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Cerusico

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  1. Cerusico

    Come Marty McFly

    Commento Come Marty McFly E io l’ho sempre saputo che sarebbe successo, il tuo nome sullo schermo del cellulare, tutto ritorna tutto mi travolge tutto, ricordi, è così che accade, è così bello camminare sulla spiaggia affiancati, le orme si appaiano, ti guardi alle spalle e ti senti meno solo, la vita è più sopportabile quando i passi si percorrono insieme, oppure no, perché quando cammini e guardi davanti a te sei comunque solo, non ci sono alternative, il futuro è quello spazio in cui non esiste nulla e prima o poi lì dentro ci sarai tu, anzi, ci sarò io, ché di me si parla, e io di ritrovarmi in mezzo a tutta quell’aria a quei suoni a quegli odori da solo non è che ne abbia voglia, certo che no, preferirei avere qualcuno che voglia lanciarsi nel futuro con me eppure neanche quello mi tranquillizza, è proprio vero che certe volte qualsiasi alternativa ti porta a perdere qualcosa, forse è perché mio padre se n’è andato quand’ero troppo piccolo, quando sei così piccolo non hai modo di capire perché le cose succedono, ti viene detto, Papà non c’è più, e non puoi fare granché, poni domande alle quali nessuno risponde, sono tutti troppo impegnati a piangere o a consolarti con abbracci pieni di tante cose ma tutto sommato di niente, a che serve un abbraccio se a mancare è un perché, e se un perché non c’è a cosa serve ogni cosa, io te noi e tutto il resto, mio padre se ne andò e allora divenne normale immaginare un sistema di relazioni in cui uno sparisce e chi resta, be’, chi resta cazzi suoi, chi resta porta avanti la vita e le gambe in questo mondo, si affanna e basta, colma vuoti che poi ricrea, non ci sono proprio altre strade, forse è troppo facile pensarla così, dici, facile non prendersi responsabilità, facile il parallelo tra trauma e disordine comportamentale, e forse hai ragione, hai ragione, che poi parlo con te ma tu non esisti, esisto solo io e ormai mi do del tu per quanto mi sento estraneo a me stesso, finirò per l’abbandonarmi del tutto e allora addio, non è mica stato tanto bello, grazie lo stesso, andrò a capire cosa succede dopo, magari qualcuno c’è, nel frattempo mi sembra di essere come Marty McFly che sparisce dalle foto e dalla realtà, sparisce al punto di non poter più nemmeno suonare, io sono carne ossa e sangue, cellule che vibrano e a volte impazziscono eppure mi sento sparire, mi sembra la sola cosa sensata mentre mi cerchi mi scrivi mi vuoi, mi dici, Come puoi fare così dopo tutto quanto, Dio, hai ragione, se fossi qua con me ti confesserei che piangevo mentre dormivi, eravamo stesi sul letto dopo aver fatto l’amore e tu eri fragile e incantevole, lo eri senza che io dovessi nemmeno guardarti per accertarmene, lo eri mentre ti davo le spalle e sentivo il tuo respiro ispessirsi, piangevo un sacco perché già ti sentivo lontana mentre tu eri lì con me ed era tutto ciò che volevi, quanto sembrava semplice la vita in quelle notti d’inverno piene di stelle a guidarci nel buio, già presagivo il mondo senza di te, poi ti sei svegliata, tutti ci svegliamo prima o poi, tutti tranne mio padre, ti sei svegliata non so che giorno e mi hai detto, Dovremmo, lì si è rotto qualcosa e qualcos’altro è cambiato, So fare solo questo, ti ho detto, nei tuoi occhi si è riversato un mare grigio e tumultuoso, hai abbassato lo sguardo e chissà dove hai scavato, fino a che profondità sei arrivata, perché quando sei tornata eri un po’ diversa, o forse ero diverso io, Sai, mi sento più sereno se, così ti ho detto, senza andare oltre, a che serve specificare le cose, non serve sprecare respiri quando la verità è tutta negli occhi e nelle espressioni e nella postura, Capisco, hai detto, ma cosa potevi capire, non ti ho mai reso possibile farlo, Sono pronto a stare con te, ma qui, così, ho incalzato, conscio che il mondo non si piega mica al mio volere, preferirebbe piuttosto scomparire che cambiare solo per accontentare me, a che pro, poi, sono qui che mi lamento di cose che io stesso ho provocato, ricordo di averti salutato dalla finestra, come in un vecchio film, l’amata parte col treno e l’uomo alza il cappello e fa un cenno pacato con la mano, il mio gesto non aveva alcuna pacatezza, solo vigliaccheria, tu te ne ne andavi e io ti guardavo, sai come?, con sollievo, perché è così che mi sentivo, sollevato, sparivi e io stavo meglio, leggero come una rondine che domina i venti, quando sei sparita dietro l’angolo ho sospirato e ho preparato il caffè, poi ho urlato e dato pugni ai muri e tutte quelle cose degli innamorati delusi, credo, ma io non ero deluso, ero arrabbiato, ma non con te, non con te, amore mio, colpivo e mordevo i cuscini, alcuni intrisi ancora di te, quanto era inutile, ma non so fare altro, sarà che mio padre se n’è andato troppo presto, sarà che nessuno ha saputo spiegarmi bene il motivo per cui è successo, ciò che siamo a volte dipende anche solo da dove nasciamo e quando, se in questa casa oppure in quella laggiù, tu te n’eri andata e io pensavo a un sacco di sciocchezze, ma mi era chiaro che non ti avrei più risposto, il tuo nome è sparito dallo schermo, sospiro ancora, come quel giorno, ora non mi viene da mordere ogni cosa, ho forse un lieve senso di malessere quando ripenso ai tuoi capelli e alla tua voce, poi però credo che vada bene così, che per te andrà meglio senza di me, che sparirò ancora, sparirò sempre, chiudo gli occhi e non sono qui e non sono ora e non sono più e non sono.
  2. Cerusico

    Come Marty McFly

    @Massimiliano Marconi grazie per la lettura e per l'apprezzamento. Hai ragione sul "tra trauma": poco prima di pubblicare il testo, durante l'ultima rilettura, ho fatto una piccola modifica proprio in quel punto, creando l'allitterazione involontaria. Sei stato gentilissimo e sono molto contento che il testo ti sia arrivato così come desideravo nelle mie intenzioni. A presto! @Ton e @Ippolita2018: se e quando vorrete, mi trovate qua.
  3. Cerusico

    Gli stati mentali

    Dunque, @Ton. Questo testo presenta delle notevoli asperità di contenuto e di significato, ma non di forma e di immagini. Non ho un grandissimo rapporto con le narrazioni fortemente incentrate sui simbolismi e sui significati nascosti: a volte mi affascinano, altre volte le trovo inutilmente criptiche. Ma il gusto personale qui c'entra poco. Credo che un testo, per funzionare (vale a dire: per arrivare a un destinatario, per essere compreso a un qualsiasi livello), debba risultare coerente e strutturato in modo da veicolare informazioni o immagini chiare, che possono poi nascondere ogni tipo di significato, possono essere oracolari o sibilline, ma devono giungere. Nel caso di questo racconto, penso che la forma adottata (che per quanto mi riguarda riecheggia certa letteratura sudamericana) consente di far arrivare immagini nette, inequivocabili. Il villaggio distrutto, per esempio, rimane vivido; il dialogo con la bambina, idem, e cela dei richiami vertiginosi a mondi leggendari/ancestrali, a tribù sparite o a realtà diverse dalla nostra. In ogni caso, quello che arriva è nitido, quindi ottiene l'effetto di indurre nel lettore lo stato mentale (appunto) che immagino tu intendessi ottenere. Non mi interessa affatto il significato complessivo, né ritengo un problema se alcuni aspetti nell'evoluzione della faccenda, o alcuni dettagli, risultano oscuri e di non univoca interpretazione. Esistono forme narrative quasi misteriche, iniziatiche, che possono fondarsi sulla mancanza di una possibilità interpretativa semplice ed evidente. In quei casi, starà al lettore porsi nella condizione che più gli aggrada. Potrà rigettare il testo, potrà affrontarlo col desiderio di spiegare ogni dettaglio, oppure potrà decidere di lasciarsi trasportare dal flusso senza restare aggrappato alla assoluta razionalità. Io mi inserisco nel terzo gruppo: non ho la pretesa di capire tutto, non ho i mezzi per capire ogni cosa e ogni simbolo in ogni testo narrativo, quindi certe volte mi accontento di godermelo e basta, perché qualcosa stimola sempre. Credo che in questo caso, al netto di qualche scelta sintattica, espressiva e lessicale fuori tono rispetto al resto, l'aspetto di maggiore forza sia proprio la capacità di creare uno stato di sospensione nel lettore, di immergerlo in un contesto fatto di cose non spiegate e lontane. Io accetto il patto e mi fido, perché noto una consapevolezza espressiva da parte dell'autore e quindi so (o almeno tendo a ipotizzare) che non mi sta portando a spasso casualmente. Va da sé che, come immagino saprai, questo tipo di narrativa restringe inevitabilmente il pubblico potenziale di lettori, perché la trovo una letteratura abbastanza di nicchia, per chi mastica Borges e spilucca Cortàzar, per esempio. Non so se ciò ti interessi, magari la tua ricerca stilistica ed espressiva si rivolge proprio ai tuoi modelli di riferimento e a un ideale preciso di letteratura. Per concludere, non ho indicazioni di merito sulla singola frase e sulla precisa segnalazione. Volevo piuttosto darti una visione più generale sull'effetto del testo, in modo che tu possa riflettere a un livello più alto rispetto all'inezia della virgola o della parola in sé. Come ho visto che dicevi più su, credo anch'io che questo tipo di narrazione si presti a forme un po' meno contratte, perché se è vero che è lecito lasciare sfumato tutto ciò che si ritiene, lo è anche che un maggiore contesto è un valore aggiunto.
  4. Cerusico

    Quanto scrivete?

    Leggendo i manuali di scrittura e le interviste ad autori famosi, emerge spesso - se non sempre - il discorso sulle abitudini e i metodi adottati per scrivere. Tutti sembrano ricorrere a qualche stratagemma: alcuni hanno un luogo specifico, magari lo studio, una particolare scrivania, una stanza, una posizione; altri hanno degli orari che usano rispettare; altri ancora si prefiggono un obiettivo da raggiungere, che sia un certo numero di parole, o il completamento di una particolare scena. Solo da poco tempo, da quando cioè mi sono riavvicinato alla scrittura, ho iniziato a darmi anch'io delle regole. Non sono capace di alzarmi presto al mattino, quindi quella strada è per me un vicolo cieco. Faccio già fatica a svegliarmi per andare a lavorare, figuriamoci piazzare la sveglia ancora prima. Ho orari lavorativi lunghi, ho altri hobby, quindi di iniziare a scrivere sempre alla stessa ora non se ne parla. L'unico tratto della giornata che mi rendo conto di poter dedicare alla scrittura è quello tra la fine della cena e prima di andare a dormire. Ammetto che per tanto, troppo tempo quello è stato il momento della giornata che dedicavo al relax: film, serie tv, lettura, musica, o semplice e pura perdita di tempo tra una conversazione telefonica e giri su forum/blog/social network. Ho tagliato quasi del tutto quelle attività. Così facendo, sto riuscendo a dedicare del tempo alla scrittura ogni santo giorno, sia quel che sia. Sto seguendo la regola delle 1000 parole al giorno. Tale regola non l'ha fissata nessuno, ma l'ho scelta perché è un obiettivo credibile, che non richiede una mole di tempo eccessiva, ma che allo stesso tempo permette alla storia che si sta narrando di procedere. Con questo sistema, in poco meno di tre settimane ho prodotto 20000 parole (73 cartelle editoriali) che sono andate a costituire l'inizio di un romanzo. Sono incredulo io stesso. Ammetto che, soprattutto in passato, sono stato del tutto privo di autodisciplina, in tanti ambiti. Ora però, forse per via di esperienze di altra natura che mi hanno portato a dover essere, volente o nolente, disciplinato e ordinato nelle abitudini, sono riuscito a trovare un equilibrio che, sebbene duri da ancora troppo tempo per capire se possa trattarsi di un trend, mi permette di produrre con costanza e di farmi essere sempre dentro la storia che sto raccontando. Vi ho raccontato la mia attuale esperienza, ma lo scopo del topic è quello di sentire la vostra. Quanto scrivete? Avete un metodo rigoroso? Oppure preferite scrivere quando vi sentite ispirati? Quanto tempo dedicate alla scrittura giornalmente (o settimanalmente)? E quanto producete? A voi!
  5. Cerusico

    Compleanni nel WD

    Tanti auguri, @Miss Ribston. Toh, birra con distanziamento sociale.
  6. Cerusico

    Compleanni nel WD

    Tanti auguri, @Befana Profana.
  7. Cerusico

    Nutrimenti

    Nutrimenti ha pubblicato proprio oggi un ebook gratuito. Contiene 22 brani di altrettanti autori, frutto della selezione per l'iniziativa "I lettori si raccontano", sul tema dell'isolamento. Il titolo è Cronache dalla quarantena, mi sembra un'iniziativa carina per creare un senso di comunità attorno a una casa editrice. L'ebook è scaricabile dal sito ufficiale di Nutrimenti. Metto in spoiler la copertina.
  8. Cerusico

    Scrivere Noir/Giallo (Manualistica)

    Segnalo anche Gialli senza errori: Guida giuridica per autori e sceneggiatori, particolarmente utile per muoversi nelle dinamiche delle indagini, dei ruoli, dei tempi tecnici.
  9. Cerusico

    Il coperchio

    Il Coperchio Da qualche parte, 11 febbraio 2018 Stanotte non ho chiuso occhio. Mi ha tenuto sveglio quel volto paonazzo incollato alla finestra. Che sia stato un incubo? Voglio raccontare la mia storia, perché tutti sappiano la verità. Lo strano legame tra me e Torlaschi iniziò l'undici febbraio del 1958, al cinema con la scuola. Maria sedeva vicino a me ed ero imbarazzato. A un tratto avvertii un formicolio lungo la schiena. Qualcosa si muoveva tra la maglia di flanella e la pelle. Mi alzai di colpo, sollevai la maglietta e vidi cadere a terra una bestiaccia nera. La calpestai. Risero di me, Torlaschi in testa. Rise anche Maria. Corsi via per la vergogna: inciampai, provocando nuove prese in giro. Il giorno dopo, durante la ricreazione, Torlaschi mi mostrò un barattolo pieno di scarafaggi. «Maledetto Gurrieri, mi hai ucciso il capofamiglia» Esplose in un'altra risata. Cercai Maria con lo sguardo. Aveva gli occhi fissi a terra. Passato il Carnevale, continuai a giocare a nascondino con Torlaschi e gli altri. Non divenni il loro bersaglio. Eppure, nonostante sembrasse tutto finito, non riuscivo a superare il ricordo delle risate prima, e del disagio poi, che avevo visto sul volto di Maria. Attesi con pazienza. L'undici febbraio dell'anno seguente arrivai in classe prima degli altri. Sotto il giubbotto tenevo nascosto un secchiello di vernice verde. Lo piazzai sulla mensola, sopra la porta dell'aula. Lo legai a un filo e sedetti al mio posto, in ultima fila. Tirai appena Torlaschi entrò. Ah, che gioia provai nel sentirlo imprecare, mentre si ripuliva e si lamentava del bruciore agli occhi. Maria rise e mi guardò con simpatia. Non mi importò della punizione. Da quel giorno divenne tradizione che, di anno in anno, io e Torlaschi ci facessimo degli scherzi. Mi sembra di averli ancora davanti agli occhi. Quando raggiungemmo la maggiore età andammo in montagna per una battuta di caccia. Mi rivolse un cenno, indicandomi un punto preciso. Feci un passo e mi sentii sollevare. Rimasi appeso a testa in giù, il piede legato a una corda. Torlaschi e gli altri mi fustigarono con dei rami, colpendomi come se fossi una pignatta finché, stanchi, mi lasciarono lì. Indolenzito e scosso, trovai la forza per dondolarmi quel tanto che bastò a raggiungere un ramo al quale mi aggrappai. Lì passai tutta la notte e, in alcuni momenti, confesso di aver temuto di morire assiderato. Al mattino, pieno di dolori, mi aiutarono a scendere, mi offrirono del caffelatte e ne ridemmo di gusto. Ci scambiammo grandi abbracci e poderose pacche sulle spalle. Trascorremmo un Capodanno insieme, prima che io sposassi Maria e lui partisse. A mezzanotte, dopo aver brindato ed esserci scambiati gli auguri, io e Torlaschi uscimmo fuori per sparare dei fuochi d'artificio. Gli chiesi di controllare che il primo della fila fosse ben fissato. Appena si chinò, con un movimento lesto accesi un razzo e lo piantai nel terreno, tra le sue gambe. Quando partì gli presero fuoco i pantaloni e rientrò tra le consuete imprecazioni e le immancabili risate. «Non è giusto, furfante. Non sono questi i patti!» Brandelli bruciacchiati dei pantaloni ballonzolavano a ogni passo. Gli scherzi annuali si interruppero quando Torlaschi divenne primario di chirurgia in un ospedale di città. Si trasferì e non ci vedemmo per anni. Di frequente, però, ci mandavamo una lettera per ricordare la giovinezza trascorsa insieme e per dirci quanto ci volessimo bene. Presi le redini di mio padre nell'attività di famiglia. Da bambino temevo i sotterranei, il luogo dove lui lavorava tra bare e cadaveri. Mi fece entrare per la prima volta a vent'anni e mi spiegò che mi sarei abituato presto. Così fu. Grazie ai morti ho mantenuto Maria e quattro figli. Tre anni fa Torlaschi è tornato al paese. Un signore distinto, irriconoscibile rispetto al ragazzino dispettoso e un po' tonto col quale ero cresciuto. Riprendemmo a frequentarci: giocavamo a carte, bevevamo vino una sera a settimana, commentavamo la vita italiana e paesana. Non pensavo più all'infantile tradizione degli scherzi. La vita aveva dato successo a lui e amore a me. Potevamo ritenerci soddisfatti. Tutto questo fino a due anni fa, quarant'anni dopo l'ultima volta. Da quando era tornato il dottore, ormai in pensione, frequentava spesso la mia casa. I suoi vestiti eleganti mettevano a disagio mia moglie. Maria era sfiorita, ma conservava una composta bellezza. Ancora oggi mi chiedo come sia potuto accadere, eppure il mattino dell'undici febbraio del 2016, al rientro dalla mia passeggiata, col giornale sotto il braccio, sentii del chiacchiericcio provenire dalla camera da letto. Aprii la porta e vidi Torlaschi in mutande e calzini. Mi sorrise allargando le braccia come ad accogliermi, dopodiché scoppiò in una risata catarrosa. Aprii la bocca senza sapere cosa dire, cercando gli occhi di Maria, nuda sul letto. Li abbassò, coprendosi. Sul volto aveva disegnata la vergogna, ma anche dell'altro: ineluttabilità, forse. Cercai dentro di me le ragioni per non aggredire quel viscido: forse per proteggerla dalla vista di un'azione violenta, o forse perché sentivo che anche quel gesto rientrava in un disegno di cui facevo parte. Mi costò, ma riuscii a ridere anch'io, abbracciando Torlaschi senza calore e dandogli manate rabbiose sulla schiena nuda e pelosa. L'anno seguente preparai un piano per sfruttare il mio turno. Un paio di settimane prima della data fatidica presi da parte Paolo, il mio primogenito. Gli misi in mano una busta con cinquecento euro e gli dissi di prendersi qualche giorno di svago con sua moglie. «Non morirà nessuno, è solo un sabato», aggiunsi per rassicurarlo sull'imprevista chiusura del negozio. Non avevo più invitato Torlaschi a casa dopo che era andato a letto con Maria. Eppure, ogni volta che ci eravamo incontrati era stata una festa. Io ridevo con gli occhi e con la bocca. Non credo si sia mai accorto che le mie risate non erano più legate a ricordi divertenti di marachelle ormai passate; erano il gustoso preludio di quanto andavo architettando. Lo invitai un anno esatto fa, l'undici febbraio. Nonostante sapesse che giorno fosse, accettò e si presentò puntuale. Non prese il caffè che gli offrii, temendo che potessi avvelenarlo. Non mangiò niente e non volle nemmeno un goccio del liquore di finocchietto selvatico che tanto amava. Decisi di non insistere e la mossa sembrò funzionare. Stava abbassando la guardia. «Vecchio mio, cosa vai pensando? Ormai non abbiamo più l'età per quelle cose, dobbiamo starcene buoni e pensare a goderci quel che ci resta», dissi conciliante. «Hai ragione Gurrieri, amico mio. Ma dimmi, come se la passa quel tuo figliolo al negozio?» Non mi sembrò vero. Si stava infilando con le sue mani nella trappola che avevo ordito per lui. «Vieni, ti faccio vedere come lo ha rimesso a nuovo» Le scale per i sotterranei erano ripide e strette. Accesi la luce e mandai avanti Torlaschi. Fu questione di un attimo: lo spinsi e ruzzolò per le scale, battendo la testa e le ginocchia. Finì accartocciato contro la porta, privo di sensi. Con fatica riuscii a trascinarlo fino alla bara che avevo predisposto per lui. Lo sistemai dentro e saldai il coperchio. Ne avevo scelto uno con l'oblò. Per nulla al mondo avrei voluto perdermi la sua espressione al risveglio. Stavo ripulendo il sangue sulla porta quando sentii un colpo provenire dall'interno della bara. Guardai e, per un istante, lessi il terrore nello sguardo di Torlaschi. Sono certo che ne provasse, ma non mi diede soddisfazione e iniziò a ridere. Mi sedetti di fianco alla bara e per qualche minuto parlammo con naturalezza. Notai sul suo viso un crescente rossore mentre cercava di allentarsi la cravatta e di sbottonare la camicia. Non m'implorò di lasciarlo uscire. L'ultima cosa che vide fu il mio sorriso malevolo. Ho creduto che fosse finita. Nessuno si era preoccupato della sua sparizione. Era andato via così com'era ricomparso. Allo scoccare della mezzanotte del primo anniversario della sua morte, Torlaschi ha grattato al vetro della finestra della mia camera da letto. Era vestito come lo avevo seppellito. Il volto paonazzo, gli occhi sporgenti, la bocca aperta alla disperata ricerca di ossigeno. E rideva. È rimasto lì per qualche minuto, poi mi ha salutato ed è sparito. So che tornerà. Ho un fucile, ma potrebbe non bastare. Prometto che, se dovesse accadermi qualcosa, continuerò a tormentarlo anche dall'oltretomba. Ecco! Mi sembra di sentire risate nei sotterranei…
  10. Cerusico

    Tutto quel buio

    Tutto quel buio Conserva due sensazioni materiche della notte dopo il Disastro: non aveva mai sentito così netta, nel petto, la lacerazione indotta dalla perdita, e le fu chiaro, senza apparente ragione e senza possibilità di smentita, che nel grembo portava il figlio dell’uomo che aveva seppellito. Dalle pareti, dai comodini, dal tavolino in soggiorno sono sparite le foto di Guido: Guido che mostra la medaglia, Guido con la cuffia, Guido col braccio che mulina e fende l’acqua, Guido che sorride, Guido che la abbraccia, ride, nuota, la bacia, ride, ride, ride e lei non sopporta di vederlo ridere per casa, di vederlo esultare per una vittoria ormai priva di senso, proprio non ne ha, lei è senza di lui ma allo stesso tempo ha un bimbo che le ricorda ogni giorno chi era Guido, glielo ricorda mentre lei vorrebbe dimenticare, dimenticare tutto, dimenticare Guido, e se ci fosse un sistema, qualsiasi sistema, vorrebbe dimenticare anche se stessa, dormire per ingannare la realtà e indurla a fare a meno di lei, per tutto il resto del tempo, dormire per tutto il resto del tempo. Non dorme in camera da letto dalla prima notte dopo il Disastro, passa la serata in soggiorno, davanti alla tv. La sera diventa notte senza che lei abbia modo di sganciarsi da se stessa, chiude gli occhi e la mente si apre, esplora abissi da cui vuole tenersi distante, ed è allora che ingurgita due pillole, neanche sa più di cosa si tratti, il ricordo è sfumato e cominciano a essere sfumate anche le voci provenienti dal televisore, quella di Guido però no, la sente ancora nelle orecchie, la sente, anche mentre le pillole fanno effetto, chiude gli occhi, la voce di lui nelle orecchie, e le sembra di muoversi, di camminare senza sfiorare il pavimento, di raggiungere un luogo in cui può ancora toccare Guido, può sentire la sua voce da vicino, da così vicino. Non si sveglia fino al primo mattino. Alessandro non piange, quando va in camera lo trova sorridente, le braccia protese per farsi prendere, desideroso di diventare parte del mondo. Lo fa mangiare, il bambino gongola nella stretta materna, sbrodola appena un po’, lei vorrebbe piangere ma si trattiene, poi lo rimette nel box e va in bagno, una nausea nervosa, vomita, sa che non va bene ma la consapevolezza non basta, non sa che fare, non vuole parlarne a nessuno, magari le toglierebbero anche le pillole, le direbbero di fare esami e lei non vuole, non ora, non più. Controlla l’applicazione con cui tiene traccia del sonno. Ha iniziato ad avere paura, paura di sé durante il sonno, di notte le sembra di allontanarsi così tanto da sé che a volte crede di poter smarrire la strada del ritorno, una notte senza stelle la inghiottirebbe senza restituirla più, e lei lo desidera, lo desidera al punto di temerlo, è ossessionata dalla possibilità che non si svegli più o che si svegli chissà dove, e allora controlla, controlla ogni suono che produce. Stanotte ne ha emessi tanti, lo vede dal grafico, dalle onde, dal resoconto che indica un sonno agitato. Sposta il cursore sui primi rumori, preme play, si sente un fruscio costante, una base, come se lo spazio generasse un rumore preciso, sibilante; qualcosa sbatte, forse una finestra, uno scricchiolio della struttura, o semplicemente la notte, perché il buio ha una sua base ritmica, e non corrisponde a quella della luce. Alessandro, un verso del bambino, il telefono ha registrato i suoni del baby monitor, un fruscio, un respiro pesante, il respiro di lei che dorme grazie alle pillole, il respiro cresce, cresce anche il fruscio, un lieve scatto, un cane che abbaia sulle note di una canzoncina infantile, poi si sente una voce distorta, una voce che sembra un tessuto bucherellato, pronuncia parole inintelligibili, e il suono sembra così vicino, così vicino che potrebbe afferrarlo, il suono, e farlo diventare materia, spalmarselo addosso, ingurgitarlo e poi vomitarlo, vomitare ancora, invece continua ad ascoltare, il bambino ride, è divertito, un fruscio, un altro scatto, come di serratura, e i rumori registrati finiscono, torna il respiro di lei che dorme, le pillole, l’attesa del mattino, lo schermo del telefono si spegne e le restituisce il riflesso del suo volto scavato, le borse sotto gli occhi, la bocca aperta, un’espressione di confusione che fa presto a diventare paura. Cena presto, consuma un pasto leggero, Alessandro gioca con la poltrona giocattolo che sembra un cagnolino, con la mano preme un pulsante, la musica della notte, un cane allegro abbaia e Alessandro ride, cerca la mamma, lei rifugge gli occhi di Guido che non sono incastrati nel volto di Guido, porta il bambino in camera e manda giù due pillole per addormentarsi il prima possibile, per sfuggire a tutto quel buio. Sente una musica, le note ossessive della canzone infantile che ha ancora nelle orecchie, fin dalla mattina, da quando l’ha sentita nelle registrazioni sul telefono. Si diffonde come in stereofonia, dall’altoparlante del baby monitor poggiato sul tavolino invaso da piatti di plastica e bicchieri rovesciati, ma stavolta è diverso, è ancora notte, il suono non è una registrazione, proviene dalla stanza da letto, accompagnato dai mugolii divertiti di Alessandro, da una voce adulta, graffiata, che sembra di un altro mondo, sembra che da un altro mondo stia provando a comunicare con questo. Si sveglia, si sveglia davvero, il cagnolino giocattolo abbaia. Si accorge solo in quell’istante di essere in piedi, come se non potesse disporre di percezioni sensoriali prima che gli occhi si aprano. La musica non proviene dal baby monitor, è lì, ce l’ha di fronte, nel box, il bambino se ne sta a braccia protese, sempre, sempre protese, in attesa di lei, e lei non ce la fa più a vederlo così, a guardarlo vivere e muoversi e volerla, a guardarlo avere bisogno di lei, non fa in tempo nemmeno a pensare che non dovrebbe trovarsi lì, non ricorda di esserci arrivata, quella consapevolezza silente le fa cacciare un urlo isterico, il bambino la guarda e il viso gli si contrae, gli occhi si incurvano, la fronte si ridisegna e, quando la canzone finisce, inizia a piangere. Lei torna in soggiorno e afferra il cellulare, ringrazia il dio in cui ha smesso di credere per aver avviato l’applicazione, non ricorda quando, torna indietro di qualche minuto e sente tutto, sente i movimenti, la voce, si lacera il velo che ha usato per rapportarsi col mondo fin dal giorno del Disastro, il velo che l’ha protetta dal buio, da tutto quel buio che cerca di entrare, che alla fine è riuscito a entrare. Nella registrazione si sentono i rumori del suo riposo inquieto, una sofferenza sommessa che si manifesta attraverso fruscii di lenzuola e lamenti, si interrompono quando si alza, lo capisce perché sente un rumore attutito che conosce bene, il telecomando che scivola e cade sul tappeto, e poi i passi, i talloni sul pavimento freddo, passi nervosi che si allontanano. Viene invasa dal terrore di assistere a qualcosa che non dovrebbe conoscere, nessuno dovrebbe sapere cosa fa nel sonno, il sonno è l’assenza dell’io razionale, l’abbandono di sé, lei invece è lì, testimone della sua stessa coscienza che percorre il corridoio, entra nella camera da letto e lei lo sa, lo sa perché il telefono ha registrato i suoni del baby monitor, sibilanti passi di piedi nudi, un verso allegro di bambino e poi la sua voce, Smettila, Alessandro sorride, le sembra di vederlo mentre si porta la manina alla bocca, ride e lei gli dice Smettila di tormentarmi, smettila, smettila, smettila!, lo dice al bambino che ride, ride ancora, si sente un colpo, lei sobbalza ma poi parte la canzoncina, la solita canzoncina. Non lo ha toccato, non gli ha fatto pagare la colpa di avere nel suo stesso respiro l’essenza di Guido, Guido che ha smesso di nuotare, gli occhi di Guido che ora sono di Alessandro, gli occhi che hanno visto arrivare l’auto contromano, troppo vicina, troppo vicina, il Disastro, non ha potuto neanche provare a sterzare, andava così veloce ed era così tanto vicina, l’attimo del Disastro, chi ce l’aveva il tempo, ha potuto solo protendersi su di lei, un gesto istintivo, un corpo che sceglie di proteggere e non proteggersi, un atto conclusivo che definisce una vita intera. Le è morto in grembo, lo vede ora, le sembra di risvegliarsi ancora una volta, di farlo con un dolore insopportabile alle tempie, col cranio fracassato di Guido poggiato sulle sue gambe, nella posizione di molte serate in cui lo ha tenuto tra le braccia, e da allora ha iniziato a piangere, poi ha messo un velo che nessuno può vedere, ha scelto di non guardare più nel buio, il buio di quella sera, il buio da cui è emerso Alessandro, e ci pensa mentre si avvicina al box, interrompe la registrazione, fa partire tutti i giochi musicali, la giostra-carillon, Alessandro la guarda, gli occhi ancora umidi del pianto, lei non lo sa, non sa cos’ha in faccia, quale sia la sua espressione, in mano stringe le forbici, le stesse che ha usato per i ritagli dei giornali, quelli in cui Guido nuotava, Guido esultava sul podio, Guido mostrava la medaglia, Guido con gli occhi che lei continua a vedere tutti i giorni, i ritagli finiti in un cassetto chiuso a chiave, assieme alle foto. Gli occhi di Alessandro la perseguitano e lei non ce la fa più, non ce la fa proprio, gli si mette di fronte e sa che è giunto il momento di farla finita.
  11. Cerusico

    Tutto quel buio

    A un mese esatto di distanza dal commento, finalmente passo a ringraziarti, @Ton. Vivo un contrasto coi complimenti, perché da un lato li percepisco come immeritati, dall'altro aumentano in qualche misura la pressione quando scrivo nuove cose, perché mi macero all'idea di non riuscire a replicare qualcosa di buono (discreto, sufficiente, meno schifoso... insomma, quello) che ho fatto in precedenza. Però, miei ragionamenti superflui a parte, non posso che apprezzare il tuo passaggio e l'apprezzamento, che diventa ancora più significativo proprio perché viene da un lettore "elitario e spocchioso". Per il resto, avrò tempo e modo per fare ancora schifo, non temere.
  12. BookRepublic, in collaborazione con alcune case editrici, mette a disposizione il download gratuito di un ebook presente in questa lista, in costante aggiornamento man mano che aderiscono altre CE. https://www.bookrepublic.it/promozioni/ioleggoacasa-ebook-gratis/
  13. Cerusico

    Cosa state leggendo?

    Dunque, ho letto cose: Restiamo così quando ve ne andate, Cristò, TerraRossa: una bella voce, un tipo di storia che personalmente tendo ad apprezzare, narratore piuttosto atipico, gestione dei tempi della narrazione altrettanto curiosa. Forse il finale non mi ha del tutto convinto, ma è senza dubbio un testo interessante che mi ha fatto scoprire una CE da tenere d'occhio. Febbre, Jonathan Bazzi, Fandango: racconto sulla vicenda personale dell'autore, omosessuale cresciuto a Rozzano e che racconta in parallelo il presente, in cui scopre di essere sieropositivo, e il suo passato difficile. Non l'ho apprezzato particolarmente, innanzitutto per stile - basta, basta, basta e ancora basta con questo minimalismo sfrenato, tre parole e a capo, basta - ma anche per tono. Inoltre, davvero troppo facile vendersi con una storia come questa, l'ho percepita come una mossa commerciale e non autentica. Insomma, no. Veleno, Pablo Trincia, Einaudi: reportage di una storia vera, quella di una serie di casi riguardanti bambini allontanati dalle proprie famiglie negli anni Novanta in Emilia Romagna. Inquietante in entrambe le fasi: quella iniziale di indagine, tra narrazioni di satanismo, uccisioni di gatti e bambini, riti nei cimiteri, e quella finale in cui subentrano tutti i dubbi su quelle versioni dei fatti. Interessante come le informazioni e le narrazioni influenzino se stesse, come si moltiplichino, come siano pilotabili. Cattedrale, Raymond Carver, Einaudi: non avevo mai letto nulla di Carver, pur conoscendolo già abbastanza bene per aver letto analisi della sua produzione. Come immaginavo, non è decisamente la mia tazza di tè. L'ho letto bene, comunque, ma il suo sguardo non mi attrae, il suo stile ancora meno. La libertà, Ben Okri, La Nave di Teseo: un romanzo strano quanto affascinante. L'autore è nigeriano (credo sia il primo autore africano che leggo) e racconta una storia che miscela il distopico col fantastico in una grande metafora sulla libertà personale, sul libero arbitrio, sulle forme di controllo e sull'implacabile bisogno umano di affermare la propria autonomia. Curioso anche nella forma, molto raccontato, con capitoli brevissimi. Pieno di simboli e pregno di un fascino misterioso e inafferrabile. Non sono certo di aver capito bene tutto, però la lettura è stata avvolgente e ipnotica. Una passeggiata nella zona, Markijan Kamysh, Keller: resoconto delle molteplici visite che l'autore, un ragazzo ucraino figlio di un uomo morto per via delle conseguenze delle sue attività a Chernogyl, compie nella Zona di esclusione. L'ho trovato intrigante come ogni cosa distante dal mio mondo e dalla mia quotidianità, mi sono sentito trascinato in luoghi inquietanti e abbandonati, che l'autore riesce a rivestire di fascino e significato. Una bella scrittura, uno sguardo non banale. Non lasciarmi, Kazuo Ishiguro, Einaudi: mi chiedo come faccia Ishiguro a convincermi nonostante il suo modo di costruire le storie mi lascia piuttosto tiepido. Dopo Quel che resta del giorno, anche con Non lasciarmi è riuscito, soprattutto nelle ultime pagine, a coinvolgermi, e questo lo fa anche grazie a tutto ciò che c'è stato prima, quelle stesse pagine che avevo voltato un po' svogliato. Immagina un mondo distopico di cui non offre molti dettagli, limitandosi alle dinamiche relazionali tra i tre personaggi principali. Riesce ad analizzare i rapporti in maniera profonda, narrandoli in modo non banale, con una ricostruzione a ritroso che affascina per maestria e coerenza. Di tutte le ricchezze, Stefano Benni, Feltrinelli: una specie di fiaba per adulti che ho letto con piacere, per quanto mi sia sembrata troppo leggera.
  14. Cerusico

    Compleanni nel WD

    Non cominciate ad avanzare pure pretese, mo'.
  15. Cerusico

    Beretta Mazzotta Agenzia Editoriale

    No, @Bambola. Il testo non è stato ritenuto idoneo.
  16. Cerusico

    Beretta Mazzotta Agenzia Editoriale

    Chiudo il cerchio della mia esperienza. Riepilogo rapido: primo contatto nel marzo 2019 a manoscritto accettato, ho richiesto la valutazione incontro con Chiara ad aprile 2019, discussione sul testo, sugli interventi consigliati e possibili prospettive editoriali pochi giorni dopo, mi è stata consegnata la scheda con relativi suggerimenti Mi sono preso del tempo per riflettere, ho ripreso il testo e l'ho quasi riscritto da zero. L'ho sottoposto a una seconda valutazione (a un prezzo ridotto di più della metà rispetto alla prima). Chiara ha riletto il testo, e lo ha letto anche Chiara Deiana, sua collaboratrice. Ho così ricevuto un parere aggiornato da parte di Chiara Beretta Mazzotta, che ha potuto confrontare le due versioni, e uno "fresco" da parte della sua collaboratrice, che ha redatto la scheda. Ci tengo a sottolineare la professionalità di questa agenzia. La data di consegna è stata rispettata alla perfezione, la disponibilità al dialogo e ai chiarimenti è sempre massima, così come sono puntuali le risposte. Naturalmente, l'occhio di chi valuta è severo e orientato al mondo editoriale, quindi bisogna avere ben chiaro quali sono le aspettative dall'altra parte. Dal mio punto di vista, per chi vuole investire dei soldi per una valutazione del proprio lavoro, è una scelta consigliabile per i motivi sopra elencati: precisione, professionalità, competenza, chiarezza. Nessuno sconto quando c'è da muovere critiche. E credo che non ci siano molti altri modi per crescere davvero.
  17. Cerusico

    Auguri marci al Cerusico

    Rigrazie, Miss. Sono riuscito a evocare anche te, Lercio Stregone Fetido. Mi sembra una bella cosa che ti ricordi ancora quanto faccio schifo.
  18. Cerusico

    Auguri marci al Cerusico

    @mhayli Grazie di cuore, @Marcello e @H3c70r
  19. Cerusico

    Compleanni nel WD

    @Emy @bwv582 @Miss Ribston @Kuno @mercy
  20. Ah però, che schifo di tracce.
  21. Cerusico

    I racconti della Prima Luna - Sesto ciclo

    @Eudes in forma smagliante.
  22. Cerusico

    Scrittopoli 2019 — Finale

    Madò, ho vinto più cose oggi che nel resto della mia vita messe insieme e moltiplicate per 15. Come potrò ripagarvi di tutto questo? Smettendo di scrivere, dite? Dunque, chiudiamola qua: da quando sono attivo sul WD (inizio 2018) posso dire che si sia trattato del contest più bello, intrigante, ben congegnato e un sacco di altre belle cose. Ed è davvero sorprendente soprattutto sapendo che dietro c'è stato @AdStr. Un grazie alle splendide untrici, che hanno tirato la carretta. A @Thea che ha sfornato un racconto meglio dell'altro, scrivendo sempre rigorosamente in 5-6 minuti, non si sa come faccia. A @Ospite Rica che è subentrata e ha subito piazzato un racconto con un preavviso di 24 ore, e ci ha trainato in questa finale. Ma pure a @Plata, che nella prima tappa ci ha letto e supportato, dandoci un sacco di fiducia. Ci rifaremo, lupo. A tutti i compari di avventura, del mio girone, dell'altro, ai finalisti, ai concorrenti vecchi e a quelli incrociati per la prima volta. Ma poi oh, fatemi fare i complimenti a @Eudes, che si deprezza sempre troppo: bravo, Eud. E ai rustelloni: che squadra, emozioni che non si provavano dall'impresa di Steven Bradbury alle Olimpiadi invernali di Salt Lake City. Infiniti. Bravi i giudici @AdStr, @Miss Ribston e @Kikki : avete dato vita a un contest intrigante, con una formula super. Carinissimi anche tutti i premi extra e farlocchi. Veramente una gran bella organizzazione. Hanno avuto un occhio lungo a prendervi in staff. E ora, insomma, si dia inizio alle danze, secondo la maniera del cerusico. Scendete in pista presto che lo spazio è poco. <-- questo sono io
  23. Cerusico

    Scrittopoli 2019 — Finale

    Riporto una domanda da parte di mio cugino: non è che si potrebbe fare anche una medaglietta tarocca per @Plata?
  24. Cerusico

    Scrittopoli 2019 — Finale

    Via, già piazzate su LinkedIn e sul curriculum.
  25. Cerusico

    Scrittopoli 2019 — Finale

    Madò, cosa sta succedendo? Il contest del secolo.
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