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Cerusico

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  1. Cerusico

    I racconti della Settima Luna - Quarto Ciclo

    Non so esprimere quanto sia orgoglioso di questo riconoscimento, da @Marcello poi... Grazie mille, veramente onorato della tua preferenza. Ho un motivo in più per sorridere in quest'ultimo giorno prima della partenza per Amsterdam.
  2. Cerusico

    Prima progettazione di un romanzo: scelte e dubbi

    Seguo con interesse e curiosità. Ti dò la risposta che ho dato a me stesso, dopo aver avuto il tuo stesso dubbio: terza persona con focalizzazione interna, punto di vista singolo. Come amano dire gli insegnanti, telecamerina sulla spalla del protagonista, molto vicina, che a volte si concede qualche affondo interno su pensieri/ricordi/sensazioni. Credo sia una forma gestibile e che non porta troppe complicazioni, ma bisogna stare attenti a non perdere aderenza al punto di vista scelto.
  3. Cerusico

    Salve a tutti 💖

    Da impazzire! Benvenuta Asia, ti attendiamo in chat per un po' di cazzeggio e in officina per leggerti. Buona permanenza!
  4. Cerusico

    Magari, se

    In generale penso tu possa stare tranquilla tuttavia ritengo plausibile che qualcuno viva dentro di sé una vicenda quasi tutta immaginata, con una intensità tale da farla diventare, nel tempo, un'ossessione senza uscita. Ma di solito le letterine/poesie adolescenziali rimangono poco più che uno sbiadito ricordo che fa affiorare un sorriso. Su quest'aspetto rifletterò, ti ringrazio di averlo portato alla luce. Non me ne sono reso conto nelle revisioni ma potrebbe esserci qualche elemento che ha fatto scaturire la tua sensazione. Proverò a concentrarmi sulle prime frasi per cercare di renderle stilisticamente in linea col seguito. Ti ringrazio molto per il passaggio e per la lettura. A presto!
  5. Bravo @Kuno, sii te stesso e fai da te, sempre. Angurie ritardatarie.
  6. Cerusico

    Magari, se

    commento Magari avrei dato un calcio al pallone, sì, ma senza concentrare tutta la rabbia che provavo in quel destro, per distruggere il bozzolo dentro cui il mio aspetto sgradevole e il mio carattere chiuso mi tenevano imprigionato. Se il pallone non fosse arrivato fino a te, appoggiata alla staccionata del parco, non ti avrei mai conosciuta, forse; non avrei visto da così vicino i tuoi capelli castani accarezzati da un alito di vento, né avrei sentito l’odore di shampoo adolescenziale che spingeva il mio sguardo a terra. Ci pensavo, sai, quando tornavo a casa da scuola, quando facevo i viaggi in pullman per andare all’università e poi studiavo dieci, dodici, quindici ore al giorno per vincere il concorso e lavorare dove lavori tu. Magari avrei potuto resistere e non chiedere il trasferimento, ma vederti ogni giorno in pausa pranzo mentre sorridevi ai Carlo e alle Margherita e agli Andrea mi lacerava il petto, ogni giorno mi moriva qualcosa dentro e qualcos’altro nasceva. Se avessi chiesto alle stelle, quando di notte non riuscivo a prendere sonno, e se loro non fossero rimaste così stupide a fissarmi brillando nel cielo, forse avrei capito quello che già sapevo senza accettarlo. Andrea era anche il mio compagno di banco, te l’ho mai detto?, quello che mi chiamava Grassone-di-Merda, che mi chiedeva Dove ce l’hai, il collo?, e poi mi tirava giù il colletto della polo e mi colpiva con due dita, provocando uno schiocco e risate a cascata, scintillanti risa che mi ricoprivano di vergogna e dalle quali non potevo nascondermi. Magari avrei potuto dire Basta, mi hai rotto i coglioni!, come fanno i ragazzini nei film, quelli bruttini che poi si trasformano crescendo, e si innamorano della ragazza bella del liceo e lei sorride, e sembrano felici. Se mi fossi ribellato forse sarei cambiato, non pensi? Non mi servirebbe stare sempre chiuso in casa o a scuola, non proverei quell’odiosa nausea quando mi ritrovo da solo con una donna senza sapere cosa dire, guardando con sospetto ogni suo movimento, ogni sorriso di circostanza che mi trafigge la gola e mi fa bruciare lo stomaco, i conati nascosti dietro un tovagliolino da aperitivo che vola via come sei volata via tu. Magari avrei potuto iscrivermi in palestra, me lo diceva sempre mia madre che mi serviva muovermi un po’, andare in bici, fare passeggiate, ma avevo paura di incontrare te con qualcuno, e allora meglio non vedere e non sapere, meglio vivere nel mio mondo fatto di fantasie. Se fosse diventato reale, quel mondo, allora io e te saremmo entrati mano nella mano in un locale, io con una camicia bianca con due bottoni aperti e tu incredibile, un vestitino dorato a fasciarti il corpo magnifico, la tua camminata e la scia di profumo di vaniglia che ti lasciavi dietro, ogni suono ovattato e distante. Magari sarebbero stati proprio lì gli Andrea, i Carlo, le Margherita e Andrea il mio compagno di classe, quello degli schiaffi con le due dita che schioccavano e rimbombavano in aula, e il professore – si chiamava Andrea anche lui? – a dire, svogliato, di smetterla, senza nemmeno capire che a ogni schiaffo si chiudeva lo spiraglio che tenevo aperto sul mondo, a ogni risata mi scivolava via la speranza e cominciavo a desiderare di sopravvivere, di resistere col minor impatto possibile, mio sugli altri e degli altri su di me. Magari avrei studiato di meno se avessi saputo che quando alzavo la mano per rispondere a una domanda, in quei pochi istanti di silenzio ansioso quando gli occhi del professore vagavano per la classe e mi saltavano fino a quando non potevano più esimersi dal dire Dai, dillo tu, Eugenio, in ognuno di quei momenti aumentava la mia esclusione, ogni secondo un calcio che mi spingeva via, lontano da tutti. Se il sentirmi deriso non si fosse trasformato in rabbia, se gli schiaffi a due dita non mi avessero lasciato segni così rossi da farmi assumere la mia posa, il collo incassato nelle spalle per la vergogna, iniziando ad apparire ancora più strano e ridicolo ai tuoi occhi, tesoro, allora forse ti avrei chiesto di prendere un caffè, tre anni fa, quando ti ho vista al bancomat nel tuo tailleur nero. Se non fossi andato a comprare il tabacco, ieri sera, non ti avrei vista e sarei tornato a casa subito, avrei scelto un film e avrei fumato guardando la tv; mi sarei messo a letto tardi e avrei messo la sveglia prima di addormentarmi. Magari mi sarei svegliato di buon umore, oggi, avrei fatto una doccia e sarei andato a scuola a fare il giro delle aule, a sistemare i banchi e a controllare che ci fossero i gessi. Se non avessi perso due minuti a preparare una sigaretta in piedi, dietro una vecchia cabina telefonica che non ha nemmeno più il telefono, l’aria tra me e te sarebbe stata troppa da coprire per la tua risata, non mi sarei voltato e non avrei mai incrociato gli occhi verdi della mia adolescenza. Magari non mi avresti salutato se non ti avessi fissato a bocca aperta, il tabacco che mi scivolava via dalle mani, la coda dell’occhio che registrava Andrea, Andrea che ti porta per mano, Andrea che mi dava gli schiaffi sulla nuca e che ora ti fa ridere, Andrea che dice, a te ma anche a me, Non ci credo!, Andrea che mi faceva sprofondare nel colletto della mia polo verde acqua, mentre desideravo di poter essere lontano da lì, a pensare a te con me, io e te insieme a guardarci e a sorriderci. Magari non sarei sceso in spiaggia, stasera, se ieri fossi riuscito a parlarti, se non fossi scappato con le lacrime agli occhi mentre tu non capivi e Andrea mi chiamava, Andrea urlava Eugenio e io sentivo i tuoi occhi su di me. Hai visto che ce l’ho fatta a dimagrire? Non te l’ho mai detto ma volevo farlo per te, e poi come avrei dovuto dirtelo, se non ti ho vista quasi mai, se ho sempre cercato di evitarti quando ti incrociavo in paese? Se stasera ti avessi vista mentre andavi alla macchina, una bustina della farmacia in mano, e se non fossi rimasto con gli occhi ancorati all’asfalto e alla sabbia portata dai turisti o dal vento, magari non mi saresti comparsa davanti, col sorriso che si regala ai bambini stampato sul bel volto allungato, i tuoi zigomi morbidi e il taglio degli occhi all’insù. Magari avrei potuto parlarti, dirti le cose che si dicono ai vecchi compagni di scuola e poi augurarti buona serata. Mi avresti salutato, guancia contro guancia, e sarei rimasto col tuo profumo addosso per ore, libero di fantasticare. Se di colpo non mi si fosse creata tutta quell’aria nello stomaco, se non mi si fosse incendiato l’esofago, se non mi fossi gettato sulle ginocchia, i palmi delle mani a terra, ansimando rumorosamente tra i conati, tu non ti saresti offerta di accompagnarmi a casa, non mi avresti detto che dovevo riguardarmi mentre mi chiedevi dove tengo i bicchieri. Non mi sarei seduto in poltrona, con la nausea che mi faceva annaspare, incapace di dirti che non era lo stare fuori o in casa a farmi stare male, che non era un bicchiere di acqua o una frase di circostanza a farmi bene, ma eri proprio tu il problema, tu l’àncora che mi teneva bloccato al mio posto come un albero, un albero secco e morente capace solo di consumare ossigeno e consumarsi. Se tu non avessi deciso di lasciarmi solo quando io avevo bisogno di te, se trovarmi simpatico – vero che ti ero simpatico e non provavi pietà? – non ti fosse sembrata una cosa troppo impopolare, allora le mie mani non si sarebbero serrate intorno alla tua gola. Che strano scherzo, vero? Io, il Senza-Collo-di-Merda, e tu col tuo collo affusolato, la pelle candida e liscia nella mia stretta liberatoria. Magari non sarei qui inginocchiato ad accarezzarti il viso, a guardare gli occhi velati da una patina di incoscienza, le gote un po’ arrossate, il trucco perfetto, i segni delle mie dita tozze sul collo esile e candido, il petto fermo; non sarei qui se lo stomaco non si fosse placato, se la nausea non fosse svanita mentre il sangue si fermava e si raffreddava nelle tue vene; non sarei qui se non ci fossi tu, amore mio, sulle fredde piastrelle della mia cucina.
  7. Cerusico

    [Sfida 13] Venezia - Vukovar

    Ciao @Eudes, visto che ti hanno fatto abbastanza le pulci sugli aspetti della pulizia del testo, direi che proverò a darti un punto di vista sul racconto al netto delle imperfezioni. Ho letto due volte il testo: la prima lasciandomi deconcentrare dalle sviste - perché credo che tutte, o quasi, siano tali -, la seconda dedicandomi invece ai contenuti. Carino il modo di narrare luoghi e tempi con le espressioni "alle mie spalle" e "di fronte", per poi completare con l'"attorno" spaziale. Purtroppo la prima frase, così composta, presenta diverse problematiche. La prima, che già ti è stata evidenziata, è il fatto che tu scelga lo zaino come primo elemento, subito dopo "alle mia spalle": questo crea immediata dissonanza rispetto alla forma corretta (sulle), ma personalmente eliminerei "uno zaino", dal momento che poco dopo dici che il viaggio del protagonista è zaino in spalla. Il secondo problema è la parte conclusiva. La metto insieme: Alle mie spalle la sensazione di essermi lasciato, finalmente, parte del mio passato. Il concetto che vuoi esprimere è che lui ha la sensazione di essersi lasciato alle spalle parte del suo passato; invece dici che alle sue spalle c'è la sensazione di essersi lasciato parte del passato. Va ricomposta. Una possibile proposta, da rivedere sulla base di quel che vuoi esprimere: Alle mie spalle la stazione e, finalmente, parte del passato. Qui dici che usa lo zaino come cuscino e che è avvolto nella coperta, ma prova a notare quanto è contorta la frase "dopo avervi estratto la coperta nella quale avvolgermi". Troppo. Ti suggerirei di dire che è avvolto in una coperta e che usa lo zaino come cuscino. Se proprio vuoi dire che la coperta stava nello zaino - non necessario a mio avviso - allora può essere riformulata mantenendo l'ordine delle azioni per massima chiarezza. L'arrivo della cieca mi ha lasciato un po' stupito. Alle due di notte una donna cieca vaga per la città: vuole partire, non ha un albergo, arriva nei pressi della stazione e, al primo sconosciuto che dorme lì, dice che è stanca, si ferma con lui e si addormenta sul suo petto. Questa frase la trovo lontana dal tono generale che usa la voce narrante. Avrà pure intenti poco nobili, ma credo che qui ci sia una traslazione troppo forte, portando la voce a considerare la donna alla stregua di un oggetto (Passai la notte nella stessa camera dell'albergo) in un modo assai poco elegante, come quello subito successivo, che non è mitigato dalla forma un po' fuori moda (neanche allora ebbi l'ardire di provarci). Come si colloca questo ovunque andassimo rispetto al tipo di viaggio che stanno affrontando? Al di là dell'incoerenza dell'autobus diretto che poi si trasforma in treno, quali sarebbero le soste che possono giustificare il fatto che si fermino a mangiare prodotti locali in vari luoghi? L'impressione è che siano su un treno diretto a Vukovar, invece questa frase lascia pensare a un viaggio spezzettato fatto di soste e più simile a una vacanza che a uno spostamento finalizzato a raggiungere una meta precisa. Qui servirebbe una riga bianca: passi dalla narrazione in prima alla chiusura in terza, il che è già abbastanza straniante; meglio renderlo più netto. Qui forse sarebbe preferibile dire che la lezione è quella di guardare non solo con gli occhi. Non citerei i cinque sensi per vari motivi - tra cui quello che Iskra non potrebbe insegnargli a vedere. Mi sembra un racconto con un bilanciamento rivedibile: la parte iniziale dà l'idea di un protagonista spento, dal passato in qualche modo problematico, in balia di sé stesso, uno che arriva a Venezia e si butta sulla scalinata della stazione a dormire. Uno che incontra una cieca e pensa a come farsela e ad accompagnarla, tanto non ha nulla da fare. La sua trasformazione è nettissima, dato che sembra molto toccato dalle parole di Iskra, e su questo mi concentrerei se deciderai di riprendere il racconto per correggerlo ed eventualmente espanderlo. Proverei a costruire meglio il personaggio, capendo bene qual è la sua storia - anche se magari non la narrerai né servirà farlo - in modo da non farlo apparire troppo sfocato.
  8. Cerusico

    Cosa state leggendo?

    Grazie per le indicazioni generali sull'autore, @M.T. da una parte bisogna iniziare, e direi che da quel che mi dici (e che ha aggiunto Kuno) non si tratta di un romanzo che possa darmi un'impressione errata sull'autore. @Kuno, ottima scelta Stoner: tra i libri che ho preferito tra quelli letti quest'anno.
  9. Cerusico

    Cosa state leggendo?

    Dall'unico suo romanzo che ho, @M.T.: Kafka sulla spiaggia. Lo hai letto? Consigli altro per iniziare a leggere Murakami?
  10. Cerusico

    Cosa state leggendo?

    Letto Pastorale americana. L'ho iniziato con ottima lena, poi ho cominciato a patirlo. Per un lungo tratto non ho compreso dove stesse andando a parare, non riuscivo a immergermi nella storia, non la sentivo abbastanza "movimentata" in termini non tanto di azione e di eventi, quanto di trasformazioni e di densità. Poi, intorno a pagina 350, sono entrato definitivamente in sintonia col linguaggio di Roth, col suo modo analitico e brutale di sviscerare la società americana che sceglie di descrivere. Ho amato profondamente il libro, stilisticamente perfetto, colmo di analisi puntigliose e dettagliate in grado di smascherare il sogno americano, di scavarci dentro fino a farcene vedere la falsità e il marcio. Un romanzo straordinario. Ora leggo un thrillerino da spiaggia, poi probabilmente passerò a conoscere mister Murakami.
  11. Cerusico

    [FdI 2018-1] La vita è come la pallacanestro

    Caspita che pezzo, @Joyopi. Bello, bellissimo. Letto d'un fiato, mi ci sono ritrovato invischiato fin dalle prime battute. Uno scambio intenso, interessante, in cui ogni elemento è bilanciato a dovere: azioni e dialoghi perfettamente integrati in un flusso organico fatto di squallore ma, forse, specialmente di sogni infranti. Occhio solo a quel paio di apostrofi, è un peccato "sporcare" con imperfezioni pacchiane un testo così bello e denso. I miei più sinceri complimenti.
  12. Cerusico

    Siamo in ballo – storie di tormento e di speranza

    Ce l'ho tra le mie grinfie da sabato.
  13. Cerusico

    Come pronuncio mentalmente i vostri nick

    Per me, per noi tutti, sei e sarai per sempre Azzr.
  14. Cerusico

    Ma serve davvero leggere per scrivere un libro?

    Esattamente. Non ti sei seduto con la chitarra poggiata sulla gamba, dicendoti: "dai, ora suono l'assolo di Child In Time". Ti sei messo a studiare, a provare e a riprovare. Probabilmente hai avuto un maestro, hai letto tablature, hai guardato video su YouTube con gente che la eseguiva. E parliamo comunque di esecuzione, non di composizione. Trovo inverosimile che l'attività dello scrivere faccia migliorare come scrittori: messa così è un'affermazione che non mi trova assolutamente d'accordo. Non c'è progressione nel fare e rifare le cose sempre nello stesso modo: se si fanno male, si continueranno a fare male all'infinito. Senza confronto, senza studio, senza modelli di riferimento non penso possa esistere alcun processo di crescita, in nessuna attività. E in questo contesto la lettura ha anche quello scopo: fornire modelli, approcci, visioni, modi di raccontare, tecniche. Far capire a che livello siamo rispetto all'autore X.
  15. Cerusico

    Ma serve davvero leggere per scrivere un libro?

    Gli stessi di chi pensa di imbracciare una chitarra e suonare mezz'ora ogni giorno, senza impostazione, senza tecnica, senza studiare nulla, e di poter suonare l'assolo di Child In Time, prima o poi. Magari ci riesce, chissà.
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