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Johnny P

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Tutti i contenuti di Johnny P

  1. Il Bar Da Gino: Quella volta che abbiamo ucciso Dio

    Gli uomini sono generalmente poco propensi a discussione astratte e particolarmente restii quando si trovano in comitive più o meno assortite. Al Bar da Gino, però, c’era sempre una fiaschetta, di quelle buone, che sciolgono l’anima e la lingua, di quelle che non berresti né di giorno né di notte, e il buio lì non arriva mai, arriva solo l’alba, quando arriva. Quella volta, Arnaldo, detto Bostik per via della sua rara loquacità, stava spacciando per vera la storia di uno suo cugino tedesco. Costui sarebbe stato un anarchico e un tragediografo, amante di tutti quei fumetti americani con Clark Kent, che un giorno di aprile -non si sa come- avrebbe ammazzato niente di meno che il buon Dio. Quando finì di proferire l’ultimo sintagma, Mazzapicchio gli diede una manata sulla spalla e il povero Bostik, già di suo poco stabile, si ritrovò col muso per terra a saggiare l’igiene precaria della pavimentazione. Tornò sullo sgabello e iniziò di nuovo a sproloquiare come se niente fosse. Ripeteva che suo cugino aveva ragione e le leggi di Dio erano tutte sbagliate, che Lui ci trattava male, che il Napoli doveva vincere il campionato e la sua ex contrarre l’ittero ecc. Non c’era modo di fermarlo quando partiva, gli unici che ci riuscivano erano Mazzapicchio e le sue mani insolitamente grandi, lo stesso Bostik ne era conscio, per questo non si lamentava. Mazzapicchio stava per stenderlo di nuovo quando Er Ciavatta, all’anagrafe Mario Raccorda, si prese la briga di regalare al vecchio Bostik una risposta: disse che quelle vecchie leggi erano sempre valide, perché non erano delle leggi, ma dei bollini del supermercato: li devi raccogliere tutti e metterli insieme per beccare il premio. Allora Gino, che prima di farsi barista era un importante e rispettato notaio (come e perché rimase sempre un mistero), replicò che quelli di Dio erano comandi e leggi vere e proprie per tutti quelli che credevano in lui, ma diede ragione al parente tedesco: secondo Gino, infatti, le sole leggi che funzionavano erano quelle che l’uomo sentiva proprie, quelle che sentiva di dover rispettare e un uomo può sentire sue solo norme umane, non divine. Sentimmo poi una voce non meglio identificata che disse che la “legge dell’amore” era per forza una buona norma, perché era essa stessa la definizione di persona. Ma quella era la legge di un uomo, non la legge di Dio. Anche tu, avventore spaesato di questo bar di periferia che di solito chiami vita, siedi con noi e dicci che pensi, abbiamo posto e vino per tutti.
  2. 27.03.2018

    Ciao @costanzofabrizio, perdonami se non mi dilungo troppo, ma mi faceva piacere lasciarti la mia impressione su questa tua poesia. Personalmente ci ho letto una sorta di estraneità dal mondo, una distanza incolmabile di senso nella prossimità fisica. Mi piacciono molto gli ultimi versi, più semplici, meno ermetici degli altri, ma molto efficaci nell'esprimere la generale condizione di incertezza di chi, sostanzialmente, non capisce, non si trova col resto. Perdona la lettura superficiale, ma mi è piaciuta la poesia e mi piace il modo in cui l'hai scritta, orecchiabile. Un saluto, Johnny P.
  3. [10WD-Fuori concorso] Poetica

    Ciao @Anglares grazie per il bel commento e scusa la risposta tardiva. Sono sempre sorpreso di come le parole più semplici e lineari riescano ed evocare interpretazioni spesso diverse: Lo svelarsi nella scrittura, dunque il valore di verità della parola poetica. Il brivido del baratro. Morire e rinascere nella parola liberata dalla poesia. Nella mia testa tutta la poesia poteva essere riferita sia alle parole stesse che alla vita umana (la strada breve è insieme la vita e il verso, lo spazio che non permette alle parole di toccarsi è la "battitura" ma anche la distanza ideale che divide le persone fra loro), e tuttavia la tua interpretazione è assolutamente calzante, logica e lineare, articolata; ti ringrazio per il tempo che ci hai speso, mi rende davvero molto felice. In generale devo darti ragione, è assolutamente un mio limite, non riesco a non usare il metro, e questo effettivamente porta a delle storture espressive, ma col tempo me ne sono fatto una ragione, nel senso che esse stesse, per quello che sono, mi rappresentano e denunciano una certa voglia di libertà senza slegarsi definitivamente dallo schema. In questo caso, però, l'effetto ha un senso, visto che essendo la poesia tutta una specie di exemplum del mio modo di scrivere: devo ammettere che ci avevo ragionato su quelle due parole, ma poi mi sono detto che andava bene così, un piccolo vezzo che non costa nulla in fondo. Ancora tante grazie per il tuo commento e per aver letto la mia poesia. Un saluto, Johnny P.
  4. [10WD-Fuori concorso] Poetica

    commento POETICA Non mi restano che parole morte, colme del vuoto scoperto da una buona domanda, nostalgiche come un vecchio giostraio, fredde della loro forma. Le troverai lungo strade più brevi che si sfiorano senza mai toccarsi, e sarà come guardare lo specchio, come morire per andare a capo. Ogni poesia è misteriosa. Nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere. (Jorge Louis Borges)
  5. [CP3] Ciclo d'amore (Fuori concorso)

    Ciao Sira, sono vicino a tutti i fuori concorso. Parto con delle note di carattere generale che riguardano il lessico: mi piace, tendenzialmente, l'uso di un lessico semplice, trovo davvero molto difficile dare nuova vita a parole consumate, rendendole poetiche; trovo questo genere di operazione vicina alla mia idea di poesia. In secondo luogo sei sempre molto sintetica ma contemporaneamente chiara, non è un difetto, non è un pregio, è un tuo modo di scrivere, una cifra stilistica, per cui c'è poco da sindacare. Vado strofa per strofa: Chiaramente si parlava di donne, e quindi si capisce subito che vuoi analizzarle nei tre "stadi" della vita: mi piace come più parole si leghino bene ad altre più distanti, per vicinanza o in antitesi (battito-ali, sussurro-stupore) conferisce una certa unitarietà alla strofa. Bello il modo in cui aggettivi una bambina: lo stupore, l'incontro di due vite che frutta amore, il presagio di una vita futura che deve spiccare il volo; a ben vedere, non ci sono concetti nuovi, ma è comunque apprezzabile la forma con cui le hai poste e pertanto il tutto non "suona" come qualcosa di già sentito, e va bene. Alla fine di ogni strofa vedrei bene un punto e virgola. Stadio numero due: madre. Questo "gioco" delle parole devo dire mi piace molto, rende davvero compiuta la singola strofa, davvero una buona idea. La descrizione della madre, fra le tre, è quella che mi è piaciuta meno in realtà, non so dirti perché, forse avrei cercato di declinarla in altri modi. Non è male neanche così, però credo tu ci possa lavorare su ancora un po', inoltre non ho capito il senso di "giro della terra". Il terzo stadio è quello che secondo me ti è riuscito meglio: mi piace molto l'idea della rosa dei venti, l'anziana che indirizza e indica saggiamente la via, così come l'idea della nonna come cantastorie e nel complesso, nella sua stessa figura, quasi una fonte di ispirazione poetica, vuoi per i ricordi vuoi per la riflessione stessa sulla vita che induce la caducità della vecchiaia. Si torna da dove siamo venuti, più o meno. Ha ragione Anglares e l'andamento, più che circolare, è a spirale. Una chiusa molto buona che ci lascia un po' con quella sensazione di inevitabile smarrimento di fronte al mistero dell'esistenza, vecchio come il crucco ma sempre irrisolvibile. To sum up, direbbero gli inglesi, una poesia ben disegnata e ben realizzata. Hai uno stile tuo, maturo, e questo si vede tanto, difficilmente ci sono note stonate in quello che scrivi ed è sempre tutto molto armonico, al suo posto. Complimenti. Un saluto, Johnny P.
  6. I racconti della Seconda Luna - quarto ciclo

    Complimentazioni
  7. Contest di Poesia - 8 Volte Donna

    Tanti complimenti @IreneM vittoria meritita! E bravo pure il buon Vincenzo, ma un contest dedicato alle donne doveva essere vinto da una donna per giustizia poetica (ahah). @Nerio dovreste farne più di uno all'anno, l'affluenza è sempre alta. Un saluto, Johnny P.
  8. [CP3] Ma forse eri stanco, forse troppo lontano

    Ciao caro massimopud, ti aspettavo come il 25 Dicembre. Che mi piacessero i tuoi endecasillabi e quel fare di tutto per nasconderli, lo sai già, ma ora che so che sei un fan di De André ti voglio proprio bene (noto anzi che la schiera è piuttosto fornita, forse non sono il solo a conoscere a memoria buona parte del repertorio del vecchio Faber e ad averlo pure studiato). Il tema in sé e per sé non è originalissimo e in fondo non fai nulla per dire qualcosa di veramente nuovo, probabilmente non te ne fregava proprio nulla. Mi piace molto però il modo scanzonato e parodico con cui affronti la questione stessa. Si è detto che la poesia fosse un duro dialogo con chi non risponde, ma io non la vedo così: ho trovato il nocciolo della questione proprio nella rassegna di quanto si è detto nei secoli sulla questione, come se la parodia fosse rivolta a loro e non tanto a Dio, la cui unica vera colpa è stata quella di non fugare il dubbio, quasi si divertisse a sentire tutti quei discorsi. Alla fine, tutto quel chiacchiericcio sterile cui prodest? Ti comunico che mi hai dato lo spunto per la prossima riunione al bar di Gino. Un saluto, Johnny P.
  9. [CP3] La correzione

    Ciao Floriana. Non ti conosco personalmente, ma ti immagino come una ragazza delicata, dolce, gentile e a modo, sempre persa da qualche altra parte che dove sia non lo indovineresti mai. Non offenderti se ho fatto cilecca, ma è che le tue poesie sono proprio così, e non riesco ad immaginarti diversa da loro. Anche questa, che ti rivolgi alla piccola te, mi sembra molto delicata, non innocente o ingenua, ma tenera e sincera, parla in modo diretto. Questo tema avevo immaginato sarebbe stato trattato, ma tu lo hai fatto in una maniera diversa, che mi ha sorpreso; mi aspettavo componimenti arrabbiati o nostalgici, e invece hai tirato fuori un dolce c'est la vie, né buono né cattivo, come tutte le cose, d'altronde. Complimenti. Un saluto, Johnny P.
  10. Contest di Poesia - Off Topic

    Good luck @Nerio
  11. Contest di Poesia - Off Topic

    Bah... La poesia è qualcosa di poetico. Il problema è che qualsiasi cosa è in potenza poetico, dipende da chi guarda. Potrebbe essere di conseguenza che tutto è poesia o che niente è poesia o che è l'uomo poesia. Non lo so, può anche essere che sia qualcosa connaturato a noi, come un rene, ma più esclusivo (il rene lo hanno tante specie). Magari vi è capitato di scrivere qualcosa con la sensazione che non siate neanche voi a scrivere? Potrebbe essere un principio di schizofrenia oppure, come dicevano tempo fa, potrebbero essere le muse, o Dio o chi per lui a scrivere, nel qual caso la poesia non sarebbe neanche una cosa umana. Obbiettivamente non ne ho idea (etichettare robe, a meno che non siano conserve, non mi è mai sembrata una gran cosa), per cui mi limiterò a riproporre la mia prima, profonda, affermazione: la poesia è qualcosa di poetico.
  12. Contest di Poesia - Off Topic

    ti capisco purtroppo...
  13. Contest di Poesia - Off Topic

    Ho letto con interesse le prime poesie pubblicate, e devo dire con molta sincerità che quest'anno sono cazzi di chi vota. Sono curioso di leggere cosa tireranno fuori @massimopude @Joyopi, mi piace molto il loro stile. In ultimo vorrei invitare a partecipare un novello acquisto della sezione poesia: @quirico, avevo letto cose molto interessanti.
  14. [CP3] - La rotta

    Intanto ti sei preso la responsabilità di rompere il ghiaccio . Ad una prima lettura mi è sembrata davvero una bella poesia, un po' astratta e un po' astrale. Di sicuro ci ho visto una donna fra quei versi, il cui contorno era quasi disegnato dalle stelle. Molto armoniosa e gradevole, ti porta un po' a spasso con la testa ma non è pesante anzi, delicata. Prometto di tornare con più calma. Complimenti. Un saluto, Johnny P.
  15. Contest di Poesia - Off Topic

    Buon 8 Marzo a tutte!
  16. Contest di Poesia - Off Topic

    Il guaio è che manca l'ispirazione, vedremo. Natalia Ginzburg non l'avevo mai sentita neppure nominare. Mi informerò. C'è da dire che questo contest ci sta pure accolturando, che la coltura è importante. Tutto fila liscio, fin troppo... Un saluto, Johnny P.
  17. Contest di Poesia - Off Topic

    Mio buon amico, quest'anno hai fatto una scelta coraggiosa: stai per avventurati lungo una tortusa strada piena di insidie e trappole d'ogni specie, dietro ogni angolo, dietro ogni parola ti attende affamato l' #metoo. Occhio Nerio, potresti essere il prossimo. Spero per te che sarai Political Correct a sufficienza. Nel frattempo, io mi leggo un piacevole romanzo della Christie, comunque incuriosito da cos'hai partorito (è proprio il caso di dirlo) per questa edizione del contest. Pace e bene. Un saluto, Johnny P.
  18. Ammazzare il tempo

    Ciao @lucamenca e grazie per il commento. Intanto mi hai convinto, insieme agli altri, a dare più tempo ai due personaggi per accorgersi di cosa sia successo, per lasciare un poco di meraviglia al lettore. Riguardo alla seconda parte, ci sto lavorando, delle idee ci sono, ma sono lento a scrivere . E comunque, in un certo senso, una idea per il finale me l'hai data, vediamo che ne viene fuori. Ti ringrazio ancora per gli apprezzamenti e per i consigli e scusami se ti ho risposto in ritardo. Un saluto, Johnny P.
  19. Ammazzare il tempo

    AMMAZZARE IL TEMPO ~ Parte Prima ~ Le molle del materasso stridevano forte quando Alessandro si alzava, erano vecchie ormai. Indossò svelto i pantaloni di flanella marroni e la camicia senape, quindi i mocassini e si diresse in bagno per una rapida pulizia dei denti. Chiuse la porta della camera che l’aurora doveva ancora cedere al sole. Non poteva permettersi un’altra sconfitta, l’imperativo era vincere. Incespicando con alterne fortune raggiunse la sala da pranzo. Lì, ad attenderlo, c’era Gianni, con una tazza di caffè fra le dita e un sorriso sornione sulle labbra. «Non è possibile! Dillo e basta che vieni a dormire direttamente qui» esclamò Alessandro. «Mi dispiace amico mio, la vecchiaia non è stata gentile con te» rispose Gianni, mentre l’altro, sedendosi, gli porgeva i cinque euro giornalieri. «Rimarrò senza pensione con questa storia». «Non essere rinunciatario. Prima o poi vinci, artrosi permettendo». «Tre anni, sono tre anni che non riesco ad arrivare qui prima di te, non si può». Gianni chiamò Dina, la signora che si occupava della colazione, e ordinò caffè e cornetto per l’amico. La casa di riposo era stata costruita lontano dal paese, in una verdeggiante pianura raffinata da quel piccolo lago che, nelle mattine più chiare, potevi scorgere fra i boschetti di pioppi bianchi e pini. Sembrava un residence scozzese: ad ogni ospite era riservata un’ampia camera singola con servizi, l’area ristoro e quella ludica erano invece in comune. Gli inquilini non dovevano occuparsi di nulla, uno staff organizzatissimo pensava ai pasti, alle medicine, agli spostamenti vari e quant’altro. Si stava bene, certo, ma il tempo non passava uguale: per svagarsi davvero c’era un disperato bisogno d’ingegno. Gli altri vecchi, se non del tutto decrepiti, scandivano le loro esistenze in base alle saltuarie visite parentali o alle feste importanti, quelle in cui tornavano a casa, autorizzati a sedere a tavola con figli e nipoti. Gianni e Alessandro, al contrario, non avevano nessuno. Il primo fece vita di mare, lasciando una donna ad ogni porto; trascorse tanti anni sotto il sole e in mezzo alla gente, rovinandosi, rispettivamente, la pelle e il carattere. Il secondo continuò l’attività di famiglia, occupandosi della ditta di onoranze funebri del paese; non aveva movimentate storie che lo riguardassero, come ne aveva Gianni, ma tante ne conobbe ugualmente, perché di ogni morto che seppelliva ricordava le vicende, quasi le avesse vissute lui. I due potevi trovarli facile che passeggiavano in disparte sul selciato o sui sentieri coperti di ciottoli. Parlavano molto, specie Gianni, ma difficilmente erano d’accordo su qualcosa. «Sì insomma, la donna giusta forse c’era, magari l’ho pure incontrata e non me ne sono accorto». «Ancora… La donna giusta non esiste! Di una donna ti rimane soltanto il profumo dopo che è uscita dalla tua cabina. Giuri che è lei quella che non devi far scendere, poi scende, ne sale un’altra e ricomincia il giro». «Le donne non sono un “giro”. I democristiani e il sole ti hanno fatto male al cervello; nell’amore vero io ci credo, forse è un po’ tardi per me, però mai dire mai. A dirla tutta, Dina mi fa gli occhi dolci qualche volta» rispose Alessandro. «Sei solo un romantico illuso. Che poi Dina è strabica». Si sedettero su quel che restava di un vecchio pino. Tagliarne uno così grosso fu di sicuro un’impresa: quel poco di tronco sopravvissuto aveva un diametro di almeno due metri e radici spesse che affioravano dove il terreno era brullo. Un venticello fresco e autunnale muoveva i ciuffi d’erba e le fronde dei pioppi lambite dal sole. «Mio padre -disse Alessandro- era un tipo difficile da prendere. In realtà sembrava presenziasse sempre a qualche messa…». «Era un tipo molto religioso?» lo interruppe Gianni. «Non lo so, penso di sì. Prima erano un po’ tutti religiosi; però intendevo un’altra cosa. Se ne stava sempre da qualche altra parte con la testa e non parlava mai. Giuro che non mi ricordo una sua opinione su niente, sulla guerra, sulle elezioni, sul muro di Berlino, proprio nulla. Non si pronunciava mai. C’è voluta la vecchiaia per capirne il motivo». «Sarebbe?» «Di solito, la gente parla solo di cose sulle quali può esprimere una opinione. Non tanto perché gli interessi davvero, è un modo come un altro per farsi capire, per parlare di sé. Mio padre si conosceva bene, per questo parlava poco». «Dev’essere stato un uomo saggio» aggiunse Gianni. «Infatti -annuì Alessandro- ricordo che quelle poche volte che apriva bocca diceva cose sensate». «Da quanto tempo non facciamo nulla di sensato?». «Dipende, l’ultima volta che ti sei sentito felice vecchio?». «Salvador de Bahia, stanza centoundici» rispose Gianni sorridendo. Poi si mise in piedi lamentando dolori all’anca. «Senti, perché stanotte, dopo che gli altri cadaveri sono a letto, non andiamo a fare un giro sul lago?» continuò il vecchio capitano. «Porca miseria quanto ti fanno male i ricordi, poi proprio oggi che ho le ginocchia a pezzi dovevi sentire questo impellente bisogno di fare il ventenne». «Andiamo, almeno avrai qualcosa da raccontare a Dina. Si vede che sei vecchio dentro, mica come me» fece Gianni aggiustandosi il foulard che portava al collo. «È un’idiozia, ma almeno non dovrò darti cinque euro domattina. Ah, a proposito di baldi giovani, non ti ho visto prendere la pillola per la pressione stamattina» rispose Alessandro. «Cazzo». Incastonata nel firmamento, splendeva un meraviglioso spicchio di luna color madreperla e non una nuvola offuscava la volta celeste. Gianni uscì dalla sua camera quatto quatto, girando sempre l’angolo meno illuminato. Così facendo allungò di molto la strada, ma certo nessuno aveva notato nulla. I due si erano dati appuntamento davanti al tronco. Il vecchio capitano arrivò poco prima di Alessandro e, una volta che furono adeguatamente lontani, si sentirono liberi di parlare a voce alta. «Una grande idea. Ecco cos’è questa, una grandissima idea». «Non lo so Gianni, ma se ti fa così contento tanto meglio». «Oh andiamo, anche tu sei contento di rompere con routine lo so. E poi guarda che bella serata». Il vecchio capitano aveva imparato l’arte di vivere leggero, di svolazzare con l’anima. Persino ora, con le ali gualcite, planava libero da ogni catena. In fondo, ci vuole una certa attitudine alla vita; pragmatismo, resilienza, ma non tutti vi sono inclini. Espiare peccati è un’arte di nicchia. Alessandro, invece, era un’anima fragile. Lo perseguitava quel senso amaro di sconfitta; ogni errore dava ragione all’immagine che altri avevano di lui: l’astro mancato, quello che avrebbe sempre potuto di più ma non è mai riuscito, vuoi per inedia, vuoi per sfortuna. L’attività di famiglia era stata il suo paracadute, il rifugio dove condurre una vita dignitosa, lontana dai voli pindarici della meglio gioventù. «Ehi -disse Gianni gettandosi al suolo- abbassati, c’è qualcuno sulle rive del lago!» I due si accucciarono a terra, sporgendosi quel tanto che bastava per curiosare, come due gatti dietro i comignoli di Parigi. «Chi diavolo è?» bisbigliò Gianni. «Non lo so, sembra una donna, ma è girata di spalle. Proviamo a vedere meglio». «Facile per te che non hai la cataratta». Avendo cura di non far rumore, si spostarono quel tanto che bastava per avere una visuale più chiara. Potevano giurare d’aver visto un angelo. Aveva lunghi capelli lisci color cenere che riflettevano i raggi di luna e indossava un meraviglioso abito da sposa, semplice e ben sagomato, candido come un’ostia. Era avvolta da un’aura surreale; lì, sulle rive del lago, sembrava splendere di luce propria, quasi a confondersi con quella del cielo. Fra le braccia carezzava dolcemente il ventre gravido (l’ottavo se non il nono mese) e guardava malinconica l’orizzonte, persa nei suoi pensieri, come nell’attesa di chissà quale ritorno. I due vecchi tornarono a nascondersi dietro la collinetta per decidere sul da farsi. «Cosa ci fa una sposa, incinta, sola e per di più di notte in riva al lago?» disse Gianni. «È la domanda più strana e sensata che abbia mai sentito». «Senti, meglio se ce ne andiamo». «Sono d’accordo, ma come facciamo a non farci scoprire. Magari non gli importa proprio nulla di noi, però personalmente non voglio farmi vedere lo stesso». «Ho un’idea: adesso lancio un sasso in quella direzione -rispose il capitano facendo segno con la mano- così pensa a qualche animaletto e non si insospettisce se facciamo altri rumori, oppure semplicemente si spaventa e se ne va». «Okay, sì, mi sembra una buona pensata» replicò Alessandro. Gianni iniziò quindi a tastare il terreno e, appena ebbe trovato un sasso adatto ai suoi scopi, lo scagliò con violenza nel verso pattuito. Tuttavia, la roccia colpì per sbaglio il tronco di un pino e prese una traiettoria parabolica curiosissima, forse a causa della sua strana forma. I due si voltarono giusto in tempo per vedere la pietra centrare rovinosamente la testa della donna che, preso il colpo, cadde a terra. «Oh mio Dio!». «Ma quante probabilità c’erano?» esclamò Alessandro. I due si misero in piedi e si precipitarono sulla riva del lago. Qui, in preda al terrore e al panico più totale, capirono di aver ucciso una donna incinta. «Ma che cosa abbiamo fatto?». «È stato un incidente. Ma vallo a spiegare alla polizia… Finiremo su tutti i giornali» disse Alessandro. «Perché, mica vuoi chiamare la polizia?». «Certo! Che cosa vorresti fare? Occultare il cadavere?». «Sei tu lo specialista» rispose Gianni. L’altro stava per replicare, ma la voce si strozzò in gola e negli occhi c’era spazio solo per un’espressione incredula e spaventata. «Non posso crederci… È anche peggio di quello che sembra!» esclamò Alessandro. «Davvero?! No perché a me proprio non viene in mente una cosa peggiore». «Guarda qui -disse il vecchio indicando il sasso fatale- si è bloccato a mezz’aria! Come tutto il resto, è tutto bloccato! Gianni, questa non è una donna: noi, noi abbiamo ammazzato il tempo…». I due vecchi presero a guardarsi intorno, solo per scoprire inorriditi che il mondo davvero si era cristallizzato, come in una foto o come un piccolo insetto in una lastra di ghiaccio: dall’acqua del lago alle fronde dei pini, dagli uccelli notturni fermi in volo alla polvere bloccata nel vento. «Mio Dio -fece Gianni accasciandosi- hai ragione. Il tempo ha smesso di scorrere». «Non c’è più un prima e neppure un dopo. Non c’è causa n’è conseguenza. È un disastro!» rispose l’altro sedendosi vicino all’amico. «E perché noi non siamo bloccati come tutto il resto?». Alessandro si strinse nelle spalle. Poi prese un pugno di sabbia fra le dita e la fece scivolare via; ogni singolo granello tornò al suo posto. Non c’erano più dubbi: l’universo s’era piantato in quell’istante. «Eppure, non me l’immaginavo così il tempo -disse Gianni-. Ho sempre pensato che fosse una forza astratta, come la gravità. Una cosa che permeava tutto, che andava e non potevi farci niente». «Secondo te io pensavo che era quell’affare?» rispose ironico Alessandro, indicando con un gesto il corpo esanime del Tempo. «Cosa credevi che fosse?». «Io… Non so. A dire il vero, credevo che il tempo non esistesse, credevo fosse la paura della morte. Quando sei giovane hai tanta paura di morire e le giornate e gli anni, volano. Poi scopri che invecchi, e man mano ti senti pronto, ti prepari ad accogliere quella nera signora, e le ore non passano mai…». «Hai paura della morte?». «No, tu?». «No». Ne seguì un lungo silenzio. Nelle loro teste si avvicendavano confusamente i pensieri più disparati, ma, nell’osservare quella maestosa tela ch’era diventato il mondo, vennero colti da vertigine e sconforto. «C’è un modo per sistemare questo macello secondo te?» chiese con un filo di voce Gianni. «Credo di sì. Se esiste, lo troveremo. Dobbiamo farci coraggio» disse l’altro e si mise in piedi. «Dove vai? Ti è venuta un’idea?». «No, ho sete e vado a prendere da bere». «Oh sì certo, la sete e le priorità…» bofonchiò il vecchio capitano allargando le braccia. «E quale sarebbe il problema -rispose Alessandro- ti sembra che abbiamo fretta?».
  20. Quattro apocalittiche chiacchiere

    A mio Modesto avviso, i livelli di stress cambiano molto in base a dove si vive, al lavoro che si fa, alle circostanze sociali ecc... Ma è indubbio che il livello medio di stress sia molto più alto che in passato. Quanto alle osservazioni di @camparino , continuo a non essere d'accordo con questa mania di accorpare le cose e trattarle allo stesso modo; le similitudini non giustificano un trattamento né metodologico, né di previsione identico. Si può al più prendere spunto. Per venerdì vi tiro fuori qualcosa di davvero spigoloso, preparate il fegato, che la birra qua non manca mai.
  21. Quattro apocalittiche chiacchiere

    Ho una piccola riflessione sociale da proporre a mezzanotte passata, di quelle belle disastrose, così, tanto per rovinarvi il sonno. In questa discussione da “Bar degli intellettuali, da Gino o’ Capiton”, partirei da due assunti così banali che smetterete di leggere: il primo è che la nostra società si fonda essenzialmente su apparenze (profili ritoccati, tette rifatte, fake news, toto coming out ecc…); il secondo è che in questo grande mondo globalizzato, tu, piccolo uomo, sei una caccola insignificante, puoi essere rimpiazzato con chiunque e sempre ci sarà qualcuno migliore di te da qualche parte, basta cercare. Potremmo quasi considerarle, data la loro empirica banalità, gli assiomi del ventunesimo secolo. Da adesso, mi consento delle associazioni talvolta lineari, talvolta azzardate. Da una società apparente, liquida direbbero i radical chic, deriva con buona pace della logica una scarsità di fiducia nel prossimo, anche in quello a te più vicino. Da qui, a cascata: isolamento (psicologico, non tanto materiale, vista la facilità di contattare, direi piuttosto reale, nella capacità di creare solidi legami); violenza sulle donne (quando, per mancanza di fiducia, il legame che avevi creato ti sembra venire a mancare); ansia (da assenza di basi su cui poggiare). Si potrebbe proseguire, senza troppi sforzi, fino alla penuria di figli e famiglie, al ricambio generazionale, a Favij e Salvini. Dal secondo assioma del ventunesimo secolo derivo una controcultura pop e la scomparsa della medietas. Per questo tutti i politici fanno schifo, sono tutti atei, l’erba va legalizzata e i banchieri sono persone insensibili al servizio della Sacra Corona Unita. Pur di appartenere a qualcosa in questo grande grande mondo assolutizziamo, fornendo un’immagine di noi facilmente riconoscibile, magari poco profonda, ma che volete, deve entrare tutto nella descrizione del profilo Linkedin. Non sto certo fornendo un modello unificatore dei problemi sociali dei nostri tempi duri, ma credo siano spesso queste tutte concause dei problemi che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno. Mi sembra di aver vinto il premio Capitan Ovvio 2018, ma non giudicate, voi da Gino non ci stavate ed io queste cose non le ho sentite. Se le sapevate e non le avete dette, avete fatto male. Potete offrire pareri e insultarmi, ed io vi insulterò i parenti più cari e intimi come un vero uomo d’onore, cultore di una discussione civile e sobria .
  22. I racconti della Seconda Luna - quarto ciclo

    Grazie mille, sono molto contento
  23. Quattro apocalittiche chiacchiere

    Dimenticavo di dirvi che queste sono le cagat cose che avete detto che mi hanno colpito. Mi sono davvero sembrate cose interessanti.
  24. Quattro apocalittiche chiacchiere

    Caro @Vincenzo Iennaco e caro @massimopud, vi fo' una proposta: rendiamo questo appuntamento con l'intellettualismo becero da bar un appuntamento costante. Creiamo una società segreta di alcolizzati al bar di Gino. Così, tanto per dare sfogo a quell'intellettuologo che è dentro da dopo la prima media. Tasso alcolemico minimo richiesto per entrare nel circolo 5 g/l. Che la sobrietà, comunque la s'intenda, è il peccato peggiore. Tornando al discorso di cui sopra, debbo dissentire con voialtri. Prendete una Citroen Dyane e una Lamborghini, sono entrambe macchine, e sono quasi sicuro che avranno molte cose in comune (ruote, sterzo ecc...), ma certo non sono la stessa cosa, così come non è lo stesso l'effetto che provocano. Prendete una granata o un'atomica, sempre bombe sono, ma non sono la stessa cosa. Gli effetti provocati dalla società sono assai diversi, pur essendoci parecchi "postulati" di fondo comuni. Basta pensare alle malattie che hanno caratterizzato i secoli: nel 1800 era l'isteria, dovuta alla repressione dei costumi; nel 1900 la dissociazione schizofrenica, dovuta ad una visione del mondo fortemente divisa e assoluta; nel primo ventennio del 2000, e forse pure nell'ultimo decennio del 1900, sono l'ansia e la depressione a farla da padrone. Non che prese singolarmente queste malattie non fossero mai esistite, ma hanno caratterizzato in particolare determinati momenti storici. Il senso del discorso era partire da quelle due banali considerazioni (del tipo: "e Renizie ke fa?") che sono senz'altro vere in generale, ma molto più vere e pregnanti nel nostro tempo, e parlare degli effetti che, almeno come concause, hanno avuto su quello che viviamo ogni giorno (LE RUSPEEEE). Il mio discorso era sì un già sentito, ma m'incuriosiva il fatto che nessuno avesse unito i puntini, visto che di quelle considerazioni non c'era niente di nuovo. Le cose sono due: o sono un genio, oppure ho detto una cagata così ovvia che nessuno si era mai preso la briga di dirla. Onestamente propendo per la prima, ma la superficialità non è mai poca. Poi sentite, le cose ovvie deve pur dirle qualcuno. Pensate a l'avvocato che pochi anni fa ha brevettato la ruota.... Quindi signori vi auguro una serena giornata e vaff buon riposo a tutti. Un saluto, Johnny P.
  25. Ammazzare il tempo

    Ciao @camparino che piacere risentirti! Spero tutto bene. Ti ringrazio per il bel commento, sono contento che tu abbia apprezzato il mio lavoro. Un saluto, Johnny P.
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