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Misery

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  1. Misery

    Creature Vs Creature (63°contest)

    Autore: Misery Titolo: Creature Vs Creature Vincitrice 63° contest "L'amore che uccide" Creature Vs Creature Ci chiamano Notturni perché ci aggiriamo per le strade di notte. Ma non siamo come le vostre creature immaginarie, i vampiri. Preferiamo la compagnia della flebile luce lunare a causa dei nostri occhi, ipersensibili ad una illuminazione troppo forte. Deriviamo da un mostro marino, in fondo, non potrebbe essere altrimenti. Siamo Levii, i discendenti del Leviatano. Dio lo creò migliaia e migliaia di anni fa, una creatura potentissima, in grado di essere sconfitta solo dal suo creatore. Insieme a Behemoth, quel lurido, pachidermico, ippopotamo, capace solamente di usare la propria forza per ottenere quello che voleva. La sua progenie è tale e quale, incapace del fine pensiero e buona solamente ad agire, a mangiare e a perdersi in orge, tronfi come non mai: i Beeth. Sono i nostri nemici naturali; noi diamo la caccia a loro e loro la danno a noi. Così è da sempre, da quando il Signore decise di dar vita a una creatura di troppo. Un tempo avevamo la capacità di trasformarci. Mentre i Beeth vivevano come grasse Tueret, venerati sulle rive del Nilo, noi Levii abitavamo al freddo Nord, nelle vastità dell'Oceano. Si dice che alcuni di noi fossero dei grandissimi draghi marini, capaci di rovesciare un'intera nave a loro piacimento. Ora non siamo più in grado di simili meraviglie. Siamo più forti degli esseri umani e viviamo il doppio della loro media di vita. Ma gli uomini non ci temono, perché è da centinaia d'anni che non ci sveliamo e, anzi, siamo integrati in società. A che pro? Non siamo creature in grado di suscitare stupore e timore infinito come un tempo. Noi Levii preferiamo allora rimanere nascosti. Molti di noi lavorano in laboratori, con altri Levii come assistenti; ci fidiamo solo di noi stessi. Non vogliamo che qualcuno possa vedere la nostra pelle estremamente lucida e liscia, i nostri occhi troppo chiari, così deboli davanti al sole. Tutto il contrario dei Contundenti. Nel nostro gergo sono i Beeth; gli deriva dalle loro armi d'attacco preferite, capaci di spaccare il cranio con la facilità del vetro. Sono dotati di molta più forza fisica di noi. Fanno onore al detto “Tutto muscoli, niente cervello”. Seguono l'istinto, non sono riflessivi come i sottoscritti e vi si lasciano andare, seguendo ogni genere di depravazione. Come i Levii, anche loro hanno dei tratti peculiari: sono esagerati. Le donne hanno fin troppo seno e fianchi larghi, cosce possenti, gli uomini sono alti, chi grasso con una pancia prominente, chi muscoloso. La loro pelle è ben più scura della nostra, i capelli folti e chiari. Preferiscono lavori visibili, c'è chi si butta in politica e chi nello sport. A loro basta essere acclamati. Sono il nostro contrario, la nostra nemesi. Ci uccidiamo a vicenda. A volte abbiamo più perdite noi, a volte loro. I Beeth ci uccidono staccandoci di netto la testa. Giuro, ogni volta che lo vedo fare, sento un lungo brivido lungo la schiena. Noi siamo agili, ma se proviamo a scappare, quelli ci puntano una torcia, un qualsiasi oggetto che produca luce potente, dritta negli occhi: diventiamo immediatamente ciechi e allora è facile catturarci e ammazzarci. A volte fanno grandi retate. Ma noi non siamo da meno. Solo, non siamo lì a guardarli mentre muoiono. Li avveleniamo. Sin dalla nascita noi cresciamo facendo la muta (non per niente, per i Beeth siamo anche detti “serpi”), periodo durante il quale stiamo ben rintanati in casa. Appena raggiungiamo l'età adulta, i nostri venticinque anni, i vostri cinquanta, abbiamo l'ultima muta, la definitiva. Usiamo le scaglie prodotte da questa per creare un impasto inodore ed insapore, che uccide istantaneamente i Beeth. Lo mescoliamo ai loro cibi o lo mettiamo in cerbottane, pistole. Dopodiché scappiamo immediatamente. Può sembrare vigliacco, ma una volta che i Beeth ci inseguono, siamo spacciati. È la nostra vita, la nostra missione. Non c'è alcun punto di contatto tra noi. Non possiamo fare a meno di eliminarci. O almeno, questo era quello che pensavo un tempo. La festa del candidato a sindaco Carl Nicodemus. Non aveva ancora vinto ufficialmente, ma era chiara la sua vittoria: era di molti punti superiore al suo avversario. In fondo, chi poteva battere un Beeth? Quei bastardi forse non erano dotati della più ricercata dialettica, ma erano dei grandi demagoghi, trascinatori di masse che sapevano promettere esattamente quello che la gente voleva. Nel caso non vi riuscissero e, per qualche coincidenza il loro avversario sembrasse aver la meglio, lo eliminavano. E nessuno sospettava mai di niente, era quello il bello. Nicodemus faceva parte di quella categoria di Beeth che si notavano per il loro aspetto opulento. Grasso da far schifo, gioviale come pochi. Più attaccato al cibo che ai bisogni dell'umanità, aveva conquistato la simpatia e, stranamente, il rispetto di tanta gente. Lì, nella sua bella villa, rideva fragorosamente, sicuro della sua vittoria schiacciante. Ma non poteva esserlo altrettanto di arrivare vivo al giorno dopo. Era quello il mio compito: ucciderlo. Era sempre la stessa storia. Quando un Beeth prendeva il potere di una città, noi Levii avevamo delle serie grane e, spesso, dovevamo trasferirci. Per poi essere di nuovo raggiunti dai Beeth e ricominciare la nostra faida millenaria. Per questo cercavamo sempre di impedire la cosa. Uccidere il candidato prima della sua elezione. A volte riuscivamo, a volte no. Dipendeva molto da quando questi fosse protetto. In quel caso, non sembrava che Nicodemus fosse esageratamente coperto da guardie. Incredibilmente sicuro di sé, quel tipo. Avevano affidato l'incarico a me sola. Era una prova. Ormai mi avvicinavo ai venticinque anni, avrei subito a breve tempo la muta. Prima di allora si doveva vedere se potevo essere degna di diventare un assassina, o rimanere al semplice rango base. E io volevo essere un assassina, vendicare le morti dei tanti Levii caduti sotto le mani dei nemici. Era la prima missione da sola che mi affidavano. Ero tremendamente nervosa. Le mani mi sudavano, mordicchiavo nervosamente il labbro inferiore. Se avessi sbagliato mira con la mia cerbottana, non avrei avuto una seconda possibilità di tirare. Ma non potevo rimanere ferma per tutta la serata, avrei perso il mio obbiettivo. Dovevo agire finché c'era confusione. Mi avvicinai ulteriormente. Ero nella stanza adiacente a quella dove si trovava Nicodemus. Mi sarebbe bastato aprire leggermente la porta e puntare al corpo del candidato, poi scappare ancor prima di vedere se avesse avuto effetto il mio colpo. Le possibilità di non riuscita, una volta preso un qualsiasi punto del corpo di un Beeth, erano bassissime, comunque. Socchiusi la porta.... Quando una grande mano mi afferrò per una spalla, mandandomi dritta a terra. “Cosa ci fa una piccola serpe qui?” chiese una voce potente e sarcastica. Apparteneva ad una figura parzialmente nascosta nell'ombra di quella stanza e dalla lente scura dei miei occhiali, che mi potevano permettere di prendere la mira senza piegarmi alla luce della stanza dove si trovava Nicodemus. Cercai di allontanarmi, ma quello, chiusa la porta, portò un piede sopra il mio stomaco, impedendomelo. “Incredibile. Mandano una mezza sega ad uccidere Carl... Cos'è, uno scherzo?” Poi gli venne in mente “Ah no... dev'essere la prova pre-muta, mh?” Non risposi, ma non sembrava fregargliene molto. Accese una luce, una soffusa, per non accecarmi Mi sollevò per il colletto, portandomi quasi alla sua imponente altezza. “Mi piace vedere in faccia le mie vittime prima di tagliar la loro testolina” spiegò. Per poi bloccarsi quando mi vide. Passarono cinque secondi buoni prima che tornasse a parlare “O forse... potrei anche non ucciderti.” I miei occhi si sgranarono. “I pre-muta come te non mi dicono niente. Come un cibo insipido. Nemmeno degni di sporcare del loro liquido la mia arma” commentò, per poi mandarmi contro il muro. Ed io, inerme, umiliata dal sapere di non potermi ribellare. La mia cerbottana era caduta chissà dove per il pavimento. Mi portò senza troppi complimenti fino alla terrazza dalla quale mi ero intrufolata, ghignando. “Dì ai tuoi anziani che ci sentiamo offesi per aver mandato una mezza tacca come te a fare il lavoro di un adulto” Detto questo, mi lanciò fuori. Non sarei di certo morta. Noi Levii siamo agili. Atterrai senza difficoltà. Poi scappai per non essere raggiunta dai cani da guardia. Guardai indietro, una volta scavalcato il cancello: quel Beeth mi guardava ancora, con quella sua aria tronfia. Mi accorsi di trovarlo un viso familiare. Dove lo avevo già visto? L'umiliazione più estrema l'ebbi quando, una volta riferito agli Anziani di come mi fossi salvata, quelli andarono su tutte le furie. Pensai mi avrebbero uccisa. Ma no, decisero che mi sarei vendicata. Non potevano sopportare che non vendicassi quell'umiliazione subita: essere risparmiata da un Beeth perché insignificante ai suoi occhi. Imperdonabile. Dovevo ucciderlo. Il compito di eliminare Nicodemus sarebbe passato ad altri. Non potei che accettare a denti stretti. Non sapendo il suo nome, gli Anziani mi fecero portare un database delle schede delle sue guardie del corpo ed invitati a quella serata. Lo riconobbi immediatamente: Lewis Murray, ecco come si chiamava. Quel ghigno strafottente, quella statura imponente. Feci delle ricerche aggiuntive e scoprii perché non mi fosse una faccia sconosciuta. Un ex-giocatore di football americano. Si era ritirato da qualche anno, ma aveva segnato delle vittorie memorabili. Beh, più che dire ritirato, era stato espulso dalla squadra per il suo comportamento aggressivo. Controllando i tabloid a quanto pareva era stato un dongiovanni incallito. Però era da anni che di lui non si sapeva molto. A quanto pareva era diventato una guardia del corpo. Di Nicodemus. Mi misi presto a pensare ad una tattica per eliminarlo. Impossibile affrontarlo se non da lontano. Decisi di spiarlo, quindi. Avrei ottenuto le informazioni necessarie per colpirlo nel momento più adatto e lavare l'onta di cui mi aveva macchiata. Abitava in una villa vicina a quella del suo datore di lavoro. Un covo di Contundenti. Più che una villa era un condominio, scoprii dopo la prima ronda. Vi dovevano abitare anche le altre guardie del corpo. Il suo appartamento era quello al piano terra, una fortuna nella sfortuna. Lo vidi camminare con un passo rilassato in giardino, controllare la situazione e tornare in casa, andando a dormire. Da quella notte, presi a spiarlo sempre. Era il mio primo pensiero quando mi svegliavo, il mio ultimo prima di addormentarmi. L'umiliazione mi bruciava come non mai, unita alla pericolosità della mia vendetta. Dovevo sondare bene tutte le possibilità, prima di agire. Questo era quello che mi dicevo, almeno. La verità, era che, controllare con meticolosità tutti i modi possibili per ucciderlo e scappare, erano solo il mio secondo pensiero. Al primo c'era il semplice gusto di guardarlo. Seguivo tutti i suoi movimenti. Sapevo a che ora faceva ginnastica, a che ora cenava. E mi perdevo ad osservarlo... Mi accorsi che anche lui mi osservava. O meglio, lui me lo fece notare. Si portò in casa tre ragazze. Erano delle modelle umane, una l'avevo vista da poco sulla copertina di un qualche giornale locale. Le baciava, le toccava. E loro lasciavano fare tranquillamente, ricambiando. Mi sorpresi a desiderare di uccidere più quelle che lui. E anche lui, ad ogni modo. Fu allora che Lewis alzò lo sguardo... ed incontrò il mio. Mi aveva visto. Ma non era allarmato. Sapeva che non avrei fatto niente. Era da giorni e giorni che non facevo niente. Mi sorrise. Quel ghigno strafottente che lo caratterizzava. Mi mandò un bacio e chiuse le tende. I nostri scambi di sguardi si fecero continui dopo quella volta. Lo spiavo ed ero spiata. Nemmeno mi accorgevo di quanto fosse stupido dire “spiare”, quando ero così allo scoperto. Nonostante questo, ogni sera mi presentavo. E mi avvicinavo. Ma non tanto da potergli parlare. Una notte mi vergognai più che mai di me stessa. Dei Levii si erano intrufolati nella villa di Nicodemus. Lewis e altri Beeth li avevano presi ed ammazzati senza pietà, accecandoli e staccandogli la testa. Alcuni di loro si erano anche divertiti a colpirli con una mazza finché i loro corpi non si erano sciolti del tutto. Io non avevo fatto niente. Mi ero limitata a guardare il massacro. L'unico Levii che era riuscito a fuggire, quello che aveva fatto da palo, mi vide e riferì la mia condotta agli Anziani. Venni richiamata non appena giunsi ai miei alloggi. “Avvicinati Lene” mi chiamò uno dei sei Anziani. Ero nervosa e agitata. Obbedii. Scoppiò immediatamente una ramanzina. Era inevitabile. Era da giorni che stavo dietro alla vittima, eppure non avevo portato nessun risultato. Avevano lasciato correre, ma quello che gli era stato riferito, cioè che non avevo alzato un dito per aiutare i miei compagni, li aveva fatti decidere diversamente. “C'è una cosa che non ti abbiamo detto, per paura che ti saresti buttata subito alla cieca per ucciderlo...” “Ma ora vediamo che è meglio se tu ne venga a conoscenza.” “Ci stringe il cuore dirtelo, ma...” “Quel tale, quel Murray. È lui l'assassino di tua madre.” Sulle prime rimasi semplicemente sbigottita. Non capivo il nesso. Me lo spiegarono con calma, con quella crudele e fredda precisione che solo i Levii sono capaci di formulare. Lewis l'aveva uccisa intrufolandosi in casa nostra e l'aveva uccisa insieme ad un gruppo di altri Beeth. Ecco il vero motivo per cui la sua faccia mi era stata familiare: lo avevo visto, a quel tempo. Stavo rientrando in casa quando lui era uscito con gli altri da casa e stava scendendo tranquillamente le scale. Io mi ero nascosta immediatamente, prima che mi vedessero: un bambino beeth era una preda fin troppo facile. Quando uscii dalla Camera degli Anziani, una nuova determinazione si era fatta strada nel mio cuore. “I Vecchi ti hanno informata. Era anche ora.” Furono queste le prime parole che mi disse, quando mi mostrai a Lewis. Avevo mandato a quel paese il mio piano di colpirlo da lontano. Volevo vederlo morire davanti ai miei occhi, anche se il rischio in quel momento aumentava a dismisura. Sedeva sulla poltrona di pelle sul quale l'avevo osservato riposarsi guardando la televisione parecchie volte. Era strano trovarmi dentro quella stanza dalla quale prima avevo solo spiato. “Sei l'assassino di mia madre. Devi morire” mormorai, la cerbottana vicina alle mie labbra, pronta a sparare in ogni momento. “Sono l'assassino di decine di Notturni, ho perso il conto, non so nemmeno se sono arrivato al centinaio. Eppure tu mi vuoi uccidere solo per uno di loro?” Quelle parole mi fecero ammutolire. Formulai giusto: “Era... mia madre.” “Vuoi dire che, se non lo avessi saputo, avresti messo una croce sopra gli altri e non saresti mai entrata in questa stanza, con l'intento di eliminarmi?” Aprii la bocca, ma non uscirono le parole. “Eppure mi pareva che i Levii fossero molto 'tutti per uno e uno per tutti'.” La mia determinazione iniziava a sbriciolarsi. Avevo pensato di ucciderlo solo per vendicare mia madre. Avevo calpestato i miei compagni come niente. “Uccidimi allora.” La sua frase mi colpì come un fulmine. Nemmeno mi ero accorta che si era alzato e avvicinato a me. “Come?” chiesi con voce strozzata. “Non vuoi uccidermi?” “Sì...” Recuperai l'uso della voce “Sì che lo voglio.” “Allora fallo” Allargò le grandi braccia, in segno di resa “Ma ti avviso: ti do solo dieci secondi per sparare. Uno... due...” Prese a contare, mentre io rimanevo lì, vicina a quel Beeth così sicuro di sé persino davanti alla morte. Aveva ucciso mia madre, così come tanti altri Levii. E io ancora non gli tiravo dritto nel collo quella freccia preparato con il veleno. “Dieci.” Nemmeno mi accorsi che fossero passati tutti e dieci i secondi. Con un movimento fulmineo fece volare via la mia cerbottana, poi mi buttò a terra, portandosi sopra di me. “Non hai sparato piccola serpe...” mormorò, incredibilmente vicino a me. Potevo persino vedere le pagliuzze verdi dentro i suoi occhi dorati. Ero completamente inerme, poteva ammazzarmi quando voleva. Scoppiai a piangere. Lo feci per quel momento, per la mia mancata determinazione, per l'umiliazione che stavo provando, il non aver vendicato nessuno. Sarei morta da lì a poco senza aver combinato niente per la mia gente, spezzata come un inutile fiore di campo da quel massiccio Beeth che mi sovrastava. Ma non morii. Venni baciata, piuttosto. Gli occhi che avevo chiuso per qualche secondo, sopraffatti dalle lacrime, si riaprirono immediatamente, guardandolo. Il secondo successivo notai che non mi tratteneva con tutta la sua forza, anzi. Lo respinsi facilmente, sopraffatta da un miscuglio di emozioni, in parte conosciute, in parte misteriose. Non mi inseguì e io scavalcai il muro che separava il giardino dalla strada, correndo alla massima velocità che le mie gambe permettevano. Nel panico dissi agli Anziani che lo avevo ucciso. Si congratularono vivamente con me per la buona riuscita. Il giorno dopo si scoprì che Lewis era ancora vivo e vegeto, sano come sempre. Mi venne immediatamente tolto l'incarico. Passarono due mesi e Carl Nicodemus divenne sindaco senza troppi problemi e con la vittoria schiacciante che si aspettava. A pochi giorni dalla sua elezione, la nostra base principale venne attaccata. Non certo una coincidenza. Però pensavamo di essere al sicuro. Ormai avevamo imparato a vivere nascosti. Al contrario dei Beeth che, anziché vivere nell'oscurità, accettavano di poter venir attaccati nelle loro rispettive residenze da un momento all'altro, noi Levii vivevamo tutti insieme in grandi basi situate sottoterra, con una fabbrica o un qualche laboratorio sopra come copertura. Trovavi una di queste basi, trovavi tutti i Levii della città e dintorni. Per questo facevamo sempre in modo di far perdere le nostre tracce, in prossimità della base. A quanto pareva un Beeth era riuscito a seguire uno di noi. Quando uno mi avvisò che a fare l'irruzione era stato il gruppo di Nicodemus, mi venne la paura che l'incauto Levii fossi stata io. Mi aveva seguito Lewis? Una delle altre guardie? Non potevo però perdermi in simili pensieri. I Beeth ci attaccavano. Stavo diventando un'adulta, ma non sarei diventata un'assassina, la mia missione era fallita. Quindi il mio compito era portare i bambini in salvo. Mi lanciai nei piani inferiori, raccogliendo e chiamando chiunque potessi. C'erano più porte nella nostra base. Se non erano state scoperte tutte, potevamo farcela. Ma, alla porta verso la quale mi diressi, trovai Lewis. Si erano divisi, era da solo. E occupava l'uscita. Lo vidi: era imbrattato di liquido azzurro, il nostro sangue, il nostro corpo disciolto. Quanti ne aveva uccisi? Quanti ancora avrebbero trovato la morte sotto di lui? Ci avrebbe sterminati tutti. Guardai dietro di me: i bambini mi guardavano spaventati, non sapevano che fare. La maggior parte piangeva. Ma io non potevo più farlo. Portai la mano alla tasca dove tenevo la mano alla cerbottana, tremavo. Lewis si accorse di me. Si avvicinò velocemente, l'arma che si alzava. Poteva uccidere i bambini. Sparai. Non riuscii a prenderlo, ero troppo agitata per prendere la mira; la freccia si andò a conficcare nel muro. Fu allora che uno dei bambini, il più grande, si gettò contro di lui. Era spacciato. Con il suo contundente, il Beeth gli fracassò la testa, mandando a rotolare quella poltiglia lungo il corridoio, tra le grida degli altri piccoli. Lewis continuò ad avanzare. Uccise altri, sotto i miei occhi, finché non giunse davanti a me, mi sollevò e alzò di nuovo quell'arma terribile... Fu allora che lo baciai. Presi il suo viso tra le mani, congiungendo le mie labbra con le sue. Immediatamente mi lasciò. In poco tempo venne colto dagli spasmi. I bambini corsero verso l'uscita. Io rimasi accanto a quel corpo che, a poco a poco, svaniva. Era così che morivano i Beeth. Si dissolvevano come fumo nell'aria. Durante il bacio, gli avevo passato in bocca una scaglia della mia ultima muta. Non era stata raffinata in un impasto, era pura, ci metteva più tempo a uccidere la vittima. Prima di cadere a terra lanciò verso di me la sua arma. Pensai di essere spacciata. Invece sentii un lamento dietro di me e un corpo dalla testa recisa si afflosciò, liquefacendosi immediatamente. Lo riconobbi: era uno dei Levii che erano entrati quella volta nella villa del sindaco. Allora non era morto... “E' lui che ci ha portato qui.” sentii la voce di Lewis. Mi girai verso di lui. Era a terra, un piede in parte evaporato “E' il vostro traditore.” Le lacrime che prima avevo trattenuto, iniziarono a scendere copiosamente, rigarmi le guance con violenza. Non era stato altri che uno dei nostri a portare il nemico in casa. Lewis non mi aveva seguita. Non aveva meno colpe, però. Eppure... Era come se potessi perdonargli qualsiasi cosa. Persino l'uccisione di mia madre, che confessò da lì a poco. Mi sedette vicino a lui, lasciandogli mettere il capo sulle mie gambe. Sembrava che in quel momento non stesse avendo luogo nessuna battaglia. A parole brevi, semplici, scandite dal dolore che stava provando, mi rivelò la verità. Su come, allora appena una promessa del football, si sentiva in grado di fare qualsiasi cosa, uccidere un Levii a sangue freddo. Poi era rimasto ferito. Una rissa scattata tra gli stessi Beeth durante uno dei loro goliardici giochi. Ridotto male, era stato soccorso sorprendentemente da una Levii. Come detto, i Levii preferivano vivere in gruppo, ma alcuni di loro non avevano paura e abitavano in normali case, integrati in società con un normale lavoro. Mia madre era una di questi. Lo accolse e lo curò. Spiegò a Lewis che, sebbene due creature diverse, i Levii e i Beeth potevano anche vivere insieme, senza uccidersi. Non c'era bisogno di amarsi, ma almeno rispettarsi in quanto esseri viventi. Lui l'ascoltava e non provava il minimo desiderio di farle del male. Finché dei Beeth lo trovarono. Giovane e immaturo, colto dal panico uccise immediatamente la Levii, prima che venisse ammazzata dagli altri, senza pensare invece di salvarla. Divenne la sua croce in tutti quegli anni. Il suo comportamento peggiorò nei confronti di tutti: umani, Beeth e Levii. Venne espulso poi dalla squadra ed entrò al servizio del Beeth che voleva delle guardie del corpo aggressive e sanguinarie. “Poi ti ho visto...” mormorò, con voce sempre più debole. Ero la copia di mia madre. E, al contrario di quello che pensai all'epoca, lui mi aveva scorta, là, nascosta nel sottoscala. Aveva sempre avuto il potere di accorgersi della mia presenza... “Se c'era qualcuno a potermi uccidere, eri solo tu” continuò “Mi aspettavo che mi avresti tirato il tuo veleno allora, ma non lo facesti...” Feci una piccola smorfia, ricordandomi quei momenti. “Così... Non ho potuto fare a meno di ricambiare il tuo sguardo e...” abbozzò un sorriso, ma strinse presto le labbra per il dolore “Che ci posso fare, mi sono innamorato.” Il suo corpo ormai era svanito quasi del tutto. Fui contenta che il viso fu l'ultima parte a lasciarmi, perché potei sussurrare tra i singhiozzi: “Ti amo anch'io...” Poi non mi rimase più niente di Lewis che le ultime parole pronunciate, marchiate a fuoco nella mia mente. Mi alzai. Non sentivo più alcun rumore di battaglia provenire dai piani alti. Qualcuno doveva aver vinto. Noi o loro. Ma non mi importava più molto. Mi diressi fuori, dove i bambini, spaesati, mi aspettavano.
  2. Misery

    Ucronie impure

    DomandaXD Ma per ucronia, si intende anche un genere come Bastardi senza gloria? Per chi non l'avesse visto, un racconto non tanto con un'inizio che ha già base ucronica (non so se si possa dir cosìXD), ma che abbia invece come fine un avvenimento che nella nostra vera storia non è mai accaduto?
  3. Misery

    Test: chi è il peggiore?

    Se per me il meno nel torto è stato E... La famiglia?.-. -famiglia -amore -soldi/sesso -l'onore Oddio non mi ci riconosco per niente
  4. Misery

    Il cuore del capitano Drache

    Di solito, quando c'è la prigionia di mezzo, 3 giorni sembrano 3 settimane, non il contrario. Allora, la storia in sé mi piace. Certo, la storia della tortura... Capisco sia fatta per far accelerare le cose, ma erano già passati mesi! E in quei mesi hanno continuato a torturarlo... Se questo capitano, il migliore della flotta imperiale, è così importante, avrebbero dovuto trattarlo con i guanti. Se addirittura l'imperatore voleva pagare per riaverlo! Non lo so, visto che gli è capitato un ostaggio così appetibile, fargli troppo male, rischiare di farlo morire, non è una mossa molto intelligente. Poi, una volta che l'accordo fosse saltato, lo si ammazzava, senza far intervenire l'emissaria dell'imperatore. Non so, magari invece è fattibilissimoXD La pensiamo allo stesso modo. La parte della bambina è quella che mi è piaciuta di più Eheh, appena tornato alla vita, ha capito i suoi limitiXD Ma diamogli tempo...
  5. Misery

    Test: chi è il peggiore?

    Premettendo che non sto giudicando il livello di idiozia, ma solo di chi si è comportato peggio... B perché lui non si è degnato di attraversare il fiume e ha mollato subito la ragazza appena ha saputo che ha "pagato in natura" pur di vederlo C-D a pari livello. Mi pare più che C abbia pensato al dopo. Cioé "se mi salvo poi ci guadagno" e D si sia detto "Oh bé, se devo schiattare tanto vale farmela!" A perché invece di cercare altri modi ha deciso di cedere nella fretta ad una proposta come quella del sesso. E non ci trovo proprio niente di male in quello che ha fatto... Non ha calunniato nessuno e, quando lei è venuta da lui l'ha consolata. Poi è diventato il suo ragazzo.
  6. Misery

    RACCONTI 68° CONTEST: HALLOWEEN TIME

    Ho scelto di cimentarmi nel racconto gotico, usando il Diavolo «C'è una sola cosa orribile al mondo, un solo peccato imperdonabile: la noia.» (Oscar Wilde) Per gioco, per noia Parte prima: come prendere per la gola e macchiare il corpo Lentamente, aprì gli occhi. Riprendendo conoscenza, il corpo si fece sentire in tutto il suo dolore. Cos'era successo? Cercò di far mente locale, ma le sembrava tutto così confuso... «Ti aiuto io dolcezza: hai fatto proprio una bella caduta.» Aline girò appena la testa, cercando la fonte di quella voce. Apparteneva ad un uomo panciuto e dalle guance rubizze, con una chioma di riccioli dalla tonalità del cioccolato a contornargli il volto. Indossava un completo rosa e un panciotto color crema. Impossibile non riconoscerlo. Per questo la ragazza venne presa dal terrore. «... Sono morta?» chiese con un filo di voce. Mentre si carezzava il ventre prominente, l'uomo le sorrise. «Sono deliziato di saper che ti ricordi di me. Comunque no, non sei morta» Sospirò «Almeno, per adesso. Nelle condizioni in cui ti trovi e col freddo che c'è, non so se passerai la notte. Asprigna idea quella di prendere la scorciatoia per il bosco. Ma non ti sto certo rimproverando! In fondo per me è meglio così: ti ho prima nel forno. E dopo solo sei anni! Proprio un affare sostanzioso.» «Io... la prego...» «La prego monsieur Beelzebub non vorrei morire, dolcezza? Ma biscottino mio, tu come gli altri esseri umani, devi morire. Prima, dopo: dove sta la differenza? Siete come grano mietuto, che divien pane per la nostra tavola. Bé, dipende che tavola... ma la tua la conosciamo già, eh dolce Aline?» Calde lacrime scesero sul viso della giovane, ancor senza la forza di muoversi e scappare. Invece rimaneva stesa accanto a quel signore dall'aria tanto eccentrica, che la guardava come se avesse davanti una torta. «Oh, non piangere che le lacrime son salate. Quel sapore lascialo al mare. E a me dona la tua anima. Non far quella faccia. Sapevi cosa sarebbe successo dopo aver firmato il patto con me. E poi di che ti lamenti? Non hai forse gozzovigliato per anni? Non ti ho forse sempre dato quello che volevi? Non puoi negare la verità, mia tenera ingrata. Ricordati com'eri, povera dodicenne senza un soldo, con l'acquolina in bocca quando passavi davanti alla pasticceria dopo la scuola. Quanto avresti voluto gustar quei dolci, ber della cioccolata calda, sporcarti le dita di farina e zucchero! Non ho forse esaudito i tuoi desideri? Ogni giorno per sei anni hai mangiato a volontà, la tua tavola era sempre imbandita. Guarda come sei florida adesso, rispetto a quel vil scheletrino di un tempo. Io in cambio ho preteso solo una firmetta» Il suo viso, pacioso e bonario, prese una connotazione maligna «Ma adesso sei mia.» «Non... la prego... voglio... voglio vivere...» Sentiva di aver ancora così tanto da fare. Era ancora nel fiore dei suoi anni, non voleva andarsene così. «Ahh, basta lamentarsi tanto. Un patto è un patto e, appena spirerai, la tua anima mi sarà servita su un piatto d'argento. Con tutti i dolci che hai mangiato, son sicuro che sarà buonissima. E poi io non posso guarir magicamente qualcuno, non avercela con un povero diavolo. Gli angeli sono anche peggio: prendono la tua anima e poco gli importa di averti fatto star bene almeno in vita. Certo, se qualche disgraziato passasse per il bosco e ti trovasse... Mmhh!» Si bloccò, come assaporando un cibo raffinatissimo, una gioia del palato. «Sai dolce Aline, tu mi piaci. Davvero. Per questo voglio accontentarti e lasciarti vivere. Se accetterai la mia proposta.» La giovane annuì per farlo continuare. «Ecco, brava ragazza. In fondo non ti costa che aver salva la tua vita accettarla, no? Mi basta uno schiocco di dita per far sì che qualcuno venga a salvarti. In cambio voglio fare un gioco con te. Un semplice gioco, che oltretutto ho davvero una gran probabilità di perdere. Io esaudirò altri tuoi sei desideri. Sette desideri in tutto, contando il primo, da leccarsi i baffi, eh? E non chiederò la tua anima in cambio. Eccetto l'ultima volta. Se per sette volte accetterai di firmare un patto con me, allora la tua anima sarà davvero mia. Allora, ti gusta?» Aline, che non poteva credere alle sue orecchie, accettò immediatamente. Sapeva bene che manteneva la parola data e sarebbe stata una sciocca a non stare a quel patto tanto vantaggioso per lei. Tutto quello che le bastava fare era non chiedergli qualcosa per la settima volta. «Scelta sfiziosa, Aline!» esclamò compiaciuto. Poi schioccò sul serio le dita e già in lontananza si cominciarono a udir delle voci, che chiamavano a gran voce il nome della ragazza. «Orbene! Ho adempiuto alla mia buona azione del giorno. Ci rivedremo alla tua prossima richiesta... o magari mai! Chissà, chissà!» Con passo fin troppo leggero per essere un uomo di dimensioni considerevoli, sparì nel folto del bosco. Ma Aline lo chiamò. «A-aspettate...» mormorò, sperando che la sentisse ma, non vendendolo tornare indietro, si limitò a pensare quello che avrebbe voluto dirgli. Che lei era giovane, ma era tanto povera quanto brutta, per quanto avesse ottenuto delle morbide forme del corpo. Che era stanca della vita piccola e ottusa del suo paesino, che voleva vedere Parigi o almeno Amiens! Una grande città, dove poter condurre una vita piacevole e non legata al bigottismo della sua gente. «Ooh... è già una nuova richiesta? E io che pensavo mi sarei tediato ad aspettar di vedere il tuo viso...» Il diavolo tornò. Ma non era quello di prima. Indossava una vestaglia da notte rossa come il sangue, come le sue labbra, piene e larghe. I suoi occhi erano invece due pozze nere come la notte di quel cielo senza stelle, allo stesso modo i capelli, che cadevano ondulati fino ai suoi fianchi. Non avrebbe saputo dire se fosse stato un uomo o una donna. Era un essere talmente bello, talmente affascinante, che il sesso non sarebbe importante. Le tornò vicino, avvolgendola in una nuvola di profumo. «Monseiur... Madame...» La creatura sembrò trovare divertente quella confusione e le regalò un mellifluo sorriso, poggiandole un dito, terminante in una lunga unghia vermiglia, sulle labbra. «Il mio nome è Asmodeo, mia amata. Ed esaudirò la tua richiesta. Sì, lo so che non hai ancora detto niente, ma devi risparmiare la tua voce per i soccorritori. Anzi, facciamo in fretta, prima che arrivino... anche se a me piace prendermela comoda di solito, ahimé!» Sospirò, tirando fuori un contratto, già compilato. Firmando, le assicurava, sarebbe diventata bellissima, attraente. E avrebbe potuto amar tutti, senza incorrere in malattie del piacere. Le dava piena libertà di condurre una vita dissoluta a Parigi, dove già l'aspettava una casa. Con debole movimento delle dita, Aline firmò e il contratto sparì presto nella veste di Asmodeo che, con un bacio sulle labbra, la lasciò ai suoi salvatori. Parte seconda: verdi sono gli occhi dell'invidia «Ho passato anni pieni di passione. Ho avvolto tra le mie gambe innumerevoli uomini e altrettante donne mi hanno fatto provare la loro morbidezza. Inizialmente ho pensato che fosse questa la vita che volevo. Di giorno mi svegliavo nel letto sontuoso di qualche dama, o sulla banchina di un porto e di notte, eh, di notte vivevo. Non mi sentivo appagata se non durante l'amplesso e lo ricercavo. Continuamente. A quante feste ho partecipato! Tutte finite in baccanali che addirittura lo stesso dio da cui prendono il nome, avrebbe arrossito! Ma... Ah, ma ora le cose sono cambiate... Come la amo! Come il sole che bacia la terra, come Romeo amava la sua Giulietta, come Paolo e Francesca, Enclopio col suo Gitone...La amo così tanto. Dovreste vederla. Così bella! I miei amici dicono che non è niente di che, ma io non do loro retta: un viso così dolce e sincero, bianco come neve, dalle gote appena arrossate. Non un filo di trucco e i capelli del color del grano maturo li lascia sempre muovere al vento! Rosaline, questo è il suo nome: un piccolo fiore. L'amo, l'amo, ma... ma quello! Perché ho perso la testa per una donna prossima al matrimonio? Perché non l'ho conosciuta prima? L'avessi presa prima di lui, stretta a me, fatta dimenticare di tutto tranne che della sottoscritta! Ma no, il fato mi è avverso e lei è innamorata. Innamorata del figlio di un piccolo droghiere, quale follia! Perché non invaghirsi di me? Sono una donna, ma la amo più di lui e la farei senz'altro più felice! Quando glielo dissi, mi sorrise dolcemente, ma le sue parole furono di rifiuto. Era felice con l'uomo che amava e l'avrebbe sposato. Ma ho capito cosa vuole: vuole un uomo. Bene! E un uomo avrà. Quello vince solo perché ha qualcosa in mezzo alle gambe. Allora l'avrò anch'io. Voi potete garantirmelo, vero Leviatan?» La donna dal fragile aspetto che stava seduta vicino a lei, nel salotto della sua casa parigina, annuì. Le fini rughe del suo viso si allargarono, finché quel piccolo sorriso, finì. Aveva una bocca minuscola, le labbra sottili come tutta la sua figura; solo gli occhi erano grandi. Enormi e verde smeraldo, sporgenti come quelli dei pesciolini rossi. Era vestita poveramente, eccetto per una cintura ben stretta in vita, che sembrava costare più che tutta la casa di Aline. «Certo che posso. Lo sai, adempierò ad altre tue cinque richieste, compresa questa. E poi appoggio questa decisione. Questo è un mondo per uomini. Non vorrai mica rimanere tutta la vita a crogiolarti in devianti pensieri perché non tutte le porte ti sono aperte. Sì, sì, fai bene: diventa un uomo, così la tua bella si innamorerà di te. Serve solo quello, eheh.» Dal vestito, cacciò fuori una pergamena che, appena srotolata, si rivelò essere il contratto. Aline la guardò con una piccola smorfia, mentre leggeva velocemente il testo. «Devo dire che preferivo Asmodeo. Voi mi fate più impressione» commentò, mentre firmava. «Ogni richiesta che mi fai, è diversa dalle altre, pertanto non posso usare il solito aspetto. Ma non preoccuparti.: Appena uscirò da questa casa, avrai un nuova persona da conoscere: te stessa.» Non si fece nemmeno accompagnare alla porta e, quando la chiuse dietro di sé, Aline diventò uomo. Appena avvertì il cambiamento, corse davanti a uno specchio per vedersi: persino il vestito era cambiato! Al posto dell'ampia gonna c'erano un paio di pantaloni aderenti. Una camicia le copriva il torace, ma Aline lo scostò per potersi ammirare. Il viso era mascolino, senza ancora un accenno di barba, ma che sarebbe potuta spuntare se non l'avesse rasata. I capelli, ancora lunghi e castani, li avrebbe tranquillamente tagliati e legati in un codino. Si piaceva da donna, ma si piacque anche da uomo. Aline era sicuro che la sua Rosaline sarebbe caduta ai suoi piedi non appena l'avesse mirato. Cercò nel suo armadio vestiti lasciati dai suoi amanti e trovò di che indossare per presentarsi elegante alla sua porta. Decise di cambiare il nome in Alain, scoprendo con sua meraviglia che Leviatan aveva già pensato a sostituirlo su ogni suo documento. Forte della nuova identità, dell'abito e dei fiori che comprò, si diresse speditamente alla dimora dell'amata. Parte terza: di funesta ira mal si ragiona Come aveva osato! Come! Lui che si era prostrato ai suoi piedi, che le aveva scongiurato di amarlo... Niente! Respinto ancora e ancora. Poi per cosa? Lui non era forse meglio di quell'altro? Era più affascinante, più conoscitore del mondo. Ah, l'avrebbe potuta far felice e invece! Colto dalla rabbia, Alain camminava a passo spedito per i vicoli più malfamati di Parigi, senza una direzione apparente. Scontrava le persone che lo intralciavano e le spingeva se queste non si spostavano. Poi andò a sbattere contro la schiena massiccia di uno dei bassifondi, dai vestiti laceri. Aveva tre cani neri al guinzaglio, dalle orecchie dritte come corna e fauci appuntite dalle quali scendeva bava. Appena scontrò l'uomo, quelli presero a ringhiargli contro e gli sarebbero saltati addosso, se il padrone non avesse dato una tale tirata della corda che li teneva, tanto da farli stramazzare a terra. Quelle bestie si rialzarono poco dopo, tornando ad abbaiar contro Alain, ma rimanendo nella loro posizione. «Te la sei vista brutta Aline, eh! Ah no, ora ti chiami Alain...» L'uomo imponente si girò: aveva un viso ricoperto di cicatrici, di cui una gli attraversava l'occhio destro, non permettendogli di aprirsi. Era la prima volta che lo vedeva, ma non ebbe dubbi sulla sua identità non umana. «Non ho chiesto il vostro aiuto...» «Ahah! No che non l'hai chiesto. A voce! Ma sai che io arrivo subito in tuo aiuto. Ci tengo alla tua fottuta felicità. È a quella tipa che non gliene frega niente di te! Tu che come uno schiavo le hai chiesto di essere tua e lei che ha sposato quel figlio di droghiere! Sei diventato un uomo per lei e quella ti respinge! Ah povero Alain, sei proprio un anima derelitta... Sei molto meglio di quello e lei lo preferisce!» «Tacete, vi prego!» «Cos'è non vuoi sentire? Ma guarda che questi sono i tuoi pensieri... e non scordiamoci il suo ultimo affronto! È incinta! Ah quella puttana, che affronto davvero! E non solo, ti ha chiesto di starle lontana, perché “disturbi la sua quiete”. Ci tiene proprio tanto al figlio di quel bastardo, eh?» «Vi prego...» L'uomo gli diede un pugno dritto nello stomaco. «Vi prego, vi prego! Non è quello che hai detto anche a lei? Ma lei ti ha respinto comunque. Lascia che te lo dica chiaro e tondo: non ti vuole! Non ti ha mai voluto né ti vorrà mai... allora perché lasciarla tra le braccia del bastardo?» Alain scoppiò in pianto. «... Perché non mi vuole?!» «Finalmente lo ammetti anche a parole! E allora sai già la risposta alla mia domanda: meglio con lui … o meglio morta?» «Morta! Non mi ama! Adesso usa anche la scusa del moccioso per tenermi alla larga, perché mi disprezza così tanto! Morta! Meglio morta se non la posso avere!» «Così si ragiona!» «Morta!» Poi si ricordò, facendosi assalire dai dubbi «Ma come faccio? Sanno tutti della nostra situazione. Se muore accuseranno me! Non voglio finire in prigione!» L'omone scoppiò in una grassa risata, dandogli una pacca sulla spalla. In quel momento le bestie smisero di latrare e una portò una pergamena, che teneva tra le fauci, al padrone. Questi la prese e la diede secca sulla testa ad Alain. «Se sai chi sono, sai anche che posso farti accoppare quella puttana e far in modo che nessuno sospetti di te. Anzi, sai che ti dico? Sono Satana, posso benissimo far credere a tutti che sia stato il bastardo, sai che ci vuole!» Gli srotolò il contratto davanti agli occhi. Alain, stravolto, lo firmò senza pensarci una seconda volta. Satana prese la pergamena e gli diede in cambio una pistola d'argento, finemente cesellata con dei motivi di fiamme che si contorcevano. «Sai cosa fare» gli disse soltanto, prima di dare un altro strattone ai cani, che presero a incamminarsi per il vicolo. Senza spazio per ripensamenti, Alain si diresse prontamente verso la casa di Rosaline. Entrò dentro a forza e, non appena la vide, le sparò. La donna cadde a terra, rantolando per diversi minuti prima di morire. Allora, preso dal panico, il suo innamorato rifiutato scappò, lasciando la pistola a terra. Solo il giorno dopo poté sospirare sollevato, quando lesse sulla cronaca del giornale parigino, che il signor Satine aveva ucciso la moglie in un raptus di folle gelosia. Parte quarta: non potete servire a Dio e a Mammona «E quindi vi dicevo. Qualche anno fa ho aperto questa fabbrica manifatturiera. Sembrava andare tutto bene, ma questa maledetta crisi nelle campagne! Non ci arrivano più tutti i materiali richiesti e, eh, è dura. Davvero dura. Insomma per salvare la situazione, ho chiesto qualche prestito, ma... ah, capite, io ci ho provato, sul serio. Ma posso poco quando il problema vien da lontano, io non ci posso far nulla. Così la situazione non è migliorata e mi trovo con l'acqua alla gola. Ogni giorno vengono a reclamare i loro soldi, ma io davvero non li ho...» Alain parlava veramente da disperato. Era chino sul suo bicchiere, seduto al tavolo di di un café che non si sarebbe certo potuto permettere, se non fosse stato per il suo compagno, un vecchiettino dall'aria tutt'altro che bonaria. Era piccolo come un bambino e curvo, tanto che il viso stava a livello del suo petto. Canuto e con degli occhiali che parevano fondi di bottiglia sul naso, si sfregava continuamente le mani, guardando Alain interessato. «Mi par di capire» iniziò il signore, umettandosi le labbra sottili «Che voi abbiate proprio dei grossi problemi.» Alain annuì, coprendosi il volto con le mani. «Già... voi avete detto di potermi aiutare. Sul serio?» «Certo che sì. Non faccio mai una promessa a caso, giovanotto. Io sono molto, diciamo influente. Se voglio, posso portar la vostra azienda dalla bancarotta alle stelle, senza problemi. E sapete che vi dico? Voi mi state simpatico. Siete un giovane intraprendente e a me piacciono le persone che si danno da fare. Il tempo è denaro e non lo si deve sprecare, giusto? Quindi voglio accontentarvi subito, e senza pretendere nulla in cambio.» Alain lo guardò sbalordito. «Davvero?!» «Davvero. Sono una persona di parola, io.» «Oh monseiur Mammon, grazie! Grazie di cuore!» Alain gli prese le mani tra le sue, baciandone il palmo. Ma l'ometto le tirò via stizzosamente, tornando a sfregarsele più di prima. «Prego, prego. Mi basta solo una firmetta, un'inezia, su questo contratto...» Tirò fuori dal suo panciotto un contratto, che stese sul tavolo «E le posso assicurare la magnifica prosperità della sua bell'azienda.» Appena vide quella familiare tipologia di pergamena, Alain si morse le labbra. Finalmente capì con chi fosse al tavolo e che quella sarebbe stata la quinta volta che avrebbe stretto un patto col Diavolo. Ma, ancora, accettò. Non sarebbe mai uscito da quella situazione da solo, aveva bisogno di aiuto. E, potente com'era quel benefattore, di meglio non poteva desiderare. Appose la sua firma dove indicatogli. Quando tornò a casa, arrivarono i suoi collaboratori, che lo avvisarono di un arrivo ingente di capitali con i quali finanziare la sua industria. Poteva iniziare la sua scalata verso il successo. Parte quinta: di superbia anche il leone perisce C'era una sola parola per descrivere monsieur Alain Ricoeur: ricco. Perché davvero possedeva una sconfinata ricchezza e perché era anche l'unica cosa positiva di lui. Non aveva moglie e quindi un erede, non aveva la minima goccia di nobiltà nelle vene, ma neppure nel cuore. Era famigerato per i suoi prestiti ad alti interessi e per la sfrontatezza. Non rispettava niente e nessuno, cercando sempre di scavalcare gli altri, per ottenere il meglio solo per lui. Insomma, agli occhi della gente bene, un parvenue arricchito in fretta come Ricoeur, non era ben accetto. E glielo dimostravano ampiamente, non invitandolo a cene e feste, non presentandogli le loro figlie e degnandolo appena di freddi e superiori saluti. Difatti, quando questi si presentò all'Operà-Comique, per la prima della Carmen, nessuno dei gentiluomini gli si avvicinò, né una delle loro mogli gli permise di conoscere la figlia. Rimasero distanti, tenendosi in gruppi per lui inarrivabili, nascondendo sorrisi maligni dietro i ventagli e i libretti dell'opera. Anche se non gli parlavano, Alain sapeva bene cosa pensassero di lui. Il loro chiacchericcio bisbigliato gli rimbombava nelle orecchie come se fosse stato urlato a squarciagola. Odiava quell'ambiente. La maggior parte di loro non era neppure aristocratica, eppure si comportavano come se fossero alla corte del Re Sole. Ma chi erano loro per giudicarlo? Avrebbe potuto comprare tutto il teatro se avesse voluto! Aveva finanziato loro progetti, prestato soldi a quei pidocchi, eppure loro continuavano a non volerlo far entrare nel loro piccolo circolo elitario. Stupido lui che aveva pensato di poter esserne accettato di diritto! Nemmeno una delle loro preziose figliolette gli avevano presentato, eppure lui sapeva benissimo di essere un ottimo partito. Cosa aveva da invidiare loro? Niente! Era meglio di loro, solo che quei vermi non lo capivano. L'opera non gli piaceva granché, ma si era sforzato per apparire dove compariva anche la creme parigina. Pensava che questo gli avrebbe fatto ottenere qualche occhiata benevolente, invece si limitavano a fissarlo come un poveraccio finito per sbaglio in prima classe. Solo un paio d'occhi lo guardarono con simpatia. Appartenevano ad una donna bellissima, che sfoggiava un vestito degno di una regina e gioielli che solo un imperatore avrebbe potuto permettersi. Non l'aveva mai vista, ma si capiva anche da lontano che non fosse una parvenue come lui. Alta nobiltà quella. Persino i lineamenti erano aristocratici, con il naso finemente cesellato e le labbra a cuore; i capelli rossi acconciati come andava di moda all'epoca. Molti galantuomini avrebbero voluto parlarle, ma lei non li degnava di un'occhiata, facendoli sentire come i vermi che erano. Quella dama era la sposa ideale, pensò Alain, che non riusciva a smettere di ammirarla. La donna gli sorrise, arricciando appena le rosse labbra e disse qualcosa al suo servitore che si avvicinò subito verso Alain. Dopo un inchino, gli chiese se avesse voluto unirsi alla sua padrona per seguire l'opera. L'uomo accettò senza nemmeno pensarci e seguì rispettosamente la dama a distanza, finché questa non entrò da una porticina che dava sul suo palchetto privato, quello centrale: il più ambito. Pregustandosi la sua compagnia, Alain entrò. Non fece in tempo a sedersi sul vermiglio velluto della poltroncina, che la porta si chiuse da sola. L'uomo provò ad aprirla, ma invano. Allora sentì la dama ridacchiare, mentre muoveva il ventaglio con un lento movimento del polso. «Mio caro Alain, ancora non riesci a riconoscermi al primo sguardo? Male, male.» Alain, con un sospiro si sedette accanto a lei. «Non pensavo mi avreste cercato...» «Sciocchino. Non hai forse capito che non sono io a cercarti, ma sei tu che mi chiami? E questa volta hai voluto la compagnia di Lucifero.» «Ma io...» «Alain, Alain... Prova a far mente locale: cos'è appena successo all'Operà? Ti hanno forse lanciato rose e sorriso? Oppure ti hanno guardato con sufficienza, trattandoti come un ratto alla loro tavola?» Alain si morse le labbra: Lucifero aveva colpito sulla ferita aperta. «Quei vermi non mi apprezzano. Eppure io non son certo meno di loro.» «Già. Gli esseri umani son fatti così. Hanno sempre bisogno di sentirsi meglio di qualcuno. E si sentono così bene quando criticano! Ti faccio un esempio» Indicò con un dito l'opera appena iniziata «Ti posso assicurare che stasera non verrà apprezzata. Povero Bizet. Questo solo perché la gente non riconosce il bene che gli capita. Capisci?» «Credo di sì...» «E non riesce nemmeno a intendere quanto tu sia migliore di loro. Povero caro, ti trattano a pesci in faccia, quando non meriterebbero nemmeno di baciare la terra dove cammini!» «Lo credete davvero?» «Ti ho mai dato l'impressione di dir cose a vuoto?» «No, certo che no, scusatemi.» «Via via! Cos'è quest'umiltà? Non è certo questa la chiave per farsi rispettare. Quei porci han bisogno di essere trattati per quel che sono. E tu sarai il fattore che ne farà bistecche. Li sbranerai dal primo all'ultimo, come il leone con le sue prede. Perché il leone è il re della foresta e tu di questa città.» Alain, che si era perso in quella grandiosa visione, dovette sospirare e tornar coi piedi a terra. «Ma come! Lo avete detto prima: mi trattano come un ratto.» «E lo chiedi proprio a me? Non è forse chiaro?» Gli mise il contratto in grembo. In breve, assicurava che tutti lo avrebbero rispettato e che si sarebbe elevato al di sopra degli altri. Nessuno lo avrebbe più guardato dall'alto in basso. «Io non so. Sarebbe la sesta volta, ecco...» «E con questo? Tesoro, con questa arrivi in cima al mondo. Cosa vorresti desiderare di più per farmi ottenere la tua anima? Sono stata sfortunata, che dire.» Alain ci pensò su e si convinse della bontà delle sue parole. Era vero: che altro avrebbe potuto desiderare, dopo essere arrivato così in alto? Prese la penna, già intinta in inchiostro carminio e firmò «Questa sarà l'ultima volta che ti saluto» disse sicuro. Lucifero gli sorrise e si alzò con il contratto in mano, fece una piccola riverenza e, senza aggiungere altro, se ne andò. Quando la prima parte dell'opera finì, Alain uscì fuori e, con sua sorpresa, lo vennero tutti a salutare, con inchini e belle parole, trattandolo come se da lui dipendesse la loro inutile vita. Parte sesta: per un piatto di lenticchie Perché Dio non gli aveva mai risposto? Il Diavolo non serviva nemmeno chiamarlo, che arrivava. Perché il Signore non faceva altrettanto? Se solo lo avesse fatto, avrebbe fatto erigere in suo nome una chiesa enorme, più grande di tutto il Vaticano. Invece si era chiuso nel suo silenzio. Non poteva quindi biasimarlo se per colpa sua Alain aveva smesso di credere in lui. Da ormai un anno aveva smesso di pregarlo, capendone l'inutilità. Non aveva mai ricevuto la minima pace dei sensi che avrebbe voluto, rimanendo inginocchiato all'altare. Lucifero aveva avuto ragione: cos'altro avrebbe potuto desiderare? Aveva tutto. Si era sposato con una moglie che lo venerava, ma non sapeva ricambiarla, trovandola disgustosa. Come tutto e tutti, del resto. Non aveva trovato nessuno che potesse considerare un suo pari, né qualcosa era più riuscita ad attirare la sua attenzione. Non desiderava più niente. Solo la quiete. Solo l'oppio. Si era ritirato dal mondo, dalle luci e i profumi invitanti di Parigi e rimaneva tutto il giorno nella cantina di un vecchio cinese, insieme ad altri insofferenti alla vita come lui. Respirava e veniva avvolto da dolci ricordi. Tutta la sua vita sembrava migliore fumando dimenticanza. Non si alzava nemmeno più da quel lettino, non sentendo alcuna motivazione per farlo. Una donna gentile scendeva ogni volta a preparargli il necessario per vivere un altro giorno in quell'oblio, per poi rimanergli accanto; una presenza serena e dolce che lo accompagnava nel mondo di piacevoli sogni. Passandogli la pipa con aria stanca e sonnolenta, la donna gli chiese in un sussurro: «E' bello vivere così... vero?» Alain annuì, tornando a fumare. «Ma sai, non potrai rimanere sempre così. Sei una persona importante. Prima o poi dovrai tornare alla vita mondana.» Alain scosse la testa. Non voleva. «Sai, ho parlato al proprietario. Mi ha assicurato che al più presto avrai una stanza tutta per te e ti terrà nascosto, così nessuno potrà trovarti. Non è un'idea grandiosa?» Cacciò uno sbadiglio «Basta che firmi qui» Tirò fuori una pergamena, che stese sul torace di Alain «Non sforzarti, ti dico io cosa c'è scritto: che potrai vivere nel tuo meritato oblio fino alla tua morte. È perfetto, non credi?» Alain, abituato com'era a firmare per ottenere contratti vantaggiosi, appose il suo nome sul documento. Appena la donna lo prese in mano, il suo aspetto cambiò. Al posto dei suoi capelli lunghi e castani, un caschetto biondo gli delineò il volto appuntito, dalla bocca larga e dipinta di nero. Portava la tuba, nera come tutto il suo completo. Sebbene vestito in abiti maschili, avrebbe potuto essere una donna, a causa del volto così sibillino, così simile a una maschera. Allargò le braccia e comparvero gli altri sei contratti, che si unirono in uno unico, dove un'unica scritta, dorata e lucente, apparì: “cedo a Belial la mia anima”. Con tanto di firma di Alain Ricoeur. A quella vista, Alain riprese i sensi, guardando con terrore quella figura mai vista prima, eppure così familiare. «Sai, non sono tanti gli umani che hanno visto il mio vero aspetto. Ma, ora che hai firmato anche con Belfagor, era giusto che mi mostrassi a te» Gli sorrise, mostrando la lingua appuntita «Non ho ancora capito perché, ma tutti quelli che riescono a spendere tutti e sei i desideri, e intendiamoci, siete la maggior parte, finiscono sempre a peccar per ultimo di accidia. Brutta cosa, davvero. Perché, nel momento in cui dovreste appellarvi il più possibile a quello lassù, in cui non vi manca niente e avete tutto quello che avete sempre desiderato, vi lasciate andare, credendo di essere persi e vi svendete per un piatto di lenticchie. E poco importa l'ordine in cui viziate. Siete tutti uguali. Una mandria di pecore smarrite che non sentono il richiamo del pastore, ma seguono fiduciose il lupo» si chinò, carezzandogli i capelli solo per aver la mano schiaffeggiata da Alain, che scese traballante dal lettino «Ma suvvia, cosa fai tanto l'altezzoso adesso! È colpa tua se ti trovi in questa situazione, solo tua. E, quando morirai, la tua anima brucerà per mano mia e ti verranno inflitte le peggiori torture. A quanto pare sei un pessimo giocatore, mio caro Alain.» «Vattene!» urlò Alain con tutto il fiato che aveva in voce, tossendo nel mentre «Vattene demonio!» Belial scoppiò a ridere e annuì «Ad ogni modo ti devo ringraziare» disse ancora, mentre si avviava alle scale «Mi annoiavo terribilmente e, per trentasei anni mi hai divertito nel tuo arrancare verso la sconfitta.» Dopo avergli fatto un piccolo inchinò, salì le scale. Poco dopo, le scese un uomo con gli occhi da pazzo, che teneva una pistola nella mano tremante. «Per Rosaline!» si udì il povero signor Satine urlare, accompagnato subito dopo da uno sparo. Già Belial si pregustò l'arrivo di una nuova anima. NOTA BIOGRAFICA (Visto che non sono scaramantica...XD) Nata il 10 Aprile 1989 a La Spezia, l'autrice conosce una vita tranquilla, ma piena di risentimento. Si domandava infatti perché le cose buone facessero ingrassare o fossero illegali. Pertanto, quando il diavolo Beelzebub le venne a far visita, subito accettò di stringere un patto: la sua anima per poter mangiare e peccar di gola a sazietà, senza per questo ingrassare, diventar malata di diabete o aver la glicemia alta. Magra e soddisfatta della vita di piaceri culinari che conduceva, le venne la malaugurata idea di scrivere libri per le diete. Vedendola così in forma, chi divenne sua seguace, credette di poter dimagrire rimpinzandosi di crostate e pizza, bevendo come fossero acqua cioccolata calda in inverno e yoghurt al cacao d'Estate. Ovviamente così non fu e, il 24 Ottobre 2022 una folla di pazze assassine obese assaltarono casa sua, uccidendola a colpi di prosciutti e baguettes. L'anima della poverina, al momento si trova a cuocere come un biscotto nel forno, nella residenza del signor Belial, il quale predilige le cotture a fuoco alto.
  7. Misery

    Il dialogo allunga il brodo?

    Do assolutamente ragione a NayaN. Certo se i dialoghi vengono usati come espediente per raggiungere il numero di pagine prefissate, allora è un conto. Ma in linea di massima mi piacciono e anche parecchioXD Caccio sempre un sospiro di sollievo quando, dopo aver letto una serie di pagine fitte fitte, vedo quei fantastici spazi vuoti nella pagina perché è in atto un dialogo.
  8. Misery

    Scrittori schizofrenici

    Tutto vero Da bambina ero così svogliata che nemmeno un racconto ho mai provato a scrivere! In compenso scrivevo riassunti di libri che non ho mai scritto. Tempo fa li ho riletti: c'era data e tutto e indicazioni alla me del futuroXD E adesso non è che sia cambiato tanto... Mi vengono un sacco di idee e le butto giù da qualche parte (ormai giro con un agendina per questo genere di appunti ) ma che di fatto non scrivo. Un po' per voglia, un po' per tempo. La causa maggiore è non aver le conoscenze adatte. Vorrei scrivere storie con tecnologie strane, ma di tecnologia ci capisco ben pocoXD Così, quando penso a certi dettagli, vado nel pallone e mollo lì Poi ci sono i personaggi. A volte più che la storia mi vengono in mente i personaggi. Alcuni starebbero bene insieme nello stesso romanzo/racconto, altri non c'entrano niente, ma mi piacerebbe inserirli e ovviamente non so come fare...
  9. Misery

    68° CONTEST - HALLOWEEN TIME

    Ultima domanda>_< Il romanzo gotico: può essere ambientato anche ai giorni nostri? Oppure deve avere le atmosfere medioevali/ottocentesche?
  10. Misery

    68° CONTEST - HALLOWEEN TIME

    ooooook!
  11. Misery

    Tiramisù di Pandistelle

    Come mi ispira=w=
  12. Misery

    68° CONTEST - HALLOWEEN TIME

    Visto che non riesco a non essere pignola, ma se non conosco i limiti non riesco a giocareT_T... Per Diavolo, ho letto che si possono mettere anche più forme del diavolo, ma per forme del Diavolo, intendiamo nomi come Belphegor, Mammona, Belial e amici vari oppure c'è un elenco più preciso?XD E poi, la loro raffigurazione, per quanto ne so solo Mefistofele, grazie al Doktor Faust ha ottenuto un aspetto umano, tutti gli altri sono sempre caprini o comunque mostri animali... possiamo inventare? Scusa in anticipo per essere così... così...
  13. Do ragione a Seth praticamente per tutto. C'è il momento comico, il momento fiacco, il momento di accusa... Sarebbe meglio eliminare quello fiaccoXD Però mi è piaciuto, specialmente il parlare dell'orsetto polare Knut, che detto così sembra tanto carino e pacioso, che inizia subito che vuole ingravidare qualche orsa e mangiarsi i marmocchiXD
  14. Misery

    Vita di Galileo di Brecht

    Letto! Non ricordavo più di cosa parlasse (causa: averlo dovuto leggere malvolentieri per scuola) ma letto! Dovrò ridargli un'occhiata...
  15. Misery

    Non sono nessuno, è fantastico!

    Eh, non è facile farlo immediatamente. E' già tanto se me ne sono accorta da qualche tempo che la cosa migliore è, ok essere ambiziosi, ma avere anche i piedi per terra abbastanza da capire quando qualcosa è realizzabile e quando invece no. E allora, invece che cercare di essere il re del mondo, partire dalle piccole cose e cercare di star bene con esse. Per adesso non ce la faccio ancora. O grandi cose o mi deprimo. Infatti mi deprimo. Uff... Ma, a poco a poco... Certi sogni potrò adattarli e essere felice comunque. Essere felice e non vivere invece un'esistenza piatta e noiosa, consumata dal desiderio di realizzare troppe cose impossibili. Son contenta di sapere di non essere l'unica ad aver avuto simili pensieriXD
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