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Dark Smile

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  • Compleanno 06/01/1994

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  1. Non so contare

    Circa la trama, il livello di base è questo: il protagonista è Luca, è in una stanza che nel racconto attraverso lo stile diventa la sua mente. Luca si trova nella stanza con la sua psicanalista, ma nello stesso tempo vi esce sempre fuori perché è bloccato in se stesso e nel dolore del trauma. Il trauma in questione è il suicidio di un amico caro davanti i suoi occhi, volevo affrontare la tematica dal punto di vista di chi rimane, ma dando anche quello di chi se ne va. Quindi sono in due, più la psicologa che è mostrata attraverso Luca e i dialoghi. Il tutto ruota attorno ai concetti: "non so contare" del suicida, "non so parlare" di Luca. Una coppia che arriva a sovrapporsi come le stesse scene. Il finale non esiste, nel senso lo decide il lettore, Luca va via, Luca è come se fosse diventato il suo amico (cosa che sdoppia la trama a una seconda possibilità, ovvero un dialogo un po' surreale tra Luca e il suo inconscio) intrappolato in una gabbia diversa ma dalle identiche sbarre: "il frastuono del tonfo". Determinati dettagli portano a un desiderio di seguirlo altri a continuare a vivere, il racconto è un bivio. Scusate se mi sono espressa in modo un po' incomprensibile, ma sono reduce di una giornata impegnativa e al posto dei neuroni ho aria fritta Un enorme grazie, di nuovo, a tutti. Ho davvero apprezzato la cura dei vostri pareri. Alla prossima.
  2. Non so contare

    @Floriana Ciao Flo! Un piacere ritrovarti Che vuol dire? Qui volevo esprimere un disagio interiore così forte, un nero così invadente, da rendere il sole un contorcersi d'ombre; la consapevolezza che arrivati a tale stadio non si potrà zittire il dolore più profondo, ora che la luce è spenta, ora che anche il sole è pieno di nubi. Come trovarsi con le armi rotte, inutilizzabili, tra le mani e lasciarle cadere perché inutili, rendendoci visibile l'assenza, l'impossibilità di avere una possibilità ancora tra le dita di uccidere i propri demoni. Sul resto ci torno a fine commento, bella @Anglares Eccomi. Adoro il tuo modo di analizzare, ma andiamo per gradi. Ne sono felice, sono sempre intimorita dalla mia scrittura, parrà un po' strano ma sono conscia di quanto possa apparire fuori di balcone. Non che questo sia sufficiente a fermarmi, non fraintendermi, ma tendo ad apprezzare molto più del normale chi è disposto a leggermi. Soprattutto perché so di non aver raggiunto il mio traguardo, ma d'altro canto se non sbatto la testa e scrivo perdo in partenza. Quando scrivo provo una sensazione così strana da risultarmi quasi oscura, per certi versi mi destabilizza: è come quando cammini per strada e dai tutto lo sfondo per scontato, ma è lì anche se non ti ci soffermi. Le prime parole, l'inchiostro accende la miccia e il tempo si ferma, lo spazio non si muove, come in apnea sia per il soggetto che per l'osservatore-ospite; da un lato l'aria circostante, i dettagli che scappano all'udito, alla vista e al percepire nel senso più generale e completo; dall'altro lato un interno che si abissa verso l'esterno, lo immagino come l'effetto di un buco nero al contrario. Al momento cerco quel terzo impulso che faccia da collante. Voglio fondere i due stili, non contaminare l'uno con l'altro, ma trovare un equilibrio che lo faccia sembrare nuovo. Eh. A tal proposito, come collante tra i due stili pensavo proprio all'emotività, ma l'emotività in quanto tale non basta, ci sono tantissimi modi per esprimere un sentimento, far diventare esso il soggetto di un brano comporta un linguaggio che lo supporti. Eh, ehm, ho una scrittura molto impulsiva, ma ammetto che qui sono andata proprio di getto, anche se avevo un motivo, forse più un capriccio. Ho immaginato una scena e nel mentre che si costruiva l'ho scritta, però non sono riuscita a controllare per bene tutto. Il soggetto vero di questo brano è l'emozione provata dal protagonista, soffocato all'interno della sua mente e all'interno del suo trauma, ovvero la perdita di un amico che si suicidato davanti i suoi occhi (sugli intenti di trama ci torno alla fine). Ho voluto provare a scrivere non precisamente il fatto, anche se arriva di conseguenza ma tra parentesi, bensì il pulsare delle tempie e il sentirsi morire dentro. Volevo una decomposizione d'inchiostro, diciamo, una costruzione al contrario. Forse ho un po' esagerato da un punto di vista stilistico. Quindi per allacciarmi alla fine della tua analisi, sì vorrei mostrare attraverso la suggestione, ma è difficilino, non riesco a contenere e bilanciare il flusso di poesia. Spero di non impazzire prima di riuscirci. Ancora grazie @simone volponi Ciao! Da quanto tempo sì, purtroppo non ho molto tempo libero e non riesco più a connettermi come una volta Lo so, volevo rendere su carta il pensiero come pensiero, così come è nella mente, come quando sbraiti e dici di seguito le parole senza pause, ma rimarcandole con velocità e crescendo in tono; mi rendo conto però della follia ahahah Imbarazzo time, ho corretto, ti ringrazio. In realtà, così il senso cambia. Volevo esprimere un urlo sordo: urla di essere accarezzato, ma senza il fine di pretenderlo, come una supplica, una preghiera che comunque non si sente. Mettere in evidenza l'atto dell'urlo, il dolore che c'è dentro, non quello che lo spinge a uscire. Non so se mi sono spiegata. Comunque volevo solo condividere con te questo senso Eh lo so, è una scelta che complica la vita, onestamente, però nello stesso tempo è così stimolante. Ho lasciato gli spazi per evitare la pesantezza, ho pensato potesse risultare troppo denso senza le pause. Sinceramente anche questa figura non mi convince, tanto più che non è relazionata con ciò che segue. Una chitarra casomai rigetta note (magari corrosive come acido). Scriverei semplicemente di "vibrazione che sento nello stomaco". Uhm, non so se riuscirò a spiegarmi, ma ci provo. La chitarra rappresenta la possibilità di far risuonare, ma tale possibilità il protagonista l'ha persa nell'acido che la ospita, talvolta la comunicazione con se stessi si rompe, pur sentendo l'intensità in questo caso del dolore. Esatto, da un punto di vista sensoriale è proprio quel che volevo arrivasse. Mi fa piacere che sia stato sentito. Credo che trasformato completamente in lirica si perderebbe quell'aggancio d'ancora al reale. Non voglio che appaia troppo poesia perché pur apprezzandola smarrisce la crudezza. Ma la chiudo qui, il messaggio è così lungo che la tastiera mi va a rilento. @Adelaide J. Pellitteri Ciao! Dunque, come detto è un racconto sperimentale che io stessa prendo con le pinze, scritto assolutamente di getto, per esser più chiara mentre lo stendevo non pensavo al risultato o a stupire, ma a tradurre quello che mi vorticava in testa. Sul lettore hai assolutamente ragione, l'ho voluto condividere per capire determinate cose, ma nell'insieme cerco anche un compromesso tra le mie esigenze e quelle di chi mi legge.
  3. Non so contare

    Il vuoto è da sempre stato ostinato quanto la sua voce stridula, accompagnata da un gesticolare superfluo, tenta di catturare l'attenzione di occhi ormai vacui da tempo. Biglie graffiate corrono, mascherando l'ammaccato scorrere, ma rimangono come macchie su tessuto. Pensavo di liberarmi di lei come delle persone che, non appena ho perduto la forza di parlare, hanno fatto marcia indietro. Hanno capito che non avrei urlato le vocali nemmeno attraverso stimoli da manganello. Rinunciare è una scelta comprensibile, giusto? - Non ti fa bene. La pazienza è sorretta faticosamente, come i suoi occhiali che scivolano sul naso a punta, mentre il viso da schiaffi che si ritrova comincia a perdere la neutralità, poiché il sorriso qui in questa stanza non vi è mai entrato, nemmeno inciampato per puro fortuito caso. Ci sono cose che se fuggono non tornano indietro, sul tappetino della porta d'ingresso a chiedere perdono per esser andato lontano. No. Ci sono cose che vanno via e basta. - Luca, parlamene. La mia è caduta da un tetto, preciso e sicuro come un tuffo in piscina, lasciandomi in balia del vento talmente forte da essiccare le lacrime, da immobilizzare la reazione del corpo, mantenere in piedi il suo urlo già lacerato prima che pervenisse al giudizio del silenzio. - Quali sono le parole? Sollevo il capo prepotente nella esasperata calma, le sue rughe sono solchi evidenti, mi chiedo da quanto venga seguito da lei, mi sembra ancora ieri. Ancora un tramonto a mezz'aria. - Dille. Liberati. Non so parlare, ma se volessi le direi stizzito di lasciarmi vivere il dolore, fingerei di trattenere la furia per poi scoppiare nella richiesta muta di semplice e ridondante frustrazione. Sono rimasto intrappolato lì, a quel momento. A cercare di afferrarlo prima del tonfo. Ho chiamato la vita e aspettato che mi rispondesse, senza mai trovare un fiato al quale aggrapparmi per poter illuminare il posto che i miei piedi occupano sul terriccio avido ogni giorno. Ho spento la radio d'impulso, durante una chiassosa notte, per poter sentire fino al midollo il pensiero farsi strada nel sangue, mai riversato al suolo. Poi ho compreso il solo desiderio che ancorato rimane, tra rimorsi e rimpianti, tra gioie e pianti, tra caduti e rialzati. Ho scorso nel sole le nuvole privandomi della capacità di obbligare l'ombra a tacere. Cos'è la felicità se non un sentimento che rifugge sempre? Una corda non si lascia tirare all'infinito. Quando esco per strada odo i lamenti dei violini farsi teneri e tetri, quanto il vento che non riesce più a risvegliare la mia carne tramortita, nemmeno qui, nel punto più alto che potessi raggiungere, una meta ove le strade non sembrano solo sentieri senza capo e coda, e ho pianto. Piango. Non so per cosa, ciò che permane di un mondo mai toccato è il vuoto che urla di essere accarezzato, mentre noi deboli e imperfetti non ci capacitiamo di riempire l'aria con la nostra voce, una speranza perduta in gola e ingoiata come il più incommestibile cibo. E se la chitarra che ho nello stomaco provasse a rigettare tutto l'acido corrosivo che risale ogni volta che l'insonnia mi trascina giù, ogni secondo durante il quale lo stesso tempo abbandona il suo valore ghiacciandosi, non uscirebbe che un suono sordo che nemmeno io potrei ascoltare. Perdere l'udito nella sensazione di un tocco, d'un panorama che s'apre dinanzi a me spaccandomi il cranio. Non ne è fuoriuscito che denso rammarico, piccole gioie appese al cappio di scelte mai prese, respiri mai goduti, scosse svanite nel formicolio che ora invade persino la mente. Frustrata o stanca? Vuota o piena? Non lo so. So solo che risponderò io stesso alla chiamata mai aperta. Mai considerata. Chi alza la cornetta per udire il rumore? In strada camminando ho notato briciole di scheletri, così ho sollevato lo sguardo per trovare consolazione, ma ho solo perduto me nella desolazione. E ora posso affermarlo fiero, pronunciarlo con orgoglio mai stato mio. Conversare alla vita la melodia che solo io con la mia paura e solitudine posso far risuonare. Sì, non si torna indietro, non si scende dall'orlo del precipizio, si vola. E ora, ora scivola via e trascinami con te, affinché possa sentirti finalmente attraverso la pelle, come gocce aderenti ai vestiti, sarà allora che, da te, mi lascerò afferrare, abbracciare e baciare. Lasciando io potrò prendere. Andando, giungere. - Luca, mi stai ascoltando? Non lo faccio mai, la mente non è mai in quattro mura così fredde, strette. Vi è un quadro dietro di lei, mi ci soffermo spesso, non lo accetto. Bellissime ali d'angelo, spalle nude senza alcun segno. Dovevo saltare con lui, tenerlo più forte che potessi a me, dargli sicurezza anche nell'inferno in cui saremmo crollati, sussurrare all'orecchio quanto fosse stupido ma speciale come nessun altro. Invece, sono rimasto inerme, il passo era bloccato, mi ero scordato di togliere la sicura alla pistola. L'ho lasciato morire da solo e mai mi perdonerò. - Non dovresti essere qui. - Scendi. - Non posso. - Ti prego. Mi graffia la sua voce spezzata, ferita dall'impatto che un secondo può avere nell'espressione, una smorfia. Si squaglia un viso da sempre cielo sereno, scoppia una lampadina sempre brillante, perchè amico mio siamo solo uomini. Soli anche in compagnia, armi celate in angoli, auto in panne e passi di pane divorato. Se potessi mi strapperei il male, se potessi uscirei da me stesso, se avessi una rotta precisa invece che buia nebbia. - I tuoi pensieri non sono lucidi, ascoltami, non puoi, tu, tu, tu non puoi. - Non posso macchiare anche te. - Cazzate. Conta prima di sparare cazzate. Conta. Conta. Conta. Conta. Non prendere una decisione estrema senza contare. Sorrido. Apro le braccia. - Non so contare, mi dispiace Luca. - Luca? Se avessi avuto le ali, se avessi il coraggio di raggiungerlo, se non fossi così codardo, io... - Parlami Luca. Prendo un pezzo di carta, tra le scartoffie buttate sulla scrivania, e la penna tra le sue dita. La calligrafia prende vita nell'ultimo messaggio che avrebbe letto. Glielo porsi, mi alzai, nessun sorriso, nessun rammarico, gli donai il nulla ricolmo di niente. E andai via, lontano, in una gabbia diversa ma dalle identiche sbarre. Il frastuono del tonfo. "Non so parlare."
  4. Temporale

    Dunque, non so romana, ma m'è piaciuta parecchio, provo a dirti la mia Iniziamo con i primi due versi, già m'aprono un mondo: il silenzio talvolta ha più pregnanza d'una parola quando l'intimità straborda, trabocca nella tempesta che crea la mente portando tutto con sé, non si capisce dove, in che direzione, in quale tempo; tutto assopito nel silenzio, paradossalmente. Si fa finta di nulla, certo, con un po' di sforzo s'apre l'ombrello, ci si ripara; allora mi chiedo: come ci si può salvare da un qualcosa che nasce dentro di te? Non si può, o meglio, non ci si vuol fermare. Arriviamo al riflesso de na goccia, apprezzato, piccolezza che contiene un mondo di riflesso, tutto ristretto lì, in una prospettiva diversa, chissà come sarebbe vederci dall'interno di quella stessa goccia, neh? Personalmente ''Scrivo cor dito'' mi fa pensare alla pausa giusta per un respiro, ma non solo, per assaporarlo, perché, continuando il discorso di sopra, talvolta bisogna fermarsi sotto la pioggia e sentirsi, percepire quei lati di sé che s'evitano come la peste; sarà l'ignoto, sarà l'abitudine, sarà la paura che forse ci tiene con il guinzaglio e ci fa correre? Ora, arriviamo alla rabbia. La rabbia, eh? Normalmente non ci fa capire, anzi, credo che talvolta le sbarre siano fatte proprio di questo sentimento, bloccano, frenano, anche facendoci venire l'affanno, perché in questa poesia mi pare di vedere i ruoli ribaltati: la corsa è quasi una resa (non è proprio il termine più consono per ciò che ho in mente, ma non mi vengono sinonimi, perdonami, spero di essermi comunque spiegata), il passeggiare e l'interrompere n'attimo il passo è una conquista. Il seguito, però, mi piacerebbe capirlo meglio, sebbene sia convinta che l'interpretazione è sempre personale, indipendentemente dal messaggio che si vuol dare, sono sempre interessata a capire e ad addentrarmi maggiormente: il tuono? Sarà forse il dolore? Una fitta nel petto, non sono sicura con quale valenza. Non so perché, ma a pelle mi sono immaginata sotto la doccia con l'acqua che cade e cade e cade in testa e sulla pelle, in basso, mentre tutto rimbomba e mi scoppia il cuore nel petto, ma di quella stessa tempesta della mente, forse con una connotazione differente. Gli ultimi versi sono di una tristezza infinita, un affogare per un approccio più vero verso la vita, sentirsi soli nella moltitudine perché nessuno si vuole lasciar bagnare, poi i capelli pesano, i vestiti divengono troppo zuppi, poi è da pazzi, no? Chiedo scusa, forse è un po' strano il mio modo di commentare, spero comunque che sia gradito e che non abbia detto troppe sciocchezze. Ora, giusto qualche consiglio, anche se un po' ignorante perché non conosco il dialetto romano, sulla musicalità senza influire sui significati delle singole parole. O almeno ci si prova. Mi ha fatto piacere leggerti, un abbraccio.
  5. Ormai è tardi

    Questa poesia l'ho letta come un affanno congelato, tenuto stretto, quasi stritolato ma con una delicatezza che stona, ci si aspetta solo amarezza dalla tristezza, eppure ci sono sfumature di sentimenti, così tanti, da rendere quello base quasi spoglio da solo. Leggendo questi versi ho visto una distanza infinita davanti a me, incolmabile, implacabile il desiderio di nuotare in queste acque burrascose nel loro essere mute, avanzare e avanzare ma rimanere sempre al largo. Ci sono casi in cui non ci si può incontrare, sebbene il giorno s'incontri con la notte nella penombra all'interno dell'orizzonte non si possono mai e poi mai toccare. Ho visto, in tal senso, due amanti che s'osservano, una malinconia nel vento, forse l'unica capace di toccarli entrambi. Inizi il componimento con questi versi, queste parole: non guardare la riva/ ormai è tardi. Mi chiedo se possa esistere davvero un tardi, sai? Mi chiedo se davvero si possa evitare di guardare ciò che divide, se la distanza piange nel cuore. Questo tipo di tristezza emani, secondo il mio punto di vista, all'origine della poesia. Qui la mia vista diviene senso, sentore, legame, ''tatto''. Come un filo che lega nonostante tutto che permetta di percepire l'altro lato e l'amore che non può muoversi. Non si sono alternative, niente vita, solo la certezza di una morte. La tristezza che prima era quasi aria, leggera, assume più consistenza, più pesantezza per poi concludersi con un verso piuttosto decisivo. "il tempo di un sogno/e già saresti carcassa" una chiusa davvero efficace e bruta, niente sogni che fanno toccare con mano e ti fanno sentire leggero, solo l'illusione che diventerebbe nell'immediato motivo di annullamento. Mi ha fatto pensare a una situazione senza scampo, che inevitabilmente porterebbe ad un imbrunire. Infine per tutto il componimento sembra quasi aleggi di sottofondo, di nascosto, forse nemmeno posi così tanto, una domanda. Cosa fare? Cosa posso fare? E un "niente" che rimbomba. Spero di aver scritto un commento comprensibile. Mi si chiudono gli occhi, ma volevo lasciare un pensiero dopo la lettura. Un abbraccio.
  6. Non lo capisco

    Commento: Non c'era un punto fermo per il mio sguardo barcollante, come il corpo disonesto che vagava con vene tanto ricolme d'alcol quanto l'incoscienza di vivere ogni giorno come un morto che non se ne fotteva un emerito cazzo. Il bicchiere produsse un piccolo tonfo sul bancone, mentre si avvicinava aggrappandosi meglio quasi come dal salvarsi da una caduta imminente. Stringeva. Stringeva a sé con occhi chiusi mentre tutti lo guardavano, compresa io. - Un altro. Il tono della voce era rotto, un cielo disintegrato e morso fino all'ultimo pezzo. - Sta esagerando. - Ho detto un altro. Il barista impietosito si voltò dall'altra parte, mentre lui biascicava un "coglione" e tentava di alzarsi in piedi improvvisando una danza. Camminare era più divertente, i passi facevano il loro lavoro da soli, le suole si piegavano sotto un comando leggero, non gravava la malinconia finalmente libera di lasciar andare un disgraziato incapace di procedere lucidamente. Vedere aveva sempre fatto male, bucato le retine, sempre divorato le budella, pareva come se un abbietto parassita godesse a guastare gli organi, minacciati costantemente dal mio buon senso bruciato al sole. Però, mi sentivo bene uccidendomi sera dopo sera, ingurgitando una birra, del vino, cocktail, roba scroccata non appena i proprietari fissavano l'attenzione su un paio di tette, un culo da palpare. Volevo sentire la gola bruciare di smarrimento, insensibilità. Sdegno. Furia. Rassegnazione. Vedevo tutto questo nei suoi occhi mentre mi passava accanto, senza notarmi. - Cosa spintoni, ah, stronzo? Ah, levati o offrimi un drink. Evitato anche dai delinquenti che si appartavano in un angolo del bar a indicarlo, ridendo di quanto fosse inetto un pazzo, un uomo fuori controllo. Si portò le mani alla bocca, batté i piedi violentemente sul pavimento, quelle quattro mattonelle impolverate da chissà quante settimane. Ripetutamente mi chiedevo cosa ci facessi in mezzo ai barbari. - Possiamo andare via ora? Proposi mentre il gruppo di pecore si voltava a guardarmi male. - Levati dalle palle puttana oppure rimani in silenzio. Mi veniva da vomitare, risaliva tutto l'ammortizzante che rilassava i miei sensi di colpa, tutto ciò che evitavo, pensavo di superare per un attimo, tornava a graffiare la gola. A uscire fuori. Sporcare un tizio a caso. - Cazzo. Nikolas era tremendamente su di giri per una camicia che sarebbe stata meglio al mio cane. Prese la bottiglia di birra, con forza sullo spigolo la sbattè, per puntarla alla gola. Lui non si mosse. Lui non ebbe paura. Bastava un secondo e sarei potuto morire in quel sudiciume, ne sarei stato contento, ovunque sarei andato a finire. Meglio di un mondo che puzzava perennemente di piscio. - Allora, vecchio?! Minacciava, provocava, insulti sputati, anche letteralmente dato il quarto cioppino sempre nello stesso occhio. - Tutto qui? Era apatico, Nick divenne perplesso, cominciò a squadrarlo come per cercare qualche indizio. Seguii anch'io. Aveva un pantalone marrone scuro, macchiato, non stirato, un maglione strappato, non ricucito, la barba incolta. - Sei un barbone? Chiese mentre lui si voltata in cerca di qualcosa da bere. - Non potrei pagare, no? - Allora... Tornava sempre tutto su, l'anima vomitava sempre tutto fuori, gli altri mi riconoscevano sempre prima ch'io decidessi di andarmene in silenzio. A spalle chine, flosce. - Sei il padre di quella famiglia. Uscì, mi alzai esortando tutti ad andarlo a prendere. Era troppo ubriaco per stare da solo. Come ogni notte, probabilmente, ma quella fu diversa. - Non lo capisco. Perché, in quella macchina, morirono loro e non io, ero al volante io. - Levati dalla strada, vecchio, lo senti il rombo del motore, no? Perché loro? Fu l'ultima.
  7. Corridoi

    Poesia che definirei graziosa, anche se ho la sensazione mentre leggo di un qualcosa di bloccato che, magari, deve ancora uscire fuori del tutto, non toglie però che la lettura è stata molto piacevole e interessante. Concordo con Anglares circa la struttura della poesia, enfatizzeresti molto meglio quelli che sembrano gli stralci di pensiero che s'incatenano a uno dopo l'altro e sui quali però bisogna soffermarsi, cosa che ora avviene con più difficoltà, ma neanche troppa. Giusto una sottigliezza che potresti prendere a tuo favore. La musicalità, come cade la poesia mi ha colpita, anche se non sono una grande amante delle rime e mi è difficile digerirle, inoltre la chiusa mi sembra un po' debole, smorza ma in un modo smussato, avrei preferito magari una sorta di eccesso brutale per dare l'effetto della caduta nella memoria. Tuttavia non saprei come ben consigliarti in tal proposito data la scelta stessa della poesia. Nel complesso sono versi che si leggono con spensieratezza, ma secondo me manca quella scintilla che la collochi in un preciso luogo nel lettore, è come se nel leggere ti sfuggisse, ci devi ritornare, pensi come potrebbe colpire meglio, quando accade vuol dire che manca quel pizzico di fascino che rende il lettore perso nelle parole. Spero di esserti stata utile, di non averti offeso ma dato spunti interessanti, anche perché è stata piacevolissima e ci tengo in particolar modo al tema della memoria-ricordi-passato. Un abbraccio
  8. Letto di vento

    Minaaaaaaaa Grazie mille! Ho messo in pausa la poesia da un po', quindi temevo di scrivere qualcosa di poco decente, son felice che tu l'abbia apprezzata.
  9. L'umano dietro la luce

    Io avrei messo l'autodistruzione dopo un minuto (non so nemmeno come si fa, ma ok) Non passo di qui da un sacco e mi ritrovo la fotina di Mina, sorpresa caruccia
  10. Letto di vento

    Letto di vento per una mente sveglia dai neuroni dormienti soffi di pensieri storditi, sbadigli da sguardi al muro calanti come ricordi d'assaggi vaghi di sussurri in bocca malconci, in amara, soffice, stasi.
  11. Profumo di libertà

    Direi che è una poesia che inebria, leggi e cerchi il profumo della libertà nei versi per poi assaporare tra le labbra un gusto piuttosto amaro. Le scene si susseguono con lentezza, nel contempo naturalezza e raffinatezza, nonostante le sbarre diano un certo senso di durezza a tutto il componimento, lo considererei l'oggetto con il quale si raffigura la gabbia. Lo stile del tuo poetare, come ho ben potuto notare anche nella scorsa poesia, è così realistico quasi da far toccare con mano ciò che esprimi, è un riportare il mondo e stringerlo tutto insieme, mi da questa sensazione leggere di questo profumo; c'è e non c'è, implode più che esplode, si sente e non si sente. Questa immagine mi ha fatto viaggiare un po' nei meandri della solitudine dell'uomo, questo profumo è certamente intrigante e s'insinua, però mi chiedo dove sia mai la libertà e come considerarla Dal componimento traspare inoltre un senso di voler afferrare qualcosa che sfugge, voler respirare a pieni polmoni un profumo che nell'aria già non c'è più, rimarcato da questi versi: E mi lascio impregnare come se quel giorno non fu mai Mi dà la sensazione di una sorta di affanno smussato da questa ricerca che, personalmente, mi è sembrata più una consolazione che un ricercare vero e proprio. Concludo facendoti i miei complimenti, trovo interessante leggerti e spero di averti lasciato un altro commento di utile lettura. Inoltre, prima di andare, aggiungerei questo: non sarà che il profumo di libertà è da ricercare ''dentro'' il fumo? Un abbraccio
  12. Il poeta

    Grazie a te, cara. Ahahahahh ''proema'' mi piace Sarà un piacere rileggerti. Alla prossima
  13. Non lo so il nome

    Eccomi, @Anglares Credo sia la bellezza dell'interpretazione l'impossibilità di collocarla all'interno di una sola e unica visione Circa la punteggiatura hai proprio ragione, infatti la frase che hai evidenziato la immaginavo proprio come un verso. Grazie dei consigli, ne farò tesoro, sono ancora in fase sperimentale, diciamo, vorrei trovare il giusto equilibrio senza cadere nel monotono, perché con un'influenza così marcata della poesia mi risulta molto facile lamentarmi di come un periodo funzioni o meno ai miei occhi. Sono super-autocritica, insomma. Ora mi emoziono. Non potevo esprimerlo con parole più adatte delle tue. Forza, continuità, ''chiarezza ambigua''. Ti ringrazio, non sai quanto mi fa piacere sentirlo, l'obiettivo è appunto quello di accostare più livelli ma non so mai se ci riesco in modo efficace. Circa il contenuto, eh... soddisfatta di aver letto un parere così preciso. Scusa le mie poche parole, è che m'hai stupita come sentivo. Ne sono felicissima. Non saprei sinceramente, so solo che voglio mettermi in continuazione alla prova e non mi accontento mai di ciò che scrivo, vero è che cerco sempre di creare sfondi più o meno comprensibili nel quale affondare durante la lettura e l'intenzione di fondere poesia e prosa rimane sempre invariata. Ancora grazie, al momento ho la testa un po' vuota quindi non son tanto attiva, se avrò qualche lampo te lo farò sapere volentieri. Alla prossima.
  14. Non lo so il nome

    @Anglares Non vengo qui da un po', quindi la mia comparsa ha l'effetto della piccina di The Ring che sbuca dal televisore, lo riconosco. Sì, mia intenzione è prendere la poesia e fonderla con la prosa, un po' come dallo spartito si arriva alla melodia per poi aggiungerci la voce. Esempi assurdi, chiedo venia. Quindi sì, direi una folle ribelle. Ne sono felice, ti ringrazio di questo commento a caldo che preannuncia già uno sguardo interessante, vieni quando vuoi per quello articolato. Un abbraccio
  15. Non lo so il nome

    @Letiziadilorenzo Ciao Letizia, ti ringrazio per il tuo parere. Eh, invece il mio intento è proprio quello di fondere la poesia alla prosa, mi rendo conto dell'azzardo come anche del semplice dato di fatto che non tutti vedano di buon occhio tale esperimento, se così si può chiamare. Sono sempre stata un po' criptica quindi non mi sorprende non essere compresa, tuttavia il significato c'è dietro, ovviamente, anche se magari si afferra con difficoltà. Ho una scrittura molto di getto ma non lascio nulla al caso, insomma i deliri me li tengo per me o li condivido per far quattro risate. Comunque grazie, avendo ben chiara la scena mi risulta parecchio difficile immaginare quanto arrivi al lettore e in che modo, quindi un parere discordante è sempre utile per rimettersi a masticare. Un abbraccio
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