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Equus

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  1. Equus

    Fuga da Oakville

    Commento 1 Commento 2 - Il diario di George Rainer, scritto in latino antico, presenta un interessante spunto di riflessione sulla veridicità degli eventi narrati. Tuttavia ciò che fa cadere ogni ipotesi è lo sbalzo temporale che si avverte, oltre ad alcuni eventi tratti da leggende fantastiche. È impossibile da certificare come fonte storica, dunque gli eventi e il mondo narrato sono da classificare come fittizi. Nonostante tutto proseguirò nello studio del diario alla ricerca di qualcosa di interessante. Nacqui a Oakville, un villaggio situato nell'estremo nord del regno degli uomini in una cavità tra le montagne. Tra di esse vi era l'unico passaggio per accedervi, rifugio di predatori e difficilmente individuabile dagli estranei; come se non bastasse vi era una porta che sbarrava la gola, apribile solo tramite un passe-partout. Chi o cosa avesse eretto quella porta non mi era mai interessato più di tanto, bastava sapere solo che ci tenesse al sicuro dai pericoli che scorazzavano nell'Adrium. Superata la gola si entrava nella Conca, in Oakville. I campi verdi si perdevano a vista d'occhio, così come i frutteti. Man mano che si scendeva a valle si iniziavano a intravedere le prime abitazioni e fattorie, sistemate in modo casuale, che donavano un tocco di pittoresco al tutto. Al centro di ciò vi era un piccolo lago di acqua calda, dove i paesani andavano a ristorarsi. Proprio accanto ad esso si trovava la casa del capo villaggio, di solito il più anziano e saggio tra gli Oakvilliani. Accanto vi era il tempio dedicato alla Dea Oneris, protettrice di Oakville e signora della fertilità. All'opposto di questi due luoghi, invece, si trovava una locanda scavata nell'entroterra, che produceva dell'ottima birra, senza contare l'idromele. Quel luogo era un covo per i pettegoli del paese, che non perdevano tempo a mettere zizzania tra i compaesani e per questo motivo scoppiavano molte risse per difendere il proprio onore. Come si può facilmente intuire Oakville era considerata a tutti gli effetti una fortezza naturale, dunque le poche guardie presenti in paese non badavano ad allenarsi bensì a stare in taverna o ad aiutare gli anziani nella raccolta dai frutteti. Nessuno dei miei compaesani voleva cambiare stile di vita, interrompendo quel ciclo di monotonia che sopprimeva i sogni e le ambizioni dei giovani, per partire all'avventura e alla scoperta di nuove terre. Gli unici che volevano cambiare qualcosa, o almeno che ne parlavano apertamente, era la famiglia Rainer. La mia famiglia. Mio padre era il mio punto di riferimento, tutto ciò che contava per me e mia madre era la mia voce guida. Erano entrambi nel Consiglio del paese, ed entrambi volevano cambiare le cose, volevano interrompere quella tradizione che da secoli privava Oakville di essere un importante città o addirittura la capitale di un nuovo regno. Solo gli uomini ignoranti e gli sciocchi preferiscono restare attaccati alle proprie tradizioni piuttosto che evolversi in un qualcosa di più grande. A quattordici anni, istruito da mio padre, divenni un abile arciere. A sedici cominciai ad allenarmi col pugnale regalatomi da lui. Fu per i miei diciassette anni che qualcosa nella mia vita cambiò. Durante una giornata come le altre, quando l'inverno era alle porte, le guardie fecero irruzione in casa nostra. Io in quel momento mi stavo allenando con l'arco al poligono di tiro quando, improvvisamente, la mia sorellina cominciò a urlare. Impugnai il pugnale e corsi fuori dalla cantina, cercando di essere il più furtivo possibile. Sentivo il cuore esplodermi nel petto quando la vidi: era legata e due guardie, di stazza robusta, le volteggiavano sopra. Mia madre e mio padre erano incatenati a lei. Sgranai gli occhi quando riconobbi coloro che li stavano arrestando: amici, persone con cui avevamo riso e scherzato la sera prima. Ci avevano ripudiato, tradito, abbandonato. La rabbia e l'odio mi pervasero, avrei voluto dare loro una morte lenta e dolorosa. Stavo per balzare su di loro quando una mano mi tappò la bocca e un'altra mi bloccò le braccia, per poi bloccarmi con le spalle al muro. "Se ti fai scoprire cattureranno anche te." – sussurrò una voce Con la coda dell'occhio mi girai e riconobbi il volto. Era un poltrone, il tipico oakvilliano, che aveva una rigidità assurda; al contrario degli altri, però, lui aveva una stazza robusta e muscolosa, anche se probabilmente non aveva più la stessa forza e agilità di un giovane. Lo guardai con disdegno, un'azione abbastanza sciocca. Mi stava salvando, nonostante molte volte – durante i consigli del paese – avessimo avuto delle divergenze. "Fidati di me, prometto che ti farò uscire da qui" – disse, vedendomi turbato, per poi aggiungere – "non puoi salvarli." Desistetti e lo seguii. Il fato beffardo: potevo morire, evitare di soffrire ancora e ancora, ma no. Quando perdi tutti i tuoi cari restando da solo sei ancora vivo? Con quale coraggio mi salvò? Ma allora perché non opporsi pubblicamente a loro? Erano queste le domande che mi sfrecciavano per la mente mentre cercavo di mantenere il controllo. Controllo. Erano anziani, più saggi, teoricamente, eppure avevano perso il controllo di loro stessi. Perché? Tutte domande vuote che non trovavano una risposta. Mentre mi conduceva lontano dalla mia casa, sull'altura della conca, li vidi. Mia sorella di appena sei anni, mio padre e mia madre, tutti legati a una catasta di legname. Mi immobilizzai. Mio padre mi guardava, o almeno così credevo io, dritto negli occhi mentre un sacerdote stava eseguendo il rito. Altri tre sacerdoti si unirono al primo cominciando a pregare mentre, tramite vasi d'oro, cospargevano la mia famiglia di olio benedetto. Poi uno di loro urlò una frase, prese una torcia, e la gettò sull'olio, direttamente sotto i loro piedi. Il rogo esplose in delle fiamme incandescenti. Mi chinai, in procinto di urlare, ma qualcosa mi colpì alla testa facendomi perdere i sensi. Quando rinvenni ero legato a una trave. Una figura imponente volteggiava sopra di me facendo avanti e indietro lungo il piccolo fienile, fermandosi ogni tanto a guardare fuori. Misi a fuoco la vista e notai che fosse la guardia che mi aveva salvato la vita poco prima. Scoprii che si chiamava Xhoi, Fardello in Adrico. La luna illuminava flebilmente il tutto ma, per evitare di farci scoprire, non poteva accendere una torcia. Quando mi orientai meglio e riordinai i miei pensieri gli chiesi perché mi avesse colpito. Mi guardò distrattamente, come una persona che si fosse appena risvegliata da un lungo sonno. Quando mi rispose si sentiva il freschetto del primo mattino. La notte era passata in fretta, tra uno sguardo e l'altro. Sorseggiava del vino, "di un'ottima annata" continuava a ripetere lui, mentre il suo sguardo era fisso nel vuoto. A un certo punto, quasi d'istinto, gli posi la domanda più ovvia di tutte: perché? "Sei un ragazzino e ciò che hanno fatto alla tua famiglia, a te, è un'ingiustizia. Non meriti di morire per non aver commesso peccati, o perché i "peccati" di tuo padre sono passati a te. Comunque la mia storia, fino a questo punto almeno, non è poi tanto diversa dalla tua." Gli chiesi nuovamente il perché. "Te ne parlerò a viaggio concluso, ovvero una volta usciti da qua. Ti prometto che ti racconterò tutto, ma non qui, magari davanti a una bella bottiglia di idromele. Comunque, per uscire con la carovana ti devi infilare in quella cassa." – fece cenno alle mie spalle mentre si avvicinava per slegarmi – "poi, una volta usciti da lì ti tirerò fuori alla prima occasione." Non credevo, però, che qualcuno di Oakville potesse essere così gentile e disponibile. Ma perché a me? Potevano quelle persone, amici di infanzia e familiari, dimenticarsi di loro... dimenticarsi di me? Potevano delle semplici tradizioni far spaventare così tanto un popolo da indurlo alla follia? No, non era possibile. Non c'era giustificazione per quello che avevano fatto. Il sangue si lava solo con altro sangue. Un desiderio di vendetta mi percorse l'animo, e il mio odio nei confronti di Xhoi crebbe notevolmente. "Tu potevi fare qualcosa, perché non hai agito?" – ringhiai. "Io sono un uomo contro tanti e gli uomini sono deboli. Se mi fossi fatto uccidere cosa sarebbe cambiato? La vendetta non porta niente di buono, ricordatelo." Mi infilai nella cassa. Io sono un uomo contro tanti e gli uomini sono deboli. Io sono un uomo e gli uomini sono deboli. Io sono debole. Io non devo essere più un uomo. Questa verità sulla mia natura, questa maledizione, mi accompagnò nei mesi avvenire, riscaldandomi la notte. Vendetta. Fu questa, invece, ad animare i miei pensieri e le mie azioni. Mentre venivo trasportato fuori da Oakville su un carretto merci, in una cassa in cui stavo stretto, senza cibo né acqua, furono quegli ideali che, forse, mi fecero sopravvivere a quei lunghi giorni. Lungo tutto il tragitto pianificai genocidi su genocidi. In uno ero un grande guerriero che, armato solo di arco, si faceva giustizia tra quei traditori; in un altro ero un re che assediava il paese conquistandolo. Eppure nessuno di questi piani era vagamente fattibile né tantomeno mi avrebbe ridato la mia famiglia. Vendetta? Giustizia più che altro e, alla mia morte, la dea bendata sarebbe venuta a farmi visita. Ogni tanto sentivo Xhoi raccontare storie sugli dèi e sulle loro gesta. Una di queste che mi colpì particolarmente fu quella su Oneris. "...e quando il Mondo da loro plasmato fu completo, l'era dove il giorno e la notte erano una cosa sola ebbe fine. I Dodici ascesero al cielo e cominciarono a popolarlo. Centinaia di discendenze nacquero, vegliando sul mondo dei mortali. Oneris, però, vedendo i suoi figli prediletti morire in una terra selvaggia decise di avvicinarsi a loro proteggendoli dalle creature che la popolavano. La sua luce si posò su tutto il mondo, proteggendo gli uomini dai grandi pericoli che esso riservava ai suoi abitanti, ma l'Uomo era corrotto. Iniziò a uccidere i suoi simili per il potere, per mantenere il controllo sulle tribù e, alla fine, si lasciò andare ai piaceri più deplorevoli. Ella, vedendo questo comportamento, carica d'ira abbandonò i suoi figli. Pentitasi delle sue azioni tornò nel regno degli uomini, raggruppando a sé quelli più saggi e virtuosi portandoli al sicuro. Loro fondarono Oakville, nella Conca benedetta dalla dea, dove si dice che Oneris vegli su di essa dai pericoli e dalla corruzione dell'umanità." Era ironico il fatto che Oakville fosse un luogo corrotto e meschino, dove l'unica cosa che importava era apparire come degli uomini buoni e giusti. E se la stessa dèa fosse corrotta? Sempre più domande senza risposte. Quando ebbi perso il conto dei giorni che passavano cominciai a sentire la stanchezza e il peso del non-nutrimento. Il mio corpo stava cedendo e con esso la mia mente. Cominciai a vedere battaglie epiche, mostri e dèi. La mia mente si stava disgregando, mandandomi in un mondo fatto solo di menzogne, facendomi vedere la mia famiglia al rogo e io che, pur potendo salvarla, mi assoggettavo al Consiglio. Quando pensai che la mia ora fosse giunta, Xhoi aprì la cassa. Raggi di luce mi colpirono in pieno volto, accecandomi. Cercai di coprimi con l'avambraccio e, faticosamente, mi alzai in piedi. Una volta alzato le mie gambe, già tremolanti, cedettero e svenni. Quando rinvenni ero stremato dalla fame e dalla sete, sporco e avvolto dai miei stessi escrementi. Poco dopo il mio risveglio chiamai con un filo di voce il mio amico, che venne a portarmi i viveri; mi chiesi come riuscisse a non sentirsi male per quel fetore. Cominciai a mangiare con foga. Acqua, pollo, pane, verdure varie: tutto quello che riuscivo a mettermi in bocca finché non mi fossi saziato; una volta sazio mi addormentai. Gli ululati mi fecero sobbalzare. Il fuoco, oramai quasi spento, disegnava nell'oscurità delle figure indistinte, simili, ai lupi, che giravano a cerchio intorno a noi. Mi si raggelò il sangue. Saremmo morti? No, finché il fuoco reggeva avevamo una speranza di vincere. Se si fosse spento avrebbero vinto loro. Una bella metafora. Presi la legna e la buttai sul fuoco, facendolo rivivere e, una volta fatto ciò, svegliai Xhoi. Stordito per la quantità di vino bevuta e per essere appena sveglio, dovetti ripetergli svariate volte ciò che stava succedendo. Brandemmo le armi e aspettammo che loro facessero la prima mossa. Si alzarono le prime luci del mattino e, forse stanchi di aspettare, i lupi ci caricarono. Quando mi accorsi di ciò che stava per accadere, mi misi su un'altura, presi l'arco e incoccai la freccia, aspettando che loro facessero la prima mossa. Sei lupi sbucarono fuori dalle ombre molto lentamente, mostrando le zanne, forse per intimidirci, formando un semicerchio che si stringeva su di noi. Dovevamo interrompere la loro formazione prima che si fossero avvicinati troppo. Trattenni il respiro per non far muovere l'arco e scoccai la prima freccia, prendendo il lupo centrale in un occhio. Morì sul colpo. Tutti i lupi, allora, attaccarono in modo casuale e selvaggio, privi dell'organizzazione mostrata poco prima. Forse quello era il capobranco, o, magari, erano coesi con tutti i membri del branco. Un sistema primitivo che logorava la mente e la capacità di pensare, portando a fare sciocchezze. Nonostante molte frecce andarono a vuoto, i lupi furono sconfitti. Il loro spirito di coesione li aveva uccisi, ma anche essere solitari, slegati dal mondo, è un'arma a doppio taglio. Vicino a noi c'era un fiumiciattolo, andammo a bere e a pescare. Io mi tolsi gli indumenti e mi lavai, togliendo via il sangue dei lupi dalla faccia e gli escrementi dal corpo. Fu un bagno ristoratore quello, seppur non dei più caldi. Io e Xhoi parlammo brevemente solo nel tardo pomeriggio. "Sono stato un debole a svenire" – dissi sputacchiando qua e là pezzi di mela "È naturale, non ti nutrivi da giorni." "È naturale solo se sei un uomo!" "Cosa vorresti dire?" – rispose, guardandomi perplessamente Mi sarei dovuto fidare e dirgli del mio piano? Di come mi sarei vendicato? In fondo mi aveva salvato la vita. Lo guardai dritto negli occhi. "Ho sentito le tue storie sugli dèi. Magari qualche Dio buono ascolterà la mia supplica e mi darà la forza di giustiziare quei traditori." "Sono solo storie, credevo non credessi a queste baggianate." Aveva un tremolio nella voce, tipico di chi non è sicuro di ciò che sta dicendo. Ed effettivamente era così. Mi ricordo di lui come un uomo molto religioso, più degli altri, che offriva in tributo svariati capretti a Oneris. "Non ci credi neanche tu. So chi sei, non sono nato ieri." – risposi, per poi aggiungere – "non è una sciocchezza come pensi tu. Questa è giustizia, non vendetta. Farò solo un favore al mondo distruggendo quei selvaggi." Si alzò, andandosene verso il bivacco. Forse lo avevo offeso? O magari si stava pentendo di avermi salvato? Mi morsi il labbro, pentendomi di avergli rivelato le mie intenzioni. D'ora in poi sarei dovuto essere più cauto con lui, facendo attenzione ai suoi movimenti. Un altro problema a cui pensare che, al momento, avrei potuto facilmente risolvere, ma a quale pro? Ero nella tundra, un mondo sconosciuto e senza guida o amici, solo tanti pericoli e ostacoli. Dovevo cercare di tenermelo amico. "Xhoi!" – esclamai rincorrendolo – "mi dispiace per prima, è solo che sono così furioso con loro. Non preoccuparti, non potrò fare nulla finché sto con te." "Non caricarmi di stronzate e andiamo. Loro sono in debito con me e, presto, incontreranno la mia lama. Ma ricordati che gli dèi sono beffardi e se con una mano ti abbracciano in segno di solidarietà, con l'altra ti pugnalano, poiché gli dèi sono come gli uomini." Distolse lo sguardo in direzione del carro; il suo viso lasciava trasparire il dispiacere. La sua debolezza, se così si può chiamare, durò solo pochi secondi tornando brevemente a ricomporsi con la rigidità che lo contraddistingueva. "Diamine, dove sono i cavalli?" – imprecò, per poi aggiungere – "cambio di programma: guardiamo la mappa e cerchiamo qualche villaggio o città nelle vicinanze. Ma chi me l'ha fatto fare." Chiusi gli occhi lasciando che le parole di Xhoi fossero portate via dal vento. In quell'attimo fuggente tornai nella mia vecchia casa. Lì rividi la mia famiglia, perdendomi nel dolce fiume dei ricordi, dimenticandomi persino della vendetta. Eppure, quasi come uno scherzo del destino... Note: originariamente doveva essere il primo capitolo di un romanzo a tema fantasy, con collegamenti a leggende e storie mitologiche; tuttavia a causa di "paranoie" sul mio stile di scrittura, originalità della storia, ecc. non ho mai continuato oltre questo passo.
  2. Ci sono rimasto malissimo quando, alla fine, si scopre che era tutto un "fake" per far sentire importante qualcuno; in ogni caso mi chiedo se il personaggio credesse davvero che illudendo una persona facesse del bene. In ogni caso mi hai dato qualche idea per scrivere. Comunque non c'è molto da dire neanche a livello grammaticale dato che non ho notato la presenza di errori.
  3. // Ore 00.00, 23 aprile 2621 (standard galattico) / nave ammiraglia Valentine in rotta verso il Sistema H-35 (Dark Zone) “È rilassante stendersi senza pensare a nulla, lasciando solo che le correnti dell’iperspazio ci portino alla nostra meta. Ha un non so che di romantico il vedere scorrere centinaia di stelle in una dimensione cristallina.” – disse Wilkins, il timoniere della nave “Wilkins, per te è tutto romantico. Per te sono abbastanza romantica?” – fu la risposta che pervenne dal trasponder A rispondere era Marine Lefevre, figlia del Governatore del Settore Occidentale, sulla Terra. Quest’ultima, infatti, dopo l’Ascesa della Sildor Corporation, è stata divisa in quattro parti: Settore Occidentale, che comprende il continente americano e la Groenlandia; Settore Centrale, dove vi è la sede della Sildor Corporation e che include l’Europa; Settore Orientale, composto dai territori asiatici; E infine il Settore Meridionale, che comprende il Madagascar e i territori africani; Ci sarebbe anche dovuto essere anche un quinto Settore comprendente i territori russi (Russia, Bielorussia, Lettonia, Estonia, Lituania, Ucraina e Polonia), distrutti dopo l’Ultima Grande Guerra, che erano in bonificazione. Il progetto, purtroppo, venne interrotto a causa della guerra contro gli Ayon, il Primo Contatto nella Galassia. Dopo il termine delle ostilità il progetto fu ripreso per poi essere abbandonato nuovamente a causa della comparsa di una misteriosa razza aliena: gli Akathartos, conosciuti anche come gli Intrusi. La Lefevre adesso stava sorseggiando un po’ di vino nella sua stanza in totale tranquillità quando la porta si aprì. Con la coda dell’occhio osservò l’uomo che aveva interrotto la sua pausa, oramai sempre più lunga, e borbottò qualcosa. “Wilkins, che c’è?” Era visibilmente ubriaca, cosa che non si addice molto a un capitano. Soprattutto se quel capitano era considerato un eroe da gran parte dei suoi sottoposti. Ella, infatti, durante la guerra contro gli Ayon guidò una piccola – o almeno allora lo era – bagnarola, la Valentine, contro le possenti corazzate aliene vincendo il più delle volte. “Suvvia, ce la siamo cavata bene nel Sistema Sigma. Dovremmo banchettare tutti e non buttarci giù per una nuova minaccia. Gli Intrusi perderanno, lo sai.” – rispose lui, accennando a un sorriso di incoraggiamento. La verità è che né Wilkins né nessun altro soldato o civile che sia credeva realmente che avessero qualche speranza contro gli Akathartos, neanche dopo la fondazione della Federazione. “Non è per quello, ma per Romanov. Inizialmente lo avevano spedito qui per farci da balia, ma poi…” – rispose Lefevre angosciata “Ma poi si è preso la nave e…” – la interruppe lui “E mezza flotta umana” “E mezza flotta Ayon…” – disse Wilkins con un sospiro “Strano che non si sia preso anche la mia stanza.” – aggiunse la Lefevre ridacchiando. Fu allora che Wilkins le si avventò addosso, cominciando a baciarle il collo. “Be’, allora non perdiamo tempo prima che finisca; no?” – sussurrò lui con un sorriso malizioso, che lei prontamente ricambiò. I due erano nel post-sbornia e completamente nudi quando suonò l’altoparlante della nave. “Il Timoniere e il Capitano a rapporto sulla plancia.” Wilkins ringraziò qualsiasi divinità esistesse per aver fatto in modo che l’Ammiraglio adorasse “timonare nel vasto blu la baracca”, come diceva alcune volte Geremia prima che andasse in pensione, e che quindi la presenza di Wilkins fosse necessaria solo durante manovre importanti o durante le guerriglie spaziali. “Ehi Edward, sei proprio bravo a timonare nel blu” – disse una volta Geremia “Ma che diamine significa timonare nel blu se lo spazio è nero?” – chiese Wilkins irritato “Lo spazio è il mare, solo che non ha un cielo. Se avesse il cielo di che colore sarebbe? Secondo me blu.” Era stato proprio Geremia a “istruirlo” al Romanticismo e, forse, alla pseudo-filosofia. “Wilkins, è ora di andare. Ma lo senti? Cioè, perché chiama me se in questa nave sono meno utile di te?” – disse Lefevre furiosa, riportandolo alla realtà “In verità io ci sono sempre per le cose importanti!” – rispose lui facendo l’occhiolino Se ne andò disgustata, indossando in fretta e furia l’uniforme e borbottando chissà cosa. Nonostante fossero amanti da molti anni, da quando erano rimasti soli su un pianeta Ayon e, in preda all’euforia di essere praticamente morti, si diedero alla pazza gioia su un prato di erbetta galattica e la conoscesse come le sue tasche, non aveva mai capito come mai se la prendesse tanto. Okay, era stata soppiantata per un novellino ma lei non aveva mai fatto richiesta per essere trasferita su un’altra nave. Ripensò a come fosse riuscito a diventare il fidanzato di Lefevre, una donna che non si lascia certo abbindolare da relazioni da quattro soldi, e di come fossero riusciti a scappare da quell’inferno con una carriola spaziale, pensando anche a tutti i valorosi amici che avesse perso in quella guerra. Uno in particolare gli manco, facendogli persino scendere qualche lacrima: Geremia. Quel vecchio pazzo era riuscito a scampare a due guerre, duecento anni di lotta, e cosa lo butta a terra? L’artrosi! Una dannatissima malattia. Wilkins non riuscì neanche a trattenere le risate al pensiero di quando glielo disse. “Ed, io devo andare” – Wilkins aveva le lacrime agli occhi – “duecento anni di lotta e sai cosa mi butta giù? L’artrosi.” “Timoniere Edward Wilkins, RAPPORTO!” Si lasciò trasportare così tanto dai ricordi che dimenticò persino che erano in guerra, che stavano perdendo e, soprattutto, che l’Ammiraglio fosse incazzato nero. L’Ammiraglio Edward Romanov sedeva ritto sulla poltrona del capitano, cosa che innervosì Lefevre. “Quella è la mia poltrona, brutto stronzo!” – gli avrebbe urlato volentieri, e questo l’equipaggio lo sapeva bene. Anche Romanov lo sapeva e gli piaceva stare lì anche solo per il diletto di stuzzicarla un po’, ma non in quell’occasione. Wilkins, finalmente, arrivò sulla plancia cercando di avere un’aria di nonchalance, nonostante fosse tutto sudato e rosso in viso. Si mise proprio accanto a Lefevre e cercò di afferrarle la mano, ma lei la ritrasse appena in tempo che lui riuscisse ad afferrarla. L’ammiraglio si alzò e, guardando negli occhi prima l’uno e poi l’altro, aggrottò la fronte. Wilkins arretrò e persino la Lefevre perse la sua solita compostezza. Romanov era quello con la corporatura più robusta tra i tre e nonostante fosse molto giovane, solo una sessantina di anni d’età, e dei lineamenti più o meno marcati, una barba folta e ben curata e un taglio pompadour con i colpi di sole, riusciva a mettere in soggezione anche solo con i suoi occhi azzurro acceso. La Lefevre era alta e tozza, con dei capelli da un colore biondo spento e degli occhi marrone scuro che a Wilkins facevano sempre gelare il sangue. Lui, al contrario dei due, aveva un volto paffuto e dei lineamenti molto sottili; inoltre era anche bassotto, il che, ovviamente, lo penalizzava molto. Non era raro che lo scambiassero per un ragazzo appena uscito dalla maturità mentre, insieme a Lefevre, aveva centotrent’anni. Insieme creavano un effetto matriosca: Wilkins sta dentro Lefevre che sta dentro Romanov. “Stamane la SCS Asimov ci ha fatto pervenire dei dati provenienti dalle scansioni a lungo raggio del Sistema H-35” – disse, aggrottando sempre più la fronte; con voce cupa continuò. – “Ieri la stella di H-35 rifulgeva. Oggi dell’intero sistema restano solo detriti e pianeti che ruotano senza meta.” Il terrore e il disdegno si disegnarono sul volto di tutti i presenti sulla plancia. Persino a Wilkins, un ormai non così tanto ragazzo convinto che tutto abbia un lieto fine, gli si raggelò il sangue. Lefevre era rimasta impassibile ed era completamente sbiancata in volto, considerando anche la sua carnagione scura era un evento raro. “D-Dove stiamo andando allora…?” – balbettò lei “Ora? Vicino H35. Nei pressi di quella zona c’è una flottiglia degli Intrusi, mentre la flotta principale è praticamente scomparsa nel nulla.” “Distrutta dall’esplosione, magari…” – suggerì Wilkins “Edward, hanno consumato dodici Sistemi. Secondo te è plausibile che siano morti?” “Nossignore.” – rispose lui con assoluta freddezza, cosa che riportò Lefevre alla realtà. Era raro, per non dire che questo era un evento unico, che Edward rispondesse in questo modo così… la Lefevre rimase a bocca aperta e non seppe neanche come definirlo. Poche ore più tardi Romanov stava giocherellando con un piccolo cubo di Rubik, segno che fosse molto nervoso, quando fu interrotto da un’idea un po’ azzardata fatta dalla persona più improbabile che ci fosse: Edward Wilkins. Lo aveva sempre trovato simpatico e, al contrario della Lefevre, adorava averlo intorno. Riusciva a dare un’aria più leggera e serena alle situazioni anche più disperate; inoltre era un ottimo timoniere, persino migliore di lui, il che era una cosa molto gradita. “Ammiraglio” – disse lui, senza ottenere reazione o risposta Un paio di minuti riprovò, ottenendo, questa volta, una reazione. “Dimmi Edward” – disse girando la poltrona e mostrandogli il cubo, ormai completato – “È la decima volta che lo finisco in poche ore e non mi stanca mai.” “Ammiraglio, stiamo andando incontro a una trappola.” “Una trappola dici? Su quali basi?” – chiese l’ammiraglio, senza dare troppa importanza alle parole del timoniere “Lo ha detto lei stesso: sono scomparsi nel nulla, ma non possono essere né distrutti né sparire per magia.” – disse con enfasi – “La Federazione ha ipotizzato, ipotesi rivelatasi corretta, che questi esseri riescano a manipolare le frequenze elettromagnetiche anche a grandi distanze. Cosa può, dunque, impedirgli di manipolare le loro frequenze?” “Vediamo se ho capito bene. Stai dicendo che in questo momento la flotta sta consumando un altro sistema?” – chiese incuriosito Romanov “Nossignore. Sto dicendo, invece, che hanno captato le nostre frequenze e modificato le loro: in parole povere non c’è una flottiglia ma un flottiglione.” – disse soddisfatto Wilkins, lasciando a bocca aperta sia Romanov che Lefevre, oltre qualche ufficiale nelle vicinanze “Puoi provarlo?” – chiese l’ammiraglio “No, però so come fare. Potremmo sganciare una sonda, certo, però a causa della sua relativamente bassa intensità elettromagnetica è probabile che se ne accorgano e di conseguenza lascino il Sistema; oppure…” “Oppure…?” – dissero in coro Lefevre e Romanov “Oppure la Valentine andrà da sola mentre il resto della flotta torna all’Adrium. In questa nave, come probabilmente sa, sono presenti sistemi in grado di alterare le nostre frequenze. Basterà solo copiare quelle attuali e il gioco è fatto. Possiamo lanciare le nostre dodici testate X-01 e decimare la loro flotta.” “WILKINS, ABUSI DI DROGHE?!” – gli urlò contro la Lefevre. Non perché credesse davvero che lui si drogasse o che quel piano fosse folle e insensato, ma perché sapeva che a guidare la flotta a casa ci avrebbe dovuto pensare lei e Wilkins sarebbe dovuto rimanere sulla Valentine. Da solo. Con Romanov. Senza lei. A morire. Dopo un minuto, che per i due parve un’infinità, Romanov alzò il capo. “Piano folle e geniale, ottimo lavoro Wilkins.” – disse con enfasi, come se avesse trovato una grinta ormai perduta – “Lefevre ti nomino viceammiraglio, guida la flotta a casa.” Lei era furente in volto, e guardò negli occhi a Wilkins come per dire “Te l’avevo detto, idiota!” Lui afferrò bene cosa significasse quello sguardo e abbassò gli occhi a terra, vergognandosi. “Edward tu, ovviamente, rimani.” – disse squadrandolo da cima a fondo – “Ah, adesso facci uscire dall’iperspazio. Compilerò il rapporto e le scartoffie varie, dopo averci fatto partire prepara il modulo iperspaziale primario al salto.” Si girò, dirigendosi verso l’interfono più vicino. “Cos’hai fatto…” – balbettò quasi in lacrime la Lefevre, cercando comunque di non piangere “… scusa…” – rispose sottovoce Wilkins L’hangar era pressoché deserto, fatta eccezione per qualche tecnico e il trasporto di classe Eagle, caricato di tutto e pronto al lancio. Sulla soglia si trovavano Lefevre, Wilkins e Romanov. “Wilkins, sei un genio!” – disse eccitato Romanov Lui non rispose, si sentiva in colpa. Non per il piano o altro, ma perché la stava abbandonando. “Comunque io ho dei documenti da compilare, ci vediamo sulla plancia Edward.” – disse Romanov girandosi ed andandosene di corsa. Non perché avesse davvero qualcosa da compilare, ma perché si sentiva di troppo e voleva lasciarli in pace un’ultima volta. Si chiese se sarebbe mai tornato sulla Terra e se, magari, finalmente la Russia fosse stata bonificata. “Ehi, alla fine avevi ragione: si è preso anche la tua stanza!” – disse Wilkins ridacchiando “Sì, infatti.” – rispose Lefevre con tono gelido “E…” “Sta zitto, per favore.” – lo interruppe lei Non l’aveva mai vista in questo stato così, preso sempre più dai sensi di colpa, tentò di baciarla. “No Edward, cazzo, hai esagerato!” – gli urlò contro lei, scaraventandolo a terra “Scusa…” – disse lui, sentendosi il cuore sgretolarsi in petto. Non lo aveva mai chiamato per nome, mai. Una figura magrolina venne incontro a Lefevre, con un’espressione attonita disegnata in volto, che annunciava che il velivolo fosse pronto a partire. Salì senza dire una parola. “Ti amo” – disse Wilkins con gli occhi lucidi mentre lei saliva sulla rampa che conduceva all’interno del velivolo Lefevre ci pensò su “Anche io, ci rivedremo. Tranquillo.” – rispose lei con il tono più dolce che avesse Non seppe dire se lo stesse dicendo a Wilkins o a sé stessa, ma quella “promessa” le alleviò le pene. Rimase là, nell’hangar, a fissare l’oscurità a fissare la nave allontanarsi, e poi il blu dello spazio. Ora lo vedeva anche lui. // Ore 19:30 (standard galattico), 24 aprile 2621 / nave ammiraglia Valentine (Green Zone) Poche ore dopo la partenza della flotta e di Lefevre, Wilkins, Romanov, e altri ufficiali si riunirono nella Sala Conferenze per discutere sul da farsi. “Bene, questa è la Valentine” – cominciò Romanov, indicando un punto ben preciso sulla olomappa – “e questa è la flotta degli Intrusi. Secondo le stime del Primo Ufficiale Badou avremo circa centoventi secondi prima che passino al contrattacco.” Il Primo Ufficiale fece un passo avanti verso l’ologramma, e la scena cambiò completamente; adesso si vedevano tantissimi piccolini puntini comparire qua e là, fino a circondare la flotta nemica. “Se ci stanno davvero aspettando, ovviamente, avranno le armi già pronte ad aprire il fuoco sulla nostra posizione, ecco perché abbiamo pensato di lanciare svariate serie di caccia, armati di missili EMP e dispositivi di disturbo elettromagnetico, che arriveranno prima di noi in un lasso di tempo variabile da due a dieci minuti.” “In che senso?” chiese Wilkins. Era serio in volto, cosa abbastanza rara. Prima che Badou potesse parlare fu Romanov a prendere parola. Evidentemente non riteneva il Primo Ufficiale abbastanza qualificato da rendere più semplice il discorso anche per gli ufficiali di meccanica o delle sezioni relative. “Significa che ogni due minuti per dieci minuti uscirà una serie di caccia dall’iperspazio che distrarrà le navi nemiche.” – Badou si mostrò irritato per quella interruzione, ma, ovviamente, in quanto suo superiore, ne aveva tutto il diritto – “Se abbiamo fortuna resisteranno per dieci minuti, il tempo che impiegheremo da questa posizione a raggiungere H-35.” “Il problema è quando giungeremo sul posto: i missili per essere lanciati necessitano di circa cinque minuti, ignorando tutti i protocolli di sicurezza e così via; il secondo problema riguarda invece la nostra via di fuga. Abbiamo teorizzato che sovraccaricando il modulo iperspaziale secondario possibile catapultarci lontano da H-35. Douglas, si può fare?” A prendere parola questa volta era l’Ingegnere Capo, Martin Douglas. Rispetto a Badou questo era molto più carismatico e attempato, con la solita vena burbera che caratterizza le persone anziane. “Mh… sinceramente non saprei, non ci ho mai ragionato. In linea teorica sì, ma saremo catapultati in un punto casuale sugli assi x, y e z.” La voce rauca e goffa di Douglas era una caratteristica sempre ben accetta sulla Valentine perché, anche se poteva essere vista come una mancanza di rispetto, faceva divertire tutti, Douglas compreso; non era raro che ci scherzasse su. “Cioè? Potremmo finire anche dentro un pianeta?” – questa volta a porre il quesito era Badou “In sostanza, sì. O nei pressi di un buco nero.” – rispose freddo l’Ingegnere Capo “E poi c’è un altro problema da affrontare, quello che a prima vista può sembrare meno importante.” – disse Romanov, appoggiandosi con le braccia sul tavolo della olomappa – “una volta sovraccaricato il modulo potremmo finire a una distanza considerevole da un qualsiasi pianeta abitato. Dovremmo lanciare una sonda che ci permetta di inviare un segnale abbastanza velocemente da giungere quasi istantaneamente all’Adrium; purtroppo la Valentine è sprovvista di sonde così potenti. Idee?” “All’accademia, durante gli addestramenti, utilizzavamo sonde standard per scambiarci messaggi “di nascosto” con familiari, amici, o altro. Il segnale veniva inoltrato al satellite più vicino che lo inoltrava al pianeta e così via. Il ritardo era solo di poche ore.” – disse Wilkins, per poi proseguire – “Il pianeta più vicino è Corbulo, se lasciamo una sonda qui il ritardo sarà di circa tre o quattro ore.” – suggerì Wilkins “Ottima idea. Ci restano solo i missili; idee?” – chiese Romanov “Uhm… io avrei qualcosa.” – disse Badou, rompendo il suo silenzio Poco dopo il briefing dalla Valentine erano cominciati ad uscire centinaia di caccia che, in perfetta sincronia, entravano nell’iperspazio. Wilkins nutriva dei dubbi sulla complessità di calcolo dell’intelligenza artificiale che avrebbe dovuto gestire il combattimento dei caccia; lui era un “vecchia scuola”, dove le IA equivalgono a una minaccia. Quella sera, comunque, Romanov aveva deciso di invitare Wilkins nella sua stanza. “Lefevre chissà come sarà incazzata senza la sua preziosa stanza” – pensava lui, facendo un sorriso da ebete Si notava che Romanov fosse giovane ancora, nonostante la sua mente brillante. Alla marina era stato promosso grazie a questa tattica: a prima vista sembrava un idiota, eppure aveva certe pensate brillanti. Durante i primi cento giorni contro gli Intrusi si era distinto per la sua scarsa considerazione delle regole da guerriglia, perdendo soprattutto mezzi automatizzati. In circostanze normali sarebbe stato portato dinnanzi la corte marziale e si sarebbe beccato un congedo con disonore, ma quelle erano tutt’altro che normali e questo Romanov lo sapeva bene anzi, forse era proprio per questo che assumeva certi atteggiamenti. La porta si aprì ed entrò un Wilkins tutto trasandato che fece scoppiare a ridere Romanov. “Hai fatto a botte per caso?” – chiese a Wilkins, divertito “No, però se ti va fatti sotto!” – rispose ironicamente lui Poi guardò verso il letto e il suo volto da un sorriso a trentadue denti cambiò in uno sguardo malinconico. “Se Lefevre mi vedesse qui proverebbe a farmi fuori, vero?” – chiese sorridendo, cercando di distrarre Wilkins Edward, però, non aveva proprio voglia di scherzare. Era nella stanza della sua amata senza di lei, come diavolo si sarebbe dovuto sentire? “Siamo già nell’iperspazio?” – chiese l’ammiraglio “Nossignore.” – rispose freddo lui, come a ricordarsi troppo tardi che non stesse parlando con la sua amata “Prima mi rispondi come se fossi un amico e poi rispetti la gerarchia?” – disse Romanov sorridendo e mandando una chiara frecciatina – “coerente la tua scelta e, soprattutto, molto masochista.” “Perché?” “Be’, ti prenderei come un idiota; e a me gli idioti non piacciono. Tu, invece, mi piaci.” – disse Romanov, facendo l’occhiolino Wilkins si sentiva notoriamente a disagio perché non riusciva a capire se l’ammiraglio ci stesse provando con lui o meno. Per carità, non che fosse omofobo ma non era di certo il tipo che tradisse la sua donna o che andasse a letto con un ammiraglio; dalla bocca di Wilkins uscivano solo dei suoni gutturali privi di senso, segno che si trovasse davvero a disagio. “Amm- ammiraglio, m-mi scusi ma io…io… non capisco, ecco” – balbettò, tutto rosso in viso Romanov sorrise. Era divertito da quello stato in cui si trovava, eppure la situazione lo incuriosiva. Non era una persona che si tirasse indietro dal fare nuove esperienze, però un rapporto omosessuale lo spaventava anche un po’; in ogni caso non c’era tempo dato che avevano un piano da rispettare e, guardando l’orologio, si accorse che restavano tre minuti. Avrebbero dovuto correre per arrivare sulla plancia in tempo. “Wilkins, dobbiamo andare. Comunque mi stai simpatico, ecco tutto; in pubblico, ovviamente, dovrai rispettare la gerarchia.” – disse in fretta, cominciando già a scattare per raggiungere la plancia. “Che fortuna, un minuto di anticipo.” – pensò Romanov Si girò e vide che l’equipaggio era terrorizzato, ma non lui; eppure si sarebbe dovuto cagare addosso dalla paura, considerando che c’erano poche speranze effettive di sopravvivere a quella missione suicida. Wilkins era il più teso di tutti, perché il suo sesto senso gli intimava di dirottare la nave verso una posizione diversa; sentiva che ci fosse qualcosa che non andava in quel piano o, più probabilmente, nell’operazione da lui suggerita. “Okay, ore 20:29. Accendere i motori. Timoniere, imposta la rotta.” “Rotta impostata, cap-” – si maledì per quell’errore, e si corresse cercando di far finta di nulla “ammiraglio.” “Perfetto, 20:29:45 s. Quindici secondi ed effettuiamo il balzo.” Passarono quindici, interminabili, secondi prima dell’entrata nell’iperspazio. Tutti si chiedevano se sarebbero sopravvissuti, e se avrebbero mai rivisto i loro cari. // Ore 20:30 (standard galattico), 24 aprile 2621 / nave ammiraglia Valentine in viaggio verso H-35 (Dark Zone) Romanov fece salire Badou sulla plancia per ricapitolare il piano. Non che ne avesse realmente bisogno, ma non voleva commettere errori. “Signore. Una volta giunti su H-35 lanceremo una decina di caccia di classe Seraph, i nostri top gamma, muniti di congegni di disturbo e armati di alcune testate che sganceremo sulla flotta nemica; grazie a questo attacco, seppur un po’ disperato, avremo il tempo di armare gli X-01 e sganciarli sui nemici. Per quanto riguarda i loro velivoli le nostre difese sono in grado di reggere per il tempo necessario. Nel caso i nostri scudi cedano sovraccaricheremo il modulo iperspaziale.” – disse Badou, con una precisione quasi maniacale Romanov, però, non stava ascoltando nulla di quello che diceva il Primo Ufficiale. Lo stava fissando in volto per bene, cosa che non aveva avuto modo di fare prima. Il suo viso, di carnagione scura, era unto, come se non si lavasse da giorni; si chiese se fosse così per caratteristica naturale oppure se fosse realmente sporco. Non che avesse senso dato che emanava un buon profumo, quindi pensò direttamente che fosse così per una questione genetica. Di stazza era molto più muscoloso e grosso di Romanov, che, al contrario suo, aveva dei muscoli non molto sviluppati. “Signore, tutto okay?” – disse lui, distraendo l’ammiraglio dalla sua analisi “Sì, ottimo piano. È stata l’idea giusta al momento giusto la tua.” – rispose Romanov. Sembrava che fosse tornato solo ora alla realtà. “Posso congedarmi?” “Va’ pure.” Guardò l’orologio e si accorse che mancavano circa due minuti al ritorno nello spazio normale. Si accomodò sulla poltrona e prese il cubo, per poi lasciarlo andare subito. Prese l’interfono e impostò come ricevitore tutta la nave. “Uomini” – cominciò, intonando un tono incoraggiante – “non sono un tipo che fa discorsi, anzi, li detesto. Eppure eccoci qua, alle porte dell’inferno. È una missione suicida? Sì. Abbiamo scarse possibilità di successo? Sì. Ma se c’è una cosa che questi alieni non sanno è che noi umani spacchiamo culi in fatto di sopravvivenza. E per coloro che non hanno ancora capito che tipo di guerra sia questa, be’, eccovi serviti. Siamo sopravvissuti a carestie, catastrofi naturali, guerre, guerre atomiche, rivolte e quant’altro che lo schifoso mondo e qualsiasi dio ci sia lassù ci ha gettato contro: non abbiamo ceduto a loro e non cederemo neanche a dei novellini!” La sua voce era un crescendo, che riuscì a dare l’incoraggiamento di cui avevano tutti bisogno. L’equipaggio che stava sulla plancia incorò un “U-ah”, simbolo che contraddistingueva i marine da svariati secoli ormai. Persino Wilkins si sentì più tranquillo e con una marcia in più: sentiva che potevano farcela. Giunti nel Sistema H-35 tutti rimasero a bocca aperta. Pianeti che si scontravano tra loro in un’orbita priva di senso, ruotando verso chissà dove; la stella del sistema era ridotta a un mucchio di detriti spaziali. Ecco perché si chiama Dark Zone: una zona priva di luce, consumata dagli Akathartos, dove le uniche forme di vita rimaste sono i pirati e i pionieri, che cercano minerali preziosi da raccattare; e gli Intrusi. Wilkins, Badou, Douglas, Romanov, e tutti gli altri erano impalliditi. Non importava dove fossero, se lo stessero vedendo dagli schermi o dalla plancia: un’immensa flotta irradiava un blu elettrico, mentre dei filamenti simili a saette si spostavano lungo quell’enorme agglomerato. I pochi caccia rimasti stavano tenendo impegnato il più possibile le forze degli Intrusi. “UOMINI, ALLE POSTAZIONI DI COMBATTIMENTO. BADOU FA’ PARTIRE I CACCIA E ARMA I MISSILI! DOUGLAS ASSICURATI DI AVERE IL MODULO PRONTO AL SOVRACCARICO! WILKINS, ESEGUI MANOVRE EVASIVE! VIA VIA VIA!” – urlò Romanov con tutta la voce che aveva in corpo all’interfono Badou digitava dei comandi per la sequenza d’avvio dei caccia con un’incredibile velocità, mentre le gocce di sudore aveva completamente consumato la sua fronte; Douglas, anche lui imperlato di sudore, continuava a fare calcoli sul tablet e sul piccolo quaderno degli appunti; Wilkins, invece, portava la nave con estrema precisione in posizioni casuali seguendo spirali ellittiche ed effettuando brevi accelerazioni con i motori di riserva: non poteva permettersi di sprecare troppa energia. Trenta secondi dopo i caccia cominciarono a uscire a fiotti dagli hangar delle navi e, se prima gli Intrusi si stavano preparando a far fuoco sulla Valentine, adesso si erano concentrati sui caccia. Una schiera di piccole luci elettrificate si allontanò dalla flotta principale, concentrandosi sull’ammiraglia. In quel momento si vennero a creare due situazioni: la prima nell’Adrium, la seconda nel Sistema H-35. “Viceammiraglio, ci stiamo avvicinando all’Adrium. Se vuole può venire a dare un’occhiata, è una vista mozzafiato da quassù.” – disse il capitano Honey “Sì, grazie.” – rispose fredda Lefevre Il Capitano della SCS Arda alzò la paratia della plancia mostrando il vuoto spettrale dello spazio e l’immensa stazione spaziale della Federazione, l’Adrium, costruita grazie agli sforzi congiunti della Sildor Corporation e dell’Autorità di Ayon. Dalla forma di un triacontaedro rombico, la stazione durante la progettazione aveva un fabbisogno energetico pressoché insoddisfabile; così gli ingegneri sono riusciti a produrre una speciale lega in grado di resistere alle enormi temperature emesse dalla nana blu del Sistema Hyperion e di costruire la stazione attorno alla stella, utilizzandola come un grande reattore. Lefevre si era persa nei suoi pensieri, su Wilkins probabilmente, quando Honey la riportò alla realtà. “Ci stiamo avvicinando all’hangar D-24.” – annunciò lei – “attracco imminente.” La stazione vista dall’interno conferiva alla Lefevre l’impressione di essere in un enorme alveare, e più volte fu sul punto di perdersi. Le paratie più interne, quelle che davano sulla stella, erano state progettate in modo da essere un ibrido metallo-vetro in grado di resistere comunque a temperature molto elevate; ovviamente, all’esterno di queste, vi era uno scudo molto potente in grado di deviare gran parte della luminosità e produrre energia dal calore rilasciato. Dopo alcuni giri a vuoto, riuscì a trovare la struttura che cercava: questa era una grossa torre, circondata da giardini e fontane con piante esotiche provenienti da pianeti Ayon e Umani, nonché ambasciata umana sulla stazione. “Signore, con tutto il rispetto: non possiamo abbandonare la Valentine e lei lo sa bene. È un simbolo di speranza per le persone! Abbiamo vinto innumerevoli battaglie contro gli Ayon grazie a quella nave.” – disse Lefevre, cercando di mantenere il controllo “Non solo mi sono persa, ci ho impiegato tre ore a trovarlo, ma mi devo anche sorbire le sue stronzate! Diamine, quanto vorrei strangolare Romanov.” – pensò tra sé e sé infuriata “La risposta è ancora no.” – rispose l’Ammiraglio con assoluta fermezza “Ma Signore…” – chiese con voce implorante Lefevre Forse per fortuna, forse per altro, passò di lì Isi. Era una donna dalla corporatura gracile e bionda – come quasi tutte le donne di quel periodo – con un carattere poco altezzoso e molto sarcastico. Isi non solo era una bella donna, ma era anche la donna più potente della Galassia. “Ehi Victor, tutto bene?” – chiese con tono gentile, squadrando prima l’uno poi l’altro “Uh… sì sì, tutto bene.” – rispose lui irritato “No che non va bene! Mi scusi, ma davvero: possiamo annientare gli Akathartos in un colpo solo e lui” – disse con tono accusatorio” – “non vuole fare nulla per quale motivo?” – disse furente Lefevre, fregandosene di chi fosse il suo interlocutore Un comportamento che l’Amministratrice Generale della Sildor Corporation, nonché fondatrice della Federazione, apprezzò molto. Adorava gli spiriti liberi, dato che anche lei era uno spirito libero. Rimpianse un po’ quel periodo, quando era tutto più semplice. “Mi dica di più, signorina” – rispose, lanciando un’occhiataccia all’ammiraglio “Be’…” “Signore, tutti i missili lanciati dai caccia non hanno colpito il bersaglio. Il c-campo elettromagnetico dis-” “DOVEVAMO PREVEDERLO, MALEDIZIONE!” – urlò Victor, mischiando parole in russo e inglese – “CHE FACCIAMO, ORA?” “P-possiamo provare col puntamento manuale…” – propose Badou “BENE, SALI SU UN CACCIA E PENSACI TU. SE NON LO FAI GIURO CHE GLI INTRUSI SARANNO IL TUO ULTIMO PROBLEMA!” Badou non capì se stesse scherzando o meno, finché Romanov non ordinò che un caccia fosse armato e pronto al lancio tra tre minuti. “Se sopravvivo lascio il fottuto servizio militare.” – borbottò sottovoce mentre si dirigeva verso l’hangar, stringendo i denti e imprecando contro tutte le divinità che conoscesse Un’altra schiera di caccia, a supporto di Badou, venne lanciata e fu veramente grato di questa cosa. Morire per così poco non gli andava a genio e, mentre avviava il caccia, gli sfrecciò per la mente una cosa: “e se mi lasciassero qua una volta lanciati i missili?” Rabbrividì al solo pensiero che potessero lasciarlo indietro ma, con un pazzo del genere, per giunta russo, tutto era possibile; “sono stati i russi a distruggere mezzo mondo, per poi perdere la guerra e la dignità, no?” – pensò Badou – “Se è raro trovare un russo al comando un motivo ci sarà, e adesso capisco quale!” – disse facendo una risata quasi maniacale Imprecò di nuovo e, eseguendo una manovra in linea d’aria, acquisì il primo bersaglio facendo attenzione a non farsi notare. E ci riuscì perfettamente, infatti non dovette sparare un solo colpo! Acquisite le coordinate per il bersaglio, invece di inoltrarle alla Valentine, decise di inviarle una volta tornato all’hangar. In questo modo, pensò, non avrebbero avuto modo di lasciarlo indietro. Ma Badou non aveva previsto una cosa: i missili avevano bisogno di un segnale continuo e, una volta tornato sulla nave, ne sperimentò gli effetti. Una dozzina di missili X-01 furono lanciati nello spazio, colpendo macerie e bersagli diversi da quelli prefissati. “Signore, i missili non hanno… i missili non hanno centrato nessun bersaglio…” – disse con la voce strozzata in gola Wilkins “Com’è potuto succedere… Badou?” – chiese attonito l’ammiraglio “Io… io ho inviato le coordinate quando sono tornato a bo…” – rispose lui pallido in volto; sembrava più morto che vivo. Le facce dei presenti erano basite e gli sguardi erano puntati su di lui: Victor Badou, l’essere maledetto. Ci fu un silenzio lunghissimo, interrotto solo da uno stridio acuto: significava che gli Akathartos stavano caricando le armi. “DOUGLAS, SOVRACCARICA IL MODULO. ORA!” – urlò Romanov in lacrime, dirigendosi verso la Poltrona e accasciandosi su di essa Ma anche lui commise un errore: non aveva preventivato era che la Lefevre fosse una donna piena di risorse e che non avrebbe mai permesso che Wilkins morisse. “Ammiraglio, guardi là! È l’intera flotta della Federazione!” – urlò Wilkins con gli occhi pieni di lacrime e di gioia, prima che venisse catapultato in pochi secondi a migliaia di anni luce di distanza.
  4. Equus

    Lo Straniero

    Non ci sono problemi di natura grammaticale. Rileggendolo ho capito subito che si trattasse di un assassino ma, secondo me, è un po' una spietatezza cinematografica. Nel senso che dubito che un killer, o presunto tale, si metta a fare domande in modo così avventato. Mi è piaciuto ma, a mio parere, è troppo breve e troppo decontestualizzato.
  5. No, è solo un bug mio. :')
  6. Dovrei fare anche io così, teoricamente, peccato che ogni volta perda la creatività post-stesura.
  7. Io faccio leggere ogni capitolo a quattro persone totali: due esperte e due che leggono davvero poco. Se ho l'okay non lo riscrivo, sennò torna per la revisione.
  8. Mi fai sentire una persona orribile così
  9. Tipo me Non so, però, se ciò influisca negativamente o positivamente sulla storyline
  10. Hi guys! Voi come scrivete? Alla cieca, tenendo in mente solo momenti precisi della storia, oppure vi scrivete la trama capitolo per capitolo?
  11. Mh okay, grazie. Se devo pubblicare qualcosa preferisco farlo in cartaceo.
  12. Lo avevo visto ma è affidabile?
  13. In parole povere desiderano un romanzo completo?
  14. Hi guys! Conoscete qualche concorso per racconti fantasy a cui partecipare? Thanks!
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