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Johnny P

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Johnny P ha vinto il 31 dicembre 2015

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177 Strepitoso

Su Johnny P

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  • Compleanno 21/07/1998

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  1. Johnny P

    Unpopular opinion

    1) la verità è dannosa 2) le bugie rendono schiavi 3) l'amore eterno non esiste, ma si può vivere felicemente con una sola persona 4) sono ateo, ma la religione è fondamentale per la società 5) l'economia non è una scienza 6) penso di essere più intelligente della media ma non ho mai fatto il test del QI perché in fondo non è così 7) l'amicizia è sopravvalutata 8) non si può fare carriera senza vendersi 9) la politica è un male, ma è un male necessario 10) De André è uno degli autori italiani migliori di sempre 11) gran parte dei classici letterari sono vecchi e invecchiati male 12) non so più chi sono, scrivere è l'unica cosa che mi mette in contatto con il vero me 13) la buona scrittura e la buona poesia nascono solo da sentimenti negativi 14) I soldi non fanno l'infelicità 15) la privacy è sopravvalutata 16) il trap fa schifo, senza eccezioni 17) le parolacce sono più utili di qualsiasi altra cosa per esprimere un concetto 18) le contraddizioni non esistono Mi pento di non aver trovato prima questa discussione. Un saluto, Johnny P.
  2. Johnny P

    La vera Lost Generation

    Figurati, non avevo neppure il minimo dubbio. Un saluto, Johnny P.
  3. Johnny P

    La vera Lost Generation

    Ciao @Ippolita2018. La riflessione è nata da una discussione con mio padre. Non era assolutamente mia intenzione disperare sulle nuove generazioni, né criticarle, e neppure criticare le vecchie. L'idea era, invece, constatare che a differenza dei giovani del secolo scorso, quelli che oggi ci passano accanto hanno una visione decisamente diversa sul futuro. Mio padre, ad esempio, era nato fondamentalmente povero in una famiglia di contadini del centro Italia, e tuttavia sia lui, che suo fratello (ma anche mia madre e mio zio), hanno sempre detto di avere, fin da ragazzi, la convinzione che nel loro futuro sarebbero stati meglio, nel senso che la società gli avrebbe offerto la possibilità di essere più felici. Tale idea era diffusamente radicata anche negli strati superiori della società (ovviamente non stiamo ragionando su numeri assoluti), in virtù anche delle convinzioni che generalmente sorreggevano quelle società: la fede, la politica, la famiglia. Studi di psichiatria, infatti, hanno legato la diffusione della schizofrenia nel ventesimo secolo alla divisione del mondo in due blocchi e a quel clima di complotti, persecuzioni e segreti che caratterizzavano quei tempi; la diffusione della depressione caratterizzante i nostri tempi, invece, è stata collegata alla perdita delle certezze, della scala dei valori e delle priorità consolidate (una riprova di ciò fu l'incredibile aumento del numero di suicidi e alcolisti in Russia dopo la caduta dell'Unione Sovietica). I giovani di oggi hanno sicuramente una visione molto più critica e disincantata di molte cose, ad esempio della religione: per loro non è fatta di dogmi e precetti, ma semmai di una ricerca davvero pregnante e di un rapporto più complesso, quasi filosofico con la figura divina. Non si tratta di un giudizio (che anzi sarebbe per me positivo) ma semplicemente di una constatazione. Così come una semplice constatazione è la disaffezione alla politica e la perdita della famiglia tradizionale come punto di riferimento. Ora, non mi permetterei mai di esprimere un parere sul giovane di oggi -cui sento di appartenere pienamente- o di ieri, ma semplicemente di notare, spacciandola per mia opinione, questa differenza di visione sul futuro. Di qui il senso del titolo della discussione, perché non perduta la generazione che ha smarrito il proprio passato, ma quella che ha perso il proprio futuro. Un saluto, Johnny P.
  4. Johnny P

    La vera Lost Generation

    LA VERA LOST GENERATION Nel 1964 veniva pubblicata postuma Festa Mobile, un libro di memorie, rimasto incompiuto, scritto da Ernest Hemingway. Qui, attribuendo tale definizione a Gertrude Stein, lo scrittore statunitense si riferì a coloro che raggiunsero la maggiore età durante la Grande Guerra come ad una “lost generation”, ovvero una “generazione perduta”. Quei ragazzi erano perduti perché avevano conosciuto gli orrori del conflitto prima ancora di conoscere un mondo in pace; pertanto sarebbero stati condannati a vedere il resto della loro vita con gli occhi disillusi e annebbiati di chi conosceva la vera perdizione. Mi chiedo: erano davvero loro la generazione perduta, o la stiamo vedendo crescere adesso? A ben pensarci, quei ragazzotti squattrinati, sebbene vissero con il ricordo di un passato traumatico, avevano fede in un Dio, forse squattrinato pure lui, avevano ideali politici e la speranza, tutto sommato ragionevole, che il futuro sarebbe stato migliore del passato. D’altronde, considerata la memoria che si portavano addosso, neppure doveva essere difficile immaginarsi un domani più felice. Adesso pensate ai giovani che affollano le strade nei sabato sera e, dopo averli rimproverati, provate per un secondo ad indossare i loro abiti firmati. Essi non hanno un Dio in cui credere: non frequentano le chiese, non pregano, o se lo fanno si rivolgono ad un essere che non ha dogmi da imporre, ma solo riflessioni su strade già battute, su scorciatoie già percorse, su ciottoli che hanno l’odore di casa, ma ben poche indicazioni sul bivio che s’appresta a venire. E per quanto sia grande lo sforzo, questi (pochi) ragazzi che pregano in silenzio sono tarlati dall’idea di essere nel bel mezzo di un soliloquio. Se tanto vi dà tanto, potreste credere che costoro abbiano un’ideale politico? Sarebbero disposti a scendere in piazza per una rivoluzione, un diritto da difendere? Da un lato, sono cresciuti con tanti di quei diritti acquisiti che li danno per scontati, dall’altro conoscono le storie di corruzione e benaltrismo che hanno costellato la vita pubblica delle nostre comunità. “Son tutti uguali”, si ripetono. Forse è vero, ma finiscono per non interessarsi, per non voler capire. A dirla tutta, c’è stata una volta che li ho visti appassionati: correvano dietro uno striscione e delle treccine nei mari del nord; gli avete riso in faccia, hanno urlato e non sono stati ascoltati. Di buono c’era che almeno non vedevano differenze fra loro, si riconoscevano negli stessi occhi spenti, ma certi giorni faccio davvero fatica a crederci ancora. In ultimo, costoro si voltano e vedono un passato più felice del loro futuro. Ed è per questo che vi dico "questo è ciò che si è. Questo è ciò che tutti sono ... tutti voi, […] Voi siete una generazione perduta". Badate, non un futuro peggiore, ma un futuro più infelice. Questi giovani si affannano, vanno lontano, poi ritornano, poi ripartono e si sentono senza patria (diceva Pavese ne La luna e i falò: "Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei, resta ad aspettarti"). In pochi anni hanno conosciuto La Grande Recessione, la caduta dei miti, degli eroi e, in questi mesi, una pandemia globale. Nella loro esistenza si affianca un progresso inarrestabile ad una stanca malinconia, una insoddisfazione dello spirito. Inevitabilmente percepiscono come inadeguata e profonda la distanza fra il mondo esterno e quello interiore. Soggiogati da un’apparenza di gregge, sperimentano affollate solitudini e ricordi bellissimi. “L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che nel 2020 la depressione sarà la causa principale di assenteismo dal lavoro e nel 2030 sarà la malattia più diffusa. Più del cancro, più delle patologie cardiache, più dell’Alzheimer.” ~ (Corriere della Sera 23/05/18) «Ma questa era la Parigi dei bei tempi andati, quando eravamo molto poveri e molto felici» Ernest Hemingway-Festa Mobile
  5. Johnny P

    Contest di Poesia CP4 - Off topic

    Evgeny Lushpin
  6. Johnny P

    Diceva

    Anche se con un po' di ritardo, eccomi. Divido il commento in tre sezioni, cercando in questo modo di risultare il più completo possibile. Analisi del testo: La forza di questa poesia è la capacità di creare immagine. Inizi dandoci questo scorcio di luna che viene però immediatamente personalizzato nell'ottica dell'alter dell' io poetico: inoltre particolarmente rilievo viene dato alla parola "diceva" (cui la poesia deve anche il suo titolo) grazia all'anafora dei versi 1 e 2; infatti, questa parola crea un clima immaginifico, come di una vecchia fiaba, una vecchia storia che viene raccontata anni dopo. Inoltre, sembra quasi mettere in dubbio la veridicità di quello che verrà raccontato, e sebbene nel primo verso non ci siano effettivi motivi per dubitarne, nel secondo la luna assume la veste di una forza quasi magica, o di una maledizione. Successivamente, nella mia mente si è creato un secondo personaggio ed una scena più nitida: ci sono infatti due persone, sedute sui sedili (di una macchina?), con l'Io poetico che guarda Alter, e questo suo sguardo lo paralizza mentre tutto attorno continua a muoversi. A questo punto possono esserci diverse interpretazioni: (1) potrebbero essere due amanti, due innamorati, due persone legate da un qualche legame affettivo che, come l'atmosfera nostalgica del prosieguo suggerirà, si salutano e forse si dicono addio, ma nel poeta rimane indelebile l'immagine "giovane e pura" -passami i termini- che è l'unica nei suoi ricordi; (2) qui sto viaggiando comunque con la fantasia: mi sono immaginato un qualcuno che, seduto sul sedile della sua macchina, vede il suo riflesso sul parabrezza, riflesso che si mischia nella prospettiva di chi guarda al paesaggio notturno che si staglia dietro, si rivede forse bambino e si ricorda con affetto; (3) infine, potrebbe trattarsi anche di due bambini (o di un adulto e di un bambino) che condividono una fantasia, due amici che, nel presente, si sono persi di vista. Tutte e tre io credo possano valere qualcosa, d'altronde lasci tutto molto in forse (ed è bello così). Bellissima la scelta degli aggettivi che ti ho evidenziato. Essi, nella loro semplicità, restituiscono un complesso di sensazioni che caratterizzano in modo del tutto indefinito -eppure in qualche modo potente- la scena e lo stato d'animo di chi scrive (come il vecchio Leopardi sempre suggeriva). Gli occhi sono sospesi in una trance e a loro volta fermano Lui, e si contrappongono alla mobilità del paesaggio che, a sua volta, nella sua non specificata grandezza, si contrappone alla piccolezza dei corpi (vuoi per confronto) che tuttavia sono uniti da una distanza fisica molto piccola. Quest'ultima forse stona con la distanza che si percepisce fra i due (di nuovo, potrebbe trattarsi di un'altra persona o di sé stessi, credo funzioni bene in entrambi i modi). Molto importante è anche il tempo in cui tutto ciò avviene: il passato. L'utilizzo marcato dell'imperfetto (tempo tipicamente narrativo) viene utilizzato per descrivere una situazione avvenuta appunto anni prima. L'altro soggetto "sorrideva spaventato": qui è difficile ricostruire una figura retorica ben precisa, perché l'accostamento suggerirebbe l'ossimoro, ma a ben vedere lo spavento potrebbe ben riferirsi al pianto del verso successivo e in tal caso avremmo un'ipallage. Ad ogni modo, ci caratterizzi meglio la situazione in cui Alter si trova. Egli, infatti, si trova a sorridere ma nel contempo a nascondere un segreto malessere -un turbamento interiore- che viene però accantonato un attimo, al fine di godersi appieno questo momento di felicità o indeterminata contemplazione. Quest'ultima si esaurisce in una perdita dei sensi -e del senso-, in una parentesi di separazione da tutto che, di nuovo, aleggia come in un clima magico e surreale. Per cosa piange l'altro protagonista della poesia? Per le "notti adulte" (e qui potremmo variamente interpretarle: dal sesso, alle responsabilità, alle notti insonni. In generale potremmo semplicemente ricondurre tutto ad una sorta di perdita di innocenza) e per i "sogni non suoi/ dove ora viene", ovvero per qualcosa che non gli appartiene che gli è lontano (anche in questo caso potremmo variamente interpretarlo, ma è di nuovo tutto riconducibile ad un senso di distanza e non appartenenza). E tuttavia in quei sogni non suoi ora ritorna come una specie di entità, come ricordo per l'Io poetico. Ti suggerirei di aggiungere una virgola dopo "non suoi". Di nuovo, le tre interpretazioni sull'identità e sul rapporto dei due soggetti credo siano comunque applicabili. Per quanto mi riguarda, sono questi i versi più belli della poesia. Nel finale torni ribadire e quasi a rendere eterno questa situazione del "Lui" della poesia. Egli continua a restare immobile nel tempo che scorre (non solo nello spazio) mentre questa luna, descritta come una "palla bianca" (che rafforza questa idea di innocenza che essa potrebbe rappresentare), continua ad inseguirlo come una benedizione o come un'antica fattura, poiché essa, oramai, è diventata parte del suo stesso essere e, forse, lo è sempre stata. Analisi Stilistica: Utilizzi il verso libero e un linguaggio molto semplice. Sapiente è l'utilizzo degli aggettivi e dei tempi verbali; questi ultimi, invero, sono anche il collante ritmico della poesia, donandole una certa scorrevolezza alla lettura e donandole un tono talvolta cantilenante che, io credo, sia voluto e contestuale al contenuto della poesia. Fai, in tal senso, utilizzo di strumenti quali anafora e allitterazioni. Per altro verso, cerchi di forzare -anche brutalmente- la struttura della frase al fine di enfatizzare alcune parole: il caso più eclatante è proprio quello della parola "fermo" che, insieme a "diceva" -sottolineato con l'utilizzo dell'anafora, sono i grandi protagonisti di questa poesia. Conclusioni Davvero una bella poesia, che nel suo essere incantata, vive del passato e della nostalgia di due soggetti principali: l'Io poetico, che "racconta" una vicenda di cui non è il vero protagonista, in cui interviene solo per farci sapere che l'altro soggetto vive ancora nei suoi sogni, nei suoi ricordi, ed è probabilmente grazie a questi ultimi che l'atmosfera della poesia ha questa vena così surreale e così dolcemente malinconica; poi abbiamo il vero protagonista, un non meglio definito "Lui" del passato, forse un vecchio amore, forse un fratello, un amico, o un giovane sé stesso, quasi estraneo dallo spazio e dal tempo, perché sebbene sappiamo che un giorno vivrà le sue "notti adulte", verrà per sempre rincorso da questa luna metafora di purezza, innocenza, di magia o di amore verso qualcosa che sfugge. I due sembrano ora distanti (distanza che potrebbe essere fisica quanto psicologica, potrebbe anche essere che il Lui è addirittura morto), ma in realtà sono accomunati da una voce che gli parla da lontano, e che essi si ostinano a voler ascoltare. Un saluto, Johnny P.
  7. Johnny P

    Diceva

    Ciao @novemai, ti faccio i miei complimenti per questa bellissima poesia. L'ho già letta un paio di volte e tornerò a breve per un commento più approfondito perché se lo merita. Nel frattempo, ancora complimenti, ci tenevo a fartelo sapere. Un saluto, Johnny P.
  8. Johnny P

    Attraverso le stagioni

    Bellissima iniziativa cui sono felice di poter partecipare. Come ho più volte ribadito, rispetto ai miei primi tempi su questa piattaforma, la sezione Poesia è cresciuta enormemente sia per quantità che per qualità dei lavori presenti, e tutto questo è merito di uno staff che si è impegnato anima e corpo per ottenere risultati tanto positivi. Un saluto, Johnny P.
  9. Johnny P

    Aporia

    APORIA C’è un sentiero battuto a strapiombo sul niente che ti luccica negli occhi mentre ti spogli timida e maldestra, e chissà quale distratto segreto vorresti confessarmi o quale io dirti. C’è un sentiero battuto a strapiombo sul niente che ti luccica negli occhi mentre un solo spiraglio manca al giorno, poi sentiremo il caldo sulla pelle e svaniranno gli antichi prodigi, che di rimpianti si veste la notte o tu sei stata il vestito più bello. “Tutto fa pensare che l'uomo d'oggi sia più che mai estraneo vivente tra estranei, e che l'apparente comunicazione della vita odierna − una comunicazione che non ha precedenti − avvenga non tra uomini veri ma tra i loro duplicati.” EUGENIO MONTALE
  10. Johnny P

    Lista, Giuria stagionale e Annunci

    Questa mi è nuova. Non ho ben capito cosa è successo ma sono stato selezionato per qualcosa grazie ad un giuria, di solito è qualcosa di buono. Quindi vorrei ringraziare la mia famiglia che mi ha sempre supportato, la giuria e i miei colleghi per questo fantastico premio, non me lo aspettavo proprio. Un saluto, Johnny P.
  11. Johnny P

    L'Uomo Giraffa (parte II)

    commento L'UOMO GIRAFFA Parte Seconda: Roma Come dicevo poc'anzi, sebbene in molti vollero credere al dono del cielo, sapevo che non c’entravano miracoli nella mia voce, solo una curiosa combinazione di riprovate leggi della fisica, anche piuttosto banali. Certo, era poetico prendersi un collo e mezza vita in cambio di un dono straordinario, ma sarebbe stato un trattamento ingiustamente equo, specie se si pensa a quello riservato a tanta umanità. Mi bastava pensare di essere fortunato, il protagonista di una fiaba per bambini coraggiosi, e se ripenso a quel lunedì di venticinque anni fa, la trama ne avrebbe guadagnato di spessore e romanticismo. Avevo un’agente giapponese ai tempi, Haruka* Matsumoto, una brava donna: capelli corti, occhi scuri, esile come un arbusto ma terribilmente efficiente nell'organizzarmi la vita. Era una di quelle persone costitutivamente infelici: la vedevi affannarsi, impegnarsi e finanche realizzarsi nelle cose della vita; come tutti rideva, talvolta per gusto, talvolta per circostanza, e c'erano giornate in cui sprizzava contagioso buonumore. Però, a guardar bene, c'era sempre una nota stonata nel vestiario, nell'espressione nel viso, nelle sfumature degli occhi. Un particolare le sfuggiva inevitabilmente. Non si trattava di pessimismo o tristezza, ma di quella strana passione per l'imperfezione che misurava la distanza fra ciò che sarebbe dovuta (o voluta) essere e quel che era. Viveva di fronte ad un'ipotesi di donna che doveva parerle tanto bella quanto remota. Dal punto di vista lavorativo era incredibile, sebbene avesse delle fisse cui dovetti abituarmi. In particolare, tutte le interviste erano combinate di lunedì, dalle dieci e dieci a mezzogiorno e tre quarti, nessuna eccezione. Quel lunedì avevo appuntamento con Calliope Giorgi. Mentre l’attendevo nel salotto della mia residenza romana, girovagavo da una finestra all'altra, mosso dalla curiosità di conoscere quella donna dal nome insolito, anticamente riferito alla musa protettrice dell’epica e del canto. Me l’ero dipinta elegante, regale, armoniosa ed è per questo che rimasi deluso quando la vidi entrare masticando una gomma americana, con la giacca di pelle, i capelli raccolti e l’aria di chi avrebbe voluto trovarsi in qualunque altro posto. Si fece strada senza troppi complimenti e, chiesto un Long Island a Iolanda -la mia governante-, m’invitò a fare in fretta per togliersi il pensiero. Fu così che, travestito da bionda spocchiosa, venne il momento più importante della mia vita. Ci sedemmo l’uno di fronte all'altra; scrutandola più da vicino, potei accorgermi del suo naso piccolo e rotondo e delle guance lentigginose che, quando sorrideva, svelavano due piccole fossette. Aveva un sorriso sincero, occhi verdi come una foglia d’ulivo e due cerchi che le pendevano dai lobi. I suoi lineamenti sembravano quelli di un viso noto, di qualcuno cui eri affezionato. Poggiò la borsetta e un registratore Sony sul tavolino di castagno che divideva le nostre poltrone, quindi si sedette e per un attimo la vidi vagare con gli occhi fra le striature bianche del cielo. Era una bella giornata. Aveva scritto tutte le domande su un taccuino in pelle ad anelli, ma non prese nota delle mie risposte, si limitò a controllare di tanto in tanto che il registratore funzionasse. Durante le interviste, gli altri giornalisti si sforzavano di sembrare il più interessati possibili, ma fingevano, lo percepivo. Calliope, invece, si mostrò nel suo genuino menefreghismo. Doveva aver fatto pace con la parte peggiore di sé da molto tempo ormai. Di sicuro eravamo due esclusi, anche se per motivi diversi: lei era sé stessa senza compromessi, lontana dal mondo per sua scelta; io ero un reietto tollerato. Le chiesi di sposarmi la notte di Natale. A dirla tutta, non so perché scelsi proprio quel giorno, odiavo le feste, specialmente quelle invernali. Forse speravo che, caricando quel giorno di un significato più intimo, avrei avuto anche io un buon motivo per essere felice. Cenammo affacciati sul Tevere e, poco prima di ordinare il dolce, dal cielo iniziarono a scendere spauriti fiocchi di neve, un evento raro nella città eterna, chi c’è vissuto lo sa. Calliope li guardava incantata mentre volteggiavano secondo curiose geometrie prima di sciogliersi sul vetro della finestra o sul marmo del davanzale. Dopo l’amaro, il maître chiamò il taxi che ci avrebbe riaccompagnato a casa. Varcata la soglia, Calliope scaraventò lungo il corridoio i tacchi a spillo (non nutriva un particolare amore per le scarpe scomode) e il cappottino sull'appendiabito; io mi svestii con molta più cura. Ci dirigemmo nel salotto, dove lei si mise seduta a gambe incrociate sul divano e mentre accendevo il fuoco nel camino fece una simpatica imitazione del maître, con tanto di accento francese. Quella sera indossava un abito con le balze rosse e un ciondolo a forma di stella intorno al collo, i biondi capelli li aveva raccolti in boccoli e acconciati in stile anni Trenta; era bellissima. Ridemmo ancora un poco del maître, poi semplicemente mi inginocchiai e, mostratole l’anello, le chiesi di passare il resto dei nostri giorni insieme. Ci furono alcuni istanti di silenzio, poi lei prese l’anello e scalza corse fuori. Non sapendo che fare, le corsi dietro. La neve aveva smesso di cadere, ma sull'asfalto e sui tetti era rimasta una sottile coltre bianca, interrotta solo dalle impronte lasciate a piedi nudi da Calliope. Rideva felice e ogni tanto si esibiva in una piroetta, lasciando che le balze del vestito le volteggiassero intorno. Mi tendeva la mano e mi guardava con una luce indescrivibile, brillava di tutto l’amore che una donna poteva provare. Dal canto mio, a mala pena riuscivo a starle dietro, anche perché dovevo fare molta attenzione, un semplice scivolone poteva spezzare il mio fragile collo da giraffa. E tanto ero preso dalla sua figura svolazzante, che non mi accorsi della città vuota, deserta. Senz'anima viva a vagare per le strade, c’eravamo solo io, lei e la storia di Roma, con tutti quegli immortali monumenti che si stagliavano intorno a noi: il Colosseo, San Pietro, il Foro… l’uno accanto all'altro, illuminati da una luce calda e innaturale, ingigantiti nei contorni, tutti così vicini che sembravano tenersi per mano. Roma l’ho sempre vista come una bella donna, che portava nel cuore il ricordo di una stupenda gioventù e sul viso la nostalgia del passato. Ma Calliope non sembrava curarsene, e in silenzio continuava a correre e saltare, sempre più piano, finché non le fui così vicino da vedere una ruga solcarle il viso e quella luce affievolirsi. Neanche mi accorsi che avevamo smesso di correre, che lei era al mio fianco tenendomi per mano. E quando mi voltai i suoi capelli avevano il colore della neve, la sua schiena era inarcata e lei stessa a stento si reggeva al mio braccio, guardandomi con gli occhi vacui e sinceri, senza fiamme ad illuminarli. Quando poi ci fermammo un istante, vedemmo che la città era rifiorita ed ogni mattone aveva perso i segni del tempo, tornando al suo splendore originale, fino a stagliarsi immensa nel cielo, contornata di stelle come fiaccole. Rientrammo e Calliope corse di nuovo in salotto, balzò sulla poltrona e mi mostrò l’anello che portava al dito. «Per tutta la vita», disse.
  12. Johnny P

    L'Uomo Giraffa (parte I)

    Ciao @PaoloS, grazie per il commento e scusa la risposta tardiva. Nel rispondere, seguo i tuoi punti. Ti chiederei di farmi sapere se la pensi allo stesso modo dopo aver letto il finale, così nel caso ne riparliamo. Purtroppo era un racconto unico e ho dovuto spezzarlo per motivi di spazio. Consiglio seguito. In realtà è voluto, durante tutto il racconto ci sono personaggi e situazioni molto stereotipate. Goffredo, in realtà, è conscio di essere il personaggio di un racconto (e più volte lo sottolinea e nel raccontare la sua vicenda spesso anticipa quello che accadrà dopo, spiega il significo di alcune metafore che ci sono dietro gli avvenimenti che gli accadono, insomma, mostra il gioco narrativo che c'è dietro) e tuttavia non riesce a non percepire la drammaticità della sua esistenza, per quanto fasulla. Tutti i personaggi in realtà, esistono unicamente in funzione di Goffredo -il solo personaggio effettivamente caratterizzato approfonditamente- e l'unico tratto che ho voluto dargli è questa sorta di tragicomica diversità che li porta, prima o poi, a provare un senso di profonda solitudine, reale o psicologica, che è anche il concetto principale dietro l'intero racconto. Ad ogni modo, ho aggiunto questo dopo il tuo commento, fammi sapere che ne pensi: Era uno di quei posti che avrete sicuramente letto da qualche altra parte. Hai ragione, corretto. L'ho accorciato, giusto perché così introduco il personaggio di Luca. Disse che dovevo cantare anche io, e così feci, perché alle situazioni strane ci si affeziona in fretta. Luca cantò tutta la prima strofa, dandomi dolorose pacche sulla spalla finché non cedetti sul ritornello, arrendendomi a quell'improbabile duetto. Dapprima non ci feci caso, ma appena mi resi conto che Luca non mi stava seguendo più mi voltai verso di lui e vidi la sua espressione stupita: quello fu il secondo momento più importante della mia vita. Meglio? Sì, ce ne saranno molte. Tutto è un po' avvolto da quest'aura che rimanda un po' al realismo magico. Grazie per il commento, spero di risentirti presto. Un saluto, Johnny P. _________________________________________________ Ciao @Virgilio Lang, e grazie per il commento. Questo incipit è fonte di discordia mi pare di capire . Come dicevo a Luca sopra, ti chiederei di aspettare il finale, così poi ne riparliamo se ti va. In che senso? Come potrei migliorarla? Spesso, durante il resto del racconto, ho cercato di creare situazioni e dialoghi improbabili, perché Goffredo sa di essere il personaggio di un racconto, anticipa quello che accade dopo, spiega il senso di quello che accade e via dicendo, si gioca tutto su questo mix fra realtà e finzione. Ci mancherebbe, fa sempre piacere quando qualcuno legge qualcosa che hai scritto, e sono contento che ti sia piaciuto. Ti ringrazio ancora per il commento e spero di averti invogliato a leggere il prosieguo. Un saluto, Johnny P
  13. Johnny P

    Storia di Mino e del giapponese ortodosso di Kyushu

    ciao @Freedom Writer ti lascio un commento. suggerirei: per infliggere, nel caso, la più cruda ecc. Lo trovo più scorrevole. questo paragone con la Costner lo rivedrei, non so, inserisce il racconto in un tempo che invece preferirei fosse indefinito. sembrare; rende la lettura più scorrevole, questi troncamenti fanno un po' troppo arcaico. meglio una virgola come prima, troppe congiunzioni, a mio parere, rendono la frase dura da digerire. Molto bello. proporrei: Gli altri si chiamano tutti "cameriere!", ma Mino ecc. Dal contesto si capisce a chi stai facendo riferimento ed eviti di ripetere a breve distanza la stessa parola. Un'aggiunta abbastanza inutile, il concetto è già ben chiaro, il paragone diciamo che è piuttosto scontato e la frase già piuttosto lunga. In generale, molto bello. Devo dire che inizialmente ho avuto un po' di perplessità sul racconto, poi rileggendolo sono riuscito ad apprezzarlo meglio. Immagino che di primo acchito il principale ostacolo sia lo stile che usi: ma non mi sento affatto di criticarlo, anzi lo ritengo funzionale al concetto stesso che esprimi nel racconto (una sorta di denuncia all'umana indifferenza), e quindi ho cercato, nel proporti aggiustamenti, di non modificarlo; in questo senso, anche frasi che potrebbero essere di molto accorciate, sebbene la lettura ne gioverebbe, perderebbero quello stile che può piacere o meno, ma è pur sempre riconoscibile e connotante. Il lessico che utilizzi è particolare, come il resto funzionale al racconto stesso e ritengo che abbia fatto delle ottime scelte da questo punto di vista. Si vede che hai una bella penna e l'hai mostrato senza cadere nel manierismo fine a sé stesso. La storia di Mino, e il modo in cui la racconti, è a tratti divertente e a tratti drammatica, in un mix che non si amalgama perfettamente ma rimane comunque nella mente di un lettore che non può fare a meno di notarlo. Un saluto, Johnny P,
  14. Johnny P

    L'Uomo Giraffa (parte I)

    commento L’UOMO GIRAFFA Di solito si è sempre molto duri con sé stessi, specie quando ci si ritrova a redigere una specie di bilancio del proprio tempo. Ma è quando non ne abbiamo più che riusciamo a guardare la nostra vita con maggiore indulgenza, ci riconosciamo per quello che siamo, ci perdoniamo per quello che non siamo stati. E il mio tempo era scaduto, stavo precipitando dal sesto piano. Parte Prima: Rinascita Due donne mi hanno voluto al mondo: mia madre, il cui desiderio superò le riluttanze di mio padre, al quale comunque nulla rimprovero, ed Elena, l’ostetrica di turno quando si ruppero le acque a mia madre. Le riuscì il miracolo di salvarmi dalla morte, che al primo vagito già mi avrebbe voluto con sé. Della mia nascita ne parlarono anche alla radio e papà raccontava sempre delle file di curiosi ammassate dietro le porte dell’ospedale: ero nato con quattordici vertebre cervicali, il doppio del normale. Alla malattia diedero il mio nome, la chiamarono Sindrome di Goffredo, ma nessun’altro, a parte me, ne avrebbe sofferto. Ero destinato ad essere il solo ed unico Uomo Giraffa. Ad esclusione della nuca, ero fisiologicamente perfetto, sicché mi procurano un collare che sostenesse il peso del cranio ed evitasse quei movimenti inopportuni che potevano essermi fatali. Il mio collo era come un grissino di ventiquattro centimetri con una palla da biliardo incastrata sulla cima, bastava poco perché si frantumasse. Date le premesse, potrete immaginare i travagli dell’infanzia prima e dell’adolescenza poi. Vivevo in un tranquillo paese di bassa montagna, poche anime e quasi tutte avevano volti familiari. Ricordo con affetto le festicciole di quartiere e quelle patronali, le strade poco asfaltate e il vecchio campanile sopravvissuto ai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Molti bambini del paese giocavano a nascondino per i vicoletti del paese, o partivano con le biciclette per andare nelle zone circostanti, affollate di campi e alberi da frutto da saccheggiare con avarizia. Io non potevo seguirli, perché per me correre non era possibile, e neppure andare in bicicletta. Il rischio di cadere era troppo alto. Così, passai gran parte della mia infanzia accompagnando i miei nonni da questa o quell'altra parte, leggendo libri, ascoltando poca radio e giocando a briscola. L’attenzione dei media per il mio caso, infatti, andò pian piano scemando, finché di me non rimase altro che un tizio strano col collo lungo. A dire il vero, più che strano ero sveglio e feci presto dell’autoironia la risposta alle cattiverie egoistiche degli altri bambini. Tuttavia, altrettanto in fretta capii che non sarei mai stato come loro; c’era una sottile campana di vetro che mi divideva dal resto e niente l’avrebbe mandata in pezzi. Diceva giusto mio padre, possiamo tollerare tutto quello che non può succederci, ma abituarci solo a quello che si vive o si è vissuto. Venivo da una famiglia di ragionieri, fin dal mio omonimo trisavolo, funzionario della neonata monarchia, ma erano gli anni Settanta, si stava bene e si aveva la sensazione che le cose non sarebbero potute andare che meglio, e mi iscrissi al quarto ginnasio. Volevo diventare avvocato o medico o qualcosa del genere, ma quale giuria avrebbe preso sul serio un lampadario con la toga, quale paziente si sarebbe fatto toccare da un malato? Trascorsi quindi i primi due anni delle superiori prendendo coscienza della cazzata che avevo fatto. Il liceo, però, come tutti sanno, è un momento di passaggio, di cambiamento radicale in cui si giunge ad una prima, tanto incerta quanto importante, auto-consapevolezza. Il mio momento aveva nome e cognome, si chiamava Luca Schiamazzi, ed era stato bocciato per la seconda volta. Era uno strano gorilla alto due metri con la passione per il fitness e le serate in discoteca. Con quei capelli rasati e gli occhi spenti poi, pareva un militare di ritorno dal Vietnam col disturbo post-traumatico da stress. Di solito passavo l’intervallo nel cortile. C’erano un bel prato e diversi alberi di faggio, all'ombra dei quali mi trovavo una panchina libera per rilassarmi e guardare gli altri giocare e chiacchierare. Mia madre mi preparava sempre un panino burro e marmellata, mentre mio padre mi infilava qualche soldo di straforo nella giubba, che di solito usavo per comprare le sigarette. Il liceo si trovava in una cittadina a pochi chilometri dal mio paese, e sull'autobus del ritorno avevo sempre fame, così, se avevo sigarette a sufficienza, impiegavo quel denaro per comprare delle piccole salsicce essiccate che vendeva una macelleria vicino scuola. Ad ogni modo, una mattina di ottobre, mentre mi rilassavo da solo nel cortile, vidi Luca Schiamazzi venirmi incontro, agitando il suo grosso braccio da camionista in segno di saluto. «Ciao Giancarlo -esordì- ce l'hai una sigaretta?» «Mi chiamo Goffredo» risposi porgendogli il pacchetto. «Grazie. Giornata figa eh?» «C'è il sole, sì…» dissi seccato. Annuì come pacificato dalla mia risposta, quindi si sedette sul tavolo e iniziò a fumare, ma dopo poche boccate la spense con aria disgustata. «Senti, io li conosco quelli come te» disse Luca. «Ah sì?». «Sì, siete tutti uguali voi che vivete scontenti, depressi e distratti, voi romantici, poeti, sognatori di mondi distanti, non illudetevi, avete già perso. Ma morirete tentando. Non credi neanche in Dio, vero figliolo? Certo che no, tu non lo leggi il Vangelo…». «Figliolo?! Comunque non so, non credo» come potrete immaginare, la conversazione stava davvero prendendo una strana piega. In realtà, non credevo neppure che Luca conoscesse tutte quelle parole, di solito comunicava con monosillabi e alzate di mento. «Ora mi toccherà spiegarti perché Gesù era un anarchico, così poi andrai a casa e potrai leggere le Scritture: innanzitutto, era un rivoluzionario, che grazie ad un’unica regola (o erano due non ricordo) ha reso obsolete tutte le altre; in secondo luogo ci ha preso tutti per il culo, e questo è importante». Stupito dal fatto che il suo discorso avesse un briciolo di senso, decisi di continuare a dargli corda. «Sono riflessioni profonde le tue -dissi- leggerai molto la Bibbia e andrai spesso in chiesa». «A dire il vero no, leggere non mi piace e la chiesa puzza. Ma mi sono fatto queste idee un paio di giorni fa, al funerale di zio Bruno» «Mi dispiace, condoglianze». «Tranquillo figliolo, non era mio zio». Luca tirò fuori dal taschino un pacchetto di Marlboro rosse, quindi ne accese una e iniziò ad intonare il ritornello di "Redemption Song". Disse che dovevo cantare anche io, e così feci, perché alle situazioni strane ci si affeziona in fretta. Quello fu il secondo momento più importante della mia vita. Venne fuori che avevo una voce meravigliosa: il mio lungo collo creava una specie di effetto tromba: l'aria, dai polmoni, arrivava alle corde vocali con un percorso molto più lento, conferendomi un timbro caldo e un'estensione fuori dal normale. Avevo un dono ignorato troppo a lungo, un dono che mi avrebbe accompagnato nel cammino dell’artista. D'altronde avevo già un personaggio, anzi, ero nato personaggio. Ben presto case discografiche, giornalisti, fotografi, televisioni, tutti vennero a bussare. Ero tornato sulla cresta dell'onda, dove sarei rimasto sino all'apice della mia carriera, quando fui incoronato nuovo “Re del Soul”; tutto grazie a Luca Schiamazzi, il mio momento di svolta. Rimanemmo buoni amici fino al terzo liceo, poi, come spesso accade, le nostre strade si divisero. Anni dopo, durante una nostalgica cena di classe, mi raccontarono che si sposò tre volte, ebbe un figlio e morì ubriaco in un incidente stradale a ventisette anni; benché tutti ne piansero la dipartita, io non m’incupii molto: quella, in fondo, era la vita che aveva sempre sognato.
  15. Johnny P

    18°C in Antartide

    Ciao @Nerio. Sono piuttosto sensibile all'argomento che citi in questa poesia; ultimamente, infatti, sto studiando gli effetti del cambiamento climatico sugli indicatori economici aggregati (PIL ecc.) nel medio lungo periodo. Per intenderci, diverse stime ci dicono che ogni incremento di due grandi centigradi ci "costeranno" un 2% di PIL su base annua, robe da bollettino di guerra, e alcuni paesi saranno ovviamente più colpiti di altri. Per non parlare del danno ad interi contenti, che rischiano di diventare inabitabili (alcuni arrivano a paventare addirittura guerre fra il nord e il sud del mondo per l'acqua, ma su questo sono più scettico), con la conseguenze che le persone dovranno spostarsi e assisteremo ad un inasprirsi delle crisi migratorie a cui già assistiamo. Con il cambiamento delle stagioni andremo ad uccidere interi ecosistemi, migliaia di specie animale e vegetale scompariranno. E per rimanere in tema virus, un gruppo di scienziati cinesi e americani hanno scoperto, scavando nel permafrost, 28 specie di virus, di cui 22 completamente sconosciuti. Sono sconcertato dalla cecità con il quale questo argomento viene approcciato, specie da una certa fetta di popolazione e di politica (e tutti sappiamo, sia in Italia che all'estero, a chi sto facendo riferimento). Spero che le giovani generazioni riescano a far sentire la loro voce, anche se, devo dirlo, le mie speranze a riguardo sono poche, anzi, credo sai già troppo tardi. Comunque, arrivo sul tuo componimento: i primi due versi ci mostrano l'immagine di una folla inetta e vestita a festa, ma non una festa qualunque, la festa di carnevale, quasi ad evidenziare come essi si nascondano dietro delle maschere appunto. Inoltre, il carnevale è una festa "grassa", come il suo stesso etimo suggerisce, infatti, essa ci rimanda all'usanza di banchettare, di godere ora e subito, senza pensare al domani. Il terzo e il quarto verso fanno sono un funesto presagio, rappresentato da qualcosa di apparentemente positivo e gioioso, come il sole e l'estate. Legandoti ai versi precedenti, continui a riproporci un'immagine gioiosa e felice del presente, ma che sappiamo nasconde un oscuro domani. E nel frattempo la folla continua a danzare. Nel finale ci mostri cosa si nasconde dietro alla presunta, eterna festa cui credono di partecipare i commensali. Sotto di loro delle fiamme, oserei dire infernali, consumano le fondamenta. Quest'ultimo termine è particolarmente importante, perché non solo ci annuncia il crollo dell'intero palazzo e la fine della festa, ma anche il fatto che, una volta distrutte le basi su cui esso si poggia, sarà impossibile ricostruirlo. Tuttavia lasci un barlume di speranza, perché quel "quasi" se da un lato funge da potente avvertimento, da emissario di una fine prossima, ci dice che comunque non tutto è perduto. Da un punto di vista stilistico prediligi, come tuo solito, delle parole semplici e una struttura metrica fortemente ibridata (i primi quattro versi vanno infatti a formare due endecasillabi, mentre l'ultimo verso è libero). Dietro l'apparente semplicità nascondi una certa ricercatezza dei suoni, che vanno dall'allegria, quasi simile a quella ritrovabile in una filastrocca -e la rima aiuta- della prima strofa, ai suoni più chiusi e alla forma prosastica della seconda. “Quando le generazioni future giudicheranno coloro che sono venuti prima di loro sulle questioni ambientali, potranno arrivare alla conclusione che questi 'non sapevano': accertiamoci di non passare alla storia come la generazione che sapeva, ma non si è preoccupata.” MIKHAIL SERGEEVICH GORBACHEV Un saluto, Johnny P.
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