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Luca Trifilio

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Tutti i contenuti di Luca Trifilio

  1. I racconti della Quarta Luna - quarto ciclo

    Be' ma @AndC è fuori concorso, dai.
  2. [Gioco] Catena musicale

    Moby - Lift Me Up
  3. I racconti della Quarta Luna - quarto ciclo

    Mitico @Nerio, complimenti!
  4. I racconti della Quarta Luna - quarto ciclo

    Bel lavoro @AdStr, complimenti!
  5. [Gioco] Catena musicale

    Bon Jovi - You Give Love A Bad Name
  6. [MI 111 - Fuori concorso] - Il mercato dell'amore

    @AndC, il racconto è stato già analizzato a fondo da chi è ben più capace di me a farlo. Ti lascio quindi due considerazioni semplicissime, una positiva e una buonissima. La buona è che la seconda parte ha delle descrizioni belle, originali nel contenuto e nella forma. Nonostante mi abbia coinvolto meno rispetto alla prima, sono rimasto sorpreso dalla tua visione, molto personale. La buonissima è che la prima parte, incipit incluso, è incantevole. Il mercato dell'amore...che idea, amico mio. Che idea.
  7. Mezzogiorno d'inchiostro n. 111 Topic Ufficiale

    Brindo ai vincitori e a tutti i concorrenti. Ci tengo a dire che c'erano racconti con meno voti - se non addirittura zero - che erano assolutamente meritevoli. Indice di un MI equilibrato e di buon livello. Complimenti a tutti, in particolare ai vincitori @Kikki e @ITG, ma anche a @Ginevra che considero vincitrice tanto quanto gli altri due.
  8. [MI 111] Il signor Adriano

    Tema di mezzanotte Fantasie «Che cane meraviglioso! Come si chiama?» «Ettore. È un corso», rispose il ragazzo. Era moro e portava la barba. «Mi chiamo Luca Trifilio. Mi sono trasferito ieri» «Adriano Strinati», si presentò l’uomo togliendosi il cappello. «È un piacere avere un vicino giovane. Ci vuole un po’ di vita in questo condominio» Il nuovo arrivato gli strinse la mano e gli sorrise. L’altro chiamò l’ascensore. «Qui di fianco c’è un bel parco. Sai come ti divertirai?», disse a Ettore, col tono che avrebbe usato con un nipotino. Gli accarezzò la testa e salutò il giovane con una nuova alzata di cappello. Luca si avviò in direzione opposta. Come primo impatto poteva bastare. Gli piaceva l’idea di avere un vicino di casa socievole e allegro, ma non voleva dare più confidenza del necessario. Fece un giro intorno al palazzo, guardandosi intorno per ambientarsi. La scelta dell’appartamento era stata improvvisa, in seguito a un’offerta troppo ghiotta per essere trascurata. L’edificio era stato costruito di recente e si trovava in una quieta zona periferica. Nel suo appartamento aveva vissuto qualcuno, ma sembrava nuovissimo. Portò Ettore nell’area per cani. Era una delle prime giornate tiepide dell’anno e si ritrovò a osservare diverse donne con la fede al dito. Un paio erano di bell’aspetto. Erano intente a discutere di cani, bambini e nottate insonni. Non trovò il modo di entrare nei loro discorsi. Si limitò a rivolgere un paio di sorrisi che caddero nel vuoto. Di rientro a casa, Luca incrociò nuovamente il signor Adriano. Era nell’atrio d’ingresso in attesa dell’ascensore. Rivolse qualche altra domanda a Ettore, salutò con l’abituale alzata di cappello e augurò buon pranzo. Andò avanti così per tutta la prima settimana. Si incrociavano al mattino e dopo cena. Luca iniziò a pensare che forse la cosa era voluta. Il signor Adriano, un arzillo settantenne che viveva da solo, aveva bisogno di scambiare qualche chiacchiera. Attendeva di sentire uscire il vicino di casa per fiondarsi fuori. Così, una sera, Luca attese le undici prima di uscire. Ettore si aggirava per il soggiorno sbruffando; poi si piantò di fronte al portone d’ingresso e guardò il padrone tra l’implorante e il rabbioso. Non si poteva tardare oltre. Arrivò l’ascensore e Luca pensò che forse i continui incontri erano stati frutto di una curiosa, benché possibile, coincidenza di orari. Stava per chiudersi la porta quando il signor Adriano spuntò sul pianerottolo, con la solita espressione paterna rivolta prima al cane e poi al ragazzo. Luca non sapeva più come scrollarselo di dosso. Lo incrociava all’uscita, al rientro e, di solito, almeno una volta durante la passeggiata con Ettore. Iniziò a chiedersi dove andasse. Fece un altro esperimento: uscì alle sette di sera e poi di nuovo quasi all’una di notte. Il signor Adriano era sempre lì, pronto a salutare e ad avviarsi diretto chissà dove. Il suo sorriso, le domande rivolte al cane, le alzate di cappello, tutto del signor Adriano cominciò ad apparirgli detestabile. Arrivò a sognarlo mentre lo accoglieva al suo arrivo in ufficio. Ormai era chiaro: a qualunque ora uscisse e rientrasse, quell’uomo era sempre lì ad attenderlo. Decise di seguirlo per scoprire dove andasse. Una sera, dopo il consueto incrocio sul pianerottolo, uscirono insieme e il signor Adriano si diresse verso l’angolo della strada. Luca si avviò in direzione opposta, verso il parco, ma si voltò quasi subito e lo seguì. Il silenzio era quasi totale. Ettore non tradì la sua presenza, e poté pedinare l’uomo senza farsi scoprire. Lo vide svoltare a sinistra alla fine dell’isolato, dove la strada si allargava per tuffarsi in un’arteria della città. Si manteneva a una quarantina di metri di distanza, stando dall’altro lato della strada. Si sentiva ridicolo: un inetto investigatore privato calato nella trama di un noir paradossale. Il signor Adriano non si guardò mai alle spalle. Svoltò al termine dell’isolato, e poi ancora in fondo alla strada. Percorreva un tratto ordinato che iniziava e terminava al portone del condominio. Lo superò e iniziò il secondo giro. Luca pensò di approfittarne per rientrare senza incrociarlo, ma Ettore lo trascinò. Arrivato all’angolo, il signor Adriano gli si parò di fronte. Per qualche ragione aveva interrotto il suo giro, tornando indietro. Lo salutò come sempre e gli chiese se avesse intenzione di rientrare. Luca rispose meccanicamente di sì e tornarono a casa. Le cose proseguirono così per circa un mese. Le interazioni tra Luca e il signor Adriano erano superficiali, quasi sempre legate a Ettore, al clima e ai reciproci auguri di buona giornata e di buona notte. Una mattina Luca lo vide uscire tenendo tra le mani una fotocamera. La sua occhiata interrogativa fece sì che il signor Adriano gli spiegasse che intendeva scattare delle foto ai fiori, perché i colori lo riempivano di gioia. Poco prima di salutarsi chiese al ragazzo se poteva scattare una foto a lui e a Ettore. Luca rimase spiazzato. Voleva rifiutare, ma gli sembrò scortese. Imbarazzato, lo lasciò fare. Quello stesso giorno Luca andò al supermercato. Fu lì che, per la prima volta, incrociò il signor Adriano lontano dal condominio. Era al bancone dei salumi e lo salutò. Per evitare di rimanere in coda con lui, il ragazzo proseguì. Lo vide ancora allo scaffale dei vini. Girò in fretta per non farsi vedere ma lo incontrò intento a scegliere i detersivi. E poi ancora al reparto frutta, ai surgelati, di nuovo al bancone dei salumi e poi al pane fresco. Fin quando non li vide ovunque. Il signor Adriano diventò, d’un tratto, tutti i clienti del supermercato. Spaesato, Luca si affrettò alla cassa dove un cortese signor Adriano gli diede tre buste, gli disse il prezzo e lo ringraziò con un’alzata di cappello. Nel parcheggio del supermercato tante famiglie composte da signori Adriano erano intente a caricare la spesa in macchina e a mettere a posto i carrelli. Luca tornò a casa sotto una pioggia di signori Adriano che cadevano dal cielo e si schiantavano sull’asfalto, dissolvendosi. Ormai incapace di provare stupore, riuscì solo a pensare di aver bisogno di un periodo di ferie. Quella storia era andata troppo avanti e la sua propensione al grottesco, alimentata da film e letture pieni di assurdità, lo aveva portato a fantasticare più del dovuto. Non trovò il signor Adriano nell’atrio di ingresso del condominio. Chiamò l’ascensore e, giunto al suo piano, senza pensarci si diresse verso l’appartamento del vicino. Non si sorprese quando scoprì che le sue chiavi aprivano la porta. Entrò e osservò la parete sopra il divano. C’erano una trentina di fotografie, incorniciate e appese con ordine. Ritraevano famiglie, ragazzi, ragazze, giovani coppie. Persone diverse e di ogni età accomunate dalla presenza di uno splendido corso dal pelo nero e lucido. Luca andò a riposare. Per qualche giorno tutto procedette in maniera quieta: vivere nell’appartamento del signor Adriano sembrava aver risolto ogni problema. L’uomo non era rientrato nella sua abitazione. Sembrava essersi dissolto. Luca indossava i suoi abiti e, le rare volte in cui si guardava allo specchio, gli sembrò di somigliare sempre di più al signore col cappello. Ben presto gli sembrò la cosa più opportuna. Quando si sentiva ormai a suo agio, Luca esplorò il contenuto della libreria. Notò che di fianco all’intera bibliografia di Paul Auster c’erano una fotocamera e una foto non incorniciata: un ragazzo moro con la barba osservava l’obiettivo con aria infastidita. Fu quello il giorno in cui Luca decise di uscire al mattino per una passeggiata. Sul pianerottolo incrociò una ragazza bionda. Non dimostrava più di venticinque anni e aveva con sé un corso nero. Luca si chinò a salutarlo e si presentò. «Adriano Strinati», disse togliendosi il cappello. «È un piacere avere una vicina giovane. Ci vuole un po’ di vita in questo condominio»
  9. [MI 111] Il signor Adriano

    Splendido! Sono contentissimo che tu ti sia divertita leggendomi. Grazie mille e alla prossima! @Melanie, ciao! Sono d'accordo con quasi tutte le tue annotazioni, in particolare su quell'imperfetto che mi è proprio scappato ("Quando si sentiva ormai a suo agio"), del quale mi sono accorto appena pubblicato. Sulla chiusura delle porte, invece, mi riferivo a quelle dell'ascensore. Ecco perché ho usato il riflessivo. Tuttavia anch'io rileggendo quella frase trovo qualche elemento mancante e poco chiaro. Grazie mille per il passaggio e per le utili correzioni, che sfrutterò in fase di revisione.
  10. Racconti brevi in 5 punti. Al buio

    Ciao @Ella F.. Visto quanto dicevi pochi giorni fa in chat, ti dico innanzitutto che sono molto contento tu abbia deciso di pubblicare un tuo racconto. Il tuo brano ha una doppia valenza: quella esplicita e quella metaforica. Su entrambi i piani mi sembra che funzioni bene. La mia interpretazione è che le ombre, i demoni, le paure che la protagonista vive quando si trova solo al buio possano essere simbolo dei blocchi che non gli permettono di vivere la vita che vorrebbe, di inseguire i suoi obiettivi e i suoi sogni. In questo senso ho trovato il brano molto suggestivo ed evocativo. Dal punto di vista formale non credo di avere nulla da appuntarti. Se mi permetti delle considerazioni di gusto, se così si può dire, ritengo che la prima parte abbia una maniera di descrivere quel tipo di situazione che risente di molte influenze e che, quindi, risulta di impatto smorzato. Utilizzi verbi e aggettivi un po' inflazionati quando ci si riferisce a certi mostri, a certe sensazioni, a certe atmosfere. Tutti sono al posto giusto, tutti hanno pieno significato nella frase e rispetto al tutto, però leggendo ho avuto l'impressione di dejà-vu. Secondo me con delle scelte lessicale un tantino diverse e più coraggiose otterresti reazioni amplificate anche da parte di chi è abituato a un certo tipo di letture. Ti riporto un esempio di quanto ti ho appena detto: Questa frase non ha il benché minimo difetto formale. Tuttavia, trovo che le immagini che mi stai trasmettendo siano telefonate: i mostri nascosti nell'ombra che ghermiscono coi loro avidi artigli è quanto di più classico ci possa essere. Bada, come già dicevo prima non è un male, non ne sto facendo un discorso di originalità, quanto proprio di resa che potrebbe migliorare con scelte lessicali diverse. Per esempio, mostri raccapriccianti è un'immagine un po' generica; avidi artigli è un cliché. Chiaramente prendi tutto con le pinze, opinioni di un lettore che ti dice la sua. Come avrai intuito, ho apprezzato il brano per il suo percorso che dall'esterno della mente umana e dalle sue creazioni procede verso l'interno e poi di nuovo verso l'esterno, verso il mondo che circonda il "malato". Riuscire in poche righe a fare questi movimenti è un risultato molto interessante. La prosa è valida, a me è piaciuto leggerti. Dei miei suggerimenti fai ciò che ti pare ma spero di leggerti di nuovo, e presto! A rileggerti, Ella.
  11. [MI 111] Il signor Adriano

    Ciao @Gigiskan, ammetto di non conoscere il testo che nomini, lo cercherò senz'altro. Grazie per il passaggio e i complimenti. @Ginevra, come potrai immaginare, nel racconto sono presentate solo le caratteristiche migliori di entrambi i personaggi. In verità hanno anche dei difetti. @Giulia Zappalà , non devo perdonarti proprio di nulla. Anzi, ti ringrazio per il graditissimo passaggio e per l'apprezzamento. Chiudo ringraziando di nuovo @Rica per i successivi passaggi - ci mancherebbe che ti scusi per un refuso, suvvia - e per avermi dato ulteriori, per me importanti pareri. Grazie a tutti quelli che hanno avuto il buon cuore di trovare apprezzabile la curiosa storia mia e del signor Adriano. Alla prossima.
  12. Mezzogiorno d'inchiostro n. 111 Topic Ufficiale

    Non ho preferenze nette. Ci sono sei racconti che, per ragioni diverse, mi hanno colpito, incuriosito, emozionato, stregato. Tra questi ne seleziono tre con un semplice criterio: l'impatto che hanno avuto su di me durante la lettura. "RediMorsi" di @Rica, per l'emozione. "Il consigliere" di @caipiroska, per la potenza. "Sono Joshua" di @ITG, per la capacità di rapire.
  13. [MI 111] Il signor Adriano

    @Sarettyh , sono contentissimo del tuo commento. Perché è il primo e perché te la sei cavata alla grande. Mi sento quindi di ringraziarti due volte: per l'attenzione con la quale hai voluto commentare il racconto e per averlo apprezzato. @Plata , ciao come qualcuno ha avuto modo di scrivere, non c'è molto da comprendere in questo racconto. O almeno, personalmente non ho cercato di metterci dentro sensi oscuri e meccanismi a orologeria. Sono una serie di suggestioni che possono trovare una collocazione solo nell'assurdo. Idem il cane, che è tutto sommato la componente viva delle vittime della persecuzione del signor Adriano (l'altra componente è l'appartamento). Se quindi non hai colto qualcosa, non è minimamente a causa di un tuo limite: proprio non c'era intenzione di farlo capire. Grazie mille, però, per il passaggio e per la cura che mi hai dimostrato notando un piccolo dettaglio, facilmente dimenticabile, che invece era lì con un preciso motivo. @AdStr , ti ho dato del seccatore e bla bla bla e direi che ti ho anche trattato coi guanti, dal momento che alla fine sono diventato te. Nel racconto torna quel che deve tornare: niente. Come ho avuto modo di dirti in chat, un mio amico ha letto il testo e ha cercato di dare una lettura complessissima che trovava una collocazione a tutto. Bene, anzi, benissimo per lui. Per me è stato un divertimento immaginare me stesso alle prese con una situazione surreale, e tanto mi basta. Onorato del tuo apprezzamento, come ogni volta. @Rica , ciao! Come vedi, dopo la tua non troppo velata minaccia nel topic degli auguri per il tuo compleanno, eccomi qui ancora una volta a partecipare a un MI. Da gennaio non ne ho saltato uno. Cosa posso dirti? Dimmelo tu, dal momento che mi ritrovo con una serie di apprezzamenti che non sento di meritare e che mi fanno sentire quasi in imbarazzo. Te ne ringrazio molto, com'è naturale. La tua considerazione sulla mia capacità mi sembra interessante: non so se sia legata specificamente a questo testo oppure se hai avuto modo di farla in seguito alla lettura dei miei testi precedenti. Vista la tua attenzione non mi sorprenderebbe che fosse vera la seconda. A quanto pare sto trovando questa dimensione nell'ambito del racconto breve - per quanto mi stia cimentando anche in altre cose, come dimostra il mio ultimo racconto pubblicato in Officina. Mi piace lavorare su una situazione quotidiana e normale che scivola in maniera fluida nel grottesco, nell'assurdo o nell'orrorifico. È un tipo di narrazione che mi intriga, mi affascina e sulla quale mi sto esercitando proprio su queste pagine. Sono lieto, lietissimo che tu abbia letto con piacere.
  14. Mezzogiorno d'Inchiostro n. 111 - Off topic

    C'è tempo fino a sabato - compreso - per votare, giusto?
  15. Cosa state leggendo?

    Finito Trilogia di New York di Paul Auster. Ipnotico, a tratti una vera e propria necessità. In altri momenti un po' ripetitivo, e il terzo dei tre romanzi brevi l'ho trovato più debole degli altri due. Il migliore è forse Fantasmi. Finito L'amore a vent'anni di Giorgio Biferali. Capisco perché è stato candidato allo Strega a due settimane scarse dalla pubblicazione. Lettura bellissima, ma la trama si poggia su un singolo evento che, rianalizzato, è un pochino debole. Resta comunque un bel romanzo. Stanotte inizio Finzioni di Borges.
  16. I racconti della Quarta Luna - quarto ciclo

    Complimenti @luca c.
  17. Domenico Russo

    Articolo molto, molto interessante, @Niko. Squarcia il velo su un mondo che mi era del tutto oscuro. Quando parli degli anticipi per gli autori più venduti, parliamo di quelli relativi ai diritti per un singolo Paese? Tipo, che so, ciò che versa la Mondadori a Ken Follett per la pubblicazione italiana di un nuovo romanzo? Non immaginavo che anche in qualche piccola realtà fosse d'uso un anticipo. Bella forma di fiducia.
  18. [MI 111] Per la fama!

    Ciao @Giulia Zappalà , piacere di incrociarti e di leggerti per la prima volta. Non ho, mio malgrado, molto da aggiungere rispetto a quanto gli ottimi commenti precedenti non abbiano già detto. Lascia che mi soffermi sui pregi del tuo racconto. Ho trovato una generale "leggerezza", da non intendersi come superficialità, ma come tocco delicato. La narrazione degli avvenimenti - mi riferisco in particolare alla prima metà, quindi il brainstorming e l'incontro al McDonald's - scivola bene e con lo stile giusto. Ci sono dei dialoghi niente male che, se avessero avuto il giusto respiro in termini puramente estetici e di formattazione, avrebbero funzionato ancora di più. Ciò detto, purtroppo ho avuto la sensazione che tu abbia perso un po' il controllo della tua creazione quando ti sei addentrata nell'onirico e nella narrazione, seppur simbolica per una scelta per me valida, della morte. Ecco, da quel punto in poi sembra che non ci sia più una mano solida e sicura a guidare gli eventi, e regna la confusione, facendo perdere in primis l'impatto del racconto, e indebolendo il messaggio complessivo, dal momento che fatica a raggiungere il lettore. Ho visto che hai già espresso la volontà di rimetter mano al testo per pubblicarlo in officina. Mi auguro che lo farai perché può essere un bel banco di prova, cui dedicarti con tutto il tempo necessario. Inoltre potresti tirarne fuori un racconto più coeso e limpido. A rileggerti!
  19. [MI 111] Sono Joshua

    Ciao @ITG, ho letto quasi rapito il tuo racconto. Ci ho trovato dentro musicalità. Non tanto quella della poesia, quanto quella dell'ipnosi. Per questa ragione il testo ha esercitato su di me una presa forte anche quando qualche piccola crepa si insinuava nei meccanismi narrativi. Inizio col dirti che non è facile scrivere un racconto in prima persona su un personaggio come Joshua. E quel "non è facile" è un eufemismo. Diventa fin troppo semplice cadere in pacchiane sviste, perdita del punto di vista e spiegoni improbabili. Nella scarsa possibilità di ragionare e di rivedere il testo che è tipica di un concorso a tempo come il MI, posso dirti che hai limitato i danni al massimo. Il difetto forse principale, quello su cui ti consiglierei di lavorare maggiormente quando e se vorrai riprendere questo racconto, è la spiegazione al lettore della condizione di Joshua. Quella secondo il mio parere non va resa in maniera diretta, va scoperta in altro modo, magari adoperando il quaderno come già fai per alcune altre cose. Ho letto tra le tue risposte ai commenti che non volevi fargli riaprire il quaderno, e lo comprendo. Puoi comunque ipotizzare una strada alternativa, o suggerirlo addirittura in maniera ancora più velata, giusto per non lasciare il lettore troppo nel dubbio. Non entro nel dettaglio sul testo perché ho visto che già lo ha fatto chi mi ha preceduto. Mi interessava più che altro farti sapere che ho trovato un buon racconto o, a voler essere proprio puntigliosi ed esigenti, una buona bozza di racconto. Sono convinto che possa diventare un attimo racconto con una calibrazione un filo diversa. Sulla forma, invece, ritengo che il ritmo del testo calzi molto bene rispetto al suo contenuto. Buona prova, i miei complimenti.
  20. [MI 111] Il signor Adriano

    @Mister Frank il compito del finale è imprimersi nella mente di chi legge, in modo che si stacchi dal racconto/romanzo con qualche emozione che gli permetta di continuare a pensare a quanto letto anche nei minuti, nelle ore e nei giorni successivi (nel più fortunato dei casi). Lieto che, nel suo piccolo, questo racconto abbia avuto tale effetto su di te. Grazie mille per il passaggio. @M.T. ciao Ettore ti manda i suoi saluti e ti rassicura: sta benone! Lieto che tu abbia letto con piacere e che ti sia preso il tempo per commentarmi. Grazie. @paolati , ti dirò, mica male la prospettiva di starsene beati a leggere scherzi a parte, sono - inevitabilmente - soddisfatto di aver fatto scaturire quella sensazione in te. Ti ringrazio per averlo condiviso con me, e per avermi letto. @Emy , sempre precisa nei rilievi, ti confesso che non è l'unica ripetizione: come ti dicevo anche in chat, purtroppo quando rileggo a caldo ho una specie di filtro che non mi permette di valutare bene il testo, che può essere senz'altro ripulito. Sono, però, assai contento delle tue parole e del tuo apprezzamento, che mi rendono super orgoglioso. Grazie! @AndC , non so se essere triste per aver ricevuto un commento breve - rispetto ai tuoi standard - o se essere felice del tuo apprezzamento. In realtà, lo so benissimo: sono stra-contento del tuo passaggio, delle tue parole e del tuo costante e prezioso supporto. Grazie mille. @Kikki sai, a leggere quella frase così, estrapolata dal contesto, è suonata un po' "strana" anche a me. Grazie per avermela segnalata, quando rivedrò il racconto farò buon uso del tuo commento. Ma soprattutto grazie mille per il tempo dedicato alla lettura e per le parole di apprezzamento: mi hanno fatto tanto piacere. @Befana Profana cara ex-collega giudice, rieccoci qua hai usato parole assai lusinghiere, delle quali davvero non so come ringraziarti. Hai perfettamente colto il riferimento - ho terminato di leggere Trilogia di New York solo poche ore prima di scrivere questo racconto - e la cosa che più mi rende orgoglioso è sentirti dire che, nonostante la chiara citazione, non sia scaduto nella misera copia. Credimi, ciò mi fa un enorme piacere. Grazie mille per la lettura e il commento! @Macleo , ottime entrambe le tue segnalazioni. La prima (il portone) è un retaggio meccanico dalle mie tradizioni familiari: in casa mia si è sempre avuta l'abitudine di riferirsi alla porta d'ingresso come al "portone", e questa cosa è filtrata nel racconto. Sulla secondo ammetto invece l'errore dovuto proprio a una sbagliata concezione del termine: ho sempre associato la parola bibliografia - così come discografia - alla collezione di libri - o di dischi -, non solo come a un elenco scritto. Forse meglio usare "produzione", oppure "una decina di romanzi" e via. Paul Auster è un romanziere americano post-moderno: se hai voglia, prova a dargli una lettura. Ha influenzato in qualche misura questo racconto. @camparino sempre bello ricevere un tuo commento. Ancor di più, bellissimo riceverne uno in cui manifesti il tuo apprezzamento. Del quale, com'è naturale, ti ringrazio tanto. @ITG nonostante tu abbia scritto da dispositivo mobile, sei riuscito a trasmettermi quello che volevi dirmi. Il tuo commento mi ha allietato il pranzo e sono felicissimo che tu ti sia preso la briga di lasciarlo. Mi onora che la lettura ti abbia invogliato a leggere qualcos'altro. Che dirti...grazie di cuore. Siete tanti, e siete proprio preziosi. Tanto nei rilievi su errori, sviste, suggerimenti, dubbi; quanto nei semplici apprezzamenti. Che non sono mai semplici: sono meravigliosi, sono benzina su questa passione. Grazie a tutti. Davvero.
  21. [MI 111] Il capretto

    Ciao @Kikki, ho trovato una notevole tenerezza in questo racconto. È permeato senz'altro dalla tua sensibilità, che rende in maniera chiara e forte sia il legame della coppia di anziani, sia l'arrivo del capretto. Trovo che nella parte iniziale sia possibile sfoltire qualcosa - e qualcuno prima di me ti ha già suggerito nel merito - per una semplice ragione di "utilità". Non per rendere il racconto più breve, dal mio punto di vista: al più, per dedicare quella manciata di caratteri risparmiati al tratteggio di qualche ulteriore dettaglio e passaggio meritevole. Non ho altri rilievi. Trovo difficile soffermarmi nei commenti nella corsa del MI, dovendo leggere tanti racconti in così poco tempo. So, però, che ti ho letta con piacere.
  22. Vetro di mare

    @AdStr , veniamo a noi. Come hai ben intuito, il racconto si muove sulle orme di una ricerca costante di musicalità. L'intero processo di revisione è stato basato su continue letture a voce alta, per coglierne problemi di ritmo, per operare variazioni lessicali che lo rendessero più fluido ed evocativo. Sono dunque molto contento che tu l'abbia colto leggendolo, e che ti abbia portato a recitarlo ad alta voce. La suddivisione è resa chiara anche dalla separazione. Due blocchi sognanti - flusso di ricordi e immaginazioni - e un finale più secco e realistico. Il passaggio è duro, dato da quella riga di frasi brevissime separate da punti. La tua analisi della musicalità "strofa per strofa" mi è sembrata perfetta: accoglierò quasi ogni tuo suggerimento perché, a ben vedere, si tratta di miglioramenti del testo. Cosa di cui non posso che ringraziarti. Ti rispondo su alcuni punti, in modo da poterci confrontare. L'ho letta tante volte e, forse per quello, la mancanza di "un po'" mi sembra indebolire la resa ritmica della strofa. L'ho fortemente voluta, quell'immagine. È stata criticata da qualcuno, e lo comprendo, perché può suonare come una "caduta di stile". Per me è necessaria. Sono contento che tu l'abbia apprezzata. Che possa essere riformulata, nessun dubbio. Che possa essere migliorata, altrettanto. Ti spiego però la scelta che sta alla base di questo periodo. Volevo soffermarmi sul colore degli occhi di lei, poi passare alla similitudine, lunga e arzigogolata, per poi tornare sul colore degli occhi al termine della frase. Mi sembrava efficace e di bell'impatto tornarci al termine del periodo, dopo che il lettore era stato "distratto" dal dépliant, dalle foto, dal mare. Inoltre fa il paio con l'incapacità di distinguere i colori di notte, la stessa già evidenziata quando viene trovato il vetro. Se la scomponessimo ai minimi termini, ecco cosa volevo ottenere: "Ricordo i suoi occhi grandi e verdi, come [...], e sul colore degli occhi sono sicuro di non essermi sbagliato". Pensa che quell'inciso l'ho aggiunto durante la revisione finale. Non so perché, ma in quel momento ho ritenuto che fosse interessante, anche visivamente, inserire qualcosa tra parentesi. Una scelta che, a mente fredda, penso di aver sbagliato. Su quel primo racconto si può evitare di dare ulteriori ragguagli: non servono. Splendido riconoscimento, di cui mi sento molto onorato. Non lo so nemmeno io. È un processo di scoperta e indagine interiore. Non so se queste due "anime" troveranno una fusione, se una delle due prima o poi prevaricherà l'altra. Per ora cerco di alimentarle e di lavorarci al meglio che posso. Grazie di cuore, @AdStr. Sei stato preziosissimo e, come sempre, non sento di meritarlo.
  23. Vetro di mare

    Ricordo la notte in cui trovai il vetro di mare azzurro sulla spiaggia deserta, si sentiva solo il rumore delle onde, un suono che mi accarezzava come la brezza di mezzanotte, mi sentivo pieno della placida malinconia tipica della mia tarda adolescenza. Ricordo che guardai la luna piena, si specchiava nell'acqua un po’ increspata, non alzavo quasi mai gli occhi verso quella vera, ne preferivo il riflesso tremolante. Ricordo che camminavo con le mani affondate nelle tasche dei pantaloncini, perché a settembre la sera tardi fa già fresco, e si sente ancora di più vicino al mare, quando la sabbia perde il calore del giorno e si addentra nel mondo notturno fatto di baluginii. Ricordo un bagliore intenso nel buio, come quello delle pubblicità dei detersivi dei piatti, quando mostrano che è tutto così pulito e brillante e nuovo. Ricordo che mi piegai per raccogliere il vetro di mare, era scuro, mi sembrò azzurro ma non ne ero certo, e pensai che forse dovevo tornare subito a casa, entrare in silenzio per non farmi sentire dai miei, chiudermi in camera e osservarlo alla luce. Ricordo che avevo un barattolo pieno di vetri di tante tonalità di verde e marrone e trasparenti, ma che nonostante i pomeriggi e le mattinate che avevo trascorso su quella spiaggia fin dall'estate dei miei sei anni, non ne avevo mai trovato uno azzurro. Ricordo quando arrivò lei, i capelli ricci che le sfioravano i fianchi, i piedi scalzi, i denti bianchissimi che sfidavano il candore della luna, la collana che mormorava festosa a ogni passo, la gonna lunga da gitana che faceva ondeggiare con le mani. Ricordo i suoi occhi grandi e verdi, pensai al mare nei dépliant delle agenzie viaggi, posti che non ti sembrano possibili e pensi che le foto siano finte, poi invece ci vai e vedi che sono ancora più belli, e sono anche pieni di suoni e odori e allegria, lo era anche lei e sul colore degli occhi sono sicuro di non essermi sbagliato. Ricordo i tuffi da uno scoglio alto tre metri, dopo l’impatto con la superficie dell’acqua tutto diventa ovattato e tu sei lì in fondo alla discesa, fermo, un unico istante di perfezione in cui tutto è sospeso, e fu proprio quello che mi sembrò di vivere quando la guardai e, con la strana sicurezza dei miei diciassette anni, capii che mi sarebbe mancata, che avrei ripensato al suo profumo di pesca nei pomeriggi d’inverno, quando imbrunisce presto ed è già ora di cena. Ricordo che mi disse Ehi, io me ne stavo con le mani in tasca come se lì dentro ci fosse la cosa più importante del mondo, scavai con lo sguardo nella sabbia, mi sembrò rassicurante mentre le dicevo Ciao con la voce del bambino che non ero più. Ricordo che non riusciva a stare ferma, mi danzava intorno e quando si fermava aveva la quiete delle onde quando il mare è calmo, quelle che se rimani dopo il tramonto diventano parte del cielo e sai guardarle senza sentirle, lei non se ne accorse ma quella notte si portò via qualcosa di me, fu la risacca seguita dalla corrente che trascinò lontano il Super Santos con cui giocavo da solo. Ricordo che mi sussurrò Voglio fare il bagno, come se mi conoscesse da sempre e già sapesse quanto amassi fare il bagno di notte, ma al contempo come se non sapesse niente di me, di quanto fossi imbarazzato, di quanto forse avrei voluto scappare nonostante mi sembrasse il momento più significativo e vero della mia vita. Ricordo che pensai di dirle Devo andare, è tardi, i miei mi aspettano, e poi ho mal di gola, scusa, magari un’altra volta, invece le dissi Va bene, e allora lei riempì l’aria della sua risata piena di gioia semplice mentre già si spogliava, abbracciò il mare con un tuffo delicato e senza schizzi, quasi come se il suo corpo non esistesse, io sentii di colpo ancora più freddo e mi sembrò assurdo essere lì, ma ormai i miei piedi nudi toccavano la sabbia bagnata e mi dissolvevo prima nel cielo e poi nel buio. Ricordo quando si avvicinò e cercò la mia mano sotto l’acqua, me ne stavo concentrato per cercare di non far battere così forte il cuore, temevo che potesse sentirlo oppure che mi svegliassi e lei non ci fosse più, invece rimase lì, mi accompagnò verso la battigia e si distese lenta, attendendo che facessi lo stesso, e che mescolassi il mio odore col suo. Ricordo quando andò via, inebetito non seppi dire niente, nemmeno Tornerai?, la guardai camminare, le spalle nude, mi disse È azzurro, e io dovetti aspettare la mattina dopo per capire, quella notte mi sembrava ormai un sogno, se non fosse stato per il vetro di mare, che era azzurro davvero, non lo misi nel barattolo delle olive insieme con tutti gli altri, lo associavo a lei e non volevo che quel vetro speciale si confondesse coi vetri di centinaia di altri giorni tutti uguali. Ricordo la delusione quando la sera non la incontrai, mi distesi sulla sabbia ad ascoltare la sinfonia delle stelle e attesi la luce sperando che lei arrivasse, ma non arrivò, non avevo mai visto l’alba e fu quello il momento in cui pensai, per la prima volta, a una cosa che avrei voluto fare con lei. Ricordo che non trovai più il vetro azzurro, lo avevo incollato nel diario della terza media, quello in cui avevo scritto il mio primo racconto (abbastanza brutto) e avevo messo il vetro proprio su quella pagina, al ventinove di aprile, come una cosa che ha un significato, ti fa scoprire un atomo di mondo che non conoscevi e che potrebbe cambiarti per sempre, ma il vetro non c’era più, non c’era più nemmeno lei, e le mie notti sulla spiaggia tornarono solitarie. Ho sognato di prendere l’aereo con lei per andare a Parigi, che pensiero stupido da ragazzino, eppure Parigi mi sembrava così seducente, l’avevo vista in un film e l’avevo amata e avevo immaginato di fare una passeggiata di notte lungo la Senna con Marion Cotillard, il sottofondo dei violini che suonavano in qualche vicolo e le luci dei lampioni antichi a disegnare ovali giallastri colmi di primavera. Ho sognato di andare al mare con lei la mattina tardi, dopo una colazione fatta di calcetti sotto al tavolo e baci sul naso, avremmo indossato il costume in camera finendo per spogliarci di nuovo e per svanire tra le lenzuola tiepide, saremmo scesi in spiaggia con le guance ancora un po’ tinte di quel rosa di chi non può togliersi di dosso il calore. Ho sognato di iniziare l’università con lei, non sapevo quanti anni avesse e forse era già troppo grande, ma tutto andava bene nelle mie fantasie e allora entravamo in aula e ci mettevamo in fondo, su un lungo banco vuoto pieno di formule e di scritte volgari, avremmo riso di qualche cosa da poco e poi avremmo preso appunti ascoltando la lezione sui poeti americani o sul diritto civile o sugli algoritmi, e sarebbe stato bello comunque. Non ho più visto la ragazza dagli occhi verdi di quella notte di fine estate. Non mi sono iscritto all'università. Non sono andato a Parigi. Ho iniziato a viaggiare, ho fatto snorkeling a Ras Um Sid, ho esplorato un terzo della barriera corallina di Andros, ho fatto il bagnino a Kokopo, ho pescato a Sanur, ho seguito un corso di kite a Tarifa. Ho passeggiato sulle spiagge di cinque continenti per cercare il vetro di mare azzurro. Ho lavorato e dormito e giocato e bevuto e riso e guardato il sole sorgere e tramontare su decine di spiagge esposte a nord, a sud, a est e a ovest aspettando che lei si manifestasse. Non se n’è ancora ricordata, o forse devo solo trovare ciò che serve per farla tornare da me. Sono giovane, e ho tanto tempo da perdere.
  24. Vetro di mare

    @Emy è stato prezioso quel confronto preliminare con te, mi ha permesso di rimettere mano al testo e di migliorarlo. Per questo, per la tua disponibilità e per le bellissime parole che hai riservato al mio racconto non posso far altro che ringraziarti, tanto.
  25. Ei

    Ciao Tommaso, benvenuto! Buona permanenza e a rileggerci.
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