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TempoPerso

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  1. TempoPerso

    I Benefattori - Parte 4

    Commento «Non sono stupida, Noah. L’ho trovato quando ho sistemato il letto. Non conosco il codice per sbloccarlo, ma mi basta portarlo da Padre Manuel per metterti in guai molto grossi» La ragazza sembrava tesa, ma non quanto l’uomo. «Posso spiegarti» «Me lo auguro» «Non volevo che me lo togliessero quando sono arrivato. Viaggio molto e quel cellulare mi serve per rimanere in contatto con quei pochi che conosco in giro per il mondo» «Se fosse vero, avresti potuto chiamare aiuto, invece che percorrere tutta quella strada a piedi per ridurti come ti sei presentato a noi. A meno che fosse tutta una messinscena, vero Noah? Tu volevi entrare nella Comunità. Perché?» «Ti sbagli, io…» «Non trattarmi come una ragazzina stupida! Prendimi in giro un’altra volta e questo cellulare sarà l’ultimo dei tuoi problemi!» L’uomo sospirò, chinando il capo. «Sconfitto per una distrazione da principiante» «Di cosa parli?» «Va bene Lilian, hai vinto. Ti racconterò tutto, e così facendo affido la mia vita nelle tue mani. Starà a te dimostrarmi se sei davvero la donna che dici di essere» La ragazza annuì, cercando evidentemente di darsi un tono dignitoso per nascondere un’ardente curiosità. Consapevole che non avrebbe potuto sfuggire in altro modo a quella situazione, Noah iniziò a parlare. «E’ vero, io volevo entrare nella vostra Comunità. Faccio parte di un gruppo di persone che sta indagando sui vostri Benefattori. Pensiamo che siano persone molto pericolose e stiano usando questo posto come copertura per qualcosa di sporco» Lilian lo fissò allibita per un momento, poi fece per voltarsi. «Ti avevo avvertito di non prendermi in giro, ora mi costringi a…» «No! E’ la verità! Lasciami sbloccare il cellulare e ti mostrerò le prove che vuoi! Ma ti supplico, non andare da Padre Manuel! E’ in combutta con loro!» C’era una genuina disperazione nella sua voce, e forse fu quella che convinse Lilian ad acconsentire alla sua richiesta. Dopo che pochi numeri furono digitati, la ragazza vide le famigerate foto. E sbiancò. In quegli scatti si potevano riconoscere alcuni Benefattori, se il termine poteva ancora avere un qualche significato, dediti alle peggiori perversioni che la ragazza avesse mai visto. C’erano uomini e donne nudi intenti in pratiche dalle quali Padre Manuel l’aveva sempre messa in guardia. E alcune perfino peggiori: ragazze tenute in catene, o vestite con abiti di cuoio nero e umiliate nelle pose più degradanti, sembravano esposte come merce al mercato. Mentre le immagini scorrevano davanti ai suoi occhi, la ragazza ripensò alle parole della sorella minore: “A meno che uno dei Benefattori non si decida finalmente a prenderti con sé…”. Il solo pensiero la fece tremare. Fu Noah a sostenerla, prendendola sottobraccio. «Sono qui per trovare le prove schiaccianti, dopodichè io e i miei compagni potremo mettere fine a tutto questo. Devi fidarti di me” Lilian scosse il capo. «I Benefattori arriveranno domani sera… mi prenderanno! Devi portarmi via da qui!» Era la seconda volta che Noah udiva quella richiesta, ma questa volta sentiva vera disperazione in essa. Balbettò una debole risposta, consapevole che nemmeno lui vi avrebbe creduto. «Lilian, io non posso…» «Ti supplico!» - Gli ultimi abitanti del villaggio lasciarono la chiesa a notte fonda, lasciando Padre Manuel da solo a ripulire quanto utilizzato. Quella consuetudine così ordinaria era un raro momento di pace per lui e non mancava di goderne appieno ogni singola volta. Quella notte, però, le cose erano destinate ad andare diversamente. «Padre Manuel?» L’uomo sobbalzò per la paura. Natalia era lì, al centro della navata principale, mentre lo fissava con quello sguardo penetrante. Con vergogna, il prete si rese conto di tremare. Natalia aveva smesso di frequentare la chiesa fin da quando era stata in grado di decidere per sé stessa e, per quanto ciò sembrasse impensabile in una Comunità cattolica, questa scelta era stata accolta con estremo sollievo da tutta la popolazione. Soprattutto da Padre Manuel: l’uomo non avrebbe saputo spiegare il perché, ma quella ragazzina gli trasmetteva una sensazione di disagio che raramente aveva provato altre volte in vita sua. «Cosa ci fai qui, Natalia? E’ tardi, tua madre ti starà cercando» «E’ tutta la vita che io cerco qualcuno, Padre» La ragazza calcò particolarmente quell’ultima parola, provocando un nuovo brivido di paura in lui. «Mia madre aspetterà qualche minuto» «Non so di cosa parli…» «Sa come mi chiamano al villaggio, Padre?» Ancora quel termine, ancora più marcato. «Io…» «Certo che lo sa. Lo sanno tutti, anche se nessuno ha il coraggio di dirlo guardandomi in faccia. Quegli ipocriti preferiscono evitarmi, fare finta che io non esista. Mi chiamano hija del pecado. La Figlia del Peccato. Perché dicono che sono la figlia di un uomo che non avrebbe dovuto generarmi. Un prete» L’uomo era ammutolito, ma la ragazza si faceva sempre più vicina, sempre più incalzante e, soprattutto, sempre più arrabbiata. Una rabbia covata nel suo cuore per tutta la vita. «Mia madre non ha mai negato, ma mi ha detto di non pensarci. Di guardare al futuro, perché nel passato avrei trovato solo dolore! E io l’ho fatto, Padre! Ho cercato di essere una brava persona, di essere accolta dalla Comunità nonostante quello che ero!» Ora, Natalia era a un soffio dal volto di Padre Manuel. Entrambi piangevano, vittime e carnefici di un comune destino. «Non me lo avete permesso. Tutti i miei sforzi non sono serviti a nulla: per voi sono un mostro e nulla potrà redimermi ai vostri occhi. Ma ora ho capito cosa voleva dire mia madre. Devo seppellire il passato… in tutti i sensi» Padre Manuel percepì un’atroce fitta di dolore al fianco. Con occhi sgranati, vide un coltello affondato nella sua carne. Il sangue stava iniziando a macchiare copiosamente l’abito talare. Cadde in ginocchio, stringendo in una morsa sempre più debole il braccio della figlia. «Tutti sapevano che eri tu. Sono nata qui, ho i tuoi stessi capelli, i tuoi lineamenti: ti sarebbe bastato avere il coraggio di ammetterlo. Avresti potuto difendermi, farmi sentire come tutte le altre bambine… invece hai lasciato che mi rovinassero la vita. Così ho deciso di rovinare la tua, per sempre. Nasconderò il tuo corpo e, quando i Benefattori arriveranno, scapperò da questo inferno. Ora sono davvero una hija del pecado. Spero sarai fiero di me… papà» - Nessuna campana risuonò il mattino successivo, e questo bastò a fare serpeggiare la tensione nella Comunità. Tensione che si tramutò in panico a stento contenuto quando fu chiaro a tutti che Padre Manuel era sparito. La sagrestia era deserta e nessuno lo aveva visto dopo la fine delle celebrazioni della sera precedente. Questo imprevisto senza precedenti gettò un ulteriore ombra sul già cupo Noah. Mille timori si affacciarono nella sua mente, ognuno dei quali lo portava a essere scoperto dai Benefattori e condotto a una fine orribile. E per quanto questa prospettiva potesse parere spiacevole, non era nulla in confronto al pensiero che la medesima sorte potesse ricadere anche su Esmeralda e le sue figlie. Ormai Noah non si faceva più illusioni: avrebbe portato quelle donne in salvo, anche a costo della sua vita. Una debolezza fatale, ma a cui sapeva di non poter più fuggire. «E ora cosa facciamo?» mormorò Lilian al suo fianco. «Ci atteniamo al piano. Padre Manuel era una pedina dei Benefattori, ma non rappresentava un ostacolo quando era vivo. Non lo sarà neppure da morto” «Morto? Come fai a sapere che…» «Sono stato anche io in chiesa. Si sentiva ancora l’odore del sangue» La ragazza impallidì. «Oddio… chi può essere stato? Pensavo che questo fosse un luogo pacifico e invece…» «Non fidarti delle apparenze, Lilian. Sei sveglia, e più forte di quanto credi: quando saremo fuori di qui, ti spiegherò tutto. Ma ora rimani concentrata sul piano» Lei annuì. Metà giornata era già trascorsa in inutili tentativi di ritrovare Padre Manuel e si avvicinava sempre più l’ora alla quale i Benefattori sarebbero arrivati: non aveva molto tempo. «Mamma, Natalia. Devo parlarvi»
  2. TempoPerso

    La Quarta Parete

    È interessante il gioco con la quarta parete, anche se nel complesso del racconto questo aspetto finisce per perdersi in mezzo alla denuncia (perchè immagino sia tale, in caso contrario correggimi pure!) della società attuale. Non sono un fan delle onomatopee nella scrittura, ma al di là di questo non ho ben compreso il significato degli ultimi "suoni" (ho una teoria, ma ricavata a tentativi). In generale, il racconto fila. È crudo, a volte impietoso, ma nel suo genere colpisce il segno. Rinnovo l'unica vera osservazione (squisitamente personale): passi da un monologo sulla quarta parete tutto sommato simpatico (il personaggio mediocre che accusa l'autore della sua mediocrità) a una serie di atti crudeli all'interno di una società malata di cattiveria e indifferenza. Temi affascinanti, ma che forse non avrei mischiato insieme per evitare di indebolirli entrambi, avendo a disposizione così pochi caratteri.
  3. TempoPerso

    Noir

    (mi è partito l'invio del messaggio per errore, scusate!) Detto questo... secondo voi, cosa definisce il genere Noir?
  4. TempoPerso

    Noir

    Personalmente, mi piace scrivere racconti "giallI" ma con ambientazioni cupe e spesso con finali dal sapore amaro. Più di una volta mi sono chiesto se quello che abbozzavo si sarebbe potuto definire Noir, ma mi sono sempre reso conto di non avere basi solide per tracciare i contorni del genere.
  5. TempoPerso

    I Benefattori - Parte 3

    Commento Noah non deluse le aspettative di Esmeralda, mangiando tutto quello che gli venne servito nel piatto per ben due volte. «Devi avere una gran fame, dopo quello che hai patito» disse Lilian. Lui annuì, ma rifiutò la terza porzione. «Non voglio esagerare. Anzi, mi piacerebbe guardarmi un po’ intorno, quando sono arrivato ero più morto che vivo» Lilian fece per rispondere, ma Natalia fu più veloce. «Posso farti da guida. Vieni» Senza attendere una conferma dall’uomo, la ragazza si alzò e lo prese per mano, invitandolo a uscire. Perplesso, Noah si convinse a seguirla quando incrociò lo sguardo incoraggiante di Esmeralda. La notte argentina era rinfrescante e i due si ritrovarono a passeggiare in un villaggio che, a un primo sguardo, sarebbe sembrato abbandonato: la Comunità si ritirava al calare del sole, per riposare e per pregare. «Da dove vieni?» Una domanda secca, con il tono di chi doveva averla ponderata da tempo. Noah osservò la ragazza dai capelli neri, chiedendosi dove volesse andare a parare. «Sono nato negli Stati Uniti. Li hai mai visitati?» Natalia scosse il capo. «Sono nata qui e non ne sono mai uscita» L’uomo deglutì alla prospettiva di trascorrere una vita intera in quel luogo. Presto, gli fu facile immaginare cosa volesse da lui quella ragazza. Non sbagliò la sua previsione. «Te ne andrai quando starai meglio?» «Credo di sì. Non appartengo a questo posto. Cercherò soccorso e ripartirò per la mia strada, ci sono abituato. Sai, io viaggio molto» Lei non aveva lo sguardo rapito che Noah si sarebbe aspettato da una quindicenne che non conosca il mondo. Al contrario, quelle parole sembrarono acuire la determinazione che le si leggeva negli occhi. «Portaci con te» L’uomo finse uno sguardo sorpreso. «Perchè me lo chiedi? Non potete andarvene quando volete?» «E dove andremmo? Non abbiamo nulla senza la Comunità. Forse io e Lily potremmo cavarcela da sole, ma Mamma no” «Nemmeno io ho molto, è per questo che sono finito qui. Viaggio sempre da solo e con poche cose, non riuscirei a badare ad altre tre persone» «Potremmo aiutarti. E poi, tu piaci a Mamma, saremmo come una vera famiglia…» A Noah non sfuggì la nota implorante nell’ultima frase di Natalia. Con voce più bassa, chiese: «Dov’è tuo padre?» Lei chinò il capo e non rispose, confermando i sospetti dell’uomo. «Natalia… io capisco i tuoi desideri, ma non posso aiutarti. Vorrei spiegarti il perché, ma…» «No! Tu non puoi capire! Nessuno può capire! Sei uguale a tutti gli altri! Padre Manuel aveva ragione, non dovevo fidarmi di uno straniero!» E così dicendo, Natalia corse via, lasciando Noah senza parole e con un peso sul cuore che si faceva sempre più greve… - Passò un giorno. I lavori per l’arrivo dei Benefattori erano quasi ultimati. Noah aveva deciso di dare una mano agli abitanti del luogo, cercando di stringere amicizia e fare alcune domande. Purtroppo, come Natalia gli aveva già fatto intuire, quelle persone lo avevano accolto, nutrito e ospitato… ma non erano pronte a concedergli la loro fiducia. Padre Manuel doveva avere fatto un ottimo lavoro nell’instillare in loro la diffidenza in tutto ciò che era estraneo alla Comunità. Eccezion fatta per questi misteriosi Benefattori: nonostante la loro riluttanza, gli abitanti erano talmente eccitati all’idea di incontrare costoro che si erano lasciati sfuggire ben più di un commento in presenza di Noah. L’uomo aveva così appreso che i Benefattori erano uomini che visitavano regolarmente la Comunità, all’incirca una volta ogni tre mesi. Le descrizioni erano molto vaghe, ma tutti concordavano nel definirli uomini ricchi e generosi, inviati da Dio per aiutare i meno fortunati. In effetti, l’entità delle donazioni che la Comunità riceveva da loro aveva dell’incredibile: il generatore che garantiva l’energia elettrica al villaggio era dovuto a loro e così anche la disponibilità di acqua corrente. Il villaggio dava sempre una festa per riceverli, durante la quale questi Benefattori distribuivano doni ai presenti e in particolar modo alle ragazze. Alcune avevano perfino l’onore di visitare le camere riservate a questi visitatori così munifici. Ciò che sorprese Noah fu scoprire che una Comunità così puritana, quasi bigotta, accettasse così serenamente questa usanza. I pochi con i quali era riuscito a parlarne sembravano credere davvero che nulla di sconveniente potesse accadere a quelle ragazze in tali occasioni: era semplicemente inconcepibile l’idea di affiancare i Benefattori a qualsiasi pensiero o atto impuro. “Insomma, li venerano come dei santi” pensò amareggiato Noah tra sé e sé. Non era un uomo di fede, ma quello che accadeva in quel luogo lo preoccupava sempre di più. Con questi pensieri per la mente, Noah fece ritorno alla casa dove era ospitato. Le sue condizioni fisiche erano migliorate rapidamente e ormai era questione di massimo due giorni prima che fosse nuovamente pronto per viaggiare. Non aveva molto tempo. Quando entrò nella sua stanza, si assicurò di chiudere la finestra, dopodichè cercò il suo cellulare là dove lo aveva nascosto con cura. Non lo trovò. Atterrito, l’uomo gettò in aria cuscino, lenzuola e perfino materasso alla disperata ricerca dell’oggetto, ma fu tutto inutile. Sembrava scomparso. «Cerchi questo?» Noah si voltò di scatto. Appoggiata allo stipite della porta c’era Lilian, che teneva in mano il suo cellulare.
  6. TempoPerso

    Il braciere dimenticato

    Ciao, mi limito a segnalare qualche accorgimento di sintassi. La frase risulta un po' troppo lunga, potresti provare a spezzarla in due periodi più brevi. Aggiungo nota a margine: non spieghi cosa sia la Capitanata e, per il resto del racconto, non ne fai più alcun riferimento. "Po" con l'apostrofo. Attento alle ripetizioni. Ti evidenzio questa, ma nel corso del racconto ce ne sono altre (soprattutto con la parola braciere)! Anche questa frase mi sembra troppo lunga. Prova a spezzarla. Prima vai a capo spezzando la frase a metà, poi dopo "inibiva." vai giustamente a capo ma dimentichi la lettera maiuscola all'inizio della frase seguente. Probabilmente sono sviste, però te le segnalo! Visto che stai parlando dei "momenti" (quindi plurale), la frase corretta sarebbe "sapeva che forse non erano tutto, ma erano tanto". Al di là della grammatica, utilizzerei anche qui dei sinonimi: "non erano tutto, ma significavano molto" o qualcosa del genere. Concludo: il racconto è molto breve, ma non sono riuscito a capire cosa tu voglia trasmettere al lettore. Se fossimo nella sezione Racconti a capitoli, aspetterei molto volentieri il capitolo successivo... ma in questo caso, non posso che arrovellarmi sul messaggio nascosto dentro questo braciere!
  7. TempoPerso

    I Benefattori - Parte 2

    Commento Spalle al muro, Padre Manuel non potè che acconsentire. «Esatto, Natalia. La tua… generosità fa onore a te, alla tua famiglia e a tutta la Comunità. E’ deciso, allora: tornate ai vostri compiti, mi occuperò io di accogliere quest’uomo» Qualcuno borbottò, ma la parola di Padre Manuel era l’ultima. In breve, la folla si disperse e il parroco potè parlare in privato con lo straniero. «Da questa parte, buon uomo. Posso sapere il suo nome?» «Ma certo, Padre. Mi chiamo Noah» «Un nome davvero… interessante. Parlerei volentieri con te, Noah, ma il tuo aspetto mi dice che prima di tutto ti serve riposo e ristoro. Devo solo chiederti se hai un telefono cellulare con te» «No. Si è rotto quando sono caduto da cavallo» «Meglio così. La nostra è una Comunità molto riservata e non è permesso di avere strumenti del genere. Ora vieni, ti condurrò a quella che per il momento sarà la tua nuova casa» - Padre Manuel osservava la piazza del villaggio, nella quale i suoi abitanti avevano ripreso a svolgere freneticamente le loro faccende quotidiane. I Benefattori sarebbero arrivati tra soli tre giorni e c’era ancora molto lavoro da fare per tutti. “Soprattutto per me” pensò il prete rabbuiandosi. A passi lenti rientrò in chiesa. Non c’era nessuno a quell’ora, nella quale tutti erano impegnati con il duro lavoro, ma Padre Manuel sapeva che non avrebbe trovato l’agognata solitudine. Al contrario, erano proprio quelli i momenti nei quali si sentiva più osservato. E giudicato: il grande crocefisso di legno si stagliava imponente sulla navata principale, fissando il parroco come se si aspettasse una giustificazione. Padre Manuel sapeva di dovergliene, ben più di una, ma mai una volta era riuscito ad aprire bocca per la vergogna. Così, come tante altre volte in passato, egli passò a capo chino oltre il cieco sguardo di rimprovero e si diresse verso la sagrestia, dove si trovava una delle poche conquiste tecnologiche della Comunità: un telefono. Padre Manuel non aveva bisogno di alcuna agenda: conosceva il numero da comporre a memoria, l’unico che venisse mai digitato sull’apparecchio. Dopo una breve attesa, una fredda voce maschile rispose dall’altra parte della cornetta. «Pronto?» «Sono Padre Manuel» «Buongiorno, Padre. A cosa devo la sua chiamata? C’è qualche imprevisto per l’organizzazione dell’evento?» «Non lo chiamerei imprevisto… non ancora. Oggi è arrivato uno straniero al villaggio. Aveva bisogno di aiuto e non ho potuto dirgli di no, avrei attirato troppi sospetti» La voce si zittì alcuni istanti prima di rispondere nuovamente, ancora priva di emozione alcuna. «Ha agito bene. Lo tenga sotto controllo e lo tratti come ci si aspetterebbe. Io informerò i padroni, decideranno loro cosa farne durante l’evento» «Spero non…» «Padre, quel disgraziato ha segnato la sua sorte nel momento in cui ha attraversato le porte della Comunità. E comunque, meglio lui che qualcuno dei suoi, giusto?» La voce non attese una risposta perché già la conosceva. La chiamata venne terminata, lasciando Padre Manuel in balia di ciò che rimaneva della sua coscienza. - A Noah pareva di essersi appena sdraiato quando i suoni lo svegliarono. Invece, la luce che filtrava dalla finestra gli fece capire che il tramonto era ormai prossimo. Doveva avere dormito per almeno una decina di ore. Fu un risveglio piacevole: al suo capezzale vi erano due giovani ragazze, una dai capelli biondo cenere e l’altra dai capelli neri. Riconobbe la più giovane come quella che lo aveva invitato nella sua casa. «Natalia, giusto? Credo di esserti debitore» La ragazza lo fissò con sguardo penetrante, ma non disse nulla. Invece, fu la voce di un’altra donna a spezzare il silenzio. «Lilian, Natalia. Lasciate in pace il nostro ospite e preparate la cena, mentre io mi occupo di lui» Dalla porta fece capolino una donna, una delle più belle che Noah avesse mai visto. Doveva avere poco meno di quarant’anni, ma nemmeno i semplici e logori abiti da lavoro che indossava potevano nascondere le morbide curve del suo corpo. I capelli, biondo cenere come quelli della figlia maggiore, erano legati in una pratica coda di cavallo che le ricadeva fin sulle spalle. Quando le due ragazze si allontanarono, lasciandoli soli, l’uomo capì perfettamente perché i devoti abitanti del luogo erano sembrati così riluttanti a farlo dormire nella casa di quella donna. «Io sono…» «Noah, lo so. Padre Manuel mi ha detto di prendermi cura di te finchè non ti sarai ripreso» «Non volevo causare disturbo, ma quel dannato cavallo…» «Nessun disturbo. Anzi, a una madre fa sempre piacere conoscere l’uomo che la propria figlia invita a casa propria» Noah arrossì vistosamente e la donna scoppiò a ridere. «Non preoccuparti, stavo solo scherzando. Natalia è una cara ragazza ma è raro che leghi con qualcuno che non sia sua sorella. Considerati molto fortunato» L’uomo annuì. «La ringrazierò, allora… dopo che avrò ringraziato lei per l’ospitalità» «Chiamami Esmeralda: qui alla Comunità ci siamo lasciati alle spalle il passato e le sue formalità. E se vorrai davvero sdebitarti, Noah…» La donna gettò sul letto dei vestiti puliti. «Puoi fare onore alla cuoca. Lilian è molto suscettibile alle critiche, sai?» Esmeralda si congedò con un altro sorriso che strappò un battito al cuore dell’uomo, lasciandolo solo perché potesse cambiarsi. Recuperando la lucidità, Noah indossò i suoi nuovi abiti, di taglio semplice e adatti al lavoro fisico. Poi, con gesto rapido, ebbe cura di nascondere il proprio telefono cellulare perfettamente funzionante. - In una stanza buia molto lontana dalla Comunità, un uomo teneva lo sguardo fisso sul monitor di un portatile. Il sistema di geolocalizzazione mostrava solo numeri e codici di identificazione, ma per lui avevano un significato ben preciso. «Sembra che il nostro eroe sia riuscito a entrare nel villaggio» Una figura si portò alle sue spalle. «Notevole. Perfino da quegli inetti mi sarei aspettato misure di sicurezza migliori per proteggere il proprio pascolo. Meglio così, ci sarà più facile agire» «Quando?», disse l’uomo al terminale con un evidente tono eccitato. «Oh, non dovrai attendere a lungo, mio fedele amico. Lascia che il nostro eroe affronti i suoi mostri, noi ci limiteremo ad approfittare dell’occasione che ci ha gentilmente offerto»
  8. TempoPerso

    I Benefattori - Parte 1

    Grazie! Quanto al finale, la mia idea era di evidenziare un paradosso di certe comunità religiose: sempre pronte ad aiutare a parole, ma quando arriva il momento di "sporcarsi" le mani, nessuno fa davvero un passo avanti. Ovviamente non penso che siano tutte così, ma quella del racconto volevo caratterizzarla con una vena di ipocrisia e da qui la discrepanza. Il prossimo capitolo è in arrivo!
  9. TempoPerso

    I Benefattori - Parte 1

    Commento Le campane risuonarono alle prime luci dell’alba, annunciando una nuova giornata di lavoro e di preghiera per la Comunità. Quel luogo non aveva un altro nome per i suoi abitanti e d’altronde non ne aveva alcun bisogno: gli uomini e le donne che entravano nella Comunità decidevano consapevolmente di abbandonare le loro vite peccaminose per abbracciare una nuova, umile esistenza alla ricerca del perdono del Signore. In effetti, l’umiltà non mancava in quel piccolo villaggio sperduto nella pampa argentina. Le modeste case di mattoni, erette con il sudore della fronte degli abitanti, ricevevano la corrente elettrica solo grazie a un generatore che, di certo, doveva avere visto giorni migliori. Tra le abitazioni però spiccava, in altezza e non solo, la chiesa locale: un edificio in pietra bianca dall’aspetto più solido degli altri, capace di trasmettere una sensazione di sicurezza tanto fisica quanto spirituale. Al fianco della chiesa si ergeva la torre campanaria, i cui molti gradini venivano regolarmente percorsi da Padre Manuel ogni mattina per annunciare la lieta novella al suo gregge. L’uomo, vestito con un semplice abito talare, aveva l’aspetto di chi non aveva sempre seguito il cammino di Dio: un aspetto ancora giovanile a dispetto dei quasi cinquant’anni raggiunti, i capelli neri come la fresca notte argentina e quello sguardo nel quale molte donne si erano perdute in passato. Ma ne era bastata una, una di troppo, a spingerlo a prendere i voti e a porsi alla guida della Comunità, nella speranza che almeno laggiù il demone della lussuria non lo avrebbe trovato. Troppo tardi Padre Manuel aveva imparato che non poteva fuggire da qualcosa che dimorava dentro di lui. - Le due sorelle erano già sveglie quando le campane iniziarono a richiamare i fedeli. Erano entrambe sedute sul tetto di casa, osservando la placida pianura al di là delle mura che cingevano la Comunità. «Dovremmo andare adesso, altrimenti Mamma si arrabbierà» disse Lilian, la maggiore delle due. Assomigliava molto alla madre: capelli biondo cenere, intriganti occhi grigi e un fisico che stava iniziando a sbocciare alle soglie della maggiore età. Eppure, lei aveva un modo di porsi più maturo di quanto avrebbe suggerito il suo aspetto, forse una conseguenza degli anni trascorsi a prendersi cura della sorella più piccola, Natalia. Solo un paio di anni di vita separavano le due ragazze, eppure ben poche persone avrebbero potuto riconoscerle come sorelle: Natalia aveva lunghi capelli neri e, di contrasto, gli occhi verdi come la pianura che ora stava osservando, sognando una vita al di là del muro. «Oppure potremmo prendere Mamma con noi e andarcene da qui», rispose la ragazza più giovane. Aveva un tono di voce assente, di chi sogna a occhi aperti pur di non affrontare la dura realtà. «Ancora con questa storia. Questa è la nostra casa, Natalia. Non potremmo andare da nessun’altra parte e lo sai» «A meno che uno dei Benefattori non si decida finalmente a prenderti con sé… e noi potremmo seguirti» Lilian scosse il capo. I Benefattori di cui parlava Natalia erano uomini che occasionalmente facevano visita alla Comunità, portando regali per i bambini, omaggi per le ragazze e aiuti al villaggio. Come suggeriva il nome con il quale erano conosciuti, il loro sostegno economico era fondamentale per la sopravvivenza della Comunità e il loro arrivo era sempre accolto con una grande festa, l’unica concessa al di fuori di quelle religiose. Naturalmente, non era un segreto che anche i generosi Benefattori avessero le loro preferenze e Lilian era una di loro: quando le ragazze ricevevano un vestito nuovo, a lei veniva donato anche un mazzo di fiori. Quando si aprivano le danze, la ragazza non doveva mai attendere molto prima che uno di loro, sempre lo stesso, la invitasse a ballare. Dal canto suo, Lilian preferiva non pensarci troppo. Apprezzava le attenzioni di quell’uomo, ma non la gelosia delle altre giovani donne della Comunità. «Se avesse voluto portarmi con sè lo avrebbe già fatto. Quindi vatti a preparare, siamo in ritardo!» Natalia sbuffò, con quell’espressione che la faceva sembrare più bambina di quanto non fosse davvero. «Va bene, ma stai calma. Non sta per finire il mondo…» Poi, le campane suonarono il segnale di allarme. - Quando le due sorelle arrivarono al cancello d’ingresso del villaggio, gli abitanti della Comunità si erano già riuniti. La folla impediva alle ragazze di vedere cosa stesse accadendo, ma riuscirono comunque a sentire la voce di Padre Manuel. «Vede, buon uomo, questa non è una località turistica. Siamo gente semplice e timorata di Dio, non desideriamo altro che essere lasciati in pace» La voce che gli rispose era anch’essa maschile, ma appartenente a un uomo più giovane. «Le credo, Padre. Ma come può vedere dalle mie misere condizioni, non sono certo un turista. Mi ritrovavo a percorrere la pampa quando il mio cavallo mi ha disarcionato ed è fuggito. Mi sono smarrito, ho camminato per giorni sotto il sole senza trovare uno straccio di riparo. Non voglio arrecare disturbo… ma mi serve aiuto, la supplico» La Comunità era caduta nel silenzio più totale. Gli unici visitatori che il villaggio riceveva erano i Benefattori e neppure loro si fermavano per più di un paio di giorni. Al contrario, quell’uomo era evidentemente in condizioni disperate e avrebbe avuto bisogno di assistenza per giorni. Ma per una qualche misteriosa ragione, Padre Manuel sembrava esitante nel concedere la dovuta carità cristiana. Nessuno degli abitanti della Comunità gradiva gli stranieri, ma a tutti sembrava assurdo abbandonare un uomo al suo destino. Dal canto suo, Padre Manuel sentì gli sguardi della gente su di lui. Sapeva cosa si stavano chiedendo e, se avesse esitato ancora, qualcuno avrebbe potuto dare voce al proprio pensiero. Rovinando tutto. Il parroco dovette reprimere un sospiro prima di rispondere. «La nostra Comunità accoglie con gioia tutti i bisognosi, buon uomo. Se sarà pronto ad accettare le nostre regole di pacifica… e riservata… convivenza, qui troverà sempre una porta aperta, un pasto caldo e un letto dove riposare» La voce di una donna anziana si levò dalla folla. Dal suo tono, doveva nutrire più di un sospetto sul nuovo arrivato e non pareva preoccuparsi di nasconderlo. «A tal riguardo, Padre… dove dormirà lo straniero?» L’espressione del prete si accigliò ulteriormente. La Comunità non voleva ospiti e, pertanto, non era attrezzata per riceverne. I Benefattori avevano le loro stanze, ma era impensabile che vi accedesse qualcun altro. «Ecco, naturalmente potremmo…» «Può dormire da noi» Il silenzio cadde su tutti i presenti come un macigno quando Natalia parlò. Nessuno si voltò a guardarla, ma la ragazza insistette con ostinazione. «Io posso dormire con mia sorella e lasciare il mio letto allo straniero. E’ questo che farebbe Gesù, vero?” Le labbra di alcuni dei presenti fremettero e per ottimi motivi: la ragione per la quale Lilian e Natalia, pur se sorelle, erano di aspetto così diverso era nota a tutti nella piccola e puritana Comunità. La madre delle due ragazze era una peccatrice che più di una volta aveva ceduto agli impulsi della carne, finendo per dare alla luce bambine con padri diversi. Un uomo sotto il suo tetto avrebbe potuto rievocare pensieri… e atti… impuri. Tuttavia, nessuno aprì bocca: quello era un argomento di cui tutti mormoravano solo a bassa voce.
  10. TempoPerso

    La Casa

    Spesso
  11. TempoPerso

    La Casa

    La Casa è l'essere umano. Costruito come un edificio (il paragone tra Dio e l'architetto è lì apposta), ma ha sempre quella "porta sul retro" che conduce nei posti meno desiderati, che si vorrebbero lasciare dove sono. Comunque capisco che sia una finezza, ma purtroppo in meno di 8000 battute (decisamente poche per me, ho dovuto tagliare molto dall'originario 9000+) tant'è Non sono solito criticare le critiche, ma qui mi ci trovo costretto. So bene come si è svolto il processo di Norimberga e credo che ormai in tanti abbiano ben presente che soggetti si sedettero sul banco degli imputati. Questo attiene al racconto? No. E' implausibile pensare ad un moto di coscienza in un essere umano? No. Il racconto riguarda Konrad, non gli effettivi dottori nazisti che finirono a processo o lo evitarono. Di conseguenza, la credibilità non è mai stata un obiettivo in un racconto che, tolte le ultime righe, è evidentemente surreale, non semplicemente onirico. Capisco che negli anni del Trono di Spade sia difficile ricordarlo, ma non servono per forza spade e draghi per scrivere una storia di fantasia. Grazie comunque dell'intervento.
  12. TempoPerso

    La Casa

    Commento - Aithne, piccolo fuoco. La Casa L’auto procedeva lentamente lungo la strada, lasciandosi pigramente alle spalle la città con i suoi affanni. Davanti a sé, sulla cima della collina, la Casa. In città non avevano saputo darle un altro nome, né a Konrad interessava saperlo. Anzi: se la città non si curava di quel luogo, non si sarebbe curata nemmeno di chi vi ci abitava. E questo era esattamente ciò che lui voleva: pace e riservatezza. Quando il motore tacque, Konrad guardò fuori dal finestrino. E ciò che vide gli piacque perfino più delle affrettate descrizioni che aveva udito, se possibile: la Casa era appartenuta ad un signorotto locale dell’Ottocento, e portava sulle sue arcate il lascito di un’epoca gloriosa quanto lontana. Konrad si lasciò sfuggire un sorriso triste, pensando a quanto quella Casa sembrasse attendere proprio lui. Con movimenti consumati dall’abitudine, l’uomo recuperò la valigia dall’auto. Konrad aveva ormai superato i sessant’anni, ma i suoi bagagli erano tanto leggeri da non causargli alcun problema. Non alla schiena, almeno. L’odore di aria stantia lo accolse come un vecchio amico, accompagnandolo per tutte le stanze della Casa. Konrad decise di ispezionare meglio la sua nuova residenza: attraversò il lungo corridoio che separava le camere da letto dal soggiorno, constatò che la dispensa era desolatamente vuota, si consolò verificando la presenza della luce elettrica e dell’acqua corrente ed infine visitò un deserto solaio. Ma in nessuno di questi luoghi trovò la chiave per aprire quella porta. Era una porta tutto sommato anonima, senza particolari pregi di manifattura. Sembrava quasi che fosse stata lasciata lì per errore da un architetto distratto, o da un Dio esausto dopo sei giorni di sfrenata creazione. Eppure, forse irritata proprio per quella mancanza di considerazione, la porta rifiutava di aprirsi. Stanco per il viaggio, Konrad decise che avrebbe risolto il problema il giorno successivo, tornando a parlare con l’agenzia che gli aveva venduto la Casa. L’idea di ritornare in città non lo aggradava, ma l’alternativa era morire di fame. E di curiosità. Tuttavia, almeno per quella notte l’uomo si sarebbe dovuto arrangiare: la valigia conteneva ancora le ultime scorte di cibo acquistate per il viaggio, mentre per mettere a tacere la curiosità sarebbe stato necessario l’aiuto del libro che aveva appena iniziato a leggere, assieme ad una buona bottiglia di liquore. E così fu. Konrad fu tanto soddisfatto della sua nuova sistemazione che decise perfino di accendere il camino con la legna che il precedente proprietario gli aveva generosamente lasciato. Così, si sedette sulla poltrona posta davanti al fuoco scoppiettante; una mano al libro e l’altra al bicchiere. Konrad si era assopito già da diverso tempo quando il rumore risuonò per la Casa. Come richiamato, si destò a fatica, con la bocca impastata dall’alcool. Stordito, si guardò intorno, ma il camino era spento e la Casa era immersa nei segreti della notte. Ed il rumore si ripeté. Non era stata la sua immaginazione, dunque. Ma neppure poteva trattarsi di un ladro: tutti in città sapevano che la Casa era abbandonata da anni e, se vi era stato in essa qualcosa di valore, doveva già essersene andato. Teso, Konrad rimase in silenzio. Per tutta risposta, udì nuovamente il rumore. Konrad non sarebbe riuscito a dargli un’origine precisa, ma sapeva di averlo già udito in passato. Dove o quando, impossibile dirlo. La curiosità vinse sul timore, e l’uomo si alzò dalla poltrona. Ora distante dai tizzoni del camino, egli si rese improvvisamente conto che faceva molto freddo. Eppure le finestre gli parevano chiuse: non gli riusciva di vedere l’esterno da dove si trovava. Forse sto ancora sognando, si disse. Camminò per il soggiorno, in cerca dell’interruttore della luce elettrica, ma non gli riuscì di trovarlo. La vecchiaia giocava strani scherzi alla memoria, ma mai strani quanto ciò che scoprì tastando lungo la parete. La porta, la misteriosa porta, era aperta. E da essa giungeva il freddo pungente. Konrad esitò per un lungo istante, il tempo necessario al suo cuore per fermarsi. Chi aveva aperto la porta? Era certo che fosse chiusa. Il rumore si ripeté. Questa volta giunse come un eco, rimbombando lungo le scale che dalla porta scendevano nei meandri della terra. Un fragile corrimano di legno era l’unico appiglio che veniva offerto a Konrad per intraprendere quel viaggio nell’ignoto. Dovrei andarmene, si disse. Ed una parte non trascurabile di lui era sincera nel pensarlo: avrebbe davvero voluto uscire dalla Casa, salire in auto e lasciarsi tutto alle spalle. Ma un’altra parte di sé gli impedì di fuggire. Era la parte più stanca di lui. Una vita trascorsa a fuggire l’aveva logorata, ma non abbastanza da metterla del tutto a tacere. Ed ora, davanti a quella porta aperta, quella parte di lui seppe di essere sempre fuggita solo per essere lì. Era il suo momento. Senza esitazione, Konrad mosse il primo passo verso la gelida oscurità. La discesa fu lunga. Il legno delle scale cigolava sempre più e la luce era ormai un ricordo appannato dal suo respiro. Più volte fu tentato di tornare indietro, ma ogni volta quella piccola, scomoda parte di lui glielo impedì. Finchè non si posò sul corrimano, solo per non trovarvi più ad attenderlo il fragile legno, ma dell’acuminato filo spinato. Konrad urlò nel buio, mentre la carne veniva perforata ed il sangue iniziava a gocciolare. Si tenne la mano ferita, imprecando in tedesco, consapevole che il buio e le vertigini gli avrebbero impedito di fare a meno di quel corrimano. E così, posò nuovamente la mano sulle spine. Con cautela, con pazienza, ma il filo ottenne comunque il suo tributo cremisi. Alla fine della scalinata vi era una porta metallica, debolmente illuminata da una fredda luce al neon. E fu sempre quella piccola, quasi dimenticata parte di lui a muovere la sua mano, ormai un groviglio di tagli e sangue, verso la maniglia della porta di metallo. Che si aprì, rivelando la stanza agli occhi in lacrime di Konrad. L’aria al suo interno era gelida, ma non avrebbe dovuto esserlo: un enorme forno crematorio era in funzione, la cenere sparsa ovunque intorno ad esso. Intorno al forno, forse nel tentativo di scaldarsi, c’era una figura che, un tempo, doveva essere stato un uomo. Gli abiti che portava non riuscivano a nascondere l’estrema magrezza di quella figura denutrita. Konrad si mosse lentamente, finchè con i propri occhi non incontrò quelli dell’uomo, che in quel momento parvero illuminarsi. Trovare un sollievo a lungo ricercato. Ti aspettavo, disse l’uomo. Konrad annuì. Lo so, gli rispose. La piccola parte di lui l’aveva sempre saputo, e forse Konrad aveva cercato di fuggire proprio da lei. In molti avevano cercato di farlo, ma in pochi ci erano davvero riusciti. Non a tutti riusciva di gettarsi alle spalle il proprio passato. Farà male? chiese Konrad. Non più di quanto tu ne abbia fatto, rispose l’uomo. Non c’era rancore in quelle parole, e forse proprio per quello fecero più male. Era la pura e semplice verità. Non poteva fuggirla, né poteva dimenticarla: nessuna casa avrebbe avuto pareti abbastanza spesse per farlo. Con gesto liberatorio, Konrad si mise a gattoni per entrare nella bocca del forno. Si voltò per un attimo verso l’uomo, e vide che ora erano in molti con lui. Tutti lo stavano fissando. Lo stavano aspettando. Non li avrebbe delusi. Non più. Con movimenti lenti, Konrad si mosse verso le fiamme. La polizia giunse dopo una settimana. Non trovarono nulla, finchè non riuscirono a forzare la porta chiusa a chiave dall’interno. Le due rampe di scale portavano alla cantina, dove trovarono il cadavere di Konrad, la testa resa quasi irriconoscibile dal proiettile che l’aveva spaccata in due. In una mano teneva ancora la pistola, nell’altra una lettera nella quale raccontava della sua vera identità come medico di Auschwitz, degli esperimenti letali che aveva condotto sui prigionieri e di come dopo la guerra per anni fosse riuscito a sfuggire alla giustizia, ma non alla propria coscienza.
  13. TempoPerso

    Aithne, piccolo fuoco.

    Ciao ZoèSoizic. Sono al mio primo commento su questo sito, ed in generale nel mondo della scrittura (ho fatto un paio di volte il beta-reader, ma non è proprio la stessa cosa, suppongo). Non lo scrivo nè per vera nè per falsa modestia, ma personalmente credo che sia giusto che chi venga commentato sappia qualcosa di chi lo sta commentando. Internet ha già abbastanza professoroni perchè io mi aggiunga alla lista. Quindi, prendi quello che scriverò di conseguenza alla premessa Il racconto breve tratta della vita di questa ragazza, Aithne (in celtico, "Piccolo Fuoco", da cui il titolo). E' ambientata in altri tempi, reali o fantastici che siano. La narrazione ruota intorno agli incontri tra la ragazza ed un giovane di nobili origini che, innamoratosi di Aithne, finisce per vergognarsi del suo sentimento, condannando la giovane al fuoco da cui fatalmente prende il nome. E qui parto con la prima, piccola critica. Hai scelto un linguaggio molto curato e, forse impressione mia, proprio per rafforzare il senso di trovarsi nel passato. Sia come sia, però, ci sono alcune frasi che invece cozzano con questa scelta stilistica. Ad esempio: Questa ripetizione mi sembra in contrasto netto con lo stile arcaico. Non è illeggibile, per carità... però mi suona male. E' più adatto al racconto in prima persona di una ragazza dei giorni nostri, non so se mi sono spiegato. Oppure: "Nacque" sarebbe stato molto più indicato. Direi in generale, ma ancor più in questo racconto. Infine, ma questa è proprio una pignoleria di forma: "Inoltre" dovrebbe essere usato quando la seconda frase rafforza la prima, come sinonimo di "in più" o "in aggiunta". Ad esempio: "E' una persona molto ricca. Inoltre, è pure fortunata!" Nella tua frase, invece, l'espressione viene usata semplicemente per unire le due frasi senza che tra di esse ci sia un qualche rapporto. Forse poteva starci l'uso della punteggiatura. Concludo con un commento che è puramente basato sul mio gusto personale. Il linguaggio che hai scelto è utilizzato molto bene e contribuisce a dare l'idea di leggere una fiaba (per quanto amara). Ma è un pò troppo breve. Mi spiego. Se fosse davvero una fiaba, il finale andrebbe anche bene in realtà. Ma manca la morale. Cosa dovrebbe trasmettermi la fiaba? Poco, perchè lo svolgimento è così rapido che non posso trarre nulla dalle vicende di Aithne, se non il classico "non fidarti degli uomini". Se invece non è una fiaba, e dunque la morale non è davvero richiesta, il finale è troppo rapido. Ci si dovrebbe attardare un pò a descrivere cosa accade, le emozioni, perchè il ragazzo ha fatto quello che ha fatto, cosa provava davvero... Non un'Iliade, chiaro, ma qualche riga in più non credo avrebbe guastato. Spero continuerai a scrivere con il tuo linguaggio, fatti coraggio e prova con qualcosa di un pochino più corposo!
  14. TempoPerso

    Tempo delle presentazioni!

    Ops, scusate! Sono un ragazzo!
  15. TempoPerso

    Tempo delle presentazioni!

    Un saluto a tutti! Scrivo da un pò, ho avuto il coraggio di pubblicare su siti di racconti da molto meno e solo di recente mi è venuta la folle idea di cercare di pubblicare qualcosina. Così, cercando informazioni qua e là ho scoperto questo sito. Sembra molto interessante, e nella mia eterna indecisione spero di poter trovare consigli e critiche (soprattutto quelle, a tessere lodi sono capaci tutti no?) sul metodo di scrittura. Che altro dire... ci leggiamo presto!
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