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  1. La trama, una catena di cause ed effetti

    Trame con le tarme (e come evitarle) Mi piace leggere, mi piacciono i film, adoro le storie, ma ho un difetto: sono di gusti difficili, se la trama non funziona io storco il naso. Odio le trame con le tarme che ci scavano dentro buchi che troppo spesso diventano vere e proprie voragini (se leggerete qualche recensione fra quelle pubblicate nel mio blog nella sezione “leggere” vi renderete facilmente conto di cosa intendo). Normale che sia così, direte voi e invece no. Forse sarebbe stato normale un po’ di anni fa e sarà che io sono vecchio, ma ho l’impressione che negli ultimi tempi molti autori si siano dimenticati i pochi e semplici principi minimi per costruire una buona storia. Mi riferisco a tutta la narrativa, tranne a quella sperimentale. Nella scrittura sperimentale si possono applicare principi totalmente diversi, ma si tratta di un discorso a parte. Perché dico che i principi millenari per costruire buone storie sono stati dimenticati? Perché ho letto troppi libri e visto troppi film con trame inconsistenti, personaggi ridicoli, accadimenti insensati. Ma prima di tutto vediamo quali sono questi principi millenari della buona scrittura. Partiamo dall’inizio, non dal primo narratore ovviamente, ma dal primo che abbia cercato di codificare l’arte della narrazione: Aristotele. Aristotele nella “Poetica” diceva che: “Gli eventi in una storia devono accadere per probabilità o necessità”. Diceva molte altre cose ovviamente, ma mi preme soffermarmi su questa. Significa semplicemente che un evento, perché abbia un senso nella storia deve essere percepito dagli spettatori come un evento che “deve” accadere o che è come minimo probabile che accada. Vuol dire che si possono raccontare solo storie totalmente realistiche? Niente affatto, in una storia possono accadere eventi impensabili, basta solo presentarli in modo da farli sembrare “naturali”, devono avere perciò una causa scatenante. Vuol dire quindi immaginarsi cause plausibili e possibili. Che siano accadimenti esterni o azioni di qualche personaggio devono sempre avere delle cause, inoltre cause ed effetti devono essere strettamente legati. Sembra banale dirlo, ma spesso si vedono effetti senza cause o totalmente sproporzionati in rapporto a ciò che li ha innescati. Troppo spesso lo scrittore o lo sceneggiatore sanno di cosa hanno bisogno nella loro trama per arrivare alla fine della storia e lo fanno accadere così, senza giustificarlo con una causa plausibile ottenendo però in questo modo quello che io chiamo l’effetto WTF (what the fuck) traducibile in italiano con: “Ma che caz..” che è quello che esclamerà il lettore (o spettatore) un po’ attento alla storia. Fra tutte le cause di cui si deve tener conto, le più importanti sono quelle che giustificano le azioni dei personaggi. Perché un personaggio agisce in un certo modo? E perché proprio in quello e non in un altro? Solo l’autore può saperlo, ma il lettore (spettatore) deve poterlo capire. Prendiamo ad esempio un protagonista che sfida la morte senza paura, affronta un leone a mani nude; se nella storia incontra un secondo leone non potrà averne paura, dovrà comportarsi in modo coerente, se non lo fa dev’esserci una ragione precisa, non basta che all’autore serva una scena di fuga. O se scopriamo che il protagonista ha paura dei topolini dovrà esserci anche qui una spiegazione plausibile, magari un trauma infantile (banale, ma funziona) o qualche altro motivo. La coerenza interna è un punto fondamentale. Coerenza significa che nel mondo della storia, una volta stabilite delle regole esse non potranno cambiare senza un motivo preciso. Nel mondo che sto inventando le persone possono volare? Perfetto, l’importante è che a un certo punto non decida di cambiare le regole e dire che non volano più solo, perché mi serve che un personaggio non spicchi il volo. Se cambio una regola devo giustificare il cambiamento. Lo stesso vale per i personaggi, se un personaggio si comporta in un certo modo non può cambiare senza motivo. Un ladro non diventa onesto perché così; se voglio che ci sia un cambiamento devo prepararlo, mostrarlo e giustificarlo. Ma perché le persone (e di conseguenza i personaggi) agiscono? Lo fanno perché hanno delle motivazioni e la motivazione fondamentale è la volontà di raggiungere uno scopo ben preciso, un obiettivo. La azioni dei personaggi devono avere uno scopo, tutta la narrazione dev’essere orientata a uno scopo. [Nota: Tralascio in questo contesto di parlare del fatal flaw, il “difetto interiore” del personaggio che all’inizio della storia gli impedisce di raggiungere lo scopo che desidera.] Qual è l’obiettivo? Può essere qualsiasi cosa: sopravvivere, mangiare, fare sesso, trovare un lavoro, mollare un lavoro, vincere una gara, innamorarsi, trovare un tesoro, essere lasciato in pace, imparare la magia, vendicarsi... Di qualunque cosa si tratti il lettore deve essere consapevole che uno scopo c’è. Lo scopo può essere tenuto nascosto al lettore? Sì, certo, ma in ogni istante della narrazione si deve capire che uno scopo, anche se sconosciuto, è comunque presente e che guida le azioni dei personaggi in modo coerente. Lo scopo esplicito rende le cose molto più semplici, ma può capitare che alcuni personaggi agiscano per scopi che non si vogliono rivelare o che magari diverranno chiari solo ad un certo punto della storia. Quando lo scopo non è noto, le azioni di un personaggio possono sembrare casuali o erratiche, ma nel momento in cui l’obiettivo diventa palese il lettore deve avere una rivelazione, poter esclamare: “Ah, ecco perché aveva fatto così e così, ecco perché non aveva agito in altro modo”. Le azioni di un personaggio devono essere logiche e giuste, ma logiche e giuste non in senso assoluto, devono esserlo per quel personaggio. La decisione di Hannibal Lecter di mangiarsi qualcuno non sembra una decisione né giusta né logica (tantomeno moralmente giusta), ma se il personaggio è un cannibale può essere quella più giusta e sensata dal suo punto di vista. Ogni personaggio dunque deve agire sempre per raggiungere un obiettivo, solo in questo caso le sue azioni avranno un senso. In quasi tutte le storie c’è un obiettivo generale, quello finale verso cui tende tutta la narrazione e molti obiettivi temporanei. Gli obiettivi temporanei rappresentano dei traguardi che è necessario raggiungere per proseguire la strada verso quello principale e spesso spingono i protagonisti sempre più lontano dalla meta, permettendo all’autore di arricchire la storia di svolte impreviste e suspense. Per fare un esempio immaginiamo una commedia romantica con risvolti gialli. L’obiettivo principale in una commedia romantica è un fidanzamento o un matrimonio, ma gli obiettivi temporanei possono essere tutt’altro. Immaginiamo due fidanzati che sono appena andati a scegliere il ristorante dove festeggiare il matrimonio e ora devono recarsi in tipografia per pagare la stampa degli annunci di nozze; passano in banca per prelevare il denaro necessario, ma lì vengono coinvolti in una rapina e si ritrovano con la valigetta con il malloppo e devono sfuggire ai rapinatori. È ovvio che l’obiettivo del matrimonio con tutti suoi annessi e connessi in questo momento passa in secondo piano, ora c’è da salvare la pelle. Non significa che i personaggi non vogliano più sposarsi, ma che è subentrato un obiettivo diverso che finché non verrà raggiunto sostituirà quello principale. Sarebbe assurdo se in questa situazione i protagonisti continuassero a occuparsi dei preparativi delle nozze invece di sfuggire ai banditi. Solo una volta garantita la sopravvivenza potranno ritornare a dedicarsi al matrimonio. I personaggi devono quindi seguire delle linee di azione che si adattino alla situazione contingente, però se prendiamo dieci persone diverse e diamo loro un obiettivo da conseguire quasi certamente vederemo dieci linee di azione diverse, alcune efficaci, altre no. Quale di queste è quella giusta? Lo sono tutte, indipendentemente dal risultato; le dieci scelte diverse dipendono dal carattere, dal modo di pensare, dalle precedenti esperienze di ognuno. Cosa fare per ottenere uno scopo è una scelta personale, ogni personaggio farà la propria a seconda di chi è. Diventa fondamentale per l’autore conoscere a fondo l’intimità del proprio personaggio, la sua personalità. Nessuno fa qualcosa senza motivo; a volte può essere stupido e banale, se chi agisce si basa su impulsi stupidi e banali, ma esiste sempre. Personaggi complessi potranno avere motivazioni interiori che nemmeno loro comprendono e conoscono a fondo (ma l’autore sì), personaggi meno profondi saranno guidati da motivazioni più lineari, ma nessuno potrà agire senza una ragione. Quando si decide quale linea d’azione far scegliere a un personaggi ci si scontra con una specie di paradosso. Da un lato i personaggi sono versioni “potenziate” degli esseri umani, sono dotati di vizi e/o virtù umane, ma portate a un livello superiore. Quando un personaggio agisce deve sempre farlo al livello massimo delle sue potenzialità, anche un personaggio pigro non sarà un po’ pigro, sarà straordinariamente pigro. Dall’altro lato bisogna considerare che tutti gli esseri umani (per non dire tutti gli esseri viventi) sono tendenzialmente “conservativi”. Questo significa che nessun personaggio partirà subito intraprendendo l’azione più estrema per risolvere un conflitto, cercherà la soluzione che comporta il minimo sforzo. Prendiamo come esempio Rambo (parlo del film originale del 1982). La sua prima reazione quando lo sceriffo gli impedisce di entrare in città non è distruggere tutto, massacrare, bruciare e tutte le altre cose che fa alla fine del film. La sua prima reazione è quasi una non reazione, si limita a ritornare indietro verso la città, poi viene arrestato e picchiato, ma anche qui la sua reazione è la fuga, vuole solo essere lasciato in pace. È solo quando è braccato e non gli lasciano scampo che reagisce e contrattacca. Questa naturale tendenza a cavarsela con il minimo sforzo aiuta gli autori a creare un’escalation, aumentando di volta in volta la posta in gioco e le reazioni del protagonista. Ogni azione provocherà delle conseguenze che quasi certamente non saranno quelle sperate dal personaggio, questo andrà a creare una nuova situazione di conflitto che lo spingerà ad intraprendere un’altra azione, poi un’altra e così via fino al climax e alla risoluzione della storia. Stabilire che le azioni dei personaggi devono avere delle motivazioni non è però sufficiente. È necessario che le vicende narrate seguano una catena di cause ed effetti. Tutti gli eventi devono essere collegati strettamente fra loro e tutti gli eventi mostrati devono essere essenziali per il racconto: o fanno andare avanti la trama o dicono qualcosa di importante sul protagonista, meglio ancora se fanno entrambe le cose. Si deve quindi creare una catena di eventi inanellati strettamente fra loro, ognuno la naturale conseguenza di quelli che l’hanno preceduto. Alcuni autori partono dalla fine e creano a ritroso la catena di eventi fino all’inizio per essere certi che la storia non si perda in direzioni impreviste e che ogni accadimento sia strettamente collegato ai precedenti. Ma forse la maniera migliore per procedere è concentrarsi sul protagonista, la storia deve discendere naturalmente da come agisce, dalle scelte che compie, da chi è. Imporre una scaletta precisa a dei personaggi pensati successivamente fa sembrare la cosa meccanica e toglie naturalezza alla vicenda. Ma tutto ciò è solo una mia paranoia? Anche se tutto ciò che ho scritto è un condensato di alcuni manuali di scrittura, forse sono solo io a considerare fondamentale il perché delle azioni. O forse no, e per dimostrarlo mi piace citare “Idiocracy”, un film del 2006 che mostra un futuro dominato dall’idiozia. L’intelligenza è in declino e il mondo tira avanti come può, rabberciando gli avanzi della civiltà precedente. Un uomo e una donna, ibernati nel 2006 si risvegliano in questo mondo, ritrovandosi a essere le persone più intelligenti in circolazione e riescono a salvare l’umanità dalla carestia. In questo mondo folle lo spettacolo preferito dalla gente sono dei film in cui si vedono persone che ruttano e scoreggiano. Alla fine della storia il protagonista, dopo aver salvato il mondo farà un discorso illuminato e illuminante prospettando alla popolazione una società dove l’intelligenza torna a essere importante e in un passaggio dice qualcosa di questo tipo (cito a memoria): “Non solo vedrete film in cui persone ruttano e scoreggiano, ma scoprirete anche perché lo fanno”. Non siamo ancora a quel livello, ma siamo già a un livello in cui troppo spesso al cinema (e sempre più spesso nei libri) la cosa importante è far succedere qualcosa (al cinema meglio se qualcosa di spettacolare, nei libri meglio se qualcosa di deprimente), senza che gli autori sentano la necessità di inanellare gli eventi in una catena di cause ed effetti.
  2. Trame coi buchi? Qualche idea per evitare che succeda (oltre alla naftalina)

    http://www.ilcontastorie.net/trame-con-le-tarme-e-come-evitarle/

    1. Cháos

      Cháos

      Perché, ago e filo non bastano per un rammendo? :asd: 

    2. libero_s

      libero_s

      Dipende da quanto sono grossi i buchi, ma se conosci le tarme eviti fin da subito che ti mangino la trama.

  3. Kiyoko

    colpa mia se non è stato colto. Quindi non ci metto gli zombie?
  4. Kiyoko

    Grazie @Adelaide J. Pellitteri per il commento. Solo questa non mi convince, secondo me c'è un ghiacciolo di troppo ( c'è pure il padre ghiaccio). Forse potevi scrivere piccola stalattite, o qualcosa di simile. Ho pensato parecchio a questa frase provando molte alternative, ma alla fine ho optato comunque per questa. In questo brano oltre alla leggerezza cercavo di inseguire anche l'esattevolezza (incrocio fra Calvino e il Brucaliffo). Il ghiacciolo si chiama così, è un bel nome e non mi piacevano le perifrasi. Per un momento ho desiderato di poter scrivere nella lingua degli Inuit che pare abbiano (ma forse è leggenda) un sacco di modi diversi per definire il ghiaccio e la neve, ma in italiano il ghiaccio è solo ghiaccio. Del resto non ho nulla contro le ripetizioni e in fondo anche questa frase non mi dispiace. Mi piacciono sia le storie brevi che quelle lunghe, sono modi diversi di scrivere, entrambi hanno il loro fascino. È una storia "giapponese" una specie di Haiku in prosa. La storia c'è, è dentro la bambina, la sua capacità di meravigliarsi e di apprezzare il bello, la sua voglia di rubare qualche istante di vita solo per sé, per amare il mondo, per guardarlo a modo suo, senza condizionamenti, senza intermediazioni. Comunque nella puntata due arrivano gli zombie
  5. Colazione su Venere

    Ciao @Roberto Ballardini, mi fa molto piacere rileggerti. Racconto bellissimo e delicato, anche nei momenti forti. Ben giocati i salti temporali. È un po' diverso da altre cose tue che ho letto, pur restando intimista succedono più cose, c'è più azione. Complimenti
  6. Kiyoko

    Grazie Il seguito non c'è, o meglio, è a discrezione del lettore. Certi racconti sono come una fotografia, quando scegli cosa mostrare allo stesso tempo scegli cosa non mostrare, il mondo che resta fuori dall'inquadratura. Qui può esserci tutto, da Godzilla, che è appena dietro casa e sta arrivando, a una giornata felice nei giardini di Kyoto. Io ho scelto di mostrare solo un piccolo dettaglio, forse non il più significativo in senso assoluto, ma quello che lo era per me.
  7. Kiyoko

    Commento a Ti prego non sognare Kiyoko si alzò dal letto e corse alla porta, i piedi nudi battevano con leggerezza il tatami e il pavimento di legno. Mamma e papà dormivano ancora, la domenica potevano svegliarsi tardi e lei conquistava così un piccolo momento tutto per sé. Fece scorrere di lato la porta e rimase immobile, trattenendo il respiro per non disturbare il giardino. L’aria gelida l’avvolse e rabbrividì nel suo pigiama di cotone. Un raggio di sole superò gli abeti del bosco per rifrangersi sui ghiaccioli, che regalavano ai ciliegi una fioritura di cristallo. Kiyoko esalò una nuvoletta di vapore che si arrampicò verso il cielo terso. Rise. Si coprì la bocca per paura di frantumare la perfezione con il rumore, ma la neve assorbì il suono, lo avvolse e giocando con il calore del sole lo trasformò nel canto leggero dell’acqua. Una goccia si formò sulla punta di un ghiacciolo, attese a lungo, insicura, aggrappandosi al padre di ghiaccio prima di tuffarsi verso un destino ignoto. Kiyoko sorrise, era ancora una bambina e, forse proprio per quello, sapeva riconoscere la perfezione.
  8. Ti prego non sognare

    Ecco un commento maschile. A me il tuo racconto è piaciuto molto specialmente alcuni passaggi che trovo davvero intensi. Questa è molto bella. Non mi piace: "che non riempiranno mai con te le medesime valige." Non si tratta di riempire le medesime valigie, ma di riempirle assieme. Capisco cosa volevi idre, ma quel segmento di frase mi disturba. "Che non riempiranno con te le valigie" forse è troppo semplice, ma mi suona meglio. Anche se è un uomo alla fine qualcosa capisce Anche se le ragioni di lui sono diverse da quelle di lei. La trattiene: è solo egoismo o è un modo per salvarla, perché il palloncino non voli così in alto da esplodere? Bella conclusione. Data la struttura a blocchi mi aspettavo un ritorno su di lei in chiusura o una composizione a blocchi alterni (ABAB o ABBA). Lei è felice di poter volare, ma di avere sempre un filo che la collega alla terra oppure no? Non dico molto sulla forma perché è chiaro che la scelta dei vocaboli e delle frasi è frutto di una scelta accurata, non ha senso che ti dica come l'avrei scritto io. Unica eccezione la frase che ti ho segnalato perché mi "disturba". Il ritmo spezzato e frammentario mi piace, alcuni vocaboli sembrano piegati a forza per fargli assumere il significato che desideri (es. viverti, avversi), ma il risultato è bello. Complimenti da un uomo
  9. Racconti brevi in 5 punti. Al buio

    Mi fa piacere vedere che i cinque punti proliferano. Buon racconto, complimenti, con qualche piccolo eco di Lovecraft sarebbe perfetto (ma questa è una mia mania personale).
  10. haloa!

    Ciao @carla q., benvenuta
  11. Un ritorno

    Ciao Mimma Che piacere vederti anche qui
  12. Yes, but / No, and

    Interessante @JPK Dike, grazie per averlo condiviso. Ti chiedo una cosa tanto per inquadrare meglio la situazione, quanto tempo dedichi in media ogni giorno alla scrittura per riuscire a mantenere il ritmo di un migliaio di parole quotidiane?
  13. Rosa Hernandez e lo spazio tempo

    @Baucimonstra1987 Sì, forse un po' surrealista può essere
  14. Rosa Hernandez e lo spazio tempo

    Ciao @Baucimonstra1987, grazie per essere passata a leggere il mio racconto. Non concordo però con il tuo giudizio, in particolare non credo che la fantascienza necessiti di suspense per essere tale. Forse un thriller o un racconto d'azione non possono essere senza suspense, ma la fantascienza si fonda su altre caratteristiche. Quanto alle descrizioni grottesche non saprei, personalmente non mi piace esagerare, preferisco un tocco più leggero, ma credo sia questione di gusti.
  15. Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta, non parla di né di Zen né di manutenzione della motocicletta, come dice l'autore stesso. È un libro complesso che alterna parti di racconto di viaggio o di episodi legati alla moto a parte di riflessione filosofica. Non si tratta di filosofia spicciola, ma al contrario piuttosto profonda, anche se affrontata in modo particolare. È una riflessione su moltissimi temi, ma tutti legati all'idea di "Qualità", a una Metafisica della Qualità. Spesso gli spunti per le riflessioni nascono da momenti di viaggio, da cose viste e vissute o da qualcosa di legato alle moto. Non è un libro per motociclisti, è un libro per chiunque voglia aprire la propria mente, va affrontato con calma, riflettendo su quanto si è letto e facendo attenzione perché spesso le perle migliori sono nascoste in parti che sembrerebbero più di narrazione. È un libro meraviglioso. Sono rarissimi i libri di questo livello.
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