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Ugonotto

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  1. Ugonotto

    Polvere sotto il tappeto. Parte 2.

    Ciao Victoria, grazie per i suggerimenti. In effetti mi dimentico sempre di mettere le maiuscole dopo la punteggiatura tra parentesi, è una cosa che non devo aver mai assorbito e che quindi non mi viene automatica. Non la noto neanche. Devo fare più attenzione. Il "Ministry" sta per "Ministry of Sound", qua in Italia come la a Londra moltissimi accorciano il nome (rendendolo, appunto, "Ministry" e basta). È una delle discoteche più famose in Europa, mi sembrava un po' superfluo spiegarlo. A me non piace molto spiegare con dettaglio qualsiasi luogo reale che inserisco nei racconti, mi sembra che appesantisca. Per quanto riguarda l'ufficio dell'avvocato, l'avevo scritto nella parte precedente, però effettivamente può essere troppo fumoso il riferimento per essere colto al volo. Per concludere, il personaggio di Nikolaus è stato introdotto per due motivi: il primo, quello di far capire che soggetto è Jack. Non solo ha fregato Don facendogli fare un favore che lui era convinto di fare per sè stesso, ma invece faceva a Jack, ma ha anche trovato un espediente per farla più o meno franca con Cooper, a cui ha fatto concorrenza sleale. Il secondo è che era necessario dargli una forma, a questo soggetto. Poi, non è improbabile che torni utile in futuro, ai fini della trama. Come fa a capire che la sua idea è una bomba? Un po' perché questa idea, effettivamente, può essere estremamente ingegnosa - non la descrivo per lo stesso motivo per cui non viene descritto in Pulp Fiction cosa c'è nella valigetta, certe cose meglio lasciarle alla fantasia. In secondo luogo, Jack ha fiuto, intuito. Potrebbe sembrare un motivo cheap per spiegare il perché, ma è pur sempre un libro: i protagonisti devono poter essere in grado, di quando in quando, di fare cose non comuni. A rileggerci!
  2. Ugonotto

    Polvere sotto il tappeto. Parte 3.

    Commento: http://www.writersdream.org/forum/topic/28503-le-cronache-dei-tre-regni-capitolo-1-parte-22/?p=488852 «Sentiamo. Basta che non sia come quella storia del Curriculator». Il Curriculator era una pessima idea che secondo Ray avrebbe conquistato il mondo del lavoro. Praticamente si inserivano i propri dati nei campi rilevanti su un sito web – cose come istruzione, esperienze lavorative, lingue parlate – e questo ti sfornava un curriculum impostato alla perfezione. Si rese conto ben presto che la gente era perfettamente in grado di farsene uno da solo che aveva l’insuperabile vantaggio di poter essere modificato a piacimento dal proprietario una volta creato, mantenendo sempre la stessa struttura. Oltretutto, non c’era modo di lucrarci sopra. «Macché Curriculator. Quello è stato uno scherzo, una cosa per divertimento. No, senti qua. A tutti piace bere, no?» «Non agli astemi» «Se ne vadano a fanculo gli astemi. A tutte le persone normali, allora, piace bere, giusto?» non gli diede il tempo di rispondere «E a tutti i maschi che Dio manda in terra piacciono le donne nude. Cazzo, anche ad molte donne piacciono le donne nude.» «Ok. Quindi?» Ray non rispose ma continuò a guardare Jack con un sorriso a trentadue denti e le sopracciglia praticamente attaccate ai capelli. Lo stava incoraggiando a trovare la risposta da solo. «Quindi… Un bar dove si beve con donne nude?» suggerì titubante. «Bingo.» «Esiste già. Si chiama…» «Bordello. Oppure strip club, dipende da quanto sono disponibili le signorine. Ma a me quel genere di roba non piace, anche perché la mafia ci mette lo zampino troppo spesso per i miei gusti. Io ho un’idea migliore. L’evoluzione naturale dello spogliarello, se vuoi.» Jack non sapeva che pesci pigliare, non perché fosse stato colto alla sprovvista, ma perché semplicemente arrivati a quel punto della conversazione non c’era più niente da pigliare. Gli fece cenno di continuare. «Ecco…immagina un locale lussuoso. Poltrone in velluto, tavolini di cristallo, luci soffuse. Ma non volgare, per carità. Come un bar anni ’30 ispirato al proibizionismo. Prendi l’Annabel’s come esempio». Nel club members only più esclusivo d’Inghilterra nessuno dei due poteva averci messo piede. Ray però aveva una vaga idea di come potesse essere. A dirla tutta, ce l’aveva anche Jack. «La gente può entrare solo in giacca e cravatta. Ora, i miei clienti sono seduti nel loro tavolo, e hanno appena ordinato una cosa ottima da bere, con la O maiuscola. Il mio bar servirà solo l’apice dei gin tonic, non come quella robaccia che c’è qua», disse lanciando un’occhiata torva al Tanqueray sullo scaffale dietro di lui «e champagne di qualità. E cocktail esotici, su quelli il mio bar punterà fortissimo. A nessuno verrà servito un long island, là dentro. Parlo di…» e mentre sciorinava una lista straordinaria di drink che Jack non aveva mai sentito prima, prese il boccale di birra ormai vuoto e prese a riempirlo di nuovo. «Ho capito. Target altissimo. Vai avanti». «Dicevo, i miei clienti sono la che aspettano. A loro tanto non importa aspettare. Perché a intrattenerli ci pensano le bariste. Al centro della sala ci sarà un piano rialzato, con una vetrina che corre tutto lungo il bancone, e all’interno di questo cubo ci saranno tre o quattro modelle che preparano da bere completamente nude, come madre natura ha voluto. Niente di burlesco o di troppo erotico: solo la sensualità di vedere una donna che si mostra nuda a fare cose normalissime. Vedi dove voglio arrivare? Io non voglio una cosa squallida! Sarà la massima espressione della naturalezza, di un posto dove chi va a passare una serata non si deve vergognare ad ammettere che gli piace, e dove le mie ragazze non si dovranno vergognare di essere bellissime». «Scommetto che neanche la creme delle escort della city si vergogna di essere una bomba». «Bello, è completamente diverso», disse il barista con voce da profeta «quelle vengono pagate per scopare. Sì, sì, ti vedo, so cosa hai in mente. Stai per dire: “Ray, quelle ogni tanto vengono pagate per fare compagnia”. È uguale. Non è il singolo cliente che cambia la storia. Sanno tutte che è sbagliato. Qualcuna ci crede meno delle altre, ma tutte prima o poi stanno sveglie quell’ora in più la notte a pensare al ciccione che se l’è fatte con un po’ troppo disprezzo, all’odore delle banconote che si mischia a quello del sesso. Nel mio bar, invece… Le strafighe che assumono devono fare una cosa soltanto: preparare da bere. Ma devono farlo nude. Non sono costrette a fare le carine se non vogliono. Ci saranno dei gorilla a far cambiare idea a chi proverà a pensarla diversamente. Come delle opere d’arte, dell’artista migliore che ci sia». Jack accarezzò l’idea. Perché no, dopotutto? Era molto spontanea la visione. Lo disse. «È quella la parte migliore», sentenziò Ray, quasi sollevato. Si chiese se era il primo a cui la esternava. Tutte quelle tette nella testa andarono a cozzare con un pensiero che le tette ce le aveva per davvero. Tracannò la birra. «Devo scappare». Tirò fuori sette sterline precise, «Non posso far aspettare Michelle. Non ci sarà un bel niente di spontaneo, altrimenti», disse stantuffando con la mano. «Ma non ti ho ancora detto quale sarà la tua parte nello schema!» «Ci sarà un’altra volta» «Ma…» «Ehi, da quanto vengo in questo bar?». Ray ci pensò su. «Da cinque anni. Con la pioggia o col sole. Cazzo, ci verrei anche se il Tamigi straripasse» «Già», ammise. «Ci sarà un’altra volta», e con un occhiolino gli augurò una buona serata e si avviò verso la porta, e poi fuori per le gelide strade londinesi dove aveva cominciato a nevicare. Per andare da Liverpool Street ad Earl’s Court prese la gialla fino a Gloucester Road. Sceso dalla metro si diresse verso il cambio, che era una sola fermata con la verde. Il tabellone segnava otto minuti di attesa, che in dialetto del luogo si traducevano come l’apocalisse, una specie di limbo senza fine. Fece una foto ai led che scrivevano “8 min.” senza rendersi conto di quello che facevano e la mandò a Michelle. Non è colpa mia, e prima di inviare aggiunse sul serio stavolta. Michelle: Giuro, “non è colpa mia” è la tua battuta. Jack: È vera però. La verità è bellezza. Jack: Anche tu. Michelle: Comunque sono in ritardo anche io haha, chi arriva primo prende il tavolo. Addirittura una risata di quattro caratteri. Si poteva quasi dire che fosse di buon umore.
  3. Ugonotto

    Le Cronache dei Tre Regni - Parte 3

    Ciao Victoria! Torno per la parte due. Bel colpo. A me piacciono queste citazioni letterarie che si inseriscono nel contesto della trama e la anticipano. Questa in particolare è fatta piuttosto bene, quattro righe secche, ultima battuta sferzante. Ecco, questa invece non mi piace. È troppo tirata per i miei gusti. Troppo ricca, non ben bilanciata. E non ci azzecca con né per il "dove" è stata inserita, né per il ritmo tra questa frase e il contorno, e nemmeno per "la vita che tanto disprezzo", che non è spiegata per niente. Io la toglierei. che tu lo rammenti Sono in un parco, difficile che ci siano angoli dove può sparire. Meglio forse piazzarci una siepe nella descrizione. Eh non so sarò io, ma se mi succede una cosa del genere ti garantisco che non sto impalato. E se lo perdo di vista, di sicuro non mi chiedo perché l'ho seguito. È abbastanza evidente. Top. Però ancora, devi guardare un attimo meglio com'è fatto un posto se intendi ambientarci la storia. Sul serio. Viene anche tutto più facile dopo. Ancora meglio: un posto che conosci molto bene. Minchia, una maratoneta! Frasi così lasciano intendere una continuità tra l'azione nella frase precedente e il risultato in quella successiva. Riscriverei. Ormai sono intrigato con la storia, spero che tu non la voglia mollare! Continua a scrivere, le mie sono critiche costruttive, sono sicuro che se le osserverai (d'altronde sono solo piccole osservazioni di tenuta generale) sono sicuro verrà fuori qualcosa di buono! Ci vediamo nel capitolo II.
  4. Ugonotto

    Polvere sotto il tappeto. Parte 2.

    Commento: http://www.writersdream.org/forum/topic/28460-le-cronache-dei-tre-regni-capitolo-1-parte-12/?p=488726 L’aveva incontrato per caso ad una festa tra amici in comune, molto riservato all’inizio, dopo cinque birre aveva cominciato a sbottonarsi da bravo ragazzo. Aveva un problema legato alla proprietà intellettuale, e cioè aveva sviluppato un software usando i computer della piccola impresa dove lavorava. L’aveva fatto nel suo tempo libero e secondo lui non rientravano nella clausola del “qualunque software sviluppato durante l’impiego in azienda appartiene alla stessa”. Jack si professò completamente d’accordo, disse che era quasi un caso da manuale. Krieger, palesemente sbronzo ma ancora in grado di pensare da sé, disse che si, anche secondo lui, una vera ingiustizia, però il mio avvocato dice che è complicato, di lasciar perdere, di trattare. Non suonava molto convinto quando riferiva il verbo del suo legale e così piazzò con nonchalance la domanda su chi fosse. «Elliot Cooper! Quell’incompetente! Ma lo sai come lo chiamano quello in tribunale, Nik?», erano arrivati a rivolgersi per soprannome. Disse che pure ai praticanti era noto come “la zanzara”, perché oltre che ad essere un perfetto nessuno come ce ne sono tanti si avvicinava a chi ne sapeva più di lui, cioè tutti, per ciucciargli via dei consigli su delle cause che stavano trattando. «Ma perché sei andato da lui?» Gliel’avevano consigliato, amici di amici. Ora che ci pensava bene sembrava come se glielo avessero detto così, perché era un avvocato che avevano sentito da qualche parte, non per nomea. «Ho capito tutto, amico, eccome. I tuoi amici vanno spesso a bere a quel bar, quello che c’è sotto l’ufficio di Cooper?”, e in effetti, si, era così. Il Black Gecko era un posto immancabile per tutti quelli che volevano andare al Ministry senza però arrivare all’asciutto, per così dire. Mezza Londra, almeno di quella cerchia la, faceva benzina a forza di shot in quel bar. Si spiegava tutto, allora. Mentre erano a fumare una sigaretta tra un bicchiere ed l’altro questi dovevano aver visto la placchetta che individuava il suo ufficio, e tra un lembo fumoso e l’altro di memorie notturne doveva esser risaltato a qualcuno che lo aveva detto a Nikolaus. Doveva essere andata così, per forza. «Senti Nik, io ti voglio aiutare. Mi sembri un bravo ragazzo e la tua idea non sembra per niente male», il che era un eufemismo. Era una cannonata. Agganciare uno come lui così presto era l’equivalente di comprare le azioni Apple a 9 dollari, nel 2000 «Perché non passi in ufficio da me, domani? Che ne parliamo. Dì a Cooper che i suoi servigi non sono più necessari, magari si arrabbia, ma Parigi val ben una messa, no? E pure la tua idea vale ben più di qualche mail nervosetta di un leguleio». Krieger sembrava aver abboccato però chiese se non ci fosse qualche problema legale, per il fatto che aveva già affidato il caso. Jack lo rassicurò e gli disse che non c’era assolutamente nessun problema, d’altronde erano in un paese libero, un uomo dovrebbe essere in grado di scegliere il servizio che più gli si confaceva quando gli era più comodo. In realtà Krieger aveva ragione su tutta la linea, ma avrebbe improvvisato. Era abbastanza sicuro di poter sbrogliare una faccenda del genere. Se era riuscito a studiare diritto tributario durante una settimana di guerra tra gang giù a Brixton, dove stava lui con l’aggravante di essere bianco, poteva affrontare un Elliot Cooper qualunque. L’ingegnere si presentò il giorno dopo da lui per discutere sulla questione, e qualche ora dopo arrivò la prima mail dell’ex-avvocato. Jack ci aveva messo due settimane, ma aveva risposto alla grossa mandando un corriere espresso di un metro e novantacinque con una fedina penale formidabile per curriculum. Credeva che, tutto sommato, avesse risposto bene. Anche questa era sistemata. Don sarebbe andato in missione, avrebbe piantato un bel casino, ed Elliot Cooper avrebbe battuto in ritirata. Non c’era nemmeno il rischio che Delios fiutasse la fregatura, lui che non era riuscito a finire il liceo perché «Jack, io non ci leggo molto bene e i numeri mi fanno venire mal di testa. Aiuta un fratello e passami i compiti, ok?», la risposta era sempre «Si Don. Come vuoi tu, Don». Nemmeno a copiare era in grado. Per quelli come lui la strada era l’unica vita possibile. Aveva cominciato a fare il fattorino per l’erba a tredici anni, e a spacciare cocaina a diciassette. Ora che ne aveva venticinque cominciava a entrare nella lega dei grandi, voleva mettersi in proprio e cose così. Non sarebbe andato molto lontano col suo Q.I. di 85 punti scarsi, ma la concorrenza aveva capito che uno così lo si doveva ammazzare per fermarlo. Chissà quanto sarebbe durata, si chiese Jack mentre si alzava e spegneva la lampada sulla scrivania. Magari è un cavallo fortunato, decise. Era sera ormai. Fuori dalla finestra del suo ufficio, una stanza di una ventina di metri quadrati, non c’era più il sole, solo dei lampioni gettavano una luce squallida sul cemento di una stradina nei pressi di Liverpool street, l’unico rumore era il motore di qualche macchina che passava di là. Aveva un appuntamento con Michelle tra poco più di un’ora a Earl’s Court, in un ristorantino greco chiamato Sparta. L’aveva deciso lei, lui avrebbe preferito mangiarsi un’hamburger che sapeva di tutto l’unto che non era mai stato pulito dalla griglia e tornare a casa a scopare e leggere fino a notte fonda. Pazienza. Aveva sempre tempo per una birra o due al pub di Ray dietro l’angolo. Si chiamava Six hares. Ci volevano dieci minuti. Aprì le porte del bar accolto da una ventata di aria calda, un vero sollievo, fuori faceva un freddo micidiale. Si fece strada verso il bancone tra i tavoli ancora per la maggior parte vuoti, canticchiando assieme a Mark Knopfler Sultans of Swing, suonata a volume piuttosto basso. Si sedette ad uno sgabello e ordino una pinta di birra rossa. «La rossa. Sempre che mi ordini una rossa. Sei quasi l’unico ormai.» «Sono un’originale, Ray.» «Verrà il giorno che non ce l’avrò più perché non ne varrà più la pena», disse mentre rimuoveva la schiuma dal bicchiere e lo riempiva ancora un po’. «Vorrà dire che me la dovrò portare da casa. Se invece togliessi la tua playlist, quello sarebbe un bel problema. Non è che posso venire qua con le cuffiette, come faccio dopo a chiacchierare con le studentesse?» «Magari chiacchieri con me e basta». Jack sorrise e non disse nulla, prese un sorso di birra invece. Era una normalissima rossa, non aveva nulla di speciale di per sé. Coniugata al bar, all’atmosfera e ai ricordi sedimentati nel tempo tra le pareti, però… Era un po’ come il latte della mamma, pensò. Come quando torni a casa in cui sei cresciuto per le feste e negli angoli vedi te stesso, più piccolo e più felice, a fare gesti ormai perduti, se non nella memoria. Gli piaceva proprio, il Six Hares. «Come stai Ray? Ce la fai ad arrivare all’anno nuovo senza mollare tutto?». Il barista purtroppo era un creativo che non aveva mai avuto voglia di impegnarsi. Aveva ereditato il locale da suo padre e sebbene di giorno e di notte pensasse a mille progetti, si alzava ogni mattina senza alcuna voglia di mettersi a tramutarli in realtà. Però loro rimanevano là, e col tempo lo separavano nel Ray-barista e Ray-scrittore, Ray-imprenditore, o comunque in ogni Ray che lui si potesse immaginare. A volte lui non sapeva quale dei due sembrasse più vero. «Ce la faccio, ce la faccio. E poi adesso ho da pensare, sai? Muovere gli ingranaggi, mettermi a fare calcoli». «Ah si?» non era la prima volta che sentiva queste premesse. «Si. Stavolta è la volta buona. Ormai noi ci conosciamo da anni no? Lo sa mantenere un segreto Jack Cauler, giusto? E poi ormai sei cresciuto, sei diventato un avvocato, magari fai un favore pure a me, un prezzo amico diciamo»
  5. Ugonotto

    Le Cronache dei Tre Regni - Parte 2

    ciao victoria! Parto subito con i commenti Parigi è una città enorme, tanto che se è vero che effettivamente può dirsi avere un centro (l'ile de la citè), a mio modo di vedere è più utile dare un punto di riferimento più specifico (ad esempio, Marais). Credo dia un miglior tono di ambientazione, anche perchè è dura trovare una "stradina" in queste zone di Parigi. Ok, effettivamente questa frase si avvera solo per metà, però mi stona il "le sarebbe piaciuto...", perché indirizza verso qualcosa che non si sarebbe avverato. Invece lei a Parigi si è trasferita, eccome. Direi di riscrivere più puntando verso il frequentare l'uni la, che anche trasferirsi. È una ripetizione che un po' svilisce il concetto. Toglierei la prima frase e terrei la seconda. Ne ha 21 quindi. Non solo mi sembra da spiegare il perché non abbia perseguito alcuno studio universitario in Inghilterra, ma soprattutto perché non abbia deciso di intraprenderli a Parigi! A 21 anni non si è troppo vecchi per studiare, né sprovvisti di sostanza se si è nella situazione di Selina, che ha una casa sua e i soldi della casa londinese venduta! Questo mi sembra un buco abbastanza vistoso nella trama. Che tra l'altro non ne soffrirebbe affatto, certo a meno che non sia importante il fatto che lei fosse proprio barista. Molto, Molto difficile trovarsi "immersi nel verde" in un parco verosimilmente nelle zone centrali di Parigi (un quarto d'ora di metro da dove sta Selina fa presupporre questo). L'unico parco gigante che c'è è Buoi de Boulogne, che non è proprio fuori mano ma da l'orangerie ci vorrà almeno una mezz'ora. Conosci bene Parigi? Ultima annotazione sui tecnicismi, la signora chiede "dov'è la stazione dei treni", proprio in chiusura. Ce ne sono una cifra a Parigi, meglio specificare (se per esempio è Gare du Lyon o Gare du Nord, eccetera). Per il resto è presto per esprimere un commento di carattere generale, leggerò anche la parte seconda del capitolo I. Comunque non era malaccio, però mi sembra ci siano troppi sforzi per rendere familiare e reale la situazione o il personaggio trattato. Credo che forse dovresti prenderti un po più di tempo e provare a naturalizzare di più la prosa, magari attingendo proprio ad esperienze di vita vissuta. Alla prossima!
  6. Ugonotto

    Polvere sotto il tappeto. Parte 1.

    Grazie Victoria, consigli molto utili! Soprattuto sulle volgarità: sono consapevole che non piacciano a tutti e anche se io ci sguazzo volevo pure trovare un modo per "alleggerire" il racconto. Buoni spunti. Spero vorrai leggere le altre parti! un saluto.
  7. Ugonotto

    Polvere sotto il tappeto. Parte 1.

    Su là ci vuole l'accento e dopo persona è necessaria una virgola. Anche qui ci vuole una virgola dopo qualcosa e un bel punto esclamativo dopo porco Giuda, da scriversi con la G maiuscola, perché pur essendo il nome del più famoso dei traditori, è pur sempre un nome proprio. Sentire o vedere? Quando uno strabuzza gli occhi e diventa paonazzo emette forse qualche strano suono? Non me n'ero mai accorto! Mi fermo qui, ma ti faccio notare che siamo solo alle prime righe. Veniamo alla storia. Mi pare di intuire che si tratti del dialogo di un boss, di cosa non si capisce e tu non ce lo fai capire, con il suo avvocato. Ora che il primo prenda il secondo a male parole ci può anche stare; ma che il secondo si permetta di rispondergli a tono, dandogli addirittura della "testa di cazzo" proprio non sta né in cielo né in terra... A meno che, essendo ormai nella fase terminale di qualche terribile morbo, costui non sia improvvisamente impazzito, decidendo di finire i suoi giorni crivellato di colpi, per poi essere sepolto in una bella colonna di cemento armato. Per permettersi un certo tipo di confidenza con chi lo paga, e di solito si tratta di laute parcelle, il legale dovrebbe avere con lui un legame che va al d là del semplice rapporto professionale: potrebbe essere, che ne so, un parente stretto, oppure potrebbero essere amici di infanzia o ex compagni di scuola. Ma se tu questo non lo specifichi, rendi il dialogo poco credibile, per non dire surreale. Per il resto mi pare che la vicenda sia fin troppo complessa, da un punto di vista dell'intreccio, per essere dipanata in un unico racconto, per quanto lungo possa poi essere. Sono curioso di vedere come alla fine intreccerai tutti i fili che hai posizionato sul telaio. A rileggerti. Ciao Alexmusic, grazie per il commento. Sui primi refusi non ho niente da dire, sono errori formali e di svista. Sul "sentire", mi sembra appropriato, il personaggio è al telefono, l'unico contatto che ha con l'altra persona è uditivo, non visivo o sensoriale: "quasi sentire" qualcuno per telefono fare qualcosa di normalmente inudibile mi sembrava un modo di accentuare il comportamento del tipo. Per la seconda parte, non si tratta di un boss, o di un cliente qualunque, ma come hai detto, "amici di infanzia". Mi sembrava intuibile dla modo in cui prendono i punti di riferimento, da come si parlano, da come Jack dice "i vecchi tempi", e cose così. Non volevo però spiegarlo tutto subito, o meglio non sarei riuscito a farlo mantenendo un certo ritmo tra botta e risposta. Comunque grazie per la risposta, apprezzo!!
  8. Ugonotto

    Polvere sotto il tappeto. Parte 1.

    Ciao Ragazzi, prima parte del mio racconto. Spero che vi piaccia! Commento: http://www.writersdream.org/forum/topic/28429-emblems-story-prologo/?p=488576 Il telefono era arrivato al quarto squillo. L’attesa era ovviamente intenzionale, Jack sapeva chi chiamava, sapeva come maneggiare il bisturi. Al quinto squillo si stava guardando le unghie, per poi prendere un sorso d’acqua che durò fino al settimo. Poggiato il bicchiere, rispose. «Studio Cauler’s, buonasera.» «Jack.» Era la voce di Louis “Don” Delios. Fece finta di non sapere con chi stava parlando. «Sono Don» «Ciao Don. Serve qualcosa? Scusami, oggi sono incasinato» «Si che mi serve qualcosa porco giuda» Don era noto per avere un linguaggio particolarmente colorito «e sai pure cosa. Cazzo ti ci vuole per ricordare, eh? Devo passare la di persona magari?» Il toro stava cominciando a caricare. Adesso bisognava dargli un drappo rosso da incornare per bene. «Ascolta io sto facendo il possibile, ok? Eravamo rimasti d’accordo che quando sarebbe stato tutto pronto, ti avrei chiamato io. E invece tu prendi l’iniziativa, come al solito, “porco quello e porco questo”, e non hai idea di quanto difficile sia quello che sto facendo. Ingrato». Non era sufficiente però. Aggiunse «Testa di cazzo». Così andava meglio. Poteva quasi sentire Delios che strabuzzava gli occhi e cominciava a diventare paonazzo. «Ma cazzo, rincoglionito, ti ammazzo… sono due settimane che sto qua… merdoso» e così via. Quando perdeva il controllo le ingiurie gli si accavallavano in testa e uscivano a gruppi dalla bocca. Era proprio annodato quando si arrabbiava, non c’era dubbio. Voleva sparare tutte le cartucce allo stesso momento. Dopo trenta secondi cronometrati Jack pensò che era venuto il momento di giocarsi la sua carta. «Ehi!» urlò, per spezzargli quel flusso di coscienza «ho capito, Don, ho capito che sei nervoso. Va bene? Ce l’ho. Sono sul pezzo, non preoccuparti. Due settimane hai detto? Saresti stato bello e contento dopo appena dieci giorni, se non avessi avuto un incidente di percorso. Hai capito o no? Non sono io che le controllo queste cose». E adesso, si giocava al gioco del silenzio. Arrivati a quel punto della trattativa, chi parlava per primo perdeva. Jack era diventato un campione in questa pratica. «Un incidente di percorso» mormorò Don. Non sapeva neanche che stava giocando, lui. Era una di quelle persone che ha bisogno di un obbiettivo visibile, immediato. Affrontabile. Quando sei abituato ad essere il tipo più grosso in circolazione dalle medie, non prendi in considerazione le sottigliezze: raccogli i tuoi centodieci chili e immagini che la terra tremi ad ogni tuo passo. Jack ne pesava a malapena sessantacinque, indossava troppe camicie per voler provare il brivido dell’azione diretta. «E che tipo di incidente di percorso, Jack, eh? Ti si è incastrato l’uccello nel culo del primo che passava e ti stai ancora chiedendo come sfilarlo?», ma tutto quello che sentì Jack era “cosa devo fare?”. E poi non aveva tutti i torti, metaforicamente. «No Don, ascolta. Apri le orecchie: c’è un avvocato giù a Elephant&Castle che mi manda una decina di mail al giorno. Sostiene che io gli abbia fatto concorrenza sleale, che gli abbia rubato i clienti diffamandolo e cose del genere. È completamente pazzo Don. Sembra che non abbia mai sentito parlare della concorrenza. Noi ragazzi ci aiutiamo come possiamo, vero? Lo sai». Delios concordò, più perché sembrava dovesse farlo che per convinzione. «Bene Don normalmente me ne fregherei, perdere tempo per delle mail del primo che si arrabbia non mi paga l’affitto né da mangiare, né tantomeno il ristorantino chic dove devo portare Michelle quando fa le scenate. Però questo sta sragionando vecchio mio. Mi dice che mi porta in tribunale, che mi lascia in mutande, comincia a sparare ultimatum a destra e a manca. Sai cosa ha scritto nell’ultima? Ce l’ho proprio sotto gli occhi. Ha scritto “Le do una settimana di tempo per riparare, altrimenti ci dovremmo incontrare in altra sede”. Nemmeno a minacciare è capace, questo imbecille. Ma a te non interessa, vero Don? Perché diavolo dovrebbe interessarti un problema mio, me lo dici?» Anche questa volta era d’accordo, e pure per opinione sua personale. Uno più pronto avrebbe intuito dove si stava andando a parlare, lui no. «Allora te lo dico io perché dovresti aiutarmi. Io ti voglio fare un lavoretto coi fiocchi Don, dieci-su-dieci, come il professionista che sono. Ora noi abbiamo bisogno di un magazzino, si? Me l’hai detto tu, e io ne ho trovato uno perfetto. Con tanto di proprietario pronto a fare da prestanome, uno abituato al mestiere. Chiede pure una misera, duecento sterline al mese, si vede che naviga in brutte acque. Si chiama Nikolaus Krieger, una cinquantina d’anni. Comunque salta fuori che non si può fare, Don, perché questo crucco ha avuto una magagna qualche mese fa proprio su quel magazzino e si è affidato all’avvocato Cooper, sua eminenza lo stronzo giù dall’altra parte del Tamigi che ti dicevo. Krieger ormai quel problema non ce l’ha più, aveva trattato con la controparte ed erano giunti ad un accordo. Ma Cooper si vede che anche lui è in cattive acque perché insisteva a dire che era una cattiva idea, che bisognava andare in tribunale, eccetera. Sempre meno appuntamenti per Krieger e tutto – dico tutto – quello che era in suo potere per protrarre sempre di più la cosa. Forse sperava che l’altra parte si irritasse per questa attesa e decidesse di ricorrere anche lui alle aule della corte. Non lo so cosa sperasse Don. Comunque fatto sta che sono arrivato io, ho parlato con Nikolaus, e nel giro di un pomeriggio abbiamo girato le carte e si è affidato a me, e sto per sistemare la cosa con lui. C’è solo questo avvocato che adesso vuole mandare in merda anche me, è il perno di tutto l’affare Don» «’Sto stronzo» «Eh, capisci? Magari potresti dirgli due paroline, no? Fargli capire che noi siamo gente a cui piace stare bella distesa e rilassata, io e Krieger. Ti va un esercizio di diplomazia Don?» Delios se ne stette per qualche secondo in silenzio, a macinare le sue opzioni sotto quel pesantissimo torchio che era il suo cervello. Giunse ad una conclusione, che era: a Delios piace minacciare la gente. Oh, si. E anche picchiarla quando non funzionava. «Diciamo che potrei fargli una visitina, Jack. Tu cosa mi dai in cambio?» «Quello che mi hai chiesto alla velocità della luce. Due giorni massimo da quando mi arriva un qualsiasi segno di resa di Cooper. Anche meno, in nome dei vecchi tempi». Per “vecchi tempi” intendeva quei giorni in cui Jack Cauler studiava la notte perché di giorno doveva stare con Delios e la gang al completo, per non dare l’impressione che fosse un disadattato, un debole. Uno da menare e trattare come spazzatura a scuola, o peggio. «Se me la metti così… Dov’è?» «Ti ricordi il bar sotto il cavalcavia che c’è vicino alla stazione della metro di Elephant & Castle, si? Quello dove il mercoledì fanno uno shot per una sterla e cinque per tre? Ecco, la porta subito a fianco. Troverai un campanello con scritto “Cooper, Elliot. Avvocato”. Per il resto, non ti dico cosa devi fare». Non ce n’era nessun bisogno, davvero. Delios era già partito per la tangente, inventandosi come e quanto minacciarlo. Un avvocato, questo era inedito! Ne avrebbe avuto per tutto il giorno, sempre che non decidesse di farlo prima. Si salutarono, e Don prima di riagganciare disse a Jack molto affettuosamente che se non rispettava la parola data gli avrebbe spezzato le gambe. Cosa che non sarebbe mai successa, Jack ne era sicuro: dopo la telefonata, una mano accarezzò il ginocchio destro e l’altra il fascicolo contenente tutto il lavoro che Delios gli aveva dato fare, completato e ricontrollato da cima a fondo. Nikolaus Krieger non era un faccendiere dei bassi fondi (quello che aveva trovato in realtà era un indiano con troppi nomi, per quanto lo riguardava), era un ingegnere venticinquenne con una start-up pronta a spiccare il volo in Inghilterra, e nel mondo nel giro di qualche anno secondo le sue previsioni.
  9. Ugonotto

    Emblems Story - Prologo

    Ciao Axel93, vedo che hai già ricevuto un commento molto tecnico e ben fatto, io vorrei fare delle annotazioni più generali. Il prologo già dall'incipit trasuda uno stile da anime/manga giapponese. Oltre ai nomi è qualcosa proprio che traspira dalla prosa: è una forma di manierismo. A me piace, mette per così dire a suo agio il lettore. Continua su questo tono, cambiarlo non è una scelta vincente. A proposito di giapponese, ti consiglio se non l'hai già fatto di controllare che i nomi che darai a personaggi che introdurrai man mano che vai avanti siano effettivamente nipponici. Per ora ho controllato solo Dokuro, ed effettivamente c'è. Mi sembra comunque cosa buona e giusta tenerti sul pezzo in materia. Il prologo è molto affrettato nelle sua descrizione. Non è necessariamente un male. Se per esempio narrasse solo della leggenda sarebbe esattamente lo stile da seguire: da informazioni necessarie in fretta al lettore e "setta" l'ambientazione del racconto, lasciando una marea di possibilità per quanto riguarda futuri approfondimenti e colpi di scena al dipanarsi della storia. Qua però dedichi solo una riga alla sconfitta del demone e catapulti la scena secoli dopo, al risveglio di questo. Io capisco che magari tu non voglia spoilerare al lettore che il cavaliere sia uno dei suoi ex servitori o cose così (mi sembra che sia questa la direzione), però al contempo non vorrei che fosse una patologia della tua prosa! è importante che tu ti prenda il tuo tempo per introdurre scene, personaggi e motivazioni. Nello spazio di meno di meno di 8.000 caratteri hai: introdotto la leggenda, il discepolo, la caverna, il risveglio, ammiccato ad un tradimento, servitori, nomi eccetera. È un po' troppo a mio parere, prenditi il tuo tempo. Se invece questa fretta era dovuta solo al prologo, mi scuso in anticipo per l'osservazione inutile. Un ultimo consiglio sulle descrizioni (cosa che già ti è stata fatta notare ma repetita juvant): non essere eccessivamente specifico, nè concentrale tutte in unico paragrafo. Annoia il lettore e di conseguenza egli stesso poi si dimentica di cosa abbia appena letto. Disseminale lungo la narrazione! risalteranno di più. Per il resto, aspetto gli altri capitoli. Mi piacciono le storie di questo tipo! Un saluto.
  10. Ugonotto

    Ciao Ragazzi

    Ciao Ragazzi (cit.) Sono Ugonotto e sono contento di entrare a far parte della community. Spero di poter contribuire bene e presto!
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