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Mattia Placanica

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  1. Mattia Placanica

    0111 Edizioni

    Esattamente quello che penso io. Il valore aggiunto di un editore dovrebbe essere quello di poter supportare l'autore in fase di Editing e di promozione e distribuzione. Se l'unico compito dell'editore è quello di mettere l'isbn, tanto vale andare in self o puntare a case editrici medio grandi. Purtroppo io sono di quelli che con loro ha avuto una brutta esperienza (e non la rifarei). Pronto a smentirmi con altre piccole case editrici, ma comincio a pensare che convenga puntare alle medio/grosse o fare da soli, anche se riconosco che questo vuol dire condannare i piccoli editori all'estinzione...
  2. Mattia Placanica

    Frequente perdita di ispirazione

    ...un buon metodo, o esercizio, può essere quello di non essere troppo voraci o impazienti. Cerca di scrivere con regolarità e staccati dal foglio quando hai ancora qualcosa da dire, lascia qualcosa in sospeso per il giorno dopo. Sarà più facile riprendere il flusso dei pensieri. Spesso si ha la smania di scrivere tutto e subito. Quando ti butti in un progetto più grande che non si esaurisce in un paio d'ore di scrittura o in qualche giorno ma che, magari, porta via mesi, devi per forza fare i conti con cali di ispirazione, singhiozzi di costanza, vuoti creativi e impazienza da tenere a bada. In parallelo, prova a scrivere qualcosa che si concluda più velocemente dei tuoi cambi di ispirazione. Uno dei motivi per cui cambi idea potrebbe essere che la storia ha esaurito il suo potenziale dentro di te o, per qualche motivo, ha smesso di fare presa. Non aver paura di allontanarti dal foglio, è un tuo diritto scrivere quanto non scrivere. Ai tempi del liceo avevo anche io i miei cicli. Scrivevo per mesi, poi suonavo per mesi, disegnavo (per un po' meno tempo), facevo foto per mesi. E quando facevo una cosa non facevo le altre, ma senza sentirne il peso della mancanza. Ora che sono passati più di dieci anni da allora, funziona ancora così. Riesco a gestire i cicli in maniera più adulta e responsabile, ovviamente, ma attraverso periodi di stimoli diversi da diverse espressioni artistiche e lo ritengo normalissimo. Non pensare a cosa vuoi fare da grande, pensa a cosa vuoi fare adesso. Ci hanno educato con l'idea del lungo percorso di vita disegnato fin da piccoli, concediti il lusso di seguire le tue passioni giorno dopo giorno. Se un giorno ti stancherai della scrittura non ne sentirai nemmeno la mancanza. Preoccuparsene adesso non ha senso, no?
  3. Mattia Placanica

    0111 Edizioni

    @Andrea.Dee ok, probabilmente hanno cambiato dopo che ho firmato io. Ad ogni modo, se così fosse (ancora) è un altro buon motivo per cercare altrove il proprio editore.
  4. Mattia Placanica

    0111 Edizioni

    @Andrea.Dee di quanto tempo fa parliamo? Io ho pubblicato con loro poco meno di una decina di anni fa e, vado a memoria, mi pare che sul contratto ci fossero 2 anni non esclusivi per l'opera senza penali per la vendita di meno copie del previsto. Mi ricordo degli strani conteggi sulle copie vendute e cose del genere (uno dei tanti motivi di scontro con loro).
  5. Mattia Placanica

    La guerra

    @Nanni d'accordo con te sul discorso della "lunghezza" commerciale. Credo che sia una legge non scritta quella del tot numero di pagine, soprattutto all'inizio della "carriera". Poi, se sei conosciuto e vendi, ti pubblicano anche romanzi di poche pagine. Sono dell'idea che la lunghezza giusta sia quella in cui la storia nasce cresce si sviluppa e muore. Il numero di pagine è, secondo me, secondario. Purtroppo però, come dici tu, le regole commerciali a volte sono altre. Ho ripreso a scrivere dopo un po' di tempo di gestazione interna, e sto cercando di lasciare andare di più sulle descrizioni e lasciare liberi i personaggi anche si allontanarsi dalla storia. (Il primo romanzo che ho scritto, si esauriva in un centinaio di pagine e lasciava un sacco di finestre aperte con panorami da riempire in carico al lettore, ma mi andava bene così). Quello che sto scoprendo ora - e grazie al ca++o aggiungerai - è che ogni slittamento della storia può essere un pretesto per aggiungere un piccolo nodo da cui tirare un filo da recuperare pagine e pagine dopo. Mi piace l'idea che chi legga si possa trovare, ad un certo punto, a dire... "ecco, ci avevo pensato 30 pagine fa a questa cosa!!" o qualcosa di simile... Non escludo, prima o poi, di tornare ad una forma più contratta. Chi può dirlo, è tutto talmente fluido. Per non andare troppo nell'offtopic e tornare al tuo romanzo, ti confesso che anche io la tua chiave sul finale non l'avevo colta. E' interessante, ma a me non è arrivata. Se è un argomento che ti interessa trattare puoi giocare su quanto la realtà virtuale influenzi la vita vera e propria spingendo il protagonista a cercare la morte convinto di ricominciare a vivere così di nuovo; o qualcosa del genere. Comunque mi piace molto il gioco di contrappunto speculare tra le cose, quel confine che si varca appena e, per un momento, non sai se sai da una o dall'altra parte dello specchio, è un territorio che piace esplorare anche a me. Anche se, da qualche parte, leggevo un consiglio di non mi ricordo chi che suggeriva di essere sempre chiari con il lettore...
  6. Mattia Placanica

    La guerra

    No no, anzi, preferisco di gran lunga lo stile narrativo di questo racconto. Lo dicevo solo in riferimento alle informazioni che arrivano a chi legge. qui forse mi tornava meglio Eppure sarebbe bastato che mi fossi lasciato trovare, tutto sarebbe finito e poi tutto sarebbe ricominciato... o Eppure bastava mi lasciassi trovare, tutto sarebbe finito e poi tutto sarebbe ricominciato.... Per il resto, le mie sono solo impressioni ovviamente. Ognuno ha il proprio modo di scrivere e di leggere. Giusto in questi giorni mi stavo chiedendo, parafrasando una discussione nel forum, "quanto è giusto menare un po' il can per l'aia" quando si scrive. Se posso arrivare da A a B in dieci parole, perchè "perdere tempo" a descrivere tutto e usarne 50? Però, d'altra parte, il piacere della lettura non è anche farsi accompagnare in mondi disegnati da altri? Non so quale sia la risposta corretta, forse è giusto semplicemente andare a sentimento
  7. Mattia Placanica

    La guerra

    Ciao @Nanni ! Ho letto con piacere il tuo racconto, trovo che l'idea sia molto interessante ma penso che sia, concedimi il termine, un po' da "sgrezzare"inteso come rifinire. L'impressione che ho avuto in più parti del testo è quella di alcune idee buttate sulla carta così come ti sono venute senza lasciare il tempo fisiologico alla storia (e al lettore) di approfondirle e svilupparle. E' molto interessante l'ambiguità che si crea tra il gioco in realtà virtuale e la realtà, ti piace "giocare" con queste situazioni al limite (come nell'altro racconto "se io penso..:") e ti viene bene la costruzione, ma dovresti, secondo me, lasciarti più tempo e più spazio per creare quel o quei mondi verso cui ti affacci. Anche nell'altro racconto la narrazione è molto serrata e le informazioni arrivano al lettore una dopo l'altra senza quasi legami tra loro. In quello, forse, la forma di dialogo reggeva meglio questo tipo di narrazione, qui, la stessa, mi sembra un po più debole. L'inizio può venir caricato maggiormente di pathos, ti giochi quasi subito lo svelamento del gioco. Qui controllerei i tempi verbali. Anche qua forse controllerei i tempi verbali, ma di tutto il blocco. Non capisco (magari limite mio, eh) se chi parla sta ancora vivendo la battaglia o meno. Questo penso sia un refuso. Come ti dicevo all'inizio, anche rileggendo, ci sono diversi punti dove, a mio avviso, andrebbe fatto un lavoro di rifinitura sulla scrittura di getto (che immagino sia il modo con cui hai scritto il racconto). Sul finale non mi è chiara la meccanica della storia. Dovrebbe essere una sorta di scatola cinese di realtà virtuale dentro una realtà virtuale dentro.. etc? Secondo me, lavorandoci e sforando ovviamente le 8000 battute limite del form, può uscirne un lavoro interessante.
  8. Mattia Placanica

    Book Evolution

    @Niko come POD intenti print on demand? Io credo siano più una casa editrice a pagamento (che probabilmente pubblicano tutti dato che non parlano di selezione) e quindi, in questo senso, sì sembra più un servizio di print on demand. Ma loro, anche sul sito, si spacciano per editori:
  9. Mattia Placanica

    Adelphi

    @Nio59 credo, ma è una supposizione del tutto mia s'intende, che nell'invio cartaceo si uniscano diverse motivazioni. La prima, di tipo pratico, permette alla casa editrice di smistare le proposte tra diversi lettori senza doverle stampare tutte (certo, sono d'accordo che si potrebbe fare la stessa cosa con dei pdf, premurandosi di fornire ai propri lettori un reeader). La seconda, che la stampa cartacea su un formato standard in qualche modo da già, a colpo d'occhio, una prima misura sulla corposità o meno dell'opera (non che questo sia un fattore da valutare a priori ma spesso, ahimè, credo che abbia il suo peso). Terzo, probabilmente è anche un retaggio d'abitudine a cui il mondo editoriale non rinuncia, per pigrizia o romantica memoria. E' un mondo che fa fatica a vedere al di là della carta (nel bene o nel male). Quarto, in stampa eventuali caratteri utilizzati non standard dall'autore non incorrono in problemi di codifica sbagliata (anche se, ai fini della lettura cambia poco). Concordo che tutti questi punti potrebbero essere facilmente superati con la volontà di abbracciare una nuova tecnologia (quella del pdf) con pochi e mirati interventi. Concludo con l'ultimo punto, forse quello meno tecnico ma non meno importante. Per un autore stampare il proprio manoscritto in 1 o 100 copie resta, per quanto non eccessivamente dispendioso, un costo. Credo che questa prassi di esigere la copia cartacea permetta, in qualche modo, una scrematura naturale. Alla fine soltanto chi è veramente convinto della propria opera si mette a stampare e spedire le copie. Diversamente, immagino i migliaia di invii di pdf più o meno abbozzati mandati con l'idea del "tanto non costa niente, cosa ho da perdere?!". Sono solo mie supposizioni, come dicevo. Ci sono, ovviamente, anche case editrici che accettano i pdf e superano tutto questo. Detto questo, chudo l'offtopic
  10. Mattia Placanica

    Tradimento [monologo teatrale]

    @perseveranza grazie del tuo feedback e delle belle parole! In effetti quella frase che mi segnali scorre poco, proverò a lavorarci su per sistemarla Per la messa in scena, al momento non è prevista, ma chissà... prima o poi!
  11. Mattia Placanica

    Tradimento [monologo teatrale]

    Commento a "Fragile Respiro" Più che un racconto, è nato con l'idea di un monologo teatrale. La presenza umana in scena, a mio avviso, completa quello scarto che nello scritto si viene a creare nel finale. Nell'immaginazione con cui è scritto, chi racconta, un uomo, si muove nella casa seguendo le azioni della donna. Entra in punta di piedi. Crede che il suo silenzio, quel lento avanzare, possa passare inosservato, sopito dalla quiete notturna in cui tutta la casa è calata. Passo dopo passo, arranca, nel buio della propria anima, cercando un appiglio, qualcosa di familiare che le indichi la giusta strada da seguire. Attorno a sé, così come dentro sé, tutto è confuso, ribaltato e stravolto da quella sensazione stretta e annodata più volte alla gola. Scivola attraverso la cucina e lungo tutti gli anni in cui siamo stati assieme. Sente le piastrelle del pavimento sfiorarle le dita nude dei piedi come le mie mani le hanno sfiorato il viso nelle notti d’amore. Si sente smarrita. Cerca la luce del bagno toccando appena l’interruttore. Il click dello scatto è un assordante frastuono di ricordi rovesciati per terra. Una frana, improvvisa, di un solo istante. Persa, all’apparire delle ceramiche illuminate dalla luce gialla della plafoniera, con i gomiti sul lavandino, apre l’acqua, fiato sottile di tiepido abbraccio. Due manciate, forse tre, per lavare via la vergogna e i suoi baci, annidati più in fondo. Poco più in alto, lo specchio, con lo sguardo già puntato fisso in fondo agli occhi, ad attendere solo l’incrocio, involontario, dell’immagine riflessa. Temuto, evitato. Due passi a sinistra, più in basso. Seduta sul bidet a confondere altra acqua con le lacrime, il passato con un frammento di fragile presente. Odore che passa, lavato, eppure. Luce piena, eppure chiude gli occhi e tutto riappare. I giorni e le notti, gli anni. Quello scorrere del tempo che ha girato lancette d’orologio fino a consumarle. Fino a consumarci. Sospira. Due volte. Il secondo click riporta tutto al suo posto, alla notte. È composta nel suo incedere nel buio ma arranca ancora. Attraversa di nuovo la cucina, leggera sulle punte, fino alla finestra. Si appoggia al vetro per guardare oltre, per vederlo coprirsi di condensa. Quel tanto oltre per immaginarsi già fuori, quel tanto di condensa per un’immagine un poco sfocata. Raggiunge la camera e il suo lato del letto. La mia faccia, spinta nel cuscino, deve simulare molto bene un sonno tranquillo, una quiete ignara. Oppure lei finge con me. Si siede, un secondo, si sdraia. Rannicchiata nel suo angolo, soffoca i singhiozzi di vita che scalpitano per uscire in un grido, in uno scorrere scomposto di una vita accartocciata su se stessa. La mattina si alza presto, si lava da dosso una notte di troppo e si veste. Indossa il costume migliore, la maschera tranquilla, il trucco velato di normalità e quiete a cui, negli anni, ci siamo assuefatti e sorride. Entra in camera in punta di piedi. Crede che il suo silenzio, quel lento avanzare, possa passare inosservato, sopito dalla quiete notturna in cui tutta la casa è ancora calata. Ma il suo sorriso vacilla, impercettibilmente, da un lato. Si incurva, come scivolato, tra labbro e labbro, dalla parte del cuore. Come se quello tirasse verso il basso, ad ogni battito, a chiedere pietà alla menzogna. La mia faccia, sul cuscino, accenna una mossa e io mi giro dall’altra parte. Non ho voglia. Non ho voglia di distruggere tutto. Non ho voglia di girarmi e accorgermi. Dei suoi occhi svuotati di quello che amavo. Del sorriso sempre più calcato dalla parte del cuore. Del suo lento avanzare prendendo la distanza dal tutto. Non ho voglia. Non sono mai stato bravo con le parole. E anche in questo caso non saprei dire nulla. Esce. Sento le chiavi che girano nella serratura e chiudono la porta. Mi alzo. Cerco di lavarmi da dosso quel senso di colpa che mi ha lasciato accanto al cuscino. Inutilmente. Cammino sfiorando il pavimento. Le piastrelle della cucina mi riportano in mezzo al tempo che è stato. Chi tradisce dovrebbe farlo con l’accortezza della perfezione. Senza segnali, senza incertezze o dubbi. Perfetto, cazzo. Perché il tradimento è una malattia, un virus, che passa di persona in persona, contagia. Ti tocca da lontano e poi ti si annida dentro e resta lì, latente, fino a che non può scatenarsi in tutta la sua dirompente forza. E l’uomo tradito tradirà a sua volta e farà tradire. In un gioco di specchi distorti, è matematico, non è pensabile che gli sposati tradiscano solo con chi non lo è. No cazzo. Il tradimento dev’essere perfetto. L’imperfezione è la vera colpa. Non è il non aver visto la vita sterzare per tempo, quello succede. Le curve arrivano, alcune più velocemente di altre, succede. Succede che lei si alza un giorno e non ti ama più. Per dio, fa male, ma succede. Ma te ne fai una ragione, te ne puoi fare una ragione. È la vita. Ma l’imperfezione. Quella non è la vita. Quella è un cazzo di virus che non ti molla più. Il secondo click riporta tutto al suo posto, alla notte. Composto nel mio incedere nel buio, arranco ancora. Raggiungo la camera e il mio lato del letto. La sua faccia, spinta nel cuscino, è avvolta da un sonno tranquillo, da una quiete ignara. Oppure lei finge con me.
  12. Mattia Placanica

    Fragile respiro

    Concordo con Marcello per quanto riguarda l'uso dei possessivi (mi piace vincere facile, eh?!). Ci sono alcuni passaggi che, a mio avviso, potrebbero essere snelliti a favore di una lettura più fluida. Allo stesso modo la parte "Mi lasciò entrare. Entrai" è come se rallentasse il ritmo, come se si inciampasse su un gradino e si perdesse un passo. Mi da quella sensazione quando un vinile salta e torna a due secondi prima. Forse, sempre giudizio strettamente personale, eliminerei "entrai", trovo che sia già implicito nella frase prima. O anche parole ai frutti di bosco e labbra dolci, per quanto scontato, forse invertirei a favore di parole dolci e labbra ai frutti di bosco. O forse, ancora, eliminerei uno dei due in modo da rendere implicito, o suggerito quanto meno, il fatto che labbra dolci pronuncino parole dolci. (Suggerito anche se non scontato, ovviamente). Il passaggio tra i due momenti lo trovo molto brusco, ma questo può essere voluto. La prima parte è molto luminosa e calda mentre la seconda parte si incupisce e diventa spigolosa (anche se un anticipo di questa durezza si ha già dall'inizio nella descrizione). Durezza che poi sul finire torna a dei toni più caldi. Questa altalena mi sembra un po' troppo velocizzata, non si ha tempo di entrare in una dimensione che ci si ritrova nell'altra e, di nuovo, nella prima. Hai pensato ad ampliare un po' le descrizioni in modo da far calare meglio chi legge in quelle sensazioni così da aumentare la forza del passaggio successivo? Sento la mancanza di alcune informazioni sui personaggi, ma immagino sia dovuto al fatto che trattandosi di un "frammento" queste siano altrove. Ci sono molti spunti interessanti che però, in questa parentesi, rimangono sospesi a mezz'aria senza trovare una direzione. Anche la chiusura può essere ampliata ed esplosa; hai creato tutto il pathos per arrivare a quel momento e "te lo giochi" con un lapidario E pianse. Farei immergere il lettore in quelle lacrime, facendole scendere una a una, lentamente. Le mie sono solo suggestioni e impressioni, s'intende. Trovo ci siano degli ottimi spunti da sviluppare e che sia una buona base per poter costruire molto.
  13. Mattia Placanica

    Book Evolution

    Nome: Book Evolution Sito web: http://www.bookevolution.it/ Distribuzione: http://www.bookevolution.it/pubblica-con-noi/ Modalità di invio dei manoscritti: http://www.bookevolution.it/contatti/ Facebook: https://www.facebook.com/bookevolution.edizioni.9/
  14. Mattia Placanica

    0111 Edizioni

    Esatto, sono d'accordo con te che non ci sia nulla di male a farlo con uno scopo di lucro, anzi. Però bisogna saperlo fare. Spesso molti si nascondono dietro alla passione per colmare delle lacune operative.
  15. Mattia Placanica

    0111 Edizioni

    è esattamente l'impressione che ho avuto io (e ho pubblicato con loro, anche se ormai diversi anni fa). Non so come siano cambiate le cose nel frattempo, sono passati - credo - circa 6 o 7 anni. Però la cura che mettevano in ogni libro era veramente poca. Pubblicavano, ad occhio, circa 10/15 esordienti al mese. Inoltre mi sono sembrati anche poco organizzati per far fronte al lavoro che dovrebbe esserci dietro un libro, dalla prima stesura alla pubblicazione. E' forse la parte che mi è dispiaciuta di più, la totale assenza del supporto editoriale. Hanno preso il testo, hanno fatto una correzione di bozze (dubbia, dato che l'ho rifatta poi due volte io sul loro impaginato) e sono andati in stampa. Non metto in dubbio che lo possano fare per passione editoriale e non per mero guadagno, ma in ogni caso, il risultato finale secondo me è troppo abbozzato.
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