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  • Pieve Cipolla


    gianpiero pisso
    • Formato/i: Cartaceo, Ebook

    Romanzo umoristico, secondo classificato al Concorso Nazionale per editi e inediti "Parole di Terra" 2016/17.

     

    Pieve Cipolla, nelle Alpi bergamasche, uno dei tanti borghi delle nostre splendide vallate, è nato dalla fantasia dell’Autore. Non affannatevi a ricercarlo sulle cartine geografiche. Non lo troverete. In buona parte è però stato creato sulla base delle caratteristiche che accomunano i nostri paesini montani con economie basate sulla pastorizia, sull’agricoltura, sull’artigianato locale, dove gli anziani trascorrono il loro tempo giocando a carte, a bocce, bevendo qualche bicchiere di vino rosso in compagnia e raccontandosi le storie di tutti i giorni, perfino quelle che parlano di mostri orribili, creature terrificanti che giurano di aver visto tra i boschi e i pascoli della valle. I giovani attendono il momento propizio per lasciare il loro luogo natio, alla ricerca di fortuna altrove, dove le industrie, quelle vere, possono offrire opportunità concrete per le loro carriere e ambizioni, soddisfacendo parimenti il loro desiderio di evasione e di libertà. Questi paesini si depauperano ogni giorno, ma alcuni riescono fortunatamente a sopravvivere, conservando le loro economie ataviche, pur con enormi difficoltà e problemi. In questi borghi, tra le nostre montagne, tre sono le autorità riconosciute, quelle attorno alle quali ruotano il mondo rurale e gli interessi dei loro abitanti: l’autorità religiosa, rappresentata dal parroco del paese, sempre disponibile ad aiutare i suoi parrocchiani e impegnato nella cura delle anime; quella sociale e politica, impersonata dal primo cittadino eletto a tale carica e quella legale, che assicura la sicurezza e l’ordine del paese e che è garantita dal maresciallo dei Carabinieri. Esistenze, modi di intendere la vita, interessi e personalità talvolta diversi gli uni dagli altri, ma con il medesimo fine: cercare di donare benessere e prosperità alla comunità, costituita da paesani dalle mani callose e dalla cultura non sempre sviluppata, alla perenne ricerca di stratagemmi per raggranellare il necessario per sbarcare il lunario, talvolta utilizzando anche mezzi non propriamente leciti. In questi borghi, spesso difficilmente raggiungibili, dove talvolta il forestiero è guardato con ostilità, due qualità, mescolate tra loro, contribuiscono a forgiare il carattere degli abitanti: la generosità, estrinsecata nell’aiuto al prossimo e nel soccorso ai più deboli e l’orgoglio di avere in comune la nascita in quella valle, di sentirsi membri privilegiati di un’enclave che già era appartenuta ai loro padri, e ai nonni e ai nonni dei nonni. In genere questo porta gli abitanti della valle a diffidare degli stranieri, coloro che non abitano in valle, e a interessarsi, talvolta in modo eccessivo, dei fatti altrui, senza però che ciò venga visto come invasione della privacy o sconfinamento nella sfera privata. Questo comune provare un marcato senso di appartenenza dà agli abitanti di questi borghi il coraggio della critica e dello scambio di vedute, ma li rende anche proni a emettere giudizi affrettati e non sempre rispondenti a realtà, a una certa predisposizione al pettegolezzo e in alcuni casi anche a cavalcare la maldicenza e la ritorsione, portata a termine con piccoli dispetti.

    Un romanzo alla Guareschi, l’ideatore di Peppone e don Camillo ma senza politica e con molti personaggi maschili e femminili che ruotano attorno agli amici dello scopone scientifico che si incontrano tutti i pomeriggi al Circolo Bocciofila Ungaretti, davanti a un buon bicchiere di vino e che si raccontano e confidano le loro avventure, le loro aspirazioni, le loro vite e anche i loro amori.                                                                                                 

                                                                     

                                                           


    Isbn: 9788899964351
    Numero di Pagine: 212
    Storia Collegata:


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    INCIPIT DI PIEVE CIPOLLA, DI GIANPIERO PISSO, EDITO DA LE MEZZELANE

     

    «Io l’ho sempre detto. Non mettere mai la mano sul fuoco se in ballo c’è l’onore di una donna», bisbigliò il Rosso, che di femmine se ne intendeva perché in gioventù aveva saltato la cavallina. Poi si era sposato, solo civilmente però, ma il matrimonio era durato poco più di un anno prima di sciogliersi come neve al sole. La separazione era stata inevitabile, dopo che aveva sorpreso la sua metà a letto con un rappresentante del Folletto. 
    «Inoltre ci sono femmine che esteriormente sembrano di ghiaccio e poi si rivelano magma bollente. Ersilia è certamente una di queste.» 
    «Parli per esperienza personale? Che ne sai di quella donna?» s’intromise Augusto Chiodini da un tavolo vicino. Era l’uomo più brutto del paese, forse anche di tutta la val Seriana, si dava però arie da grande viaggiatore perché in vita sua si era spinto per ben tre volte fino in Svizzera. Non Losanna o Lugano, nossignore, ben più lontano: Svizzera tedesca, da dove aveva portato in paese una muscolosa contadina, orrenda quanto lui, che si mormorava lo picchiasse ogniqualvolta ritornava a casa con l’alito che puzzava di vino. Per questo, al Circolo si faceva servire, sempre o quasi, una gassosa con una fetta di limone, resistendo alla tentazione di chi, conoscendo le sue debolezze, gli offriva a bella posta un bianchino. 
    Il Chiodini cercava ogni volta di rifiutare qualsiasi tentativo di coinvolgimento in bevute a base di vino, serrando le robuste mascelle come le chele di un granchio gigante, soffiando come un mantice dalle narici e trangugiando saliva a più non posso. Non sempre però riusciva a resistere, perché gli altri avventori erano scatenati e determinati ad aggiudicarsi la posta che veniva stanziata per chi fosse riuscito nell’intento di farlo capitolare. 
    Quando ci riuscivano, andavano poi tutti sotto le finestre della sua abitazione, a gustarsi le grida selvagge, sue e della moglie Gina, che aveva due mani come quelle di un fabbro ferraio e l’olfatto di un segugio. 
    «Parlo in senso generale. Penso sia noto a tutti i presenti che io col sesso non ho più nulla a che fare da alcuni anni», rispose il Rosso, che doveva il suo soprannome al colore dei suoi capelli e non al Barbera. 
    «Dico, Ersilia è zitella. Ha più di cinquant’anni. Potrà comportarsi come meglio crede?» sentenziò Teo, chiudendo le carte da gioco che teneva in mano e posandole sul tavolo. 
    «Sì, ma senza farsi morire nel letto l’amante, per Dio!» ribatté Augusto. La voce del professore risuonò profonda: «È colpa sua se Mariolino soffriva di cuore e si credeva un galletto a sessant’anni suonati? Pace all’anima sua.»
    Il professore riusciva sempre ad analizzare le faccende della vita con grande finezza psicologica ed evidente saggezza. Lo chiamavamo professore, anche se non era laureato. Si era fermato alla licenza liceale dopo che suo padre era deceduto, obbligandolo a tirarsi su le maniche e a portare avanti il negozio di ferramenta di Lovere, che ora aveva lasciato ai suoi due figli. Era vedovo e la sua corporatura atletica, accoppiata alla sua cultura, aveva fatto sognare più di una donna del posto. 
    «Quando faranno il funerale?» domandò Teo. «Dopo tutto il deceduto era nostro coetaneo. Dovremmo andare a rendergli l’ultimo saluto.» 
    «La verità è che col corpo di certe donne non si scherza. Devi essere in perfetta salute, funzionante e resistente se vuoi fare certe cose. Certo non avrei mai immaginato che, baciapile com’è, Ersilia si facesse il sacrestano di don Roberto», commentò Giannino, massaggiandosi il polpaccio della gamba destra che si era stirato la settimana precedente quando, andando per funghi, era ruzzolato in un canalone rischiando di spezzarsi l’osso del collo. 

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