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-marion

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  1. -marion

    Il domatore e la sua belva

    Questo l'ho scritto più di un anno fa, ma mi piacerebbe sentire cosa ne pensate! ^^ Sinceramente non l'ho molto riguardato e comunque non mi ricordo xD mi sa che ci sono un po' di ripetizioni! Era per un vecchissimo contest del WD, ma non l'ho mai postato xD L'inizio è un po' assurdo perchè dovevo adattarlo al contest! Parte uno: Il domatore e la sua belva. Il fuoco arse per quasi un’ora il grande giardino Zen e poi lentamente, incalzato dalla schiuma degli estintori si spense. Fino a pochi istanti prima pareva di essere sull’orlo dell’inferno, ora tutto era calmo e rimanevano sole le ceneri delle piante e dei fiori che un tempo avevano ornato di bellezza quel piccolo angolo di paradiso. Le forze dell’ordine si affollarono attorno ai resti del tempio e cominciarono a scavare metodicamente fra i detriti. Solo il capitano della squadra di polizia notò con la coda dell’occhio un movimento furtivo alle sue spalle. Voltandosi vide un’ombra scivolare nell’oscurità e sparire. Il poliziotto sbattè le palpebre più volte poi tornò al lavoro. Era morto. Solo che ancora non lo sapeva. *** Erano passati dieci anni da quando le ostilità fra Cina e Giappone erano cominciate. Dieci lunghi anni di tensione e disprezzo reciproco. Kyoto era lentamente entrata nel mirino dei comunisti cinesi che avevano visto nella “città dei templi” l’obbiettivo ideale per le loro azioni di guerriglia. Nel corso dei decenni, dall’inizio del terzo millennio, Giappone e Cina si erano tramutate nelle potenze leader del panorama mondiale. Gli USA erano passati velocemente in secondo piano e la crisi finanziaria li aveva rapidamente consumati. La guerra era cominciata e aveva messo in ginocchio i due paesi che però, forti del loro orgoglio, avevano continuato a combattere senza tregua. Ma c’era, c’era qualcuno che ancora si domandava quando quelle battaglie sarebbero finite, quando il sole sarebbe tornato a splendere sulle isole giapponesi. Perché il caos è ordine e l’ordine è caos. *** Il televisore gracchia rumorosamente la sigla del telegiornale della sera. C’è una nuova notizia che corre di canale in canale. Un nuovo attentato. Questa volta è un grande tempio appena fuori città, nelle immagini l’edificio è già avvolto dalle fiamme e il fumo si alza lentamente verso il cielo nuvoloso. La figura è già fuori dalla stanza, è scivolata via veloce e furtiva pronta a riportare il caos nel suo ordine prestabilito. *** La frusta genera uno schiocco violento e per un istante le fiamme sembrano balzare indietro, poi però si avvolgono attorno all’arma incandescente, la abbracciano e le girano intorno come uno sciame d’ape. Un altro schiocco e il fuoco sobbalza. Nelle sue mani il caos è potere e dalle sue dita sembra scaturire un’energia positiva e negativa allo stesso tempo. Nessuno l’ha visto strisciare tra le porte del tempio come un serpente silenzioso e letale. E nessuno lo vede ora, quando con il palmo della mano modella l’elemento a suo piacimento, lo accarezza, lo vezzeggia come un gattino riottoso. Poi, improvvisa e fatale la figura scatta indietro e fa schioccare la frusta quasi con ferocia, una scarica di potente energia scaturisce dal suo corpo e le fiamme si tirano indietro. Se qualcuno avesse avuto il privilegio di vedere tale scena avrebbe potuto compararla a quella che si può comunemente ammirare in un circo: la tigre, feroce predatrice, soggiogata dallo sguardo dal domatore che viene colpita all’improvviso e con violenza. La sua rabbia ribolle, ma la belva stenta a rialzarsi, lotta con tutte le sue forze e a poco a poco, soffocata da quel potere superiore, si spegne, come una candela, esile e fragile, nella tempesta. Una musica antica e suprema sembra spargersi nell’aria. E il domatore ha concluso il suo spettacolo, la lotta è stata ardua, ha prosciugato le sue energie e il tempio e comunque crollato su sé stesso, come un gigante dalle gambe molli. E per l’ennesima volta il domatore fugge, corre, provato da quell’ennesima prova di forza e debolezza, si sente confuso: cosa è successo? Quel suo potere segreto si risveglia ogni volta che sente il richiamo del fuoco e del sangue…e purtroppo sono tanti i casi di violenza e distruzione di questi tempi. Lo chiamerebbero mago, stregone se sapessero. Se sapessero: ecco perché è essenziale mantenere nascosto questo segreto, segregato fra le pareti impenetrabili del suo animo. Il dubbio però è già dilagato: chi è questa figura misteriosa, che spesso viene scorta, quasi di sfuggita sul luogo del disastro. E’ iniziata la caccia all’uomo, eccitante e rabbiosa. La figura sorride fra sé e sé: potrebbe essere anche divertente. Se lui fosse un uomo. Parte due: la maschera del domatore. Alfred sollevò lo sguardo e arrossì violentemente ritornando velocemente al monitor del suo pc. Katleen gli rivolse un sorriso timido e lo saluta con la mano tesa. L’uomo finse di non vederla e posò gli occhi sulla pagina web che stava consultando. Il ticchettio dei passi sul pavimento lo distrasse per un attimo, ma si impose di non staccare lo sguardo dal computer. “Ciao…che fai?”. -Oh, che voce dolce e seducente- il pensiero e le parole lo fecero sobbalzare leggermente sulla sedia. “Mmmh…bene grazie.” rispose distrattamente. Gli parve quasi di sentire le sopracciglia della donna schizzare verso l’alto “Alfred? Alfred ti ho chiesto che stai facendo, non come ti senti.” –Anche se forse dovrei chiedertelo!- Quel pensiero attraversò la stanza come un fulmine e colpì il giovane Alfred al petto. Non si abituerà mai a sentire quei pensieri, estranei alla sua mente e spesso troppo dolorosi per essere ascoltati. “Scusa.” replicò a mezza voce. Si voltò verso di lei e la guardò negli occhi “Comunque…non sto facendo nulla di speciale.” le parole suonarono quasi aggressive, se ne accorse e gli sfuggì una risatina nervosa. Il suo sguardo scivolò sul suo corpo flessuoso e delicato. Con grande sforzo di volontà riportò gli occhi in quelli di lei “Tu…mmh…che fai qui?”. Katleen sorrise e arrossì. In fondo, nonostante quello sguardo sfrontato, quasi feroce, anche lei è timida, ha un animo sensibile, reso debole e fragile dalle continue delusioni, Alfred lo sa: potrebbe passare ore ed ore ad ascoltare i suoi pensieri spintonarsi e sgomitare per avere la sua attenzione. “Passavo di qui e…beh ho pensato di salutarti, vedo che lavori molto duramente…non vorrei averti disturbato!” aggiunse quasi preoccupato. Non era vero, Alfred aveva già constatato con amarezza che spesso lei pensava a lui come una specie di sognatore, senza uno scopo nella vita, senza una famiglia da mantenere, solo ricco di tempo da sprecare. Il giovane lanciò un’occhiata all’orologio “Ehm…è ora di pranzo…posso, posso offrirti un caffè?” le chiese speranzoso. Katleen rimase un attimo pensosa poi scosse la testa “No grazie Alfred, ho già mangiato. Ti ringrazio comunque!” tossicchiò e si voltò per andarsene “Buon lavoro.”. *** Gli pareva ancora di vedere il suo sorriso, il suo corpo morbido e quello sguardo provocatorio mentre tornava a casa barcollando sotto il peso dell’ennesima delusione. Le strade luminose di Kyoto gli sembrarono improvvisamente fredde e ostili. Era tutta colpa di quel potere incandescente che gli bruciava nel petto: poteva udire i pensieri delle persone attraversare la loro mente come lampi, poteva giocare con gli elementi, era il loro domatore, poteva diventare improvvisamente irrazionale e folle, poteva cambiare le sorti di una guerra densa di sofferenza. Ma non sapeva ancora da che parte stare. Parte 3: La follia, la razionalità e l’amore del domatore. Il domatore aveva fatto schioccare la sua frusta, aveva nuovamente giocato con il fuoco, lo aveva fatto innamorare dell’acqua, selvaggia e indomabile e poi aveva guardato il suo amore impossibile tramutarsi in cenere e fumo, in un commovente abbraccio a due. Ma quella volta non era andata come al solito. Improvvisa e impazzita la belva si era rialzata e lo aveva ferito, repentina e innamorata. Il domatore l’aveva colpita nel petto, dove nessun essere umano o immortale dovrebbe essere colpito, aveva minato la sua fiducia nell’amore, l’aveva messa con le spalle al muro sfruttando il suo sentimento appassionato. Neppure il domatore degli elementi può permettersi di sfidare l’amore: bruciante e ribelle che rende incandescente il cuore degli amanti. Ora, divorati dal loro stesso sentimento Alfred e il domatore lottano e spingono, lottano e sgomitano per avere la meglio l’uno sull’altro, per avere la meglio su quell’ombra insidiosa che striscia inesorabile verso di loro. Il corpo rattrappito, storpiato dalla rabbia e dalla fatica è steso al centro del Tempio dei Sogni. Sì, dei sogni. Perché se il domatore avesse lasciato spazio alla voce di Alfred, che disperata e vigliacca gli gridava di non gettarsi nel pericolo forse avrebbe prestato più attenzione a quel nome, dal suono inquietante e affascinante. -I sogni. Cosa sono i sogni domatore?- questo sembra chiedere ora il fuoco, forte della sua vendetta – Io ti conosco domatore! Come solo la belva può conoscere le paure del suo violento padrone. So che tu temi, più di ogni altra cos,i la perdita di conoscenza: l’oblio oscuro in cui tutto è pazzia e disordine. Eppure tu stesso ti definisci un agente del caos, un agente della casualità. E sei venuto, oggi, qui per salvare dalle mie mogli, le fiamme, il tempio che porta il nome delle tue paure?!? Povero stolto!- Quelle parole bruciano, malvagie e colme di derisione. Bruciano più delle fiamme e del calore stessi. Poi uno spruzzo bianco, accecante e fastidioso. E infine, l’oblio, il temuto nemico della coscienza e del senno, il temuto nemico del domatore. *** Il tavolo di metallo sembra pulsare violentemente contro le dita tese del domatore. I suoi occhi sono socchiusi e il capo reclinato sul petto, potrebbe sembrare sul punto di morire, ma Alfred e il domatore non si sono mai sentiti così vivi, ben amalgamanti uno dentro l’altro. La luce opaca che pende dal soffitto lampeggia per un secondo e poi si spegne lasciando la stanza in un’oscurità che sa di terrore, pazzia e morte. Passano i secondi, veloci ed inesorabili, si rincorrono sulle lancette dell’orologio appeso al muro. Secondo interminabili, ma che scivolano via, svincolandosi abilmente dalla presa del tempo. Con un lampo la lampadina si riaccende e come in un sogno il domatore sbatte le palpebre coperte di vesciche violacee. Le dita si piegano, flessuose e tracciano un circolo incandescente sul tavolo freddo, un circolo che sembra intrecciarsi su se stesso e contorcersi come un acrobata circense. E’ il circolo della vita, i cui lembi si rincorrono, si abbracciano, si separano ed infine si fondono in un magnifico, immenso capolavoro. Il poliziotto lo guarda sottecchi e si sistema gli occhiali sul naso “Dunque…lei è il signor Alfred Ro…Romanov?” aggrotta la fronte “E’ di origine russa?” chiede con un sorriso. Vuole fare il simpatico, lo sbirro! Il domatore si lascia sfuggire un sorrisetto e abbassa gli occhi. Sa cosa sta pensando, sta pensando a quando quella giornata di stressante lavoro finirà, a quando quel pazzo che si trova davanti verrà sbattuto in prigione. Si chiede cosa ci fa lì, davanti a quell’uomo che ha tutta l’aria di non aver nulla da dire. “No si sbaglia.” esclama improvvisamente il domatore. Poi tace, aspetta che lo sbirro giochi la sua carta. Il poliziotto rimane un attimo interdetto “Come dice?” fa una pausa “Ah capisco! E’ di qui?”. Il domatore scoppia a ridere e si passa una mano sulla fronte coperta di ferite purulente “No, dico che non sono Alfred Romanov!”. L’uomo dall’altra parte del tavolo sembra spazientirsi “Senta, i documenti parlano chiaro! Veda di non farmi perdere tempo!”. “Tempo? Tempo? Lei non sa nemmeno cos’è il tempo! Sta scorrendo, anche ora, lo sente il ticchettio dei secondi che le sfuggono dalle mani?” si zittisce per un attimo poi lancia un’occhiata all’orologio a muro “Oh che peccato! Ha appena perso dieci…undici…dodici secondi cruciali della sua vita!” la mano corre alla frusta, ma le dita si fermano annaspando nel vuoto. Con uno scatto improvviso ribalta la sedia e balza in piedi seguito dallo sguardo allibito del poliziotto “Oggi mi sento decisamente energico Yao…posso darti del tu vero?” scoppia a ridere “Negli anni ho sviluppato una particolare preferenza per il fuoco! Il fuoco è passione, è rabbia, è nascita, è distruzione!” le ultime parole sono quasi un grido. Nelle sue mani si materializza un lungo cavo incandescente, le fiamme cominciano a lambire la gomma. La frusta si attorciglia e schiocca sonoramente, sembra una serpe maligna che colpisce e poi balza indietro, veloce e letale. Gli eventi si trasformano, i luoghi si fondono e il tempio del Sogni appare lentamente come improvvisamente emerso dalla nebbia. La frusta scandisce il tempo e gli spari lo spezzano. Tutto è fuoco e fiamme, acqua e tempesta…gli elementi infuriano come un branco di cavalli impazziti, che corre e scalcia per sfuggire alla presa soffocante della prigionia. Il vortice del sonno gira sempre più in fretta, in fretta…divora il tempo, in una danza immortale lo stringe a sé come il cavaliere abbraccia la dama. E danzano, danzano in preda ad una frenesia folle, una melodia antica e rabbiosa. La musica della paura e del coraggio. Gli opposti si attraggano e si fondono per poi separarsi, catturati da un attacco di pazzia. Dalle mani del domatore scaturiscono lampi abbaglianti e immagini deformate. Ormai non c’è più nulla di reale, tutto balla e ondeggia come…come in un sogno. La paura assale il domatore che improvvisamente si sente svuotato e denudato, la frusta si placa, le labbra si serrano, le mani cadono inerti lungo i fianchi. La rabbia è esaurita e le immagini tornano ad essere limpide e schiarite. Il tavolo di metallo è rovesciato e alcuni corpi immobili si distinguono a terra nell’oscurità. I fori di proiettile gli attraversano il corpo, ma il domatore sembra non accorgersene: la vita gli ha insegnato a stringere i denti e a resistere…forse con un piglio in più. La pericolosità di un sogno che si avvera, di un incubo che ti abbraccia. Il domatore non aveva mai provato delle sensazioni così forti. Persino la voce di Alfred è stroncata…ha smesso di gridare terrorizzato e folle. Perché il sogno si è avverato…e il sogno è anche incubo, che è paura, che è morte. Katleen ha gli occhi spalancati e le labbra contratte in un grido silenzioso che cerca di liberarsi inutilmente, dalle reti del terrore. Il domatore è spaventato e inerme, lascia volentieri il posto ad Alfred che, riottoso e ribelle cerca di sfuggire alla sua presa ferrea. E tutto appare più nitidamente ora…il tavolo, i feriti: è tutto un enorme disastro! E quelle labbra, così belle e sensuali, contratte e rovinate da quell’espressione di orrore! Alfred si porta una mano al viso e viene colpito da un giramento di testa, è terribile. Il domatore, tra sé e sé, ride compiaciuto della situazione imbarazzante. Un’ondata di calore invade il volto di Alfred, si sente nudo, si sente disarmato, debole e improvvisamente vulnerabile. Quegli occhi…spaventati e liquidi, che lo fissano, lo annegano di domande senza risposta. Alle sue spalle sente la sicura della pistola scattare e la voce roca del poliziotto “Ci segua signor Romanov.”. Il signor Romanov non ci pensò due volte, si incamminò verso la porta scortato da un ammaccato agente della polizia. Fu però il domatore, dentro di lui, a ribellarsi e a ruggire implacabile. Ma era prigioniero, prigioniero di quell’imbarazzo, di quella tristezza che li stava assalendo, aveva perso il controllo degli arti di Alfred, aveva perso il suo potere che era tornato a sonnecchiare nei meandri più profondi del cuore del giovane uomo. Vengono sbattuti in cella. Tutti e due. L’agnello e il leone. La rabbia e la tristezza, che si combattono, si mordono, si graffiano. E da quel momento i minuti scorrono sempre più velocemente sulle pareti bianche, turbinano vorticosi e vengono inghiottiti dalla bocca spalancata dei sogni. Parte 4: I sogni di Alfred. Gli incubi del domatore. Alfred lo sente. Si agita nel profondo del suo animo, ma è impotente. Proprio come lui. Possono liberare tutta la loro rabbia, ma non scalfirebbero quella prigione. Certo, distruggerebbero quella cella bianca, ma la prigionia continuerà ad inseguirli, implacabile leonessa nella savana. Si apposterà tra gli arbusti e nel silenzio dei sogni li colpirà. Li colpirà al cuore senza pietà, non si lascerà intimorire dal serpente di fuoco, né dal gigante di spuma, né dalle fauci della Terra. Non avrà paura di sfidare il loro potere e li stringerà nuovamente nella sua stretta soffocante. Il giorno del processo si avvicina. Katleen è venuta due volte a trovarlo, lo ha fissato per mezz’ora da dietro il vetro, ma lui non l’ha nemmeno guardata. Temeva di vedere, in quegli occhi severi, compassione e pietà. Lui non aveva bisogno di pietà. Ma sapeva che se avesse guardato avrebbe visto il terrore, annidarsi insidioso in fondo al suo sguardo. Aveva sentito il peso delle domande, dei dubbi. L’ultima volta Katleen aveva avuto il permesso di lasciargli una lettera. Un misero pezzo di carta che conteneva chissà quali sentimenti, chissà quali idee…e che ora giaceva abbandonato davanti a lui. Alfred ha paura, ha paura di scoprire cosa si nasconde tra quelle righe. Forse sarebbe meglio gettarla via. Si sente in trappola, per una volta lui è la belva feroce, per una volta non è lui a catturare il nemico…si sente solo, nonostante la voce insistente che gli martella nelle orecchie. Vorrebbe chiederle di andarsene, di lasciarlo in pace e sparire per sempre dalla sua vita, ma entrambi sanno che è troppo tardi, non riusciranno mai ad uscire da questa storia come identità separate. Se riusciranno a sfuggire alla prigionia le loro personalità si fonderanno per sempre e saranno un unico uomo. Alfred teme il domatore, sa che lui ascolta i suoi pensieri, ma non può fare a meno di chiedersi che svolta avrebbe preso la sua esistenza se quel demone non fosse entrato nella sua vita, se quella maledizione non si fosse posta sul suo cammino, quando nemmeno l’idea dell’uomo che è ora era stata concepita. E inesorabile giunge la risposta del domatore: La tua vita sarebbe stata serena, tranquilla…ma non avresti potuto avere il potere. Il potere? Il potere di cosa? Il potere di governare gli elementi? Il potere di rendere la propria vita un inferno di pregiudizi? No, no…se questo è il potere allora Alfred non lo vuole. Desidera solo essere libero, essere sé stesso con Katleen, con la gente per strada… La visuale del Tempio dei Sogni che si sfalda e si fonde sotto l’assedio del fuoco si ripresenta ogni volta che le sue palpebre di fanno pesanti. Il sonno lo tormenta, vorrebbe dormire, ma ha paura di chiudere gli occhi e perdere conoscenza. Sa che il domatore non sta aspettando nient’altro…aspetta solo il suo oblio per prendere il suo posto e dominare per sempre sul suo corpo e sulla sua mente. In mezzo alla selva di domande c’è un interrogativo, un interrogativo che gli impedisce di dormire. Si interroga sul Tempio dei Sogni…e non solo! Perché il domatore vuole salvare i templi sacri ai giapponesi? Cosa interessa a loro salvare quella nazione in declino? E viceversa, vogliono contribuire all’ascesa al potere della Cina? Troppo complicato. Troppo anche per il domatore. Ma forse non troppo per la loro follia, che tutto può e tutto vede. Sente la rabbia del domatore catturare le sue dita, sente il potere distruttivo accumularsi nei palmi delle sue mani. Il domatore vuole dare sfogo a questo potere, vorrebbe distruggere la prigione, gettarsi fuori, correre e cercare altrove la verità. Ma Alfred stringe i denti e combatte contro il suo gemello, combatte contro sé stesso. Davanti ai suoi occhi si fa vivida l’immagine del volto di Katleen. Anche lei è un interrogativo aperto. Giovane, britannica e bella. Cosa ci fa in Giappone durante la guerra. Sono due esseri labili e simili, c’è qualcosa che li accomuna. I suoi pensieri sono come un libro aperto per Alfred, ma non riesce mai a scovare il motivo della sua vita a Kyoto. Potrebbe essere così semplice…viaggio di lavoro, parenti…eppure quel suo sguardo liquido sembra smentire le sue idee. La lettera tra le sue mani parve fremere, voleva essere aperta, voleva essere letta, guardata ammirata, voleva sentire il sale delle lacrime e vedere la luce di un sorriso, ma Alfred sapeva che qualunque cosa fosse scritta su quel foglio di carta non avrebbe fatto altro che scavare nella sua ferita già aperta. Mentre le sue mani tremano in preda all’indecisione Alfred ripensa al tempio il fiamme. E’ una vista sublime, incantevole e terrificante allo stesso tempo. Le fiamme che danzano come impazzite e il fuoco, che ridendo si attorciglia su sé stesso e piroetta nel giardino zen come un ballerino di danza classica. Sono rabbia, sono amore, sono passione. Sentimenti molto forti, quasi onnipotenti nel cuore degli uomini, che però il domatore sa imbrigliare e controllare con la sua frusta schioccante. Eppure Alfred è un uomo, un uomo che come gli altri si dibatte nell’indecisione e nella paura, si contorce morso dal tarlo del dubbio, grida in preda alla rabbia e ama, folle e innamorato. Ma questo cosa vuol dire? Significa che il domatore è più potente dei sentimenti e della volontà di Alfred? Si sente tremare attanagliato dalla paura. Cosa accadrebbe se il domatore prendesse definitivamente il posto di Alfred? Nel mondo sarebbe il caos, tutti gli ordini prestabiliti dagli uomini si sconvolgerebbero, la follia e l’irrazionalità si impadronirebbero delle menti fragili delle folle. Visioni, pazzie e potere turbinerebbero e creerebbero una sola entità a capo della Terra. E Alfred? Alfred finirebbe divorato dal senso di colpa e dall’immenso potere del domatore. Con rabbia scaglia la lettera a terra e si getta sulla branda. Chiude gli occhi e implora la morte di giungere in suo soccorso. La nera dama getta su di lui un velo di sonno. Alfred sa che una volta addormentato vivrà i suoi incubi peggiori, ma la sua mente è prossima al collasso e non riesce a resistere alla pressione terribile del domatore. Le palpebre si serrano e la fronte si distende. Tutto sembra tranquillo, anche il domatore sembra sfiancato e pare quasi ipnotizzato dal soffitto bianco che vortica sopra di loro, velocemente, sempre più velocemente fino quasi a venire loro incontro. Una brezza leggera e misteriosa filtra da sotto la porta metallica. Il foglio ripiegato con cura sussulta e poi si apre rivelando il suo terribile contenuto. - Alfred, c’è una grande confusione nella mia mente. La razionalità mi dice di lasciarti perdere, di dimenticare questa storia. Ma qualcosa sembra attrarmi inesorabilmente verso di te. Cosa mi hai fatto Alfred? In quella stanza, con quei poliziotti tutto il mondo mi è crollato addosso. Chi sei tu? Cosa devo fare per aiutarti? Vorrei veramente sentirti, di nuovo qui vicino a me, a scrutarmi con quell’aria da sfigato, con quello sguardo timido e profondo. Mi piacevi, mi piacevi per il rossore sulle tue guance, per la tua misteriosa vita, al confine tra la realtà e qualcosa che io non posso comprendere. Spero solo che il sonno ti colga presto questa sera, spero solo che tu non ci pensi troppo, spero solo che la mente ti doni il beneficio dei sogni. Katleen Katleen non può sapere che la sua lettera Alfred non la leggerà mai, non può sapere che sta augurando, ignara, il peggiore dei mali all’uomo che nel profondo si accorgerà di amare. E neppure Katleen saprà mai del processo silenzioso, delle grida del domatore, dei pensieri vorticosi, della rabbia e della rassegnazione. E Alfred? Alfred non saprà mai del destino del Tempio dei Sogni, protagonista principale dei suoi incubi più terrificanti, non saprà mai dell’amore di Katleen, del percorso che la sua vita avrebbe preso se quella sera non avesse cercato di salvare il grande tempio giapponese. Lui e il domatore appassiranno insieme, nella minuscola cella d’isolamento, accusati di attentato alla sicurezza dello stato in tempo di guerra. Impazziranno lentamente, perderanno il senno e si lasceranno avvolgere dal loro potere distruttivo. I poliziotti non sapranno mai il perché di quel corpo carbonizzato abbandonato sul pavimento gelido della cella, né sapranno mai la verità sui poteri misteriosi di Alfred. L’inchiesta verrà abbandonata, il caso chiuso. E il sonno calerà il suo velo su quei fatti, che cambiarono la vita di un uomo diviso in due dalla sua natura disumana. Gli inglesi lo chiamerebbero freak of nature. Ma nessuno saprà mai quanto accadde a Kyoto durante la grande Guerra delle Origini come venne chiamata in seguito dagli storici, nei tragici anni dal 2030 al 2040. D’altra parte solo io posso sapere la verità su ogni cosa, io che sono onnipotente ed onnipresente, nella mente di tutti gli uomini. E non sono Dio. Sono il portatore di ristoro; Oratore del silenzio; Ninfa di tutti i sogni; Nipote della morte. Ora ti ricordi chi sono? Se siete arrivati qui vi faccio i complimenti e soprattutto vi ringrazio per aver letto!
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