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Johnny P

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  1. Quattro apocalittiche chiacchiere

    A mio Modesto avviso, i livelli di stress cambiano molto in base a dove si vive, al lavoro che si fa, alle circostanze sociali ecc... Ma è indubbio che il livello medio di stress sia molto più alto che in passato. Quanto alle osservazioni di @camparino , continuo a non essere d'accordo con questa mania di accorpare le cose e trattarle allo stesso modo; le similitudini non giustificano un trattamento né metodologico, né di previsione identico. Si può al più prendere spunto. Per venerdì vi tiro fuori qualcosa di davvero spigoloso, preparate il fegato, che la birra qua non manca mai.
  2. I racconti della Seconda Luna - quarto ciclo

    Grazie mille, sono molto contento
  3. Quattro apocalittiche chiacchiere

    Dimenticavo di dirvi che queste sono le cagat cose che avete detto che mi hanno colpito. Mi sono davvero sembrate cose interessanti.
  4. Quattro apocalittiche chiacchiere

    Caro @Vincenzo Iennaco e caro @massimopud, vi fo' una proposta: rendiamo questo appuntamento con l'intellettualismo becero da bar un appuntamento costante. Creiamo una società segreta di alcolizzati al bar di Gino. Così, tanto per dare sfogo a quell'intellettuologo che è dentro da dopo la prima media. Tasso alcolemico minimo richiesto per entrare nel circolo 5 g/l. Che la sobrietà, comunque la s'intenda, è il peccato peggiore. Tornando al discorso di cui sopra, debbo dissentire con voialtri. Prendete una Citroen Dyane e una Lamborghini, sono entrambe macchine, e sono quasi sicuro che avranno molte cose in comune (ruote, sterzo ecc...), ma certo non sono la stessa cosa, così come non è lo stesso l'effetto che provocano. Prendete una granata o un'atomica, sempre bombe sono, ma non sono la stessa cosa. Gli effetti provocati dalla società sono assai diversi, pur essendoci parecchi "postulati" di fondo comuni. Basta pensare alle malattie che hanno caratterizzato i secoli: nel 1800 era l'isteria, dovuta alla repressione dei costumi; nel 1900 la dissociazione schizofrenica, dovuta ad una visione del mondo fortemente divisa e assoluta; nel primo ventennio del 2000, e forse pure nell'ultimo decennio del 1900, sono l'ansia e la depressione a farla da padrone. Non che prese singolarmente queste malattie non fossero mai esistite, ma hanno caratterizzato in particolare determinati momenti storici. Il senso del discorso era partire da quelle due banali considerazioni (del tipo: "e Renizie ke fa?") che sono senz'altro vere in generale, ma molto più vere e pregnanti nel nostro tempo, e parlare degli effetti che, almeno come concause, hanno avuto su quello che viviamo ogni giorno (LE RUSPEEEE). Il mio discorso era sì un già sentito, ma m'incuriosiva il fatto che nessuno avesse unito i puntini, visto che di quelle considerazioni non c'era niente di nuovo. Le cose sono due: o sono un genio, oppure ho detto una cagata così ovvia che nessuno si era mai preso la briga di dirla. Onestamente propendo per la prima, ma la superficialità non è mai poca. Poi sentite, le cose ovvie deve pur dirle qualcuno. Pensate a l'avvocato che pochi anni fa ha brevettato la ruota.... Quindi signori vi auguro una serena giornata e vaff buon riposo a tutti. Un saluto, Johnny P.
  5. Quattro apocalittiche chiacchiere

    Ho una piccola riflessione sociale da proporre a mezzanotte passata, di quelle belle disastrose, così, tanto per rovinarvi il sonno. In questa discussione da “Bar degli intellettuali, da Gino o’ Capiton”, partirei da due assunti così banali che smetterete di leggere: il primo è che la nostra società si fonda essenzialmente su apparenze (profili ritoccati, tette rifatte, fake news, toto coming out ecc…); il secondo è che in questo grande mondo globalizzato, tu, piccolo uomo, sei una caccola insignificante, puoi essere rimpiazzato con chiunque e sempre ci sarà qualcuno migliore di te da qualche parte, basta cercare. Potremmo quasi considerarle, data la loro empirica banalità, gli assiomi del ventunesimo secolo. Da adesso, mi consento delle associazioni talvolta lineari, talvolta azzardate. Da una società apparente, liquida direbbero i radical chic, deriva con buona pace della logica una scarsità di fiducia nel prossimo, anche in quello a te più vicino. Da qui, a cascata: isolamento (psicologico, non tanto materiale, vista la facilità di contattare, direi piuttosto reale, nella capacità di creare solidi legami); violenza sulle donne (quando, per mancanza di fiducia, il legame che avevi creato ti sembra venire a mancare); ansia (da assenza di basi su cui poggiare). Si potrebbe proseguire, senza troppi sforzi, fino alla penuria di figli e famiglie, al ricambio generazionale, a Favij e Salvini. Dal secondo assioma del ventunesimo secolo derivo una controcultura pop e la scomparsa della medietas. Per questo tutti i politici fanno schifo, sono tutti atei, l’erba va legalizzata e i banchieri sono persone insensibili al servizio della Sacra Corona Unita. Pur di appartenere a qualcosa in questo grande grande mondo assolutizziamo, fornendo un’immagine di noi facilmente riconoscibile, magari poco profonda, ma che volete, deve entrare tutto nella descrizione del profilo Linkedin. Non sto certo fornendo un modello unificatore dei problemi sociali dei nostri tempi duri, ma credo siano spesso queste tutte concause dei problemi che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno. Mi sembra di aver vinto il premio Capitan Ovvio 2018, ma non giudicate, voi da Gino non ci stavate ed io queste cose non le ho sentite. Se le sapevate e non le avete dette, avete fatto male. Potete offrire pareri e insultarmi, ed io vi insulterò i parenti più cari e intimi come un vero uomo d’onore, cultore di una discussione civile e sobria .
  6. Ammazzare il tempo

    Ciao @camparino che piacere risentirti! Spero tutto bene. Ti ringrazio per il bel commento, sono contento che tu abbia apprezzato il mio lavoro. Un saluto, Johnny P.
  7. Ammazzare il tempo

    @AndC ciao e grazie per aver letto! Ti ringrazio per i suggerimenti e mi adopero per lo correzioni. Onestamente, non credevo fosse lento, però se lo dite tutti un motivo c'è, sarà che sono una piaga io stesso e quindi segue i miei ritmi naturali . Ad ogni modo, sì, la prima parte è molto di presentazione ed effettivamente è utile solo se il racconto continua, ma al 90% continua. Le vite dei due le ho raccontate, di modo da potermi muovere con più tranquillità nei successivi dialoghi, così che il lettore riesca subito ad inquadrare le riflessioni dei personaggi stessi. @Pietro97 ciao anche a te! Hai davvero colto i personaggi, così come lo spirito riflessivo e un po' scanzonato del racconto stesso. In fondo, è una presa per il culo della riflessione a tratti, perché io mi sento pesante, banale e poco divertente, specie quando parlo. Sono contento che ti sia piaciuto. Vi ringrazio nuovamente e, augurandovi una buona giornata, mi dedico alla visione di un capolavoro diretto dal sommo maestro Ruffini. Pace e bene. Un saluto, Johnny P.
  8. Marco faceva ombra alle formiche

    Ciao @Kuno Intanto ti segnalo due refusi: incredibile e un occhio. Tuttavia, a parte queste idiozie, il racconto è scritto davvero molto bene e si legge con naturalezza e disinvoltura, tanti complimenti. Ora, non sono tipo che esagera e neppure ho paura di dire se qualcosa non mi piace. Perciò, se ti dico che questo è uno dei racconti più belli che ho letto sul WD, fidati. C'è una cosa che non mi convince però, ma ci arrivo. La figura di Marco, che faceva ombra alle formiche, è di una tenerezza e di una malinconia incredibile; certo, viene da ridere a pensarlo lì che protegge le formiche, sentendosi investito di un compito epocale, ma Marco non è una macchietta comica, è un personaggio tragico, non dissimile ad altri pirandelliani. Oltre a descrivere bene il prototipo del lavoro d'ufficio in azienda, il narratore, uno dei "veri" lavoratori, assolve il compito di fare da pragmatico contraltare di Marco: il narratore, insieme agli altri, è sano, vede le cose nel verso giusto, mentre Marco è malato, fragile e vede tutto dalla sua distorta prospettiva. Sul finale, hai voluto mettere in crisi questa visione, dando in realtà ragione a Marco, e prospettando la fine del mondo, di modo da instillare nel lettore un dubbio su quella distinzione fra sano e malato che pareva ovvia. Il finale, in realtà, è quello che mi ha convinto meno. Ma per spiegarmi è bene soffermarci bene sul protagonista. Marco è sostanzialmente un ragazzo buono, tenero ma anche serio, considerati i limiti della sua mente. La cura e l'amore rivolti alle formiche sono la cura e l'amore verso creature più deboli, verso le quali Marco si prodiga in maniera anche affettuosa. Gli altri, tuttavia, presi dal loro vero lavoro, non riescono a capire che il ragazzo ha veramente a cuore quel lavoro e quelle creaturine e non capiscono (fin alla fine, fin oltre la sua morte) di quello che stavano facendo a Marco, il quale si sentiva davvero gravato da un peso epocale, che non è riuscito più a sopportare. I temi centrali di questo racconto sono, a mio pare, tre: il primo riguarda la condizione del diverso, il secondo riguarda l'importanza riservata ai sentimenti altrui, per quanto questi possano apparire stupidi o ingenui, il terzo è l'ipocrisia. Poi c'è altro, un concetto che permea in maniera totale ma mai invasiva, tutto il racconto: la cura. La cura dei più deboli (di mente o di specie), la cura degli animali (i cani, le formiche) e del mondo in genere, la cura della vita, che Marco ha praticamente sacrificato per proteggere quella di altri esseri viventi. In finale vuole dare importanza a tutto questo, in una sorta di ironico rovescio della medaglia. Tuttavia, il mondo reale, quello con cui Marco non è mai davvero entrato in contatto, non avrebbe mai avuto cura né per il ragazzo né per il suo ingenuo, affettuoso lavoro. Per come la vedo io, in maniera forse più triste e realista, il racconto sarebbe dovuto finire con tutti che tornavano alla loro vita di sempre, noncuranti del ragazzo e di quello che rappresentava, e con l'immagine di una formica trasportata dal vento o annegata nella pioggia; l'impossibilità di quei valori, ingenui e affettuosamente umani. Non che il tuo finale sia brutto, e neppure dico che non ci sta, ti ho solo proposto una mia visione. Dunque, per concludere, ti faccio davvero i miei più sinceri complimenti per questo splendido lavoro che mi ha toccato nel profondo e, a tratti, commosso. Nella speranza che domani ce ne sarà più d'uno a far ombra alle formiche. Un saluto, Johnny P.
  9. Ammazzare il tempo

    Ciao! Perdonami se ti rispondo con così tanto ritardo. Intanto, mi fa molto piacere che tu abbia apprezzato il racconto. Inoltre, ho trovato veramente utili un paio di tue osservazioni: Queste domande in primis, che effettivamente mi danno qualche spunto interessante. E anche qui: in realtà, la loro solitudine, le loro tristezze (entrambi hanno sofferto, ma la tristezza di uno è diversa da quella dell'altro) hanno portato i due a vivere la vita unicamente in relazione a loro stessi, per questo motivo cercano di spremerla, la vita, più che possono. Non hanno un seguito alla loro storia. Esattamente. Sono giorni che mi spremo il cervello sul come il tempo possa ripartire; fare una cosa assurda che abbia una logica è difficile assai. Però mi sono affezionato a quei due, e credo che anche grazie alle domande che hai posto, un piccolo seguito di questa storiella, spero significativa, verrà fuori. Ti ringrazio tanto. Un saluto, Johnny P.
  10. Eppure gridano

    Ciao @Sira La poesia si apre con una nota malinconica: un pezzo del ricordo che va via, il profumo. Pian piano ho imparato a conoscere la tua produzione, quindi ritrovo spesso queste note sensoriali e queste descrizioni interiori (e in fin dei conti, la tua è sempre una poesia interiore), fatte con parole molto semplici. Un altro frammento di qualcosa di impalpabile che svanisce: ma se i ricordi richiamavano naturalmente il passato, i sogni altrettanto naturalmente richiamano il futuro. Sembra facile delineare il quadro che delineerebbe una bambina cresciuta, e però... però c'è ancora meraviglia. Dunque, intanto complimenti per l'utilizzo dei due verbi: gli occhi gridano (sinestesia), ma non sono loro a guardare; trucco intelligente, semplice e di grande effetto. Si potrebbe interpretare in modi diversi: da un lato c'è la ricerca del bambino che è dentro di noi adulti, ancora capace di stupirsi. Dall'altro potrebbe riguardare il momento stesso della produzione poetica: così la capacità di recuperare il passato e sbirciare nel futuro, meravigliandosi di cose inaspettate; l'essenza della poesia. Mi è molto piaciuta. Un saluto, Johnny P.
  11. Ammazzare il tempo

    AMMAZZARE IL TEMPO ~ Parte Prima ~ Le molle del materasso stridevano forte quando Alessandro si alzava, erano vecchie ormai. Indossò svelto i pantaloni di flanella marroni e la camicia senape, quindi i mocassini e si diresse in bagno per una rapida pulizia dei denti. Chiuse la porta della camera che l’aurora doveva ancora cedere al sole. Non poteva permettersi un’altra sconfitta, l’imperativo era vincere. Incespicando con alterne fortune raggiunse la sala da pranzo. Lì, ad attenderlo, c’era Gianni, con una tazza di caffè fra le dita e un sorriso sornione sulle labbra. «Non è possibile! Dillo e basta che vieni a dormire direttamente qui» esclamò Alessandro. «Mi dispiace amico mio, la vecchiaia non è stata gentile con te» rispose Gianni, mentre l’altro, sedendosi, gli porgeva i cinque euro giornalieri. «Rimarrò senza pensione con questa storia». «Non essere rinunciatario. Prima o poi vinci, artrosi permettendo». «Tre anni, sono tre anni che non riesco ad arrivare qui prima di te, non si può». Gianni chiamò Dina, la signora che si occupava della colazione, e ordinò caffè e cornetto per l’amico. La casa di riposo era stata costruita lontano dal paese, in una verdeggiante pianura raffinata da quel piccolo lago che, nelle mattine più chiare, potevi scorgere fra i boschetti di pioppi bianchi e pini. Sembrava un residence scozzese: ad ogni ospite era riservata un’ampia camera singola con servizi, l’area ristoro e quella ludica erano invece in comune. Gli inquilini non dovevano occuparsi di nulla, uno staff organizzatissimo pensava ai pasti, alle medicine, agli spostamenti vari e quant’altro. Si stava bene, certo, ma il tempo non passava uguale: per svagarsi davvero c’era un disperato bisogno d’ingegno. Gli altri vecchi, se non del tutto decrepiti, scandivano le loro esistenze in base alle saltuarie visite parentali o alle feste importanti, quelle in cui tornavano a casa, autorizzati a sedere a tavola con figli e nipoti. Gianni e Alessandro, al contrario, non avevano nessuno. Il primo fece vita di mare, lasciando una donna ad ogni porto; trascorse tanti anni sotto il sole e in mezzo alla gente, rovinandosi, rispettivamente, la pelle e il carattere. Il secondo continuò l’attività di famiglia, occupandosi della ditta di onoranze funebri del paese; non aveva movimentate storie che lo riguardassero, come ne aveva Gianni, ma tante ne conobbe ugualmente, perché di ogni morto che seppelliva ricordava le vicende, quasi le avesse vissute lui. I due potevi trovarli facile che passeggiavano in disparte sul selciato o sui sentieri coperti di ciottoli. Parlavano molto, specie Gianni, ma difficilmente erano d’accordo su qualcosa. «Sì insomma, la donna giusta forse c’era, magari l’ho pure incontrata e non me ne sono accorto». «Ancora… La donna giusta non esiste! Di una donna ti rimane soltanto il profumo dopo che è uscita dalla tua cabina. Giuri che è lei quella che non devi far scendere, poi scende, ne sale un’altra e ricomincia il giro». «Le donne non sono un “giro”. I democristiani e il sole ti hanno fatto male al cervello; nell’amore vero io ci credo, forse è un po’ tardi per me, però mai dire mai. A dirla tutta, Dina mi fa gli occhi dolci qualche volta» rispose Alessandro. «Sei solo un romantico illuso. Che poi Dina è strabica». Si sedettero su quel che restava di un vecchio pino. Tagliarne uno così grosso fu di sicuro un’impresa: quel poco di tronco sopravvissuto aveva un diametro di almeno due metri e radici spesse che affioravano dove il terreno era brullo. Un venticello fresco e autunnale muoveva i ciuffi d’erba e le fronde dei pioppi lambite dal sole. «Mio padre -disse Alessandro- era un tipo difficile da prendere. In realtà sembrava presenziasse sempre a qualche messa…». «Era un tipo molto religioso?» lo interruppe Gianni. «Non lo so, penso di sì. Prima erano un po’ tutti religiosi; però intendevo un’altra cosa. Se ne stava sempre da qualche altra parte con la testa e non parlava mai. Giuro che non mi ricordo una sua opinione su niente, sulla guerra, sulle elezioni, sul muro di Berlino, proprio nulla. Non si pronunciava mai. C’è voluta la vecchiaia per capirne il motivo». «Sarebbe?» «Di solito, la gente parla solo di cose sulle quali può esprimere una opinione. Non tanto perché gli interessi davvero, è un modo come un altro per farsi capire, per parlare di sé. Mio padre si conosceva bene, per questo parlava poco». «Dev’essere stato un uomo saggio» aggiunse Gianni. «Infatti -annuì Alessandro- ricordo che quelle poche volte che apriva bocca diceva cose sensate». «Da quanto tempo non facciamo nulla di sensato?». «Dipende, l’ultima volta che ti sei sentito felice vecchio?». «Salvador de Bahia, stanza centoundici» rispose Gianni sorridendo. Poi si mise in piedi lamentando dolori all’anca. «Senti, perché stanotte, dopo che gli altri cadaveri sono a letto, non andiamo a fare un giro sul lago?» continuò il vecchio capitano. «Porca miseria quanto ti fanno male i ricordi, poi proprio oggi che ho le ginocchia a pezzi dovevi sentire questo impellente bisogno di fare il ventenne». «Andiamo, almeno avrai qualcosa da raccontare a Dina. Si vede che sei vecchio dentro, mica come me» fece Gianni aggiustandosi il foulard che portava al collo. «È un’idiozia, ma almeno non dovrò darti cinque euro domattina. Ah, a proposito di baldi giovani, non ti ho visto prendere la pillola per la pressione stamattina» rispose Alessandro. «Cazzo». Incastonata nel firmamento, splendeva un meraviglioso spicchio di luna color madreperla e non una nuvola offuscava la volta celeste. Gianni uscì dalla sua camera quatto quatto, girando sempre l’angolo meno illuminato. Così facendo allungò di molto la strada, ma certo nessuno aveva notato nulla. I due si erano dati appuntamento davanti al tronco. Il vecchio capitano arrivò poco prima di Alessandro e, una volta che furono adeguatamente lontani, si sentirono liberi di parlare a voce alta. «Una grande idea. Ecco cos’è questa, una grandissima idea». «Non lo so Gianni, ma se ti fa così contento tanto meglio». «Oh andiamo, anche tu sei contento di rompere con routine lo so. E poi guarda che bella serata». Il vecchio capitano aveva imparato l’arte di vivere leggero, di svolazzare con l’anima. Persino ora, con le ali gualcite, planava libero da ogni catena. In fondo, ci vuole una certa attitudine alla vita; pragmatismo, resilienza, ma non tutti vi sono inclini. Espiare peccati è un’arte di nicchia. Alessandro, invece, era un’anima fragile. Lo perseguitava quel senso amaro di sconfitta; ogni errore dava ragione all’immagine che altri avevano di lui: l’astro mancato, quello che avrebbe sempre potuto di più ma non è mai riuscito, vuoi per inedia, vuoi per sfortuna. L’attività di famiglia era stata il suo paracadute, il rifugio dove condurre una vita dignitosa, lontana dai voli pindarici della meglio gioventù. «Ehi -disse Gianni gettandosi al suolo- abbassati, c’è qualcuno sulle rive del lago!» I due si accucciarono a terra, sporgendosi quel tanto che bastava per curiosare, come due gatti dietro i comignoli di Parigi. «Chi diavolo è?» bisbigliò Gianni. «Non lo so, sembra una donna, ma è girata di spalle. Proviamo a vedere meglio». «Facile per te che non hai la cataratta». Avendo cura di non far rumore, si spostarono quel tanto che bastava per avere una visuale più chiara. Potevano giurare d’aver visto un angelo. Aveva lunghi capelli lisci color cenere che riflettevano i raggi di luna e indossava un meraviglioso abito da sposa, semplice e ben sagomato, candido come un’ostia. Era avvolta da un’aura surreale; lì, sulle rive del lago, sembrava splendere di luce propria, quasi a confondersi con quella del cielo. Fra le braccia carezzava dolcemente il ventre gravido (l’ottavo se non il nono mese) e guardava malinconica l’orizzonte, persa nei suoi pensieri, come nell’attesa di chissà quale ritorno. I due vecchi tornarono a nascondersi dietro la collinetta per decidere sul da farsi. «Cosa ci fa una sposa, incinta, sola e per di più di notte in riva al lago?» disse Gianni. «È la domanda più strana e sensata che abbia mai sentito». «Senti, meglio se ce ne andiamo». «Sono d’accordo, ma come facciamo a non farci scoprire. Magari non gli importa proprio nulla di noi, però personalmente non voglio farmi vedere lo stesso». «Ho un’idea: adesso lancio un sasso in quella direzione -rispose il capitano facendo segno con la mano- così pensa a qualche animaletto e non si insospettisce se facciamo altri rumori, oppure semplicemente si spaventa e se ne va». «Okay, sì, mi sembra una buona pensata» replicò Alessandro. Gianni iniziò quindi a tastare il terreno e, appena ebbe trovato un sasso adatto ai suoi scopi, lo scagliò con violenza nel verso pattuito. Tuttavia, la roccia colpì per sbaglio il tronco di un pino e prese una traiettoria parabolica curiosissima, forse a causa della sua strana forma. I due si voltarono giusto in tempo per vedere la pietra centrare rovinosamente la testa della donna che, preso il colpo, cadde a terra. «Oh mio Dio!». «Ma quante probabilità c’erano?» esclamò Alessandro. I due si misero in piedi e si precipitarono sulla riva del lago. Qui, in preda al terrore e al panico più totale, capirono di aver ucciso una donna incinta. «Ma che cosa abbiamo fatto?». «È stato un incidente. Ma vallo a spiegare alla polizia… Finiremo su tutti i giornali» disse Alessandro. «Perché, mica vuoi chiamare la polizia?». «Certo! Che cosa vorresti fare? Occultare il cadavere?». «Sei tu lo specialista» rispose Gianni. L’altro stava per replicare, ma la voce si strozzò in gola e negli occhi c’era spazio solo per un’espressione incredula e spaventata. «Non posso crederci… È anche peggio di quello che sembra!» esclamò Alessandro. «Davvero?! No perché a me proprio non viene in mente una cosa peggiore». «Guarda qui -disse il vecchio indicando il sasso fatale- si è bloccato a mezz’aria! Come tutto il resto, è tutto bloccato! Gianni, questa non è una donna: noi, noi abbiamo ammazzato il tempo…». I due vecchi presero a guardarsi intorno, solo per scoprire inorriditi che il mondo davvero si era cristallizzato, come in una foto o come un piccolo insetto in una lastra di ghiaccio: dall’acqua del lago alle fronde dei pini, dagli uccelli notturni fermi in volo alla polvere bloccata nel vento. «Mio Dio -fece Gianni accasciandosi- hai ragione. Il tempo ha smesso di scorrere». «Non c’è più un prima e neppure un dopo. Non c’è causa n’è conseguenza. È un disastro!» rispose l’altro sedendosi vicino all’amico. «E perché noi non siamo bloccati come tutto il resto?». Alessandro si strinse nelle spalle. Poi prese un pugno di sabbia fra le dita e la fece scivolare via; ogni singolo granello tornò al suo posto. Non c’erano più dubbi: l’universo s’era piantato in quell’istante. «Eppure, non me l’immaginavo così il tempo -disse Gianni-. Ho sempre pensato che fosse una forza astratta, come la gravità. Una cosa che permeava tutto, che andava e non potevi farci niente». «Secondo te io pensavo che era quell’affare?» rispose ironico Alessandro, indicando con un gesto il corpo esanime del Tempo. «Cosa credevi che fosse?». «Io… Non so. A dire il vero, credevo che il tempo non esistesse, credevo fosse la paura della morte. Quando sei giovane hai tanta paura di morire e le giornate e gli anni, volano. Poi scopri che invecchi, e man mano ti senti pronto, ti prepari ad accogliere quella nera signora, e le ore non passano mai…». «Hai paura della morte?». «No, tu?». «No». Ne seguì un lungo silenzio. Nelle loro teste si avvicendavano confusamente i pensieri più disparati, ma, nell’osservare quella maestosa tela ch’era diventato il mondo, vennero colti da vertigine e sconforto. «C’è un modo per sistemare questo macello secondo te?» chiese con un filo di voce Gianni. «Credo di sì. Se esiste, lo troveremo. Dobbiamo farci coraggio» disse l’altro e si mise in piedi. «Dove vai? Ti è venuta un’idea?». «No, ho sete e vado a prendere da bere». «Oh sì certo, la sete e le priorità…» bofonchiò il vecchio capitano allargando le braccia. «E quale sarebbe il problema -rispose Alessandro- ti sembra che abbiamo fretta?».
  12. La strega rossa dei Balcani

    Ciao @Emy articolo ripetuto troppe volte nella principale. Questa frase è molto bella, e secondo me rende meglio senza inciso. Diretta e senza fronzoli. Qua non funziona, io farei così: Sul comodino il biglietto aereo e il passaporto di un paese fantasma: Repubblica Federale di Jugoslavia. meglio passandosi una mano fra i capelli scuri e sciolti inutile Di mostri come lei ne ha incontrati parecchi, durante la sua lunga carriera. alle medie (ma sei sicura che dov'è cresciuta Maja il sistema scolastico preveda le scuole medie? Credo sia una cosa tutta italiana). a sua immagine e somiglianza pur non condividendo la fede comunista Non è malvagia come chiusa, anche se personalmente avrei preferito fosse più incisiva, secondo me puoi lavorarci. Dunque, la trama si muove su due piani temporali, però distacco distacco e confusione non si sentono: hai utilizzato una tecnica semplice ma funzionale. La storia di Maja è una storia come tante, e tutto è filtrato dagli occhi della protagonista, per cui vediamo le cose così come le vede lei. I temi di fondo credo siano la disillusione nei grandi ideali e gli effetti che le grandi storie hanno in quelle più piccole, entrando senza riguardo, senza pietà, senza giustizia, forse. Gli altri personaggi non sono così importanti, né quelli storici, né quelli inventati: tutto ruota intorno alle due donne, ma è chiaro che Mirjana è solo il contraltare di Maja, lei è senza dubbio l'unico vero personaggio importante, gli altri ruotano semplicemente intorno a lei. Unico appunto: la definizione di racconto storico. Personalmente questo non lo ritengo un racconto storico: è una storia realistica con precisi riferimenti ad eventi realmente accaduti, ma non è propriamente storico. Manca, in realtà, una ricostruzione fedele e dettagliata delle condizioni socio-politiche, nonché un'ambientazione davvero ricreata. Il racconto nel complesso è fruibile senza patemi e fila via liscio; sei stata brava a creare un qualcosa che invoglia il lettore a continuare. Buona prova. Un saluto, Johnny P.
  13. Contest di Natale 2017 - Scrittopoli - Finali

    complimenti ai vincitori, alla fine hanno avuto la meglio i tanti km macinati sul campo. Bravi tutti, fosse solo per la costanza, era il contest di natale ma avete rischiato di finire a Pasqua. Pace e bene.
  14. Infimito

    Ciao, prima che ti blocchino la discussione (sono intransigenti) ti conviene commentare e riportare il link del commento fatto ad un altro racconto o poesia. Dai una letta al regolamento. Passando alla "poesia", non so cosa ti abbia fatto di male Leopardi per fargli questo . Onestamente capisco che volessi fare la parodia di uno dei classici più inflazionato della nostra letteratura, però, devo essere sincero, non ho apprezzato questa tua operazione: da un lato, perché non c'è niente di veramente tuo, dall'altro perché è una storpiatura un po' gratuita, che non risponde a un fine o ad una costruzione ironico-parodico rilevante. O perlomeno io non l'ho trovata, magari mi sbaglio e mi scuso in anticipo se ho frainteso. Mi ricorda piuttosto Gino, un affettuoso cliente del bar del mio paese, nelle sue serate più ispirate. Ecco, forse lo spirito goliardico e il disappunto verso una tradizione forse ormai troppo lontana, troppo rintanata sul suo altarino si sente senz'altro, e tuttavia il tuo esperimento non riesce a convincermi, perlomeno non appieno. Se non ho capito una sega fammelo sapere, ci tengo ad essere insultato . In attesa di leggere una poesia che sia davvero tutta tua, e spero di leggerla al più presto, ti invito a sistemare le formalità che riguardano questa. Occhio che forse ne hai postate due uguali. Un saluto, Johnny P.
  15. Impappinato

    Ho pensato che magari, un po' per uno, e non facciamo scontento nessuno: che ne dite se Tizio e Caio rimangono nel mondo bloccato in un finale aperto, in cui dicono che cercheranno di fare qualcosa per rimettere a posto le cose? Magari se un giorno mi verrà voglia di renderlo un mini, molto mini, romanzo saprò da dove continuare. Con buona pace della tragedia cosmica preventivata da Marcello. Ehm... Ho capito, mi faccio un abbonamento al cinema. Un saluto, Johnny P.
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