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Johnny P

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Johnny P ha vinto il 31 dicembre 2015

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151 Strepitoso

Su Johnny P

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  • Compleanno 21/07/1998

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  1. Non si dica che Johnny P non mantiene una promessa. Un saluto.
  2. Johnny P

    A mio padre

    commento Dunque, le parole sono rubate dalla pagina 111, capitolo XIII del Barone Rampante di Calvino, la dedica è a mio padre e questo brano è per l'iniziativa "Una poesia in regalo". Franklin che acchiappava i fulmini interloquiva, le nuove grandezze di Dio... Io ero troppo ragazzo per un ramo di castagno. Il tramonto rifletteva nella vasca delle ninfee, ragionando del giusto e del vero, dei riti cinesi, la bottiglia di Leida, il sensismo.
  3. Johnny P

    Voci fatue

    Ciao, dunque, direi di iniziare dal bel mix linguistico che intavolato, che è anche una delle caratteristiche del componimento che mi ha incuriosito di più: hai "mixato" vocaboli provenienti da mondi diversi e questo credo abbia un significato profondo, perché questa poesia parla anche della distanza temporale, di come le cose cambiano, di quanto può essere diverso il mondo di un padre da quello del figlio. Abbiamo così termini più aulici come "lambito" che si contrappongono ad altri provenienti dal dizionario della strada, passami l'espressione, come "rappa". Sei stato davvero molto bravo/a, ho apprezzato il fatto che la scelta linguistica non fosse unicamente un vezzo o un contorno, ma parte integrante della poesia. D'altronde lo dici tu stesso: Sullo sfondo però c'è anche un contenuto, forse non nuovissimo, ma cosa lo è, ovvero l'incomunicabilità del propria interiorità, un vuoto che è sia di uditori che di parole (sono queste le voci fatue a cui facevi riferimento nel titolo?). Il verso finale è davvero bellissimo ed è quello che ho preferito: due mondi distanti, che hanno in comune la stessa voglia di parlare, di raccontare, di raccontarsi al "grande mondo là fuori", espressione semplicissima, che tuttavia ho apprezzato proprio perché nella sua schiettezza comunica perfettamente quel senso di distanza da tutto il resto; una sorta di isolamento dell'io. Il punto semmai è: tutti vogliono parlare, ma c'è qualcuno disposto ad ascoltare? Non avevo mai avuto il piacere di leggerti qui sul WD, spero di ritrovarti presto. Mi piace il tuo stile, mi piace quello che dici e mi piace come lo dici (non ho rintracciato nessun verso particolare, sono essenzialmente liberi, e tuttavia hanno bel ritmo, si legge con piacere la poesia). Hai cercato di svecchiare un concetto e la tua comunicazione è risultata efficace. Un saluto, Johnny P.
  4. L'idea mi incuriosisce moltissimo, purtroppo in questo periodo sono sommerso di impegni, ma appena ho 5 minuti provvederò. Complimenti a @IreneM per l'idea e ringrazio @Anglares per avermela fatta notare. Un saluto speciale a tutti, mi manca molto questo posto, Johnny P.
  5. Johnny P

    Ammazzare il tempo (rivisto)

    Ciao @Unius e grazie per il commento, scusa la risposta tardiva. Ci tenevo a rispondere giusto su un paio di cose (le correzioni che mi hai proposto le farò sicuramente, grazie). Sono un amante delle citazioni, mi piace mescolare all'interno dello stesso testo richiami disparati, e sono molto contento quando vengono colte, tra l'altro così precisamente. L'idea era un po' di riallacciarsi a "A Farewell To Arms", anche se nel libro Catherine muore di parto. Lucio Dalla è dopo De André il mio cantautore preferito. I due fanno praticamente a gara a chi si riesce a svegliare prima e arrivare a colazione più in fretta (e chi perde paga), è una sorta di sfida con la quale misurano la velocità del loro invecchiamento. Un racconto è bello se aperto a molteplici interpretazioni: quando l'ho pensato, una donna incinta che aspetta qualcuno in lontanza mi piaceva tantissimo come personificazione del tempo, inoltre ai due appare così perché è anche quello che hanno sempre voluto: una moglie, una famiglia (anche se Gianni solo segretamente). Ti ringrazio innanzitutto per il complimento generosissimo. Ad ogni modo, l'idea era proprio quella di riallacciarsi a quel genere che sto pian piano imparando a conoscere (ultimamente mi sto appassionando a Calvino, Murakami e Borges) e spero di trovare un po' di tempo per lavorare e postare la mia seconda prova nel genere che, spoiler, si intitolerà "L'uomo giraffa"; son contento che almeno assomiglia al genere cui volevo rifarmi . Il finale di questo racconto mi ha dato molto da penare, ma ho pensato che fosse comunque una buona conclusione perché da un lato mi piaceva questa idea che il racconto si blocca come si è bloccato il tempo, quasi un tentativo di rendere reale la storia; in secondo luogo, ha una sua circolarità, i due vecchi al principio hanno fretta di vivere il poco tempo che gli è rimasto (e si comportano da "ragazzini") e nel finale, quando capiscono di avere tutto il tempo che vogliono, si rilassano, e fanno qualcosa di adulto come andare a bere. Perché appunto ritengo che l'atteggiamento che si ha dipenda molto dal tempo che resta. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi, nel frattempo ti ringrazio nuovamente e ti auguro una buona serata. Un saluto, Johnny P.
  6. Johnny P

    Ammazzare il tempo (rivisto)

    commento AMMAZZARE IL TEMPO Le molle del materasso stridevano forte quando Alessandro si alzava, erano vecchie ormai. Indossò svelto i pantaloni di flanella marroni e la camicia senape, quindi i mocassini e si diresse in bagno per una rapida pulizia dei denti. Chiuse la porta della camera che l’aurora doveva ancora cedere al sole. Non poteva permettersi un’altra sconfitta. Incespicando con alterne fortune raggiunse la sala da pranzo. Lì, ad attenderlo, c’era Gianni, con una tazza di caffè fra le dita e un sorriso sornione sulle labbra. «Non è possibile! Dillo e basta che vieni a dormire direttamente qui» esclamò Alessandro. «Mi dispiace amico mio, la vecchiaia non è stata gentile con te» rispose Gianni, mentre l’altro, sedendosi, gli porgeva i cinque euro giornalieri. «Rimarrò senza pensione con questa storia». «Non essere rinunciatario. Prima o poi la fortuna ti sorriderà, artrosi permettendo». «Tre anni, sono tre anni che non riesco ad arrivare qui prima di te, non si può». Gianni chiamò Dina, la signora che si occupava della colazione, e ordinò caffè e cornetto per l’amico. La casa di riposo era stata costruita lontano dal paese, in una verdeggiante pianura raffinata da quel piccolo lago che, nelle mattine più chiare, potevi scorgere fra i boschetti di pioppi bianchi e pini. Sembrava un residence scozzese: ad ogni ospite era riservata un’ampia camera singola con servizi, l’area ristoro e quella ludica erano invece in comune. Gli inquilini non dovevano occuparsi di nulla, uno staff organizzatissimo pensava ai pasti, alle medicine, agli spostamenti, alle esigenze igieniche, alle pulizie e quant’altro. Si stava bene, certo, ma il tempo non passava uguale e per svagarsi davvero c’era un disperato bisogno d’ingegno. Gli altri vecchi, se non del tutto decrepiti, scandivano le loro esistenze in base alle saltuarie visite parentali o alle feste importanti, quelle in cui tornavano a casa, autorizzati a sedere a tavola con figli e nipoti. Gianni e Alessandro, al contrario, non avevano nessuno. Il primo fece vita di mare, lasciando una donna ad ogni porto; trascorse tanti anni sotto il sole e in mezzo alla gente, rovinandosi, rispettivamente, la pelle e il carattere. Il secondo continuò l’attività di famiglia, occupandosi della ditta di onoranze funebri del paese; non aveva movimentate storie che lo riguardassero, come ne aveva Gianni, ma tante ne conobbe ugualmente, perché di ogni morto che seppelliva ricordava le vicende, quasi le avesse vissute lui. I due potevi trovarli facile che passeggiavano in disparte sul selciato o sui sentieri coperti di ciottoli. Parlavano molto, specie Gianni, ma difficilmente erano d’accordo su qualcosa. «Sì insomma, la donna giusta forse c’era, magari l’ho pure incontrata e non me ne sono accorto». «Ancora… La donna giusta non esiste! Di una donna ti rimane soltanto il profumo dopo che è uscita dalla tua cabina, la forcella che le reggeva i capelli o più spesso il ricordo della sua sagoma, che al mattino sfila lontano dalle lenzuola. Giuri che è lei quella che non devi far scendere, poi scende, ne sale un’altra e guarisce anima e corpo. È tutto un circolo». «Le donne non sono un “circolo”, che diavolo. I democristiani e il sole ti hanno fatto male al cervello; nell’amore vero io ci credo, forse è un po’ tardi per me, però mai dire mai. A dirla tutta, Dina mi fa gli occhi dolci qualche volta. Ma non voglio mettere il carro davanti ai buoi» rispose Alessandro. «Sei solo un romantico illuso. Che poi Dina è strabica». Si sedettero su quel che restava di un vecchio pino. Tagliarne uno così grosso fu di sicuro un’impresa: quel poco di tronco sopravvissuto aveva un diametro di almeno due metri e radici spesse che affioravano dove il terreno era brullo. Un venticello fresco e autunnale muoveva i ciuffi d’erba e le fronde dei pioppi lambite dal sole. «Mio padre -disse Alessandro- era un tipo difficile da prendere, sembrava presenziasse sempre a qualche messa…». «Era un tipo molto religioso?» lo interruppe Gianni. «Non lo so, faceva il becchino quindi penso di sì. Prima erano un po’ tutti religiosi; però non intendevo questo. Se ne stava sempre da qualche altra parte con la testa e non parlava mai. Giuro che non mi ricordo una sua opinione su niente, sulla guerra, sulle elezioni, sul muro di Berlino, proprio nulla. Non si pronunciava mai. C’è voluta la vecchiaia per capirne il motivo». «Sarebbe?» «Di solito, la gente parla solo di cose sulle quali può esprimere una opinione. Non tanto perché gli interessi davvero, è un modo come un altro per farsi capire, per parlare di sé. Mio padre si conosceva bene, per questo parlava poco». «Dev’essere stato un uomo saggio» aggiunse Gianni. «Non saggio, sensato. Guarda per esempio questo orologio -disse Alessandro indicando l’antico Blacpain che portava al polso- me lo regalò quando morì la mamma; non so chi lo avesse dato a lui o perché lui lo diede a me, ma ci teneva e c’era senz’altro un motivo, ne sono certo, perché mio padre era nient’altro che questo: un uomo sensato». «Da quanto tempo non facciamo nulla di sensato?». «Dipende, l’ultima volta che ti sei sentito felice, nonno?». «Salvador de Bahia, stanza centoundici» rispose Gianni sorridendo. Poi si mise in piedi lamentando dolori all’anca. «Senti, che ne dici se stanotte, mentre gli altri cadaveri dormono, andiamo a fare un giro al lago?» continuò il vecchio capitano. «Porca miseria quanto ti fanno male i ricordi, poi proprio oggi che ho le ginocchia a pezzi dovevi sentire questo impellente bisogno di fare il ventenne». «Andiamo, almeno avrai qualcosa da raccontare a Dina. Si vede che sei vecchio dentro, mica come me» fece Gianni aggiustandosi il foulard che portava al collo. «È un’idiozia, ma almeno non dovrò darti cinque euro domattina. Ah, a proposito di baldi giovani, non ti ho visto prendere la pillola per la pressione stamattina» rispose Alessandro. «Cazzo». Incastonata nel cielo, splendeva un meraviglioso spicchio di luna color madreperla e non una nuvola offuscava la volta celeste. Gianni uscì dalla sua camera quatto quatto, girando sempre l’angolo meno illuminato. Così facendo allungò di molto la strada, ma certo nessuno aveva notato nulla. I due si erano dati appuntamento davanti al tronco. Il vecchio capitano arrivò poco prima di Alessandro e, una volta che furono adeguatamente lontani, si sentirono liberi di parlare a voce alta. «Una grande idea. Ecco cos’è questa, una grandissima idea». «Non lo so Gianni, ma se ti fa così contento tanto meglio». «Oh andiamo, anche tu sei contento di rompere con routine lo so. E poi guarda che bella serata». Il vecchio capitano aveva imparato l’arte di vivere leggero, di svolazzare con l’anima. Persino ora, con le ali gualcite, planava libero da ogni catena. In fondo, ci vuole una certa attitudine alla vita; pragmatismo, resilienza, ma non tutti vi sono inclini. Espiare peccati è un’arte di nicchia. Alessandro, invece, era un’anima fragile. Lo perseguitava quel senso amaro di sconfitta; ogni errore dava ragione all’immagine che altri avevano di lui: l’astro mancato, quello che avrebbe sempre potuto di più ma non è mai riuscito, vuoi per inedia, vuoi per sfortuna. L’attività di famiglia era stata il suo paracadute, il rifugio dove condurre una vita dignitosa, lontana dai voli pindarici della meglio gioventù. «Di tua madre -disse Gianni- non mi hai mai raccontato niente». «Perché non c’è molto da dire. La sua vita era badare a me e ai miei fratelli; mia madre parlava molto, quasi sempre diceva le stesse cose, raccontava la stessa storia». «Che storia?». «Durante la Grande Guerra aveva servito come infermiera e un giorno di ottobre arrivò in tenda un pilota di ambulanze americano, gravemente ferito. Capiva poco l’inglese, ma diceva che quel tizio gli raccontava molte cose e che lei lo stava a sentire per ore. Il suo ricordo più grosso… Tu, invece, mi parli poco della tua infanzia. So solo che non hai mai conosciuto i tuoi genitori». «Niente da nascondere, solo non l’ho avuta un’infanzia, sai succede spesso in questi casi, non ne ho mai fatto un cruccio: facevo quello che volevo, ma mi sarebbe piaciuto se ogni tanto qualcuno avesse preso le decisioni per conto mio. Voglio dire, pensavo spesso all’infinito numero di opportunità e di occasioni e al fatto che ogni mia scelta ne escludeva infinite altre, questa coscienza è sempre stato il peso maggiore, molto più dell’essere nato orfano». «Non prenderla sul personale, ma il mio umore è più alto se non ti faccio domande». Chiacchierando erano arrivati sulla cima della boscosa collinetta che poi spianava dolcemente verso il bacino d’acqua dolce. «Ehi -disse Gianni gettandosi a terra- abbassati, c’è qualcuno sulle rive del lago!» I due si accucciarono dietro un pioppo, sporgendosi quel tanto che bastava per curiosare, come due gatti dietro un comignolo. «Chi diavolo è?» bisbigliò Gianni. «Non lo so, sembra una donna, ma è girata di spalle. Proviamo a vedere meglio». «Facile per te che non hai la cataratta». Avendo cura di non far rumore, si spostarono quel tanto che bastava per avere una visuale più chiara. Potevano giurare d’aver visto un angelo. Aveva lunghi capelli lisci color cenere che riflettevano i raggi di luna e indossava un meraviglioso abito da sposa, semplice e ben sagomato, candido come un’ostia. Era avvolta da un’aura surreale; lì, sulle rive del lago, sembrava splendere di luce propria, quasi a gareggiare con quella del cielo. Fra le braccia carezzava dolcemente il ventre gravido (l’ottavo se non il nono mese) e guardava malinconica l’orizzonte, persa nei suoi pensieri, come nell’attesa di chissà quale ritorno. I due vecchi tornarono a nascondersi dietro la collinetta per decidere sul da farsi. «Cosa ci fa una sposa, incinta, sola e per di più di notte in riva al lago?» disse Gianni. «È la domanda più strana e sensata che abbia mai sentito». «Senti, meglio se ce ne andiamo». «Sono d’accordo, ma come facciamo a non farci scoprire. Magari non gli importa proprio nulla di noi, però personalmente non voglio farmi vedere lo stesso». «Ho un’idea: adesso lancio un sasso in quella direzione -rispose il capitano facendo segno con la mano- così pensa a qualche animaletto e non si insospettisce se facciamo altri rumori, oppure semplicemente si spaventa e se ne va». «Okay, sì, mi sembra una buona pensata» replicò Alessandro. Gianni iniziò quindi a tastare il terreno e, appena ebbe trovato un sasso adatto ai suoi scopi, lo scagliò con violenza nel verso pattuito. Tuttavia, la roccia colpì per sbaglio il tronco di un pino e prese una traiettoria parabolica curiosissima, forse a causa della sua strana forma. I due si voltarono giusto in tempo per vedere la pietra centrare rovinosamente la testa della donna che, preso il colpo, cadde a terra. «Oh mio Dio!». «Ma quante probabilità c’erano?» esclamò Alessandro. I due si misero in piedi e si precipitarono sulla riva del lago. Qui, in preda al terrore e al panico più totale, capirono di aver ucciso una donna incinta. «Che cosa abbiamo fatto…». «È stato un incidente. Ma vallo a spiegare alla polizia. Finiremo su tutti i giornali» disse Alessandro. «Perché, mica vuoi chiamare la polizia?». «Certo! Che cosa vorresti fare? Occultare il cadavere?». «Sei tu lo specialista» rispose Gianni. L’altro stava per replicare, ma la voce si strozzò in gola e negli occhi c’era spazio solo per un’espressione incredula. Dietro a Gianni c’era uno scoiattolo, che doveva essersi lanciato da uno dei pini per il trambusto, ma le sue zampe non toccavano terra. Alessandro prese a guardare tutto attorno, freneticamente, fino a scoprire che pure le piccole onde che increspavano la superficie del lago erano ferme, così come la polvere alzata dal vento. «Ma che diavolo sta succedendo?» esclamò. Gianni, perplesso dalla reazione dell’amico, alzò la testa e sul suo viso si dipinse la stessa espressione spaurita. «Guarda qui -disse il vecchio indicando il sasso fatale- si è bloccato a mezz’aria! Come tutto il resto, è tutto bloccato! Sembra quasi che il tempo abbia smesso di scorrere». Istintivamente, Alessandro si rivolse al suo orologio da polso, solo per confermare quella che gli sembrava un’assurda verità: le lancette s’erano impuntate all’una e tre minuti esatte. «Mio Dio -esclamò accasciandosi- hai ragione. Il tempo ha smesso di scorrere». «Ma come è possibile? E perché noi non siamo bloccati come tutto il resto?». rispose l’altro sedendosi vicino all’amico. Alessandro si strinse nelle spalle. Poi prese un pugno di sabbia fra le dita e la fece scivolare via; ogni singolo granello tornò al suo posto. Sembrava che l’universo si fosse piantato in quell’istante. «Gianni, e se c’entrasse lei?» disse indicando il cadavere. «Ma ti sei bevuto il cervello?». «Pensaci, quando la pietra l’ha fatta fuori si è bloccato tutto. Forse era una specie di divinità, come quelle dei Sumeri». «Una divinità? Che muore con una sassata?». «Si sarà indebolita con gli anni senza preghiere e sacrifici, che ne so. Ma un nesso deve esserci». Gianni, che non aveva idee migliori, sentiva che in un certo senso, in qualche modo, l’amico avesse ragione. «Eppure, non me l’immaginavo così il tempo -disse-. Ho sempre pensato che fosse una forza astratta, come la gravità. Una cosa che permeava tutto, che andava e non potevi farci niente». «Secondo te io pensavo fosse quell'affare?» rispose Alessandro, indicando il corpo esanime del Tempo. «Cosa credevi che fosse?». «Io… Non so. A dire il vero, credevo che il tempo non esistesse, credevo fosse la paura della morte. Quando sei giovane hai tanta paura di morire e le giornate e gli anni, volano. Poi scopri che invecchi, e man mano ti senti pronto, ti prepari ad accogliere quella nera signora, e le ore non passano mai…». «Hai paura della morte?». «No, tu?». «No». Ne seguì un lungo silenzio. Nelle loro teste si avvicendavano confusamente i pensieri più disparati, ma meglio osservando quella maestosa tela ch’era diventato il mondo, vennero colti da vertigine e sconforto. «C’è un modo per sistemare questo macello secondo te?» chiese con un filo di voce Gianni. «Credo di sì. Se esiste, lo troveremo. Dobbiamo farci coraggio» disse l’altro e si mise in piedi. «Dove vai? Ti è venuta un’idea?». «No, ho sete e vado a prendere da bere». «Oh sì certo, la sete e le priorità…» bofonchiò il vecchio capitano allargando le braccia. «E quale sarebbe il problema -rispose Alessandro- ti sembra che abbiamo fretta?».
  7. Johnny P

    Scusami, non so cosa dire

    Ciao @mina99, dunque, inizierei con qualche consiglio sul testo: ci vedo meglio i due punti dopo WhatsApp (con la A grande). un po' inutile e infastidisce la lettura; direi: "la Monti, di matematica."; prova a togliere la virgola e spezzare la frase in due, così la costruzione periodale è più semplice e fluida; okay l'idea di un discorso sconclusionato, ma questo è troppo lungo. Mentre l'ho letto mi è venuta voglia di saltarlo a pie pari almeno due o tre volte. Chiariamoci, non è che sia contrario alla cosa in sé, anzi, è bello come hai cercato di rendere una situazione nel modo più realistico-caricaturale possibile, però devi anche pensare a chi lo legge. Non si tratta di modificarne l'essenza, lo stile o il contenuto, semplicemente di sfoltirlo. Hai uno stile decisamente particolare, pieno di punti e frasi a singhiozzi: non mi sentirei mai di correggerti per questo perché è la tua cifra stilistica e dopo un po' ci si abitua e lo si apprezza. Ivi compresa questa stranezza di nominare per filo e per segno cosa indossano i personaggi, dalla maglia alle mutande. Il racconto in sé è piacevole e scorre abbastanza fin sul finale, quando accelera in un vortice di follia e non-sense davvero divertente. Non riesci neanche a dispiacerti, e secondo me in questo contesto è positivo. Però non penso sarebbe giusto esaurire in questo tutto il racconto; lo sforzo di mandare un messaggio è palese ed è difficile da ignorare, la struttura stessa del racconto ti impedisce di voltarti dall'altra parte. Riecheggia un po' dappertutto la tua visione delle cose, che personalmente riassumerei così: la vita non è né bella né brutta, è strana, è meravigliosa. E mi trovi pienamente d'accordo. Bel lavoro. Un saluto, Johnny P.
  8. "Morte, assai dolce ti tegno;
    tu dei omai esser cosa gentile,
    poi che tu se' ne la mia donna stata"

     

    [Vita Nuova, XXIII 17-28]

  9. Johnny P

    Il pozzo

    Ciao @Naufrago22. Ti consiglio di commentare subito un'altra poesia/racconto e allegare il commento alla discussione, (dai una letta al regolamento, anche sui requisiti del commento). Gli admin non hanno nulla da fare nella loro vita e quindi saranno pronti a bloccare la discussione, sono peggio della Gestapo. Ho letto la tua poesia dallo stile un po' retrò (il mio consiglio è di aggiustare la metrica) e ho apprezzato il fatto che hai costruito tutto intorno ad una singola immagine: il pozzo gioioso nella bella stagione ed ora senza pace sotto le gocce di pioggia. Una chiara metafora della vita, la giovinezza della bella stagione e l'angustia degli anni successivi, tanto che il protagonista seguita a specchiarsi nel pozzo, nonostante la sua immagine sia distorta dalle gocce di pioggia (la vecchiaia e le rughe? I segni del dolore? Lo sfuggire dei ricordi via via più lontani?). Nei contenuti è molto leopardiana, e apprezzo il coraggio di scrivere in rima nel 2018, sempre un'ardua impresa. Un saluto, Johnny P.
  10. Credo che nei dieci secondi che dividono il quinto piano dall'asfalto si capiscano tante cose della vita.

    1. Marcello

      Marcello

      Peccato che poi non ci sia più modo di rimediare alle cose che non sono andate per il verso giusto...

    2. Johnny P

      Johnny P

      Ci sta sempre la fregatura 

  11. Johnny P

    [10WD-Fuori concorso] Poetica

    Ti ringrazio tanto, e credo proprio tu abbia ragione sul secondo enjambement. Sono contento che ti sia piaciuta e ho trovato particolarmente interessante la tua lettura. Gentilissimo, anche troppo. Un saluto, Johnny P.
  12. Johnny P

    42

    Ti ringrazio . Sono sempre contento quando quello che scrivo dà da pensare, e che qualcuno almeno il film lo abbia visto . Non leggo mai le mie poesie ad alta voce perché mi sento un pirla ma, se funziona, bene, ci lavoro tanto sul ritmo e sugli accenti. Un saluto, Johnny P.
  13. Johnny P

    42

    @paolati esageri . Ti ringrazio per le bellissime parole e sono contento che la mia poesia ti abbia lasciato qualcosa (cominciavo anche a disperare, troppi pochi nerd in questo forum). Un saluto, Johnny P.
  14. Johnny P

    42

    Ah già, quasi dimenticavo . Nel suddetta guida, un gruppo di esseri superiori ha costruito Pensiero Profondo, il secondo più grande computer di tutti i tempi e di tutti gli spazi, per ottenere la risposta alla "Domanda Fondamentale sulla Vita, sull'Universo e Tutto quanto". Dopo milioni di anni, il computer fornisce come risposta il numero 42, che è la risposta. Loro non capiscono, per cui il computer spiega loro che non capiranno la risposta finché non troveranno la domanda giusta. A questo scopo viene costruito un secondo computer, il più grande di tutti i tempi e di tutti gli spazi, che si rivelerà essere la Terra. Trovo personalmente che il senso della scienza, ma anche dell'intera vita, sia proprio domandare, porsi questioni per guardare avanti, molto più di ogni risposta. Se al posto di 42 (numero preso a caso) ci fosse stato Ananas conta poco. Che forse il senso della vita è chiedersi il senso della vita. Un saluto, Johnny P.
  15. Johnny P

    42

    Ti ringrazio, mi ha fatto molto piacere. l'ho messa appositamente perché allentava gli endecasillabi creando una variazione ritmica e si amalgamava bene coi due versi successivi. Beh diciamo le prime due situazioni fanno essenzialmente riferimento al dolore e all'inconoscibilità del dolore altrui (il protagonista non ricorda come aveva le gambe prima), poi all'esclusione e del contrasto e al senso della morte e della vita, mentre nel finale ci si concentra invece sul futuro, come hai giustamente notato. ringrazio anche te per le belle parole siccome è un dubbio che ha smosso sia te che @Mathiel che @Floriana (a proposito, ben ritrovata e grazie per il commento) spiego cosa intendevo: il protagonista è ormai vecchio (la morte gli passa accanto) e ripercorre domande e stadi della vita (gioventù, maturità e appunto vecchiaia, quando la morte sembra chiedergli il senso della vita); infine, il tempo cambia ("chiedi" invece di "chiese") e il protagonista si rivolge ad una figlia o una nipote che chiede e perciò continua quello che per lui è il senso stesso e ultimo dell'esistenza: domandare. (Parentesi ornitologica: la ghiandaia è un uccello simile ad un passero dal piumaggio azzurro e marrone, che vive nei boschi ed ha la caratteristica di imitare i versi degli altri uccelli; per cui si trova lontano dal suo habitat, ha colori contrastanti e dovrebbe rappresentare esclusione e conflitto. Anche se me la sono immaginata viva, povera ghiandaia ). Vi ringrazio di nuovo, anche per il tempo che mi avete dedicato, siete state molto gentili e spero che le mie parole vi siano piaciute. Un saluto, Johnny P.
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