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Cerusico

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  1. Cerusico

    Di parole perdute e di crateri lunari

    Commento Di parole perdute e di crateri lunari A volte penso che, se non avessi fatto questo o quello, non avrei mai incontrato Marian. Ma il punto non è questo, vero? Cioè, avrei sempre incontrato Marian. La stavo cercando. Non so se capite cosa voglio dire, ma Marian mi faceva sentire essenziale, salvo. La conobbi il giorno in cui persi la parola Resta, che non avrei più ritrovato. Né sarei stato più capace di usarla. Mi era già capitato con altre parole. Forse, ma non ci giurerei, la prima volta accadde con bua, un sabato pomeriggio al parco. Fu poi il turno della parola amico, che pareva troppo da femmine tra i compagni di scuola e quelli conosciuti d’estate. I villeggianti, li chiamava mia nonna. Non ricordo quando i villeggianti sono diventati turisti: nel dubbio, però, ho smesso di chiamare anche loro. Vidi Marian la prima volta il 26 luglio. E come potrei dimenticarlo, quel giorno? Sarebbe stato come tanti altri, una montagnola di ore da abbattere, un po’ alla volta, fin quando non sarebbe rimasto più niente. Le immagino così, le mie giornate: un cumulo di sabbia che si forma mentre dormo e che ritrovo al mattino. Penelope disfaceva la tela di notte; io ho disgregato le mie ore ogni giorno. Non avevo mai parlato con una straniera. Neanche con uno straniero, a dirla tutta. Marian era diafana, e non saprei cos’altro dire del suo aspetto se non che, quando si muoveva, tutta l’aria intorno sembrava vibrare, e dalla sua pelle si irradiava una luce tale da far pensare che si trattasse di un’apparizione. O forse, e non mi stupirebbe, ero solo io a guardarla così, incantato come se non si trattasse nemmeno di un essere umano, come se non facesse parte del mondo in cui mi muovevo anch’io. Come sarebbe stato possibile, poi? Io sgraziato e nerastro, lei capace di attirare sguardi e di generare meraviglia in virtù del semplice fatto che esistesse. Attraversai la strada nelle mie ciabatte troppo piccole, diretto in spiaggia quando lei già tornava, irreale e fuori posto quanto me. E già allora avrei dovuto capire che eravamo fatti di opposti, che gli opposti a volte si completano e a volte non trovano il modo – ma proprio nessun modo – per potersi unire. Era l’estate dei miei diciassette anni, non avevo mai dato un bacio a una ragazza e quel giorno pensai a lei, in maniera caotica e frammentaria, fino all’ora di cena. Era uso, a casa mia, che d’estate mangiassimo leggero a pranzo e a cena facessimo un pasto vero, come lo chiamava mio padre. Quella sera mia madre preparò gli spaghetti aglio, olio e peperoncino, col pepe macinato che portava colori e odori che, in un modo o nell’altro, avrei cercato per il resto della vita. Mia madre cominciò a tossire di colpo, si portò una mano sul petto e cercò di aspirare aria. Il collo le si allungò fin quasi a spezzarsi e pensai, per un attimo di pura follia, che avrebbe continuato a estendersi fino a raggiungere il soffitto. Mi cadde la forchetta di mano quando mio padre la chiamò e lei cadde in avanti, la faccia negli spaghetti. Lui la prese per le spalle, la sollevò, sotto l’occhio destro di mia madre c’era un pezzetto d’aglio, sul volto i granelli di pepe sembravano lentiggini dal colorito troppo intenso. Chiama il 118, mi disse mio padre mentre io ancora masticavo. Non mi è rimasto alcun ricordo di quello che dissi nella cornetta bianca, ma l’ambulanza arrivò e si portò via mia madre, di nuovo sveglia e sofferente, con un respiratore e uno sguardo terrorizzato fisso nei miei occhi. La bocca mi pizzicava per via del peperoncino quando salii in macchina con mio padre e seguimmo le sirene blu sul viale che costeggia il lungomare, mentre le persone passeggiavano spingendo passeggini, tenendosi per mano, scegliendo un gelato, guardando il mare, senza nemmeno farsi passare per la testa il fatto che a pochi metri ci fosse mia madre che non riusciva di colpo più a respirare, che mio padre sembrava aver perso le poche parole che aveva, e che io fossi talmente spaventato da essere calmo. Mi passò davanti agli occhi l’immagine della ragazza diafana, mi aggrappai a quei contorni indefiniti e surreali per cercare una via di fuga. Emerse e si sviluppò in quei minuti la mia natura di codardo, e non avrei fatto altro che fuggire ogni singolo giorno, con l’ansia di dover distruggere, nel modo più indolore possibile, la montagnola di ore che mi era concessa. Parcheggiammo al pronto soccorso, seguimmo la barella in un corridoio lunghissimo dalle pareti azzurrine e dalle luci pallide e mortuarie. Mia madre non smetteva di guardarmi, avrei voluto dirle di smetterla, di smetterla di star male e di smetterla di guardarmi in quel modo, di smetterla perché mi stava costringendo a legare tutti i miei ricordi giovanili a quegli occhi, mentre io avrei voluto legarli al tiramisù che preparava la domenica mattina e al grembiule a fiori rosa che indossava in cucina. Le dissi di non andare via, senza pensarci, senza nemmeno rendermene conto. Mio padre si fermò a guardarmi, lo notai con la coda dell’occhio perché la mia attenzione era solo per lei, per la donna che mi aveva messo al mondo alla quale dissi, in un sussurro, Resta. Ma lei non restò. Se ne andò dopo poche ore. Complicazioni in seguito ad arresto cardiocircolatorio. Qualcosa del genere. Cose che accadono, anche se hai quarantuno anni e non hai ancora avuto tempo di dedicarti a tutte le cose che avresti voluto fare. Mia madre se ne andò il giorno in cui vidi Marian, e quello fu il giorno in cui compresi – e credetemi, su questo non ho mai cambiato idea – che non c’è modo, nella vita, di ottenere qualcosa senza perderne un’altra. E non puoi mica essere sicuro che quella che ottieni valga di più di ciò che hai perso, oppure che resti. È uno scambio alla cieca, azzardo puro. Fu la notte in cui persi la parola Resta, quella che mi sarebbe servita una manciata di anni dopo: Marian aveva smesso di essere la figura eterea che aspettavo ogni mattina alle dieci, quando lasciava la spiaggia e la immaginavo rifugiarsi nel suo mondo incantato, ma era diventata una ragazza della mia età, col sogno di abbandonare la Polonia per vivere in Italia. Era lì che avrebbe voluto fare l’università, e trascorreva i pomeriggi invernali a studiare l’italiano, a cercare di leggere Buzzati e Volponi, ad appuntare su un quaderno tutte le parole nuove. E così i mesi passavano, io perdevo le parole, lei ne acquisiva sempre di più e riempiva ogni mio vuoto. Ho rinunciato a tutte le parole che non mi erano servite, a quelle che avevo detto per sbaglio, a quelle che avevo detto troppe volte e che avevano finito per perdere di valore; ho smesso di usare le parole deludenti, quelle che mi avevano ferito, quelle con le quali avevo fatto del male. Ho cancellato dal mio vocabolario le parole che non mi piacevano e quelle che mi piacevano troppo, e mi ritrovo oggi a non poter dire quasi nulla, ma sapete cosa ho scoperto? Che servono poche parole, e che alla fine ce ne sarebbe stata una comune e semplice che avrebbe cambiato il corso della mia vecchiaia. Perché le parole sono rivestite del significato e dei ricordi che noi appiccichiamo loro addosso, con buona pace dei vocabolari. Avevo finito per convincermi del fatto che le parole non mi servissero più, non ora che c’era Marian a riempire le mie vacanze estive e la cassetta delle lettere. La dipingevo di rosso il primo settembre, il giorno dopo la sua partenza, per far sì che fosse visibile per il postino. Non volevo che le lettere di Marian, piene di parole in italiano che io non usavo più, potessero andare perdute, che il postino non vedesse con chiarezza la cassetta postale della mia famiglia. La mia famiglia che ormai eravamo solo io e mio padre, e non saprei dire se io e lui fossimo una fotocopia, se io fossi un suo clone a venticinque anni di distanza, ma anche lui ormai non diceva più un sacco di cose, mi sembrava perdesse pezzi e parole ogni giorno, e sopra ogni altra cosa aveva perso quel sorriso stanco che regalava a mia madre e a me la sera, quando tornava a casa dal pastificio. Eravamo fiori secchi entrambi, ma io sbocciavo ogni estate; lui non lo fece più, si estinse piano, e capii che stava finendo quando iniziò a farmi carezze impacciate: un gesto di debolezza, per uno come lui, al quale imparò ad abbandonarsi. Io dedicavo ogni domenica mattina a preparare il tiramisù di mia madre, la sua ricetta incollata con lo scotch al frigorifero. Era tutto identico: ingredienti, marche, quantità, contenitori e strumenti, eppure non veniva mai come il suo. Mio padre lo mangiava e mi diceva che ero diventato bravissimo, anche se la mano e le labbra gli tremavano. Marian si iscrisse alla facoltà di lettere a Bologna, perché aveva paura di Milano ed era intimidita da Roma. Nei piani di mia madre, io avrei dovuto continuare gli studi. Non capivo perché non volesse che seguissi le orme di mio padre: lui faceva un lavoro speciale, portava a casa la miglior pasta fresca che io abbia mai mangiato, e a me sarebbe piaciuta un’attività manuale, qualcosa che mi facesse dire, arrivato all’imbrunire di ogni giorno, che avevo realizzato qualcosa che prima non esisteva. Per mio padre, pur pragmatico, la volontà di mia madre diventò un nodo da non sciogliere per alcuna ragione. Mi iscrissi a Bologna anch’io, perché non distava molto da casa. E perché, naturalmente, lì avrei trovato Marian. Marian riempiva le serate bolognesi di sogni, di film visti e di vicoli da scoprire. Preparavo il tiramisù, lei scriveva sceneggiature e ogni tanto veniva ad assaggiare la crema e a darmi un bacio sul collo. Aveva la capacità di farmi sentire necessario, perché se non ci fossi stato lei non avrebbe potuto sorridere in quel modo, e allora cosa si sarebbe perso il cielo. Mio padre, nel frattempo, declinava rapidamente: si ammalò di assenza e si vestì di una vecchiaia precoce. Legò una corda al soffitto e solo l’intervento dei vicini evitò il peggio. Dimenticò, oltre alle parole, pezzi interi del suo passato, tutto ciò che non poteva più sopportare. Ne parlai con Marian, lei mi abbracciò senza dire niente, e in quell’abbraccio colsi la tensione vitale di chi non può rimanere imprigionato. Cosa vuoi che faccia?, mi chiese nel suo italiano pieno di congiuntivi ben posizionati. Resta, avrei voluto dirle, ma non potevo. E non potevo non solo perché quella parola era ormai svanita, al punto che non ero nemmeno più capace di articolarla; ma perché mi sentivo troppo fortunato, ad avere Marian, e quando ci si sente troppo fortunati si è più propensi alla rinuncia. Rinunciai alla felicità e all’università, rinunciai a lei, mi disse che mi avrebbe scritto e che ogni tanto sarebbe venuta al paese, l’aria di mare le piaceva così tanto, ma le promesse sono fatte per avere significato solo mentre vengono pronunciate: un attimo dopo stanno già volando via, raggiungono la luna e si accoccolano sul fondo di un cratere dal nome impronunciabile di un fisico tedesco o di un astronomo russo. E lì, depositate e inermi, ci guardano ogni notte mentre noi, col naso all’insù, cerchiamo di trovare nel cielo le cose che abbiamo perduto. Ho cercato Marian nelle interviste sui giornali, nelle sale scure dell’unico cinema del paese, standomene affondato in poltrone rosse che avevano ospitato i sogni e la noia di migliaia di persone. Ho provato a cercarmi nelle immagini dell’astro nascente del cinema mondiale, la regista polacca salita alla ribalta con un film malinconico e privo di speranza. Quando usciva un suo nuovo film andavo al primo spettacolo, guidavo per chilometri se necessario, e non ero soddisfatto se non memorizzavo ogni fotogramma. Smontavo e rimontavo le sue storie nella mia testa, cercando una traccia di me, anche flebile: un vezzo, un’espressione, una postura, una battuta di dialogo. Mi sembrava di vedermi dappertutto; finii per convincermi di non esserci, di essere stato dimenticato come la cassetta delle lettere vuota e arrugginita che avevo smesso di verniciare. Lessi sui rotocalchi dei suoi due matrimoni falliti, riuscii a fingere un sorriso e ad augurarmi che fosse felice mentre la mia vita solitaria procedeva immota, divisa tra il pastificio e le domeniche mattina in cui non smettevo di preparare il tiramisù che, a volte, nemmeno mangiavo. Pochi mesi fa, cercando notizie su di lei, ho scoperto che aveva intenzione di girare un nuovo film proprio nel mio paese. Diceva di sentirsi pronta a tornare nei luoghi della sua giovinezza più spensierata e sognante. Avvertii una sensazione sopita da tempo, da quell’estate del 1967 in cui lei era apparsa. Mi aggirai per casa inquieto, rimestando negli armadi e nei cassetti, rileggendo ogni sua lettera. E nel farlo, cercavo di scovare tra le righe ciò che ero per lei. Mi allenai per tornare a essere il ragazzo che aveva amato, ma lo specchio rimandava soltanto immagini di un uomo cupo e senza nulla da raccontare. Quando iniziarono le riprese del film, presi l’abitudine di trattenermi nei luoghi in cui si girava, attento a non farmi notare: indossavo il fedora beige di mio padre e un paio di occhiali da sole, me ne stavo in mezzo alla gente certo che Marian non avrebbe potuto vedermi. Ma io, lei, la vedevo sempre. Sotto il sole di fine primavera faceva vibrare l’aria come cinquantadue anni prima, come se il tempo potesse incidere la sua pelle, ma non la sua energia vitale. Estasiato, rimanevo ad assistere fino a quando mettevano via l’attrezzatura e la folla di curiosi si disperdeva. Allungavo il collo oltre le recinzioni temporanee per scorgere qualcosa di me e di lei sui volti dei due giovanissimi attori che, nella mia mente, interpretavano lei e me. Ieri sera, seduto in veranda con un bicchiere di Redbreast invecchiato dodici anni, cercavo di distinguere il mare oltre le luci della strada, e di ascoltarne i suoni. Le riprese erano finite proprio nel pomeriggio, tra gli applausi, e pensavo che non l’avrei più rivista. Già mi pentivo di non aver provato ad avvicinarmi a lei, quando un taxi parcheggiò di fronte casa. Scese Marian, e l’auto ripartì. Si guardò intorno, si strinse nella giacca leggera, mentre la brezza le sollevava i capelli color cenere. Guardò verso la mia casa, la casa di mio padre, e incrociammo gli sguardi. Lo capimmo entrambi, nonostante fossimo a metri di distanza e le luci del patio fossero spente. Sorrise, e i denti brillarono sotto la luna piena, curiosa anche lei di assistere al miracolo. Si incamminò, salì i tre gradini della veranda e sedette sulla sedia a dondolo, sempre libera. Entrai in casa, presi un bicchiere, tornai fuori e le versai due dita di whisky. Lo allungai con dell’acqua e glielo porsi, ma lei scosse il capo. Rimanemmo seduti finché il vocio lungo il mare diminuì e poi sparì; ma lei restò, gli occhi incollati ai miei come per incidere dentro di me la sua esistenza. Poi, senza alcun segnale premonitore, parlammo insieme. In quelle interviste, dissi. Sai, disse lei. Sorridemmo insieme, tenendoci legati attraverso gli sguardi, senza bisogno di altre forme di contatto. Qualcosa in lei si ruppe, una lacrima scivolò sulla pelle bianca del viso. Si alzò senza dire niente e fece per andarsene, passandosi il dorso della mano sotto entrambi gli occhi. La guardai scendere i gradini senza riuscire a dire l’unica cosa che avrei voluto dirle, la stessa che avevo detto a mia madre la notte in cui se n’era andata, la stessa che avrei dovuto dire a Marian quando l’avevo lasciata a Bologna. Deglutii, nel panico, e mi sforzai di dirla, quella maledetta parola, ma dalla bocca non uscì alcun suono. Lei si stava allontanando e io stavo per perderla di nuovo Ho preparato il tiramisù, riuscii a dirle di getto. Lei fece ancora qualche passo verso il resto del mondo, come se non avesse sentito, o come se la mia voce non fosse più adatta a essere udita da qualcuno. Poi si fermò. Si girò a guardarmi. Ne mangiamo un po’, insieme?
  2. Cerusico

    Di parole perdute e di crateri lunari

    @Nightafter, ti ringrazio davvero tanto per le parole spese, per quanto mi mettano un po' in imbarazzo. La verità è che ci si prova, si fallisce (spesso) e qualche volta si riesce un pochino meglio, ma la strada è parecchio lunga, e sento di doverne percorrere ancora a non finire. Tuttavia, parole di apprezzamento come le tue mi confortano, perché penso che quando le cose funzionano meglio arriva qualcosa al lettore e di questo sono felice. Grazie anche a te, @Edu.
  3. Cerusico

    Compleanni nel WD

    Tanti auguri di buon compleanno anche qui, @mhayli.
  4. Cerusico

    Riviste che pubblicano inediti di esordienti

    Ciao, @MariaG, in effetti l'invio è abbastanza strano gli indirizzi e-mail pubblicati sulla pagina contengono degli extra, tipo "olio" e "burro". Tra le indicazioni, viene specificato di sgrassare l'indirizzo. In buona sostanza, devi togliere la parte relativa all'ingrediente grasso. Fammi sapere se riesci!
  5. Cerusico

    Cosa state leggendo?

    Pienamente d'accordo con te, infatti è un'impostazione generale degli autori, non un limite della lingua. Anzi, l'italiano permette tutto, con una ricchezza di vocaboli e di scelte sintattiche davvero notevole. Non ho citato il resto del tuo intervento, ma mi trovi d'accordo sulle considerazioni stilistiche generali, frutto di una certa tendenza retaggio - credo - dell'opera di Hemingway e Carver, che però, almeno in parte e secondo me, è stata travisata ed estremizzata, indicandola come rotta unica verso la buona prosa. Ad ogni modo, temo che siamo off topic in generale, e per concludere, che ben vengano autori in grado di utilizzare la prosa in base alle esigenze comunicative e al tono che intendono dare alle storie.
  6. Cerusico

    Cosa state leggendo?

    Credo che siano vere entrambe le cose: mi sembra di individuare delle diverse impostazioni dal punto di vista del ragionamento e dei collegamenti, così come una diversa emotività, che percepisco come piuttosto esotica e che immagino sia connaturata al luogo di provenienza degli autori e allo stile di vita delle loro terre. A ciò si aggiunge - e questo mi sembra ormai acclarato - una buonissima capacità da parte della casa editrice di selezionare bravi autori o bei testi singoli. Non so dire se sia legato proprio alla lingua originale, alla traduzione, o ancora alle caratteristiche intrinseche della prosa. Tuttavia, ho trovato una forma della frase molto, molto più libera, con incisi, coordinate plurime, frasi anche molto lunghe, a volte, con collegamenti non sempre del tutto immediati. Un prosare che non saprei definire in maniera diversa da libero, e che mi dà l'idea di adattarsi alle esigenze comunicative anziché alla forma standard a tutti i costi. Considerato che, almeno secondo me, il risultato è molto buono e interessante anche nelle traduzioni italiane, penso che si potrebbe scrivere in quella maniera anche nella nostra lingua; per farlo, però, occorrerebbe uscire un po' dalle impostazioni rigide e - ammettiamolo - un po' burocratiche di cui ha sofferto e forse soffre ancora la nostra formazione.
  7. Cerusico

    Cosa state leggendo?

    Letti: Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?, di Johan Harstad: confesso che inizio a nutrire un debole generalizzato per Iperborea. Negli autori nordici letti finora ho trovato una capacità di affabulazione indotta da una lingua libera, meno ingessata rispetto alla nostra letteratura, e a una strutturazione delle trame molto differente, a mio modo di vedere, rispetto agli standard più o meno universalmente accettati. Ci ritrovo poesia, un tocco malinconico e un'abilità tutta particolare di trattare con leggerezza argomenti profondi o delicatissimi. Questo romanzo fa tutte queste cose, raccontando l'esperienza di un ragazzo un po' diverso, un po' disagiato, che cerca il suo posto nel mondo e che Buzz Aldrin, il secondo uomo sulla luna, come modello. Perché non tutti siamo fatti per primeggiare, né necessariamente aspiriamo a quello. A volte, essere una semplice ruota dell'ingranaggio, l'omino dietro le quinte, è proprio ciò a cui tendiamo, e dobbiamo sentirci liberi di poter ambire a qualcosa di così poco "glorioso". Nato per non correre, di Salvo Anzaldi: edito da CasaSirio, è una storia autobiografica scritta da un giornalista. Racconta la sua esperienza di emofilico che riesce a partecipare - e a concludere - la maratona di New York. Classica storia motivazionale in grado di far emergere, una volta di più, quanto spesso i limiti sono solo quelli che noi stessi ci imponiamo. La volontà del male, di Dan Chaon (che si pronuncia come Shawn, ho scoperto): appena ho saputo che NNE aveva pubblicato un thriller/horror, l'ho comprato a scatola chiusa. E ho fatto più che bene: questo romanzo è una bomba. Credo di potermi spingere a dire che sia il libro che ho letto con più voracità nella mia intera "carriera" di lettore: punti di vista multipli, narratori inaffidabili, un massacro e una sequenza di omicidi che si intersecano, ricordi confusi, manipolazione della realtà. Ci sono talmente tanti elementi affascinanti che cercavo di leggere in ogni momento possibile. Notevole e originale anche dal punto di vista della strutturazione, con alcune pagine letteralmente folli, suddivise in due o tre colonne, se non addirittura in sei riquadri, frasi tronche, frasi "bucate" con pezzi mancanti. Ma non sono queste particolarità a rendere forte il romanzo, che lo è a prescindere. Ennesimo centro di NNE. L'amore ai tempi del colera, di Gabriel Garcia Marquez: una prosa raffinata e avvolgente al servizio di riflessioni sorprendenti e profonde disseminate lungo tutto il testo. Bello, a tratti bellissimo, ma confesso che non si tratta del mio pane: il narratore onnisciente di ottocentesca memoria, per quanto voluto, per me non è invecchiato benissimo, ma soprattutto la storia, spogliata della capacità decorativa di Gabo, mi sembra ridurre l'intera vita all'amore di coppia, peraltro un amore adolescenziale che condiziona una vita intera. Insomma, ho qualche remora nel complesso, credo principalmente per una questione di gusto personale, ma non posso che ammirare una penna così sopraffina.
  8. Cerusico

    I racconti della Settima Luna - Quinto ciclo

    @Miss Ribston e @Plata, che onore. Grazie a voi, ragazzi.
  9. Cerusico

    I racconti della Settima Luna - Quinto ciclo

    @Lauram, grazie mille! Credo sia tra le gratificazioni più belle sentirsi dire che un testo ha trasmesso un'emozione.
  10. Cerusico

    Jukebox

  11. Cerusico

    Compleanni nel WD

    Auguri di buon compleanno, @libero_s! Che possa essere l'anno buono per il Nobel.
  12. Cerusico

    I racconti della Settima Luna - Quinto ciclo

    Grazie come sempre, @Emy, e grazie a @Ippolita2018 e a @Poeta Zaza. @Sira, a te ricambio i complimenti, e ti ringrazio di nuovo.
  13. Cerusico

    "Hunter - Disconnettiti o muori" di David Fivoli

    Dire che è un esordio atipico, con un editore ancora più atipico rispetto alla mistura di generi del romanzo, è un eufemismo. Ha quasi del miracoloso! Intanto complimenti per la pubblicazione, @Bango Skank. E poi, tutti gli in bocca al lupo e simili: mi auguro che il tuo libro possa arrivare a tutte le persone desiderose di qualcosa di diverso nel panorama italiano.
  14. Cerusico

    I racconti della Settima Luna - Quinto ciclo

    Wow, @Black, sono super-grato e super-onorato per la tua scelta e per le tue parole. Grazie mille!
  15. Cerusico

    Di parole perdute e di crateri lunari

    Ciao, @queffe. Sono molto contento della tua lettura, hai colto il disincanto che il personaggio usa per raccontarsi, travestito a tratti da una indole sognante ma che, nelle mie intenzioni, doveva rimanere sempre ben ancorato alla perdita progressiva di possibilità. Sulla tua considerazione sul whisky: hai pienamente ragione, tant'è vero che già la mattina dopo aver postato il racconto, rileggendolo, ho eliminato quel dettaglio. Lì filtra nel testo un vezzo dell'autore, che proprio ci tiene a mettere un tocco di sé ma era doppiamente inadatto: sia a caratterizzare il personaggio, come hai notato, sia come dettaglio narrante, superfluo e distraente. Ti ringrazio per aver scelto il racconto per la tua settimana, e per il commento utile e lusinghiero. Forse è proprio quella la cosa difficile, e talvolta demotivante: non trovare, o nemmeno capire, cosa ci sia a valere il prezzo. Ma sono convinto che ci sia, e che pazienza e fedeltà a un ideale possano venire ripagati, prima o poi. Grazie mille!
  16. Cerusico

    Riviste che pubblicano inediti di esordienti

    Ciao, @Ernest. Sì, è stato tutto rapidissimo, molto più di quanto mi aspettassi: ho ricevuto riscontro il giorno dopo l'invio. Esatto. O almeno, io ho fatto così, e sono stato fortunato. Grazie per la lettura e per l'apprezzamento!
  17. Cerusico

    I racconti della Settima Luna - Quinto ciclo

    La settimana di @queffe era piuttosto popolata e c'erano dei testi meritevoli. Proprio per questo motivo mi sento particolarmente felice per la scelta e per queste parole: È davvero confortante sapere di aver ottenuto quest'effetto, a maggior ragione su un lettore attento ed esperto. Grazie, @queffe, e complimenti - già che ci sono - a @Sira e @m.q.s. per aver vinto le loro settimane.
  18. Cerusico

    I racconti della Settima Luna - Quinto ciclo

    Congratulazioni, @libero_s!
  19. Cerusico

    Riviste che pubblicano inediti di esordienti

    Quest'oggi, su Nazione Indiana, è uscito un mio racconto. In modo piuttosto inconscio, ha anche una relazione con l'ormai prossimo allunaggio. Per chi vorrà leggerlo, mi auguro possa essere tempo ben speso.
  20. Cerusico

    Di parole perdute e di crateri lunari

    Perfetto, ho sfruttato quest'ottimo suggerimento per evitare qualsiasi possibile ambiguità. Grazie mille, Andrea! @gecosulmuro, piacere di incrociarti. Ti ringrazio per il commento, davvero lusinghiero dal mio punto di vista. Non so ancora bene se si tratti di un genere in cui mi muovo bene, o che sia quello in cui intendo farlo, tuttavia ricevere un riscontro circostanziato come il tuo mi indica quantomeno una possibile direzione per la mia scrittura. E sull'editing, ci mancherebbe è necessario per chi è già davvero bravo e avanti lungo il cammino, figuriamoci per un aspirante autore. Grazie ancora, e alla prossima. @Emy, cosa posso dirti, se non grazie? Grazie per il tuo sostegno e per la tua fiducia: li ho sempre sentiti e mi aiutano tanto. Contentissimo che il racconto ti sia piaciuto e che ti abbia emozionata.
  21. Cerusico

    Compleanni nel WD

    Arrivo tardi pure io, ma sono in vacanza e poi, in verità, non mi piacciono i ferri da stiro. Però a te gli auguri li faccio lo stesso, non foss'altro che hai davanti a te un anno in meno di patimenti.
  22. Cerusico

    Di parole perdute e di crateri lunari

    Ciao, @Shikana parto da qui: non ho ancora letto Cortazar, mi piace l'idea che tu abbia colto una connessione. Dopotutto, tutti i testi hanno come sfondo un retaggio letterario condiviso, appartengono a un quadro più ampio, spesso senza che l'autore ne sia del tutto consapevole. Lo è, infatti. E una via di fuga è proprio il muro comunicativo che il personaggio pone tra sé e il resto del mondo, attraverso la progressiva eliminazione di parole associate a momenti dolorosi. Segno di fragilità, e del suo modo di stare al mondo. Sono ammirato, perché hai saputo cogliere delle sfumature, nella tua lettura, davvero non banali. Hai visto in maniera chiara elementi più o meno nascosti, connessioni tenui. Mi conforta molto, perché significa che sono abbastanza nette da emergere a una lettura attenta e di qualità come quella che - bontà tua - mi hai concesso. Non posso che ripetere quanto detto sopra: sei entrata nel testo in maniera profonda, e quando capita è davvero una specie di piccola magia. Ti sono grato non solo per l'apprezzamento, che mi fa tanto piacere, ma soprattutto per l'attenzione e per la sensibilità con cui ti sei approcciata al brano. Ebbene sì, credo di aver tanta bruttura da esorcizzare e di volerlo fare attraverso storie un po' sognanti. Felice che tu lo abbia apprezzato, @Poeta Zaza, perché molto è giocato proprio sul simbolismo (e in questo ha ragione @Thea, ho una certa propensione per l'utilizzo di simboli e trovo rappresentino un modo molto potente per trasmettere emozioni con la scrittura, senza necessariamente scadere nel sentimentalismo). Grazie ancora. In primis, notevole che tu abbia sconfitto la pigrizia per commentare, mi lusinga la cosa. Sì, direi che più o meno quelli sono i temi che mi stanno più a cuore. La cosa interessante è che emergono di loro spontanea volontà, non sono pilotati, e questo mi fa capire che si tratta di cose che "sento". Sul simbolismo, come dicevo poco sopra, credo rappresenti un buon modo per esprimere sentimenti in narrativa (così come al cinema, forse ancora di più). Se si riesce a caricare un luogo o un generico oggetto di significati, quando poi lo si utilizza scenicamente l'impatto è notevole, almeno su di me. Ci si prova, insomma. Chiedo e ti faccio sapere a parte gli scherzi, grazie mille.
  23. Cerusico

    Di parole perdute e di crateri lunari

    Non sai quanto mi faccia piacere questo apprezzamento, @AndC. Molto del racconto, e della sua idea originaria, muove proprio intorno a questo "gioco", e credo che se arriva questo, arriva tutto. Su qualche ripetizione ci ho lavorato e ci sto lavorando in fase di revisione. L'ambientazione è italiana: mi sono chiesto se potesse confondere l'indicazione del whisky, e ho optato per rimuovere il dettaglio, peraltro superfluo. Sulla lunghezza non saprei, onestamente: a me sembra che abbia il respiro che deve avere, ho tagliato ancora qualcosina, ma parliamo di poche cose, una manciata di caratteri per scendere sotto i 15.000. Per il resto, grazie e basta, come sempre.
  24. Cerusico

    Cosa state leggendo?

    Letti: La strada, di Cormac McCarthy: primo libro che leggo del celebrato autore americano. Una scrittura trattenuta e ficcante che incide sulla pelle del lettore una storia che usa come sfondo uno scenario post-apocalittico, ma che, a mio sentire, tratta i temi della paternità e dell'eredità che lascia un padre a un figlio. Bellissimo. Già che c'ero, ho guardato The road, il film tratto dal romanzo, ma non l'ho trovato allo stesso livello. La straniera, di Claudia Durastanti: entrato in cinquina per il Premio Strega, è una auto-fiction che racconta in modo romanzato l'esperienza dell'autrice. Con uno stile forzatamente poetico e spesso lezioso fino a sfociare nel fastidioso, inanella pagine su pagine di banalità e di noia. Il nostro bisogno di consolazione, di Stig Dagerman: un brevissimo saggio, o articolo che dir si voglia, che tocca temi dolorosi e profondi. Diventa quasi un testamento spirituale del giovane autore svedese, che si sarebbe suicidato dopo un paio d'anni. Struggente, intenso, complesso nonostante la brevità. Ritornerò a leggerlo. Storia di Ásta, di Jón Kalman Stefánsson: la storia della vita di una donna, dal concepimento alla vecchiaia, che si concatena con le vite di altri personaggi, narrate in modo frammentario attraverso flussi di ricordi. Una scrittura sognante, profonda e leggera allo stesso tempo, nella quale ho trovato la dimensione ideale per l'emozione e per il piacere della lettura. Sono incantato.
  25. Bella copertina, @Marcello. Io attendo che il libro arrivi (assieme all'altro): finalmente potrò leggerli in ordine. Buona fortuna, come sempre!
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