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Ira

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  1. Sebastiano delle parole

    Bello! Per una come me, innamorata delle parole, questo è il racconto perfetto. Grazie.
  2. TOSCO

    Lui se ne sta lì, come tutte le mattine, davanti al bar di Billy, sotto i portici. Seduto per terra, neanche il conforto di un cuscinetto. Remo esce dal caffè per andare al lavoro e, come tutte le mattine, gli deposita un cartoccio in grembo con dentro due brioche al cioccolato. Lo sanno tutti nel quartiere: a Remo toccano le brioche. L’uomo seduto in terra non fa mostra di vederlo, non ringrazia. Non lo fa mai. Si fa chiamare Tosco, chissà qual è il suo vero nome. Se ne sta lì e guarda il mondo. Gli piace il posto. Rimedia caffè e generi di conforto, dieci metri più in là c’è la fermata dell’autobus e lui si gode lo spettacolo della gente. I pendolari, le studentesse, le nonnine che vanno in panetteria, proprio vicino al bar. Qualcuna gli lascia lì mezzo euro. Lui a fine giornata raccoglie tutto e lo lascia a Billy per il caffè, o la merenda, o per nessuna ragione. Ma questo lo sanno solo loro due. “O’ Tosco, perché non vieni dentro e ti siedi? C’ho un tavolo tutto per te.” Lui non fa segno di averlo sentito e resta lì, in terra, col gelo di dicembre. Fra poco è natale e i bambini si fermeranno a guardarlo, convinti che Babbo Natale abbia rotto la slitta: gli chiedono che ne ha fatto dei loro regali. Oppure stanno lì zitti a guardarlo, intimiditi. E’ grasso, avvolto in una nuvola di barba e capelli bianchi, densi e ricci. Un borsello gli penzola di lato dopo aver attraversato il ventre gonfio. Nessuno sa cosa ci sia dentro, però lui non se ne allontana mai. Io l’ho scoperto da poco, il Tosco. Da un mese il mio capo mi ha cambiato gli orari e mi ha affibbiato i turni che finiscono il tardo pomeriggio. Io però mi sveglio sempre alla stessa ora ed esco alle sette come sempre, per cui non ho niente da fare. Così mi prendo il caffè da Billy e poi sto lì, a guardare Tosco. Non che non lo vedessi anche prima, ma adesso ho il tempo di pensarci su. A furia di studiarmelo mi sono reso conto che ha una vita sociale che vorrei per me. C’è una ragazza sui sedici anni che si ferma lì ogni giorno verso le due, quando finiscono le lezioni. Si siede vicino a lui, fuma per darsi un tono e gli racconta del suo ragazzo che va con le altre, che lei lo vorrebbe tutto per sé e che lui le dice che è preistorica. Poi c’è un dirigente della banca in fondo alla piazza. Quello fa la pausa pranzo da Billy e già che c’è offre da mangiare anche a Tosco, parlano poco, ma sembra che si capiscano. Uno col cappotto di tweed e la cartella di cuoio, l’altro coi jeans stinti calati sotto la pancia e un vecchio maglione con parecchi buchi. Poi c’è una signora dei quartieri alti, anziana, ben vestita. Tutti i giorni passa davanti a lui per andare verso il centro e tutti i giorni gli porta una torta, le frittelle fatte da lei, a volte un libro. Quando riceve il libro Tosco si illumina molto di più che per le frittelle, questo bisogna dirlo. Sto lì anche stamattina davanti al mio caffè. Lui è come al solito fuori dal bar, seduto in terra. Gli si avvicina un ragazzo. Avrà vent’anni, forse qualcosa in più. Magro, una camicia larga fuori dai pantaloni, un giubbotto di jeans. Io al suo posto creperei dal freddo. Prende una sedia e si siede vicino a Tosco, che non lo guarda. Ha l’aria di un provocatore. Mi avvicino da dentro alla finestra che affaccia sui portici e controllo. Se quello cerca guai sto pronto a intervenire. “Come si sta lì seduti per terra, vecchio?” Tosco tace. “Allora, perché non mi rispondi? Sono troppo insignificante per te?” Davanti a loro il traffico degli autobus alla fermata e, sullo sfondo, cinquanta metri più in là, la spalletta del viadotto. Sotto, la zona aperta della metro. “Che vuoi?” “Voglio capire perché ti siedi sempre qui, perché stai per terra invece che su una sedia. Pensi che se fossi seduto come tutti i cristiani nessuno ti farebbe l’elemosina?” “Ecco. Sarà per quello.” Il ragazzo trema, o almeno gli tremano le mani. Si gira la sciarpa intorno al collo. Sembra sovraeccitato. Sarà fatto di chissà quale schifezza. Tosco continua a non guardarlo. Una signora gli lascia cinque euro in terra, vicino al borsello. Lui non mette il cappello o il piattino. In realtà non ha l’aria di chiedere niente, è la gente che stabilisce perché lui è lì e cosa vuole, e si comporta di conseguenza. “Hai la maglia bucata ma barba e capelli sono puliti, non sei un barbone. Sono sicuro che hai una casa, magari vivi con qualcuno. Che fai? Voglio sapere perché stai qui. Devo saperlo.” Tosco si gira, lentamente. “Perché ‘devi’?” L’altro si imbarazza. “Bè, ecco, diciamo che mi serve. Sto cercando una cosa, vecchio, una cosa fondamentale.” Tosco non parla, lo guarda. “No, non te lo posso dire cosa cerco. Questo no. Dimmi solo perché stai qui.” “La mia vita è la mia, non ha niente da insegnarti. Tu devi vivere la tua.” “Eccolo, dritto al punto, vero? Vivere cosa? Questa cosa senza senso, questa corsa a precipizio verso il niente? Sembriamo tutti lemming. Sai cosa sono, vecchio?” “Sono topi, un particolare tipo di topi, che si moltiplicano indiscriminatamente. Quando il gruppo è troppo numeroso per la loro sopravvivenza, una parte corre verso l’abisso e si suicida. Almeno, così dicono i contadini russi.” “Non è vero, ma mi piace l’immagine. Tutti a vivere di corsa, studiare, fare l’amore, sposarsi, fare figli e cercare un posto alle assicurazioni. Non necessariamente in quest’ordine. Non lo sappiamo neanche, cosa facciamo.” “Tu sei qui adesso. Mi hai cercato, vuoi delle risposte. Lo sai quello che stai facendo. E sai cosa vuoi sapere.” Il ragazzo guarda il ponte sul viadotto. “Ma non la troverai lì, la tua risposta.” “Che vuoi dire?” “Che non è un salto da lì che ti dirà come devi vivere. Non vuoi scoprirlo, prima?” “Ehi, vecchio, cosa credi di aver capito? Mica voglio saltare, voglio solo…” Si perde a guardare la spalletta del ponte, come se vedesse qualcosa nel suo ‘di là’, qualcosa accessibile a lui solamente. “Capire com’è, lo so. Ma quando sei lì non c’è ritorno per raccontarlo a nessuno, il tuo com’è. Neanche al te stesso di prima. Quello sparisce nel momento in cui salti, mi capisci?” “Non cercare di dissuadermi, non c’è niente qui, per me.” Tosco fa spallucce. Il vento freddo gli fa sobbalzare le ciocche bianche. “Non voglio dissuaderti, nessuno può dissuadere nessun altro dal fare niente. Niente che voglia veramente fare. Dico solo che qualunque cosa scoprirai buttandoti non sarà la risposta alle domande che ti stai facendo adesso.” “La fai troppo complicata. E’ solo da decidere: lo faccio o no? E allora torno all’inizio: tu perché sei qui, a morire di freddo, a prendere le elemosine? A che ti serve sopravvivere?” Tosco si accende un lurido toscano che tira fuori da un taschino. “Io so guardare.” “Che vuol dire?” “Guardo e riesco a vedere. La gran parte delle persone guarda e non vede niente. E guardare seduti per terra dà una prospettiva diversa. Si vede tutto la postura, la camminata. Il viso è addestrato a mentire, perché è sempre stato il centro dell’attenzione. Si, finge continuamente. Il corpo non lo sa fare, è sincero, spietato.” Il ragazzo si siede per terra, guarda la gente da sotto. Poi guarda Tosco. “Non ti distrarre, concentrati.” Tornano a guardare la folla, in silenzio. Passa una signora sui cinquanta, e mette un euro vicino al ragazzo. “Sei promosso accattone. E’ carriera, questa.” Il ragazzo guarda Tosco, poi gli dice: “Posso tornare domani? Guardiamo la gente insieme.” “Io sono qua.” Arriva Billy a pulire il tavolino. “Tosco è un fenomeno. Sai che ha appena convinto un ragazzo a non suicidarsi?” Billy sorride storto. “Sai chi è Tosco veramente?” “Perché, tu si?” Billy va a prendersi un taglio di bianco. “E’ stato perseguitato per anni da un padre violento, un pezzo di merda che viveva di espedienti, che pensava solo a bere e lasciava Tosco senza mangiare. Ha dovuto arrangiarsi presto, ha fatto di tutto, anche il croupier e quello che pulisce i cadaveri in un’impresa di pompe funebri. E’ riuscito a laurearsi con le borse di studio, è diventato psichiatra. Ha cresciuto un figlio che oggi fa l’ingegnere in America. Si sentono due volte l’anno e lui è contento.” “E poi, cosa è successo?” “La mia teoria è che ha fatto troppo, e troppo in fretta. Adesso si riposa. Non ha bisogno di soldi, ha un piccolo appartamento, sempre lo stesso da tutta la vita, vive di niente, lo vedi qui com’è. Guarda la gente, parla con quelli che lo cercano. Io dico che fa lo psichiatra di strada.” “Ma gli altri credono che sia un barbone.” “Si, molti lo pensano. Qualcuno invece ha capito.” “Cosa?” “Che lui è niente perché si sente niente, e perché essere niente gli piace. Si mescola, si dimentica di esistere. Allora vanno da lui, chiedono consiglio, oppure gli si siedono vicino, qui sotto il portico, e stanno in silenzio. Ascoltano la giornata, se capisci cosa voglio dire.” “Io ho capito poco, se non che Tosco ti ha contagiato, sei matto anche tu.” Billy diventa serio. “Io lo avverto che si ammalerà a stare lì, seduto per terra. Gli dico di venire dentro, almeno in inverno.” “E lui?” “Ride, mi dice che ha compiuto la sua missione, quello che viene dopo è tutto in più.” “E che diavolo vorrebbe dire?” Billy ha gli occhi lucidi, se ne scappa verso il banco a farsi un altro dito di bianco. Glielo dico sempre, al Billy: invecchi e diventi come mia zia, che piange sempre. Mi sa che domani non ci vengo al bar, vado a spasso prima del lavoro. Da queste parti ci sono troppi filosofi.
  3. Stanotte

    C'è una luna ingombrante, stanotte, Torno a casa e immagino, come milioni prima di me, che sia una palla d'argento e panna appesa su uno sfondo di cartone da un demone dispettoso, per farci sporgere troppo a cercare di raggiungerla. Per farci cadere. E noi cadiamo, quando c'è la luna piena. Altro che se cadiamo. Diventiamo lupi mannari, donne romantiche, serial killer, attori gotici che recitano un requiem dentro chiese diroccate. Siamo innamorati deliranti, streghe sulla spiaggia che fanno collane coi fossili di conchiglie, santi perduti che cercano Dio dietro gli angoli di muri di pietra. Siamo fantasmi di uomini uccisi nel sonno, anime di camminatori che percorrono valli e montagne per vedere quella luna sparpagliarsi nella pianura, brillare fra i sassi, aggrumarsi in scaglie sulla superficie di laghi avvolti nella nebbia. Poi torniamo tutti a dormire, confusi, emozionati, a ritrovare il nostro corpo nel respiro opaco del sonno. Proprio mentre la luna si schiaccia sotto l'orizzonte e noi ci ricordiamo che è solo un satellite di sassi, senza atmosfera e senza luce.
  4. Sulla bocca di tutti

    Grazie, hai detto bene. E' l'istantanea di un attimo, del rendersi improvvisamente conto di non aver costruito nulla. E' la condizione di chi si trova senza speranze e perfino senza illusioni. Forse la condanna di questa donna è un eccesso di lucidità, che appunto non sempre è un dono. Ciao Piero.
  5. Sulla bocca di tutti

    Che razza di posto. Bè, certo, bisogna andare a cercarsi le lande deserte e isolate, altrimenti qualcuno del paese può vederci e raccontare tutto al barbiere, che lo racconterebbe a sua moglie, che lo racconterebbe al fruttivendolo e nel giro di mezza giornata saremmo, come dici tu? ah, si, sulla bocca di tutti. Per carità, capisco le tue esigenze. Ho sempre cercato di capirle, di accontentarti. Ma qui è novembre, la terra è dura dal freddo, le stoppie già impallidiscono dal rosso al giallo rigido e secco dell’inverno. Ecco, lo so, tu sorridi di queste considerazioni: “Come fai a pensare se la terra è dura o morbida? Ma che ti viene in mente?” Tu sei uno di città, in paese ci sei finito per cercarti un lavoro; la guerra non ha risparmiato nessuno. Ma io sono nata in una stanza piena di spighe di lavanda e mentre mia madre spingeva, la levatrice prendeva gli asciugamani da dentro una vecchia credenza di legno fatta a mano dal mio bisnonno. Fuori, nell’aia, spannocchiavano il mais. Ce l’ho negli occhi, la terra. So come respira. Fa un freddo maledetto, e tu non sei ancora arrivato. Lo so, sei molto impegnato, il lavoro. Non che ti sia andata proprio bene. Il posto che avevi trovato in città è durato poco, la concorrenza è tanta: siamo pieni di reduci che devono ricostruirsi una vita. Così si licenziano le donne e si aprono le porte ai veterani. Insomma, alla fine sei qui, ma non ti adatti. Non sei tipo da vita di campagna. Ma dove sei finito? Accidenti a questo freddo che svuota le ossa. Sono in bicicletta, mica ho la macchina io, e se non arrivi tu con la tua con questo cappottino mi congelo. Probabilmente sei stato trattenuto dal tuo capo: non succede sempre? Ma insomma, alla fine potevamo incontrarci un altro giorno, mica era una cambiale che fosse proprio oggi. Vabbè, tanto è lo stesso, sempre in questa campagna gelata saremmo finiti. E’ bello, bisogna ammetterlo. Le stoppie rossastre, le canne col ciuffo che non si muovono perché l’aria è ferma. Un po' di nebbia che si alza da un metro sopra il terreno. Peccato un fondo di damigiana che spunta dal pelo dell’acqua. Incivili. Mi affaccio alla spalletta del piccolo ponte. Anche questo sembra andare in rovina: i pilastri di cemento smangiucchiati da un’invasione di muffe, i tubi di contenimento rossi di ruggine a larghe macchie. Io volevo l’amore, quello grande. Pensavo sempre che doveva essere alto e bruno, riservato e mai volgare. Poi sei arrivato tu. Non ci somigliavi neanche un po’, al mio ideale. Neanche da lontano. Chissà che cercavo, boh. Forse solo un po' di calore. Ormai non ero più una ragazzina, e mi ero stufata di stare a sentire mia madre e le sue prediche sulla gioia di riservare la propria verginità al compagno della vita. E poi, diciamolo, non sono mai stata bella come certe mie amiche, il compagno della vita sarebbe rimasto un fantasma , un mezzo sogno di quelli che sembrano quasi veri quando arrivano all’alba. Ma dove sei? Alla fine non posso lamentarmi, uno straccio d’amore me lo hai dato: quello che potevi. Io lo capisco, hai due figli, come potevi lasciare tua moglie? D’altra parte devi darmene atto, non ti ho mai chiesto niente. Non sono sicura che vorrei sposarti, se anche tu potessi. Voglio dire, vieni a letto coi calzini, ti lavi i denti dopo i nostri incontri, non prima. E poi di che parlo con te che ogni volta che mi viene uno dei miei magoni, quei nodi che mi si strozzano in gola, tu ridi e mi dici: “Oddio le donne. E adesso che c’è?” Ora però fa proprio freddo. Mi ricorda l’unica volta che siamo stati fuori assieme. Bè, non da soli, ovviamente. C’era il parroco, abbiamo fatto una gita al santuario. Tua moglie era dalla madre coi bambini, sei venuto da solo. Era stato bello, ci eravamo seduti vicini sul pullman e tu mi facevi vedere le cose dal finestrini, e ridevi con quel tuo sguardo chiaro. Sì, quella volta mi sembrò quasi che potessimo essere una coppia, anche se dovevamo stare molto attenti, fra due tue vicine e mia zia che controllava seduta nei posti in fondo. C’era un freddo artico, e il prete doveva fare spesso pipì, così faceva fermare il pullman continuamente con delle scuse assurde. Ti ricordi che volle obbligarci a una fermata per rifornirci di ciambelle e vin brulè? Che poi neanche sapevamo dove metterli. Comunque adesso sono stanca, facciamo l’amore ogni tanto e quando ci lasciamo mi sento in bocca sempre di più un sapore amaro, come se avessi perso una partita. Magari è così, ho perso e non l’ho ancora capito. “Milena, cavolo, ma dove sei?” “Eh?” “Ti chiamo e non mi rispondi.” “Scusa, ero sovrappensiero.” “Sono in ritardo, lo so. Quel buffone del capo mi ha trattenuto. Lo sai com’è, mica posso lasciarlo là a parlare e andarmene.” “No, certo che no.” “Aspetta, controllo che non ci sia nessuno in giro, poi ti bacio.” “Chi vuoi che ci sia qui, è fuori dal mondo. Sembra Marte.” “Non si sa mai. E adesso andiamo giù lungo il canale. C’è un posto con delle dune, si sta riparati.” “Come l’hai trovato? Ci sei andato con qualche collega, o con la migliore amica di tua moglie?” “Ma che dici, sciocchina. A me piaci solo tu, lo sai. Allora, andiamo?” “Certo, andiamo.” Milena guarda avanti. Finge di non vedere lo spazzolino da denti che gli sporge dal taschino.
  6. SOLO QUATTRO MURI

    Grazie, lo scopo era proprio di celare l'identità dell'attore principale fino all'ultimo. Alla prossima.
  7. Nella testa

    C'era una donna col suo bambino, e un vecchio professore. E un padre che ha perso suo figlio e uno studente che pensa a che gli serviranno i suoi studi. C'era il mare in un'alba grigiastra, e una stella di neutroni, ignara di stare morendo. C'era il gelo degli abissi dell'universo. C'era tutto questo fino a poco fa nella mia testa, tutto un mondo affollato e ristretto in uno spazio troppo piccolo. Poi è venuto il vento coi sussurri della terra, ha scompigliato gli alberi, spaventato le streghe della notte e svuotato i miei spazi. Da domani sarò pronta a ricominciare la collezione di storie. Con l'eterna illusione che ci potrà stare tutto, questa volta sì, questa volta tutto.
  8. SOLO QUATTRO MURI

    Ci sono state le donne, tante, a girare intorno alla mia vita. Sono fortunato: quando vengono a trovarmi si curano, cercano la bellezza che è in loro e la migliorano. Sono attente agli abiti e al maquillage. Non che sia merito mio, accade e basta. Ce n’è stata una che mi ha fatto tremare il cuore, la chiamerò Maria. Era mora e alta, morbida, con labbra generose. Entrava e tutte le altre sparivano, senza che facesse realmente qualcosa per provocare questo vuoto attorno a sé. Gli uomini troncavano il respiro per un attimo. Un giorno venne accompagnata da un ragazzo che avrebbe potuto essere al massimo il figlio di una sorella. Era bello, sottile e godeva di quel fascino noncurante con cui alcune persone si proteggono dal mondo. Le sorrideva, scherzava, assieme sembravano brillare di una qualche luce incorruttibile. Dopo qualche mese lui continuava a splendere, lei no. Cominciò a deperire, vaghe ombre le cerchiavano gli occhi e circondavano la labbra. Dimagriva, tristemente inappetente. Un giorno lui arrivò con un’altra, una bionda ridanciana. Scoprimmo che Maria era stata ripudiata dal marito, che aveva scoperto la storia e la sua malinconia indotta da un altro uomo, anzi da un ragazzo. Era tornata nella casa dei suoi genitori: usava così, quella volta. Si vagheggiò per un pezzo di questa splendida casa di Nizza, con le colonnine del terrazzo direttamente a picco sul mare. Ci dissero che Maria amava molto quel terrazzo, talmente tanto che quando decise di buttarsi lo fece da lì. Venivano regine del varietà, attori di teatro, politici di grido e potenti latifondisti. Tutti cercavano la reciproca compagnia, uno specchio negli occhi degli altri, il palcoscenico che potevamo offrire assieme alla classe del cibo e del maître di sala. Ricordo Jeannette, attrice esordiente ma talmente spregiudicata da essere già famosa a diciannove anni; era brava, certamente, ma ce n’erano tante brave come e più di lei. Lei però aveva un talento: si concedeva oppure no. Qualche dozzina di aspiranti amanti si avvicendava ad accompagnarla, e Jeannette era abile nel gestire la coda, nel decidere chi poteva averla per una notte e chi avrebbe ancora dovuto aspettare. Fiumi di gioielli, fiori e luci della ribalta. Intorno ai quarant’anni sposò un ricco impresario, incidente che non interruppe la sua lunga catena di amanti. Invecchiò placida sul palcoscenico, avvolta nei suoi lustrini, dopo aver a lungo scientificamente gratificato schiere di uomini, nessuno dei quali ebbe mai a rimpiangere di averla conosciuta. Incluso suo marito. Cambiavano i tempi, il mondo si distaccava gradualmente dai riti del teatro e della visita dalla sarta e precipitò nella fretta del tempo che non basta mai. Non ho mai chiuso i miei servizi alla comunità, neanche durante la guerra o quando, dopo di essa, la vita germogliò di colpo famelica ed esaltata da ogni angolo, dalle pietre dei palazzi abbattuti, dai cadaveri sparsi in ogni dove. Fu uno slancio di rinascita difficile da trattenere, ammesso che qualcuno avesse veramente voglia di farlo. Questa vita invadente penetrò nei santuari del lusso e ne cambiò la faccia. Diventammo più disponibili, sempre buon cibo ma meno lussi. Accolsi un’umanità meno selezionata, con menù semplici, anche importati da altre culture che la guerra aveva mescolato per qualche tempo. Le donne avevano accorciato gli abiti e ravvivato i colori. Mi colpì Agata. Entrò con una comitiva di amici alquanto rumorosa, e spiccava per la sua timidezza gentile, per il modo educato con cui si rivolgeva a chiunque. Evidentemente apprezzava l’ambiente perché tornò spesso. Aveva sostituito gli abiti da ragazzina con dei comodi tailleur, aveva cominciato a portare gli occhiali; tutto mentre le sue amiche si gingillavano con gonne ampie a mezzo polpaccio, collane di perle e colletti bianchi. Sembrava una ragazza che ha trovato un lavoro, e spesso arrivava con qualche faldone di carte rilegate col nastro. La sua aria seria suscitava l’ilarità delle altre: “Com’è il capufficio? E’ carino? E’ scapolo?” Lei non ci badava, e sorrideva gentile. Le sue amiche si sposarono, fecero bambini mentre lei si conquistava un posto di coordinatrice del suo ufficio. Guadagnava bene e faceva le sue scelte. Ebbe qualche storia cui si rifiutò di annettere eccessiva importanza. Quando andò in pensione aveva ancora un sorriso per tutti. Una sera, seduta al tavolo d’angolo vicino al guardaroba, parlando a un’amica disse con un rapido sorriso: “Si sono sposate: hanno avuto una famiglia, compleanni e natali, tacchini al forno e ginocchia sbucciate da disinfettare. Io ho avuto una libertà quasi totale. Non so chi abbia ottenuto di più, non so neanche se questa domanda abbia veramente un senso. “ I bicchieri scintillavano alla luce calda del tramonto. “Solitudine? Quella è la ovvia interfaccia della libertà. Se non sei pronto a pagare il prezzo di quello che vuoi, meglio che tu ti sieda su una poltrona e spenda la vita a sognare.” Poi arrivarono gli anni incredibili, i settanta. Non ci si capiva un granché. Nella nostra zona i palazzi eleganti, i pochi non abbattuti dall’avanzare del ceto medio, crollarono sotto le spallate della contestazione. I ricchi si ammassarono in zone a loro dedicate: dei ghetti ovattati fatti di giardini, piscine e campi da golf. Intorno a noi, nel frattempo, si dipanava la vita produttiva: banche, uffici, un paio di scuole. La clientela era diventata metropolitana, dalle strade arrivava il rock metallico delle radioline. Avevamo fatto sparire le tovaglie damascate e le applique, creato un arredo medio di dignitosi tavoli in legno, lampade a sospensione e piccoli separé a graticcio. C’era molta paura per le azioni dimostrative dalle quali non fummo esenti. Scoppiò un incendio, una sera, appiccato da una molotov tirata dalla strada. Sembrava che il “fuori” fosse diventato un nemico. Finalmente gli anni ottanta riportarono la pace sociale, quella di un’umanità volta gioiosamente tutta nella stessa direzione, verso il luccicante obiettivo comune: il guadagno. Fu una vertigine: venivano donne coi capelli ricci, le spalle imbottite e una venerazione per la moda del momento qualunque essa fosse. Mi aveva colpito Cristina. Era art director di una società di pubblicità. Veniva molto spesso con uomini sempre diversi, ma era ovvio che non si trattasse di faccende amorose: parlavano di affari. Lei tentava la scalata, e sembrava riuscirle bene. Offriva spesso la cena. Sentivo le sue conversazioni basate su scambi di cortesie e informazioni, tentativi di manipolazione organizzativa. Era veloce, intelligente, dura. Indossava abiti costosi, tutti invariabilmente severi. Salvo portare nello sguardo la luce fredda di una promessa di consumo sessuale. Non ho dubbi che qualcuno di quegli uomini sia finito nel suo letto, ma sono certo che nessuno di loro ha rappresentato una svolta sentimentale. Poi Cristina smise di venire da noi. Lessi su un giornale qualche mese dopo che era rimasta coinvolta in uno scandalo finanziario assieme a tre personaggi del sottobosco politico e due broker della finanza internazionale Un nostro cliente ne parlava con un amico qualche anno dopo lo scandalo. “Ho incontrato Cristina, l’altro giorno. Ti ricordi?” “E chi se la dimentica. Fu uno shock, quella volta. Cosa fa?” “Insegna disegno, ci crederesti?” “Ma dai:” “Ma si, incredibile. Però che occhi…” “Che vuoi dire?” “Sai cosa c’è adesso nei suoi occhi?” “Cosa?” “Niente.” Tacquero e infilarono il naso nei bicchieri, mentre un lieve imbarazzo calava in mezzo al tavolo, fra di loro. Io sono rimasto lì a guardare tutto quello che ho potuto e processare tutto quello che ho guardato. Stasera mi sento triste ad occhi asciutti. Ho visto lo scintillio delle luci, ho ammirato donne meravigliose, vive, delicate e decise. Sono stato ferito dalle molotov e ho cambiato abito innumerevoli volte. Stasera le mie vecchie mura racchiudono uno spazio vuoto. Hanno detto che non sono più adatto alla zona, che qui ci vorrebbe un fast food ma la ristrutturazione risulterebbe diseconomica. Adesso si dice così: vuol dire che costi più di quello che vali. Sono stati un pezzo a pensare, hanno persino detto - Lo chiudiamo e aspettiamo tempi migliori. - Poi una mattina è arrivata lei. Luminosa, con la coda di cavallo e lo sguardo chiaro. Ha argomentato: serve un centro per i servizi di asilo e prima accoglienza per bambini figli di genitori che lavorano. Il Comune è pronto a finanziare la cosa. Questo posto è perfetto, basta tirare su due pareti e aggiungere un bagno. Avrei pianto, se solo avessi saputo come si fa. Adesso sono qui, in questa sera fredda, e analizzo il silenzio, il gocciolio del rubinetto che perde in cucina. Sento le risate, gli urli dello chef, lo sbuffare esasperato dei camerieri. Vedo luccicare sguardi e gioielli già morti, e poi mi immagino i sorrisi e i pianti dei bambini, le corse delle mamme per andare a prenderli, i saluti trafelati, gli abbracci. E’ un futuro all’altezza di tanto passato? Che ne so io, sono solo un vecchio ristorante che nessuno vuole più. Però lei è passata stasera, con le stelle negli occhi. Ha accarezzato un muro ha detto: “Faremo un bel lavoro, insieme. Spero che ti piacciano i bambini.” Sapevo che sarebbe arrivata la fine e che sarebbe stata dolorosa, inutile negarlo. Ma sapevo anche che se qualcuno fosse mai riuscito a salvarmi, beh, certamente sarebbe stata una donna.
  9. Un altro posto

    Ti ringrazio. Ogni tanto posto qualcosa per il piacere di condividere un'emozione, un attimo. Benvenuto nelle nostre short stories.
  10. Storia di Natale

    Mentre camminava nel bosco, quella mattina, il Natale era lì, a prenderlo in giro. Va bene, era un bambino maturo, glielo diceva sempre il nonno, ma anche lui avrebbe voluto un regalo. Un paio di scarponcini nuovi per esempio, visto che al momento portava quelli di Tonino, che aveva tre anni più di lui. I suoi genitori erano i più ricchi del paese, e distribuivano in giro i suoi abiti smessi. “Magari sono contenti – pensava Gigi – così si liberano la casa dagli impicci. Loro li chiamano così. Potessi averli io così tanti impicci.” Non che Gigi fosse un bambino avido, ma insomma, camminava con un paio di scarpe di tre numeri più grandi, e l’ovatta che la mamma metteva dentro la punta per riempirli gli dava fastidio. Alla fine se la trova appallottolata in un bolo duro e tormentoso, e per camminare doveva levarla e srotolarla, per ricominciare mezz'ora dopo. Il terreno scricchiolava sotto i suoi piedi per il ghiaccio scintillante che si annidava sotto rami e foglie. Era bello, a guardarlo controluce. I ghiaccioli pendevano dagli alberi, e quando una poiana si appoggiava su un ramo qualche pezzo cadeva per terra e sembrava un diamante. Almeno, quello che Gigi immaginava fosse un diamante, considerando che non ne aveva mai visto uno. Per arrivare a scuola aveva preso una scorciatoia che conoscevano in pochi, arrotolata fra i larici. Gli scapparono davanti al naso una volpe e due tassi. Gli piacevano in modo particolare, i tassi, così buffi e tondi. Poi dietro una curva che conosceva a memoria vide apparire una piccola casa, come quelle che fanno i ricchi ai cani. Bè, magari un po’ più grande, ma non molto. Sembrava fatta con pezzi di ovatta bianca e strisce di luce. Una cosa strana. Gigi era un bambino ligio, la mamma gli diceva sempre di non uscire dal sentiero, ma quella volta non ce la fece proprio a resistere. Era così bella la piccola casa, luccicava. Rimase un po’ lì a guardarla, poi entrò, molto cauto, dalla porta. C’era un grande pacco con la carta colorata, coi nastri e la frutta di bosco a fare da fiocco. Gigi non aveva mai visto una cosa simile dal vero. Solo nei film. Sentì una voce simile alla sua. “E’ per te.” Fece un tale salto che quasi bucava il tetto. Si girò di scatto e vide un ragazzino. Bruno, piccolo. Gli somigliava, un po’. “Chi sei?” “Non è importante chi sono io. C’è qui un regalo per te.” “Perché mi fai un regalo?” “Mi sei simpatico, e poi non pensi sempre di essere il più furbo di tutti. E’ già tanto, sai?” “E cosa devo fare?” La mamma gli diceva sempre che niente piove dal cielo. Le cose bisogna guadagnarsele. “Prima aprilo, poi te lo dico.” Dalla bellissima scatola, che Gigi cercò di non rovinare, emersero un paio di scarponcini nuovi, di daino e col carrarmato. Quelli che lui sognava da tanto tempo. Gli brillavano gli occhi. “Allora, che devo fare?” “Niente di complicato. Vai a casa e prendi qualcosa di tuo, a cui tieni, e regalalo a qualcuno che sai che lo vorrebbe.” Gigi pensava. Non era difficile. Lui aveva l’aquilone che gli aveva fatto il nonno. Gli dispiaceva un po’, ma magari avrebbe potuto provare a farsene uno da solo. Piaceva tanto a Ennio, quell’aquilone. Gliel’avrebbe dato. “Tutto qui?” “No, c’è un’altra cosa. Dovrai farlo sempre.” “Cosa?” “Ogni volta che ti arriverà qualcosa di bello tu dovrai regalare una tua cosa, a cui tieni. “ “Perché?” “Perché i regali si onorano. Tu ricevi un regalo e ne fai uno, capito?” “Anche se per avere quella cosa ho faticato tanto? Se me la sono guadagnata?” “Anche in quel caso. Vedi, a volte non si ottiene niente, nonostante uno si sia impegnato tanto. Allora quando alla fine ce la fai è comunque un po’ anche un regalo.” Gigi ci pensava su. Questa storia non l’aveva mai sentita, però gli sembrava che ci fosse qualcosa di sensato. Assunse un’aria da grande. Si sentiva più grande in quel momento, in effetti. “Come se avessi un debito, e dovessi ripagarlo?” Il ragazzino sorrise. “Bravo, hai capito tutto.” Nel dire questo scomparve, di colpo, sotto lo sguardo attonito di Gigi. Lui non perse tempo, si mise subito gli scarponcini nuovi e, per la paura che il regalo scomparisse, si precipitò a casa a prendere l’aquilone in regalo per Ennio. Sarebbe arrivato in ritardo a scuola, ma pazienza. Si sarebbe inventato qualcosa per giustificarsi con la maestra. Il bosco scintillava di ghiaccio e di sussurri, e sul sentiero che tutti i giorni Ennio faceva per andare a scuola un ragazzino costruiva una piccola casa di luce.
  11. Tre passi

    Bello, intenso, che dire...complimenti. Particolarmente ben condotto il gioco dei ritmi, l'intreccio dei pensieri. E' proprio un bel racconto, grazie per averlo condiviso.
  12. Un altro posto

    Ho attraversato i corridoi di un ospedale per giorni, perfino per ore. Sono inciampata in un groviglio di storie così strettamente annodato da risultare inestricabile. Difficile camminare, parlare con chiunque senza incorrere in un racconto, qualcosa di vissuto e perduto in un attimo. Non c’è pudore, qui. Tutto è sotto gli occhi di tutti, e questo induce a condividere dolori e riflessioni come mai si farebbe senza questa coatta promiscuità di corpi e di anime. Cambiano i rapporti sociali, cadono le convenzioni, si viola continuamente l’altrui intimità e si entra, in qualche modo, a farne parte. Pure, nel momento in cui si rinuncia alla privacy per obbligo, si scopre la solidarietà. Niente illusioni: durerà un attimo, il tempo di portarsi via il proprio caro e dimenticare quel luogo unico e irripetibile. Ciò non toglie che in quel particolare momento le persone si confortino, si abbraccino, si scambino speranze e partecipazione. Qualche volta gli auguri a qualcuno per una soluzione che ambedue le parti sanno non esserci. E ci si sente ipocriti. Si vive nel breve termine. Non c’è un futuro remoto: siamo qui e ora. Il paziente oggi sta così. Forse anche domani, forse no, forse peggiorerà. Allora guardiamolo adesso, perché adesso si può fare qualcosa per lui. E in questo tempo contratto, fatto solo di questo attimo, di questa giornata senza un rimando alla successiva, l’Ospedale erge a difesa dell’Ordine Medico Planetario le sue routine. Mentre le vite si rianimano o cessano, mentre il dolore fisico e psicologico devasta i pazienti, a volte per giorni e senza tregua, mentre i destini subiscono svolte improvvise e impreviste, l’Ospedale celebra i suoi riti. La colazione, i pasti, la distribuzione dei farmaci e la misurazione della pressione, l’igiene mattutina. Tutto questo, e altro ancora, scandito con regolarità nel corso della giornata conferisce un senso di normalità. Si, il paziente del letto 6 sta morendo, il figlio lo veglia in attesa dell’inevitabile, ma gli altri pazienti devono mangiare, prendere le medicine, salvarsi. E allora si ammorbidisce, si smussa; riparato con un paravento il letto del moribondo si continua a vivere. Con gli altri e per gli altri. Una permanenza di più di una settimana in un ospedale è un normalizzatore esistenziale, una risposta a quello che non sappiamo di essere: una molecola il cui destino è irrilevante. Da un certo punto di vista rassicura. Ci restituisce chi siamo.
  13. Cammino sulla spiaggia, nella luce livida di quest’alba corrotta. Mi sono alzato presto: tanto stare lì con gli occhi aperti a immaginarmi il soffitto, il lampadario di plastica e le ragnatele che non ho voglia di pulire non fa che deprimermi. Allora ciabatto fino alla minuscola cucina e mi preparo un caffè, denso e amaro. Poi via, alla spiaggia. Devo ammortizzare al mare lo sbiadirsi del mio cervello e, naturalmente, la presenza di Cora. Se ne è andata lasciandomi dentro un seme velenoso: l’ incapacità di arginare la sua fame di tutto. E mentre lei si nutriva di gente, oggetti, storie, bambini, luoghi, mentre diffondeva sorrisi ed entusiasmo, proprio in quei momenti risucchiava la mia energia, giorno dopo giorno. Alla fine mi ha detto: “Non vuoi niente, non sono neanche sicura che tu ci sia veramente, che non sia una proiezione della mia mente.” Poi mi ha guardato critica e ha aggiunto: “No, in effetti se ti avessi proiettato io saresti un po’ più vivo.” Così adesso sono qui, dopo una settimana, ancora intento a smaltire i suoi schiaffi. Cammino sulla spiaggia tutti i giorni all’alba, poi torno a casa e mi metto al tavolo da disegno. Per vivere creo maghi perversi, muscolose ragazze guerriere, elfi gialli e verdi e giovani garzoni che diventano principi con le pozioni di antiche streghe. A una di queste, particolarmente odiosa, ho dato la faccia di Cora. Prevedibile e patetico. Di solito sulla spiaggia a quell’ora c’è solo l’acqua, la sabbia, il colore del cielo che scivola in mare. A volte qualche solitario cercatore di conchiglie e altri ritrovamenti. Stavolta c’è un uomo. Lo vedo da lontano, accucciato fra le sue ginocchia, come fanno gli indiani. Si staglia scuro sullo sfondo della sabbia, che oggi sembra fatta di granelli di madreperla. Mi avvicino, ma lui sembra non accorgersene. Lo circonda la sua vita: il sacco a pelo, un pentolino, una padella, i resti di un piccolo falò. Non so se passargli dietro e fingere di ignorarlo o trovare una scusa per curiosare. Una cosa del genere a me sembra indiscreta, Cora non esiterebbe un momento. Lui mi previene. Si alza rapido come un gatto: “Ce l’hai una sigaretta.” Cerco di capirne l’età, ma è veramente difficile. Scuro di pelle con occhi chiarissimi, verde acqua. Cinici e indagatori. Una rete di solchi in faccia, due denti di metallo, una vecchia frattura al naso. Il suo corpo non lo opprime, come accade a molti di noi: lo usa per quello che gli serve, non lo ostenta, non lo nasconde. E’ sostenuto da muscoli duri, incordonati per qualche mestiere faticoso. “Non fumo.” Lui annuisce e torna ad accucciarsi. Traffica con un legno, ne taglia via schegge con il coltello. “Che fai?” “Un cucchiaio.” Vorrei chiedergli perché tutta quella fatica, perché non se lo compra. Non costa una fortuna, un cucchiaio. Ma mi sembra che, rivolta a lui, una domanda così suonerebbe assurda. Non so perché. Lui capisce lo stesso. “Il legno ha un sapore, e quello di mare rilascia sale e iodio nella minestra, bave di molluschi e sostanza gastrica delle stelle marine. E’ un mangiare sontuoso. “ Già, come ho fatto a non pensarci. “Come vanno le tue ferite? Guariscono?” Inspiegabilmente, non mi stupisco. “Così così.” “Mmmm, lascia fare al mare. E non farti prosciugare.” Comincio a sentirmi a disagio, questo sa tutto. Il silenzio passa fra di noi come uno sconosciuto, che finge di non vederci. “Che fai qui?” “Ho un appuntamento.” “Allora me ne vado.” “Ma no, stai qui. Non sai mai cosa puoi scoprire.” Mi sembra di sentir parlare Cora. “Non sembri un tipo da appuntamenti.” “Cioè?” Ride. Mi imbarazzo. “Voglio dire, sembri uno libero, fuori dalle convenzioni. Non so…” “Sono libero, più di quello che immagini. Ma non completamente. Nessuno di noi lo è, le leggi fisiche ci inchiodano qui, o altrove. E poi c’è l’amore (mi guarda), l’odio, il disprezzo, la paura. Tutti legacci.” “Si, questa l’ho già sentita: sei libero solo senza passioni.” “Non credi che sia vero?” Il sole si affaccia col suo melone in fondo all’orizzonte. Più si alza più la luce è intollerabile. Il mare diventa una lamiera. Faccio spallucce. Mi guarda con quei suoi occhi dritti, che bucano. “Forse si, ma mi sembra un prezzo troppo alto per la libertà.” “Perché non la conosci. Tu vedi solo questo pianeta.” Ecco, ho trovato lo psicolabile della domenica. “Tu invece cosa vedi?” “Quello che c’è, che è molto di più. C’è questo mondo e ce ne sono altri, c’è questo universo e ce ne sono altri.” “Ve bene. Scusa, adesso devo proprio andare.” Ride. Ha finito il cucchiaio e lo annusa come uno che assapora il bouquet prima di centellinare un rosso francese. “Sai che ha ragione lei? Sei chiuso come un’ostrica.” Mi giro lentamente. Che diav… “Sei talmente abituato a riversarti tutto nei tuoi disegni che ti sei dimenticato come si fa ad avvicinarsi alla realtà”. Adesso comincio a sudare. Intorno a noi, in lontananza, si vedono i turisti del silenzio, soli o col cane. Di più non arriverà, siamo a marzo e fa un maledetto freddo. Mi offre una brodaglia, dal pentolino sul fuocherello che si sta spegnendo. “Non sembra, ma è caffè.” Lo annuso, poi lo assaggio con cautela. E’ squisito. Guarda l’orizzonte. “Si, questo pianeta è bello. Ma vivete in una piccola gabbia dorata, che fra l’altro state demolendo. Consolati: nessuno ne sentirà la mancanza. Fuori ci sono soli e lune, galassie, torrioni di polveri cosmiche, reti neurali di particelle che ingabbiano lo spazio/tempo, rivolgimenti improvvisi di epoche e intere strutture portanti degli universi. Ci sono tunnel di caduta gravitazionale che collegano ammassi galattici, corridoi di buchi neri e le pulsazioni X che fanno da impalcatura a iperstrade elettromagnetiche. E’ un inferno caotico, ribollente di energia incontrollata, di colori violenti, di esplosioni convulse di stelle in un marasma giallo, rosso, viola. “ Di nuovo mi guarda, di nuovo mi sento sotto lo spillone. E che gli dico, a questo? Sembra una brutta copia di Guerre Stellari, fra un po’ tirerà fuori una spada luminosa dai pantaloni sformati. Mi guardo intorno, c’è qualcuno col cane, qualche ragazza con un libro, ma nessuno bada a noi. E adesso come mi libero di questo matto? “Dici ‘vivete’. Tu non sei uno di noi? Chi sei per sapere queste cose?” Ecco, non ho saputo resistere. “Non ci pensare. Quel calderone che ti ho raccontato brulica di vita, come si può dubitarne?” “Tu sei fatto come un uomo, un esemplare basato sul carbonio.” Fa spallucce. Troppo complicata, ma che vado a chiedergli? Pretendo una teoria cosmologica, da questo qui? Sarà fatto: inconsciamente cerco con lo sguardo pillole o siringhe fra le sue poche cose. O magari solo una bottiglia, basterebbe. Non vedo niente. E lui sorride. “Adesso devo andare. Il mio appuntamento, ti ricordi…” Guarda il bagnasciuga, e io seguo il suo sguardo. La risacca si solleva in un modo strano, come se la sabbia del fondo si gonfiasse e spingesse vero l’alto il flusso ordinato della corrente. L’acqua si alza in un gruppo di onde morbide, diventa ingombrante alla vista, poi cola di lato e appare una cosa assurda. Il collo grosso e lungo e il muso proteso di un animale che assomiglia molto a qualche sauro del cretaceo, di quelli che a volte uso nelle mie graphic novel. Testa (quattro volte la mia) e collo sono incoronati da una cresta arancione. Il mio interlocutore si avvicina all’animale e cominciano a comunicare, non so come. Lui parla, serio. La bestia no, ma annuisce spesso e si capiscono. Sto lì a guardare come un imbecille, quasi ipnotizzato dalla scena che ho davanti. Riesco a staccarmi il tempo di dare un’occhiata in giro. Un paio di ragazzi camminano mano nella mano, sono a dieci metri da noi ma non danno segno di aver visto quello che sta accadendo sull’arenile. Torna verso di me. “Scusa, adesso devo proprio andare. Non sono un mago: so le tue cose perché siamo telepati. Ti lascio solo una piccolo promemoria, se vorrai accettarlo: la tua mente è aperta e può contenere molte più cose di quelle che pensi, ma mentre esplori gli universi con la tua arte ricordati di vivere.” Spariscono in uno sbuffo, lui e l’animale, lasciando una risacca piatta e oleosa. “Ricordati di vivere”. Figurati, sembra di sentire Cora. La sua immagine si sfuma delicatamente e io comincio a scorgere la furia vitale di quegli universi ribollenti di un’energia inarrestabile. Cora ha ragione, e nel momento in cui mi accosto a una verità così semplice, mi allontano da lei e da quello che credevo amore. Forse per amare gli altri bisogna essere capaci di amare se stessi. Ci devo pensare, ma non adesso. Respiro il salso e mi riempio gli occhi con la superficie volubile dell’acqua. Poi mi caccio le mani in tasca e mi avvio verso casa. Per oggi ho vissuto abbastanza.
  14. Una fetta di luna spande il suo azzurro pallido nella stanza. Il vento sfiora le tende, che si muovono un po’. Dove sono? Che faccio? Mi gira la testa, anche stando sdraiato. Devo aver bevuto, e non poco. Ho la bocca impastata, sono sudato e mi tremano le mani. Cos’è successo, ieri sera? Adesso riconosco la lampada anni ’70, con le gocce d’olio colorato che navigano in un’acqua chiara e si mescolano al riscaldarsi dei liquidi. Sono a casa mia, in camera da letto. Ho qualcuna vicino. Oh no, la solita sorpresa del giorno dopo. Adesso non ho voglia di scoprire chi è, più tardi. Prima devo ricostruire. Dio che mal di testa. Guardo in aria, col tenue riflesso del neon del bar di Giorgio sul soffitto. Riconosco anche la crepa nell’angolo. Siamo andati a cena fuori, c’erano Thomas e Gianna e anche quello, come si chiama, Riccardo, con la sua nuova ragazza. Poi Bruno da solo perché è riuscito a farsi scaricare anche stavolta. E per la strada abbiamo anche raccolto quel matto di Giampiero che in compenso se ne andava a spasso con due sceme incollate, e non sapeva che farsene. Lui è bello, se lo può permettere. Tutti al Lounge di piazza Fiera, fanno dei cocktail fantastici. Io me ne stavo da solo e contavo di restarci. Con Chiara ho preso una scottatura come non mi capitava da tanto tempo, volevo solo bere e stordirmi. Giampiero ha anche tentato di affratellarmi con una delle sue svampite, ma gliel’ho rimandata al mittente. Non ero in palla, diciamo così. E poi? Siamo entrati al Lounge, e dopo? Maledizione. Avrei bisogno di un whisky, quello mi snebbierebbe di sicuro, ma non mi sento la forza per alzarmi. Chiunque sia la mia vicina di letto è girata contro il muro, ma quello che si intravede sotto il lenzuolo sembra un bel sedere. Bè, mi consolo, deve essermi andata bene. Se appena me lo ricordassi. Siamo rimasti lì un bel po’, poi è arrivata una ragazza, come si chiamava…Gloria, ecco sì, Gloria. Una bellezza meridionale, ambrata con le labbra scure. Due occhi di brace. Si è avvicinata, mi si è seduta accanto scalzando una delle sceme di Giampiero. Mi sussurrava qualcosa e il calore del suo respiro nel mio orecchio, assieme alla frustrazione per Chiara che ancora mi rimbombava dentro, congiurava contro la mia solitudine depressiva. Dev’essere lei, qui sdraiata con me. Per forza. Però dopo il suo arrivo cala la nebbia e non mi ricordo più niente. Detesto questa voragine in testa che ottunde il ricordo e il ragionamento, ma non posso farci niente. Si è alzato un vento feroce, e lampi guizzanti spaccano il cielo da lontano. Non riesco a muovermi, è come se avessi un masso sullo sterno che mi tiene giù. Anche spostare una mano è un processo lento. Sbatte un’imposta con violenza e allora la vedo: Gloria, la donna di ieri sera, crocifissa agli infissi della finestra. Le tende si muovono languide e a tratti velano a tratti scoprono i suoi occhi aperti e la bocca spalancata in un urlo che credo durerà per sempre. Indossa solo la camicia, strappata sul ventre e intrisa di sangue. Mi giro verso destra d’istinto. Adesso sì, voglio capire chi ho vicino. Lei sembra averlo capito e comincia a muoversi, piano. O forse sono io che vedo al rallentatore. Sento il calore del suo corpo. Si mette seduta; i capelli lunghi nascondono il viso, ma il braccio è rinsecchito e la mano che cerca la mia ha le vene in rilievo, le ossa che si spostano a ogni movimento, le dita contorte di artrite. Mi si è ingorgato in gola un urlo, cado dal letto e scendo frenetico le scale. La sbornia è passata, e qualcosa mi dice che non berrò più.
  15. Il diavolo sulle colline

    Grazie, alla prossima!
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