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Macleo

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    Fra color che son sospesi sull'abisso
  • Compleanno 07/04/1949

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  • Genere
    Uomo
  • Provenienza
    Milano Bormio
  • Interessi
    Anatocistici

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  1. Macleo

    [MI 126] La scelta.

    i due Valar eccetera mi hanno fatto capire che per apprezzare in pieno questo racconto bisogna essere adepti di qualche cosa. Scritto molto bene, tranne la forma dell'inserimento dei dialoghi che non mi entusiasma.
  2. Macleo

    [MI 126] Per stare con più niente

    neanche concetto poco compatibile con la mente un bambino e con quanto dice prima e dopo, la eliminerei frase bella e vera, la solitudine fa strani scherzi sei in gran forma, e dopo parti a razzo con i buchi Racconto stupendo, non c'è altro da dire. Certe ferite non si rimarginano mai e qui l'hai fatto capire sino in fondo con frasi e introspezioni interiori eccezionali.
  3. Macleo

    [MI 126] Diresti il sole

    Frasi affascinanti, ma misteriose non so chi sia e non vado a cercarlo su wiki perché non credo sia funzionale al racconto che è bellissimo, veramente ispirato e commovente. Molti complimenti, sei bravissimo.
  4. Macleo

    [MI 126] La sponda dei Giusti

    @mercy, il fiume c'è, ma potrebbe anche non esserci, il racconto non ne soffrirebbe affatto. La burocratizzazione e l'attualizzazione del dopo vita non sono certo una novità, ma la storia è ben scritta e gradevole.
  5. Macleo

    [MI 126] Ci chiamavano così

    @Adelaide J. Pellitteri, un racconto difficile e complicato, spesso poco plausibile. Frasi che non mi sono chiare, come altre, del resto. Come se mancasse qualcosa che non so e non posso sapere, come se avessi perso qualche puntata. L'assenza della madre non mi sembra centrale e convincente, ma magari non ho capito qualcosa. Peccato perché il tuo modo di scrivere è veramente eccezionale.
  6. Macleo

    [MI 126] Non si può dimenticare

    @Talia, un bel racconto che centra i due temi. Il ritrovo dei bullisti non anonimi all'aperto è una trovata interessante, anche se è poco credibile che si vedano ogni anno a raccontarsi le stesse cose che ormai sapranno a memoria. Li avrei messi insieme una sola volta, a un anno dalla tragedia, e li avrei fatti andare al Pierro ognuno per suo conto.
  7. @Alba360, troppo difficile commentare, altri lo faranno meglio. Non ho capito quanto scritto in corsivo e il resto non mi entusiasmato e divertito. Anche tu, penso, per scrivere bene come sai, hai bisogno di una vera ispirazione, che qui non c'è stata. Alla prossima!
  8. Macleo

    [MI 126] Il terzo piatto

    E non potrà essere che così, ma chissà quando. Qualcosa deve succedere dall'esterno. Un racconto perfetto, che indaga nell'animo dei superstiti di una tragedia comune mettendo a nudo conseguenze e ferite assolutamente plausibili, che avviluppano i protagonisti in una trappola apparentemente senza uscita. Sono anche troppo bravi perché le disgrazie di questo genere possono innescare non solo silenzi, ma anche lotte cruente fra persone incolpevoli. Fossero stati marito e meglio probabilmente non si sarebbero autopuniti, ma si sarebbero puniti a vicenda, come molto spesso succede, sino alla separazione inevitabile. Esiste un solo modo di uscirne, quello che qui potrebbero adottare anche madre e figlio: abbracciarsi a lungo e piangere. Provare per credere, altro che psicologi. Bravissima, non sbagli un racconto e sei sempre in crescendo.
  9. Macleo

    [MI 126] Il bosco

    Beh, non è che il fiume sia proprio protagonista, se non per la sua assenza: forse è un mix fra le due tracce. Quanto alla storia, mi sembra manchi qualche punto di riferimento. C'è solo uno nudo in una foresta che affronta un orso, poi cammina, incontra un cervo e poi finalmente trova una sorgente d'acqua e piange. Avresti potuto, però, cercarti un altro soggetto veramente conclusivo, una vera storia, compiuta, insomma, con un'inizio, uno svolgimento ed una fine: magari anche una morale o un significato di qualunque genere. Problemi d'altro tipo non ne avresti avuti perché scrivi molto bene e puoi raccontare quello che vuoi.
  10. Macleo

    [MI 126] Fade Away / Scivola via

    @Ton, il tuo racconto etnico mi è piaciuto molto, è affascinante. La lettura è stata guastata solo dalla ricerca dell'assenza, che ho trovato parecchio assente. Se l'assente è Luyi, è sin troppo presente sino a quando Kamunu, quasi alla fine, la prega di sparire. Non ho neppure capito cosa c'entra nel contesto l'episodio iniziale del mercato, ma forse qualcosa mi è sfuggito. Ho poi riletto, ignorando del tutto la faccenda dell'assenza, e il racconto mi è piaciuto senza riserve. Come ho detto, affascinante...
  11. Macleo

    [MI 126] La ciotola

    Bravo, @Rhomer, anzi bravissimo. Breve, ma c'è dentro tutto quello che doveva esserci, e quello che non c'è - a cominciare dal cane - si capisce molto bene ed è meglio non ci sia. Letto e riletto, mi è piaciuto ancora di più. Ci stanno tutte, le azioni e le reazioni e ogni parola è giusta al posto giusto. Complimentissimi!
  12. Macleo

    [MI 126] Il pescatore di pietre

    Mi è piaciuto leggere questo testo - che definirei onirico se questo aggettivo non mi facesse schifo - dal quale traspare un senso di inutilità paciosa, che non è ancora disperazione e fa intravvedere una possibilità di salvezza: il che si confà al mio stato attuale. Oppure era uno stato precedente? Non ricordo. Potrebbe essere veramente qualcosa che manca o si è perso per strada. Cosa? Non si sa e - come direbbe Salvini - chissenefrega. Ho richiamato la frase sopra perché è bella e fa pensare. Il fatto che, se uno si mette sul serio a pensare cosa vuole dire, probabilmente non arriva a nulla, è di nessuna importanza.
  13. Macleo

    [MI 126] Perdere una suora

    Molte frasi come questa, virgole come curve e incisi che ubriacano, confondono e rendono faticosa la lettura. Difficile capire come il tema dell'assenza, tra l'altro dall'inizio alla fine del racconto - cosa che qui non è - possa averti ispirato questa storia un po' senza né capo né coda, disturbata anche da episodi poco attinenti come quello del fratello o lo stesso parto gemellare su Radio Maria. Credo che la tua dimensione ottimale sia la poesia, mentre nel racconto sei molto discontinua e ottieni risultati ottimi ed altri meno, come questo. Scusa la franchezza, ma credo che, per dare il meglio, tu abbia - molto più di altri - necessità di un tema che riesca ad emozionarti e coinvolgerti senza compromessi.
  14. Macleo

    Mezzogiorno d'inchiostro 126 - Topic ufficiale

    [MI 126] L’ultima pesca Traccia di mezzogiorno: il fiume
  15. Macleo

    [MI 126] L’ultima pesca

    Commento Traccia di mezzogiorno: il fiume «Prima di morire» disse mio suocero afferrando con mani tremanti la scodella piena di zuppa «voglio pescare ancora una volta. È il mio ultimo desiderio.» Un’uscita degna di lui, un egoista insensibile che, però, amava ripetere le frasi a effetto che sentiva in televisione. «Meglio sbrigarsi, allora» gli risposi «non credo ci sia molto tempo!» Dalla morte di mia moglie vivevamo insieme, io e lui da soli, anche se nessuno dei due si dimostrava entusiasta della cosa. «Devi promettermi che baderai a mio padre!» mi aveva supplicato lei con un filo di voce poco prima di spirare «So di chiederti molto, ma devi farmi andare via tranquilla.» Mi ero fatto pregare un po’ come al solito, poi avevo giurato. Da una parte glielo dovevo perché ero stato molto amato e mi aveva fatto vivere bene, dall’altra mio suocero aveva una bella casa, una ricca pensione e soldi da parte, mentre io possedevo solo una mente eccezionale, anche se nessuno sembrava essere in grado di apprezzarla. In parole povere ero un disoccupato cronico, allo stato attuale percettore del reddito di cittadinanza che il buon Di Maio aveva generosamente deciso di elargirmi. In comune non avevamo quasi nulla, ci disprezzavamo a vicenda e passavamo il tempo a scambiarci battute al vetriolo. Una sola cosa ci univa, la passione per la pesca che ormai potevo praticare solo io, perché lui aveva difficoltà motorie di ogni tipo e non potevo certo portarmi dietro un peso morto. In effetti da molto tempo non usciva più da casa, neppure per andare in paese. Alla spesa e alle altre incombenze ci pensavo io. Il fiume era proprio sotto di noi, scorreva nella valle sottostante la villa in collina. Stavamo seduti in veranda, lo guardavamo e sapevamo che anche lui ci osservava, mandando messaggi silenziosi ormai destinati solo a me. Quasi sempre mi diceva di restare a casa, non era proprio il caso di perdere tempo. Quando infatti si riduceva a un rigagnolo o le sue acque erano troppo limpide, le trote e i temoli mi avrebbero visto e si sarebbero accorti delle lenze. Se, al contrario, era troppo sporco per le piogge montane o il disgelo delle nevi e dei ghiacciai e scorreva impetuoso, mordendo e consumando le rive coltivate tra le maledizioni dei contadini, il pesce se ne stava nascosto sotto i sassi e negli anfratti e avrebbe ignorato le mie esche. Spesso, quando non riuscivamo a dormire, ognuno preda dei suoi fantasmi, ci trovavamo a fumare sotto il portico e il nostro sguardo correva verso il basso. Se la luna era alta e luminosa in cielo sapevamo che mille tragedie silenziose stavano avvenendo nel fiume perché i predatori erano a caccia, in quanto ci vedevano come di giorno. E la mattina successiva, chi fosse andato sulle sue rive, sarebbe tornato a casa a mani vuote. Ogni tanto, invece, quando la combinazione delle varie condizioni era ottimale, un sussurro saliva dalla valle come portato dal vento. Vieni, il momento è quello giusto, non c’è da sbagliarsi! Allora mi alzavo prima dell’alba e scendevo silenziosamente in cucina per la colazione. Ma era stato inutile non aver fatto rumore, perché mio suocero era già lì e mi guardava con invidia mentre mi preparavo. Con la torcia elettrica andavo a prendere i vermi nel letame e li mettevo in una scatola piena di terra e di caffè, per renderli più reattivi e farli muovere in acqua. Poi, mentre andavo via con l’auto dove la sera prima avevo già caricato l’attrezzatura da pesca, lo vedevo per un attimo sotto la luce del portico, immobile e silenzioso. Da quel giorno aveva iniziato a mettermi in croce con la storia dell’ultima pesca, sino a quando, esasperato, non avevo preparato tutto e, una mattina, l’avevo caricato in auto mettendogli anche la cintura di sicurezza che non riusciva neppure ad allacciarsi da solo. In paese avevamo incrociato il guardiapesca sul suo fuoristrada, che l’aveva guardato incredulo. «Spero che non verrai a romperci i coglioni, anche se la sua licenza è scaduta!» gli avevo bisbigliato «Tanto non sentirà neppure un tocco, conciato com’è! È la sua ultima pesca.» Fra di loro c’era stata sempre guerra, perché mio suocero aveva l’anima del bracconiere e il guardiapesca lo vedeva come fumo negli occhi. Eppure anche lui lo era stato in passato. In effetti, forse non lo sapete, ma i migliori guardiapesca, quelli che sanno tutti i trucchi dei bracconieri e conoscono i loro tempi e luoghi di pesca, sono sempre ex bracconieri. Per questo vengono assunti. In quel campo mio suocero ne sapeva una più del demonio, tanto da aver progettato e realizzato un geniale apparecchio fatto di legno e filo di ferro. «E questo che cos'è?» gli avevo chiesto quando me l’aveva mostrato. «Serve a espandere la lunghezza minima stabilita dall'Unione Pesca per le trote ed i temoli. In effetti riesce ad allungarli di tre o quattro centimetri, schiacciandoli, tirandoli e rompendo loro le vertebre, in modo da farli rientrare nella misura di legge, passando l’esame del guardia. Comunque, se uno è debole di stomaco, non è un bello spettacolo perché può anche essere che, a causa della trazione, la pelle si strappi ed esca qualcosa che sarebbe stato meglio fosse restato all'interno del pesce.» Questo era mio suocero quand’era in forma, ma adesso dovetti portarlo quasi di peso fuori dall’auto, preparargli la lenza, innescargli un grappolo di vermi e fargli pure il lancio sino quasi al centro della grande lanca dove l’avevo portato, per poi mettergli la canna in mano. Avevo scelto apposta quel tratto di fiume, una specie di lago placido protetto a monte e a valle da due manufatti dell’azienda elettrica. Non ci veniva nessuno perché di movimento non se ne vedeva proprio, ma in ogni caso avevo montato una lenza molto resistente di grosso spessore che qualunque pesce, non fosse stato proprio cretino, avrebbe visto facilmente. Non volevo certo passare il mio tempo a slamare e a uccidere trote e temoli per poi fare e rifare montature. Lui non si accorse di nulla, felice di essere ancora una volta sul fiume con un mezzo sigaro spento in bocca come ai vecchi tempi gloriosi. Gli luccicavano gli occhi, tanto che a un certo punto si riempirono di lacrime. Così gli misi addosso gli occhiali da sole. Poi avvenne l’incredibile che non mi sarei mai aspettato. Ero a un ventina di metri e giocavo con il cellulare, quando la canna si piegò in modo incredibile iniziando a scuoterlo come fosse un pupazzo, tanto che gli caddero il cappello, gli occhiali e il sigaro. Pian piano veniva trascinato verso l’acqua mentre, chissà da dove, tirava fuori energie che non mi sarei mai aspettato potesse avere. Era iniziata una lotta epica. Poi vidi il mostro muoversi a poche decine di metri dalla riva, gigantesco nell’acqua, e capii perché di pesce lì non se ne vedeva molto. Era un siluro o un pesce gatto gigante che si mangiava tutto quello che si muoveva, anatre e uccelli compresi. Di pesci simili se ne conosceva l’esistenza e qualcuno ne aveva anche catturato qualche esemplare che arrivava ai trecento chili. «Mollalo, cazzo, che quello ti porta via!» gli urlai, ma quando si voltò gli vidi sul volto un’espressione estatica, felice e trionfante che mi ricordò qualcosa. Ma sì, era il disegno di un mio libro di scuola, l’immagine del capitano Achab che aveva arpionato Moby Dick. «Mollalo subito, ti dico!» urlai ancora, ma lui aveva già iniziato ad entrare in acqua, attirato irresistibilmente dalla sua preda diventata cacciatrice. Prima che potessi fare qualcosa gli era rimasta fuori solo la testa. «Sei mio, stronzo, non mi scappi!» urlò, ma poi si inabissò e non venne più fuori. Lì sotto c’era una foresta di rami e tronchi dove sarebbe sicuramente restato impigliato mentre il mostro terminava il suo orrido pasto. «Sei proprio bravo ad occuparti così di tuo suocero!» mi disse l’impiegata postale del paese «So anche che l’hai portato a pescare. Dio te ne renderà merito, quando sarà il momento.» «Credo proprio che abbia già iniziato.» mormorai fra me e me porgendole la delega. Poi me ne andai, con la pensione di mio suocero in tasca.
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