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don Durito

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  1. don Durito

    Oakmond Publishing

    Quest'oggi ho ricevuto una mail dalla CE dove mi si diceva che la mia raccolta di racconti era stata accettata, e di inviare il mio recapito postale perché mi avrebbero inviato il contratto. Il tutto free. Peccato che la mia raccolta sia in corso di stampa presso un altro editore. Perché cominciava a piacermi questa CE
  2. don Durito

    [Natale 2018-1] Come un sasso nello stagno

    Un buon racconto, @Poeta Zaza Una narrazione che comincia in sordina, e continua con una linearità linguistica che sembra imitare il clima di tranquillità e rilassatezza che si respira nel corso della vista ai parenti Unica nota dissonante è la difficoltà nell'orientarsi della protagonista che la tormenta accresce, straniamento, questo, che direi preluda a quello provocato dall'incontro coi tre personaggi, esponenti di gruppi sociali emarginati e silenziati dalla società. In questa seconda parte del racconto ha luogo lo scarto di registro tematico che trasforma il mondo felice e ovattato delle festività natalizie, innevato come vuole la tradizione consolatoria, in una tranche-de-vie inquietante, in cui sconfitti e perdenti prendono la parola per denunciare le loro traversie. Emblematica è la dichiarazione finale di Corrada che è una dichiarazione di resistenza . Complimenti anche per lo stile narrativo puntuale, ricco di dettagli, tanto che leggendolo mi pareva d'essere anch'io a Genova.
  3. don Durito

    Undici. I miei anni allora

    Ciao, @Rica, ma non ti viene il sangue alla testa? Vabbe', parliamo dei tuoi Undici anni. La scrittura è buona, scivola via con grazia e il racconto si fa leggere bene. Insomma, sei stata brava a muoverti entro i confini stilistici d'un parlato confidenziale che già all'incipit modella il racconto: (che altrimenti la frase non sarebbe molto corretta) Non ho trovato molti riilevi da fare. Una curiosità: è voluto questo certo " guccinismo" che io ho evidenziato? ("Canzone per un'amica"). Questo invece è a mio avviso brutto: sia per l'effetto-poesia, la forte assonanza "uta": "ita", sia per il vocabolo scelto, "seduta" che, se pur corretto, è un po' inusuale. Forse che una piccola perifrasi tipo "guardai il ripiano della sedia"...? Non capisco il significato che attribuisci qui al termine "normalità". La normalità del rapporto freddo, distaccato, indifferente, tra quella madre e quella figlia? Qui si tratta di "de gustibus", ma devo dire che la forma di questa frase non mi piace. Così isolata, poi, così resa emblematica. E nemmeno trovo adatti i punti di sospensione, che lasciano intuire ciò che viene esplicitato proprio sotto, e che in un certo senso potrebbe configurarsi come ripetizione: Ti confesso che ho dovuto rileggere il brano per capire che la bambina, in piedi su una sedia, era all'altezza dello sguardo materno. Va bene lo stile ellittico, ma il troppo... . Gianni? Non era/è Sandro il fratello? su l'uscio: sull'uscio? Avevo l'idea, a leggere qui che la bambina portasse la gonna, sotto il grembiule. "di bene": vuoi dire d'affetto? La spiegazione "sanno che la nonna non si rende conto" mi pare tirata un po' per i capelli. Ora, sono entrambi piccoli, Sara ha la stessa età della madre di quando ha avuto le prime mestruazioni, e sostenere che " sappia", ossia che conosca i sentimenti della nonna a tal punto da non prendersela (inciso: semmai sarebbe solo Sara a non prendersela per la poca attenzione della nonna, visto che Giorgio ne ha, d'attenzione, in abbondanza), mi sembra un po' forzato. Ora, riguardo all'Evento, direi che il suo fantasma, o almeno il suo forte simbolismo ritorna più volte, in vari brani e questo mi pare un buon stratagemma narrativo per rimarcarne la centralità. E se non l'ha voluto il tuo Ego, l'ha voluto il tuo Es. Infine, permettimi di sconvolgere un po' la prassi e le consuetudini e risponderti qui a proposito del quesito rivoltomi là riguardante la declinazione o meno dei sostantivi stranieri in un contesto linguistico italiano. La mia regola è che per le singole parole in lingua straniera adotto sempre il singolare, e questo a prescindere dall'ambientazione geografica dello scritto. Mentre per quanto riguarda i sintagmi in lingua straniera adotto o il singolare o il plurale a seconda di com'è nell'originale. Per dire: " Sul menu del ristorante era scritto: huevos revueltos con tocino". Con mi carin'o (ah la tilde, la tilde, donde se encuentra la tilde?)
  4. don Durito

    Undici. I miei anni allora

    @Rica, credo che il tempo non si perda perché non si fa una certa cosa,ma il tempo si perde comunque. El tiempo pasa. Poi, la perdita ci ritorna sotto forma di ricordi. E a questo punto, qualcuno li scrive, quei ricordi. Grazie. Ripasso, a mente più fresca.
  5. don Durito

    La Realidad

    @Rica, la rebelde al revés (), La versione originale del racconto era più lunga. Mettevo brevemente in scena anche alcuni cooperanti, come Angelo, che a La Realidad (vedi? lo scriverò così) facevano i muratori-fabbri-falegnami e quant'altro (forse all'epoca l'hai conosciuto). Poi ho sforbiciato qui e là, togliendo molti attori e lasciando più che le persone i sentimenti, le sensazioni, i pensieri, a rischio d'apparire un racconto metafisico. Il narratore espresso in terza persona, che rimemora ascoltando "Comandante", Su questa faccenda del plurale di parole straniere in un contesto frastico in lingua italiana, seguo la lezione che vuole che la parola straniera plurale sia scritta al singolare. Lo so, a volte il singolare in luogo del plurale pare stonare (es.: gringo invece di gringos), ma o lo faccio per tutte le parole o per nessuna. La giornalista in questione aveva l'arroganza d'una vera str... Angelo l'aveva ribattezzata: Lolita de la Verga. E' vero, ma al di là dell'aspetto simbolico, a La Realidad, se ricordo bene, c'era davvero una ceiba (magari proprio la Ceiba dei cuentitos di Marco). Ne acquistai anch'io una. Hai ragione. Allora confesso: il copyright della "frase sottolineata" è del Sup Marcos. Quella turbina divenne mitica. Per questo e per altri "intercambi solidari" ho apprezzato gli yabastini dell'epoca. Anche se quella loro (degli yabastini) iniziativa l'ho sempre criticata. Sono stati troppo imprudenti, hanno voluto imitare il modo escogitato dalla prima commissione civile internazionale d'osservatori (ossia il visto non turistico con cui siamo andati, ecc.). Ma se dal nostro viaggio il governo messicano è stato preso in contropiede, non s'aspettava la mossa, quando mesi dopo siete andati voi, vi ha aspettato al varco. L'ho fatta anch'io. A Moisés Gandhi. Ma da noi il Sup non è venuto. Si vede che preferiva la compan'era Rica Hai visto che quest'anno, per commemorare il 24° anniversario del levantamiento, società civili e zapatisti lo celebreranno a La Realidad (31 dicembre e 1 gennaio)?
  6. don Durito

    Scrivendo dal Messico

    Quando hai parlato di città industriale, ho immaginato Monterrey, che è forse l'unica città messicana di quelle dimensioni industriali. A Monterrey non ci sono mai stato, il mio "destino" era più a sud, ai confini col Guatemala Ciao e buona permanenza qui. Magari ci si legge in Officina.
  7. don Durito

    La Realidad

    Grazie, @Unius del tempo che hai dedicato al mio cuentito. Un po' mi sento onora Forse è per questo che la Sardegna la sento idealmente vicina. Poi, eoni fa, c'è stato anche un mio innamoramento (naturalmente non corrisposto) con una bellissima sarda... ma torniamo al pezzo. in posti dove nessuno li ha chiamati, quando pure fosse per fare del bene, senza porsi domande sul significato, sull'atteggiamento, sulle diverse concezioni del termine che altri popoli possono avere di questa parola.  Infatti è stato questo uno degli aspetti che ho cercato di mettere in evidenza nel racconto. Stranieri che si sono "autocatapultat"i in luoghi altri, diversi per cultura e visione del mondo dal loro. Anche a casa mia, con torme di turisti che sbarcano da navi da crociera in bermuda e infradito anche a gennaio perché pensano d'essere già arrivati ai Tropici o in Africa, e sciamano per le strade della mia città senza bersi nemmeno un caffè perché sulla nave hanno tutto ciò che vogliono per abuffarsi. Hasta luego, hermano, y gracias, todavia
  8. don Durito

    Il viaggio

    Un racconto triste, scritto molto bene, che mi ha convinto. Ma la letteratura è questo, racconta di sconfitte e non di vittorie, di fallimenti e non di successi, di sentimenti e promesse traditi, e non realizzati. O almeno la letteratura che interessa a me è così. E questo tuo racconto ne fa parte. Del resto, io sto dalla parte di Denis de Rougemont, che tempo fa scrisse: "l'amore felice non ha storia". Qualche quisquilia: Direi, ma è una questione fonica, dunque opinabile, di togliere il riflessivo: "prima di lasciare te e quell'odore di disinfettante dietro le spalle/alle mie spalle". Qui scriverei invece (questione tecnica): "Doloroso? -, ho pensato. - Bene! Qui la ragione "profonda" che costringe una madre ad abbandonare il proprio figlio (tanto più che poi confessa di esserselo portato dentro tutta la vita) non viene portata alla luce. C'è solo una sorta di giustificazione: "Era giusto lasciarti lì, avevamo sbagliato in due". E un'allusioine: "tu ci andavi di mezzo". Ma uno sbaglio non "giustifica" l'abbandono. E in che modo il figlio ci sarebbe andato di mezzo? Comunque, capisco che l'abbandono fa gioco al racconto, che si costruisce su questo evento. E il racconto è bello.
  9. don Durito

    La Realidad

    @Del84 Grazie di cuore.
  10. don Durito

    La Realidad

    Grazie, @AndC a differenza di altri questo racconto parte da un'esperienza personale, mediata poi, as usual, dalla fantasia Sì, modificherò secondo questa versione. Anche qui, m'approprierò della tua "dritta". Proprio così. Vado a modificare (non qui, ovviamente)
  11. don Durito

    La Realidad

    La Gang suonava Comandante e lui rammentava i mural della Realidad. Lo sguardo profondo e severo dei volti giganteschi di Zapata e del Che, dipinti sul muro della scuola dal tetto di lamiera devastato dalla sciaguarata incursione di Lolita de la Vega, passava in rassegna il gruppo di visitatori. Lolita era discesa sul villaggio a bordo dell'elicottero di Tele Azteca con l'arroganza d’un conquistatore d'altri tempi, e lo spostamento d'aria provocato dalle pale del rotore aveva abbattuto un albero e scoperchiato il tetto della scuola. E alcuni pezzi di lamiera erano schizzati via ferendo alla testa un bambino indigeno. Ma loro, sembrava domandare lo sguardo minerale dei due jefe guerriglieri, in quel villaggio dove cuore e vene pulsano al ritmo della dignità ribelle, loro che cos'erano venuti a cercare? Quale intreccio di passioni, quale labirinto di specchi li avevano sospinti fino a lì? e quale grumo di rovelli speravano di disciogliere al calore estenuante della selva i dodici europei? Il vento, un vento fanciullo nato tra il fogliame della vecchia ceiba, aveva preso a spettinare pensieri ed emozioni, incerto se soffiare gagliardo sugli astanti o posarsi in agguato tra ciuffi d'erba dura e tagliente, e nell'attesa studiava la smaniosa impazienza che tradivano i visi dei visitatori. Naturalmente i poliziotti della Migra dalle occhiate sospettose e le maniere sbrigative li avevano fermati per un controllo una decina di chilometri prima della loro destinazione segreta. Ma i documenti della combi che li trasportava erano in regola, e anche loro, turisti inconsapevoli desiderosi di visitare uno spicchio di foresta, lo erano. Almeno fino a quel momento. Poi avrebbero rischiato l’espulsione per essersi intromessi nelle questioni politiche del paese. L'allestimento del lungo tavolo d'assi, la ricerca di qualcosa che potesse assomigliare a delle sedie e la preparazione della cena li impegnò più del previsto. Erano stati lasciati a sbrigarsela da soli nell’area riservata agli osservatori stranieri. Quindi lo stonato e allegro fiammeggiare di canti di lotta si dilatò a illuminare la sera e rinviò al giorno successivo il rosario delle domande. L'alba si levò che il sole era già vecchio per gli abitanti del villaggio. Nei campi le pannocchie di mais erano in piena maturazione, uomini e donne erano impegnati nel racccolto e loro si dovettero spicciare perché il viaggio di ritorno sulla combi malconcia si prospettava lungo e snervante. Le bocche sbadiglianti di dodici zaini accolsero nel più totale disordine indumenti, posate, amache, libri e le coloratissime tovagliette di cotone acquistate la sera prima dai bambini del villaggio, sulle quali le donne indigene avevano ricamato la fierezza del loro popolo. E nel ventre oscuro degli zaini ci finì anche, non si sa se deliberatamente o per negligenza imputabile alla fretta, la sfilza di domande mai formulate. Perché la bocca era impastata dal caldo umido e la saliva collosa ingrommava la gola. Perché le cose prendono sempre una piega diversa da come pensiamo o ci auguriamo che debbano andare. Perché quel gruppo di gringo spaesati dagli orologi ultrapiatti con cronometro a doppia cassa in acciaio, occupato a togliere l'assedio alla verità, non era diverso dai tanti altri giunti fino a lì immaginando un santuario dov'erano solo baracche col tetto di lamiera zincata e un ruscello dalle acque cristalline dove gli uomini si bagnavano separati dalle donne. Immobili sotto uno spesso strato di polvere grigia, le begonie della Realidad parevano accompagnare, con la loro teoria di capolini curiosi e di steli protesi in avanti al passaggio, il rientro a San Cristóbal dell'automezzo tappezzato di fango e ruggine che aveva portato alla Realidad (o forse si doveva scrivere realidad, ripetendo l'oramai abusato gioco di parole?) i dodici visitatori esausti, dai gesti intorpiditi e gli occhi ancora assonnati per la levataccia, mentre il rosso omaggio floreale si stava lentamente mutando nel bianco saluto delle ultime begonie.
  12. don Durito

    Gloria: in Excelsis Deo

    @Ernest Il racconto nel complesso m'è piaciuto. Soprattutto dal momento in cui la protagonista dopo il sogno, e la realtà quotidiana comincia a coinvolgere la protagonista in problemi di vario tipo, dalla scocciatura per le esternazioni della madre al telefono alle riflessioni più profonde sulla tematica della maternità e sul significato dell'aver figli nella società d'oggi. E il tutto racchiuso in una struttura narrativa di tipo circolare, che inizia col sogno dove la protagonista e termina che lei Fiinale che arricchisce il racconto d' un sovrappiù di senso rispetto al sogno iniziale, un valore aggiunto di natura ottimista riguardo a Ossia la considerazione che Quindi una chiusa positiva che apre alla speranza (soggettiva, della protagonista, e direi anche oggettiva, cioè della nostra società all'occaso). Il tutto contrappuntato dalla scenetta umoristica della Dopodiché, passerei, anzi passo, a qualche notazione di vario genere. Partirei dall'uso che fai della punteggiatura, in particolare della virgola. In brani come il seguente (qui lo cito a titolo esemplificativo): metterei una virgola nel sintagna "colorate dalle luci (virgola) e interpreta" e la toglierei invece in "Dancing Barefoot in chiave" E così anche in altri punti, quali metterei una virgola nel sintagma: "è piena di energia (virgola) ed è fermamente" Sempre nel sintagma: "Guarda le facce di chi è venuta a vederla, colorate dalle luci e interpreta Dancing Barefoot, in chiave pop arabo" mi sembrai che ci siano alcuni interventi da fare. Innanzitutto la concordanza tra "chi" e "venutA" non mi pare corretta. Semmai "venutO", al maschile. Ma anche così la frase è difettosa, perché "le facce" è plurale e "chi" implica un singolare. Per cui si potrebbe risovere con una perifrasi, del tipo "Guarda le facce colorate dalle luci di quelli/coloro che sono venuti a vederla", con anticipazione di " colorate dalle luci". Inoltre, anche "pop arabo" va concordato con il lessema "chiave", per cui direi "in chiave pop araba". Capisco che qui si sottintende "genere pop arabo", ma la concordanza da fare resta quella con "chiave". Espliciterei il soggetto: "ma lei cerca di non farci caso" "il corpo" è ridondante. l'avverbio temporale è ripetuto a distanza piuttosto ravvicinata. Poi, nel secondo caso, io metterei una virgola anziché la maiuscola a fine discorso diretto: "di nuovo? - (virgola) mentre" - anche perché le azioni sono contemporanee. Non sarebbe meglio, anziché "punti", "aspetti"? Vocalizzi? E' termine più musicale (solfeggio cantato) che animale. Qui ci viole una vigola tra "figlia" (virgola) e "piena", altrimenti sembra la figlia e non la madre a essere "piena di forza e rabbia". Un altro aspetto del racconto che emerge è il "calco" poetico di taluni brani tipo: dove nell'ultimo sintagma l'inversione sostantivi- verbo è proprio della poesia. Ma questo, a mio avviso, non guasta il fluire prosastico, altra cosa sarebbe l'effetto-poesia, ossia due parole ravvicinate che rimano tra loro. L'uso del termine "auspici" nella seconda frase, che verso la chiusura rimarca anche lessicalmente la circolarità della struttura narrativa, è corretto, mentre nella prima frase è improprio (come è già stato rilevato da Edu).. Comunque, al netto di queste frusaglie, il racconto è gradevole, e la lettura scorre bene.
  13. don Durito

    Il suvenire

    @Adelaide J. Pellitteri, grazie di cuore a te E visto che apprezzi (generosamente) quello che scrivo (ehm, quello che ho scritto), mi sento liberato dagli scrupoli quando prossimamente sdoganerò altre mie schifezze
  14. don Durito

    Il suvenire

    Ciao @Edu, grazie per il tuo apprezzamento. Anzi: ma graaazie. E detto da te, che stimo, ripeto: ma grazieee. Ps.: A differenza dell'eccesso di punti esclamativi o interrogativi, sanzionato dallo staff, qui non ho trovato divieti per le triple /a/ ed /e/. Quindi tutto occhei, parrebbe.
  15. don Durito

    Il suvenire

    @Mariner P, grazie del commento al racconto, e soprattutto del tempo speso a leggerlo. Tempo fa, un amico che aveva bazzicato Parma per ragioni di studio, mi parlò, o meglio mi accennò a un tizio che aveva conosciuto del calibro di quello che è divenuto poi "Arno" Infatti nel racconto non lo dico, ma lascio immaginarlo al lettore. Quello che ho voluto mettere in risalto è stata la "punizione". Che il lettore immagino consideri come meritata. Per cui, qualsiasi modalità escogitata da Saranya penso vada bene, visto che il fine, la punizione, è (o dovrebbe essere) condiviso dal lettore. Ne prendo atto. Come sviluppo della trama mi paiono interessanti. Grazie ancora.
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