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gecosulmuro

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gecosulmuro ha vinto il 28 marzo 2016

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293 Strepitoso

Su gecosulmuro

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    Commentatore
  • Compleanno 27/06/1959

Informazioni Profilo

  • Genere
    Uomo
  • Provenienza
    Roma
  • Interessi
    Science Fiction, Fantasy, Grande narrativa classica, Sperimentazione, Esordienti
    Scrittura racconti/romanzi

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  1. gecosulmuro

    Dopo e di nuovo ora

    Sublime, ma da riscrivere.
  2. gecosulmuro

    Di parole perdute e di crateri lunari

    Mi è piaciuto il modo, a mio avviso magistrale, con cui hai sviluppato la storia in termini di equilibri interni, cioè di proporzione tra espressione e significato. Il tema, nostalgico e sentimentale, non è di quelli per cui impazzisco, ma la narrazione mi è sembrata mostrare una notevole padronanza del "genere" in cui presumo di identificare il testo. Ci ho visto anche un po' di editing da fare, a cominciare dalla punteggiatura, ma debbo riconoscere di essere stato impressionato dalla visione convincente e compiuta del soggetto, che è stato sviluppato senza inciampi e senza banalità su un blocco abbastanza lungo. Certi dettagli psicologici, "buttati", direi, ad arte qua e là, mi sono sembrati indovinatissimi, anche se, alla fine, aprendo e chiudendo subito una parentesi sul contenuto, non sono altrettanto convinto del fatto che nel mondo reale il protagonista avrebbe in qualche modo "ritrovato" il suo "vero amore" dopo cinquant'anni, o che dovesse l'infelicità a una specie di "blocco" emotivo che gli avrebbe impedito di trattenerla, come pare lasci intendere senza intenderlo. Tuttavia, va anche detto che la felicità ritrovata nella senilità ha funzionato alla grande con Marquez (L'amore ai tempi del colera), quindi, anche in questo, alla fine, potrei sbagliare.
  3. gecosulmuro

    Ora, prima e prima ancora

    Senza parole
  4. gecosulmuro

    FMR film e musica fuori dal racconto

    Per quanto mi riguarda, non ho limiti alle pizzate o ai giochi.
  5. gecosulmuro

    Sono solo stasera senza di te

    Pochissimi "peccati" capitali o, se ce ne sono, non ne ho visti. E' un sollievo commentare qualcosa senza dover "compensare" la sintassi o le inevitabili piccole distrazioni di punteggiatura durante la lettura, tuttavia, qualcosa potrebbe essere migliorata, come l'incipit, che non è scorrevolissimo: "Dall'interno il finestrino era un poco appannato, Clelia però continuava a distinguere chiaramente le fiamme della raffineria dalla luce dei lampioni che illuminavano l’autostrada sulla quale lei e Marco stavano viaggiando." Avrei detto, forse: "Il finestrino dell'auto, all'interno, era appannato, ma Clelia riusciva lo stesso a distinguere il bagliore delle fiamme che proveniva dalla raffineria dalla luce dei lampioni dell'autostrada su cui viaggiava con Marco..." Anzi, diciamo che non lo avrei comunque scritto così, ma che per me era importante togliere qualcosa, come "un poco" (superfluo in una drammatizzazione), l'avversativo (però) dopo il nome proprio (Clelia) e collegare meglio le "fiamme" alle "luci" specificando una qualche proprietà in comune ("bagliore") che desse conto di un nesso non così immediato da capire (cioè il fatto che era la luce delle fiamme a confondersi con la luce dei lampioni, non, ad esempio, il calore). Diciamo anche che, al di là della scrittura quasi esente da problemi, c'è un modo di "porgere" il testo che risente (forse) di un problema, secondo me, molto comune, cioè il fatto che l'autore, che conosce benissimo la sua narrazione, tende inconsciamente a "sottrarre" piuttosto che "sommare" all'inizio del testo. Ci si dimentica che il lettore, per almeno due o tre righe, non sa proprio niente di niente di ciò che sta leggendo: non sa se è notte, se è giorno, se è estate o inverno, se piove o il cielo è terso, se la vicenda si sta svolgendo all'aperto o al chiuso, ecc. Pur senza svelare tutto subito, occorre "accompagnarlo" un po' evitando qualsiasi cosa possa dar luogo a doppie interpretazioni o che aggiunga informazioni superflue. Detto questo, sono rimasto un po' "così" dall'improvviso passaggio al presente dell'ultima frase. Dolente, ma proprio non ci sta: "Il loro amore era semplice, nulla più". Comunque, tolte e pignolerie, che non so quanto siano d'interesse, mi ha lasciato un po' freddo il personaggio di lei, in particolare per la sua "crociata" per formare generazioni "più consapevoli". Non so cosa ne pensi, ma l'idea di riuscire a inculcare un po' di interesse per il passato in una mente giovane, propensa solo ad '"agguantare" quante più opinioni possibili piuttosto che a cercare luce nella faticosissima analisi dei fatti, mi sembra un po' troppo idealizzata. Non riconosco la gioventù di questa o di qualsiasi altra generazione in questa idea di "educazione", i giovani di oggi non fanno che rifare precisi uguali gli sbagli dei giovani di ieri, così come faranno quelli di domani. La gioventù è anche questo, non se ne esce. E', insomma, lo "spessore" psicologico a lasciare un po' a desiderare. L'idea dell'amore che è amore e basta va benissimo, ma avrei voluto dei personaggi un po' più di "pancia". In conclusione, per me, la scrittura è a buon punto, ci vuole però un po' più "contenuto".
  6. gecosulmuro

    Errichetto

    Mi è piaciuto: l’uso creativo dei motteggi del parlato giovanile (o magari non solo giovanile) e, più in generale, delle espressioni “idiomatiche” “tipiche” (di cosa, non saprei, ma mi sono sembrate ben omogenee): tutte queste cose, ben dosate, fanno dello “stile” qualcosa di stimolante e di unico (“digossino” mi ha fatto morire). La vicenda ridotta ai minimi termini: in pratica è la narrazione di un breve incontro tra due personaggi con l’aggiunta di poco più di una breve connotazione degli stessi. Di Errichetto sappiamo in pratica solo quello che il protagonista-narratore ci dice, anzi, in effetti quello che veniamo a sapere di lui dice molto più del protagonista che di Errichetto. Non mi è piaciuto: Alcune “inverosimiglianze”, come il protagonista che si lagna in continuazione di sentirsi vecchio (è un fottuto stereotipo), la visione un po’ da “anti-stato” (stampa clandestina? In un mondo dove tutti sparano impunemente le cazzate più assurde ci sarebbe qualcosa di seriamente clandestino?) Concludo con una sintesi: scrittura ottima, ricca di “pieghe” interessanti, ma la storiella è un po’ banale.
  7. gecosulmuro

    Rosina e Furio

    Ho quotato perché capita di rado vedere un incipit così pulito. Si legge senza sforzo: niente inutili avverbiature, nessuna espressione ricercata, discorso diretto e in terza persona, pochi elementi essenziali ma ben scelti danno subito un'immagine chiara ed efficace della scena. La punteggiatura, però, non mi convince molto: il frammento è scritto bene e lo si potrebbe leggere d'un fiato, basterebbe qualche virgola. Sono un po' perplesso anche per il brusco modo di entrare in argomento. I personaggi stanno facendo qualcosa di narrativamente significativo, ma non sono stati 'presentati'. Non sappiamo chi sono, cosa è successo prima, qual'è la natura esatta della loro relazione e tante altre cose come questa. Troppe informazioni importanti ai fini dell'interpretazione della scena vengono lasciate al 'dopo' contando sulla compiacenza, tutt'altro che scontata, di chi legge. Non è il cinema, dove le immagini aiutano, questa è narrativa, ci vogliono parole per 'vedere' i personaggi, capire di che umore sono, che età hanno, che aspetto hanno, ecc. Il trucco è nel non dare tutte queste informazioni in una volta sola, ma nell'anticiparne solo alcune giusto per ridurre il 'debito cognitivo' a livelli accettabili. Passando ad altro, la storia è convincente ma non avvincente, si tratta, in fondo, dell'amore-per-sempre. Il risultato è un po' come "Avatar" : fatto benissimo ma non particolarmente originale. Tuttavia, per me, nel suo complesso, il testo è una "buona scrittura" (a parte, forse, qualche correzione qua e là) e ci vedo una certa "mano". La pulizia dell'incipit è anche nel resto, segno, probabilmente, di padronanza. Complimenti.
  8. gecosulmuro

    L'onda perfetta

    Ok @Gà, qui il "tu" è la prassi. Non ho nulla contro la sedimentazione o il suo uso in metafora e non so nulla delle modalità usate normalmente in chimica per descriverla (che potrebbero fare eccezione rispetto alla grammatica "ufficiale"), ma credo che tu abbia usato un verbo intransitivo in modo transitivo. "... sedimentava il suo corpo sul materasso..." (transitivo) "... il suo corpo sedimentava sul materasso..." (intransitivo). Per il resto, non ho visto grossi "problemi" di sintassi, a parte la punteggiatura.
  9. gecosulmuro

    L'onda perfetta

    Sostituendo molti dei punti con delle virgole e togliendo, invece, delle virgole qua e là, il testo finisce con lo scorrere benissimo, tanto che viene da chiedere: perché tutti quei punti? E' forse un tuo stile? Per le virgole, invece, sono abbastanza sicuro che alcune vanno tolte e basta. Per andare avanti, immaginerò un'altra punteggiatura (non è troppo difficile trovare quella "giusta" poiché le frasi sono concatenate bene) e passerò a ciò che mi ha convinto meno. Comincio dall'incipit: "Quel giorno era cominciato..." "Quel" è spiazzante. Il lettore non sa niente di "quel giorno" poiché non sa niente della tua storia e non può avere ancora modo di distinguere "quel" giorno da un qualsiasi altro giorno. Iniziando il racconto con un "quel" si finisce col contrarre una specie di "debito cognitivo" che viola il tacito patto tra scrittore e lettore che prevederebbe la regola che chi legge non debba mai essere costretto a immaginare qualcosa a partire da zero. Il lettore dovrà di sicuro immaginare più volte, ma solo dopo che avrà avuto degli spunti. Insomma "Il giorno era cominciato..." "Anzi, non era cominciato affatto, perché la notte non era ancora finita..." Hai appena costretto il lettore ad "appuntarsi" "quel giorno" e subito dopo gli dici che non esiste nemmeno perché era ancora notte. Quello che appare, qui come altrove, è come un tentativo di inseguire a tutti i costi la suggestione, che descrivo come il voler "far colpo" sul lettore con delle "frasi a effetto" piuttosto che con la paziente costruzione del senso. Di "suggestioni", infatti, ce ne sono molte, alcune anche un po' dubbie ("sedimentare" è un verbo intransitivo). Passando ad altro, annoto che questo è ancora un racconto in prima persona. Quello del racconto in prima è, qui nel WD, una specie narrativa iper-inflazionata, un malanno, un modo di raccontare abusatissimo. Non so perché sia tanto in popolare (a me, ad esempio, non viene affatto spontaneo), ma debbo prendere atto che è così praticamente ovunque. Al netto delle mie antipatie verso questa specifica scelta di stile, debbo però farti i complimenti per l'assemblaggio dei pezzi nel loro complesso. Le varie parti della narrazione sono equilibrate e si incastrano bene a vicenda, anche se in qualche punto sono un po' oscure (a un certo punto, non si capisce se parla della sorella o della madre o di entrambe come una cosa sola). Credo ci sia ancora da lavorare sul lessico (certe parole sembrano usate in modo improprio) e, appunto, sul voler "suggestionare" il lettore con avverbi superflui o frasi a effetto.
  10. gecosulmuro

    Nelly

    @Floriana, grazie per il commento a questo racconto e al suo stile, forse, un po' involuto, dovuto alla "scommessa" di scrivere una storia completa senza superare il limite di battute. La "schiatta del fosfato" è un'estrema riduzione del concetto di "dinastia industriale che ha costruito una fortuna con le miniere di fosfato di cui è ricca la contea di Laramie (tutti fatti veri: che a Laramie ci siano dinastie industriali, che queste abbiano fatto fortuna lì e che lo abbiano fatto con il fosfato, anche se questo non è la sola risorsa mineraria di Laramie)". Ho pensato che forse un personaggio nato e cresciuto in quell'ambiente avrebbe "motteggiato" il "rampollo" di una tale dinastia proprio con un'espressione del genere: "schiatta del fosfato". Non poterono condividere quel che avevano fatto, non con altri, Non poterono parlare con nessuno di ciò che avevano fatto poiché il piano era che Harold avrebbe messo incinta Nelly e poi avrebbe sposato Mercy. ma la volontà di Mercy fu più forte delle incertezze e trascinò quella dei due procreatori Attuare un piano del genere, (far crescere a Mercy, che non poteva avere figli, il figlio di Nancy, facendolo passare per suo e mentendo a tutti per tutta la vita) avrebbe richiesto molta determinazione. E' improbabile che tutti e tre fossero ugualmente saldi nell'intento poiché di solito, in un gruppo c'è qualcuno psicologicamente più forte degli altri. In questo caso, appunto, il più forte è Mercy, che fu "più forte" di tutti i dubbi, cioè più capace degli altri due di non farsi sopraffare dal pensiero delle conseguenze di un simile progetto. Fu la roccia cui si aggrapparono come naufraghi Si vuole dire che, a livello psicologico, Harold e Nelly trassero forza dalla determinazione di Mercy. Qui l'ho detto con una figurazione. ebbri del nuovo potere sulla vita conseguito da sé stessi Hanno fatto qualcosa che la maggior parte delle persone non avrebbe mai il coraggio di fare. Una simile consapevolezza può essere esaltante e portare a concepire idee controvertibili, come quella di avere "potere" sulla vita. un’ancora, un ceppo, la sicurezza che serviva parlo del coraggio di Mercy, ancora in modo figurato e che, fin quando tutto pareva nuovo, funzionò davvero I protagonisti "vedono" ora il mondo con occhi nuovi, da una prospettiva completamente diversa da qualunque cosa conoscessero prima e da qualunque cosa le persone "ordinarie" sono anche solo in grado di immaginare. Fin quando tale nuova prospettiva ha, appunto, un carattere di novità, essa è esaltante, ma la novità (qualsiasi novità) prima o poi smette di essere tale e al suo posto subentra la quotidianità, dove il peso delle scelte si fa sentire. Harold, alla fine, tradisce Mercy con Nelly.
  11. gecosulmuro

    [MI 125] Vitriolage

    Dunque… Non credo di poter parlare davvero di psicologia femminile (dove con ‘femminile’ intendo una mera connotazione biologica senza altri sottintesi), ma trovo interessante il fatto che tra il personaggio e quanto so di storie reali di donne perseguitate dal partner ci siano dei riscontri, poiché il racconto di episodi di molestie, stalking, violenze grandi e piccole di cui so hanno elementi in comune e somigliano a quelli che ho letto. Credo perciò che il personaggio non sia ‘stonato’, ma molto bene ‘accordato’, e che rispecchi, in molti particolari ciò che di solito si narra di un episodio di sopruso. A questo punto ci metto una citazione: diceva Simone de Beauvoir che ‘donne non si nasce, lo si diventa’ intendendo il fatto che la parola ‘donna’, con le sue connotazioni culturali e il suo portato semantico, sia un’etichetta, un condizionamento imposto dalla società attraverso i modelli culturali dominanti, o, se vogliamo, una ‘narrazione’ dell’essere donna (o uomo) fatta apposta per cucirti addosso certi atteggiamenti piuttosto che altri. Questa sovrastruttura mentale è fatta per essere funzionale alla definizione di ruoli socialmente utili, anche se artificiosi e, aggiungo, profondamente illiberali, ma in metafora, Simone, voleva andare oltre e dire che 'sotto la gonna' c’è prima di tutto una persona, col suo sacrosanto diritto a essere rispettata non come ‘donna’ (o ‘uomo’), ma, appunto, come persona. Anche a me, come forse alla Beauvoir, non piace l’idea che esista un rispetto specifico per le ‘donne’, poiché penso che questo sia un concetto sessista. Il rispetto, quello vero, è un valore universale, che si applica allo stesso modo a chiunque, senza distinzioni. Non dovremmo quindi parlare di ‘femminicidi’, ma di omicidi e basta, poiché la violenza, il sopruso, la subordinazione, la vessazione, sono ugualmente odiosi, chiunque ne sia vittima. Dunque, alla fine, questa è la storia di una persona che non viene rispettata. Questa persona, è ‘limitata’ da due cose: la prima, più ‘superficiale’ dal punto di vista biologico poiché appartiene al raziocinio, all’elaborazione, è però, forse, la più importante, ed è quella di non avere sottomano categorie culturali o espressive per ‘narrare’ il suo disagio. Le è stato insegnato a ‘non esprimere’, a non accompagnare con la parola l’impulso (al contrario dei ‘maschietti’, che invece vengono incoraggiati a parlare apertamente di tutto, anche a costo di risultare grossolani) e si trova in difficoltà a descrivere, cioè a ‘narrare a se stessa’, quanto sta vivendo. La sua ‘narrazione del sé’, come accade in realtà, si perde in dettagli insignificanti e, quando è in difficoltà, diventa autoreferenziale in un tentativo di far proprio anche il peggio pur di impedirsi di desiderare in modo sano di cavare gli occhi a quel fottuto bastardo. Non coglie il centro perché, appunto, il ‘ruolo’ che le è stato cucito addosso dalle convenzioni non prevede la rivendicazione di un retto senso di amor proprio e non ha, insomma, i ‘paletti mentali’ che aiutano i maschi a capire quando viene superato il limite. La seconda limitazione, che non è una vera limitazione, è nell’impulso biologico. Sarà brutto da dire, ma nel profondo il personaggio vuole proprio questo: un uomo forte. Soffre per i malcapitati, ma non si sogna nemmeno di fare qualcosa per fermarlo poiché dovrebbe scegliere tra ciò che è socialmente commendevole e ciò che la natura ha previsto per lei. Non avendo i ‘paletti’ di cui si è parlato, non si accorge dello sconfinamento. Il suo uomo è un sociopatico, almeno per il nostro mondo, ma, in senso biologico, è perfettamente programmato per il pleistocene e ci si trova benissimo. Infine, la tesi è questa: il personaggio è, in un certo senso, vittima di sé stessa ma per dei motivi solidi, durevoli, molto più forti dei nostri patetici tentativi di raziocinare il nocciolo stesso della vita. Veniamo alla narrazione. “… Non aver capito subito fu il mio grande limite.” Nel senso detto sopra, è perfettamente logico che il personaggio non “capisca subito”, perciò, la frase appare un po’ insincera. ”… mi trapanavano in egual misura il petto” A parte la ‘simmetria’ un po’ frusta (“in egual misura”), non credo che la narrazione sia sincera, voglio dire che non mi appare il tipo di pensiero che vada d’accordo col non fare assolutamente niente. “… io dopo aver scambiato la sua aggressività per premura” Insomma… direi che ce ne vuole davvero… “scambiare” è un po’ ambiguo, può indicare sia un abbaglio che un atto intenzionale. Userei un altro verbo. “… Mai una violenza fisica, mai un rimprovero. Solo pensieri amorevoli.” Sembra il commento della ‘Sora Cecioni’ (Franca Valeri). Frasi fatte, il tipo retorica che si usa per friggere un po’ d’aria col vicino di casa. “… Eppure, nulla di ciò entrò nei miei pensieri quella sera” La faccio passare perché in un contest si va di fretta, ma non sembra proprio elegante dal punto di vista letterario. “… Aver evitato la cecità è l’unico sconto che i miei limiti mi hanno concesso” Sembra un delirio di onnipotenza autoreferenziale. Aver evitato la cecità è stata una botta di culo, non altro.
  12. gecosulmuro

    Nelly

    I "saltaccapo" sono solo alcune delle tante disgrazie tipografiche figliate dalla cultura "surfata" dei nostri tempi Prendo nota volentieri: non bene. . Odio costringere il lettore a rileggersi una frase, perciò, al netto della narrazione a incastro, se "si fatica" a "dedurre" vuol dire che ho sbagliato qualcosa.
  13. gecosulmuro

    Nelly

    Grazie @Rica per il corposo commento in cui forse hai messo più lavoro di quanto ne abbia messo io nello scrivere il pezzo . Apprezzo la tua analisi puntuale e centrata, che condivido anche al netto degli complimenti, e prendo atto delle manchevolezze, che ci sono e che, in effetti, non fanno capire subito che è Nelly ad essere incinta, non Mercy. Odio lasciare in sospeso il senso di qualsiasi frase e considero questo un errore da matita rossa. Condivido con te l'antipatia per Harold, che mi sta molto sul c..., ma credo che sia un tipo d'uomo niente affatto raro e penso che le sue scelte rispecchino davvero un modo di sentire diffuso tra certi "maschi", perciò l'ho raccontato così. Harold non ce l'ha con le donne, né le considera da meno, semplicemente, non ama prendersi le sue responsabilità. Anche Mercy e Nelly non sono tutto rosa e fiori, ma credo che alla fine sia Mercy la più forte e per questo viene "premiata" sia pure in un modo un po' improbabile.
  14. gecosulmuro

    Nelly

    Dénghiou...
  15. gecosulmuro

    Nelly

    Commento @Panurge In quell’opaco pomeriggio d’autunno, per qualche ora, Nelly irradiò pura estasi. Nella veste da damigella, offriva le spalle scoperte alla frizzante brezza del Wyoming mentre seguiva Mercy, accompagnata dal padre, nella chiesa battista di Cheyenne, la più grande di Laramie, una sontuosa architettura in rossa argilla Vedauwoo ornata da bianche liste di calcare modanato. Andate a vederla. Pochi ingredienti, essenziali ma decisivi, contribuivano a quella felicità: il suo carattere solare, il matrimonio della sorella col rampollo d’una qualche vattelappesca schiatta del fosfato e il figlio di quest’ultimo nella pancia. Ne avevano parlato molto, tutti e tre, poi ne avevano riparlato ancora, smontando ogni singolo tassello di quel progetto troppo voluto per essere vero e troppo vero per essere voluto. Mercy non poteva diventare madre, non nel modo ovvio, né voleva ricorrere ad altro, come l’adozione. Voleva un bene tutto suo, da sentire subito, d’istinto, un bene che s’inchinasse al suo carattere ribelle e volitivo. Il solo modo era la gemella. Doveva essere fatto insieme. La notte in cui Harold copulò con Nelly, Mercy era nello stesso letto, nuda, a guidarne il membro tra le cosce di lei. Per farlo, s’intende, avrebbe dovuto sfiorarla nelle parti intime, ma nonostante questo non aveva ugualmente voluto cedere sul punto: si doveva fare così, il futuro sarebbe stato imbrigliato e avrebbe avuto due madri. Non poterono condividere quel che avevano fatto, non con altri, ma la volontà di Mercy fu più forte delle incertezze e trascinò quella dei due procreatori. Fu la roccia cui si aggrapparono come naufraghi, ebbri del nuovo potere sulla vita conseguito da sé stessi, un’ancora, un ceppo, la sicurezza che serviva e che, fin quando tutto pareva nuovo, funzionò davvero. Poi, Harold sentì il bisogno di essere ancora uomo con chi gli stava dando un figlio e per la prima volta, da quando l’aveva conosciuta, volse lo sguardo dalla sola autentica compagna che avesse mai avuto. Un lago di dolore trattenuto tracimò dall’animo di Mercy e si riversò, non troppo in metafora, sul suolo di granito dell’atrio monumentale della dimora avita. Cadde da dodici piedi, salutando un improbabile rifacimento del David mentre tentava di abbracciare la Fine di Tutto. Ma non ce la fece. In quell’opaco pomeriggio d’autunno di cui s’è detto all’inizio, Nelly sistemò il velo sulla carrozzella in modo che non potesse impigliarsi nelle ruote. Mercy, ora, era per sempre nelle sue mani insincere e Nelly, con un sorriso caldo come l’estate, abbagliò l’uomo che aspettava all’altare, trepidante, in attesa della sua sposa. Mesi dopo, stavano ancora condividendo il destino, che ora si concretizzava in quei due esseri infermi, l’uno folgorato dall’incapacità di avere a che fare con sé stessa, l’altro dalla lotteria dei cromosomi. Impotenti, i due si inoltrarono mano nella mano nel sentiero dell’accudimento perpetuo, senza un vero sentimento d’amore, senza il senso di essere per qualcuno. Anni dopo, ingrigiti, spento da un pezzo il fuoco della passione, seppellirono il piccolo, morto a causa dell’anaffettività, non certo per la spina bifida. Ormai sola – in un senso assai reale – Nelly cominciò a vagabondare, allontanandosi sempre più dal suo nido d’Amore Perfetto, incapace di stare ma, allo stesso tempo, incapace di andare davvero. Harold, che approfittava ormai di ogni occasione per non incrociarla, cominciò a guardare più spesso la silenziosa figura che un tempo aveva creduto di amare e dopo qualche mese, a dispetto di tutte le ragioni della scienza, che a volte ha torto, questa si scoprì in dolce attesa.
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