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LuigiM

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  • Compleanno 01/01/1988

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  1. LuigiM

    Autore cercasi

    Uno scrittore alle prese con un successo inaspettato si ritrova di fronte alla sua inettitudine, aggravata da una crisi creativa che rovinerà la sua vita. Ma, quando tutto sembra perso, la comparsa di un personaggio sconosciuto ribalterà la situazione, provocando conseguenze inaspettate.
  2. LuigiM

    Oggi e domani (2 di 2)

    Salvatore, grazie dell'analisi approfondita. Rivedrò i testi in alcuni punti che effettivamente vanno corretti: lo sguardo, la filettatura. E si, è il padre. Pensavo si capisse chiaramente. Passando ad altro. Sinceramente sono sorpreso. È il mio primo post e mi ero fatto l idea che le risposte al racconto sarebbero state inerenti alla storia, al ritmo e all'idea. Non un analisi così puntuale. Utilissima, ovviamente, ma non me l'aspettavo. Ma in effetti siamo tra scrittori. Ci sarà da stare attenti la prossima volta. Ciao. Alla prossima. Luigi
  3. LuigiM

    Ho visto cose...

    luigi, scherzo, neh (qui in WD siamo dei mattacchioni ) Peccato, pensavo di trovarmi tra gente serie.
  4. LuigiM

    Oggi e domani (2 di 2)

    Link commento. http://www.writersdream.org/forum/topic/25990-ho-visto-cose/?p=458060 Parte 1di2: http://www.writersdream.org/forum/topic/26170-oggi-e-domani-1-di-2/ OGGI E DOMANI di Luigi M. Parte 2 (di2) Il dottore scosse il capo. «Non va più. Ora tu non sei più il Signorino, ma il Signore di questa casa.» L’unica cosa che seppe fare era assentire. Era accaduto. Il Big Ben aveva suonato, dopo che era stato dieci anni (o erano undici?) a guardarlo grande e scandito. Ora lui poteva proseguire oltre quella mezzanotte. Un nuovo giorno cominciava. Calò il capo e guardò il pavimento, e il medico, forse credendolo in lacrime, gli appoggiò la mano sulla spalla. Il giovane sollevò lo sguardo verso il suo, cercandone gli occhi. Gli stessi che lo avevano visitato quando ebbe la polmonite mentre una voce gli chiedeva di aprire la bocca, per poi abbassargli la lingua con il manico del cucchiaio da cucina. Gli stessi di allora, mentre tutto intorno era cambiato. Era diverso: con meno desideri e meno speranze. «Il destino della famiglia è tuo ora. Tuo padre voleva passare alla storia undici anni fa, ma tu non lo sai. Fai che quello che voleva diventi reale!» Il dottore era stranamente accigliato mentre lo diceva e il giovane capì il motivo non appena ebbe un attimo per focalizzare. «Quindi, segna la storia con un tuo e suo squarcio!» «Questo ti ha detto di dirmi?» Il medico fece una smorfia, distogliendo lo sguardo e togliendo la mano. «Solo interessi di famiglia?» chiese l’uomo. «“Digli che gli voglio bene” sarebbe stato più apprezzato.» Il dottore lo guardò, poi lo aggirò per appoggiare i fagotti sul tavolo, scostando il libro. Di spalle disse: «Credo che capisse che non sarebbe stato il momento per dimostrazioni d’affetto. Nel suo ultimo fiato o dimostrava il suo amore per te o cercava di realizzare il suo sogno.» Il vecchio si voltò verso il giovane. La sua voce era un roco gorgoglio. «E ho idea che il suo sogno fosse stato più importante» finì, tornando a dargli le spalle. «Già. È sempre stato così.» «Ora tutto dipende da te. Però ti dico di non farti plasmare dal suo credo» disse il medico, mentre apriva i due fagotti. «Ciò ti lascia, oltre le proprietà e i soldi.» Il giovane si avvicinò e dopo che il dottore si spostò vide i due pezzi di velluto aperti, scorgendo in entrambi della carta appallottolata intorno a qualcosa. Aprì quello di sinistra come si fa con una sorpresa di Natale. Il dottore disse: «Oltre al suo ricordo!» La carta era arrotolata attorno a un coltello snello e fine, con il manico di ferro rosso e la lama che luccicava. Era molto affilato, si vedeva dalla filettatura bianca. Non ne capiva molto ma appena lo vide fu quello che pensò. Lo prese e girandolo vide che la lama era spessa quanto la copertina di un libro, poi lo riconobbe. «Ma questo è della collezione del circolo della caccia. Faceva già parte dell’eredità.» Era tranquillo, ma certo non lo disse con ironia. Aveva ancora l’altro punto interrogativo nell’altro cartoccio, ma a quello non riusciva ad avvicinarsi con sicurezza. Gli faceva più paura! Vedeva i bordi della carta macchiata di rosso. Quella era sicuramente carta da macellaio (grezza e spessa) ma le macchie di sangue gli sembravano esagerate. Grottesche. «Cosa c’è nell’altro?» domandò, diventando un po’ teso. Il dottore non rispose. Rassegnato il giovane si avvicinò e cominciò a scartocciare. Sui polpastrelli si depositò una specie di fuliggine marrone che pulì sui calzoni. Guardò il vecchio in cerca di aiuto e risposte, ma egli non fece e disse niente, guardando a terra. Così riprese ad aprire, infischiandosene di quella strana fuliggine sulle dita e sui palmi. Quando riuscì ad aprirlo rimase pietrificato per cinque secondi, poi portò le mani alla bocca e si allontanò dal tavolo. A tre passi di distanza guardò il medico e, solo allora, il vecchio gli diede altre parole da udire. «La sua eredità segreta. La sua condanna. Il suo nome!» «O mio Dio!» bisbigliò il ragazzo. Il medico prese il coltello dal tavolo, si avvicinò e glielo pose davanti. Il giovane aprì la mano e aspettò che il medico lo posasse delicatamente prima di chiuderla. «Ho giurato che avrei tenuto il segreto» continuò il dottore. «L’ho giurato sul suo letto nella sua ultima notte. Però voglio dirti di non sentirti costretto!» Il suo nome, pensò il giovane. Il suo nome! La mano gli tremò, e il coltello gli cadde conficcandosi nel legno del pavimento, bucando il tappeto e restando dritto. Il suo nome! Il suo nome! Il suo nome! «Non devi seguire il destino che aveva scelto tuo padre dieci anni fa, e che poi ha lasciato…» disse il vecchio. Il ragazzo lo guardò con un barlume d'odio. «Perché mi hai nascosto questo? Perché?» «Non sarebbe cambiato nulla... saresti diventato la stessa persona che sei adesso» disse il vecchio dottore per placare il ragazzo. «Ma cosa stai dicendo?» Ora il ragazzo era piombato di fronte al vecchio e lo teneva per il bavero del cappotto. Ma il medico non se ne curò, comprensivo, continuò: «Devi accettarlo… Devi accettare chi era tuo padre.» Il ragazzo lasciò la presa e cadde in ginocchio. Si portò le mani al viso e farfugliò qualcosa tra le lacrime. Squartatore. Squartatore. FINE
  5. LuigiM

    Ho visto cose...

    Secondo racconto letto di lui e confermo che Skorpio ha uno stile interessante per quanto semplice. Diretto e per nulla pretenzioso. Stile che reputo il migliore, senza una morale da insegnare ne una spiegazione. Io ti racconto una storia, tu ascolti. Seduti uno di fronte all'altro, allo stesso livello. Con parole semplici. Secche. Quello che cerchi lo troverai da te.
  6. LuigiM

    Oggi e domani (1 di 2)

    Ciao salvatore. Grazie dei suggerimenti. Sostituirei nel testo alcune osservazioni che mi hai fatto... se sapessi come si fa.
  7. LuigiM

    Oggi e domani (1 di 2)

    Link commento. (spero di aver fatto giusto) http://www.writersdream.org/forum/topic/26028-corsi-e-ricorsi/page-2#entry458036 OGGI E DOMANI di Luigi M. Parte 1 (di2) Tutte le generazioni hanno sempre avuto una cosa in comune: sanno ciò che è accaduto prima di loro ma ignorano il futuro. Il destino è come un uccellino che parte dal nido con molte possibilità di imparare a volare ed altrettante di precipitare nel fango. Se si cercano le proprie origini partendo dal cognome si vedrà che non tutte le famiglie attingono dal passato. Un calzolaio squattrinato può esser discendente di un duca, oppure da antenati che hanno origini molto più losche e poco lustri può discendere un arricchito che si nutre della disperazione altrui. Gli anni ci mutano. Certo il duca non poteva sapere che avrebbe perso buona parte dei suoi averi durante la peste e il resto al tavolo da gioco. Poteva solo vivere e sperare nel riscatto della sua progenie. Erano simili a questi i pensieri dell’uomo seduto alla tavola della sala da pranzo, in quella notte silenziosa, con la fronte tersa di sudore. Teneva aperto davanti a sé un libro con la fiammella della candela a far luce a pochi centimetri. Stava lì, a guardare le righe scritte, pensando. Fuori tutto era calmo, come sempre, e la nebbia, bassa sui viali, avvolgeva ogni cosa. La città era come ferma nel tempo. Era il capodanno del nuovo secolo. Il dolore era ormai assimilato. Dieci anni prima ne aveva provato tutto quello che non voleva, ma ora era questione di poco e ormai l’eventualità della cosa era prevedibile come vedere in pieno giorno l’ora sul Big Ben e avere certezza che a mezzanotte avrebbe suonato. Vedeva vivido il disfacimento del corpo del padre ed era sicuro che la sua mezzanotte fosse vicina. Quindi ora poteva cercare un po’ di rassegnazione e abituarsi a quell'immagine. Cercare un po’ di pace. Se fosse uscito in strada con il morale di appena dieci anni prima, pur essendo un ragazzo di vent’anni, se la sarebbe quasi presa con quella gente in festa. Il mondo ne vede tante, ora lo capiva, e non tiene conto della fine della corsa: pensa a farla, a percorrere tutto il tragitto fino all’ultimo alito. Una corsa in cui il traguardo non ti viene incontro, ma si allontana sempre più. Da giorni diceva a se stesso che erano solo sciocchezze e che doveva abbandonare quei pensieri. Forse quei chiodi che gli si conficcavano nel cervello erano dati dagli striscioni appesi per la città, dalla morte del vecchio secolo e dall'arrivo del nuovo. Si chiese se suo padre avesse potuto assistere alla nuova alba, con quel Sole nuovo che avrebbe ruotato attorno alla Terra per ancora un po’. La sera precedente, a un giorno da Capodanno, era passato per Piccadilly Circus. Aveva chiesto al cocchiere di fermarsi, ma lui era rimasto dentro la carrozza, dietro le tendine, a guardare i festanti passare per le strade con i loro carretti a urlare e a urlare ancora. C’era anche un brontolone dalla barba lunghissima e la pelata luccicante, con indosso strani abiti inadatti al freddo tremendo della Londra dicembrina, che invocava l'Apocalisse, ma non ci pensò a lungo etichettandolo subito come Pazzo Per La Fame. Molti si salutavano allegramente - alcuni con un trasportato tale che gli sembravano più matti del Pazzo Per La Fame - fermati solo dalla pioggia imminente. Quello fu l'ultimo rapporto con il mondo che riusciva a ricordare. Si riprese dal suo sguardo immobile sulle righe del volume con un battito di palpebre istantaneo. Guardò la grossa pendola accanto alla finestra, ed era (3 e 50 del mattino del secolo appena nato) molto tardi. O molto presto, comunque un orario da sonno. Chiuse il volume spostandolo al centro del tavolo e adagiò il capo sulle braccia. Si addormentò. Non profondamente. La candela ondeggiò con la sua fiamma. Un'ora dopo sollevò il capo e si sdraiò sullo schienale. Dalla candela cominciarono a colare gocce di cera sul tavolo di legno. Ore dopo, mentre stava dormendo sulla seggiola, la porta della stanza si aprì. Il medico, amico di famiglia, entrò camminando curvo in avanti e trascinando i piedi. «Signorino!» disse il medico, sottovoce. L’uomo sobbalzò e si svegliò di scatto. Guardò l’altro sulla porta e si alzò, massaggiandosi la nuca e poi la schiena. Vedendo poi che il dottore non gli andava incontro lo fece lui. Gli vide sotto braccio un fagotto di velluto rosso e un altro simile nella mano destra. «Come va?» domandò l’uomo al vecchio medico. (continua...)
  8. LuigiM

    Corsi e ricorsi

    Racconto davvero bello. Mentre leggevo ho pensato ad uno stile ridotto all'osso alla Borges, che ci poteva stare, ma qualcosa non mi convinceva: poca descrizione della scena, dei personaggi, di quello che succedeva. Con la lettura delle date credevo fossimo in un futuro molto avanti e vedevo necessario visualizzare la scena attraverso le parole, ma all'arrivo invece eravamo in un passato biblico arcaico. Ad un ciclico serpente che si morde la coda. Nel finale tutto ha acquisito un senso: se si fosse spiegato troppo, si sarebbe capito tutto troppo presto. Bello davvero. Divertente. Imprevedibile. Misurato ed asciutto.
  9. LuigiM

    La preda

    L'idea della minaccia celata nel buio che non viene mai rivelata è interessante, ma farei degli appunti che io personalmente rivedrei se fosse un mio racconto. Quindi osservazioni esclusivamente di gusto personale. Non mi è mai piaciuta la prosa posta al presente. La trovo forzata e disorientante, funzionale solo per il linguaggio cinematografico. Altra cosa riguarda l'approfondimento. Al termine del racconto non si analizza abbastanza il personaggio ne il contesto. La narrazione dovrebbe generare tensione, ma non ci riesce. Approfondirei l'uso del capoverso e del parlato, per dare ritmo nelle azioni e pause.
  10. LuigiM

    Oggi e domani di Luigi M.

    Tutte le generazioni hanno sempre avuto una cosa in comune: sanno ciò che è accaduto prima di loro ma ignorano il futuro. Il destino è come un uccellino che parte dal nido con molte possibilità di imparare a volare ed altrettante di precipitare nel fango. Se si cercano le proprie origini partendo dal cognome si vedrà che non tutte le famiglie attingono dal passato. Un calzolaio squattrinato può esser discendente di un duca, oppure da antenati che hanno origini molto più losche e poco lustri può discendere un arricchito che si nutre della disperazione altrui. Gli anni ci mutano. Certo il duca non poteva sapere che avrebbe perso buona parte dei suoi averi durante la peste e il resto al tavolo da gioco. Poteva solo vivere e sperare nel riscatto della sua progenie. Erano simili a questi i pensieri dell’uomo seduto alla tavola della sala da pranzo, in quella notte silenziosa, con la fronte tersa di sudore. Teneva aperto davanti a sé un libro con la fiammella della candela a far luce a pochi centimetri. Stava lì, a guardare le righe scritte, pensando. Fuori tutto era calmo, come sempre, e la nebbia, bassa sui viali, avvolgeva ogni cosa. La città era come ferma nel tempo. Era il capodanno del nuovo secolo. Il dolore era ormai assimilato. Dieci anni prima ne aveva provato tutto quello che non voleva, ma ora era questione di poco e ormai l’eventualità della cosa era prevedibile come vedere in pieno giorno l’ora sul Big Ben e avere certezza che a mezzanotte avrebbe suonato. Vedeva vivido il disfacimento del corpo del padre ed era sicuro che la sua mezzanotte fosse vicina. Quindi ora poteva cercare un po’ di rassegnazione e abituarsi a quell'immagine. Cercare un po’ di pace. Se fosse uscito in strada con il morale di appena dieci anni prima, pur essendo un ragazzo di vent’anni, se la sarebbe quasi presa con quella gente in festa. Il mondo ne vede tante, ora lo capiva, e non tiene conto della fine della corsa: pensa a farla, a percorrere tutto il tragitto fino all’ultimo alito. Una corsa in cui il traguardo non ti viene incontro, ma si allontana sempre più. Da giorni diceva a se stesso che erano solo sciocchezze e che doveva abbandonare quei pensieri. Forse quei chiodi che gli si conficcavano nel cervello erano dati dagli striscioni appesi per la città, dalla morte del vecchio secolo e dall'arrivo del nuovo. Si chiese se suo padre avrebbe assistito alla nuova alba, con quel sole nuovo che avrebbe ruotato attorno alla Terra per ancora un po’. La sera precedente, a un giorno da Capodanno, era passato per Piccadilly Circus. Aveva chiesto al cocchiere di fermarsi, ma lui era rimasto dentro la carrozza, dietro le tendine, a guardare i festanti passare per le strade con i loro carretti a urlare e a urlare ancora. C’era anche un brontolone dalla barba lunghissima e la pelata luccicante, con indosso strani abiti inadatti al freddo tremendo della Londra dicembrina, che invocava l'Apocalisse, ma non ci pensò a lungo etichettandolo subito come Pazzo Per La Fame. Molti si salutavano allegramente - alcuni con un trasporto tale che gli sembravano più matti del Pazzo Per La Fame - fermati solo dalla pioggia imminente. Quello fu l'ultimo rapporto con il mondo che riusciva a ricordare. Si riprese dal suo sguardo immobile sulle righe del volume con un battito di palpebre istantaneo. Guardò la grossa pendola accanto alla finestra, ed era (3 e 50 del mattino del secolo appena nato) molto tardi. O molto presto. Comunque un orario da sonno. Chiuse il volume spostandolo al centro del tavolo e adagiò il capo sulle braccia. Si addormentò. Non profondamente. La candela ondeggiò con la sua fiamma. Un'ora dopo sollevò il capo e si sdraiò sullo schienale. Dalla candela cominciarono a colare gocce di cera sul tavolo di legno. Ore dopo, mentre stava dormendo sulla seggiola, la porta della stanza si aprì. Il medico, amico di famiglia, entrò camminando curvo in avanti e trascinando i piedi. «Signorino!» disse il medico, sottovoce. L’uomo sobbalzò e si svegliò di scatto. Guardò l’altro sulla porta e si alzò, massaggiandosi la nuca e poi la schiena. Vedendo poi che il dottore non gli andava incontro lo fece lui. Gli vide sotto braccio un fagotto di velluto rosso e un altro simile nella mano destra. «Come va?» domandò l’uomo al vecchio medico. Il dottore scosse il capo. «Non va più. Ora tu non sei più il Signorino, ma il Signore di questa casa.» L’unica cosa che seppe fare era assentire. Era accaduto. Il Big Ben aveva suonato, dopo che era stato dieci anni (o erano undici?) a guardarlo grande e scandito. Ora lui poteva proseguire oltre quella mezzanotte. Un nuovo giorno cominciava. Calò il capo e guardò il pavimento, e il medico, forse credendolo in lacrime, gli appoggiò la mano sulla spalla. Il giovane sollevò lo sguardo verso il suo, cercandone gli occhi. Gli stessi che lo avevano visitato quando ebbe la polmonite mentre una voce gli chiedeva di aprire la bocca, per poi abbassargli la lingua con il manico del cucchiaio da cucina. Gli stessi di allora, mentre tutto intorno era cambiato. Era diverso: con meno desideri e meno speranze. «Il destino della famiglia è tuo ora. Tuo padre voleva passare alla storia undici anni fa, ma tu non lo sai. Fai che quello che voleva diventi reale!» Il dottore era stranamente accigliato mentre lo diceva e il giovane capì il motivo non appena ebbe un attimo per focalizzare. «Quindi, segna la storia con un tuo e suo squarcio!» «Questo ti ha detto di dirmi?» Il medico fece una smorfia, distogliendo lo sguardo e togliendo la mano. «Solo interessi di famiglia?» chiese l’uomo. «“Digli che gli voglio bene” sarebbe stato più apprezzato.» Il dottore lo guardò, poi lo aggirò per appoggiare i fagotti sul tavolo, scostando il libro. Di spalle disse: «Credo che capisse che non sarebbe stato il momento per dimostrazioni d’affetto. Nel suo ultimo fiato o dimostrava il suo amore per te o cercava di realizzare il suo sogno.» Il vecchio si voltò verso il giovane. La sua voce era un roco gorgoglio. «E ho idea che il suo sogno fosse stato più importante» finì, tornando a dargli le spalle. «Già. È sempre stato così.» «Ora tutto dipende da te. Però ti dico di non farti plasmare dal suo credo» disse il medico, mentre apriva i due fagotti. «Ciò ti lascia, oltre le proprietà e i soldi.» Il giovane si avvicinò e dopo che il dottore si spostò vide i due pezzi di velluto aperti, scorgendo in entrambi della carta appallottolata intorno a qualcosa. Aprì quello di sinistra come si fa con una sorpresa di Natale. Il dottore disse: «Oltre al suo ricordo!» La carta era arrotolata attorno a un coltello snello e fine, con il manico di ferro rosso e la lama che luccicava. Era molto affilato, si vedeva dalla filettatura bianca. Non ne capiva molto ma appena lo vide fu quello che pensò. Lo prese e girandolo vide che la lama era spessa quanto la copertina di un libro, poi lo riconobbe. «Ma questo è della collezione del circolo della caccia. Faceva già parte dell’eredità.» Era tranquillo, ma certo non lo disse con ironia. Aveva ancora l’altro punto interrogativo nell’altro cartoccio, ma a quello non riusciva ad avvicinarsi con sicurezza. Gli faceva più paura! Vedeva i bordi della carta macchiata di rosso. Quella era sicuramente carta da macellaio (grezza e spessa) ma le macchie di sangue gli sembravano esagerate. Grottesche. «Cosa c’è nell’altro?» domandò, diventando un po’ teso. Il dottore non rispose. Rassegnato il giovane si avvicinò e cominciò a scartocciare. Sui polpastrelli si depositò una specie di fuliggine marrone che pulì sui calzoni. Guardò il vecchio in cerca di aiuto e risposte, ma egli non fece e disse niente, guardando a terra. Così riprese ad aprire, infischiandosene di quella strana fuliggine sulle dita e sui palmi. Quando riuscì ad aprirlo rimase pietrificato per cinque secondi, poi portò le mani alla bocca e si allontanò dal tavolo. A tre passi di distanza guardò il medico e, solo allora, il vecchio gli diede altre parole da udire. «La sua eredità segreta. La sua condanna. Il suo nome!» «O mio Dio!» bisbigliò il ragazzo. Il medico prese il coltello dal tavolo, si avvicinò e glielo pose davanti. Il giovane aprì la mano e aspettò che il medico lo posasse delicatamente prima di chiuderla. «Ho giurato che avrei tenuto il segreto» continuò il dottore. «L’ho giurato sul suo letto nella sua ultima notte. Però voglio dirti di non sentirti costretto!» Il suo nome, pensò il giovane. Il suo nome! La mano gli tremò, e il coltello gli cadde conficcandosi nel legno del pavimento, bucando il tappeto e restando dritto. Il suo nome! Il suo nome! Il suo nome! «Non devi seguire il destino che aveva scelto tuo padre dieci anni fa, e che poi ha lasciato…» disse il vecchio. Il ragazzo lo guardò con un barlume d'odio. «Perché mi hai nascosto questo? Perché?» «Non sarebbe cambiato nulla... saresti diventato la stessa persona che sei adesso» disse il vecchio dottore per placare il ragazzo. «Ma cosa stai dicendo?» Ora il ragazzo era piombato di fronte al vecchio e lo teneva per il bavero del cappotto. Ma il medico non se ne curò, comprensivo, continuò: «Devi accettarlo… Devi accettare chi era tuo padre.» Il ragazzo lasciò la presa e cadde in ginocchio. Si portò le mani al viso e farfugliò qualcosa tra le lacrime. Squartatore. Squartatore.
  11. LuigiM

    Un abbraccio - LuigiM

    Si, King ha lasciato una ferita indelebile ormai. Sarà perché il mio primo libro in assoluto è stato La lunga marcia. Anche se sto cercando di avere uno stile più asciutto del suo. Che tanto, il Re non si batte.
  12. LuigiM

    Un abbraccio - LuigiM

    Signori e signore, buonasera. Un saluto agli amanti della parola stampata. Mi chiamo Luigi e da tempo desideravo un posto in cui confrontarmi con appassionati per scrittura e lettura per consigli, opinioni e discussioni. Il forum non lo conoscevo, ma vedendo le varie discussioni e gli argomenti mi sembra molto attivo su argomenti che mi interessano. Detto il motivo per cui sono qui, arrivo a dirvi qualcosa di me. Amo da quando sono bambino il creare storie (ho iniziato con racconti indecenti su una macchina per scrivere dal nastro consumato) attraverso parole e disegni. Romanzi, racconti e fumetti. Sulla qualità non mi pronuncio, ma ho la presunzione di dire che sono migliorato rispetto ai miei 10 anni. Il mio scrittore preferito è Stephen King, su cui probabilmente ho formato il mio stile e continuamente attingo. Per ora ho pubblicato un libro in modo indipendente su internet; interessandomi della grafica, illustrazioni e copertina; e credo di continuare così con i prossimi se non avrò la fortuna di avere un editore. Avrò piacere di farvi leggere qualche mio racconto e sapere le varie opinioni. Saluti Luigi M.
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