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Velvetacid

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  1. Velvetacid

    Abitanti del tempo

    Ciao Thea. È da tanto tempo che manco dal forum e il tuo racconto mi ha ispirato in commento. Di solito mi bastano le prime righe per capire se il racconto in questione può interessarmi o meno e il tuo fin dalle prime righe è riuscito a catturare la mia attenzione. Mi piace come hai trattato l'argomento con profondità e eleganza. La scrittura scorre liscia e ti assicuro che è davvero difficile trovare racconti che si riescano a leggere come il tuo. Dici di essere alle primissime armi, ma leggo un grande talento, la maturità la raggiungerai col tempo ma le basi sono solidissime. Questa è la parte più intesa e densa di significati del tuo racconto a mio modo di vedere. Quindi ti faccio i miei complimenti Thea. Il racconto se non si era capito mi ha molto colpito. Complimenti! VelvetA
  2. Velvetacid

    Il Caos Strisciante terzo capitolo ( Mercoledì)

    Grazie Felix per il tempo che mi dedichi! Probabilmente dovrò spostare il romanzo nella sezione vm18 perché rileggendolo mi sono accorto che ci sono parti non adatte ai più piccoli. Spero che tu possa accedere. Grazie ancora. VelvetA
  3. Velvetacid

    Sentirsi un po' soli

    Caro Francesco. A) Non c'è critica senza provocazione. Una critica serve a provocare una reazione. B) Cerco sempre di essere il più schietto possibile sia nel bene che nel male. c) Non ti ho insultato. Questa è la tua visione distorta dei fatti. Semplicemente ti sei sentito pungolato ( e credimi ne avevo tutte le intenzioni.) Forse non ti aspettavi che qualcuno potesse anche usare dei modi non all'acqua di rose per esprimere un parere. D) Ricorda: a volte è più utile un cazzotto sincero, che una carezza falsa. ( concetto molto banale, ma che in questo caso potrebbe essere utile.) Niente di personale. Saluti VelvetA
  4. Velvetacid

    Like

    Grazie Unius hai colto in pieno il messaggio. Telestar mi sembra impossibile che tua abbia letto QUESTO racconto da qualche altra parte. È stato scritto ieri pomeriggio. Ma siccome non invento niente, è una situazione che è sotto gli occhi di tutti può essere che qualcosa di simile sia stata ipotizzata da qualche altra parte. Il racconto è inedito e originale.
  5. Velvetacid

    Il Caos Strisciante quarto capitolo (Giovedì)

    commento: http://www.writersdream.org/forum/topic/19462-sentirsi-un-po-soli/ Questa notte ho sognato la parigina. Béatrice. In realtà è italiana, è nata a Parigi per una coincidenza. I suoi genitori si erano dovuti trasferire nella capitale francese per lavoro, restandovi per circa sei mesi; durante quel soggiorno lei è venuta al mondo. La sua mediterraneità non si addiceva a un nome così sfacciatamente francese. La sua bellezza, invece, era perfetta. L’ho amata, tanto. O almeno credo. Se so cos’è l’amore, è per colpa sua. Il sogno era molto confuso: sapeva di passato e di ricordi blandi. Stavamo rivisitando i posti dove abbiamo consumato la nostra relazione. Non erano visioni chiare, ma ottenebrate dalla confusione onirica. L’ultima scena era ambientata nella mia stanza, sembrava svolgersi nel presente. Béatrice mi stava facendo un pompino e le sono venuto in bocca. Quando ho aperto gli occhi ho sentito immediatamente una malinconia atroce che mi torceva le budella. Avevo un’erezione e l’impellente necessità di avere un orgasmo. A differenza dell’altro giorno, quando ho cercato di pensare all’operatrice telefonica senza volto, questa volta è stato doloroso. Dal mio pene non è uscito sperma, ma il ritorno alla realtà in cui sono recluso. Non sono riuscito a fare colazione, lo stomaco si è chiuso per via del sogno. La mia tristezza è stata attenuata quando ho visto una cimice rovesciata sulla schiena. Ancora una volta, sorprendendomi, mi sono trovato ad ammirare la natura. Quella cimice lottava con tutte le sue forze per girarsi sulle zampe, nonostante l’impresa dovesse risultarle quasi impossibile. La osservavo nella sua ossessiva volontà di raggiungere lo scopo. Subito ho avuto l’istinto di aiutarla per permetterle di volare fuori dalla finestra, ma non l’ho fatto. Era uno spettacolo gratificante. Ammiravo quella manifestazione gratuita di crudeltà offerta dalla natura. La cimice si era messa nei guai per sua incapacità o sfortuna ma, nonostante questo, non si arrendeva. L’abbandono, la tentazione di cedere alla sconfitta sono caratteristiche che non le appartenevano. Si potrebbe addirittura pensare che, nonostante la situazione così tragica, lei fosse felice. Avrei potuto uccidere quell’insetto. Ridurlo in poltiglia senza il minimo sforzo. L’istinto di sopravvivenza della cimice avrebbe comunque sopraffatto il peso del mio piede. Il suo corpo, così drammaticamente piccolo rispetto al mio, sarebbe rimasto schiacciato sotto la suola della scarpa, ma la sua voglia di vivere non mi sarebbe mai appartenuta. Dopo qualche minuto, comunque, ho preso la cimice con un pezzetto di carta mettendola sul davanzale. Ho avuto un pensiero ridicolo: essere una cimice. Ho desiderato avere l’istinto irrefrenabile di lottare a prescindere dal risultato. Il mio organismo ora pretendeva cibo. Tutta la fame è arrivata di colpo, destandomi dai pensieri sull’insetto. Non avevo voglia di mangiare a casa da solo e anche andare dai miei genitori, in quel momento, mi sembra troppo desolante. La verità è che avrei voluto pranzare con Béatrice. Mi ero illuso che il suo ricordo fosse tornato solo per qualche istante, ma non era così. Mi sono quindi rassegnato all’idea che l’immagine di Béatrice si fosse ormai installata nella mia memoria, almeno fino a fine giornata. Béatrice è l’unica persona della mia vita che, nel momento in cui riaffiora nei miei pensieri, è immune all’indifferenza. Non la rievocavo da diverso tempo, ma ero sicuro che prima o poi qualcosa di suo sarebbe riemerso dal fondo del mio abisso. Questo mi spaventa, mi destabilizza. È la pinna di uno squalo che appare all’improvviso. Sono io che sprofondo nel profumo del suo sesso, risucchiato nel gorgo di un desiderio inappagabile. Non è solo una voglia soddisfabile con un surrogato, ma una tortura psichica e diabolica, una sevizia che m’infliggo, l’umiliazione pura e sadica che imploro. Ho mandato un messaggio a Roberto, sapevo che doveva staccare dal lavoro verso mezzogiorno, ci siamo incontrati in un fast-food in cui la pizza ha sapore di plastica. Ma in quel momento non mi importava perché, anche se avevo fame, non era il cibo che mi interessava; avevo solo bisogno di non restare solo. Per due ore non ho aperto bocca, sperando che le immagini di Béatrice affogassero nel fiume di parole che, quand’è in vena, Roberto è capace di scaricarmi addosso. Non ricordo niente di quello che mi ha detto, ma ho la sensazione che il rimpianto per quella ragazza ora si sia assopito. Roberto è tornato al lavoro. Io sono rimasto lì dentro ancora per qualche minuto. Osservavo la gente che continuava ad abbuffarsi. Sentivo il rumore delle casse. Sputavano fuori pezzi di carta pieni di numeri, erano marchingegni eccitati come un voyeur che spia una coppia. Gli addetti continuavano a emettere scontrini e le macchine godevano di quell’atto masturbatorio. I gemiti meccanici e lascivi degli apparecchi si sentivano per tutto il salone: era il consumismo che stava soddisfacendo la sua voglia; fecondava i consumatori con il seme generatore di futuri acquirenti sempre più sottomessi. Sono andato via dal fast-food, e mentre tornavo a casa mi ha chiamato Alessia dall’agenzia di lavoro interinale: «Se ti interessa ci sarebbe la possibilità di ottenere un colloquio in un’azienda tessile.» In realtà non mi interessava molto, ma non mi sembrava il caso di farglielo sapere e abbiamo fissato un colloquio per il giorno dopo. Una volta rientrato, mi sono piazzato davanti alla tv. Programmi da lobotomia si susseguivano senza sosta. Dallo schermo arrivavano solo immagini che servivano a instupidire la gente: vogliono addomesticarci. Ci mettono uno dietro l’altro, inseriti sul nastro trasportatore di una catena di montaggio. Siamo prodotti da impilare sugli scaffali dei supermercati. Se qualcuno si domanda se il percorso sia quello giusto, allora viene etichettato come dissociato e scartato. Buttato in un tritarifiuti perché il processo di decerebrazione non ha dato i risultati sperati: il soggetto ha pensieri propri. È pericoloso. L’uomo deve essere domato perché tende alla ribellione, e tutti quelli che stanno ai piani alti, sulle loro poltrone in pelle, non possono permettersi che tanti piccoli insignificanti numeri zero si rivoltino. Devono ammaestrarci con dosi di stupidità giornaliera e man mano ci riempiono la testa di stronzate e noi ci nuotiamo dentro senza salvagente. Una persona addomesticata si abitua a qualsiasi cosa le propinano, se le tolgono la capacità di pensiero finisce che si adatta a tutto, anche a morire. Verso sera si è verificato un avvenimento imprevisto. Mi è arrivato un messaggio da un vecchio compagno delle elementari: un invito per il sabato a una rimpatriata tra “amici”. Non ricordavo che avesse il mio numero, ma è solo una delle tante informazioni perse dalla mia memoria. Ho preso in considerazione l’idea di presentarmi alla festa per qualche secondo, sarebbe stata un’attività sociale interessante: bambini trasformati in adulti viziosi che si riuniscono con la scusa di evocare momenti appassiti. Lo scopo di ritrovi di questo tipo, anche se vengono camuffati con mangiate di gruppo o aperitivi, è sempre lo stesso: umiliare o scopare. I bulletti di un tempo cercheranno di mantenere fede alla loro fama e torneranno a importunare gli ex compagni ritrovati. Ci saranno approcci di tipo sessuale tra vecchi fidanzatini ormai adulti: donne disperate perché ancora sole proveranno, in una delle ultime opportunità di trovare marito in età non troppo avanzata, a farsi rimorchiare da uomini insoddisfatti, logorati da una causa di divorzio e dalla malinconia per un figlio che possono vedere a piccole dosi. Un clima di competizione spudorata creerà una cappa soffocante e poi, una volta arrivata l’ora dei saluti, si rientrerà a casa ubriachi e nauseati. Poi mi è venuto in mente Christian Belloni, magari lo avrei rivisto. Ho ripensato ai giorni in cui si divertiva a pungermi le braccia con il compasso per verificare se anch’io avessi sangue nelle vene: insomma, ero il suo passatempo… Mi considerava troppo taciturno per la sua esuberanza e i marmocchi sono solo versioni miniaturizzate degli adulti: la diversità non è accettata, la crudeltà è attraente. Ho pensato alle lacrime che scendevano dalla mia faccia di bambino. Rivedevo il sangue uscire dalle mie braccia. Quelle punture bucavano la mia vita innescando un processo di afflosciamento e sgonfiamento che non è ancora terminato. Sarebbe stata una buona occasione per ucciderlo. D’altro canto gli esseri umani fanno anche questo: si uccidono. Non avrei comunque potuto partecipare, sabato avrei visto Valeria, in fin dei conti era già qualcosa. Ripensare a Christian Belloni mi aveva affaticato e senza rispondere all’invito sono andato a dormire.
  6. Velvetacid

    Sentirsi un po' soli

    Nove righe in cui tenti di darci una lezioncina di vita che, francamente, non riesce a elevarsi al di sopra della banalità. Capisco che, visto la tua giovane età, ti sia sembrata un'intuizione geniale, ma in realtà ci hai spiegato che uno più uno fa due. Lo stile utilizzato è un po' da manualetto di autoanalisi da supermarket e quindi l'esposizione manca di stile e personalità. Ma se giovane e avrai tempo, se vorrai, di esercitarti a costruire un tuo stile. Forse in questi giorni hai letto qualcosa di Osho e ciò che dice sull'amore per se stessi.... o forse semplicemente hai letto la stessa solfa su qualche forum ( al femminile, italian seduction) e l'hai riproposta qua. Dai proponici qualcosa di più serio. Se ti sono sembrato troppo severo non preoccuparti, te ne farai una ragione e vedrai che domani non mi darai più molta importanza. Saluti. VelvetA
  7. Velvetacid

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    Grazie Nanni. Era da molto che non scrivevo un racconto. Questa è un'idea messa giù in una decina di minuti. Stavo parlando con una mia amica di questo argomento e stimolato da lei ho provato buttare giù qualche riga. Adesso rivedrò bene il testo, magari cambio qualche passaggio. Saluti. VelvetA
  8. Velvetacid

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    commento: http://www.writersdream.org/forum/topic/19637-i-baci-dellangelo/ Il primo autoscatto li ritraeva seduti su un divano a doppio posto: erano abbracciati, lei poggiava le labbra sulla guancia destra di lui mentre lui sorrideva invaso da un’ ebetudine d’amore. Erano una di quelle coppie moderne, si erano conosciuti su Facebook al quale erano fedelissimi. Snobbavano gli altri social network, erano dei veri e propri integralisti: adoravano l’icona con la grande F. Avevano attaccato un adesivo sul retro della loro auto, esattamente come gli appartenenti al culto evangelico attaccano il simbolo del pesce. Quel primo scatto aveva ricevuto un centinaio dei cosiddetti like e la felicità della coppia cresceva esponenzialmente: quando videro che l'autoscatto aveva raggiunto un numero così alto esultarono. Quella stessa notte si lasciarono andare in un amplesso animalesco, alla fine del quale lui prese il suo smarthphone e, puntandolo l’obbiettivo della macchina fotografica integrata in quell’ oggetto ultratecnologico sui loro volti sudati, fece una foto. Postarono subito l’immagine su Facebook e poi si addormentarono sereni, abbracciati. Il successo fu ancora più grande. Superano i duecento like e inoltre ricevettero un sacco di commenti in cui si celebrava la bellezza e la spontaneità del loro amore. Quando al mattino dopo il risveglio si resero conto di questo, non poterono fare meno di urlare di gioia. Il loro amore era condiviso, voluto, spettacolare. Non si amavano soltanto in se stessi e per se stessi, ma si amavano per il mondo. Quella mattina il mostrarsi divenne una necessità, una promessa d’eternità. L’autoscatto che ebbe più successo fu quello in cui erano seduti sul tappeto floreale in salotto in compagnia del cucciolo di labrador che, poche ore prima, era divenuto a tutti gli effetti un membro della famiglia. La foto mostrava la coppia seduta al centro del tappeto con le gambe intrecciate nelle quali, in un piccolo spazio vuoto, lasciato in quel intreccio, spuntava il musetto nero del cucciolo. Il successo fu strabiliante e stabilirono il record dei like che venne superato solo dieci mesi dopo quando riproposero la stessa foto sostituendo il cucciolo di labrador con un cucciolo di uomo. Quella foto ricevette un like in più, arrivato proprio quando ormai non se lo aspettavano. Passarono un’ intera giornata sulla loro pagina a guardare il numero degli apprezzamenti alla foto che cresceva velocissimamente e, quando si fermo a duecentocinquanta, lo stesso numero della foto con il labrador, sui loro volti comparve il fremito di una cocente delusione che, però, venne riassorbito una volta superato quel numero, duecentocinquanta, che in quell’attesa non era stato un numero ma una condanna. Ma si sa, tutte le storie d’amore con il tempo muoiono sotto il peso dell’abitudine e così, anche la loro storia d’amore con gli utenti di Facebook subì un declino inevitabile. Le foto dei loro momenti famigliari subirono, per quanto riguarda gli apprezzamenti, una decrescita rovinosa che culminò in un irrevocabile zero. Smisero di fare l’amore, smisero di scoparsi, smisero d'amarsi. I loro cuccioli crescevano in quel clima di disamore, nella perenne crisi d’astinenza d’apprezzamento. I loro amore non era più voluto, riconosciuto. Era superato. Noioso. Inutili furono i centinaia di tentativi. Le provarono tutte: il labrador, il bambino, i loro corpi nudi, foto al mare, foto in montagna, in ospedale, al centro commerciale, al ristorante. La loro vita non interessava più a nessuno, non esistevano più. Non si amavano più per il mondo, non si amavano più per se stessi, non si amavano più. Dopo mesi di silenzio assoluto comparve un autoscatto: lui , lei, il piccolo e il labrador in macchina. Sembrava la foto prima di una partenza. Fuori dal parabrezza si poteva vedere un panorama a perdita d’occhio, un bellissimo orizzonte sul bordo di un precipizio Era l’autoscatto, l’ultima immagine prima di un suicidio collettivo, famigliare. Dopo qualche ora un misero like comparve sulla loro pagina. Ora, se qualcuno andasse a vedere la foto vedrebbe in corrispondenza di quel like il mio nome.
  9. Velvetacid

    I baci dell'angelo

    Racconto veloce scritto in modo tagliente. Un racconto in chiave horrorifica che sembra avere un sottotesto sociale. L'incapacità dei genitori di gestire i figli. Figli che portano all'esasperazione i genitori inadeguati. Nel tuo racconto però non è la madre disperata che in preda a un impulso psicotico si libera del figlio, ma il contrario. Questo risvolto "ironico" mi è piaciuto molto. Certo il racconto è breve e quindi manca un po' di profondità ma non che credo che fosse il tuo obbiettivo. Credo piuttosto che tu ti sia divertita nello scriverlo e hai divertito anche me. Una domanda sei mamma o sei figlia? Saluti VelvetA
  10. commento http://www.writersdream.org/forum/topic/19575-mi37-il-principe/page-2#entry342345 Mattina. Una strana sensazione mi ha tormentato per tutta la mattinata. Mi pareva di essere posseduto da una presenza aliena e mostruosa che comandava la mia mente e i miei gesti. La sentivo, la percepivo intorno a me. Il mio corpo proiettava l’ombra sul muro della stanza da letto e mi sembrava quella di uno sconosciuto. I pensieri erano confusi, sconnessi. Sentivo rimproveri e ammonimenti, come se tutto quello che stavo per fare fosse sbagliato. Le mie azioni erano solo in apparenza abituali. Ho bevuto il caffè amaro, e a me ha sempre fatto schifo il caffè amaro. Era terribile. Cos’era questa forza incontrollabile? Una specie di gravità, forse? Tutto intorno a me mi attirava e incuriosiva in un modo nuovo, insolito. La camera mi sembrava il posto più sicuro e ho cercato di ricreare il buio abbassando le tapparelle. Nascosto sotto le coperte speravo che questa sensazione insana passasse. Volevo solo riaddormentarmi. Al risveglio tutto era svanito, scomparso. Ero tornato di nuovo io. Sentivo, in ogni caso, che c’era qualcosa che non andava. Un groviglio di pensieri assurdi si annidava nei substrati della mia coscienza e cercava di fuoriuscire. Ho respirato a fondo e poi sono andato in cucina a prepararmi del cibo. Mi sono tagliato con un coltello il dito indice, che si è tinto di rosso in pochi secondi. Non vedevo il mio sangue da parecchio tempo, è stato come incontrare un vecchio amico. Anche la lama si è macchiata, mi è sembrato di provare empatia per quell’oggetto. Si era unito alla mia carne: c’era un patto tra noi. Pomeriggio Ho guardato fuori dalla finestra per gran parte del pomeriggio. C’era la nebbia, ne ero profondamente affascinato. La guardavo circondare ogni cosa e farla sua. Non sono mai stato sedotto dagli agenti atmosferici. Ad esempio, non ho mai avuto paura dei tuoni e l’arcobaleno non mi ha mai meravigliato. Sono sempre stato indifferente alle romanticherie tipiche che si associano a questi avvenimenti. Alcune persone provano piacere nel vedere la neve che cade, io no. Tutti amano i tramonti in riva al mare, le situazioni così piene di pathos. Il problema è che non si rendono conto che questo sentimentalismo diventerà autodistruttivo. Perché le cose belle poi si finisce per rimpiangerle, per desiderarle. Cerchiamo la bellezza ovunque, senza capire che in realtà bisognerebbe restare estranei a tutto. L’uomo adora emozionarsi per ogni avvenimento, anche il più inutile. Perché così si illude di vivere e non capisce che in realtà si sta ingarbugliando nel suo nodo di sofferenza. Il problema è che la bellezza, o meglio, l’illusione di essa, è sempre in agguato. Si cela ovunque, impedendoci di raggiungere l’estraneità. L’inedito fascino provato per la nebbia mi ha stupito. Avrei voluto unirmi a quelle minuscole particelle d’acqua. Forse la follia del mattino si era manifestata in maniera più pacata e controllata. Ho aperto la finestra per far entrare la nebbia. Non so quantificare il tempo trascorso nella stanza. La macchia opalescente mi accoglieva nel suo grembo, mi rendeva un’ombra, un offuscamento traslucido e immobile. Poi è suonato il cellulare, facendomi uscire da quella specie di simbiosi. Sono andato in cucina a prendere il telefono e ho di nuovo avvertito la sensazione di non essere solo. Forse era solo un effetto provocato dal silenzio totale della casa. La mia mente si diverte a prendersi gioco di me, sarà la noia. Valeria mi ha scritto un messaggio: “Torno per il fine settimana, ci vediamo?” Ho risposto: “Va bene.” Subito dopo mi ha mandato un secondo messaggio: “Come va?” “Tutto nella norma. A sabato.” Non ci vediamo da una decina di giorni. In un periodo non troppo lontano ho creduto di voler particolarmente bene a questa ragazza. Pensavo a lei come a un’ottima sostituzione della mia precedente esperienza affettiva. La voglia che avevo di possedere il suo corpo è scemata nel momento stesso in cui l’ho avuto. Adesso a stento riesco a ricordare i lineamenti del viso, non sono stato capace di visualizzarla in maniera definita. L’ultima volta abbiamo avuto anche un rapporto sessuale: freddo, robotico. Ho la sensazione che lei provi nei miei confronti un affetto che si avvicina all’amore. Per quanto mi sforzi, non riesco a sentire niente di simile, non potrà essere ricambiata. Temo che in me si sia esaurita la capacità d’amare.
  11. Velvetacid

    Capitolo primo Lunedì (primi di gennaio)

    Telestar grazie per il commento. Molto gentile. Se vuoi c'è anche il secondo capitolo a cui seguiranno gli altri. Saluti VelvetA.
  12. commento http://www.writersdream.org/forum/topic/19574-mi37il-muro/ La giornata è iniziata presto, troppo. Ero sveglio, immobile. Erano le otto, ma non sono riuscito a mettere i piedi a terra fino alle dieci. Il pavimento era freddo. Ho provato a cercare le ciabatte, troppo lontane. Questo fatto delle ciabatte mi ha innervosito. Era colpa mia se non le ho trovate lì, dove avrebbero dovuto essere al mio risveglio. Che senso ha la vita di uomo se non è nemmeno in grado di badare alle proprie ciabatte? In bagno sembrava che lo specchio si prendesse gioco di me, rifletteva l’immagine di uno sconosciuto. Un uomo con la faccia ricoperta dalla barba e gli occhi privi di qualsiasi volontà: macchie, spore nere su una parete pallida. Mi sono rasato. Il rasoio usa e getta era uno strumento sconosciuto nella mano e per qualche momento non sono riuscito a utilizzarlo. Forse è stata colpa del mio aspetto. Probabilmente il mio cervello si è confuso: una demenza momentanea. Conclusa l’impresa, finalmente sono riuscito a riconoscermi. Ho acceso il computer e ho iniziato a spedire curriculum alle aziende. Ecco un altro gesto che faccio in automatico. So che è inutile, ma non riesco a smettere: è come essere parte di un processo produttivo, dove il risultato finale mi è sconosciuto. I primi giorni di disoccupazione selezionavo solo i lavori che m’interessavano, adesso vado a caso. Nessuna risposta da sei mesi a questa parte. Ho fatto un calcolo dei soldi che mi rimangono: mi basteranno per trenta, quaranta giorni al massimo. Sono in un perenne contraddittorio con me stesso: vorrei smettere di fare qualsiasi cosa, ma allo stesso tempo sento che mi è impossibile. Sono anch’io vittima della paura dell’immobilità come quel signore incontrato ieri. Sono andato a pranzo dai miei genitori, è un modo per risparmiare. Mio padre era al lavoro. Fra un anno andrà in pensione, la sta aspettando trepidamente. Lo invidio. Quest’attesa, questa vittoria, stampano sul suo viso una stanchezza appagata. Una sorta di sorriso perenne. Sa di portare a termine qualcosa. Mi piacerebbe possedere la stessa consapevolezza di utilità, ma l’ho perduta. Mi è scivolata via dal corpo lasciandomi addosso una sensazione viscida e unta di vita inefficace. Mia madre ha cucinato la pasta col ragù. Era buona. Il resto della giornata è passato senza sussulti particolari. Ha chiamato una ragazza che lavorava per una compagnia telefonica. Non sono riuscito a capire cosa offrisse, recitava una tiritera senza entusiasmo, senza credere alle sue parole. L’ho comunque lasciata parlare per un paio di minuti, non volevo essere scortese. Aveva una bella voce. Mi sono masturbato cercando di immaginarla, ma non ho avuto abbastanza fantasia da crearle un volto. Ho avuto un orgasmo privo di significato. Senza una ragione precisa, guardare fuori dalla finestra è diventata la mia nuova abitudine. Forse aspetto che capiti un evento, non so. Osservo più che altro la villetta che si vede guardando dalla mia camera. Attendo. Sento ancora una vaga appartenenza alla specie, ma prevedo un distaccamento.
  13. Velvetacid

    [MI37]Il muro

    Racconto interessante che tratta un tema forte. Hai scelto uno stile "divertito" che man mano diventa più serio e drammatico e questo mi è piaciuto. L'idea dell'ingresso nell'aldilà tramite un ufficio mi piace, tanto che l'avevo usata anche io in un racconto scritto qualche anno fa e se non mi sbaglio dovrebbe anche essere qui sul WD. Non è mai facile trattare un tema come questo perché si rischia o di cadere nel banale o di diventare pesanti tu sei riuscito a trovare un'altra via abbastanza efficace. Il tuo stile mi rimanda a un certo tipo di narrativa italiana, figlia di Ammaniti fatta di dialoghi veloci e incisivi anche se non è il mio preferito. Poi magari non era affatto tua intenzione ma questo è quanto. Saluti VelvetA.
  14. Velvetacid

    Capitolo primo Lunedì (primi di gennaio)

    Grazie Frà. Molto gentile. Come ho scritto è il primo capitolo di un romanzo che scrissi circa 3 anni fa e che ultimamente ho ripreso in mano. I primi capitoli saranno in questo stile, con un andamento esistenziale-nichilista e poi ci sarà una seconda parte in cui l'azione tenderà a prendere il sopravvento. Alla prossima. VelvetA
  15. Velvetacid

    Capitolo primo Lunedì (primi di gennaio)

    Commento : http://www.writersdream.org/forum/topic/19495-ridevano-i-gabbiani/ Dopo parecchi mesi d'assenza ho deciso di farvi leggere un romanzo che scrissi ormai qualche anno fa. Questo è il primo capitolo. Oggi l’ho sentito arrivare, il senso di follia. È partito dai piedi ed è salito fino alla gola, uscendo dal mio corpo sotto forma di risata. Stavo andando a recuperare la mia Punto blu opaco al secondo piano nel parcheggio coperto del centro commerciale “I Delfini”. Si chiama così perché nei punti strategici sono state costruite statue orribili di questi mammiferi per orientare i clienti. I musi degli animali hanno un’espressione estatica, come se i cartelli che reggono e in cui sono riportati i nomi dei negozi fossero strumenti di piacere. Ricordo che ne stavo guardando una e non riuscivo a capacitarmi di quanto mi disgustasse. Avrei voluto avere una mazza e frantumare quegli obbrobri che sembravano divertire i piccoli mentre i loro genitori erano intenti a osservare vetrine con occhi devoti. Provavo rabbia nei confronti di quelle sculture antiartistiche. Vedevo i teneri bambocci in lacrime, stretti nelle morse delle mani di padri e madri. Immaginavo i genitori destarsi dall’ipnosi e, dopo l’iniziale shock, scappare via da quel tempio dove io stavo facendo a pezzi le loro icone adorate. Poi tutto è scomparso, svanito. Stavo camminando e mi sentivo assente, come se per qualche istante fossi io la parte inanimata del paesaggio e tutto il resto vivesse. In quel momento ho riso. Senza una ragione. Per due o tre secondi. Quando ho smesso, mi sono chiesto: è questa la perdita della ragione? La stessa domanda, me l’ero posta anche due giorni prima. Ero in coda a un semaforo. Non riuscivo a capire per quale motivo fossi lì con la sensazione di attendere qualcosa. Poi ho sentito suonare un clacson: è stato il via che ha scatenato tutti gli altri. C’era una sola auto davanti a me, il semaforo era scattato sul verde ma il veicolo non si muoveva: ecco il perché di tutto quel baccano. Sul lato destro della strada, sopra il marciapiede, c’erano una madre e il suo bambino. Il bambino si è portato le mani alle orecchie. Per un attimo si è girato verso di me e mi è sembrato che mi guardasse con aria supplichevole. Non capiva. Lo guardavo e ho avvertito un impulso fortissimo: uscire e iniziare colpire con il cric tutti gli altri mezzi. Vedevo i vetri frantumarsi. Minuscoli frammenti schizzare nell’aria, particelle di rabbia sospese come pulviscolo. Le persone scendere spaventate o minacciose, in ogni caso incredule. Per qualche secondo ho pensato intensamente a questa scena e mi sono reso conto che stavo stringendo il volante tra le mani, quasi a impedirmi di uscire fuori e realizzare il mio proposito. A un certo punto la portiera sinistra dell’auto davanti alla mia si è aperta e un uomo si è accasciato al suolo. I veicoli dietro di me hanno iniziato a scansarmi e passare oltre. Uno ha quasi colpito la portiera e investito l’uomo. Mi sembravano una mandria di gazzelle inseguite da un predatore. Dopo qualche secondo sono sceso per andare a verificare le condizioni dell’uomo, ma lui, come se avesse avvertito nella mia presenza una minaccia, si è ripreso. Mi ha guardato, non riusciva a capire perché fosse immobile. Poi è ripartito. Una fuga. In quel momento ho riso, come al centro commerciale. Ero una contraddizione dentro quell’habitat urbano; il microcosmo di veicoli scattava verso una direzione sconosciuta lasciandomi in eredità la domanda: è questa la perdita della ragione? Forse il mio cervello sta reagendo al vuoto in cui sono piombato da un po’ di tempo a questa parte. Qualche giorno fa, mentre stavo bevendo una birra in pub del centro, un ragazzo che non vedevo da mesi e di cui non ricordo il nome mi ha chiesto cosa avessi fatto in tutto questo tempo. Ho detto la verità: «Nulla.» Le persone pongono sempre le stesse domande, tipo “come va la vita?” A nessuno interessa veramente sapere come va la vita di un altro. È solo un rituale inutile e il suo effetto empatico è vanificato dall’indifferenza intrinseca alla natura umana. Eppure tutti continuano a farla perché sono sicuri che la risposta sarà breve e rassicurante: “Ma sì, tutto bene.” Appena quel ragazzo si è sentito dire “nulla”, se n’è andato via. Non era la reazione che si aspettava. Non era presente nell’elenco delle frasi utili per instaurare relazioni pubbliche. Si è dileguato portando con sé la sua inutile domanda e scappando dal mio nulla. Mi sentivo una larva insignificante, un corpo che tende all’evanescenza, eppure ho continuato in un certo senso a esistere; o meglio, sicuramente gli altri hanno percepito la mia esistenza. Hanno visto la mia figura aggirarsi davanti ai loro occhi, ma questo significa veramente qualcosa? Ho accolto la risata improvvisa con un discreto entusiasmo. È stato un evento importante. Quel ragazzo avrebbe dovuto pormi oggi la domanda. Avrei avuto qualcosa da raccontare. Stavo tornando a casa e tutto mi è sembrato privo di senso. I gesti erano automatici. Come se non dipendessero dalla mia volontà, ma da un grande cervello manipolatore che decide ogni cosa. Non ero io a guidare ma l’abitudine, l’inerzia. Ho pensato che comunque sarei arrivato a destinazione, anche se avessi smesso di muovere il volante, di pigiare il piede sull’acceleratore, di cambiare le marce. Poco prima del sottopassaggio che immette nella via dove abito, mi sono fermato. Ho provato a fare un esperimento. Non c’erano altre macchine dietro di me. Sul lato opposto, invece, alcune auto si dirigevano verso il centro. Le prime due non si sono fermate, la terza sì. È sceso un signore sulla quarantina, abbastanza elegante. Di sicuro un agente immobiliare o un esemplare simile. Ha bussato al mio finestrino, l’ho abbassato. «Va tutto bene? L’ho vista qua fermo, ha bisogno d’aiuto?» L’ho guardato per qualche secondo prima di rispondere. «No grazie, mi sono solo fermato un attimo.» L’uomo mi ha fissato incredulo. Mi è parso di notare un fremito sul suo viso, una nota di disappunto. «Allora vado, arrivederci.» «Arrivederci.» La domanda dello sconosciuto si è installata nella mia mente per tutto il giorno. È questo ciò che pensa una persona se ne vede un’altra ferma: ha bisogno d’aiuto. Sono sicuro che non sia l’altruismo a spiegare questo gesto: la paura l’ha spinto a interessarsi a me. La paura che tutto si possa fermare innescando un effetto domino. Forse ha creduto che io fossi il principio di un’immobilità totale.
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