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Cerusico

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  1. Cerusico

    Di parole perdute e di crateri lunari

    Commento Di parole perdute e di crateri lunari A volte penso che, se non avessi fatto questo o quello, non avrei mai incontrato Marian. Ma il punto non è questo, vero? Cioè, avrei sempre incontrato Marian. La stavo cercando. Non so se capite cosa voglio dire, ma Marian mi faceva sentire essenziale, salvo. La conobbi il giorno in cui persi la parola Resta, che non avrei più ritrovato. Né sarei stato più capace di usarla. Mi era già capitato con altre parole. Forse, ma non ci giurerei, la prima volta accadde con bua, un sabato pomeriggio al parco. Fu poi il turno della parola amico, che pareva troppo da femmine tra i compagni di scuola e quelli conosciuti d’estate. I villeggianti, li chiamava mia nonna. Non ricordo quando i villeggianti sono diventati turisti: nel dubbio, però, ho smesso di chiamare anche loro. Vidi Marian la prima volta il 26 luglio. E come potrei dimenticarlo, quel giorno? Sarebbe stato come tanti altri, una montagnola di ore da abbattere, un po’ alla volta, fin quando non sarebbe rimasto più niente. Le immagino così, le mie giornate: un cumulo di sabbia che si forma mentre dormo e che ritrovo al mattino. Penelope disfaceva la tela di notte; io ho disgregato le mie ore ogni giorno. Non avevo mai parlato con una straniera. Neanche con uno straniero, a dirla tutta. Marian era diafana, e non saprei cos’altro dire del suo aspetto se non che, quando si muoveva, tutta l’aria intorno sembrava vibrare, e dalla sua pelle si irradiava una luce tale da far pensare che si trattasse di un’apparizione. O forse, e non mi stupirebbe, ero solo io a guardarla così, incantato come se non si trattasse nemmeno di un essere umano, come se non facesse parte del mondo in cui mi muovevo anch’io. Come sarebbe stato possibile, poi? Io sgraziato e nerastro, lei capace di attirare sguardi e di generare meraviglia in virtù del semplice fatto che esistesse. Attraversai la strada nelle mie ciabatte troppo piccole, diretto in spiaggia quando lei già tornava, irreale e fuori posto quanto me. E già allora avrei dovuto capire che eravamo fatti di opposti, che gli opposti a volte si completano e a volte non trovano il modo – ma proprio nessun modo – per potersi unire. Era l’estate dei miei diciassette anni, non avevo mai dato un bacio a una ragazza e quel giorno pensai a lei, in maniera caotica e frammentaria, fino all’ora di cena. Era uso, a casa mia, che d’estate mangiassimo leggero a pranzo e a cena facessimo un pasto vero, come lo chiamava mio padre. Quella sera mia madre preparò gli spaghetti aglio, olio e peperoncino, col pepe macinato che portava colori e odori che, in un modo o nell’altro, avrei cercato per il resto della vita. Mia madre cominciò a tossire di colpo, si portò una mano sul petto e cercò di aspirare aria. Il collo le si allungò fin quasi a spezzarsi e pensai, per un attimo di pura follia, che avrebbe continuato a estendersi fino a raggiungere il soffitto. Mi cadde la forchetta di mano quando mio padre la chiamò e lei cadde in avanti, la faccia negli spaghetti. Lui la prese per le spalle, la sollevò, sotto l’occhio destro di mia madre c’era un pezzetto d’aglio, sul volto i granelli di pepe sembravano lentiggini dal colorito troppo intenso. Chiama il 118, mi disse mio padre mentre io ancora masticavo. Non mi è rimasto alcun ricordo di quello che dissi nella cornetta bianca, ma l’ambulanza arrivò e si portò via mia madre, di nuovo sveglia e sofferente, con un respiratore e uno sguardo terrorizzato fisso nei miei occhi. La bocca mi pizzicava per via del peperoncino quando salii in macchina con mio padre e seguimmo le sirene blu sul viale che costeggia il lungomare, mentre le persone passeggiavano spingendo passeggini, tenendosi per mano, scegliendo un gelato, guardando il mare, senza nemmeno farsi passare per la testa il fatto che a pochi metri ci fosse mia madre che non riusciva di colpo più a respirare, che mio padre sembrava aver perso le poche parole che aveva, e che io fossi talmente spaventato da essere calmo. Mi passò davanti agli occhi l’immagine della ragazza diafana, mi aggrappai a quei contorni indefiniti e surreali per cercare una via di fuga. Emerse e si sviluppò in quei minuti la mia natura di codardo, e non avrei fatto altro che fuggire ogni singolo giorno, con l’ansia di dover distruggere, nel modo più indolore possibile, la montagnola di ore che mi era concessa. Parcheggiammo al pronto soccorso, seguimmo la barella in un corridoio lunghissimo dalle pareti azzurrine e dalle luci pallide e mortuarie. Mia madre non smetteva di guardarmi, avrei voluto dirle di smetterla, di smetterla di star male e di smetterla di guardarmi in quel modo, di smetterla perché mi stava costringendo a legare tutti i miei ricordi giovanili a quegli occhi, mentre io avrei voluto legarli al tiramisù che preparava la domenica mattina e al grembiule a fiori rosa che indossava in cucina. Le dissi di non andare via, senza pensarci, senza nemmeno rendermene conto. Mio padre si fermò a guardarmi, lo notai con la coda dell’occhio perché la mia attenzione era solo per lei, per la donna che mi aveva messo al mondo alla quale dissi, in un sussurro, Resta. Ma lei non restò. Se ne andò dopo poche ore. Complicazioni in seguito ad arresto cardiocircolatorio. Qualcosa del genere. Cose che accadono, anche se hai quarantuno anni e non hai ancora avuto tempo di dedicarti a tutte le cose che avresti voluto fare. Mia madre se ne andò il giorno in cui vidi Marian, e quello fu il giorno in cui compresi – e credetemi, su questo non ho mai cambiato idea – che non c’è modo, nella vita, di ottenere qualcosa senza perderne un’altra. E non puoi mica essere sicuro che quella che ottieni valga di più di ciò che hai perso, oppure che resti. È uno scambio alla cieca, azzardo puro. Fu la notte in cui persi la parola Resta, quella che mi sarebbe servita una manciata di anni dopo: Marian aveva smesso di essere la figura eterea che aspettavo ogni mattina alle dieci, quando lasciava la spiaggia e la immaginavo rifugiarsi nel suo mondo incantato, ma era diventata una ragazza della mia età, col sogno di abbandonare la Polonia per vivere in Italia. Era lì che avrebbe voluto fare l’università, e trascorreva i pomeriggi invernali a studiare l’italiano, a cercare di leggere Buzzati e Volponi, ad appuntare su un quaderno tutte le parole nuove. E così i mesi passavano, io perdevo le parole, lei ne acquisiva sempre di più e riempiva ogni mio vuoto. Ho rinunciato a tutte le parole che non mi erano servite, a quelle che avevo detto per sbaglio, a quelle che avevo detto troppe volte e che avevano finito per perdere di valore; ho smesso di usare le parole deludenti, quelle che mi avevano ferito, quelle con le quali avevo fatto del male. Ho cancellato dal mio vocabolario le parole che non mi piacevano e quelle che mi piacevano troppo, e mi ritrovo oggi a non poter dire quasi nulla, ma sapete cosa ho scoperto? Che servono poche parole, e che alla fine ce ne sarebbe stata una comune e semplice che avrebbe cambiato il corso della mia vecchiaia. Perché le parole sono rivestite del significato e dei ricordi che noi appiccichiamo loro addosso, con buona pace dei vocabolari. Avevo finito per convincermi del fatto che le parole non mi servissero più, non ora che c’era Marian a riempire le mie vacanze estive e la cassetta delle lettere. La dipingevo di rosso il primo settembre, il giorno dopo la sua partenza, per far sì che fosse visibile per il postino. Non volevo che le lettere di Marian, piene di parole in italiano che io non usavo più, potessero andare perdute, che il postino non vedesse con chiarezza la cassetta postale della mia famiglia. La mia famiglia che ormai eravamo solo io e mio padre, e non saprei dire se io e lui fossimo una fotocopia, se io fossi un suo clone a venticinque anni di distanza, ma anche lui ormai non diceva più un sacco di cose, mi sembrava perdesse pezzi e parole ogni giorno, e sopra ogni altra cosa aveva perso quel sorriso stanco che regalava a mia madre e a me la sera, quando tornava a casa dal pastificio. Eravamo fiori secchi entrambi, ma io sbocciavo ogni estate; lui non lo fece più, si estinse piano, e capii che stava finendo quando iniziò a farmi carezze impacciate: un gesto di debolezza, per uno come lui, al quale imparò ad abbandonarsi. Io dedicavo ogni domenica mattina a preparare il tiramisù di mia madre, la sua ricetta incollata con lo scotch al frigorifero. Era tutto identico: ingredienti, marche, quantità, contenitori e strumenti, eppure non veniva mai come il suo. Mio padre lo mangiava e mi diceva che ero diventato bravissimo, anche se la mano e le labbra gli tremavano. Marian si iscrisse alla facoltà di lettere a Bologna, perché aveva paura di Milano ed era intimidita da Roma. Nei piani di mia madre, io avrei dovuto continuare gli studi. Non capivo perché non volesse che seguissi le orme di mio padre: lui faceva un lavoro speciale, portava a casa la miglior pasta fresca che io abbia mai mangiato, e a me sarebbe piaciuta un’attività manuale, qualcosa che mi facesse dire, arrivato all’imbrunire di ogni giorno, che avevo realizzato qualcosa che prima non esisteva. Per mio padre, pur pragmatico, la volontà di mia madre diventò un nodo da non sciogliere per alcuna ragione. Mi iscrissi a Bologna anch’io, perché non distava molto da casa. E perché, naturalmente, lì avrei trovato Marian. Marian riempiva le serate bolognesi di sogni, di film visti e di vicoli da scoprire. Preparavo il tiramisù, lei scriveva sceneggiature e ogni tanto veniva ad assaggiare la crema e a darmi un bacio sul collo. Aveva la capacità di farmi sentire necessario, perché se non ci fossi stato lei non avrebbe potuto sorridere in quel modo, e allora cosa si sarebbe perso il cielo. Mio padre, nel frattempo, declinava rapidamente: si ammalò di assenza e si vestì di una vecchiaia precoce. Legò una corda al soffitto e solo l’intervento dei vicini evitò il peggio. Dimenticò, oltre alle parole, pezzi interi del suo passato, tutto ciò che non poteva più sopportare. Ne parlai con Marian, lei mi abbracciò senza dire niente, e in quell’abbraccio colsi la tensione vitale di chi non può rimanere imprigionato. Cosa vuoi che faccia?, mi chiese nel suo italiano pieno di congiuntivi ben posizionati. Resta, avrei voluto dirle, ma non potevo. E non potevo non solo perché quella parola era ormai svanita, al punto che non ero nemmeno più capace di articolarla; ma perché mi sentivo troppo fortunato, ad avere Marian, e quando ci si sente troppo fortunati si è più propensi alla rinuncia. Rinunciai alla felicità e all’università, rinunciai a lei, mi disse che mi avrebbe scritto e che ogni tanto sarebbe venuta al paese, l’aria di mare le piaceva così tanto, ma le promesse sono fatte per avere significato solo mentre vengono pronunciate: un attimo dopo stanno già volando via, raggiungono la luna e si accoccolano sul fondo di un cratere dal nome impronunciabile di un fisico tedesco o di un astronomo russo. E lì, depositate e inermi, ci guardano ogni notte mentre noi, col naso all’insù, cerchiamo di trovare nel cielo le cose che abbiamo perduto. Ho cercato Marian nelle interviste sui giornali, nelle sale scure dell’unico cinema del paese, standomene affondato in poltrone rosse che avevano ospitato i sogni e la noia di migliaia di persone. Ho provato a cercarmi nelle immagini dell’astro nascente del cinema mondiale, la regista polacca salita alla ribalta con un film malinconico e privo di speranza. Quando usciva un suo nuovo film andavo al primo spettacolo, guidavo per chilometri se necessario, e non ero soddisfatto se non memorizzavo ogni fotogramma. Smontavo e rimontavo le sue storie nella mia testa, cercando una traccia di me, anche flebile: un vezzo, un’espressione, una postura, una battuta di dialogo. Mi sembrava di vedermi dappertutto; finii per convincermi di non esserci, di essere stato dimenticato come la cassetta delle lettere vuota e arrugginita che avevo smesso di verniciare. Lessi sui rotocalchi dei suoi due matrimoni falliti, riuscii a fingere un sorriso e ad augurarmi che fosse felice mentre la mia vita solitaria procedeva immota, divisa tra il pastificio e le domeniche mattina in cui non smettevo di preparare il tiramisù che, a volte, nemmeno mangiavo. Pochi mesi fa, cercando notizie su di lei, ho scoperto che aveva intenzione di girare un nuovo film proprio nel mio paese. Diceva di sentirsi pronta a tornare nei luoghi della sua giovinezza più spensierata e sognante. Avvertii una sensazione sopita da tempo, da quell’estate del 1967 in cui lei era apparsa. Mi aggirai per casa inquieto, rimestando negli armadi e nei cassetti, rileggendo ogni sua lettera. E nel farlo, cercavo di scovare tra le righe ciò che ero per lei. Mi allenai per tornare a essere il ragazzo che aveva amato, ma lo specchio rimandava soltanto immagini di un uomo cupo e senza nulla da raccontare. Quando iniziarono le riprese del film, presi l’abitudine di trattenermi nei luoghi in cui si girava, attento a non farmi notare: indossavo il fedora beige di mio padre e un paio di occhiali da sole, me ne stavo in mezzo alla gente certo che Marian non avrebbe potuto vedermi. Ma io, lei, la vedevo sempre. Sotto il sole di fine primavera faceva vibrare l’aria come cinquantadue anni prima, come se il tempo potesse incidere la sua pelle, ma non la sua energia vitale. Estasiato, rimanevo ad assistere fino a quando mettevano via l’attrezzatura e la folla di curiosi si disperdeva. Allungavo il collo oltre le recinzioni temporanee per scorgere qualcosa di me e di lei sui volti dei due giovanissimi attori che, nella mia mente, interpretavano lei e me. Ieri sera, seduto in veranda con un bicchiere di Redbreast invecchiato dodici anni, cercavo di distinguere il mare oltre le luci della strada, e di ascoltarne i suoni. Le riprese erano finite proprio nel pomeriggio, tra gli applausi, e pensavo che non l’avrei più rivista. Già mi pentivo di non aver provato ad avvicinarmi a lei, quando un taxi parcheggiò di fronte casa. Scese Marian, e l’auto ripartì. Si guardò intorno, si strinse nella giacca leggera, mentre la brezza le sollevava i capelli color cenere. Guardò verso la mia casa, la casa di mio padre, e incrociammo gli sguardi. Lo capimmo entrambi, nonostante fossimo a metri di distanza e le luci del patio fossero spente. Sorrise, e i denti brillarono sotto la luna piena, curiosa anche lei di assistere al miracolo. Si incamminò, salì i tre gradini della veranda e sedette sulla sedia a dondolo, sempre libera. Entrai in casa, presi un bicchiere, tornai fuori e le versai due dita di whisky. Lo allungai con dell’acqua e glielo porsi, ma lei scosse il capo. Rimanemmo seduti finché il vocio lungo il mare diminuì e poi sparì; ma lei restò, gli occhi incollati ai miei come per incidere dentro di me la sua esistenza. Poi, senza alcun segnale premonitore, parlammo insieme. In quelle interviste, dissi. Sai, disse lei. Sorridemmo insieme, tenendoci legati attraverso gli sguardi, senza bisogno di altre forme di contatto. Qualcosa in lei si ruppe, una lacrima scivolò sulla pelle bianca del viso. Si alzò senza dire niente e fece per andarsene, passandosi il dorso della mano sotto entrambi gli occhi. La guardai scendere i gradini senza riuscire a dire l’unica cosa che avrei voluto dirle, la stessa che avevo detto a mia madre la notte in cui se n’era andata, la stessa che avrei dovuto dire a Marian quando l’avevo lasciata a Bologna. Deglutii, nel panico, e mi sforzai di dirla, quella maledetta parola, ma dalla bocca non uscì alcun suono. Lei si stava allontanando e io stavo per perderla di nuovo Ho preparato il tiramisù, riuscii a dirle di getto. Lei fece ancora qualche passo verso il resto del mondo, come se non avesse sentito, o come se la mia voce non fosse più adatta a essere udita da qualcuno. Poi si fermò. Si girò a guardarmi. Ne mangiamo un po’, insieme?
  2. Cerusico

    I racconti della Settima Luna - Quinto ciclo

    La settimana di @queffe era piuttosto popolata e c'erano dei testi meritevoli. Proprio per questo motivo mi sento particolarmente felice per la scelta e per queste parole: È davvero confortante sapere di aver ottenuto quest'effetto, a maggior ragione su un lettore attento ed esperto. Grazie, @queffe, e complimenti - già che ci sono - a @Sira e @m.q.s. per aver vinto le loro settimane.
  3. Cerusico

    I racconti della Settima Luna - Quinto ciclo

    Congratulazioni, @libero_s!
  4. Cerusico

    Riviste che pubblicano inediti di esordienti

    Quest'oggi, su Nazione Indiana, è uscito un mio racconto. In modo piuttosto inconscio, ha anche una relazione con l'ormai prossimo allunaggio. Per chi vorrà leggerlo, mi auguro possa essere tempo ben speso.
  5. Cerusico

    Di parole perdute e di crateri lunari

    Perfetto, ho sfruttato quest'ottimo suggerimento per evitare qualsiasi possibile ambiguità. Grazie mille, Andrea! @gecosulmuro, piacere di incrociarti. Ti ringrazio per il commento, davvero lusinghiero dal mio punto di vista. Non so ancora bene se si tratti di un genere in cui mi muovo bene, o che sia quello in cui intendo farlo, tuttavia ricevere un riscontro circostanziato come il tuo mi indica quantomeno una possibile direzione per la mia scrittura. E sull'editing, ci mancherebbe è necessario per chi è già davvero bravo e avanti lungo il cammino, figuriamoci per un aspirante autore. Grazie ancora, e alla prossima. @Emy, cosa posso dirti, se non grazie? Grazie per il tuo sostegno e per la tua fiducia: li ho sempre sentiti e mi aiutano tanto. Contentissimo che il racconto ti sia piaciuto e che ti abbia emozionata.
  6. Cerusico

    Compleanni nel WD

    Arrivo tardi pure io, ma sono in vacanza e poi, in verità, non mi piacciono i ferri da stiro. Però a te gli auguri li faccio lo stesso, non foss'altro che hai davanti a te un anno in meno di patimenti.
  7. Cerusico

    Di parole perdute e di crateri lunari

    Ciao, @Shikana parto da qui: non ho ancora letto Cortazar, mi piace l'idea che tu abbia colto una connessione. Dopotutto, tutti i testi hanno come sfondo un retaggio letterario condiviso, appartengono a un quadro più ampio, spesso senza che l'autore ne sia del tutto consapevole. Lo è, infatti. E una via di fuga è proprio il muro comunicativo che il personaggio pone tra sé e il resto del mondo, attraverso la progressiva eliminazione di parole associate a momenti dolorosi. Segno di fragilità, e del suo modo di stare al mondo. Sono ammirato, perché hai saputo cogliere delle sfumature, nella tua lettura, davvero non banali. Hai visto in maniera chiara elementi più o meno nascosti, connessioni tenui. Mi conforta molto, perché significa che sono abbastanza nette da emergere a una lettura attenta e di qualità come quella che - bontà tua - mi hai concesso. Non posso che ripetere quanto detto sopra: sei entrata nel testo in maniera profonda, e quando capita è davvero una specie di piccola magia. Ti sono grato non solo per l'apprezzamento, che mi fa tanto piacere, ma soprattutto per l'attenzione e per la sensibilità con cui ti sei approcciata al brano. Ebbene sì, credo di aver tanta bruttura da esorcizzare e di volerlo fare attraverso storie un po' sognanti. Felice che tu lo abbia apprezzato, @Poeta Zaza, perché molto è giocato proprio sul simbolismo (e in questo ha ragione @Thea, ho una certa propensione per l'utilizzo di simboli e trovo rappresentino un modo molto potente per trasmettere emozioni con la scrittura, senza necessariamente scadere nel sentimentalismo). Grazie ancora. In primis, notevole che tu abbia sconfitto la pigrizia per commentare, mi lusinga la cosa. Sì, direi che più o meno quelli sono i temi che mi stanno più a cuore. La cosa interessante è che emergono di loro spontanea volontà, non sono pilotati, e questo mi fa capire che si tratta di cose che "sento". Sul simbolismo, come dicevo poco sopra, credo rappresenti un buon modo per esprimere sentimenti in narrativa (così come al cinema, forse ancora di più). Se si riesce a caricare un luogo o un generico oggetto di significati, quando poi lo si utilizza scenicamente l'impatto è notevole, almeno su di me. Ci si prova, insomma. Chiedo e ti faccio sapere a parte gli scherzi, grazie mille.
  8. Cerusico

    Di parole perdute e di crateri lunari

    Non sai quanto mi faccia piacere questo apprezzamento, @AndC. Molto del racconto, e della sua idea originaria, muove proprio intorno a questo "gioco", e credo che se arriva questo, arriva tutto. Su qualche ripetizione ci ho lavorato e ci sto lavorando in fase di revisione. L'ambientazione è italiana: mi sono chiesto se potesse confondere l'indicazione del whisky, e ho optato per rimuovere il dettaglio, peraltro superfluo. Sulla lunghezza non saprei, onestamente: a me sembra che abbia il respiro che deve avere, ho tagliato ancora qualcosina, ma parliamo di poche cose, una manciata di caratteri per scendere sotto i 15.000. Per il resto, grazie e basta, come sempre.
  9. Cerusico

    Cosa state leggendo?

    Letti: La strada, di Cormac McCarthy: primo libro che leggo del celebrato autore americano. Una scrittura trattenuta e ficcante che incide sulla pelle del lettore una storia che usa come sfondo uno scenario post-apocalittico, ma che, a mio sentire, tratta i temi della paternità e dell'eredità che lascia un padre a un figlio. Bellissimo. Già che c'ero, ho guardato The road, il film tratto dal romanzo, ma non l'ho trovato allo stesso livello. La straniera, di Claudia Durastanti: entrato in cinquina per il Premio Strega, è una auto-fiction che racconta in modo romanzato l'esperienza dell'autrice. Con uno stile forzatamente poetico e spesso lezioso fino a sfociare nel fastidioso, inanella pagine su pagine di banalità e di noia. Il nostro bisogno di consolazione, di Stig Dagerman: un brevissimo saggio, o articolo che dir si voglia, che tocca temi dolorosi e profondi. Diventa quasi un testamento spirituale del giovane autore svedese, che si sarebbe suicidato dopo un paio d'anni. Struggente, intenso, complesso nonostante la brevità. Ritornerò a leggerlo. Storia di Ásta, di Jón Kalman Stefánsson: la storia della vita di una donna, dal concepimento alla vecchiaia, che si concatena con le vite di altri personaggi, narrate in modo frammentario attraverso flussi di ricordi. Una scrittura sognante, profonda e leggera allo stesso tempo, nella quale ho trovato la dimensione ideale per l'emozione e per il piacere della lettura. Sono incantato.
  10. Bella copertina, @Marcello. Io attendo che il libro arrivi (assieme all'altro): finalmente potrò leggerli in ordine. Buona fortuna, come sempre!
  11. Vedo che c'è chi ha fatto meglio di te, anche nello schifo.
  12. Cerusico

    Ora, prima e prima ancora

    Sì, hai ragione, la consecutio di quella frase è rivedibile. Il bisogno di quegli abbracci lei potrà averlo in qualsiasi momento, anche nel futuro, e allora punterei a una riformulazione di questo tipo: Lei un modo l’aveva trovato, mi aveva lasciato i suoi abbracci perché potessi prenderli ogni volta in cui ne avrei sentito il bisogno.
  13. Cerusico

    Di parole perdute e di crateri lunari

    @Rica, mi lasci senza parole, come il protagonista del racconto. Il tuo apprezzamento mi emoziona tanto. In particolare, quando dici: Non credo possa esistere riconoscimento più lusinghiero di questo. Grazie per l'attenzione con cui hai letto il testo e per i tuoi suggerimenti di editing, dei quali approfitterò, assolutamente. Grazie ancora. @bwv582, ciao! Hai ragione, non me n'ero proprio reso conto, nonostante fosse molto "fastidiosa". Certo non ti nego che un po' è voluta: inizialmente avevo citato Calvino e Buzzati, ma poi ho optato per Paolo Volponi, sia per "variare" un po' dai nomi più standard, sia per il contesto WD. Non è corretta, in effetti. Ho cercato una legatura col paragrafo precedente (cosa fatta anche in qualche altro punto del testo), come se fosse una naturale prosecuzione, ma soggetto e verbo non sono ben coordinati. La cosa, tuttavia, rende la frase piuttosto colloquiale, cosa che potrebbe anche essere concessa, diciamo così. Ci penserò, comunque. Unisco queste due considerazioni. Sulla prima: avevo pensato al DAMS, poi ho scoperto che a Bologna il DAMS è stato inaugurato nel 1971, e allora ho optato per lettere. Non che sia impossibile che lei abbia poi proseguito e fatto un percorso nel cinema, al di là degli studi, però colgo il gancio con la seconda considerazione e mi chiedo se non sia possibile sfruttare la combinazione. Se l'incontro con Marian avvenisse nel 1969 (e, a quel punto, invece del ventisei potrebbe avvenire proprio il venti luglio), allora due o tre anni dopo, al momento dell'iscrizione all'università, lei potrebbe scegliere proprio il DAMS. Forse involontariamente mi hai fornito un buon gancio. Per il resto, hai speso parole così positive da lasciarmi senza parole, anche tu, rendendomi un buon alter ego del protagonista del testo. Sono lusingato dalla tua stima, e ti ringrazio doppiamente, anche per avermi voluto segnalare. Grazie, @Adelaide J. Pellitteri. Sono contentissimo che il testo sia arrivato anche a te, e che tu abbia apprezzato il tempo in compagnia delle mie parole, e dell'assenza delle stesse.
  14. Cerusico

    I racconti della Sesta Luna - Quinto ciclo

    Complimenti, @mercy! Avevo letto il racconto, ci ritornerò.
  15. Cerusico

    Ora, prima e prima ancora

    Ciao, @Rica. Ti ho letta appena hai pubblicato, anche in virtù del tag e della dedica: ti ringrazio molto per aver pensato a me a proposito di questa storia così intima e legata a vicende familiari e rapporti coi propri nonni. Passo con colpevole ritardo, e credo che ormai ti sia stato detto tanto, ma ho cercato di leggere il meno possibile gli altri commenti, altrimenti avrei rischiato di non scriverti nulla, e mi sarebbe dispiaciuto. Come ti ho già detto altrove, questo racconto mi ha sinceramente commosso, e tendo a pensare che questa reazione sia connessa al modo in cui viene rivalutata la figura della nonna a posteriori, a come la sua durezza e mancanza di empatia venga spiegata e diventi altro, diventi addirittura altruismo nel finale. L'incipit, in relazione al senso del testo, lo trovo azzeccato in particolar modo: usi termini duri, oppure parole associate a cose dure e secche: ardesia, calcagni screpolati, fiori stinti, l'unto della treccia, gli occhi tondi da scimmia ne restituiscono un'immagine quasi ferina, molto distante dalla nonna buona e affettuosa dell'immaginario. Il ritorno della protagonista sui luoghi della giovinezza e della nonna è abilmente sfruttato per rievocare nuove immagini della nonna, il suo tenere tutti a distanza, la sua mancanza di gesti d'affetto. Ne emerge un personaggio tetro, scorbutico, respingente, e non posso non notare l'equilibrio complessivo delle parti, il viaggio materiale che diventa motivo per rimestare nei ricordi, anche in quelli sopiti o nascosti sotto al tappeto della quotidianità e della distanza. Stilisticamente, non trovo granché da dire. Trovo che il tono complessivo si adatti così bene alla storia raccontata da costituirne una parte a tutti gli effetti, in uno di quei felici casi in cui forma e contenuto viaggiano a braccetto e si completano vicendevolmente. Sulle singole frasi anche, che posso dire? Forse l'unica su cui mi sono fermato, con la sensazione di una mano calcata più del necessario sul calembour, è questa qui: Insomma, inezie. Il finale, poi. Prima, il dialogo con la madre che consente alla protagonista di vedere sotto una nuova luce ogni cosa, di capire ogni distanza e ogni silenzio della nonna. Infine, la questione dell'armadio pieno di abbracci. Ecco, lì ammetto di aver ceduto, ed è stata un'emozione bella. Mi rendo conto di aver fatto un commento un po' inutile, ma d'altronde un testo del genere non lascia granché spazio alle parole: va soltanto letto, vissuto e ammirato. Molto bello, Rica.
  16. Cerusico

    I racconti della Sesta Luna - Quinto ciclo

    Un bel racconto @Rica, mi ha commosso.
  17. Ma anche peggio, tutto sommato.
  18. Cerusico

    L'ultimo film che avete visto

    Weekend produttivo in cui ho guardato tre film, tra seconde visioni e prime volte: Amores perros di Alejandro González Iñárritu: primo film del cineasta messicano, e che debutto. Diviso in tre parti, ciascuna delle quali segue personaggi e storie diverse che, però, trovano un loro sottile tratto di unione: incidenti d'auto, cani, oppure incontri fortuiti. La prima parte è eccezionale, la seconda incredibilmente fiacca, la terza si riprende. Nel complesso, film dalla struttura interessante e con ottimi momenti. Io e Annie di Woody Allen: su Woody io non so mai cosa dire, lo trovo praticamente sempre brillante, ironico, nevrotico, divertente, tagliente e altri aggettivi in -ente e in -ico. Qui, forse, c'è la sua summa stilistica, non solo in termini tematici, ma anche di rapporto diretto col pubblico e di costruzioni meta-cinematografiche. The hateful eight di Quentin Tarantino: non lo avevo visto all'uscita, l'ho recuperato ora e non mi ha lasciato soddisfatto. Ho trovato un po' un riciclo di situazioni e personaggi già visti e, alla lunga, per me Tarantino sta mostrando la corda nel suo citazionismo esasperato. Rimane, per fortuna, sempre qualche passaggio interessante, e la sua innata abilità di saper tenere sulla corda con soli dialoghi, anche in sequenze lunghissime.
  19. Cerusico

    Cosa state leggendo?

    Divani: Il giorno della nutria (Tunué) di Andrea Zandomeneghi: nuovo esordio italiano per Tunué, nella collana di romanzi italiani curata da Vanni Santoni. Zandomeneghi, già in Crapula, sforna un romanzetto assai breve che è un semi-trattato filosofico sulle nevrosi contemporanee, tutte racchiuse nel protagonista nonché voce narrante. Uno sfoggio costante di erudizione, nella prosa e nel contenuto, che, una volta rimosso, svela l'assoluto vuoto della struttura, della trama e dei contenuti. Angeli e demoni di Dan Brown: non leggevo Dan dai tempi de Il codice Da Vinci. L'ho ripreso stavolta, durante un viaggio aereo. Dopo le prime pagine sono riuscito a spegnere il cervello e, da quel momento in avanti, sono riuscito più o meno a godermi una trama sghemba, una scrittura sciatta e personaggi quasi farseschi. Oggi ho iniziato La strada di Cormac McCarthy.
  20. Cerusico

    La vita tragicomica

    Non vedo l'ora di non leggerlo! Gab, buona fortuna con la tua nuova creatura. La copertina è molto bella, fai sistemare il post d'apertura perché secondo me merita di essere vista. Spero di leggerti presto!
  21. Cerusico

    [MI 127] Mamma- nome comune di persona, femminile, singolare.

    @caipiroska, ti ricordo con racconti piuttosto sanguinolenti e grotteschi, se la memoria non mi inganna, e ti ritrovo invece con un mainstream elegante nella prosa e disperato nei contenuti. Credo che il testo funzioni bene, è pulito e presenta una buona cura, aspetto primario dal quale una narrazione non può prescindere. Di questa donna emergono tante cose: frustrazione, rabbia, impotenza. Arrivano tutte, e non hai nemmeno troppo bisogno di specificarlo, perché emerge da ogni cosa, permea ogni simbolo che hai scelto per esprimere la sua condizione. Ti chiedo, per puro spirito di confronto, se fosse necessario che lei avesse così tanti figli. Mi interrogo proprio sul piano squisitamente narrativo: cosa sarebbe cambiato se il figlio fosse stato anche uno soltanto? E quindi, riformulando, qual è l'impatto della numerosità della prole rispetto alla sua condizione? Ti espongo il mio parere: credo che anche un unico figlio potesse giustificare i suoi attuali sentimenti. Non trovo che lei sia sfinita dai tanti figli (sebbene, naturalmente, acuiscano il tutto), quanto dall'insoddisfazione, dal non aver mai davvero voluto ciò che ora si ritrova ad avere. Ad ogni modo, ti faccio i miei complimenti per la riuscita di un brano in cui era facile cadere nel retorico e nelle frasi fatte. Per fortuna - e per bravura, soprattutto - sei riuscita a tenerti alla larga da entrambe.
  22. Cerusico

    Cosa state leggendo?

    Letti: La città delle streghe (La Corte editore) del nostro @LuckyLuccs: romanzo storico suggestivo, dalla scrittura solida. Ho delle remore su qualche aspetto strutturale (un inizio a scoppio un po' ritardato, finale tronco), tuttavia ho trovato una scrittura solida, del giusto livello, non sciatta e non troppo costruita. Il romanzo dell'anno (La nave di Teseo) di Giorgio Biferali: avevo abbastanza apprezzato il suo esordio per Tunué, L'amore a vent'anni, e ho comprato questo a scatola chiusa, il giorno dell'uscita. L'ho trovato incredibilmente fiacco, vuoto, retorico, banale. Poi, sul finale, un colpo di scena permette di rivalutare almeno in parte il romanzo nel suo complesso. Ma non basta, e non credo che Biferali abbia molto altro da dire. Babilonia - Viaggio nell'Italia del sesso (Piemme) di Carmelo Abbate: saggio sul mondo sotterraneo di scambi di coppia et similia. L'ho trovato piuttosto opaco, poco sorprendente, con pochissimo o nullo valore aggiunto rispetto all'immaginario classico attorno al tema.
  23. Cerusico

    Nuove e vecchie Emoticon

  24. Cerusico

    [MI 127] Il centro dell'Universo

    Tralascio qualsiasi annotazione stilistica e lessicale: il testo è curato e le piccole imperfezioni sono dettate dallo scarso tempo a disposizione, quindi è inutile anche soffermarcisi. Ho trovato il testo strutturalmente valido: ha un andamento circolare, che in buona misura si attaglia al protagonista, un personaggio fermo. In tal senso, non solo la traccia è perfettamente centrata, ma lo è anche la citazione, sia in relazione alla traccia, sia in relazione al racconto. L'idea del pellegrinaggio sui luoghi chiave di un avvenimento percepito come segnante, grave, fondamentale l'ho trovata bella e profonda. Tocca temi a me cari e questo me la fa sentire assai vicina. Dal punto di vista stilistico trovo un buon equilibrio tra le parti, scelte precise e abbastanza neutre, che si adattano alle atmosfere. Vorrei provare anche a fornirti le mie reazioni da lettore, sulle quali magari potrai compiere le tue riflessioni, se vorrai. Arrivato al ricordo cruciale, quello del litigio, che dovrebbe essere il momento di maggiore impatto emotivo del racconto, mi sarei aspettato di reagire in modo più forte, di essere più colpito. Non è stato così, non del tutto, e allora ho provato a riflettere sulle motivazioni di questo impatto smorzato. Ho tratto queste due conclusioni: la prima è che ho trovato troppo marcate alcune considerazioni, come per esempio: Quando racconti lo scontro, fai riferimento a tre schiaffi. Arrivare a ipotizzare una morte l'ho trovato eccessivo, a meno che non sia una distorsione volontaria, ovvero una visione del tuo protagonista, figlia del senso di colpa o di chissà che altro. L'altro aspetto, invece, è più strutturale, e riguarda l'assenza di segnali in quella direzione. Il protagonista sembra un personaggio inerte e passivo, e questa esplosione è difficile da inglobare nell'idea che mi ero fatto di lui fino a quel punto, mi è parsa quasi una incoerenza. Nel complesso, considerando i tempi del MI e anche la delicatezza del tema, trovo che sia un buon lavoro. Inoltre, è sempre un piacere leggere testi confezionati con cura artigianale e col rispetto - dovuto - alle parole.
  25. Cerusico

    Perché all'autore esordiente non si perdona nulla?

    Magari fosse come dici, @gierre13. In verità io vedo tanti romanzi di esordienti, pubblicati anche da grosse CE, dei quali si potrebbe fare tranquillamente a meno. Il mio pensiero, in generale e cercando quindi di trovare una chiave costruttiva a questa discussione, è che i rifiuti andrebbero analizzati a fondo. La reazione peggiore è quella di scagliarsi contro il sistema, sentendosi derubati di qualcosa, foss'anche solo una possibilità. Credo che l'atteggiamento ideale sia quello di una sana e robusta autocritica, che porti in primis a una minore indulgenza nei confronti dei propri testi. Premesso che di capolavori in giro non ne vedo, nemmeno tra i grossi autori, qui secondo me trai una conclusione assai affrettata. L'interesse di una CE è avere il miglior testo possibile, che funzioni sotto quasi tutti i punti di vista: stile, trama, personaggi, commerciabilità. Nel panorama editoriale attuale, anche un buon libro non è garanzia di ritorno economico, va da sé che i criteri di valutazione su cosa pubblicare e cosa no debbano essere piuttosto rigidi e precisi. Ma ciò non implica che debba trattarsi di un "capolavoro". I capolavori, mi ripeto, sono rarità assolute.
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