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    Ode alla perversione

    Ciao, lento, / Le bocche → “le” Le bocche sono carnose / perché attutiscano / il dolore rotondo / di questi nostri morsi, / e i capelli sono tanti → toglierei i “sono” e “questi” come un grosso sole nero → “grosso” mi pare superfluo: meglio “come un sole nero” beversele → beversele? i miei capelli intorno al pugno / tirali come redini → dopo “pugno” metterei una virgola Io non capisco davvero il senso […] se un genio non avesse pensato → “Io non capirei” ecc. una solo per affondarci la manina → toglierei “solo”, perché non mi sembra necessario e perché nelle ultime strofe lo scrivi quattro volte amo / e amo vivere → il significato di “amo vivere” è implicito in quello di “amo”; perciò, a meno che la ripetizione non abbia un valore enfatico o altro, scriverei “È così che amo / e non ti chiedo” ecc. per favore Ma → niente maiuscola La "perversione" mi pare consista quasi del tutto nella malizia, nella maliziosa compiacenza di chi narra, nella dissimulazione e ipocrisia di chi indossa consapevolmente certe maschere sociali e di chi adora predicare bene e razzolare malissimo. Gli atti in sé, quelli descritti, non mi sembrano tutta questa “perversione”. Mi piacciono il tono, il piglio malizioso, provocatorio/provocante ecc. che si conforma bene all’intento narrativo, all’argomento; i segnali discorsivi ("spiegami", Mh?; a proposito, prima di "Mh?" va un punto); certe immagini e similitudini ecc. (il sole nero, le notti sgualcite, ad esempio).
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    Ciaaaaao

    @Healing: Quell'intervento della Crusca l'avevo già letto; grazie comunque. Cito: "La forma sia... che [...] oggi è diffusissima, e non può certo essere considerata un errore". La correlazione "sia... sia" è quella preferita e consigliata per "amor di tradizione" e perché "in frasi lunghe e complesse, potrebbe generare confusione con altri tipi di che": "sia... che" non è un "piccolo errore".
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    Ciaaaaao

    Benvenuta. @Healing: Una precisazione: "sia... che" non è "un piccolo errore". Diciamo che, per una serie di ragioni, è preferibile "sia" come secondo elemento correlativo, ma, ripeto, "sia... che" non è un errore.
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    Piacere, Annabelle Lee. Restia ai social.

    "Molti e molti anni or sono, / in un regno vicino al mare, / viveva una fanciulla che potete chiamare / col nome di Annabel Lee..." Benvenuta.
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    Un'altra notte

    le gambe leggermente valicate: "divaricate"? No, non sto pensando: sì che sta pensando senza un accompagnatore sotto al mio tavolo: sotto? Se a loro piace così, ok, ma... non è meglio "seduto al mio tavolo"? (anche se nella frase precedente hai già scritto che nessuno le farà compagnia ecc.) molto sola, Anche Argo: niente maiuscola dopo la virgola si riconcilia nel sonno: col sonno mi domando se il mio cane è psicotico: meglio il cong. mi godo questo silenzio: non è credibile che goda del silenzio... non appieno almeno: poco sopra hai scritto che la protagonista soffre di una solitudine inquieta, e che si sente depressa ecc. è tutta colpa di quest'ansia fottuta penso: "penso" è implicito, superfluo Quelle siede: svista non si da pace: dà Faccio inconsapevolmente dei piccoli saltelli: al contrario, mi sembra che sia consapevole di fare piccoli saltelli Penso che non è colpa : anche qui, "penso" è implicito; inoltre, con "penso che" il verbo seguente va al cong. (ma dipende dall'eloquio abituale della protagonista) come una corteggia di un albero: la corteccia di un albero il ring. il finestrone: maiuscola dopo il punto ri-sintonizzare: senza trattino così gli ho chiamati i miei crucci: li penso che per stasera per me non c'è né: stessa osservazione fatta poco sopra; ed è ce n'è mi arrabbio: meglio descrivere questa "rabbia", renderla meno generica e indeterminata, mediante un atto per esempio (dà un pugno/calcio a non so cosa, stringe i pugni, le labbra ecc. borbotta o urla ecc.) Mi sentivo pronta. Era giunta l'ora [...] Il punchig ball mi presentava [...] da chi dovevo incominciare? Dovevo scegliere. Decido e immediatamente incrocio lo sguardo di Furia. Mi sciolgo d'emozione: occhio ai tempi; punchiNg penso che è la fine del mondo: vedi sopra colpo schivo: il colpo è schivo (?) o "colpo, schivo"? e riprendo la respirazione: dove l'aveva lasciata? i dolcissimi occhi di Fox si posarono su me e un brivido di malinconia mi attraversò il cuore e la mente. Mi sentivo già esausta ma non volevo mollare [...] era come colpire me stessa. Era più doloroso: tempi Inizio a sudare una passione mai capita: non l'ho capito nemmeno io questa punchi ball: + ng cannibale che si addentava su un pezzo di carne. Mi sentivo [...] Cerco di raccogliere il mio dolore, lo manifesto: tempi. Il "pathos", il contenuto emozionale, l'insieme di sensazioni, emozioni ecc. che le tue parole comunicano è arrivato a destinazione forte e chiaro. Nel complesso il racconto m'è piaciuto, non voglio dilungarmi troppo. Una curiosità: rileggi sempre e più volte quello che scrivi? Stima per la passione per i guantoni e il pinscher depresso, ciao.
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    "Dottore!"

    @_Nemesis_ Sì, mi riferisco allo stile. Non credo che la fortuna abbia molto da spartire con la "buona" scrittura. Hai scritto un bel racconto (o meglio, più racconti più o meno belli) e puoi scriverne altri, anche migliori. Tutto qui. La dedizione, come saprai, può solo darti/ci una mano a migliorare. La fortuna non c'interessa. Con "un po' più di Nadežda" mi riferivo soprattutto al significato del nome.
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    "Dottore!"

    Ciao Nemesis, metallo che cozzava duro e freddo contro le ossa: "duro" mi sembra superfluo, ridondante (è metallo quello che cozza no?); è enfatico? le mani erano rigide, con le dita rivolte verso l’alto: non riesco a immaginare la posizione precisa delle dita; intendi "con le palme" rivolte verso l'alto? Le loro iridi erano umide: è una sineddoche? privo di qualsiasi suppellettile: niente mobili, nessun quadro: "niente mobili ecc." mi sembra superfluo, ripetitivo: hai scritto che non ci sono supellettili "Dannazione" sussurrò a mezza voce, traendo profondi respiri: il gerundio conferisce all'azione ch'esprime contemporaneità rispetto alla precedente, cioè sussurrare "dannazione"; intendi che tra una "lettera/sillaba" e l'altra di "dannazione" trae profondi sospiri? nonostante sarebbero morti dopo pochi secondi: non m'è chiaro che valore qui abbia "nonostante"; se è concessivo allora il verbo va al cong. in un ultima: apostrofo poi urlò. “Dottore!”: prima emette un urlo e poi esclama dottore o urla la parola dottore? Nel secondo caso meglio "poi urlò: 'Dottore!'" Mi è piaciuto più il "come" che il "cosa". Preferisco i racconti con un po' più di "Nadežda". Ma, ripeto, ben scritto. Al prossimo ciao.
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    My revolution

    La leggerei con piacere, grazie a te.
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    My revolution

    Capisco Dark, ma... Proprio per questo avrei aggiunto un paio di versi per evidenziare la gradualità, la complessità ecc. dell'evoluzione, soprattutto dopo il "climax". Il passaggio dalla fase "3" alla "4", da uno stato parzialmente attivo ad uno completamente attivo, consapevole e partecipe della rivoluzione, mi sembra un po' brusco, quasi immediato (e perciò poco credibile). Questa subitaneità può essere fuorviante tanto da sviare non poco il lettore da una interpretazione della poesia affine alla tua. Il ghiaccio si scioglie sì, ma sei sicura che diventi solo "fiamma"? Per me diventa anche acqua, sfrigolio, vapore ecc. Voglio dire, la parte di te ignorante, incurante e/o insofferente del cambiamento resta, alterata, indebolita, sopraffatta, ridotta a una momentanea impotenza ecc. ma resta, in qualche recesso del tuo animo. Ma forse mi sono soffermato troppo sui versi che ho analizzato e poco sui successivi. Non so. Fatto sta che ho interpretaato la poesia in questo modo.
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    My revolution

    Ciao Dark, L'ho immaginato, soprattutto leggendo i versi succitati: Mi sembra di cader seduta sulla mia sedia qualcosa mi trascina lo posso sentire qualcosa scoppia. In questi versi due "qualcosa" agiscono, compiono due azioni che una parte di te subisce. Un qualcosa ti trascina; l'altro scoppia. Una parte di te, quella che scrive quei versi, quella che "sente lo scoppio" ed è trascinata, che ha la sensazione di "cadere seduta", che non sa definire chiaramente i "qualcosa" ecc. non mi sembra affatto che sia l'artefice di questa rivoluzione, che l'abbia progettata, eseguita ecc. insomma, non mi sembra che la possegga. Possediamo ciò su cui esercitiamo un certo controllo, un dominio, ciò di cui abbiamo una chiarissima cognizione ecc. ciò che subisce le nostre azioni, le nostre intenzioni e ne viene plasmato ecc. Sei d'accordo? Per questo l'aggettivo possessivo, che, almeno per me, esprime un pieno possesso, un possesso fermo, inconcusso, e una chiara cognizione di ciò ch'è posseduto da parte di chi lo possiede ecc. mi sembra inadeguato. L'"io scrivente", la parte di te che scrive quei versi non mi sembra che possegga la rivoluzione: mi sembra che la subisca e che ne sia posseduta. La rivoluzione in atto non è "sua", ma di una parte del "tuo io" più subdola, più occulta, più riposta, che non va operando alla luce del sole; o meglio, che opera di nascosto rispetto a quella scrivente. Tu mi dirai: "Ma quella parte di me sono sempre 'io', e perciò la rivoluzione resta comunque mia". Non del tutto. In parte ti è estranea e - mi sembra - ostile. Proprio questa parzialità rende l'uso del possessivo "mia" - che esprime, ripeto, un possesso non imparziale, ma pieno, esteso alla totalità di ciò cui si riferisce, cioè la rivoluzione - inadatto. Io non avrei parlato di "mia rivoluzione", ma di qualcosa come... non so... "in me, una rivoluzione" (l'articolo indeter. avrebbe così accentuato l'indeterminatezza, l'estraneità e l'"ostilità" della rivoluzione - indeterminata, estranea e ostile per una parte di te - che comunque avviene in te). Non ho molto tempo ora, se non ti è chiarissimo quello che ho scritto dimmelo così riformulo.
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    Lontani

    Ciao Silvia, Perché non le hai usate? No, non le definirei necessarie "sempre e comunque" (soprattutto nel caso della citazione letterale del tuo racconto) ma "convenzionali". Costituiscono, diciamo così, una regola, che a volte (come nei discorsi diretti) ordina e facilita la lettura. Se vuoi puoi disattenderla, ma... perché farlo?
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    My revolution

    Ciao Dark Smile, La rivoluzione è un insieme di atti consapevoli, organizzati, risoluti, spesso violenti, tesi verso un fine, che consiste nel rivoluzionare appunto, nel cambiare radicalmente, nel sostituire uno stato di cose dominante, insoddisfacente, nocivo (per i rivoluzionari) ecc. con uno ideale, migliore ecc. Non pochi versi denotano una mancanza di chiara consapevolezza da parte tua del cambiamento in atto, del "progetto rivoluzionario"; una mancanza di intenzionalità. "Mi sembra di cadere / qualcosa mi trascina / lo posso sentire / qualcosa scoppia". In questi versi ad esempio usi due pronomi indefiniti e un "mi sembra" ch'esprimono incertezza, indeterminatezza, una cognizione vaga di qualcosa (del cambiamento) e che perciò ti pongono in una prospettiva estranea, distante rispetto al cambiamento. Il cambiamento sembra latente, occulto, subdolo. Sembra che "tu", o meglio, una parte di te, quella più chiaramente cosciente, quella che spia il cambiamento, che ne ha sentore, quella che vi tende l'orecchio, quella che lo "sente" ecc. lo subisca. Per questo non mi convincono il sostantivo "rivoluzione" e il possessivo "mia": come puoi definire "mia rivoluzione" un cambiamento radicale, consapevole, determinato ecc. di cui ignori molto e di cui non sei il "creatore"? Il resto mi piace, belle immagini, efficaci, evocative.
  13. Riscrivi

    Lontani

    Le panche sono quelle strette, che se ti sbilanci: questo che è polivalente? Svolge una funzione consecutiva? (così strette... che se ti ecc.)? relativi consorti: relativi mi sembra superfluo le dà un bacio sfuggente sulla guancia, e saluta tutti: perché una virgola? Senza, riprendi e accentui la frettolosità e la superficialità accennata dal bacio "sfuggente" c’è qualcos’altro che mi sono persa?, interrogano i suoi occhi: non mi convince l'uso di "interrogare", perché lo usi col significato di "domandare, chiedere" qualcosa; comunemente interroghiamo qualcuno su un argomento, un fatto ecc. le pesa sull'aggancio dello stomaco: cos'è l'aggancio dello stomaco? Il suo messaggio recita: Ci vediamo domani, i colleghi mi fanno impazzire… Baci: perché niente virgolette? Il racconto mi è piaciuto; vi ho riconosciuto sensazioni familiari, "umane, troppo umane". Ciò che stride un po' è il contrasto tra "il peso sullo stomaco", quel miscuglio indigesto d'intense sensazioni d'insofferenza al dialogo ("scaccia lo sguardo dell'amica"; "non ha voglia di parlare"); di incomunicabilità ("pensieri che non può condividere"); di disagio ("resiste su quella panca ecc."); di sviluppo della consapevolezza che la distanza tra Anna e "lui" è forse incolmabile ecc. e la tranquillità, la quiete quasi, la noncuranza con la quale si riaddormenta pensando che "forse, è meglio così". E che sarà, sarà...
  14. Riscrivi

    Un dono

    Ciao Alb†raum, La luce calda del corridoio si eclissò e si spense: questi due verbi rallentano la diminuzione della luce, ne accentuano la gradualità, creano una sorta di "slow-motion" della scomparsa della luce; è un effetto voluto? Inoltre "eclissare" mi fa pensare a un oscuramento planetario, grandioso, inquietante quasi, perciò mi sembra eccessivo in questo caso. Aveva un fiato che le soffiava sul collo: meglio un cambio di sogg. per snellire la frase: un fiato (anche se non mi piace il suono) le soffiava sul collo. disfava: è un composto del verbo fare; meglio coniugarlo come il verbo "fare", perciò disfaceva una gran pompa di ancelle: non capisco cosa tu intenda di preciso con "pompa di ancelle" (...) Ostentazione? al quel pensiero: a quel pensiero un'inesistente battito: senza apostrofo Bel racconto, al prossimo.
  15. Riscrivi

    Emblems Story - Capitolo 2

    Ciao Axel, non ho molto tempo, sarò un po' sbrigativo: tanto possenti quanto maestosi: aggettivi pressoché sinonimici e pertanto ridondanti, soprattutto se accompagnati dai correlativi "tanto... quanto" ma non pensava al come non fosse riuscito a pararlo, ma al come poteva averlo: usi prima il congiuntivo, poi l'indicativo senno: se no oppure sennò continuo: continuò un ombra: un'ombra si sposto: si spostò di quello che ora poteva distinguere in un ragazzo: riformulerei con un verso di sdegno rispose: "Ho già estratto ecc": come fai a dire tutte queste parole di fila con un verso di sdegno? "Con un verso di sdegno" esprime contemporaneità rispetto alla risposta, mentre il verso dovrebbe precederla o seguirla. Al massimo con una smorfia di sdegno ecc. zitti: accento e poi continuo: stessa cosa; inoltre "poi" dopo la "e" è ridondante Ci sono altri errori simili. Ho notato che i tuoi dialoghi diretti non sono introdotti dai due punti. Lo fai, diciamo così, alla Saramago (che nei dialoghi diretti si sbarazzava non solo dei due punti, ma anche delle virgolette) o...? Per farla breve, questo capitolo non mi ha annoiato né entusiasmato. La storia mi piace tutto sommato, ma devi curare molto di più la forma. Rileggi, riscrivi, rileggi, riscrivi. "Di sicuro ci saranno errori (come sempre XD), ma sto rinviando questa pubblicazione ormai da troppo tempo, quindi mi affido a voi": questo spirito a me non piace: devi imparare ad affidarti a te stesso. Al prossimo capitolo.
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