, da quando nasciamo.» «A dire il vero…» provo a difendermi, ma Giada si è già tuffata nella vetrinetta dove tengo le tazzine e i bicchierini da liquore. Provo almeno altre tre volte a spiegarle che il mio era solo un discorso per assurdo, ma lei è inarrestabile. Mi viene quasi la tentazione di dirle che era solo per impressionarla e farmi notare, ma non me ne dà il tempo. «Toglietevi maglie e pantaloni» ordina Giada, e nessuno riesce a opporsi. Dopo meno di dieci secondi, il Lurido è già in boxer rossi e calzini. «Perché è così importante per te?» le chiedo mentre sbottono la camicia. «Se la troverò, potrò scoprire finalmente cosa pensano le persone di me.» Ha un’aria così seria, con un broncio quasi infantile, che per un attimo rimango incapace di reagire. Per qualche ragione, imbarazzo o pudore o chissà cos’altro, non riesco a guardarla negli occhi; invece, lo sguardo mi cade sul rigonfiamento del Lurido che si massaggia con vigore. «Ma…» inizio, «non credo che non funzioni così.» «Come no?» Il Becchino si sta sforzando di trattenere le risate, attira la mia attenzione e noto solo ora che la Sdrucita è in perizoma e senza reggiseno. Forse è per questo che il Lurido ormai ringhia senza fare nulla per nasconderlo. Un paio di filamenti di polvere si sono posati tra i capelli e contribuiscono al suo aspetto selvatico. «Sei la sola persona pura che io conosca» dico a Giada senza pensarci troppo. Lei smette di cercare tra i fornelli. «Lo pensi davvero?» mi chiede implorante. Gli occhi le sono diventati enormi, ora sì che posso perdermici dentro e non tornare mai più indietro. Cerco disperatamente una citazione adatta al momento, qualcosa che sia in grado di cancellare definitivamente ogni cosa che ci circonda per lasciare soltanto me e lei, ma non mi viene in mente niente. Allora annuisco e basta. «Sai perché volevo crederci, alla cosa della telecamera? Per capire il momento esatto in cui sono riuscita a mandare la mia vita talmente a puttane da ritrovarmi a trascorrere la Vigilia con voi.» Il Becchino scoppia a ridere e mi capita di pensare che sia in realtà il rumore del mio cuore che si spezza. Mi è sempre piaciuto fare pensieri melodrammatici. Giada esce dalla stanza e di casa. La Sdrucita le urla dietro qualcosa, ma torna ben presto a controllare il telefono. Il Lurido è il più lesto di tutti, come sempre. Infila il chiodo e si fionda fuori, lasciandomi in compagnia dei calamari freddi e del sottofondo del Becchino e della Sdrucita che tornano a chiudersi in bagno.
  7. UtenteAnonimo

    Unpopular opinion

    Che vecchio adulatore che sei.
  8. UtenteAnonimo

    Compleanni nel WD

    Tanti auguri, @Emy! E pure a @simone volponi, via.
  9. UtenteAnonimo

    Blackout poetry 1 - Off topic

    Sarà interessante vedere come migliorerete il mio testo togliendo più parole possibili. Buona fortuna!
  10. UtenteAnonimo

    Richieste cambio Nome Utente o Cancellazione Account

    @AndC, rientri nel novero di utenti con cui ho avuto la fortuna di interagire maggiormente dal mio arrivo qui. La tua presenza era in qualche modo rassicurante. Ci sono stati periodi in cui pubblicare un racconto significava automaticamente ricevere un tuo commento. Ricordo un racconto di @libero_s in omaggio al tuo commentare puntuale e ricolmo di riflessioni che, spesso, andavano al di là del mucchietto di parole in sé. Nella speranza che metterai a posto quel che conta e che vorrai tornare anche da queste parti, continueremo a sentirci fuori di qui, trollandoci amabilmente sulla pletora di strambi progetti che tanto ci piace portare avanti. Un abbraccio cerusicoso.
  11. UtenteAnonimo

    Nuove e vecchie Emoticon

    :cerusico:
  12. UtenteAnonimo

    Utente del Mese per Meriti NON Letterari - Stagione 2

    Voto @Jinbe90 perché ha aperto strade inesplorate e perché ha avuto il coraggio di dire che la copertina del libro di #gab @nemesis74 fa proprio schifo (però compratelo lo stesso, così @Andrea28 è felice). P.S.: nel taggare il 28, ho scoperto le sue versioni più giovani, @Andrea26 e @andrea27. Ciao pure a voi.
  13. UtenteAnonimo

    Cosa state leggendo?

    Letture cerusiche Stagione n - Episodio numero nonsaprei Siccome non ho la più vaga idea dell'ultimo aggiornamento, inserisco le mie letture estive, con qualche probabile bonus primaverile. L'imitazion del vero, Ezio Sinigaglia (Terrarossa Edizioni, 2020) Terrarossa e Nutrimenti stanno proseguendo a braccetto questa operazione di recupero dei testi di Ezio Sinigaglia, un autore contemporaneo che ha avuto scarsa fortuna e sta vivendo una seconda giovinezza editoriale. Nel caso de L'imitazion del vero, Sinigaglia regala una novella che fa del linguaggio uno dei punti caratteristici, rievocando una costruzione sintattica e scelte lessicali di un italiano ormai in disuso. Per esemplificare, riporto l'incipit: "Viveva un tempo nella città di Lopezia un artefice di grandissimo ingegno, donde la fama oltre le mura della città ed i confini medesimi del Principato volava tanto, che nei più remoti angoli della Cristianità l’eco se ne coglieva. E benché questo si fosse in effetto il mestier suo, grave ingiuria gli si farebbe chiamandolo col nome di falegname; poiché si era bensì col legno che le sue mani costruivano, ma tali e così fatti prodigi da quelle mani uscivano, che nessuno nel legno da umana scienza costrutti crederli non poteva: seggiole, a modo d’esempio, le quali, al semplice muover d’un gancio che recavan nel dorso celato, si trasformavano in tavoli; tavoli, cui pel banchetto due dozzine di commensali facevan corona e che di poi, gli ospiti alle loro dimore tornatisi, si potevan ripiegare e rimpicciolire tanto da trovar albergo in un cassetto; cassetti che, tratti dalle lor sedi e l’un coll’altro congiunti, diventavan bauli; bauli entro i quali, quantunque non maggior di quel d’una seggiola il loro ingombro si fosse, suppellettili e arredi di tutta una sala collocar si potevano." Oltre alla lingua, Sinigaglia infila un paio di trovate narrative particolarmente gustose e anche un po' pruriginose. Nelle atmosfere e nel gusto estetico si entra dopo le prime due-tre alienanti pagine, poi diventa un viaggio assai gradevole. Norwegian wood, Haruki Murakami (Einaudi, 1987) Il primo Murakami non surreale che leggo. L'ho apprezzato particolarmente, sarà perché mi piacciono i romanzi di formazione, sarà perché le tragedie per me danno corpo alle vite degli individui e quindi dei personaggi, sarà perché ci ho percepito una libertà narrativa ed espressiva pressoché assoluta, miscelata con una leggerezza di prosa che rende la lettura di una velocità incredibile (per me, almeno). Insomma, molto molto bello. Chi dice il contrario è un @simone volponi. Kafka sulla spiaggia, Haruki Murakami (Einaudi, 2002) Non so quanto ho capito davvero del romanzo e quanto invece l'ho dedotto un po' a tentoni, fatto sta che il viaggio è stato straordinario. Personaggi indimenticabili, qualcuno davvero assurdo (l'apparizione del colonnello Sanders di KFC, per dirne uno), atmosfere oniriche che in diversi punti sfociano nel surreale, al servizio di un romanzo di formazione (anche questo) che gioca su tanti livelli, si presta ad altrettanti livelli di lettura e riesce a rendersi apprezzabile da lettori di vario gusto ed estrazione. Il cuore dell'uomo, Jón Kalman Stefánsson (Iperborea, 2011) Lo ammetto, con l'autore islandese sono di parte. Potrei sostanzialmente dire che è il mio autore preferito, quindi ogni mio giudizio vale quel che vale. Il cuore dell'uomo conclude un'anomala trilogia che racconta la storia del ragazzo, personaggio senza nome, nell'Islanda della seconda metà del XIX secolo. Storia dura, di solitudine e di spazi infiniti e ostili, in cui la natura è solo una metafora delle difficoltà relazionali e delle piccole battaglie a cui la vita costringe gli esseri umani ogni giorno. Il tutto condito con uno stile e una lingua che hanno più a che fare con la poesia che con la prosa, e che rendono la lettura una costante fonte di meraviglia (se si è sulla lunghezza d'onda tematica ed espressiva del buon vecchio Jón). Non il migliore tra quelli che ho letto, e di sicuro non il romanzo dal quale iniziare se non lo si conosce. Ma bellissimo e degna conclusione di una trilogia che ha momenti di altezze letterarie vertiginose. (non) Un corso di scrittura e narrazione, Giulio Mozzi (Terre di Mezzo, 2009) Una raccolta di articoli a tema scrittura. Mozzi raramente è scontato, inoltre ha un tono e un piglio che rendono la lettura piacevole a prescindere dal contenuto e da ciò che dice. Non ama parlare di regolette e di formule, neanche di struttura. Il suo approccio è più libero, più artistico, e si fonda principalmente sugli intenti e sugli effetti, portando l'autore, o aspirante tale, a interrogarsi su concetti anche filosofici rispetto all'atto dello scrivere e al suo significato. In ogni caso, qua e là dispensa anche qualche consiglio più concreto e di buon valore. Austerlitz, W. G. Sebald (Adelphi, 2001) Ultima opera dell'autore tedesco W.G. Sebald, uscita pochi mesi prima della sua tragica morte, Austerlitz è un romanzo che racconta il recupero, da parte dell'omonimo protagonista, di pezzi del proprio passato più lontano, quello di bambino. Pezzi sepolti che riemergono attraverso incontri, visite a luoghi, elementi che fanno riemergere i dettagli di una infanzia tragica, caratterizzata dagli orrori della seconda guerra mondiale e dalla perdita dei riferimenti familiari. Può essere definita come una storia di riscoperta graduale della memoria arcaica, quella infantile, attraverso incontri e luoghi che rievocano ricordi sopiti. A colpirmi in maniera particolare della (eccellente) prosa di Sebald è stata la sua abilità descrittiva. In molti casi, ad accompagnare il testo ci sono delle fotografie in bianco e nero. Mi è capitato di soffermarmi su una foto e di leggere due o tre volte la descrizione fattane da Sebald, per provare a capire il suo sguardo, in che modo restituisce a parole ciò che vede in un'immagine che, in certi casi, io avrei restituito con poche, generiche parole, probabilmente. Notevole e interessante esercizio. In corso di lettura Alla ricerca del tempo perduto, Marcel Proust Sto pensando di finirla qui, Iain Reid
  14. UtenteAnonimo

    I racconti della Sesta luna - Sesto ciclo

    Troppo gentile, @Poeta Zaza. Sulle buone intenzioni delle tue parole non avevo avuto alcun dubbio. Poi passa a ritirare la solita mazzetta.
  15. UtenteAnonimo

    I racconti della Sesta luna - Sesto ciclo

    Una degna luna marcia. Grazie, @AdStr: molto lieto. @Pincopalla e @mercy:
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