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Saoirse

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  1. Saoirse

    Richieste abilitazione Narrativa over 18

    Ciao a tutti. Sono del 96. Potrei essere abilitata?
  2. Saoirse

    Jamie 2/2

    La seconda parte di "Jamie". Il commento è qua: http://www.writersdream.org/forum/topic/28906-due-euro/ «Il sole sta tramontando» disse la bambina. «La gente da cui scappi ti cerca anche con il buio?» «Che ne sai se sto scappando da qualcuno?» «Se non stessi scappando, adesso staresti davanti al fuoco con tua moglie: invece se qui con me» Abbassò lo sguardo sui suoi piedi luridi e graffiati: «Se non hai altri posti dove andare, puoi rimanere.» «Con te? Non credo proprio.» replicò Jamie in una risata aspra. Si mise la sacca in spalle e le voltò la schiena. «Non sto scapando da nessuno, bambina. Tu pensa a scendere da lì prima di spezzarti l’osso del collo.» Lei non si scoraggiò. «Se scendo, posso venire con te?» «Certo» replicò Jamie e cominciò a inoltrarsi nel bosco, senza voltarsi: «Tu, tuo padre, i suoi figli, cavalieri e cani da caccia sono più che benvenuti. Forse se sono fortunato tuo padre ci porta anche me ai Giochi» «Solo per questa notte! Dopo te ne andrai, io non ti darò più fastidio» gli urlò mentre si allontanava e Jamie avrebbe giurato di poter sentire i suoi occhi piantati sulla schiena, reali quanto il peso della sacca sulle sue spalle. Dovette fare uno sforzo per imporsi di continuare a camminare. Non poteva e non voleva rimanere immischiato negli affari di qualche nobile bastardo. La presenza di quella bambina si poteva riassumere in una parola: guai. E lui era troppo codardo, troppo stanco, per accettare che quella parola gli trotterellasse a fianco con la sua vocetta acuta e lo sguardo sveglio. Specie perché non c’era una singola possibilità che non la trovassero: non poteva tornare in città e non aveva né la forza né le provviste per attraversare il bosco fino al villaggio più vicino. Anche se era troppo piccola per capirlo, o troppo ostinata per arrendersi, quella bambina aveva già sbattuto le spalle ossute contro il muro un vicolo cieco. Un muro da cui lui aveva intenzione di tenersi ben lontano. Un tonfo interruppe le sue riflessioni. Un lamento acuto. Ecco, pensò storcendo la bocca in una smorfia, e menomale che le avevo detto scendi, che t’ammazzi a star lassù. Bambina idiota. E io non ce la rischio la vita per una bambina così idiota, si disse procedendo. Non ci torno ai Giochi del Tramonto per una bambina così idiota. Ma era difficile ignorarla: i suoi gemiti gli trafiggevano le tempie. A ogni passo erano più forti, più disperati. Poco importava che fosse già abbastanza lontano, aveva comunque l’impressione di sentirla piangere come se le fosse accanto. Continuò a camminare. Non si fermò sentendola singhiozzare; né quando la udì trascinarsi fra l’erba e i cespugli; né quando iniziò a implorare sua madre di venirla a prendere. Alla fine, il lamento cessò: i singhiozzi della bambina si persero nel fischio del vento, nello scricchiolio dei suoi passi pesanti sulla ghiaia, nel pulsare sordo del sangue alle orecchie. Quando se ne accorse, Jamie cercò di distinguere ancora la sua voce in mezzo ai suoni e non ci riuscì: era stata sostituita da un silenzio profondo, così denso che camminarci in mezzo era come guadare un fiume. Solo a quel punto si arrestò, imprecò fra i denti e tornò indietro.
  3. Saoirse

    romanzo autobiografico.... help

    Beh, sai, non credo ci sia una vera e propria ricetta per scrivere un romanzo, specie se molto particolare come un romanzo autobiografico su un tema delicato. Di certo, ci si può dare dei consigli a vicenda. Per quanto riguarda la scrittura in generale ti posso consigliare tre cose: leggi tanto, scrivi tanto, fai attenzione a quello che scrivi e a come lo scrivi. Non sottovalutare mai la grammatica o la punteggiatura, scegli ogni termine cosa se fosse un elemento essenziale e revisiona molto, con occhio più obiettivo che puoi. Un racconto letto una volta e pubblicato potrebbe essere buono, anche eccellente, ma il più delle volte per rendere un raccontato raffinato, d'effetto, o qualsiasi cosa si voglia ottenere, si deve lavorare molto sul testo. Per quanto riguarda l'elemento autobiografico, non saprei dirti. Non ho subito esperienze simili, e non ho idea del dolore che si possa provare. L'unico consiglio posso darti è di cercare di raccontarti come ti senti di farlo, senza pensare a un pubblico o a un editore o una pubblicazione. Prima di tutto, racconta quello che vuoi raccontare per te stesso, poi per gli altri. Buona fortuna.
  4. Saoirse

    Cosa state leggendo?

    On Writing di Stephen King, ma con una lentezza esasperante causa esami.
  5. Saoirse

    Jamie 1/2

    Ehi, Victoria! Grazie di aver commentato Unica perplessità: ci dici che Jamie pensava di voler morire al tramonto, dunque ci induci a credere che non abbia ancora preso una decisione definitiva e che il suo sia ancora un progetto in corso. Poi però tutto ciò che segue ci spinge a pensare che stia attuando in quel momento il suo funesto desiderio, e che la presenza della bambina in qualche modo interrompi il suo proposito. Mi chiariresti questa parte? In effetti hai ragione. Credo che nella mia idea lui pensasse di volerlo fare e avesse programmato tutto, però non lo volesse fare in realtà. Cercherò di spiegarlo meglio, però, perché può creare dubbi in effetti. "I suoi figli". C'è un motivo particolare per cui il protagonista si sofferma su questo? In realtà, no. Credo di averglielo fatto ripetere perché ero io a ripeterlo nella mia testa. Il senso c'è, in un certo senso, perché nella storia che avevo programmato Jamie sarebbe il padre di questa bambina, la cui madre- Lisee, una schiava - era stata comprata da un mercante a questi ipotetici Giochi del Tramonto perché lui non era riuscito a salvarla. Però in effetti fargli ripetere questa cosa non ha molto senso. Il fatto che il suo nome induca al protagonista d'agguantare un pugnale e allo stesso tempo gli affiori mentre fa l'amore con altre donne, rende poco chiaro il sentimento che prova verso questa donna. Un amore-odio? Ma no, il pugnale non è per lei! Giuro Dato che lui ha perso questa battaglia ai Giochi e in questa maniera ha perso lei, si sveglia di soprassalto ripensando alle scene di guerra, ma non per fare del male a lei. Uhm... magari questa la devo cambiare sì xD In conclusione: attendo di leggere la seconda parte per avere le idee più chiare, come dici tu è solamente parte d'un frammento non auto-conclusivo. Spero comunque che qualche delucidazione tu riesca a darmela. A presto! La seconda parte è già stata pubblicata, è un poco più indietro della prima però, perché intanto hanno commentato altri testi. Se la cerchi, puoi tranquillamente trovarla, così mi dici cosa ne pensi. Grazie mille Victoria
  6. Saoirse

    Jamie 1/2

    http://www.writersdream.org/forum/topic/28915-il-gioco-misterioso/#entry494954 Jamie pensava di voler morire al tramonto. Con la testa appoggiata al grembo della vecchia quercia e gli occhi chiusi, sarebbe morto come ci si addormenta, ascoltando il gorgheggio del fiume in lontananza e respirando l’odore di muschio e terra umida del bosco. Veleno. Era un buon modo di morire, pensava. Un modo tanto dolce da farlo sentire un truffatore, da metterlo quasi in imbarazzo. La Dama Nera si sarebbe sentita ingannata: si premurava sempre di risparmiargli la vita in battaglia e ora si vedeva strappare via dalle mani lo sfizio di ucciderlo. Eppure avrebbe dovuto aspettarselo: i sopravvissutati finivano tutti per ammazzarsi. Si davano tutti una morte dolce, da truffatori, e del loro eroismo non rimaneva che un cadavere senza nome nel bosco, straziato dagli insetti e inghiottito dalla terra. Aveva già vissuto nelle sua mente la scena della sua morte infinite volte. Talmente tante volte che ormai quel sogno ad occhi aperti gli appariva come un lontano ricordo e si chiedeva se non fosse già morto, se non fosse steso sul terriccio già da anni e anni. Forse fu per questo che la presenza della bambina lo infastidì così tanto: nei suoi sogni, l’Inferno lo aveva sempre affrontato da solo. Prima di vederla, Jamie la sentì. Era accovacciata sul ramo, ammantata in una casacca marrone, con una mano stretta alla corteccia e l’altra premuta sulla bocca. Aveva rischiato di cadere e un singhiozzo soffocato gli era bastato per individuarla: le avrebbe dato otto, nove anni massimo. I loro sguardi si incrociarono. Lei lo osservava così immobile e solenne da fargli venire in mente le storie che la sua balia gli raccontava sugli spiriti della foresta. «Da quanto tempo sei lì?» le chiese. La luce che filtrava tra le fronde le proiettava ombre verdazzurre sul viso. «Tre giorni» rispose secca. «Mi nascondo da loro». «Loro chi?» «Loro» sussurrò. «Mio padre e i suoi figli» I suoi figli. «Perché?» «Ha deciso di vendermi ai macellai dei Giochi del Tramonto». Jamie serrò la mascella. «Per soldi?» Scosse la testa. «Per punizione» rispose. «Vuole punire mia madre». «E’ una schiava?» Lei distolse lo sguardo: «E’ una donna». Jamie si irrigidì. Quelle parole gli erano così familiari: era il mantra di moltissimi schiavi in città, ma l’unica persona che aveva sentito pronunciarle ad alta voce era stata Lisee. «Sei una schiava?» «No», aveva ringhiato, gli occhi scuri che ardevano come braci: «Sono una donna» Lisee. Più tentava di seppellire quel nome, di dimenticarlo, più gli tornava alle mente con prepotenza. Lisee. Era il nome che gli affiorava alle labbra quando si svegliava nel cuore della notte e agguantava il pugnale sotto il cuscino. Il nome che doveva trattenersi dal pronunciare mentre faceva l’amore con altre donne.
  7. Saoirse

    Questa sono io

    Benvenuta! Ti occupi di un'area interessante e anche se i libri che hai citato non sono il mio genere, li ho letti e li apprezzo (tutti meno Bianca come il latte etc). Il marketing editoriale secondo è un campo che può offrire tanto, un bel modo di sicuro per conciliare le tue passioni.
  8. Saoirse

    Jamie 1/2

    Il regolamento l'avevo letto però mi era sfuggito che non si potesse postare due volte nella sezione frammenti. Per quanto riguarda i capitoli: mi sembrava sbagliato postarlo nella sezione "racconti" più che altro perché non era finito. Però certo, in effetti la mia logica può non adattarsi al regolamento. Mi dispiace davvero in qualsiasi caso. Ci starò più attenta.
  9. Saoirse

    Due Euro

    Ciao Lo chiamavamo zio Aldo, anche se, in realtà non è un parente, da noi capita spesso di dare il titolo di zio per un senso di rispetto. Per un senso non mi piace molto come forma. Forse "in segno di rispetto" sarebbe meglio. - Matteo! Vuoi venire con me all’autolavaggio – Chiedo a mio figlio Approfitto di queste occasioni per passare un po’ di tempo con lui, mi trovo a mio agio con Matteo più che con tanti altri adulti, abbiamo molti interessi in comune e ci divertiamo a giocare con i suoi giochi che spesso, sono io stesso a suggerirgli di chiedere a Babbo Natale. Mi piace. Senza troppo giri di parole, metti subito in evidenza una particolare caratteristica del protagonista, ovvero questo suo lato "bambino". Comunque mi dirigo verso l’autolavaggio che non è proprio dietro l’angolo, infatti per arrivarci, occorrono circa quindici minuti perché si trova in un altro paese, lì c’è di tutto, il tabaccaio, il salumiere, c’è persino un bar, dove i giovani del paese s’incontrano per giocare, sì perché in quel bar c’è una saletta con molti giochi, se non ricordo male un tavolo da biliardo e un flipper acquistato da una sala giochi la “Giocomania” che si trova in città. E' una frase un pò troppo lunga. Credo bisognerebbe proprio riscriverla, per renderla più fluida. Io suggerirei una cosa simile a questa: Ho tentato di modificare la frase come, almeno secondo me, sarebbe suonata meglio. Come vedi, ho evidenziato la parola gioco perché nel testo è ripetuta moltissime volte. L'ho lasciata così anche nella mia "modifica" perché non avrei saputo come cambiarla senza rimuovere qualche frase. Forse i giovani al bar potrebbero discutere, anziché giocare (presumo a carte?). Diavolo! La città è proprio lì che devo andare oggi e occorre che mi dia una mossa poiché per arrivarci andando a tavoletta a non meno di cento chilometri orari impiego cinquanta minuti. Io avrei scritto "Diavolo, la città! E' proprio lì che devo andare oggi [...] Ma non ci metteva un quarto d'ora oppure ho capito male io? Se il racconto doveva avere una vena buffa, c'è riuscito. Il personaggio è abbastanza divertente, alcune scene sono molto graziose. Quella del carro funebre in particolare, perché ci si rispecchia facilmente. Però devi cercare di stare più attento allo stile e in particolare alla revisione che segue la scrittura del racconto. Il mio consiglio sarebbe di dare maggiore attenzione a dove posizioni le virgole e in particolare di spezzare un poco di più le frasi con i punti o i punti e virgola. Spesso ho ritrovato nel testo frasi talmente lunghe da doverle rileggere, e in testo che vuole avere una vena ironica questa è una pecca importante, perché spezza il ritmo del racconto. In qualsiasi caso, ho comunque apprezzato molte parti e sono certa che con un poco di occhio in più riuscirai a correggere gli errori. Spero di essere stata utile
  10. Saoirse

    Due Euro

    Ciao Lo chiamavamo zio Aldo, anche se, in realtà non è un parente, da noi capita spesso di dare il titolo di zio per un senso di rispetto. Per un senso non mi piace molto come forma. Forse "in segno di rispetto" sarebbe meglio. - Matteo! Vuoi venire con me all’autolavaggio – Chiedo a mio figlio Approfitto di queste occasioni per passare un po’ di tempo con lui, mi trovo a mio agio con Matteo più che con tanti altri adulti, abbiamo molti interessi in comune e ci divertiamo a giocare con i suoi giochi che spesso, sono io stesso a suggerirgli di chiedere a Babbo Natale. Mi piace. Senza troppo giri di parole, metti subito in evidenza una particolare caratteristica del protagonista, ovvero questo suo lato "bambino". Comunque mi dirigo verso l’autolavaggio che non è proprio dietro l’angolo, infatti per arrivarci, occorrono circa quindici minuti perché si trova in un altro paese, lì c’è di tutto, il tabaccaio, il salumiere, c’è persino un bar, dove i giovani del paese s’incontrano per giocare, sì perché in quel bar c’è una saletta con molti giochi, se non ricordo male un tavolo da biliardo e un flipper acquistato da una sala giochi la “Giocomania” che si trova in città. E' una frase un pò troppo lunga. Credo bisognerebbe proprio riscriverla, per renderla più fluida. Io suggerirei una cosa simile a questa: Ho tentato di modificare la frase come, almeno secondo me, sarebbe suonata meglio. Come vedi, ho evidenziato la parola gioco perché nel testo è ripetuta moltissime volte. L'ho lasciata così anche nella mia "modifica" perché non avrei saputo come cambiarla senza rimuovere qualche frase. Forse i giovani al bar potrebbero discutere, anziché giocare (presumo a carte?). Diavolo! La città è proprio lì che devo andare oggi e occorre che mi dia una mossa poiché per arrivarci andando a tavoletta a non meno di cento chilometri orari impiego cinquanta minuti. Io avrei scritto "Diavolo, la città! E' proprio lì che devo andare oggi [...] Ma non ci metteva un quarto d'ora oppure ho capito male io? Se il racconto doveva avere una vena buffa, c'è riuscito. Il personaggio è abbastanza divertente, alcune scene sono molto graziose. Quella del carro funebre in particolare, perché ci si rispecchia facilmente. Però devi cercare di stare più attento allo stile e in particolare alla revisione che segue la scrittura del racconto. Il mio consiglio sarebbe di dare maggiore attenzione a dove posizioni le virgole e in particolare di spezzare un poco di più le frasi con i punti o i punti e virgola. Spesso ho ritrovato nel testo frasi talmente lunghe da doverle rileggere, e in testo che vuole avere una vena ironica questa è una pecca importante, perché spezza il ritmo del racconto. In qualsiasi caso, ho comunque apprezzato molte parti e sono certa che con un poco di occhio in più riuscirai a correggere gli errori. Spero di essere stata utile
  11. Saoirse

    Il gioco misterioso

    Non mi piace molto questa frase. Il senso è chiaro, però il termine "possedere" e il nuovo riferimento al regalo la rendono in qualche modo stonata, forse troppo ricercata. Io avrei aggiunto l'articolo e il "che", come ho scritto sopra. L'ultimo credo sia stato un refuso, ma senza la frase non funzionava. Ti consiglierei però di provare a snellirla come frase, rendendola più breve e immediata. Secondo me, potresti semplicemente modificare la frase togliendo "nei giorni a venire". Una cosa tipo "sarebbe riuscito, quando sarebbe giunto il tempo di completare la cima più alta, a raggiungere qualsiasi altezza". Metterei una virgola dopo 'vista', ma è una mia opinione personale. Metterei da giorni alla fine, per questione di scorrevolezza. Il pezzo mi è piaciuto. Non ho amato molto il confronto fra il gioco misterioso e i sogni del bambino, ma in compenso sei riuscito a farmi provare la rabbia, la frustrazione, la gelosia tipica dei bambini in queste situazioni. Le ho evocate perfettamente, mi ci sono immedesimata tanto da provare istintivamente antipatia per il furto di Berta e sperare che il bambino non aprisse la porta a tutti gli altri, permettendogli di rovinare il suo lavoro. Da questo punto di vista, ben fatto. Quello che posso consigliarti per lo stile è cercare di semplificare le frasi e renderle più scorrevoli, magari eliminando quelle troppo articolare e piene di virgole. Inoltre, ho notato che cerchi molto di far comprendere un determinato gesto e rinforzarlo accostandogli dei sinonimi. Va benissimo come metodo, solo cerca di non abusarne. Ovviamente tutto quello che ho scritto è un mio pensiero, e spero che tu non lo prenda assolutamente come un'offesa, ma come un'opinione dettata dal mio gusto personale. In qualsiasi caso ho apprezzato il racconto e spero di leggere qualcos'altro di tuo. Buona giornata
  12. Saoirse

    Hello, it's me...

    Ehi, The Ash Knight, è proprio questo il piano: uniamoci per la rivoluzione finale, il momento è finalmente giunto Comunque, pensavo che nessuno avesse colto il riferimento. Mi dispiace, però a me faceva troppo ridere leggere il titolo con la voce depressa di Adele in quella canzone. Ehi, Marcello, cerco la poesia e ti scrivo, grazie mille
  13. Saoirse

    Hello, it's me...

    Ciao a tutti. Una volta ero una persona logorroica, ma ultimamente non parlo molto. In qualsiasi caso farò un'eccezione e tenterò di far venire fuori una presentazione, se non decente, almeno accettabile. Mi chiamo Francesca, e ho scelto il nick Saoirse perché significa "libertà" e mi piace molto anche la pronuncia. Ho 19 anni, studio da Bologna, ma sono siciliana (eh già, qualora vi mancasse la terrona fuorisede, eccomi qua). Amo le lingue, la lettura, il cioccolato fondente e il caffé rigorosamente amaro. Non mi piacciono i bar che fanno pagare i bicchieri d'acqua, chi sbaglia la punteggiatura e la gente che non ha il senso dell'umorismo. Leggo un poco di tutto. Per ora sul mio comodino ci sono On Writing di Stephen King e "Il dominio della Regina" di Martin. Per quanto riguarda la scrittura, scrivo poco e non finisco mai nulla. Perdo più tempo a correggere che a concludere, con il solo risultato di perdere il filo del discorso. C'è voluto tempo per capire di non essere l'autrice dell'anno o la nuova promessa dell'editoria, ma da quando l'ho capito non mi sono mai sentita più tranquilla di essere me e scrivere quello che preferisco semplicemente per me e perché è quello che mi piace fare. Conosco il WD da anni ormai, tuttavia partecipo a tratti. Avevo un altro nickname prima - "Heléne" - ma non riesco più ad entrare con quello e non riuscendo neppure a ritrovare l'email con cui mi ero registrata, ho pensato di registrarmi di nuovo e tagliare la testa al toro. Spero che allo staff non crei problemi davvero, non l'ho affatto fatto con cattive intenzioni, anzi. Comunque avevo pubblicato davvero poche cose, quindi non credo che in molti vi ricorderete di me. E nulla, questo è quanto. Buona giornata a tutti.
  14. Saoirse

    Il sangue dei genitori

    Bellissimo pezzo. Davvero ben fatto, coinvolge il lettore fin dall'inizio. L'unica "pecca" - pecca per dire, ovviamente - è che la trasformazione del comportamento del bambino secondo me avviene un poco troppo velocemente. Sembra una scena idilliaca che troppo velocemente diviene ripugnante. Ci vorrebbe un passaggio intermedio, qualcosa che faccia intendere che il bambino non è buono come sembra, ma non in maniera troppo evidente.
  15. Saoirse

    Hello, it's me...

    Grazie a tutti! Simone, sono certa che dietro le tue parole si cela un messaggio di grande importanza e giuro che un giorno mi impegnerò per comprendere quello che vuoi dirmi... ma non è questo il giorno Ehi, Marcello, grazie anche te. Sì, se si cerca l'utente con lo strumento per le ricerche del forum non si trova, però io ho ritrovato una mia poesia nella lista e il contatto è ancora lì, immacolato. E va be dai, me ne farò una ragione.
  16. Saoirse

    Hello, it's me...

    Grazie Soldato e anche a te, Niko, adesso se ho bisogno so chi chiamare
  17. Saoirse

    Hello, it's me...

    Grazie, Joyopi! Sì, diciamo che a me fa un poco ridere quando se ne spuntano con il bicchierino piccolo di acqua e lo chiamano "il goccio". Per carità, ognuno ha le sue abitudini, però a me il goccio fa sentire un poco presa in giro Grazie anche a te, Simone Già mi fido, guarda. Ma che intendi per indiani in chat?
  18. Saoirse

    Porti sicuri, gli altri.

    http://www.writersdream.org/forum/topic/25162-sei-il-bene-che-nasce-dal-male/?p=440051 Porti sicuri, gli altri Rovine, io Porti che scorgono il sole lontano, celato tra le nubi, ma pur sempre il sole. E io, io li invidio perché scruto e scruto il cielo, e mi arrampico sulle colonne più alte del mio cuore e sposto le macerie dei miei sogni, che sono sagome di tremolanti palazzi in rovina dipinti su tele di nebbia. Li osservo galleggiare come miraggi nel silenzio. Qui il loro sole non c’è. Dov’è? Dove me lo tengono nascosto? Lo cerco sempre con la disperazione di un bambino che non trova la madre, con l’imbarazzo di qualcuno che ha perso se stesso cercando altri e ora, ora si vergogna a urlare il proprio nome ad alta voce. Ma chi lo ricorda il proprio nome? Io no, non lo ricordo. Così non cerco me, cerco il sole. Squarcio la carne dei miei incubi, che sono strade buie, che sono stanze vuote, che sono urli che mi sconquassano l’anima come un colpo di fucile allo stomaco, come bombardamenti nella calma placida di questa città infernale. Ma saranno muti, nessuno li sente. O forse sono muta io, è muto il mio sguardo, sono mute le mie ansie. E il mio fucile non spara, il mio aereo non sgancia bombe su questa città O forse non li sento io, che sono magari sono sorda e non lo so. Scruto il cielo. E non vedo niente, non vedo niente, non vedo niente. Così serro le palpebre e riprovo. Avanzo fra le macerie dei miei soni ancora Fra la tentacolare città dei miei incubi ancora Nessun sole al mio orizzonte. Che sia nella porzione di cielo data per sbaglio a qualcun altro? Allora giunge la voce. E la sopprimo, la ignoro. Lei mi sussurra, mi piange, mi urla. La sento crescere dentro di me come un bambino, come una malattia, come un’agonia che mi chiude lo stomaco, mi blocca il sangue, mi gela la schiena. Ma io lo so cosa vuole insinuare, Dice: “O forse sei cieca tu, e il sole c’è già, c’è per tutti” Ma io davvero non lo vedo: non è neppure azzurro il mio cielo.
  19. Saoirse

    Adéle Lautrec

    http://www.writersdream.org/forum/topic/25081-lultimo-portatore-prologo/ Avevo incontrato Adele un caldo giorno di maggio, al Musée d'Orsay. Anche se, forse, incontrato non è la parola giusta: diciamo pure che avevo visto Adele un giorno di maggio, al Musée d’Orsay, e che, non appena l’avevo vista, il mio sguardo le era rimasto come cucito addosso. La sala dell’Impressionismo non era molto affollata. Il silenzio era rotto soltanto da un brusio soffuso, quasi impercettibile; il ticchettio di un paio di scarpe alte echeggiò per qualche secondo. Poi anche quelle si fermarono. La luce del mattino filtrava dalle vetrate e si specchiava sul pavimento in marmo; pulviscolo e granelli di polvere danzavano nel riverbero dell’aria primaverile. In quell’atmosfera surreale, quasi onirica, stava lei, seduta a gambe incrociate sul pavimento. Era girata di spalle. La canotta nera lasciava intravedere parte della schiena nuda e il profilo delle vertebre che affioravano leggere sulla pelle candida. I ricci rossi sfuggivano allo chignon disordinato e le accarezzavano la nuca. Era curva e assorta. Con il braccio destro teneva fermo un foglio. L’altra mano, piccola e lentigginosa, stringeva un carboncino. Avrei voluto guardare quale quadro era il soggetto, o come stesse venendo il disegno, ma avrebbe voluto dire abbandonare le sue mani piccole e veloci al lavoro, il profilo delle spalle, i fianchi a cui aveva legato il giubbotto di jeans. Avrebbe voluto dire scucire il mio sguardo dalla sue pelle punto per punto, e io non ne avevo la forza. La osservai per parecchio tempo. Forse interi minuti, forse anche più. Immobile e in religioso silenzio; temevo quasi che, se mi avesse visto, se ne sarebbe andata. Come un animale selvatico, che appena ti avvicini indietreggia, ti guarda con quegli occhietti scuri e cauti, poi si lancia nel bosco in una frazione di secondo. La osservai così a lungo che alla fine lei alzò il viso dal foglio. Guardò un’ultima volta il quadro e sospirò. Pensai che avesse finito di disegnare, che stesse per mettere via tutto. La immaginai alzarsi, sistemare la borsa in cuoio, sciogliersi il giubbotto di jeans dalla vita per indossarlo e stiracchiarsi con lentezza, quasi indolenza. L’avrei guardata andare via, con i capelli in disordine e la borsa logora appesa al fianco, che dondolava a ritmo dei suoi passi veloci. Invece non vidi nulla di tutto ciò. In compenso sentii la sua voce dura come una pietrata: «Cazzo, ma ti sposti da là o hai messo radici?» Si girò e mi inchiodò gli occhi in viso. «Sei anche inquietante, là impalata da almeno venti minuti». Sussultai. Fu così che Adéle Lautrec mi gelò un giorno di maggio, all'Orsay. E nonostante l'offesa e l'imbarazzo che provai al suono di quelle parole, nella mia testa trovò la forza di farsi largo un pensiero: aveva una bellissima voce.
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