Vai al contenuto

Leaderboard


Contenuti popolari

Sono mostrati i contenuti con più punti reputazione dal 06/11/2011 in Storie

  1. 4 punti
    Rosa Hernandez aveva una certezza nella vita. A novantotto anni era sicura di aver fatto tutto quello che aveva da fare. Aveva allevato sei figli e li aveva aiutati ad allevare i suoi nipoti e perfino i pronipoti. Aveva accudito suo marito per tutti gli anni del loro matrimonio, finché lui non era morto, cinque anni prima. Aveva sempre pregato e perfino ora non scordava mai di accendere ogni mattina una candela davanti alla stampa di Nostra Signora di Gudalaupe che teneva in soggiorno. Era soddisfatta della sua vita e sapeva che un giorno, presto, l'Arcangelo Gabriele si sarebbe presentato per portarla via. Sapeva che sarebbe stato l'Arcangelo Gabriele perché da sempre si rivolgeva a lui nelle sue preghiere per farle arrivare a Dio, fin da bambina, quando un'anziana del paese le aveva regalato un santino dell'Arcangelo che lei teneva ancora con se. Non fu quindi troppo sorpresa quando un giorno sentì un lieve bussare alla porta della biblioteca di suo marito. Non era una vera biblioteca in realtà, ma era stata la stanza preferita di suo marito, con una comoda poltrona e due scaffali zeppi di libri, i suoi amati libri. Era stato un lettore accanito e quella era la sua stanza, dove si rifugiava tranquillo per dedicarsi alla sua passione. Da quando lui era morto la teneva chiusa a chiave, non voleva che qualcuno dei suoi pronipoti vi caracollasse dentro e mettesse tutto soqquadro. Certo non riusciva a immaginarsi il motivo per cui l'Arcangelo Gabriele dovesse arrivare da una stanza chiusa piuttosto che dalla porta principale o da una finestra, ma non bisogna mai mettere in discussione i disegni del Signore. Il bussare delicato si ripeté. Corse a prendere la chiave che teneva sopra la credenza della cucina, mormorando una preghiera. Le tremavano le mani quando finalmente riuscì a infilarla nella toppa. Girò la chiave e spinse piano, solo quel poco per far capire all'Arcangelo che la porta era aperta. Indietreggiò appoggiandosi con una mano alla parete, voleva sedersi sulla sua poltrona per accogliere l'Arcangelo. Sapeva che avrebbe dovuto stare in piedi, o magari in ginocchio, ma era vecchia e le gambe le facevano male, l'Arcangelo avrebbe capito senz'altro. Lunghe dita delicate si insinuarono nello spiraglio della porta. Le fecero venire in mente le antenne delle lumache. Che pensiero irrispettoso, se ne pentì subito, ma non riuscì a scacciare quell'idea. La porta si aprì del tutto e una grande massa di colore verde azzurro scivolò fuori senza far rumore. Rosa sapeva che le vie del signore sono infinite, ma era quasi altrettanto certa che quella cosa non fosse l'Arcangelo Gabriele. La cosa sulla porta sembrava non avere una forma definita, tranne per una casco che le copriva una specie di testa, tutto il resto era mutevole. L'essere si muoveva con lentezza, sfiorando appena le cose nonostante la massa, fluì sul divano dove assunse una forma più compatta. Pochi istanti dopo sulla porta comparve un secondo individuo. Era piccolo, alto meno di un metro, coperto da una bizzarra tuta arancione, anche lui indossava un casco. Era l'opposto del suo compagno, rigido come un blocco di legno camminava con piccoli passettini saltellanti. Raggiunse anche lui il divano e vi si appoggiò con la schiena, come una grossa bambola di cera. I due esseri fissavano affascinati la televisione accesa, distogliendo ogni tanto lo sguardo per guardare Rosa. “Voi,” provò a dire la signora Hernandez, ”non siete angeli, vero?” La voce le uscì appena, ma i due esseri dovevano averla udita perché prima si girarono l'uno verso l'altro e poi verso di lei. A dire il vero il piccoletto tutto rigido ruotò la testa poco poco, mentre l'altro sembrò fluire nella sua direzione. “Stiamo, imparando.” le parole scandite separatamente una dall'altra sembrarono provenire da quello verde azzurro. Non si vedeva una bocca vera e propria, ma qualcosa vibrava dentro il casco. La voce ricordava il ronzio di uno sciame di api o un coro lontano modulati in modo da assumere la forma e i toni delle parole. Rosa rimase tranquilla, non sapeva del resto che altro avrebbe potuto fare. Se avesse chiamato la polizia l'avrebbero presa per pazza e rinchiusa in qualche istituto e lo stesso avrebbero fatto i suoi figli e i suoi nipoti. E lei non voleva finire in quei posti, voleva essere a casa sua quando l'Arcangelo fosse arrivato a prenderla. E comunque i due esseri non facevano nulla di male, sedevano educatamente sul divano guardando la tv. Le erano cpaitati ospiti molto peggiori. Le scocciava però che stessero trasmettendo una stupida telenovela, non voleva fare brutta figura con loro. Prese il telecomando e cambiò ripetutamente canale finché non trovò un telegiornale. I due esseri osservarono il telecomando con interesse, poi quello fluido allungò un tentacolo, lo afferrò con le sue dita sottili e si mise a schiacciare i tasti. Rosa seguì per un po' i continui cambi di canale, ma presto si assopì, cullata dal mormorio della televisione. Si risvegliò sentendo un tocco leggero su una spalla. L'alieno fluido protendeva un lungo arto sottile verso di lei. “Ci scusi signora.” la strana voce ronzante riprese a parlare con maggior sicurezza. “Stavamo imparando la vostra lingua.” Un arto si protese a indicare la televisione. “Ora possiamo spiegare perché siamo qui.” Rosa impiegò un istante per risvegliarsi e comprendere di non aver sognato. Due esseri bizzarri erano realmente seduti sul divano di casa sua. “Siamo due scienziati. Stavamo facendo un esperimento per creare dei wormhole, dei portali per viaggiare nello spazio. Vede, noi siamo in grado di spostarci nell'universo attraverso delle specie di gallerie che accorciano le distanze. Ma dobbiamo muoverci con delle astronavi, attraverso le gallerie che troviamo già pronte. Capisce quello che stiamo dicendo?” Rosa annuì. Qualunque terreste si sarebbe stupito nel vederla annuire. L'idea che una vecchia signora, abitante della periferia di Monterrey, potesse comprendere ciò che gli alieni cercavano di spiegarle potrebbe sembrare strana a chiunque. Ma Rosa aveva una miriade di nipoti che quando erano bambini avevano trascorso lunghi pomeriggi a casa della nonna. E una cosa che facevano sempre era guardare la tv. Quello che preferivano erano i telefilm o i cartoni animati di fantascienza. Rosa amava i suoi nipoti, e le piaceva godere della loro presenza fisica. Sedeva in mezzo a loro, davanti alla televisione e li guardava affascinata mentre loro, quasi ignari della sua presenza, fissavano lo schermo e dopo un po' anche lei si lasciava attrarre da quelle storie incredibili. E così, nonostante l'età e nonostante avesse frequentato a mala pena le scuole medie i concetti di viaggi nel cosmo, wormhole e tunnel spazio-temporali li aveva assorbiti nei lunghi pomeriggi con i nipoti. “Bene,” riprese l'alieno, “noi stavamo cercando di creare un tunnel in laboratorio. E direi che ci siamo riusciti. Solo che non dovevamo sbucare qui. A dire il vero non sappiamo nemmeno dove siamo, avremmo dovuto trovarci in un laboratorio gemello del nostro, solo su un altro pianeta.” “Spero non vi dispiaccia di essere arrivati qui.” rispose Rosa. “Vorrei offrirvi qualcosa, ma non ho idea di cosa potreste gradire. Non siate qui per farci del male, vero?” “Assolutamente no. Non deve preoccuparsi di questo. Siamo scienziati, non vogliamo fare del male a nessuno. E non si preoccupi, non possiamo toglierci i nostri caschi, per cui non potremmo assaggiare nulla. Lei è molto gentile, sa avevamo un sacco di paura prima di incontrare lei.” “Paura? E di cosa?” “Vede quando ci siamo accorti di non essere nel laboratorio dei nostri colleghi non sapevamo cosa aspettarci. Non abbiamo armi con noi e non avevamo idea se avremmo incontrato esseri ostili o amichevoli.” “Beh siete stati fortunati, penso.” Rosa si mise bella dritta sulla poltrona. “Mi sono sempre vantata di aver accolto con gentilezza tutti coloro che sono arrivati alla mia porta, e non intendo cambiare ora. Certo non potete andarvene in giro. Non tutti sono come me sapete?” “Siamo fortunati, lo sappiamo. Abbiamo guardato la sua televisione e abbiamo imparato molto. Siete una razza violenta e pericolosa. Se non le spiace vorremmo imparare ancora qualcosa su questo pianeta prima di andarcene.” “Potete restare quanto volete.” rispose Rosa. “Ma ditemi, è faticoso viaggiare in quel tunnel?” “Niente affatto. È come passare una porta. Si entra in una stanza diversa, solo che è su un altro pianeta.” “E da dove venite voi non c'è aria, come quella che abbiamo qui?” “Abbiamo un'atmosfera diversa. Non possiamo respirare qui senza il casco e lei non potrebbe respirare da noi.” “Ma se...” Il suono del campanello li fece sobbalzare. “Mamma? Sono io, Maria.” “Mia figlia. Vi prego, cercate di non spaventarla, è molto emotiva.” “Arrivo, un momento.” aggiunse ad alta voce in direzione della porta. Rosa si appoggiò con le mani ai braccioli e fece forza per alzarsi dalla poltrona. Chiuse la porta del soggiorno prima di aprire quella di entrata. “Ciao mamma.” sua figlia le scoccò un bacio su una guancia. “Ciao tesoro.” Rosa prese la figlia sotto il braccio e la guidò in cucina. “Ti spiacerebbe prepararmi un tè?” aggiunse sedendosi al tavolo. “Perché non ti metti comoda in poltrona? Te lo porto appena pronto.” “No, no. Preferisco stare qui con te, così possiamo chiacchierare. State tutti bene?” “Si mamma. E tu come stai? Mi sembri stanca.” “No, sto benone.” Maria riempì d'acqua un pentolino e lo mise sul fuoco. “Ti prendo il tuo scialle.” disse avviandosi verso il soggiorno. “No, resta qui.” esclamò Rosa con enfasi. Maria la guardò sgranando gli occhi. “Che succede mamma? Non ti lascio sola.” Rosa sbuffò. “Lo so benissimo tesoro. Però c'è una cosa di cui dovrei parlarti. Adesso. Prima che tu vada in soggiorno.” Maria, sempre più stupita si sedette di fronte alla madre. “Ci sono due visitatori di la. Sono molto particolari. Prima te lo spiego, poi vai a vedere tu stessa.” Rosa raccontò l'accaduto a Maria che la fissava con aria sempre più preoccupata. “Oh mamma.” disse infine con gli occhi pieni di lacrime. “Non sono matta. Vai a vedere se non ci credi.” “Ti credo mamma, non devi preoccuparti, io ti crederò sempre.” rispose Maria con la voce rotta dal dolore. “Pianta di fare la cretina. Apri quella maledetta porta e guarda tu stessa.” Maria si alzò, per far contenta la madre aprì la porta del soggiorno, lanciò un grido e crollò svenuta. “Ecco, lo sapevo.” borbottò Rosa. Si alzò, bagnò un tovagliolo con dell'acqua fredda e si avvicinò a Maria. “Vi spiace aiutarmi?” chiese rivolgendosi agli alieni. “Faccio fatica a piegarmi, ma dovrei metterle questo sulla fronte.” I due alieni si avvicinarono per aiutarla. Presero il tovagliolo dalla sua mano e lo appoggiarono sulla fronte di Maria. Dopo un istante la donna riaprì gli occhi. Si ritrasse con un urlo quando vide gli alieni accanto a lei. “Stai tranquilla Maria.” la incoraggiò la madre. “Non vogliono far del male a nessuno.” “Ce ne andiamo subito.” disse l'alieno azzurro. “Abbiamo imparato parecchio sul vostro mondo e soprattutto abbiamo capito dove si trova. Ora saremo in grado di effettuare le necessarie correzioni al nostro esperimento. Chiuderemo il tunnel verso il vostro mondo.” “Aspettate un attimo.” disse Rosa. “Torno subito.” “Mamma. Non lasciarmi sola con loro.” piagnucolò la figlia. “Calmati dai, sono stai con me tutto il giorno e sto benone. Vengo subito. Non lasciarli andar via.” Rosa entrò in camera da letto, la si sentì armeggiare a lungo e finalmente emerse, vestita per uscire. In una borsa a tracolla aveva infilato la piccola bombola di ossigeno che il medico le aveva prescritto per le emergenze, ma che non aveva mai usato. Sul volto aveva sistemato la mascherina. “Sono pronta.” disse. “Vengo con voi, voglio dare un'occhiata al vostro mondo.” Maria svenne nuovamente. Rosa si diresse senza esitazioni verso la biblioteca e fece cenno ai due alieni di seguirla. “Vorrei poter essere di ritorno prima di mezzanotte se non vi spiace. Una signora della mia età non può stare alzata troppo a lungo.”
  2. 3 punti
    Eurialo e Niso Ricordo i nostri palmi dalla vita uniti tenere un seme all’ombra del giorno. Dimmi come uno schiocco d’anni e una ruga sul viso han reso quel fiore un fiore appassito.
  3. 3 punti
    Ho ancora paura… so che è tutto finito, che quelle fottute cose non toccheranno mai più la mia testa… ma ho paura… ho ancora tanta paura. La scossa... quella non se ne andrà mai... la scossa... fa ancora male la scossa... fa sempre male la scossa… Avevo 14 anni… ero ancora una bambina… ero finita lì solo perché non c’era nessuno che potesse prendersi cura di me dopo che la mia mamma era morta… Ero triste… e mi portarono in ospedale… "Depressione… mandiamola al Manicomio"… Allora andava così. "Devi subire il trattamento" diceva il dottore, "è l’unica soluzione e poi starai bene per sempre… un paio di sedute, tre al massimo e ti mandiamo al padiglione delle lavoratrici a tessere… vedrai… non te ne accorgerai nemmeno…" Ogni venerdì di ogni maledetta settimana per diciotto lunghissimi mesi... alle 10 in punto, in due mi prendevano dalla sorveglianza, mi accompagnavano nella saletta d’attesa e chiudevano le porte alle mie spalle... entravo, che scelta avevo? Mi mettevo in fila e come un corpo privato della sua volontà stavo in attesa del mio turno. Le facce cambiavano raramente... eravamo sempre noi... sempre noi... sempre noi... Quando toccava a me, l’infermiere usciva dalla camerata, mi faceva entrare, mi faceva stendere nel lettino vuoto, poi prendeva il carrello con la macchina e… La prima volta provai a prendere il giro il dottore. Avevo sentito che chi stava male non poteva subire il trattamento e così ci provai… dissi che mi faceva male il petto. L’uomo col camice bianco si fermò di botto, quasi preoccupato di non poter continuare la sua opera, mi poggiò quel coso freddo nel cuore e con il suo sorriso compiaciuto disse alla suora che era tutto a posto… che per fortuna potevano procedere…. "ci provano ogni tanto" rispose lei. Quella volta piansi e gridai con quanta voce avevo in corpo... Ero una bambina e volevo solo la mia mamma... ma la mia mamma non c’era più a proteggermi. E allora gli infermieri mi bloccavano mani e piedi a letto, la suora mi ficcava in gola quella maledetta cosa di gomma che doveva servire a proteggermi, ma che a me toglieva solo il respiro, poi chiedeva al dottore “Pronto?” e lui rispondeva “Pronto!”. Poi la scossa... poi il buio... poi il silenzio… Dopo ore mi svegliavo con buona parte del mio corpo ancora addormentata, Incapace di vedere, di sentire, di parlare… completamente annullata dalla loro scienza, incapace di ricordare cosa fosse successo o chi o dove io fossi. Quando ero fortunata al mio risveglio non ero sola, trovavo un’infermiera a spiegarmi che avevo subito di nuovo il “trattamento”. Ma ogni tanto andava male, mi risvegliavo in una camera vuota e iniziavo a vagare per il padiglione come un fantasma invisibile in un mondo di ombre. Dopo un po’ i miei occhi riprendevano a funzionare e la mia mente ricominciava a dare un nome alle cose, mi ci volevano ore per ricominciare a parlare e ogni tanto la notte riuscivo anche a dormire. Allora andava così!
  4. 3 punti
    Dopo tanto, tanto di quel tempo, il presidente della Ciabatta Quisquiglie Editore mi chiamò nel suo ufficio. Arrivai all'appuntamento in perfetto orario e la segretaria mi fece entrare e sedere sulla sedia davanti alla mega scrivania. Attesi appena quattro ore, poi il presidente Beffardilosconi entrò a passo svelto, bestemmiando sonoramente, gettando nel cestino un paio di buste marroni ancora da aprire. «Carissimo Guidobaldo Maria, quanto tempo! Ti trovo bene.» «Perché ha buttato quei plichi? Devono ancora essere aperti, magari...» «Suvvia, suvvia» fece il presidente agitando le mani, mettendomi a tacere. «Inutili aspiranti, che ci facciamo… Piuttosto, mi serve gente come te, esperta, l'usato sicuro. Per questo ti ho fatto chiamare.» Mi aggiustai sulla sedia, drizzando la schiena, cercando di darmi un contegno da artista navigato. Non pubblicavo da dieci anni, e mi si stava per presentare la possibilità di tornare in gioco. Il presidente Beffardilosconi non era tipo da dare seconde possibilità, ma quando lo trovavi in ufficio di mattina, in doppiopetto e pettinato, voleva dire che qualcosa bruciava in pentola. «Carissimo Guidobaldo Maria» continuò, «abbiamo inaugurato delle nuove collane, sai? Ho grandi progetti, una linea editoriale che rilancerà il nome della nostra beneamata Ciabatta. E tu sarai la nostra punta di diamante, il nostro centravanti di sfondamento!» Voleva che facessi parte della nuova linea editoriale! Fantastico! Il diamante, lo sfondamento! Mi illustrò con fervore le nuove collane. C'era la Pescetto Sprint dedicata ai racconti brevi, massimo 58 battute. Non ero lì per quella. Con la coda dell'occhio intercettai le buste marroni nel cestino. Mi parlò della collana PrismaQuadrato, dedicata ai cruciverba distopici, ma non ero lì per quella. Altra occhiata di sfuggita alle buste. Mi accennò della collana Sfuggimano, dedicata ai gialli noir culinari, ma non ero lì per quella. Le buste nel cestino. Poi, finalmente: «Ma tu, carissimo Guidobaldo, farai parte della nuova collana romance: la Escile.» Rimasi per un momento incerto, e il presidente, cogliendo il mio dubbio, mi spiegò: «Con Escile vogliamo seguire il filone romance che tanto funziona tra il pubblico. Hai presente quel film, Cinquanta Colpi Di Spazzola Grigia? Ecco, voglio una cosa del genere. E chi meglio di un visionario come te può consegnarmi un capolavoro! Eh?» Ci misi un po' per realizzare, poi tentai di capire. «Non sono molto ferrato sull'argomento, sa, io ho scritto di storia, e società...» «Ma chi se ne frega dico io!» mi azzittì Beffardilosconi, «avrai pucciato il biscotto qualche volta nella vita, no?» Dondolai il collo. «Avrai visto qualche filmetto pecoreccio» insistette lui. «L'ispirazione non ti mancherà. Forza, al lavoro!» Si alzò, mi alzai, ci stringemmo la mano. Quando uscii dall'ufficio gettai un ultimo sguardo ai plichi ancora sigillati gettati tristemente nel cestino. Finalmente! Dieci anni dopo l'ultimo, ripartiva il ritiro spirituale dello scrittore. Me ne andai in montagna, al fresco, con l'aria pura e l'ossigeno per areare il cervello e sgombrare la mente. Mi conciliava soprattutto il silenzio, era quello che mi serviva. Seguii un rigoroso programma: sveglia alle 6, colazione con dodici uova crude versate in un bicchierone, due ore di corsa salutando gente a caso, altre due di yoga, tirocinio presso l'agroturismo Il Maialon, dove l'ex pornostar Anita Ferrari lavorava come cameriera. Sedevo al tavolo con un blocnotes e raccoglievo il suo vivido e appassionato racconto, dove mi spiegava i segreti del sesso e mi descriveva le centinaia e centinaia di scene girate. Dopo pranzo, passavo almeno sei ore a guardare film porno. Da “Rocco nella mischia”, a “La Cappella si stira”, fino all'abominevole, mostruoso, innominabile, blasfemo “Nerchionomicon”. Così la sera, con la mente preparata, mi mettevo a scrivere come un ossesso fino a quando non mi dolevano le dita. Scrivevo di Tony e Mara, lui aitante e ricco, lei innocente e minorenne. E pagine su pagine di scudisciate al ventre,polsi legati con le anguille, natiche pelose e liquidi seminali come se piovesse. Scesi dalla montagna tre mesi dopo, il manoscritto sotto l'ascella, per farlo leggere ai miei fidati consiglieri. «Che bello sapere che hai scritto di nuovo un libro!» si rallegrò Prosecco (un mio collega della generazione beat di Genzano), «è dai tempi di Furore Ciociaro Contro Il Sistema che volevo rileggerti!» «Sì, Furore l'ho scritto negli anni '70, questo è tutta un'altra cosa.» «Io invece continuo a leggere e rileggere le tue poesie sulla Guerra, sai» mi disse donna Sandra, robusta matrona di un bordello. «Sì, ma questo libro è diverso» spiegai.«è il mio grande ritorno, roba moderna, forte.» «Vedo, vedo...» disse Prosecco tossendo e e aspirando il suo sigaro. «Ma dimmi un po', perché non ho più letto niente di tuo dai tempi di Furore?» «Sai come funziona il mercato, e poi ho scritto anche altro. La mia saga fantasy, non l'hai letta?» Scosse la testa. «Si, “La Terra A Sinistra Di Eromirerden”, dieci anni fa, sulla scia de “Il Signore Degli Anelli”...» Prosecco scosse la testa. Donna Sandra invece finse di ricordare: «Ma certo! L'ho letto… era in tre volumi, no?» «Due, due volumi. Il secondo l'ho fatto uscire in versione e-book autoprodotto.» Mi separai da loro senza che mi avessero dato uno straccio di parere. Ma non mi serviva. Sapevo di aver scritto il miglior libro della mia vita, e la vetta della classifica era lì ad aspettarmi. A novantasette anni pregustavo il ritorno in pompa magna, champagne sorseggiato sulla cupola di San Pietro, balli e mignottoni in discoteca. E il Nobel! Arrivai bello contento nell'ufficio del presidente Beffardilosconi, notai subito, riflesso condizionato, il cestino pieno di nuove buste sigillate. Mi misi seduto con un sorriso a 25 denti e gli passai il manoscritto. Lui prese le trecento pagine stampate, le sfogliò velocemente e le ributtò verso di me con una smorfia. «Ma che roba è?» chiese con sdegno. «Il romanzo che mi ha chiesto» dissi un po' stupito. «Il romance… è bello pruriginoso, capo, ne sarà contento!» «Ma quale romance! Che ci faccio con un romance, con questa porcheria porno!» urlò riprendendo il mio lavoro giusto per stropicciarlo nervosamente. «Non capisco...» «Ah! Se ti degnassi di dare uno sguardo al sito della Ciabatta ogni tanto, staresti più al passo coi tempi. La collana Escile non c'è più, adesso puntiamo tutto su Quaderni e Becchime, storie forti, vissute, dei fattori dell'Ottocento.» «E… io… dovevo essere la punta di diamante, lo sfondamento...» «Lo so, ti avevo promesso un ritorno alla grande» sbuffò il presidente sforzandosi di ragionare. «Ma sai, adesso pubblichiamo solo scrittori under 90… Però potresti buttarti sulla Seconda Guerra, funziona sempre.» «Ne ho già parlato tanto con le mie liriche» dissi avvilito. «Allora dammi qualche mese per pensarci, quacosa mi inventerò.» Si alzò, mi alzai. Mi strinse le mani. «Coraggio, carissimo Guidobaldo, la vita è lunga! Di tempo ne hai!» Mi accompagnò alla porta e gettò il mio manoscritto nel cestino, tra le buste marroni. Fuori dalla Ciabatta, il sole tramontava dietro le montagne, molto lontano dai tetti.
  5. 3 punti
    Rimane un paio di minuti a fissare lo schermo dello smartphone. Il suo giovane corpo comincia a tremare. Sul suo viso, leggermente sporcato da una fine peluria alla base del mento e intorno alla bocca, si susseguono diverse espressioni. La prima è perplessità: non capisce bene cosa sta leggendo. Subito dopo è incertezza: forse ha capito male, forse le cose non stanno così. Poi sopracciglia e guance si curvano accompagnando la riflessione: il suo cervello inizia a figurarsi le differenti posizioni e soluzioni sulla questione, fino a produrre un pensiero sicuro. Poco più avanti si fa strada lo sconforto: è così purtroppo, ha capito perfettamente. Segue una violenta scarica di rabbia: non ha alcuna intenzione di accettare una cosa simile senza farsi sentire, senza quantomeno cercare di capire e farsi capire. La rabbia si sbollenta leggermente. Lui si calma e comincia a pensare al da farsi. Le dita si muovono veloci sulla tastiera virtuale: scrive e legge risposte, consulta gli amici. Poi si ferma nuovamente per un istante a pensare. Forse è tutto inutile. Tanto non lo ascoltaranno. Chi ha preso quella decisione forse non ha alcun interesse per ciò che lui ha da dire; se lo ha fatto, è di certo per un interesse. E si sa, l'interesse è più forte delle parole, anche se si basa su di esse. Poi improvvisamente scoppia a ridere. Gli è venuta in mente un'idea. Può sfruttare a suo vantaggio quella loro decisione. Scrive un breve testo. Ci mette pochi minuti; adesso può pubblicarlo senza perdita di tempo d'altronde. Pubblica il testo, senza pensar più di tanto a forma e correttezza. Tanto potrà modificarlo dopo. "In ogni caso nessuno più mi leggerà, da adesso", pensa. Una volta fatto, muove il pollice sul display, verso l'alto. Schiaccia un pulsante. Esci.
  6. 2 punti
    Hai scoperto la morte del cuore amico. I tempi dell'innocenza sono finiti e il passaggio all'età della responsabilità è il più tragico: i ricordi ora sono più forti, e i sogni spariscono sotto la polvere del sangue. E quei tempi in cui si giocava, e si giocava lottando, mentre ora si lotta giocando, sono con la morte del più caro amico; le tue armi, tuo orgoglio, tue sciagure, non ti hanno restituito l’amico guerriero, volto della tua gioventù. L’odio orgoglioso ti ha dominato, ma la vendetta ti ha reso solo vuoto di vana soddisfazione. Vera ingiustizia è illudersi dell’eternità. La fine ha portato compassione. Vecchio Priamo, ora si comprendono i tuoi pianti; ecco il corpo di Ettore, il crudele figlio, vittima della guerra, come tanti tuoi nemici.
  7. 1 punto
    Racconto vincitore del fantasy contest 2014 di Pennematte - Wired.it abbinato al Lucca Comics Non ricordo bene quando è iniziato, no. Gli uomini oltre lo specchio volevano l’oro. Minacciavano guerra, devastazioni e morte. Non che ci credessi troppo all’inizio. In fondo pensavamo tutti che una cultura senza magia non sarebbe mai stata un pericolo. Così mi offrii volontario per andare dall’altra parte, in missione per conto del Re e della Congregazione. Informazioni. Dati. Conoscenza. La conoscenza è potere. La conoscenza è tutto. Non puoi combattere un potenziale nemico se non lo conosci, non puoi trarre vantaggi da un potenziale alleato se non lo conosci: questa era la prima regola che ci avevano insegnato all’Accademia. Partii con il compito di rimanere lì qualche tempo, studiare i loro costumi e capire cosa di loro potesse interessarci. Ero uno dei Consiglieri della scuola di magia del Controllo della Mente, allora, e un abile diplomatico. Lo specchio si trovava nel bosco dell’est. In quella che gli Antichi chiamavano radura delle cento querce. Come ci fosse finito, e perché, nessuno lo sapeva. Era alto circa tre metri, con la struttura portante di legno scuro, intarsiato con simboli misteriosi, incomprensibili anche al più dotto degli studiosi. Fu subito chiaro che spostarlo non si poteva. Neanche con la magia. E presto fu chiaro anche che non era un semplice specchio, ma un portale magico. Bisognava capire dove conducesse, e, soprattutto, cosa ne sarebbe potuto uscire. I primi esploratori riferirono di un deserto. Sconfinato. Immenso. Sahara, avrei scoperto dopo, si chiamava quel deserto. Gli esploratori non si allontanavano mai troppo dallo specchio. Anche perché vedevano delle strane esplosioni e dei funghi di fumo nel cielo. E un vento infuocato alzava tempeste di sabbia che avevano effetti terrificanti: chi tornava, spesso ustionato, moriva dopo pochi giorni tra dolori atroci. Spossatezza, nausea, diarrea, febbri e allucinazioni erano i sintomi riconoscibili di quello che iniziammo a chiamare il “male del mondo oltre lo specchio”. Il nome tecnico, scoprii dopo, era “avvelenamento acuto da radiazioni”. Dopo due mesi pensavamo tutti che quel mondo fosse disabitato, inadatto alla vita. Del resto anche la magia non funzionava, oltre lo specchio. Il Re e il consiglio della Congregazione dei Maghi decisero di lasciare nel bosco una piccola guarnigione e di proibire il passaggio verso l’altro mondo. Qualcuno propose di utilizzare il portale per mandare a morire i condannati colpevoli dei reati peggiori. Ma fu ritenuta una punizione troppo dura. E così, semplicemente, ci dimenticammo dello specchio. Poi, un giorno, arrivarono. Dentro un carro di ferro. Un carro senza cavalli. Arrivarono e parlarono, trattarono, minacciarono, promisero. Parlavano la nostra stessa lingua, scrivevano con la nostra stessa scrittura. E anche loro non avevano idea di come fosse finito lì quello specchio. Erano come noi nell’aspetto, eccetto che per gli occhi; avevano una luce diversa, negli occhi. La nostra magia non funzionava nel loro mondo, come la loro scienza, o “tecnologia”, non funzionava nel nostro. Perché questo pianeta “era in orbita stretta attorno a una stella a brillamento”, ci dissero. Si accorsero presto che qui erano vulnerabili come bambini: non avevano resistenza alcuna alle nostre magie e le loro armi, per quanto terrificanti fossero, potevano essere contrastate in cento modi diversi. Potevamo leggere nelle loro menti, controllarli e ucciderli con relativa facilità. Per noi, dall’altra parte dello specchio, era anche peggio. La magia non funzionava, e i nostri guerrieri più forti potevano essere uccisi in un istante da una singola “arma da fuoco”. E poco importava chi la maneggiasse: poteva essere un vecchio, una donna, persino un bambino. Non rimanevano che i commerci. E così io partii volontario per esplorare quel mondo. Mi accolsero con mille onori. Oltre il deserto c’erano mari, montagne, boschi, prati. E città immense. Un mondo bellissimo, armonico. Non avevano bisogno di cupole magiche sulle terre abitate per i continui sbalzi di temperatura, no. Avevano tutto quello che gli uomini potrebbero desiderare. Ed erano riusciti a distruggerlo. Noi a loro avevamo molto da dare: sembravano non esser mai sazi di pietre preziose, oro e argento. Ma cosa potevano offrirci, in cambio? Il loro cibo era cattivo, insipido, strano. I loro vestiti orribili e scomodi. La loro “tecnologia” da noi non funzionava e tutto ciò che ci proponevano non era nulla che potesse interessarci o che non potessimo ottenere con le arti magiche. Le loro medicine erano potenti, è vero, ma ebbi modo di scoprire che erano spesso dannose. Effetti collaterali, a breve o a lungo termine, li definivano. La plastica poi. Chi potrebbe volere il proprio mondo invaso da oggetti di ogni forma e dimensione che non si deteriorano se non dopo centinaia o migliaia di anni? Ci offrirono armi. Ci offrirono droga. Ci dissero che queste erano tra le cose che più si commerciavano. Ma le loro armi non ci interessavano, che gloria c’è ad uccidere un nemico senza guardarlo negli occhi? La loro droga meno che mai: avevo visto come riduceva chi ne faceva uso. Viaggiai molto tra i due mondi in quegli anni, e riferii al Re e alla Congregazione dei Maghi più e più volte le mie impressioni. Oltre lo specchio vivevano uomini incomprensibili, che sembravano impegnare le loro risorse e la loro intelligenza, non inferiore alla nostra, per distruggere il mondo che abitavano. Soprattutto non capivo come potessero continuare a lanciare quelle bombe i cui effetti conoscevamo bene. Quel deserto che si trovava oltre lo specchio era uno dei tanti luoghi, scoprii, dove venivano fatti quelli che chiamavano “test nucleari”. Erano in grado di volare nel cielo, ma la loro terra era ormai velenosa. Avevano conquistato lo spazio, ma nei loro mari non c’erano più pesci da anni. Ammonii il Re e gli altri Consiglieri: c’è qualcosa di strano, di profondamente insano in quegli uomini, gli dissi. Ma nessuno dava troppo peso alle mie parole; erano così fragili, così deboli, così innocui quando passavano oltre lo specchio. Li sentivo parlare di “business plan”, di “colonizzazione”, di “marketing” e di “strategie d’assalto”. Volevano il nostro oro. E iniziarono a minacciarci. Li sentivo parlare di virus. Di guerra batteriologica che ci avrebbe spazzato via. Potevano mandare attraverso lo specchio malattie terribili che non lasciavano scampo. Malattie che, incredibile ma vero, avevano perfezionato e reso mortali essi stessi, nei loro laboratori. Sapevo che non avremmo potuto niente. Non ci rimaneva che commerciare con loro, ma non avevano nulla che ci interessasse davvero. Se non i libri. E così ho viaggiato con Dante nell’Inferno. Ho tenuto in mano il teschio di Yorick col principe Hamlet. Ho ucciso e poi sofferto per il mio delitto con Raskolnikov. E mille e più volte ho vissuto le vite di altri. Emozionandomi. Piangendo. Ridendo. Rabbrividendo. Noi non avevamo nulla del genere, oltre lo specchio avevano la Letteratura. Noi mandavamo oro. Loro ci mandavano libri. Poi, come era comparso, lo specchio improvvisamente svanì. Semplicemente, svanì. Niente più commerci, niente più oro da inviare, niente più libri da ricevere. Certo le nostre città ora avevano delle biblioteche, e giovani e anziani facevano ore e ore di fila per prendere un libro. Un libro a caso, un libro qualsiasi. Bastava ci fosse scritta una storia. E ora che ogni libro è stato letto e riletto, ora che sono passati anni e anni, ora che sono anziano e malato, ho raggiunto finalmente quello che, da allora, è stato lo scopo della mia vita: ho scritto un romanzo. Il primo romanzo che sia mai stato scritto in questo mondo, il primo romanzo della nostra cultura. Il primo romanzo della storia. Ora che non c’è più nulla. Oltre lo specchio.
  8. 1 punto
    Trombettier squilla la scossa e Risuona il barrir d'elefante, mentre Usta, la donnola rintana e Mariachi van intonando un Requiem. Per chi suona la campana?
  9. 1 punto
    “Rome, Rome, Rome”, e afferrò le mani di quella sua bella sposa dalla provenienza indefinibile, forse cèca: “there's nothing better than Rome”. Ella abbozzò un accurato sorriso, il sorriso di chi ha appena affrontato una discussione con il lui al quale esso è rivolto, il sorriso di una donna tediata, il sorriso di chi non ha niente da dire, pur tuttavia il sorriso di chi, per qualche intima ragione, ha ancora qualcosa da ascoltare. Bobi, dall'alto della sua solitudine, in uno di quei rari casi in cui essa e virtù si accompagnano, beffava meschinamente l'immagine dei due, in introspezione, quasi in silenzio, facendo intercorrere solo, tra i pensieri e la loro esternazione, qualche imbarazzato colpetto di tosse. Allora esordiva in sorrisetti, invero più attribuili a sberleffi, coperti poi da quella sua mano grezza, l'accostamento ideale ad una bocca irriverente. Ma quel cucchiaino. Lui, Bobi, lo aveva con sé, sempre. Così come, da sempre, lo aveva avuto con sé. La forma esile e sottile dell'oggetto, quasi da servizio, e forse ne aveva costituito parte in passato, luccicava d'un argento che, pareva, mai avesse conosciuto alterazioni, nemmanco le più comuni della vita d'un oggetto; né opacità, né ossidazione. Questo dovuto, pur anche, alla cura certosina che Bobi gli rivolgeva oltre che ad un'ottima composizione del nobile metallo. E la stranezza del Lui, di Bobi, stava in questa sua ossessiva attenzione nei confronti del cucchiaino, non un cucchiaino, bensì il cucchiaino, non uno tra i tanti, ma l'unico. Ogni tanto, nel clamore delle folle, egli lo estraeva e ne sfiorava i bordi, lo accarezzava per così dire, ne controllava l'incolumità, dopodiché tornava a rinfoderarlo. Coloro che si trovavano di fronte alla scena, fosse vero il contrario, strabuzzavano gli occhi e taluni ridevano, sciocchi nelle loro piccole convenzionalità, non si accorgevano che l'attenzione ch'essi rivolgevano ad un anello, il Lui lo rivolgeva ad un cucchiaino. Ma è la semantica dell'oggetto a decretarne utilizzo e reputazione, e chi sale in treno con un cucchiaino da tè in tasca se non è scemo poco ci manca. Sì, perché in treno si trovavano, Bobi e la coppia della ragazza infelice, se mai infelice si potesse definire. Eppure la vista di quel cucchiaino attirò la ragazza più di quanto non avessero fatto le parole del consorte, ed egli lo aveva notato. Ma Bobi no, lui non pensava alla ragazza e ai suoi occhi affascinati, non tanto dal cucchiaino, bensì dal suo coraggio d'aver estratto un cucchiaino in treno, lui pensava e basta, ad un migliaio di pensieri circa o forse più. Non si può descrivere il momento in cui egli lo dimenticò, ma si presume fosse quel giorno, fosse quell'ora, il momento dei consorti, il momento dopo lo sberleffo, un attimo prima che il treno fermasse la corsa e ripartisse poi con un piccolo peso clandestino. Napoli, quel giorno, conobbe l'unica vera disperazione di un solo giorno, certo dall'indomani avrebbero prevalso altre disperazioni, sempre in ordine d'importanza. Sul treno, ch'era ripartito alla volta di Milano, salì, per poi mettersi al posto ch'era stato quello di Bobi, un distinto signore dal cappotto nero e la fedora, anch'essa nera. Non si scompose alla vista del cucchiaino, solo lo prese e se lo rigirò tra le dita per poi subito rinfoderarlo nei meandri d'una tasca di quel suo cappotto nero, nero come la fedora; fosse mai stato che qualcuno lo vedesse con un cucchiaino da tè in treno. Scese a Milano, il cucchiaino, ovvero il signore con il cucchiaino. Viaggiò in metro, quel giorno, poi un po' in taxi e poi in silenzio su punte di piedi, poggiato sul letto d'un'amante. Molti chilometri solo per un po' d'amore, da Napoli a Milano, tanto da dover prendere un diretto. Poi, il cucchiaino, o meglio il signore con il cucchiaino, sgattaiolò fuori dall'uscio dell'amante in ripugnanti riverenze e salamelecchi eccessivi e, con il cappotto sottobraccio, non si accorse che il cucchiaino era scivolato. Cadde rimbalzando su alcune incertezze, non fece rumore. A ritrovarlo fu l'amante dell'uomo con la fedora, quello dei salamelecchi. Sapeste a cosa servì. Venne un po' storto a causa del calore, ma quando ella lo lasciò, luccicava ancora. Finì in un vicoletto di Milano, il vicoletto dove l'amante dell'uomo con la fedora decise di congedarsi. Poi fu la volta del poliziotto. Decise di scartarlo perché non poteva essere utile alle indagini, tuttavia la sua forma, ma forse ancor di più quel suo luccichio, non poterono dissuaderlo dall'appropriarsene, e così lo fece suo. Adesso sarebbe stato un cucchiaino di qualità, forse messo da qualche parte, quale soprammobile, tra le decorazioni alla carriera d'un uomo di legge. Sì che la sua forma ora un po' storta, poco meno che piegato e poco più che dritto, gli donava un fascino anche più evidente, ma pur sempre in un vicolo era stato ritrovato e questo non avrebbe accresciuto la sua fama, nonostante la sua nobiltà. Questo fu alla base della scelta. Il cucchiaino fu adagiato su un letto di carta assieme al ciarpame comune. Scartato da molti, un oggettino insulso, apparentemente inutile; eppure c'era al mondo quel qualcuno, e neppure così distante, per il quale era importante. Quando una donna abietta, la moglie dell'uomo di legge, una di quelle donne incattivite dalla consapevolezza che il marito riversa il proprio piacere su altri candidi corpi, andò per liberarsi di quell'oneroso fardello, lo fece con estrema violenza; un gesto forse anche involontario, ma che la liberò dal suo impiego quotidiano. Una donna in catene, abietta sì, ma pur anche martire. E già erano due le donne del cucchiaino, una morta per davvero, l'altra ammazzata solo un po' dentro. Una vecchia urlatrice, clochard sagace, rovistava di cassone in cassone, cercando una ciabatta mezza buona. La gente, d'altro canto, ha la strana abitudine di disfarsi del vecchio ad onor del nuovo, e magari il vecchio ancora da nuovo poteva fare. Allora arrivava la vecchia urlatrice. Cosa urlasse non lo si capiva. Discorsi strambi, talvolta autobiografici, e si suppone tentasse di darsi spiegazione sul perché il suo amore perduto non l'avesse corrisposta, un tempo ormai passato. Poi, ancora blaterando, infilava le mani, che fosse caldo o freddo, che piovesse o no, dentro a quei cassoni e il più delle volte ne estraeva un niente fatto di ricordi, che fosse un vecchio giocattolo o una penna spezzata dalla pressione d'una mano in tasca troppo veemente. La lei infilava tutto in tasca, così come, una volta, c'infilò il cucchiaino. Dalla dimora d'un amico poi perduto alla topaia d'una vecchia urlatrice, passato dalla tasca d'un uomo di legge che faceva a cazzotti con la propria coscienza, che puliva lo sporco col valore del distintivo, il cucchiaino pareva non trovar pace. Ebbene, la topaia era di certo quel che d'accogliente può essere una topaia, eppure il calore c'era, eppure qualche foto parlava d'un'altra menzogna, d'un amore il qual non fu, un figlio spirato in grembo e la disfatta d'un gentil sesso fra i sessi gentili. Ed ella urlava, urlava e copriva il frastuono della sua mente provata, della sua delusione. Quando andò ad estrarre il cucchiaino dalla tasca lacera di quel cappottaccio, fu assorbita dalla sua lucentezza e smise di blaterare. “Ebbene”, fece, “dove caspita ti eri nascosto?”, disse, forse rivolta non al cucchiaino, bensì al suo bagliore; “così mi fai la differenza”. E la vecchia urlatrice di differenza, forse sol di quella, poteva tergiversare lungamente; ella sapeva che cosa fosse, così come sapeva il modo di annientarla, ma pur anche sapendo, talvolta la via risolutiva è più dolorosa del fardello in sé, così il cruccio diviene il men peggio. Una donna sola è il problema del mondo, perché nessuna donna dovrebbe essere sola, nessuna donna dovrebbe pagare il conto d'un'ingiustizia per volontà di natura, nessuna donna dovrebbe piangere il disconoscimento del proprio amore e venire abbandonata perché il suo corpo fu avverso alla vita, mentre il suo cuore di essa pulsava. Eppure ella fu sola lasciata, e divenne urlatrice. Accadde però, strano, che il cucchiaino la quietò. In silenzio or ella bramava la rivalsa, smossa forse da quell'unico bagliore ch'aveva conosciuto e, ancor più rilevante, riconosciuto finalmente, cosicché il siero poté venir diviso e il latte buono sorseggiato. Smise di urlare per sempre. Per quanto vecchio, il suo cuore aveva ancora palpitato; ed ecco il miracolo del tempo che scorre e del ricordo che sovviene, ecco ciò che molti chiamano provvidenza divina, gli sciocchi che sottovalutano l'estro umano e la potenza del suo volere che, forse, nulla ha a che vedere con Dio, se tanto è vero quel che si dice sull'arbitrio. Sciolse i capelli argentei e intricati e poi li pettinò, lavò il suo volto e fece cadere quei vestiti. Uomo, tra tutte le creature la più rispecchiante il sapore acre, aspro e pungente dell'offesa, offre l'attenzione ad uno straccio, ad un'immagine, e il resto divien meno, il resto è meno o forse niente. E lei era invisibile. Ma quando ebbe legato i capelli ora puliti, indossato abiti pacifici ed allietato la sua esistenza, tutto il mondo la notò. Tutti intorno ora le davano del Lei, e qualcuno anche del Voi. Il cucchiaino, o meglio la vecchia signora col cucchiaino, salì sul treno per Roma. Si mosse piano, trascinandosi su vecchie paure dalla consistenza d'una ragnatela, e si sedette. Roma, Roma, Roma, non c'è niente che sia meglio di Roma. La stazione, piena di gente che adesso guardava una donna con ancora la speranza d'una morte un po' più lieta, rimbombava di mille voci, ed erano più durature le eco di esse in sé, dunque, nel tramandarsi degli attimi negli attimi, si respirava l'eterno nella frazione d'un secondo. Si mosse per lo più in punta di piedi, un po' come una volta l'uomo con la fedora, solo che, ad accompagnare la lei, non vi furono mai taxi, fu un viaggio senza intermezzi. Quella era la porta. Una donna non dovrebbe mai essere lasciata sola, perché una donna sola è il problema del mondo. Ma, da quel giorno, sola non lo fu più. Passò tempo dacché ella aveva trovato il cucchiaino, tanto quanto quello fino al momento in cui dovette congedarsi. La casa, piena di gente a donar compagnia ad una vita finita che odorò di solitudine, conobbe anche le risa dei bambini che, della morte, né hanno paura, né percepiscon la presenza, ed ecco che ridono. Il cucchiaino fu rubato e lanciato in strada per bravata. Ma qualunque cristiano, che sia avvezzo o no al raccattar roba, nel vedere un cucchiaino storto in mezzo di strada, non è certo tentato a raccoglierlo, e così va oltre. Il contrario invece fanno i cani, e anche alcuni uccelli; ma che fosse un cane, oppure un uccello, interessante è la mano che dopo di essi se ne appropriò. Non aveva mai toccato il cucchiaino, bensì lo aveva conosciuto con gli occhi, non avrebbe potuto sbagliarsi. Rome. There's nothing better than Rome. Ella pure lo aveva pensato, ed ella poi, alla fine, vi si era trasferita. Quella sua provenienza indefinibile, forse cèca, adesso era meno evidente, pur tuttavia i lineamenti di ben poco erano mutati; forse solo l'attitudine, a tratti più italiana, adesso camuffava quella sua provenienza indefinibile, forse cèca o chissà. Quanto doveva aver viaggiato quel cucchiaino? Beh, se qualcuno può esser tanto sciocco da cacciar fuori un cucchiaino da tè in treno, sicuramente può essere altrettanto sciocco da intraprendere la sua ricerca una volta smarrito. E la lei non si era sbagliata. Il diretto Roma-Napoli, diversi anni dopo, non era cambiato che di poco. Molti di quelli che lo avevano conosciuto erano morti, così come molti che lo avrebbero conosciuto oggi, sarebbero morti l'indomani, forse anche il proprietario di quel cucchiaino. Ma lei, discreta come allora, sognatrice come allora, ma saggia come mai, vedendo il posto vuoto, quel che fu il posto di Bobi, e poi dell'uomo con la fedora, lì vi lasciò il cucchiaino, quasi fosse il fiore sul luogo d'una tragedia. E a Napoli il diretto frenò la sua corsa. E lei scendeva, e lui saliva. Non si incontrarono mai, ma lui, Bobi, il suo oggetto lo aveva ritrovato. Ringraziò il cielo per quel suo rinvenimento, eppure, anche se non lo seppe mai, niente di più umano ci fu alla base di quella felicità e il cucchiaino, se solo avesse potuto, avrebbe raccontato di quanto, a volte, i piccoli miracoli altro non siano che insoliti intrecci di vite e costumi....
  10. 1 punto
    2. Il Gran Sciamano "Sehemu" Come avrete avuto modo di constatare, non sono un tipo che si dilunga molto. Non saprei stabilire con esattezza se si tratti di carenza di vocabolario o di attitudine. Oppure di mera accidia. Siccome ritengo quest'ultima più come materia da confessionale (quel ranno dove si lavano i peccati), preferirei passare filosoficamente oltre. Ecco perciò, che voglio parlarvi di Euforbio Ialò e di come divenne Gran Sciamano "Sehemu" e Veneratissimo Taumaturgo del Regno Yongu, presso l'omonima tribù africana. Euforbio Ialò era un omino esile, sulla cinquantina, ma con in corpo il fuoco di una locomotiva a vapore, e in vita sua non si era mai fermato un momento, neanche sotto l'incalzante recessione e i venti che spiravano dalla Cordigliera della Precarietà. Aveva iniziato a lavorare presto, all'età di sedici anni, come garzone nella panetteria del padre. E come filava sulla sua bicicletta, nelle consegne a domicilio per le grange della zona. Poi, in uno di questi cascinali, s'imbattè nella Giovanna, e andò a finire dentro a un fienile. No, non con la bici, ma con la Giovanna. Indi, a questa iniziò a manifestarsi il frutto del loro peccato, ed il contesto arcaico e bigotto del paesello li portò a trasferirsi a Milano. Qui Euforbio inanellò una sequela di lavori; dal decoratore al benzinaio al beccamorto, finendo infine alla Officina Ottica Brembate, che si sarebbe rivelata l'ultimo approdo. E nel mentre la Giovanna gli sfornava dolci pargoletti, lui girava l'Italia come rappresentante dell'azienda, avanzando progressivamente di carriera fino a diventare il direttore generale della nuova filiale di Johannesburg. Ma insieme all'avanzamento professionale rotolava anche il destino, e fu così che si trovò sul Learjet che lo avrebbe portato in Kenya per l'ampliamento del business delle lenti a contatto nel continente africano. Prima di giungere a destinazione, però, il motore destro si mise a fare le bizze, ed il velivolo andò a schiantarsi nel mezzo della foresta Yongu. In vita sua, Euforbio Ialò non era mai stato un fervente credente, se non nella pagnotta: quella da guadagnare e quella da elargire generosamente, durante le sue trasferte, alle indigene del luogo. Fatto sta, che delle cinque persone a bordo dell'aereo, fu l'unico a cavarsela, seppur con un braccio e una gamba rotte e varie escoriazioni su tutto il corpo. Dopo vari e vani tentativi di mettersi in contatto col mondo esterno, ecco che gli si avvicinò un gruppetto di indigeni, timorosi dinanzi a quell'essere sceso dal cielo in una scia fumosa. E ogni qualvolta una fitta lancinante gli strappava un urlo più acuto, questi si ritraevano e prostravano ai suoi piedi temendone l'ira divina. Così, mentre il mondo civilizzato ne piangeva la scomparsa, un mondo ancestrale lo andava eleggendo a semidio. Fu così che Euforbio Ialò perse ogni suo incarico manageriale per assumere quello (diversamente manageriale) di Gran Sciamano "Sehemu" e Veneratissimo Taumaturgo del Regno Yongu, trascorrendo il resto della sua vita presso quella sperduta tribù della foresta, venerato e idolatrato da quel popolo che per una disfunzione congenita vedeva solo in bianco e nero. Così, quando egli recuperò la partita di lenti a contatto dal relitto dell'aereo e le distribuì tra gli indigeni, questi festeggiarono il nuovo mondo a colori con danze e canti per varie albe e tramonti. La filosofia delle lenti a contatto. Fin dagli albori della civiltà, l'uomo ha sempre ricercato nella natura circostante una manifestazione di qualche entità trascendentale che ammantasse il creato e l'universo tutto di un mantello confortante. Poi, col progredire dell'umanità è progredito anche quell'animismo primordiale, trasferendone le entità dalla natura al cuore degli uomini tramite redentori, profeti e predicatori vari. Orbene! Se fossi un filosofo patentato potrei dilungarmi sulle varie scuole di pensiero, con una bella rottura escatologica. Ma dal momento che mi sono ormai disvelato nella mia impostura, preferisco rispondere con una domanda. Cosa succederebbe se qualche Entità inciampasse, nel rotolio del Tempo, sulla Terra e rispondesse a tutti i nostri perché e percome di questo mondo a colori? Magari donandoci una più semplice e funzionale visuale in bianco e nero?
  11. 1 punto
    Mondi sommersi. Mondo sommerso. L’aere mi passa il cor di parte in parte, e Di ferro fili tendonmi il capo. Tutt’intorno è la vita che soffre. Il mare sembrami senza più sale. E voi cosa dite, oh uomini Oscuri distesi sopra gli scranni? Che ‘l tempo è ormai andato, Perciò chi ha goduto è beato. Lo dite a me, dolente perenne Che nacqui d’incanto e rimasi silente. I guerrieri d’oggi hanno gli occhi Tali e quali a bambini scemi. Poiché l’ardore c’avete stroncato. Pria coltivato, pasciuto: dato. La vampa c’avete sì dimandato, Benché il fuoco di noi temendo, Mai l’avete nevvero auspicato. Adesso mi trovo a dir di voi splendenti, Non angeli illustri, non poeti decadenti Ma splendenti. Simili a lucerne senz’anima Che di lume proprio non sanno brillar, Così dell’opera del popolo, dell’arte dell’onesto, Della caduta d’un padre, delle gote madide d’una madre, Così della umiltà superna del figlio, E della nostra morte come unico cipiglio, Voi splendete. Stiate però attenti oh potenti, Voi che c’assaltate i fianchi, L’ode mia non spargete ai venti! Né il rosso temiate né il nero, Disperate d’uno sguardo sincero Il mondo non si chiamerà mai vostro, L’Unico si librò sovra l’abisso, Solo Lui giudicherà il mostro Ch’al di voi nome fa da suffisso. L’opre da sole valgono il duolo. Se pietra vivente pe ‘l muratore, Aciaio sonante pe ‘l ferraiuolo. Ma i verdi biglietti e le giovani amanti Finiscono in vita come in campo i fanti. Noi non moriremo, Noi non sbaglieremo, Noi non ruberemo, Noi non uccideremo. Noi vinceremo.
  12. 1 punto
    Ancora noi... giovani eclissi, liberi ormai. Entrambi sorvoleremo isole, leveremo vele, insieme. Ancora...
  13. 1 punto
    Posto a disagio sul ciglio dell'universo mi sporgo nel vuoto guardando un mare di stelle. Fra tutte una risplende maggiormente porta il tuo nome riflette il tuo viso. Seta e velluto al tatto rosa e mandorlo al fiuto cascata di perle adorna il tuo orgoglio di donna. Di nero velato da invisibile rete il frutto del cuore traspare in attesa d'amore Lenta, sinuosa, con voce flebile allarghi i miei sogni lasciando sapori, profumi, colori che mai la mia mente cancellerà.
  14. 1 punto
    Nel sottosuolo dei pensieri Nell'entroterra dei sentimenti Un minotauro Mi divora l'anima. Affonda Le fauci Calde Sul mio collo Freddo. Brividi lungo il corpo Amplificano Il frastuono Della mia Mente. Anima, fuggi. Non é piú posto Per te, Qui. Torna a casa, sciocca. Non lasciare che La tua integritá sia intaccata. Scorre Il sudore Sulla schiena Scarlatta Del Mostro delle Anime. Fiamme Cosi brucianti Si accendono Ad ogni goccia che scivola Via. A segnare Una strada Tra l’imminente Piacere E la latente Paura. Sospesa: occhi di lampo mi trafiggono il cuore; non piú l’intero, non piú l’incorruttibile. Vero E Corruttibile Cuore Avrai. Avvolta In un abbraccio Di fuoco, Sale al cielo L’anima Imperfetta. Quante ferite Bruciano ancora, Sotto quel corpo Tanto pallido da brillare. Un organo solo Si innalza In armonia di luci Cosi calde da portare estate nell’inverno delle anime perdute. Una spirale Avvolta Nel suo Amore. Un Caleidoscopio Per scrutare il cuore. Un Vortice Che sale e Sale Nelle Vette piú alte di questa Mente Sconcertata. Un caldo Abbraccio Mi diede Con la sua Coda. Ultima ora da Mortale ...
  15. 1 punto
    Capitolo 1 ALISEA -Io avrei seguito il tuo piano se non ci avessero beccato!- sbottò Alisea buttando giù un altro boccone di carne. -Il mio piano era di seguire il tuo piano- ribatté Tory -Io non avevo nessun piano, avrei improvvisato una volta arrivati- Alisea incrociò gli occhi dell'amica e un brivido le attraverso la spina dorsale. Sapeva di averla messa nei guai e un terribile senso di angoscia le strisciò tra le viscere. -E poi cosa avresti fatto? Ti saresti messa a minacciare le guardie con un cucchiaino?- La risata di Tory invase tutta la sala mensa, molti cadetti le lanciarono sguardi carichi di curiosità. Alisea si sentì ferita da quella squallida battuta, ma alla fine sapeva che l'amica era fatta così. -Non dirmi che ti sei offesa- -No, sono solo stanca- mentì la giovane. Ci aveva creduto veramente quella volta, sperava che sarebbero riuscite a ingannare le guardie e svignarsela dal settore otto, ma invece erano state beccate ancor prima che il sole sorgesse. -Avevi l'allenamento?- Chiese Tory. -Sì, sessione completa. Non credo di sentire più le gambe- -E indovina un po'? Tra cinque minuti dobbiamo andare a prepararci per la tua prova e, per aver trasgredito le regole, siamo costrette ai lavori sforzati per tutta la notte. Compimenti ninja- disse emulando la voce del vicedirettore. Questa volta l'amica riuscì a strapparle un sorriso. Era grata per quella piccola e pazza ragazza, forse l'unica cosa buona di quel posto che tutti chiamavano casa. -Mi ero dimenticata della prova- -Scherzi vero? Tutti non non parlando d'altro, potresti salire in cima alla classifica- Alisea smise di ascoltare l'amica, non voleva aggiungere sale su una ferita già aperta. La sala mensa era una stanza enorme con almeno un centinaio di tavoli dove i cadetti, di ogni età, potevano guastarsi in tranquillità quella mezz'ora di pausa che era abitualmente concessa. Indossavano tutti la stessa divisa, ma di diverso colore, alcuni restavano a maniche corte, altri in canottiera. Sembravano una macchia d'inchiostro lasciata cadere lì per caso, riuniti insieme per chissà quale scopo. Era questo che tormentava Alisea continuamente. Perché erano lì? Cosa volevano da loro? Venivano allenati come muli, mattina e sera, fino a quando le gambe non reggevano più e le mani non si riempivano di calli. L'idea le martellava la testa continuamente tanto che il suo rendimento era nettamente calato, facendola finire in fondo alla classifica generale. Non le importava molto. La notte non dormiva e impiegava il tempo studiando piani impossibili per scappare da lì. Nessuno aveva mai realmente funzionato. Percepì gli occhi marroni di Tory perforarle la pelle, fino alle ossa. -Che c'è?- sbottò Alisea. Aveva perso l'appetito e giocherellava con la forchetta, deturpando quelle povere verdure che non avevano fatto nulla di male. Qualcuno doveva pur pagare per la sua frustrazione. -È da cinque minuti che fissi il vuoto, sputa il rospo prima che te lo tiri fuori con la forza- La giovane cercò di mantenere la calma, ma la tranquillità dell'amica la infastidiva. Continuò a fissare il vuoto che si presentava così interessante ai suoi occhi, come l'amante guarda l'amore spogliarsi di ogni insicurezza al suo cospetto, anche lei avrebbe voluto perdersi in qualcosa di migliore che però non c'era. Poi, accompagnata dal brusio generale, decise di parlare. -Non ti fa innervosire il fatto che tu non sappia quale sia lo scopo di tutto ciò? Cazzo Tory perché siamo qui? Io non posso sopportarlo- Lo sguardo dell'amica cambiò completamente, dalla dolce preoccupazione passò all'amaro sguardo accusatorio che Alisea tanto odiava. -Non ricominciare, ti prego- quasi le supplicò l'amica. -Sei stata tu a chiedermelo- Alisea fece due respiri profondi e fissò il piatto che aveva davanti. Pensò a come tutto quel cibo non dovesse preoccuparsi di niente, tranne essere mangiato, certo, ma almeno quegli spinaci conoscevano il loro destino. Si ritrovò ad odiare della misera verdura che non avrebbe più avuto lo stesso sapore. Sentì la mano dell'amica sulla sua, così alzò lo sguardo. Quegli occhi così marroni, ma che dentro nascondevano chissà quel inesplorato tramonto, rivolgevano l'attenzione solo a lei, analizzando ogni suo centimetro. Alisea si sentì sprofondare in un oblio ancora più profondo. A volte sarebbe voluta tornare indietro nel tempo per poter cambiare tutto, compresa l'amicizia con Tory, anche se, il passato neanche lo ricordava. Odiava quanto l'amica le volesse bene e come invece, Lei, riuscisse costantemente a metterla nei guai. Nonostante cercasse di tenerla fuori dai suoi strampalati piani, per un motivo o per un altro, ci finiva dentro comunque. -Scusa Al, ma adesso dobbiamo andare- Alisea trattenne le parole che cercavano invano di uscirle dalla bocca e si limitò a fare un cenno con la testa. Il frastuono generale pareva annebbiarle la ragione. Tory gettò nel cestino il cibo che rimaneva, schivando gomitate e cadetti che le intralciavano la via. La capo cuoca strillava per far scorrere la fila al bancone, mentre le guardie se ne stavano fermi dalle porte a fissare le ragazzine. Le venne la pelle d'oca quando posarono gli occhi su di lei. Distolse subito lo sguardo e si concentrò sulla sagoma dell'amica che si faceva sempre più vicina. La vide fermarsi per raccogliere una forchetta che un altro aveva gettato a terra. Poi raggiunsero il corridoio insieme. Tutto era così dannatamente uguale per Alisea, che, a volte, le veniva addirittura la nausea. Quelle pareti bianche rendevano il corridoio un posto quasi senza fine. Alisea pensò a cosa avrebbe dovuto affrontare nel giro di pochi minuti e le gambe iniziarono a vacillare sotto il peso di quella consapevolezza. -Vado un attimo in infermeria a farmi dare degli antidolorifici, ci vediamo direttamente in palestra- Fu Tory a rompere il silenzio. -Okay- -Ah dimenticavo! Buona fortuna. Stai attenta alla faccia, non voglio che il tuo bel visino si rovini- -Mi amerai comunque, giusto?- scherzò Alisea. Tory sollevò il sopracciglio e il suo viso si contrasse nel solito ghigno divertito. -Non credo, penso di poter trovare di meglio- Alisea colpì l'amica sul braccio scoperto, nel punto esatto in cui un grosso livido violaceo contrastava la sua candida pelle. Tory si lasciò sfuggire un piccolo gemito di dolore. -Carogna! Questo si chiama giocare sporco. Brava la mia ragazza- Entrambe risero di gusto, invadendo tutto il lungo corridoio. Oltre a loro, c'erano solo due addetti alle pulizie che canticchiavano motivetti irritanti. -Ci vediamo tra poco- -Puoi contarci, porta con te anche Castor- rispose Alisea mordicchiandosi il labbro. Poi le amiche si salutarono e ognuna prese la sua strada. Alisea scese le scale che l'avrebbero portata nel settore due, zona zero, forse uno dei più tranquilli del Centro Protezione. Il ticchettio metallico che scandiva i suoi passi le riempì le orecchie con tale foga, che anche quando ci fu silenzio continuò a sentire quel rumore. Spesso camminava a testa bassa, permettendo al tempo di scorrerle davanti. Superate le tre rampe di scale, intravide altri cadetti che aspettavano nel corridoio. Non conosceva nessuno di loro, o meglio, ricordava i loro visi, ma nulla più. In quel centro era quasi un fantasma, solo in pochi conoscevano il suo nome, ma tutti sapevano il suo codice identificativo, d'altronde bastava guardarle la targhetta. Il più grosso, Crabb, o almeno così lo chiamavano tutti, la fissò non appena i suoi occhi notarono la piccola sagoma della giovane. Era un uomo robusto, dalle braccia possenti e un taglio corto militare che appesantiva i suoi lineamenti duri. Pareva un adulto, ma in verità era più piccolo di Alisea. Frequentavano lo stesso corso di combattimento corpo a corpo e di simulazione alle prove. Nella mente della cadetta era ancora viva l'immagine di Crabb che spezza le dita al coordinatore d.s, colpevole solo di aver contestato una delle sue mosse. Il ragazzo incrociò le braccia aspettando che Alisea passasse, squadrandola dalla testa ai piedi. Sperò non fosse lui il suo avversario. Vicino a Crabb c'era una donna altrettanto robusta, che bofonchiò qualcosa non appena la giovane le passò davanti. Aveva una tigre tatuata sul viso. La sentì ridere alle sue spalle, ma decise di lasciar perdere. Attraversò il corridoio, arrivando davanti alla porta del suo dormitorio. Passò il bracciale metallico, che teneva al polso, davanti alla serratura elettronica. La porta scattò di lato permettendo alla ragazza di passare. Alisea entrò nella stanza, lasciandosi cadere nel piccolo letto posto all'angolo della stanza. Sentì la stanchezza depositarsi in ogni centimetro del suo corpo. Girò leggermente la testa e una strana sensazione di smarrimento le invase l'animo. La finestra offriva sempre la stessa visuale: la città. C'erano mille colori che danzavano armoniosamente, il sole scompariva dietro i grattacieli che parevano solleticare le nuvole e, queste, ridevano vagando nel cielo scarlatto. Le strade erano piccole e le auto si spostavano lungo le strade di quella città senza nome. Le stagioni cambiavano e Alisea aspettava l'inverno, dove la neve candida avrebbe sfiorato la finestra. Lasciò che i polpastrelli toccassero il vetro, cercando di ricordare come fosse il tocco gelido della neve, o la pioggia sul viso. A volte riusciva a vedere piccoli pallini indistinti che si muovevano frenetici e si immaginava al posto loro, al posto di quelle persone che mai guardavano dalla sua parte. Avrebbe voluto urlare fino a sentire la gola perire sotto quel canto coì disperato, tutti le passavano davanti ignari che lei fosse lì. Guardava le loro vite mentre si lasciava scivolare dalle mani la sua. Non voleva prepararsi per la prova, non ne aveva alcuna intenzione. Eppure era vincolata ad affrontare questo genere di cose, perciò decise, tra se e se, che avrebbe perso di proposito. Non le importava del suo avversario, non le importava della commissione o della classifica, loro non volevano collaborare e allora Alisea si sarebbe presa da sola le risposte che cercava. La divisa che avrebbe dovuto indossare era già appesa all'anta dell'armadio. La guardò sperando si disintegrasse all'istante. Era di un nero opaco, quasi sporco, rigida nel colletto e lungo le spalle. Dei bottoni grigi squarciavano la divisa, dal colletto fino al basso ventre. Era leggermente più elegante delle solite divise sportive. Si alzò a fatica, ripentendo mentalmente tutte le persone che facevano parte della commissione. "Gregor Tapman, Juls Robb, Polly Roger e Will Storm" Continuò fino a quando i nomi non si ingarbugliarono nella sua mente. Si sfilò i pantaloni con delicatezza, cercando di non sfiorare i lividi, svestirsi era diventata un'impresa. Durante gli allenamenti venivano provati fisicamente dalle sessioni, dove, a volte, erano costretti a battersi anche tra di loro per simulare le prove. I coordinatori non potevano toccarli in alcun modo. Se dovevano punirli, utilizzavano un taser simile ad una pistola. Alisea ormai si era abituata alla scossa elettrica. Si avvicinò al lungo specchio presente nella stanza. Squadrò il suo riflesso, quasi come se stesse ammirando un'estranea. I lineamenti duri e marcati di Alisea erano spezzati da un livido rossastro all'altezza della mascella. Le labbra erano di un rosso intenso, vermiglio, come fuoco, mentre il nero dei capelli contrastava quel colore così acceso. Si guardò con attenzione. "Questo colletto è veramente stretto" pensò tra se e se cercando di allargarlo un po' di più. Fece due respiri profondi, cercando di buttare fuori tutta l'aria possibile insieme alle preoccupazioni che si portava dietro. Lei non era nessuno e il Centro Protezione le dava uno scopo che non conosceva. Percepì le tempie andare a fuoco. Il mal di testa l'avrebbe aiutata a perdere. Le dispiaceva rinunciare ad anni di allenamenti e sudore finendo in fondo alla classifica di ogni specialità. Era una delle migliori, era. Il passato non le importava, voleva tagliare qualsiasi legame, qualsiasi cosa la tenesse vincolata al C.P. Decise che era ora di andare nel luogo dove era stato allestito il palco per la prova. Ripercorse lo stesso tragitto, salì le scale e svoltò al secondo angolo a destra. -Devo dire che questa divisa ti fa il culo più grosso- Un enorme sorriso si stampò sul viso di Alisea. -Ma quanto sei gentile Castor- disse sarcastica. -Il mio era un complimento- ribatté l'amico più grande. -Comunque mi sei mancata- aggiunse cingendole il fianco con il braccio. -Tu no, se devo essere sincera- Entrambi risero mentre si avviavano verso la sala della prova, che questa volta, era stata allestita nel settore tre. -Allora, sei agitata?- continuò Castor. Nei suoi occhi azzurri c'era davvero preoccupazione. Alisea si perse per un attimo tra le sue lentiggini che ne punteggiavano il viso. "Lo rendono ancora più adorabile" pensò. Castor e Alisea si conoscevano da tanto, forse anche da più tempo di quanto ricordassero. Si erano incontrati durante la prova di Tiro con l'arco, dove per poco, lui, rischiò di trafiggere con una freccia l'allenatore. Dopo l'incidente era diventato uno dei migliori, non si alleavano insieme perché appartenevano a piani diversi, ma aveva assistito alle sue ultime prove e poteva vedere i risultati nella classifica generale. L'amico se la cavava piuttosto bene. I capelli verdi di Castor riportarono Alisea alla realtà. -Solo un po'- mentì di nuovo. Era la seconda volta che nascondeva la verità ai suoi due migliori amici. Si sentì ancora peggio. L'ansia la stava divorando. Per un istante credette di aver sentito le sue budella urlare dalla disperazione. Nonostante avesse scelto di perdere, questo la turbava ancora di più. Avrebbe fatto una brutta figura davanti alla commissione, agli allenatori, ai supervisori, a tutti i cadetti della C.P e si sarebbe trovata lividi in più da sopportare la notte. -Immagina tutti in mutande- esordì Castor. -Oppure immaginali nudi, non fa differenza- Alisea avrebbe voluto tirargli un pugno sulla spalla, ma trattenne l'istinto. Immaginare tutti nudi di certo non l'avrebbe aiutata. -Castor, posso farti una domanda?- -Certo- canticchiò sorridente. -Ma tu non stai mai zitto?- Questa volta fu Alisea a ridere, compiaciuta di aver fatto arricciare le labbra al ragazzo. Castor si passò una mano tra i verdi capelli, trattenendo un sorriso. Arrivarono davanti all'entrata del settore. Nella parete ara disegnato un grosso tre che indicava l'inizio della zona. Le luci illuminavano l'atrio, riflettendo il pavimento blu. Raggiunsero l'entrata dove, a farvi la guardia, c'erano due soldati di sezione o, comunemente chiamati, Avamposti. Il settore iniziò a riempirsi di cadetti che facevano sempre più rumore. Alisea provò a chiudersi nella sua piccola bolla di sapone, dove, con un po' d'impegno, sarebbe riuscita a estraniarsi dal resto del mondo. Si guardò le mani, pensando a cosa spingesse gli altri cadetti ad essere così tranquilli. Anche loro si ponevano le stesse domande? Oppure era solo una sua fissazione quella di sapere, quella di avere uno scopo preciso, quella di dare un senso alle proprie azioni? Forse era lei quella strana. -Identificatevi- disse l'Avamposto più magro. -021 e Z14- dissero in coro Alisea e Castor. In quel posto i loro nomi poco importavano, venivano chiamati con un codice, in base alla zona in cui vivevano e al numero di stanza. Alisea lo odiava. Le guardie lasciarono libero il passaggio ai due amici, che, ancora più vicini, varcarono la soglia. La sala era già quasi piena, nonostante fosse gigantesca. C'erano solo pochi posti ancora disponibili, perciò si precipitarono a sedersi. Al centro c'era un tappeto rotondo, dove la ragazza avrebbe dovuto battersi. Presero il posto anche per Tory che ancora non era arrivata.Non appena vide la commissione, l'aria parve bloccarsi nei suoi polmoni. Li sentì bruciare, quasi come se stessero per esplodere. Trattene il fiato. -Alis, stai bene?- chiese l'amico squadrando la folla. Alisea non rispose. Alcuni cadetti la fissavano, tutti sapevano sarebbe stata lei ad affrontare la prova. La ragazza era stata talmente assorta nella pianificazione di un'ipotetica fuga, che neanche si era preoccupata di sapere con chi avrebbe dovuto sfidarsi. Iniziò a squadrare tutti i presenti, sperando che il suo avversario, alla fine, non sarebbe stato poi così tanto grosso o muscoloso. Anche la commissione l'aveva individuata e non le toglieva gli occhi di dosso. Sentì la pelle andare a fuoco. Quando percepì il rumore delle porte che si chiudevano definitivamente, Alisea capì che il momento era arrivato. Le guardie si sistemarono davanti alla porta. Tory non c'era e la ragazza ebbe un motivo in più per avere paura. Vide il coordinatore della classifica salire sul piccolo palchetto, dove stava seduta anche la commissione. Aveva in mano un piccolo microfono, che sventolava da una parte all'altra. -Oggi si svolgerà un'altra prova, la sesta in due settimane. Sapete tutti che il vincitore otterrà ben tredici punti da aggiungere al suo voto complessivo, favorendo la propria posizione nella classifica. La commissione assegnerà i punti in base all'esecuzione della prova. Adesso presentiamo i due cadetti, sorteggiati due sere fa, che affronteranno la seguente sfida- L'accento moscio del coordinatore la irritava almeno quanto i suoi baffetti grigi. Si muoveva sicuro, gonfiando il petto e alzando il mento. Scorrazzava facendo discorsi privi di senso cercando di dargliene uno, e grazie allo charme che baciava le sue parole, tutti si bevevano ciò che diceva. -Soldato 021, fatti avanti- Alisea sentì le gambe tremare, le percepì allontanarsi dal corpo e strisciare via, ma quando abbassò lo sguardo, erano ancora lì, nella stessa posizione. Le orecchie si riempirono d'aria e, Alisea, non filtrò nessun'altra parola. Si alzò con l'aiuto di Castor che la seguì con lo sguardo, vigile ad ogni sua mossa. Si fece largo tra i presenti, fino ad arrivare al centro del tappeto. Era largo, almeno quanto la sua stanza. Le panche sulle quali erano seduti i cadetti, circondavano quello spazio che tutto d'un tratto sembrava farsi sempre più piccolo. Intravide Castor in mezzo alla folla. -Soldato 014- strillò il coordinatore. Alisea capì che avrebbe dovuto affrontare un cadetto del suo stesso dormitorio, sezione e zona. Tirò un sospiro di sollievo, ma la sicurezza che l'aveva avvolta svanì non appena vide Crabb. Quell'uomo l'avrebbe letteralmente spezzata in due, indipendentemente da ciò che avrebbe scelto di fare lei. Il pavimento parve tremare sotto il peso di quell'uomo. Indossava la stessa divisa di Alisea, ma era chiaramente stretta per la sua stazza. Fulminò la ragazza con lo sguardo, uno sguardo carico d'odio, d'ira. -Che la prova inizi- intervenne il coordinatore baffuto. Crabb era pronto a saltarle alla gola, ma la porta si spalancò lasciando entrare una donna in completo. Portava i capelli biondi, lungi fino a metà schiena e il ticchettio dei suoi tacchi era l'unico rumore che invadeva la sala. Era scortata da due guardie robuste quanto Crabb. Era la donna più elegante che Alisea avesse mai visto. Quando puntò gli occhi su di lei, la ragazza provò una strana sensazione, come se il sangue si fosse gelato nelle vene, come se fosse arrivato l'inverno all'improvviso. Ebbe l'impressione di scorgere un sorriso farsi strada sul viso della donna. Si levò un brusio fastidioso, che invade di colpo la stanza. C'era qualcosa che ti spingeva a guardarla e che non ti faceva smettere più. La commissione si alzò in piedi, così come il resto dei cadetti. Il coordinatore spalancò la bocca e allora Alisea capì. Quella era la direttrice della C.P, l'autorità massima, assoluta, a cui, anche l'uomo più grosso, si chinava. Krystal Rose era proprio davanti a lei e avrebbe assistito alla sua prova. Tutto ciò che aveva programmato svanì all'istante, Alisea aveva un nuovo piano e, questa volta, avrebbe funzionato.
  16. 1 punto
    “Allora? Allora che?” Risponde tenendo lo sguardo fisso davanti a sé. “Beh..non dici niente di quello che…è successo?” “No, non ti dico niente.” “Ma sei arrabbiata?” “Arrabbiata? No, per niente. Ma non ho voglia di parlarne, adesso. Andiamo a casa a riposare, e quando ne avrò voglia ne parleremo. Ok?” E’ meglio non insistere, lo so per esperienza. Per tutto il viaggio restiamo in silenzio, e anche a casa, un fugace “Buonanotte” prima di infilarsi a letto. Io vado in salone, mi siedo in poltrona e accendo la TV. Salto da un canale all’ altro, ma senza interesse per nessuno. Sono preoccupato! Non vorrei aver commesso un errore irreparabile, non vorrei aver compromesso il nostro matrimonio, a cui tengo moltissimo. Ha ragione lei…meglio non parlarne più, meglio dimenticare. Il giorno dopo è denso di lavoro e di problemi da risolvere, e cerco di concentrarmi, anche se non riesco a togliermi del tutto dalla mente l’ immagine di Francesca mentre succhia il cazzo a…a…a Stefano. Finalmente arriva l’ ora di rientrare a casa. Ho qualche esitazione nell’ affrontare il momento del rientro. Temo che mia moglie, ripensando a mente fredda alla notte scorsa possa averne tratto conclusioni negative. Invece lei mi saluta col solito sorriso di sempre, facciamo il solito cin cin prima di iniziare a mangiare e ci scambiamo il solito fugace bacio attraverso il tavolo. Chiacchieriamo del più e del meno e, preso il caffè, lei si affretta a sparecchiare. E’ venerdì, la sera della partita a Burraco su Internet e lei si dirige alla scrivania dove è posato il PC e dopo pochi minuti inizia a giocare. Io mi siedo in poltrona e accendo la TV, ma le uniche immagini che vedo realmente sono Francesca nuda alla luce lunare e Francesca che succhia il cazzo di Stefano. Sono eccitato, sono eccitato come da tempo non mi capitava. Vado a letto, spero di addormentarmi, invece mi giro e rigiro sotto le lenzuola. Le tempie, e qualcos’ altro, mi pulsano. Non so quanto tempo passi prima che mia moglie entri in camera, e di qui nel breve disimpegno che porta alla stanza da bagno. Finalmente, alla debole luce che proviene dalla finestra appare, nuda, e si infila a letto. Sa che non dormo, e mi augura la buonanotte. La mia non è la solita, scontata risposta di circostanza. - Se sarà buona, dipende solo da te. – Le dico abbracciandola. Lei mi abbraccia a sua volta e, sentendo la pressione del mio membro eretto, discosta le gambe. Io scivolo in mezzo e vengo accolto in quel nido caldo e umido, che non offre alcuna resistenza alla profonda penetrazione. E’ un rapporto intensissimo, coinvolgente per entrambi. Lei manifesta la sua eccitazione mordicchiandosi il labbro inferiore, muovendo la testa a destra e sinistra, sospirando, sussurrando quanto piacere prova, premendo il ventre contro il mio. Io faccio di tutto per trattenere l’ orgasmo che sento incombente, e solo quando lei solleva parossisticamente il bacino nell’ orgasmo che la sta travolgendo, dò libero sfogo al mio piacere. Quando, esausti ma appagati, riprendiamo respiro, lei mi accarezza dolcemente i capelli e sussurra: “Ma perché vi piace tanto vedere le vostre mogli insieme ad altri uomini?” Non mi dà tempo di rispondere e torna in bagno. Io non aspetto il suo ritorno, ma vado in quello degli ospiti. Cerco di capire il senso della domanda, ma non ci riesco. Torno a letto; lei è ancora in bagno e, quando torna a sdraiarsi vicino a me, le chiedo. - Perché quella domanda? E perché hai parlato al plurale? – Sospira, si volta verso di me, mi accarezza ancora. - Perché non sei mica il solo. – Si limita a rispondere. - Di chi stai parlando? – - Se te lo dico, mi prometti di tenertelo per te? – - Assolutamente sì. – Altro sospiro. - Ecco, hai presente Maria Vittoria e suo marito Roberto?- - Eccome, lui è uno dei miei fornitori, quasi un amico, e lei è quella arcigna donna occhialuta sui 45 anni, così seria, sempre in giacca e pantaloni e scarpe basse. Sai che mi sono chiesto più di una volta se fosse lesbica? – - Lesbica? Quella donna arcigna, come la definisci, è una mia amica, come sai e qualche mese fa mi ha confessato che lei e il marito sono anni che praticano questo...gioco, come lo chiama lei.- Ora il residuo di sonno è completamente sparito. - Cioè? Dai, non farti strappare le parole con le tenaglie...spiegati meglio.- - Dunque, tutto è cominciato qualche anno fa. Un inverno sono andati a sciare in Austria, in un bell’ albergo munito di SPA. Al mattino, stanchi, non avevano voglia di buttarsi subito sulle piste e hanno deciso di fare una sauna. Sono usciti dalla stanza indossando i teli e le ciabatte fornite dall’ albergo e sono arrivati alla SPA. Lì, hanno trovato la sauna chiusa per manutenzione. Delusi, stavano per tornare in stanza, quando hanno visto la piscina. In acqua non c’era nessuno, il locale era deserto e allora hanno pensato di fare una nuotata. Si sono sbarazzati dei teli, sotto ai quali erano nudi e si sono tuffati. Il tempo di fare un paio di vasche ed è entrato un ragazzo in costume. Lei era imbarazzatissima, il ragazzo vedeva benissimo che era nuda e, malgrado all’ epoca non avesse ancora quarant’ anni, si sentiva a disagio, sentendosi osservata da un ragazzo sulla ventina o giù di lì. Il ragazzo si è tuffato e ha iniziato a nuotare su e giù. Lei avrebbe voluto uscire e andarsene, ma non poteva farlo senza mostrarsi completamente nuda. Continuò quindi, insieme a Roberto, a nuotare sperando che il ragazzo se ne andasse. Lui non solo non sembrava averne nessuna intenzione, ma ad ogni vasca che completava si avvicinava sempre di più a loro. Sentendosi stanca, si ferma a fondo vasca, con i piedi sul fondo, insieme a Roberto. Il ragazzo si ferma anche lui poco distante, osservandola sfacciatamente e sorridendole. Lei si aspetta che Roberto faccia o dica qualcosa, invece lui la abbraccia, stringendola forte e la bacia. Lei gli chiede cosa stia facendo e lui le risponde che la ama tanto, tanto, e di lasciarlo fare. Roberto prende a carezzarla dappertutto. Lei non vorrebbe farsi vedere in quelle condizioni da un estraneo, ma all’ improvviso capisce che quelle che la stanno frugando non sono solo le mani del marito. E quando lui le dice di infilare la mano nel costume del ragazzo e di toccarlo...lei lo fa, e si ritrova in mano un cazzo durissimo. A quel punto avviene la trasformazione. Spariscono timori, imbarazzi, pudori. Gli danno il numero della camera e vanno ad aspettare che li raggiunga. E, in camera, scopano subito. Poi, per farla breve, da lì è iniziata l’ avventura che prosegue ancora adesso. Prima con uno, poi due, poi gruppi, club privè, internet, Cap D’Agde. Insomma, di tutto e di più. Attualmente hanno conosciuto uno che, a volte, la porta a fare sesso in giro. Il marito aspetta a casa che lei rientri e gli racconti cosa ha fatto, mentre la scopa. – Sono letteralmente senza parole. Maria Vittoria e Roberto? Ma chi l’ avrebbe mai immaginato? -E ora? – Mi chiede lei all’ improvviso. -Scusa, e ora che? – - Ora vuoi rispondere alla mia domanda? – - Vorrei tanto, ma non lo so, ti assicuro. So solo che eri bellissima, che è stata un’ esperienza sconvolgente, piacevolissima, fantastica.- - Ora, se vuoi, ne possiamo parlare. Prima, però...CI (e calca il tono sul “ci”) dobbiamo promettere di essere assolutamente sinceri.- - Io veramente credevo che fossimo sempre stati sinceri.- - Sì, ma stavolta, dobbiamo esserlo totalmente, anche se quello che ci diciamo potesse ferire l’ altro. Prometti? – - Sì, assolutamente, totalmente sì, te lo prometto. E tu? – - Anche io, amore, anche io te lo prometto, e ti chiedo perdono già da ora se quello che ti dico potrebbe forse farti soffrire, ma è necessario.- - Ok, chi comincia? – - Comincio io: quello che è successo ieri, è stato veramente un caso? Non è che lo avevi programmato mettendoti d’ accordo con il ragazzo?- - Ma no, assolutamente no. A queste situazioni non avevo mai pensato. Il tarlo ha cominciato a lavorare quando vedevo come ti fissava le gambe e ha raggiunto l’ apice quando mi hai detto che ti aveva raggiunto in bagno e ti aveva sorriso. E, forse sbagliando forse no, ho voluto interpretare il tuo contraccambiare il sorriso come un possibile desiderio di coinvolgimento. E tu? Cosa ti ha fatto accettare la situazione? – - All’ inizio, quando mi hai detto che lui mi stava guardando avrei voluto andarmene, ma vedevo che tu eri eccitato e ho resistito cercando di farti godere. Ho iniziato ad eccitarmi leggermente quando mi hai abbassato le mutandine, e quando mi hai chiesto se potevi abbassare il vetro ero già pronta a dirti di sì. Quando ho sentito la sua mano calda, forte accarezzarmi la...la fica, e quando mi ha infilato un dito l’ eccitazione è aumentata. Da quel momento, ero pronta a fare tutto quello che mi hai chiesto. E, come hai visto, sono anche andata oltre le tue richieste, quando...quando gliel’ ho preso in bocca. In quel momento, cosa hai pensato? – - Che volevo chiederti io di farlo, ma non trovavo il coraggio, avevo paura di esagerare, ma è stato bellissimo guardarti mentre glielo succhiavi.- - Sincero? – - Sincerissimo. – - E, quando ti ho chiesto se per caso stessi pensando a farmi scopare da lui e tu hai detto no...lo pensavi veramente? – - Sì, lo pensavo...e lo penso. Non riesco ad immaginarti penetrata da un altro.- - Sinceramente io ti dico che se tu non fossi riuscito a farmi godere, se ti fossi tolto...avrei voluto scopare con lui.- Questa sì, è una dichiarazione che non mi aspettavo. -Ti sei ammutolito? – -Beh, sono sorpreso sì. Non avrei pensato a questo. Ma hai visto bene come ce l’ ha grosso? E’ il doppio del mio.- - Esagerato; è un po’ più grosso, ma non certo il doppio. Non credo che avrei avuto problemi particolari. E poi,vedi, noi donne non siamo bambole di gomma. Se pensi, come credo, di...voler rinnovare queste esperienze, devi mettere in conto che anche io posso avere dei desideri da soddisfare. Non voglio essere solo un oggetto per il tuo piacere.- - Perché pensi che lo voglia rifare? – In realtà è vero, ma il fatto che lei possa fare sesso completo è un problema non da poco – e, TU, lo vuoi rifare? – - Perché, vedi, stasera siamo ad un bivio. O decidiamo che quello che è successo è stato solo un episodio, una specie di ubriacatura senza conseguenze che presto o tardi dimenticheremo, e sappi che sono d’ accordo, o proseguiamo su una strada che, considerata l’ esperienza della mia amica, non si ferma a qualche sporadico incontro occasionale. Se IO lo voglio rifare? Vedi...in questo gioco, chiamiamolo così, sei tu che...offri tua moglie, quindi quello che voglio o non voglio io non conta.- - Ma – ribatto – non è mica detto che le cose debbano andare per forza come dice la tua amica: ci possono anche essere situazioni più soft, meno impegnative. – - Io invece non credo, ma non è questo il punto. Bisogna decidere se, come ripeto, consideriamo quello di ieri un “incidente” da non far più succedere o se proseguire su questa strada. In questo secondo caso, devi essere consapevole dell’ impossibilità, da parte tua, di voler porre dei limiti. – - Dimmi, cara, sinceramente per te è un grosso problema fare sesso con un altro? – - Sinceramente, credo che il vero problema non sia fare sesso con uno sconosciuto, ma che il problema sia...il dopo.- - Il dopo? Puoi spiegarti meglio? – - Ecco...dopo che ho..giocato... con degli estranei, e dopo che tu mi hai visto mentre lo facevo, e forse tu sei stato loro complice...dopo, a casa, dopo...il giorno dopo...ci ameremo e ci rispetteremo ancora come adesso? Per me questo è importantissimo. Tu per me, e lo sai, sei stato il primo uomo, il MIO uomo da amare totalmente, e vorrei che fosse sempre così. Che niente potesse mettere in discussione il nostro amore. – Ha ragione, per me è lo stesso. Sono pronto a rinunciare a qualunque cosa possa mettere in crisi il nostro rapporto o scalfire il nostro amore. - Cara, tesoro, da parte mia sono sicuro che ti amerò e rispetterò sempre. D’ altronde, dopo ieri sera, io sento di amarti ancora di più. E tu, cosa pensi di me dopo quello che è successo? – - Che sei un porco, che non ti voglio più vedere, che chiedo il divorzio.-
  17. 1 punto
    In E tu- meravigliosa creatura -ti vedi "pianeta senza vita" E tu- "luminosa stella" che ispiri espressioni poetiche e accendi di luce dimensioni sconosciute -ti senti ghermita dal vuoto senza fine di un buco nero E tu- della cui voce si nutrono i sentimenti più romantici -ti credi "muta" arpa senza corde strumento vecchio e stonato non più in grado di suonare E tu- "terra fertile" bagnata dalla rugiada dove nascono crescono e vivono le simmetriche immagini di futuri colorati di speranze nuove -ti vedi "terra arida e sterile deserto senza fine" E tu... E tu... Sempre tu... sorella mia figlia mia madre mia amica mia fermati un attimo e riposa lascia che la mano della vita- come dolcissima carezza -sfiori i tuoi occhi per rievocare insieme potenza e miracoli sacrificati al "tempio" della ragione e... lasciarsi portare dalle onde del tempo attraverso i flutti della vita verso spiagge sempre nuove coronate da arcobaleni sempre più colorati.
  18. 1 punto
    La donna di latta racconto di Riccardo Alberto Quattrini Una creatura metallica, dal sorriso statico-erotico, cattura l'attenzione della folla e rapisce il cuore di Marco. Marco Derenghi era spintonato, pressato, strattonato dalla gente che a quell’ora del mattino si accalcava sull’autobus blu. Si reggeva a fatica agli appositi sostegni metallici, freddi e appiccicosi per via di tutte quelle mani che vi si aggrappavano. Aveva la mente così occupata dai pensieri, da non accorgersi di quanti gli stavano attorno. Aveva quarantacinque anni, non molto alto e dalla vita non aveva avuto tante emozioni, né se le aspettava più. Il suo pessimismo si fondava su ragioni serie; chiunque, se avesse avuto la bontà di ascoltarlo, ne avrebbe convenuto. Viveva in due modeste camere, di cui una a uso cucina, in periferia e tutti i giorni, tranne la domenica, prendeva l’autobus per andare al Grande Emporio, dove era capo vetrinista. Solo dopo la morte della madre, donna energica e possessiva che aveva ostacolato ogni relazione per il timore di essere abbandonata, aveva ritrovato un po’ di pace, ma non gli anni perduti della sua giovinezza. Ormai i suoi capelli si erano diradati e imbiancati alle tempie; non immaginava che la sua vita sarebbe cambiata proprio quella mattina. Era un martedì di inizio primavera e al Grande Emporio lo attendeva una giornata monotona impegnata ad allestire vetrine. Franco Fusaro, il direttore, lo attendeva nel magazzino, a cui si accedeva tramite un enorme montacarichi. Quando arrivò c’era anche Cattoni, l’aiuto magazziniere, il quale stava terminando di aprire una grossa cassa di legno. «È arrivata, Derenghi! È arrivata!» disse euforico Fusaro, sfregandosi veloce le mani. «È arrivata, cosa?» chiese con un viso da sfinge. «Lei ancora non lo sa, ma le ho riservato una grossa sorpresa, vedrà.» Poi proseguì agitatissimo battendo le mani: «Forza Cattoni, apra, apra!» Cattoni sollevò il coperchio della cassa: apparve una figura, avvolta come una mummia in innumerevoli fogli di plastica bianca imbottita. Cattoni la liberò lentamente da quella speciale confezione. Fusaro e Derenghi, immobili, sembrava stessero assistendo a uno spogliarello. Quando tutta la plastica fu levata, emerse una figura muliebre in piedi, con la testa girata verso di loro. Era tutta di metallo argenteo, levigato a specchio. Stava lì, alta, statuaria come una dea Madre, con forme perfette da ballerina del Crazy Horse. Una maschera di metallo le ricopriva il volto, senza occhi, come una celata, il profilo del naso era appena accennato ma le labbra carnose lasciavano intravedere i denti perfetti, lucenti. Due piccole antenne sporgevano al posto delle orecchie. I seni erano alti e prorompenti, con i piccoli capezzoli surrogati da due bulloni dorati. Dalle spalle larghe, ben fatte, scendevano le braccia armoniose con le mani affusolate, dita lunghe e articolate. La schiena flessuosa poggiava sui glutei ampi, formosi, le cosce lunghe, tornite, i polpacci perfetti su caviglie sottili e piedi piccoli, proporzionati. Grazie a degli snodi ad anelli concentrici, poteva assumere qualsiasi posizione. «Ha visto che meraviglia?» disse Franco Fusaro euforico. «È proprio fantastica!» replicò esterrefatto Derenghi. «E non è tutto» continuò Fusaro mostrando una tastiera e un monitor. «Questa è la sua centralina di comando. Da qui si può programmarla.» «Vuole dire» chiese Derenghi attonito, «che la si può far muovere come più ci piace?» «Sì! Non è fantastico? Vede questa penna?» Derenghi annuì. «È una penna ottica, con questa si può disegnare sullo schermo ogni suo movimento . Ora le faccio vedere.» Batté alcuni tasti, e sul monitor apparve una figura stilizzata, formata da tanti piccoli quadretti colorati. «Adesso è in piedi e ci guarda, le mostro come farla camminare.» Disegnò alcune linee sullo schermo. «Ecco, ora il computer elabora il mio disegno, traducendolo in movimenti. Molte posizioni sono già state immesse nella sua memoria. Sì, perché lei ha una memoria, proprio come un essere umano.» La figura argentea, dopo alcuni secondi, fece qualche passo avanti, muovendosi armoniosamente. Nella stanza non si udiva nessun rumore, solo lo sfrigolio dei neon che pendevano dal soffitto. Derenghi, affascinato, con la bocca aperta, guardava estasiato la figura metallica. Anche Cattoni, rapito da quella visione, si avvolgeva i fogli di plastica sulle braccia, senza rendersene conto. «È o non è straordinaria?» domandò Fusaro. «Se l’immagina il successo, quando apparirà nelle nostre vetrine? Diavolo!» e si batté una mano sulla coscia. «Stupenda» disse a mezza voce Derenghi, senza mai togliere gli occhi di dosso all’automa. «È tutta sua. Si studi bene questo manuale e buon lavoro. Ah, dimenticavo» continuò il direttore, «le ho dato un nome: Maria, come la protagonista di Metropolis, il film di Fritz Lang. E non dimentichi: deve essere esposta fra una settimana, in concomitanza con la campagna pubblicitaria. Attirerà un mucchio di gente. Vedrà Derenghi!» Derenghi non disse nulla, si limitò a muovere la testa in segno di assenso. Poi disse al magazziniere di lasciare pure stare, avrebbe pensato lui a sistemare tutto. Cattoni scomparve dentro il montacarichi assieme al direttore e Marco Derenghi rimase solo. Allungò una mano per toccare la strana creatura: la sensazione di freddo del metallo non lo infastidì. Scese con la mano e accarezzò un seno; la ritrasse immediatamente, imbarazzato dalla sensazione di piacere. Guardò ancora quel viso immobile, e quel corpo statuario che continuava a emanare una profonda carica erotica. Sembrava voler sfidare le autentiche fattezze di una donna. Dal confronto usciresti vincente, pensò a voce alta. Nei giorni a seguire, dedicò molto tempo allo studio sistematico dello smisurato manuale. Scoprì così le possibilità di quella stupenda macchina con sembianze di donna, ne ammirò la coordinazione motoria e la deambulazione fluida; aveva il passo caratteristico che le indossatrici acquisiscono dopo anni di faticosi esercizi. Una domenica mattina giunse al Grande Emporio, sicuro di non essere disturbato. Erano giorni che pensava con trepidazione a quel momento. Da uno scaffale prese delle scatole di cartone contenenti biancheria intima di vari colori. Scelse alcuni capi, dopo averne valutato la taglia e si diresse verso la donna di latta. Iniziò con uno slippino sgambato, morbido al tatto e di colore bordeaux, che risaltava sulle forme argentee. Lo fece risalire piano lungo le cosce tornite, il reggiseno di pizzo coordinato aderì perfettamente ai voluminosi seni di metallo, per finire passò i due indici lungo le spalline per sistemarlo meglio. Allacciò il reggicalze sopra il ventre piatto e levigato, le infilò un paio di calze di seta con la cucitura, le fissò ai ganci del reggicalze, sistemandole con le mani lungo le gambe. Il contatto della seta gli diede un certo fastidio, paragonato alla sensazione di piacere che quel corpo levigato gli procurava. Finì con un paio di scarpe di vernice nera con tacchi a spillo. Era tanta l’emozione e l’eccitazione che, di tanto in tanto, doveva asciugarsi le mani e la fronte, tanto erano sudate. Si allontanò di qualche passo per verificare il risultato. Migliaia di neuroni si accesero nel suo cervello: una valanga di ormoni si scaricò sulle gonadi rigonfiandogli il pene. Quando mai gli era capitato di vestire una donna? Forse era persino più eccitante che spogliarla. Ora i vestiti, si disse tra le labbra. Iniziò dalla gonna; ne provò una che scartò gettandola a terra, passò a una seconda, blu mare, che considerò la più adatta. Poi le fece indossare una camicetta di seta bianca con una cintura alla vita. Premette qualche tasto del computer. La donna di latta fece alcuni passi, seguiti da un leggerissimo ronzio, girò attorno a una poltroncina, si sedette con grazia appoggiando delicatamente i gomiti sui braccioli, accavallò le splendide gambe facendo frusciare la seta. Marco Derenghi la osservava sudatissimo, non si poteva paragonare a nessuna donna, nemmeno alle più belle e desiderabili fotografate sulle pagine di Playboy. L’antropomorfismo della donna di latta, associato alla sua prorompente carica erotica, ebbe una grande risonanza. Accorse una enorme folla di curiosi che si accalcarono davanti alla vetrina, dove era stata posta. Un tavolo bianco da giardino, un ombrellone coloratissimo, due sdraio a righe bianche- azzurre, sabbia finissima d’un bianco accecante e una gigantografia marina sullo sfondo completavano la scena. La protagonista era lei: la donna di latta, con un costume intero sgambato, nero e scollato sulla schiena fin quasi ai glutei. Marco Derenghi l’aveva programmata perché girasse attorno al tavolo, lentamente, sollevando la sabbia sottile, per poi sedersi sulla sdraio allungando le aggraziate gambe di latta. Qualcuno, tra il pubblico accalcato contro la vetrina, si chiedeva come avessero potuto nascondere i fili. E qualcun altro rispondeva che non si trattava di una marionetta, ma di un robot. Un uomo piccoletto sosteneva che all’interno ci fosse un nano che la faceva muovere. Una signora strattonò l’uomo al quale dava il braccio, accorgendosi degli sguardi lascivi che il suo compagno lanciava alla donna argentea. Trascorsero alcune settimane e l’interesse per la donna metallica aumentò. Anche la stampa locale si profuse in articoli e fotografie che ritraevano la creatura di latta. Ogni giorno si assisteva a una vera calca di fronte alla vetrina e Fusaro pensò, visto il grande successo, di farla trasferire all’interno. Si convenne di iniziare dal reparto della biancheria intima femminile. La resa era indescrivibile. Potevano finalmente ammirarla più da vicino, potevano quasi toccarla. Quasi. Prevedendo l’afflusso, avevano sistemato attorno al reparto delle robuste transenne di metallo. Un body sgambato color fucsia, le gambe inguainate nel collant fumé, scarpe rosse con il tacco alto e un laccetto che avvolgeva le sottili caviglie, associati al suo ancheggiare su e giù, mandarono il pubblico maschile in visibilio. Le vendite salirono vertiginosamente in tutti i reparti dove, a rotazione, la figura argentea si esibiva. Anche le donne, identificandosi in qualche parte del suo corpo metallico, contribuirono al grande successo di vendite. Nel vedere tanta folla accalcarsi attorno alla donna di latta per ammirarla, Marco Derenghi provava gioia e piacere, consapevole che solo a lui era concesso il privilegio di toccarla, spogliarla e rivestirla. Era, dopo lungo tempo, soddisfatto, il lavoro non gli pesava più, ne era stimolato; la sua vita piatta e grigia, aveva finalmente ritrovato colore. Ripensando all’episodio con Carla, riusciva perfino a sorriderne. Vedendola adesso nel suo reparto, non gli faceva più l’effetto di un tempo, gli pareva meno bella, come se fosse... sfiorita. Aveva conosciuto Carla una sera di ottobre, di qualche anno addietro. Era una bella ragazza, poco più che ventenne, con una gran massa di capelli neri su un viso dai lineamenti sottili e grandi occhi espressivi. Aveva notato subito i seni pieni, quando sfilato il giubbotto di cuoio, restò con un golfino attillato. Si erano seduti un poco infreddoliti in un bar. Carla stava cercando un lavoro e gli chiese aiuto; era diplomata, ma disposta a fare addirittura la donna delle pulizie, anche se le belle mani curate smentivano le sue parole. Alcuni giorni dopo, con la scusa di farle compilare la domanda d’assunzione, l’aveva invitata a casa sua. Carla non si era fatta pregare. Dopo aver dato una rapida occhiata a quel poco che c’era da vedere, si era seduta sul sofà accavallando le belle gambe con delicatezza, in un fruscio di nylon sulle cosce sode. Una sera Marco trovò il coraggio di invitarla a cena. Una volta terminata, si accomodarono nel piccolo tinello. Carla si sedette sull’ampia poltrona a fiori stinti, con enormi braccioli consumati. Marco di fronte, sul sofà. Conversarono del più e del meno. Carla aveva una voce non molto bella, quando pronunciava le “s” qualcuna le rimaneva fra i denti, ma questo piccolo difetto, egli nemmeno lo notò, tanto era assorto da quella donna. Gli accennò, durante la conversazione, di alcune vicende sentimentali. Gli chiese se anche a lui erano capitate quelle situazioni. «Insomma, anche a te saranno capitate delle avventure, no?» gli domandò. «Dai, raccontami un po’ di te, altrimenti parlo solo io. Mi è venuta la gola secca...» Marco si alzò immediatamente e da sopra il tavolo, dove regnava quel tipico disordine da fine cena, prese un bicchiere e, dopo averlo risciacquato sotto il rubinetto dell’acquaio, lo riempì e lo porse a Carla. Lei lo bevve tutto d’un fiato, asciugandosi poi la bocca con il dorso della mano. «Allora Marco» lo sollecitò Carla, «le tue avventure sentimentali...» Marco ritornò a sedersi sul sofà. Tergiversò un poco, ora guardandosi e rimescolandosi le mani, ora lisciandosi nervosamente la barba che portava lunga di qualche giorno. Riuscì, dopo varie insistenze da parte di Carla, a confessarle che di avventure non ne aveva mai avute. Carla non volle credergli. Marco dovette giurarlo. «Ma come fai? Sì, dico per le tue necessità di uomo?» chiese rendendosi subito conto di essere stata troppo impertinente. Marco non disse nulla, si limitò ad alzare le spalle. «Vai con quelle?» gli chiese. «Quelle, chi?» domandò Marco sempre più in impaccio. «Ma sì» disse Carla quasi divertita da quell’imbarazzo che gli si era stampato sul volto quelle, «le puttane, che diamine!» Lui scosse la testa. «No. Con quelle non ci sono mai riuscito.» «Ma allora, se tu non hai... sei, saresti...» Carla non disse quella parola, era troppo. Seguì un silenzio, dove si udì solamente il chiacchiericcio provenire dalla strada e le gocce che cadevano dal rubinetto in una pentola posta nell’acquaio. Quando Marco si decise ad ammettere di essere vergine, Carla si portò le mani sulla bocca ed esclamò: «Oh, mio Dio!» e trattenne a stento una risata. «Non ci posso credere» e si alzò andando a sbirciare dalla finestra. «Accidenti che nebbia! Vieni a vedere» disse guardando il tratto di strada lattiginoso. Marco si alzò dal sofà e le si avvicinò. Profumava di acqua di colonia. Ne assaporò tutta la fragranza aspirando profondamente dalle narici, tanto che lei se ne accorse e, giratasi gli chiese: «Non ti va il mio profumo?» ben consapevole che era esattamente il contrario vista l’espressione di lui. Marco avvampò per l’imbarazzo. Si limitò ad accennarle un sorriso da idiota. «Se vuoi ti accompagno» le disse riaccomodando le tende. «Credi abbia paura di questa nebbia?» disse Carla incrociando le braccia sul petto con un aria di sfida. «Ci vuole ben altro. Ma piuttosto, per ritornare al nostro discorso» disse riaccomodandosi sulla poltrona e aggiustandosi delicatamente la gonna, «io avrei una proposta da farti. Bada di non fraintendermi.» Marco scosse la testa più volte mentre si sedeva sul sofà. «Allora» riprese con una certa titubanza nel cercare le giuste parole, «tu mi fai assumere all’Emporio e io ti tolgo...» «Ti tolgo...?» riprese prontamente Marco che aveva intuito che c’era qualcosa di straordinariamente interessante per lui. «Ti tolgo da quell’imbarazzante verginità» disse tutto d’un fiato. Marco Derenghi ci mancò poco cascasse dal sofà. «Ma, ma come potresti fare una cosa simile?» chiese balbettando. «Mi hai guardato bene?» Carla annuì. «E allora come potresti?» «Perché lo faccio, vuoi dire?» chiese, cercando di inventarsi qualcosa di credibile. Fece scorrere per qualche istante i suoi grandi occhi scuri lungo le pareti, soffermandosi qua e là sulle grosse crepe che vi si erano formate per poi dire: «Perché, perché credo che se tu riuscissi per una volta ad andare con una donna, sono convinta che ti sbloccheresti. Tu, per me, sei bloccato, hai troppe paure. Ti vedi brutto, insignificante.» E si convinse che di ragioni ve ne erano a sufficienza per essere tanto amareggiato. Marco era incredulo a quelle parole, la fissava e non capiva ancora se scherzasse o dicesse sul serio, quella splendida creatura gli proponeva di trasformarlo in un vero uomo, in cambio di che cosa? Di un posto di lavoro. «Ma tu potresti mai, andare con un uomo senza amarlo?» le chiese imbarazzandola. Carla nuovamente fece scorrere lo sguardo lungo le pareti spoglie e scrostate prima di trovare la frase giusta. «L’amore è qualcosa di profondo, di serio, non ha nulla a che fare con quanto ti propongo io. Il mio scopo è toglierti di dosso la tua assurda verginità, il tuo farmi assumere. È un semplice patto, tutto qui.» «Dunque, basta che io riesca a farti assumere e tu...» «Ma sì, te l’ho detto. Tu fammi assumere, e io...» Carla fu assunta come commessa al reparto profumi. Ora, dopo l’assunzione, Marco non stava più nella pelle, consapevole di quella promessa. Carla rimandò alcune volte l’invito che Marco, girandole attorno al reparto, le aveva accennato. Lei accampò scuse banali, gli disse di non correre troppo, che sarebbe stato più bello se ci fosse stata una vera occasione. Questa arrivò quasi inaspettata, quando venne organizzata una gita aziendale, una di quelle gite a cavallo di un “ponte”. La meta, data la stagione, era una località di montagna. Durante la trasferta in pullman, Carla chiacchierò con Marco dicendogli del nuovo lavoro, di quante conoscenze si potevano fare stando a contatto con la gente. Era felice, glielo poteva leggere negli occhi che non teneva mai fermi, li muoveva di continuo, ora dentro il pullman, ora al di fuori, lungo il paesaggio che via via scorreva attraverso i finestrini. Marco la ascoltava, ma non vedeva l’ora di incassare quella cambiale, sottoscritta verbalmente da lei, qualche tempo prima. Pensava al momento in cui avrebbe potuto finalmente accarezzare quel corpo, che per tante notti, con gli occhi sbarrati rivolti al soffitto, aveva immaginato e desiderato. Giunsero a destinazione verso l’imbrunire. La neve era molto alta per le strade, le montagne tutte attorno erano ammantate e gli alberi innevati pencolavano i loro rami come braccia stanche. Dopo cena, si spostarono tutti nella tavernetta, dove c’era una piccola pista da ballo contornata di tavolini; luci e musica soffusa, davano all’ambiente un tocco d’intimità. Carla indossava un golfino di lana morbida e pelosa scollato a V, con delle paillette sul davanti; i seni bianchi e voluminosi sporgevano dalla scollatura, risaltando sul nero del golf. La gonna di flanella grigia, due dita sopra le ginocchia, dava risalto alle gambe nervose, avvoltolate in calze di seta nera; con le scarpe dal tacco alto, Carla era la ragazza più desiderabile della compagnia. Per tutta la serata non ci fu un momento in cui Marco poté conversare con lei, o bere qualcosa. Era un invito continuo. Nel turbinio delle danze, si mostrava sempre molto disponibile e allegra. A Marco non restò che osservarla e sognare, sognare di averla al più presto tra le sue braccia. Il sogno mutò in incubo, quando si accorse che faceva coppia fissa con un uomo sulla trentina, scuro di capelli, alto, spallato, abbronzato e con un profilo importante: era sicuramente del posto, forse un maestro di sci, pensò. Mentre ballavano stretti, lui le accarezzava la schiena lentamente. Ogni tanto Carla buttava indietro la testa ridendo forte, abbandonandola poi sulla sua spalla. C’era intesa tra loro. D’improvviso lui la baciò sulle labbra. Carla cedette a quel bacio stringendosi a lui. Marco si sentì tradito, umiliato, calpestato nel profondo del suo animo. Avrebbe voluto sciogliersi e sparire come i cubetti di ghiaccio nel bicchiere di Carla. Sconsolato, mandò giù tutto d’un fiato il suo cognac. Durante il viaggio di ritorno, Marco Derenghi si sedette accanto alla Tommasini, una donna bruttina e noiosa con due spesse lenti da miope. Parlava, parlava sempre, mentre Marco avrebbe voluto che se ne stesse zitta, per meglio dar corso ai suoi pensieri. Carla era seduta due sedili più avanti in compagnia di Giulio Gattia, commesso del reparto abbigliamento uomo. Ad un tratto si alzò e mosse verso di lui. La Tommasini tacque e la osservò da sopra gli occhiali. Carla gli porse un biglietto ripiegato, senza dir nulla ritornò al suo posto. Si voltò per un momento, alzò le spalle e allargò le braccia come per scusarsi, poi si risedette e riprese a conversare con Gattia. Marco lesse il biglietto rivolto al finestrino, in modo che la Tommasini non lo potesse leggere, figurarsi, curiosa com’era, avrebbe dato non si sa cosa per sapere cosa ci fosse scritto. Con calligrafia ampia e precisa aveva stilato: “Scusami, non ho potuto. Avevi ragione tu, non lo si può fare se non c’è un briciolo d’amore. Carla”. Una sera, rincasando in quelle due piccole stanze, ebbe un senso di soffocamento, un malessere generale, misto a scoramento. Si preparò velocemente la cena e, tanto velocemente la ingurgitò. Un po’ di televisione, poi a letto. I suoi pensieri ora, erano rivolti sempre a lei, a quella creatura di metallo. Una donna che non lo avrebbe mai tradito, si diceva, come avrebbe mai potuto, era lui l’artefice del suo successo; lei, piuttosto, avrebbe dovuto ingraziarselo, se solo avesse potuto. Con questi pensieri si addormentava. Con gli stessi si risvegliava al mattino, smanioso di correre all’Emporio. Quella mattina, la folla che premeva alle porte d’ingresso era immensa. Quando finalmente aprirono, in massa si precipitarono per guadagnare un posto in prima fila, così da poterla contemplare. La donna argentea, dietro le transenne, si muoveva sinuosa e invitante. Qualcuno gridò di rimuoverle e un uomo grande e grosso non ci pensò su due volte. Ora, la folla era accanto a lei che, come sempre, porgeva quel sorriso frizzante. La gente la toccava, l’accarezzava; lisciavano quel corpo argenteo, provando le stesse sensazioni che erano toccate per primo a Derenghi. «Ci sono riusciti! Al diavolo maledetti! Andatevene!» gridò Marco cercando di farsi spazio tra la folla che lo comprimeva, soffocandolo. «È mia! Solo io posso toccarla!» urlava. Si ritrovava così seduto sul letto, nel mezzo della notte, infradiciato di sudore. Accendeva la lampada sul comodino, guardava la grossa sveglia: Le tre di notte! e si abbandonava poi sfinito sul cuscino madido. L’incubo era sempre più ricorrente, cosicché giungeva all’Emporio sempre più sconvolto da notti insonni. La prostrazione di Marco Derenghi, contrapposta al proprio entusiasmo per le vendite, porto il direttore a dire, battendogli una mano sulla spalla: «Derenghi, lei mi sembra un po’ stanco. Si prenda qualche giorno di vacanza, se lo merita, ha lavorato forte ultimamente.» Lui rispose che non era possibile, gli avrebbero toccato quella meravigliosa creatura di latta, poi guardandosi attorno con fare circospetto e sussurrandogli all’orecchio, gli disse: «È la mia fidanzata!» Franco Fusaro sorrise molto divertito, a quella che lui riteneva una battuta; gli disse che avrebbe potuto prendersi i giorni di vacanza quando avrebbero fatto più comodo a lui. La donna di latta, quella calda mattina di maggio, era stata sistemata nel reparto “Telerie”. Era abbigliata come una cameriera: una camicetta nera col colletto alto, ricamato, un grembiulino bianco con pettorina, gonna, calze e scarpe nere. Parodiava una cameriera intenta a disfare e rifare il letto. Si muoveva con eleganza e perfetta forma mimica. Ad un tratto si arrestò. Si sedette sulla sponda del letto, accavallò le splendide gambe di latta inguainate nel nylon, aprì il cassetto del comodino, ne estrasse una pistola a tamburo, se la puntò alla tempia sinistra e fece fuoco. La testa di latta barcollò per un attimo, dal piccolo foro uscirono delle scintille e del fumo leggero d’un colore azzurro-gas. La donna di latta restò nella medesima posizione, con l’abituale sorriso statico-erotico. Fusaro dal suo ufficio, tramite un circuito televisivo interno, assistette sbigottito alla scena. La folla restò attonita. Si udirono delle grida di emozione. Qualcuno pianse. Un gelido silenzio misto a incredulità regnò nel reparto. Improvvisamente comparve Marco Derenghi. Si sistemò accanto alla donna di latta. Aveva gli occhi stralunati, il viso bagnato di sudore. Le tolse la pistola dalla mano metallica e se la portò alla tempia. Qualcuno dalla folla urlò. Ma nessuno osò intervenire. Marco Derenghi gridò: «Avete visto? Voi l’avete uccisa. Voi, con la vostra lascivia. Tu ad esempio», e indicò un uomo molto anziano in mezzo alla folla, «e anche tu, e tu! Che diavolo volevate da lei...?» Gli occhi di Marco si bagnarono di lacrime. Proseguì con voce bassa, colma di disperazione. «Era una creatura amabile, ora nessuno potrà portarmela via!» e fece scattare il grilletto. Un nuovo boato echeggiò nel reparto. Marco si accasciò ai piedi della donna di latta. Schizzi di sangue le investirono il viso argenteo, lentamente gocciolarono sulla candida pettorina, macchiandola d’un rosso vino. I colleghi di Marco Derenghi deposero numerosi fiori sulla sua tomba, ma ben presto sarebbero appassiti, e nessuno più gliene avrebbe portati di freschi. Alla donna di latta fu sostituita la testa. È ancora al Grande Emporio, sempre con quel sorriso statico-erotico, circondata da una folla di ammiratori.
  19. 1 punto
    In E tu- meravigliosa creatura -ti vedi "pianeta senza vita" E tu- "luminosa stella" che ispiri espressioni poetiche e accendi di luce dimensioni sconosciute -ti senti ghermita dal vuoto senza fine di un buco nero E tu- della cui voce si nutrono i sentimenti più romantici -ti credi "muta" arpa senza corde strumento vecchio e stonato non più in grado di suonare E tu- "terra fertile" bagnata dalla rugiada dove nascono crescono e vivono le simmetriche immagini di futuri colorati di speranze nuove -ti vedi "terra arida e sterile deserto senza fine" E tu... E tu... Sempre tu... sorella mia figlia mia madre mia amica mia fermati un attimo e riposa lascia che la mano della vita- come dolcissima carezza -sfiori i tuoi occhi per rievocare insieme potenza e miracoli sacrificati al "tempio" della ragione e... lasciarsi portare dalle onde del tempo attraverso i flutti della vita verso spiagge sempre nuove coronate da arcobaleni sempre più colorati.
  20. 1 punto
    Avevo avuto un primo approccio con il sesso, a dir poco traumatizzante. Il ricordo di quella prima volta, aveva il sapore marcio e quando ci ripensavo, mi veniva la nausea. Erano gli anni sessanta, quelli del boom economico, del rinnovamento generazionale, il decennio più importante del secolo scorso. I media, la cultura pop, Joan Baez, Bob Dilan, i Beatles. Era il momento delle attività economiche, dei comizi politici, delle manifestazioni, delle contestazioni, era il tempo della minigonna e della donna più libera... Ma, al sud, tutto arrivava dopo e i giovani vivevano il fermento del passaggio tra pubertà e maturità.Io, ero tra questi. Ricordare di essere stato, ansiosamente alla ricerca di un primo rapporto sessuale con una donna, di averlo, sempre, immaginato come il più meraviglioso sogno da realizzare, di avere atteso pazientemente che giungesse il tanto sospirato momento, per poi collegarlo ai miei ricordi luridi, mi causava delusione profonda e un senso di disgusto marcio. In una notte buia, tra i vicoli antichi di una Palermo dalle cicatrici belliche ancora marcate, dentro le quattro mura di una stanza fetida, fui iniziato, da una prostituta anziana e maleodorante a quella, che ricorderò come l'antitesi del bello, l'opposto della purezza, la delusione più deludente che potessi conoscere. Ho sempre pensato alla donna, come la più bella espressione della vita, la gemma più preziosa di un mondo, che pure, per caratteristica naturale è sempre stato straordinariamente bello e pieno di fascino. In questa nostra dimensione dell'essere, vi sono milioni di motivi, che inducono alla contemplazione e alla riflessione. Tutte le cose che ci circondano, sembrano voler dire: "sono qui' per te, se ci sono è perché, tu uomo esisti!" Chiunque, potrebbe fermarsi e consumare il suo tempo in contemplazione, eppure, per me, tutto questo, al cospetto della donna, non è altro che il senso lato delle cose. Per me, la donna è la più luminosa delle stelle del firmamento, se riuscissimo- con una grande opera magica -a racchiuderle e compattarle insieme, non darebbero la stessa luce che emana da una donna amata intensamente, i suoi occhi innamorati, sono più della delicata luce dell'alba di una estate. Ho sempre creduto, che un uomo senza una donna fosse incompleto, che egli viva in funzione di essa e che non avere una donna è come essere "lampada senza luce, terra senz'acqua, cielo senza stelle, labbra senza parole" ma quella sera, l'immagine della donna, aveva avuto il sapore dell'inganno. In quella conoscenza, non vi era stato nulla di poetico, niente di emozionante, intenso e bello. Era stata appagata una necessità fisiologica e per giunta in modo sbagliato. Oggi sono convinto che tutto ciò che si fa per se stessi, viene offuscato e privato dell'anima, il senso del ben esistere è racchiuso nella parola amore, ma amore vuol dire sopratutto relazione, condivisione, partecipazione. Senza questo amore, tutto è inganno e quella sera fui ingannato da me stesso. Avevo egoisticamente, forzato la vita, cercando con insistenza un'esperienza prima del tempo. Mi rivedo paralizzato, in quella branda che era servita da teatro delle nefandezze e della stupidità di gente, priva di buon senso, dove non c'è posto per la purezza e quindi per l'amore. Non poteva essere questo, quello che avevo desiderato e sognato. Aspettavo, che prima o poi, giungesse il momento dell'amore. Un giorno d'estate, ricevemmo una visita, da parte di amici residenti al nord. Si fermò in strada una macchina utilitaria, dalla quale, scesero quattro persone, che si diressero verso il portone di casa nostra. Erano, marito, moglie e due splendide fanciulle che mi lasciarono senza fiato Dora e Renata. Rimasi come colpito da un fulmine, restai a guardare una delle due, come paralizzato. Sentii suonare mille campane a festa, era come se d'un tratto, un arcobaleno di mille colori avesse squarciato le nubi del temporale, facendo la staffetta al sole splendente. Mi sentivo attratto, come se facessi parte di lei, il mio cuore batteva a mille, ed in quel momento, non ho desiderato altro, che stringerla in un abbraccio fortissimo. Era magra, alta un metro e settanta circa, aveva gli occhi verdi e i capelli neri, il visino scarno ed una espressione di meraviglia. Mi sentivo imbarazzato, come, per paura, di essere scoperto nei sentimenti. Avevano deciso, dopo tanti anni, di trascorrere, alcuni giorni di ferie, ospiti a casa nostra. Mancavano dalla Sicilia da molto tempo, tanto che noi figli non ci conoscevamo nemmeno, per cui, ci presentarono e da quel momento, non mi staccai più (per tutto il tempo della loro permanenza) dalla mia dolcissima Renata. Il tempo, volò via come rubato e quando ripartirono, fui veramente infelice, poiché io, ero stato preso da Renata. Era accaduto una sera,, eravamo stati insieme in una spiaggia e per tutto il giorno, ero rimasto triste al pensiero di doverla perdere. Il giorno dopo, sarebbe partita, ed io sentivo un pugno allo stomaco, stavo male da piangere. Non ci eravamo detti niente di intimo, a causa della mia timidezza. Rivedevo quei giorni trascorsi insieme a lei, erano stati caratterizzati da un accordo, mai dichiarato, ma avevamo vissuto le ore insieme, lei mi raccontava della città nella quale abitava, descrivendomi i luoghi, parlandomi del verde e dei fiori che adornano quasi tutti i balconi delle case, mi parlava della scuola che frequentava, dei suoi amici ed io sognavo ad occhi aperti... mi vedevo con lei, in quei meravigliosi posti di montagna, accarezzati dall'aria fresca mattutina e quasi, potevo sentire gli uccelli cantare in un concerto d'amore. Avevo il bisogno assoluto di dirle cosa provavo per lei, che mi era entrata nella mente, che non riuscivo a non pensare a lei, che da quando, era giunta a Palermo, io mi sentivo diverso, come se in un attimo, avessi scoperto, che con lei, la Terra e il Cielo mi , appartenessero. La sera di quello stesso giorno, trovai il coraggio di parlarle. Sotto il cielo di Agosto, col suo seno stretto al mio petto, ballando la canzone "io te vurria vasà", le dissi, tremando: <ti voglio bene!> le baciai la mano e poi sentii il calore delle sue labbra bruciare le mie, provando ciò che la voce non può raccontare, che la penna non può scrivere, certamente somigliante al levarsi del sole sulle fredde nevi artiche. Io mi scioglievo in quel bacio, scorrendo per tutta la terra, penetrandola, fino ad essere tutt'uno con lei, fino al germoglio di una nuova vita. Ho desiderato di essere uno con lei e se la vita si fosse fermata in quel bacio, sarei stato felice di morire. Apro gli occhi... e "volando"... Ascolto. Un andante sconosciuto riempie l'aria un flauto dolce sublima l'udito. E' sensazione di volo libero dolce musica che partorisce un silenzio raccolto di concentrazione mi guardo intorno e scorgo... (nel mio volo in dimensioni sconosciute) l'alba del mio giorno La palpitazione della mia domanda l'esigenza di risposta diventano intense. Anche tu stai librandoti nell'aria le tue dita si muovono sul flauto ci sono le arpe e i violini che ti accompagnano io parlo tu ascolti e sorridi Nel silenzio oltre la musica tutte le mie domande trovano risposta Voliamo insieme in alto sempre più in alto e scopro di essere nota nel pentagramma flauto sulle tue labbra violino nelle tue mani arpa per le tue dita e noi due insieme musica nella musica.
  21. 1 punto
    Ringrazio in anticipo chi avrà voglia e pazienza di leggermi. La trama è nata da due incubi reali e la storia non si è più fermata. È ancora in bozza e siccome è la prima volta che scrivo, mi piacerebbe avere i vostri pareri e critiche. Buona lettura! 1. Bologna. Due di notte. Strada di periferia. Due loschi individui, uno basso e tarchiato l’altro magro e senza denti, appoggiati ad un auto parcheggiata, parlano piano mentre fumano. Non si accorgono che un uomo ha girato l’angolo e si sta avvicinando a loro. È alto, vestito elegante, giacca, pantalone e scarpe lucide, lo sguardo è duro e deciso. Lo conoscono molto bene. Senza dire nemmeno una parola gli consegnano la chiave che gli ha commissionato. Per tutta risposta l’uomo in giacca allunga loro una busta, si gira e ritorna per la strada da cui è arrivato, lasciando dietro di sé una scia di mistero e rispetto. Nessuno ha osato parlare. I due controllano i soldi, ma sanno già che saranno giusti. Quando lo avevano conosciuto anni prima era molto diverso... Poi qualcosa doveva essere successo. Non avevano osato chiedere a cosa gli servisse quella chiave. A breve lo avrebbero scoperto, sarebbe stato su tutti i notiziari. 2. ‘Il cielo è azzurro e limpido, gli odori sono di erba tagliata e fiori, gli insetti sono indaffarati nel loro operare quotidiano, i passeri si inseguono con veloci evoluzioni. Sono sola, sdraiata nel prato fiorito, chiudo gli occhi ed ascolto il rumore del silenzio: ronzii, cinguettii, frinire delle cicale, gracidio di rane ed un rumore sordo che si avvicina, diventa un rombo, sembra un aereo, ma l’aeroporto è lontano. Sempre più vicino, allora apro gli occhi e scruto il cielo sopra di me, niente. Sempre più forte, mi siedo e guardo alla mia destra e vedo un aereo in fiamme a circa un chilometro di distanza, sono già in piedi ed osservo, l’aereo precipita in un campo sfiorando un casolare, il rumore dell’impatto al suolo è assordante, seguito da una serie di esplosioni, una nuvola di fumo si leva alta, gli uccelli non volano più e l’odore di erba ora è coperto da quello del fumo. Chiudo gli occhi e quando li riapro, mi trovo direttamente sul campo dell’incidente, non mi avvicino ai resti dell’aereo in fiamme, mi dirigo direttamente verso il casolare, non è stato colpito ma ne escono ondate di calore, come quelle che si vedono in estate alzarsi dall’asfalto. Allungo una mano per aprire la porta, ma si spalanca ed esce un vigile del fuoco, non riesco a vedergli il viso, porta un casco con respiratore ed una tuta ignifuga, con una mano mi fa cenno di andarmene e si avvicina, questo movimento porta con sé un odore che rimarrà impresso nella mia mente per tutta la vita: odore di carne cruda calda. Dovrebbe sentirsi nell’aria l’odore acre di carne bruciata, invece è ancora cruda, come dimenticata fuori dal frigorifero per ore. Il vigile non parla e mi spinge lontano. All’improvviso mi trovo sotto i portici in centro a Bologna, sto camminando, nell’aria un odore nauseabondo. Mi fermo e mi guardo intorno, come al rallentatore mi giro, i miei occhi scrutano veloci tutti i visi, in tutti gli angoli ed ogni pezzo di tutto che è sul marciapiede, nulla. Sto per ripartire quando un suono secco, sordo e appiccicoso vicino ai miei piedi mi blocca, nello stesso momento qualcosa di viscido mi cola sulla mano, la alzo si scatto e la guardo, non capisco. Abbasso lo sguardo vicino ai miei piedi, a terra vedo quella che sembra una bocca umana, con denti ancora attaccati alle gengive ma che l’impatto a terra ha reso un ammasso rosso e bianco, appiccicoso ed orripilante. Continuo a non capire, apro la bocca ma non emetto alcun suono, le persone intorno a me sembrano non essersene accorte, continuano a camminare e a spingermi, c’è silenzio ora e mi sento sola. Di scatto alzo la testa per guardare la volta del portico, dove di solito stanno appollaiati i piccioni, oggi invece c’è un corpo umano legato ad una trave al quale manca completamente la bocca, che, infatti, ora giace ai miei piedi.’ Giulia si svegliò all’improvviso completamente sudata e con il cuore che batteva all’impazzata. La luce rossa proiettata dell’orologio sul soffitto diceva che erano le quattro del mattino. Ormai erano giorni che continuava ad avere questi incubi, si alzò a bere un bicchiere d’acqua. L’incubo dell’aereo la perseguitava dall’infanzia e non cambiava mai, sempre uguale, sempre gli stessi rumori e odori. Mentre il secondo era cominciato proprio dall’ultimo caso cui era stata assegnata, Era successo tutto domenica mattina. 3. I vice ispettori Giulia Grilli e Massimo Clerici arrivarono alle 5,40 di domenica mattina in via Ugo Bassi in pieno centro a Boogna. Una leggera nebbiolina nascondeva ancora le Due Torri in fondo a via Rizzoli. Piano piano la città si sarebbe risvegliata, l’odore di caffè e brioche calde, uscendo dai bar, sarebbe stato un richiamo invisibile per i passanti ancora assonnati, i negozianti avrebbero sollevato le loro serrande e negli uffici si sarebbero accese le luci. Turisti frettolosi avrebbero conosciuto la città in una giornata. Piazza Maggiore, Palazzo Re Enzo, Le Sette Chiese, una foto davanti al Nettuno, in pochi avrebbero visitato i suoi sotterranei. Con il passare delle ore la nebbia si sarebbe alzata completamente e avrebbe concesso loro di godere appieno della vista della città dall’alto della Torre degli Asinelli. Dopo aver sudato tutti i suoi 498 gradini, avrebbero potuto godere lo spettacolo di tetti rossi e vie ordinate. La Garisenda poco più in basso e le colline a fare da cornice. L’entrata del Mercato delle Erbe era già stato transennato. Tutt’intorno la polizia faticava a contenere la folla curiosa, alcuni di loro, sentendo il trambusto erano addirittura scesi in pigiama. Mostrarono il distintivo al poliziotto di guardia che alzò la transenna, li fece passare e contemporaneamente annunciò, via radio , il loro arrivo. Un agente panciuto e paonazzo li raggiunse e disse “Seguitemi, vi faccio strada! Li hanno trovati alla Piazzetta San Gervasio!”. Si trovarono così all’interno del buio mercato, il silenzio era totale. I passi e le voci riecheggiavano nel grande capannone pieno di bancarelle ordinate e vuote. L’unica luce, era quella dalle lampade della scientifica, con la loro fredda luce indicavano come una grande freccia, la grottesca scena del delitto proprio al centro della piazzetta: una bilancia e due cadaveri. Sulla grande base della bilancia, posta al centro, giaceva un corpo completamente avvolto da grosse corde in posizione fetale, le sole parti che fuoriuscivano da esse, testa e piedi erano in un avanzato stato di decomposizione. L’altro corpo giaceva seduto con le gambe incrociate, la schiena appoggiata al retro della grande bilancia, la testa riversa sul petto e le mani erano ancora strette attorno al manico di una piccola katana, nella posizione classica di chi ha eseguito un perfetto harakiri. Sul viso nessuna espressione. Sul posto, oltre al Medico Legale, era presente anche il PM dott. Bolognini, con un cenno della mano fece cenno di sbrigarsi. Cominciò a parlare che ancora stavano avvicinandosi, era agitato e nervoso. “Buonasera agenti!” “ Buonasera dottore” risposero insieme, Massimo chiese “Chi ha trovato i corpi?” “Il guardiano è arrivato alle 4,50 e durante il giro di ispezione ha trovato i corpi. Dopo aver chiamato la polizia, ha fatto il giro delle entrate ma le porte erano tutte regolarmente chiuse a chiave. Lo trovate seduto là nell’angolo se avete bisogno di fargli altre domande.” E con un cenno della testa indicò un uomo seduto al buio. Poi continuò “ Dobbiamo scoprire come hanno fatto ad entrare indisturbati, a chi appartiene o dove è stata comprata la bilancia !” “Perfetto! Le faremo rapporto più tardi!” Salutato il PM si avvicinarono al cono di luce. La scientifica aveva già fatto i suoi rilievi, qua e là si vedevano le macchie del grigio-argento utilizzato per la ricerca di eventuali impronte digitali. Intorno ai corpi non si vedevano segni di colluttazione, non vi erano apparentemente altre impronte e tutto era in ordine, troppo in ordine. Chinato sui corpi il dott. Matteo Montini, medico legale, stava già procedendo con le rilevazioni di routine. Il dott. Montini era il classico secchione di mezza età: portava occhiali spessi con montatura di tartaruga anni ’70, era basso e segaligno e i pochi capelli rimasti sembravano una corona d’alloro appoggiata alle orecchie. La sua voce nasale al primo impatto risultava antipatica, ma superata la prima impressione ci si rendeva conto di avere a che fare con un professionista competente e scrupoloso. Giulia ne approfittò per guardarsi intorno e sentì Massimo che chiedeva “ Matteo, cosa ne pensi?”, collaboravano da anni e si davano del tu. “l’unica cosa che al momento posso dire con certezza” rispose deciso Matteo, “è che si tratta di una macabra messinscena, i fatti cruenti si sono svolti altrove, la scena è completamente pulita e senza sangue.” Giulia si girò a guardarlo attenta “che intendi? Non è la scena primaria?” chiese, “ intendo che la zona non è stata ripulita, ergo i delitti sono stati compiuti altrove, ma hanno voluto farli ritrovare qui! Per tutto il resto dovrai aspettare come ben sai!”. Il medico legale si girò verso i suoi collaboratori e ordinò “ Mi raccomando, rispettiamo la procedura alla lettera, già abbiamo pochi indizi e dobbiamo evitare di perdere anche il più piccolo dettaglio! Portiamo tutti in obitorio! Avanti su muoversi!” Andarono a parlare con il guardiano, un uomo grasso e sudaticcio sui 60 anni che tranquillo stava scorrendo delle immagini sul suo smartphone. Quando si avvicinarono, spense subito e si alzò in piedi. “Come si chiama?” Chiese Giulia “Aldo Bagni, sono il portiere e custode da oltre vent'anni “ poi con un fazzoletto si deterse la fronte dal sudore. “Ci racconti tutto, senza tralasciare nulla” gli disse. Il custode cominciò a camminare avanti e indietro asciugandosi il collo con il fazzoletto ormai fradicio. Raccolse le idee e incominciò “Sono entrato dall’ingresso secondario di Via Belvedere alle ore 4,50, la porta era regolarmente chiusa a chiave. Sono passato davanti al mercato del pesce per controllare l’altro ingresso e anche quello era okay. Poi sono tornato nel corridoio centrale ed ho acceso la luce per andare ad aprire l’ingresso principale di Via Ugo Bassi, arrivato a metà corridoio, ho guardato a destra per controllare anche l’altra entrata laterale ed ho visto la bilancia al centro della piazzetta. La zona era buia, così mi sono avvicinato e quando ho realizzato cosa stavo guardando ho avuto paura, una fottuta paura che ci fosse ancora qualcuno all’interno! Così mi sono attaccato al telefono e vi ho chiamato! Di corsa ho ricontrollato tutte le entrate ma erano regolarmente chiuse a chiave, poi mi sono precipitato fuori come se il diavolo mi stesse inseguendo e vi ho aspettato!” Giulia chiese “Ha visto qualcuno? Qualche movimento? Qualcosa fuori posto?” “No, tutto normale ... A parte la bilancia con i corpi ovviamente!” Intervenne anche Massimo “Quante persone sono in possesso delle chiavi del mercato?” “I mazzi sono tre: oltre al mio, gli altri due sono custoditi in ufficio a disposizione dei responsabili.” Massimo continuò “Le è successo qualcosa di strano nelle ultime settimane? Magari ha lasciato incustodite le chiavi o le ha prestate a qualcuno?” L’uomo lo guardò con un’espressione ebete mentre rifletteva “Mi faccia pensare ... Non le porto mai a casa è vietato! Le lascio sempre in ufficio in un cassetto chiuso a chiave!” “Quindi ci vuole dire che non le ha mai perse di vista?” Incalzò Giulia “Direi di no! Dopo l’apertura vado a fare colazione e le lascio chiuse nel cruscotto della macchina... Mi assento per pochi minuti soltanto, al massimo 15 minuti e non sono mai mancate!” Si giustificò. Giulia e Max si guardarono pensando alla stessa cosa: qualcuno avrebbe potuto aprire la sua auto, sottrarle, farne una copia e rimetterle al loro posto senza che nessuno se ne potesse accorgere. Per il momento non potevano fare altro, avrebbero atteso con impazienza i risultati della scientifica e le autopsie sui cadaveri. Salutarono Il custode e decisero di tornare in ufficio per cominciare a stendere il rapporto e organizzare le indagini con il resto della squadra.
  22. 1 punto
    "Destati, l'alba è già passata da un pezzo!" - non vi fu risposta alcuna - "Siun! Non mi vorrai su tutte le furie ancor prima di aprir bottega, vero?!" "...sono sveglio, madre. Ho tardato questa notte alla locanda. Vi raggiungo subito" Siun, da quel poco che avete appreso per ora, non vi sembrerà il più sveglio e valoroso uomo delle Montagne Bianche...e, forse, potreste aver ragione. Dopo essersela presa comoda, rischiando un severo rimprovero, Siun raggiunse la madre Khelia (donna forte, giunonica ma vedova di guerra da quasi dieci anni), seduta al tavolo di fronte la porta d'ingresso. La colazione era gia pronta da un pezzo. Formaggio, latte di capra e una fetta di pane nero. "Madre, ieri alla locanda ho..." "Me lo hai gia detto, Siun, non serve ripeterlo." "Chiedo scusa", disse Siun abbassando gli occhi andandosi a sedere al suo posto a capotavola. "Lo sai che ho bisogno di te qui. Da sola non posso farcela. I clienti sono troppi." La famiglia di Siun, da parte di padre, gestisce da generazioni una macelleria al centro della città di Hali. Roccaforte costruita ere addietro dagli uomini delle rocce. Ed oggi meta obbligatoria per ogni ristoratore in cerca di provviste. "Lo so, madre, ma ieri Darus festeggiava il suo diciottesimo compleanno" "Mmh...quel Darus. Gia da quando eravate bambini mi fa dannare!" Khelia guardo Siun e lo abbaglio con un sorriso da madre arrabbiata ma forse solo preoccupata. "Dai, finisci di mangiare e raggiungimi fuori. Oggi il sole splende e ho deciso di appendere le oche" "Certo, arrivo subito!" Si affretto a finire il latte e diede due morsi al pane. La giornata volò tra un cliente e l'altro. Chi alla ricerca di oche e galline per grandi feste in famiglia. Gaffieri e ristoratori pronti ad offrire la carne piu richiesta ai propri clienti. Insomma, la macelleria della famiglia Kholen non vedeva giorni bui da secoli. La luna prese possesso dei cieli sopra Hali e Siun era gia pronto per cenare e scappare in fretta e furia, come suo solito, alla locanda con gli amici Darus, Vinn e Mjorn. "Sirus, stasera vedi di tornare presto. Domani è un giorno importante." "Lo so madre. Domani saranno dieci anni dalla scomparsa di mio padre. Non so se voglio..." "So come ti senti, per me è dura ogni giorno. Ma lo sarebbe di più senza di te. Per questo voglio che domani ricordiamo tuo padre. Lui ci osserva, Sempre." Breun, il padre di Sion, perse la vita in battaglia esattamente dieci anni fa. Molto lontano da Hali. Dovete sapere che Breun era un soldato valoroso. Comandava le legioni degli Uomini delle Montagne da tanto tempo. Fu il primo della sua famiglia ad entrare nei libri di storia per imprese di guerra. Difese il Regno delle Montagne per anni ed anni. Sconfisse armate di Troll, Fauni Neri ed Elfi della Luna. Il nome di Breun, in poco tempo, superò i confini delle Montagne Bianche. Divenne cosi Breun il Maestoso. La notte passò ed il sole torno a sedersi sul trono del cielo. Sion torno presto dalla locanda come sperava sua madre. "Andiamo, dai, fatti forza." "Arrivo" Khelia e Sion si avviarono lungo la strada di fronte la macelleria. Attraversarono il centro del paese ancora deserto vista l'ora. L'alba, infatti, era ancora una novita per questa giornata. "Davvero lui ci osserva?" domandò Sion con voce flebile. "Sempre. Quando ti senti stanco, quando la giornata sembra esser troppo dura e quando la vita si fa complicata, lui poserà sempre la sua mano sulla tua fronte, come faceva quand'eri piccolo, e ti conferirà tutta la forza necessaria per affrontare qualsiasi pericolo. Qualsiasi avversario." Sion non rispose. Si limitò ad abbozzare un sorriso. Khelia si aspettava una reazione simile. Breun morì quando Sion aveva solo otto anni. Non riuscì mai a piangere per la morte del padre che, per altro, non fu mai piu ritrovato dopo la battaglia di Lungo Cammino nella quale perse la vita assieme a tanti altri abitanti di Hali. Il vento era fortissimo quella mattina. I capelli neri di Sion non trovavano pace. Dopo un'ora di cammino, Khelia disse: "Eccoci, qui è dove tutto è cominciato." Di fronte a loro vi era una casupola. Piccola. Di sassi bianchi ma molto sporchi. Nessuno vi abitava da anni, veniva da pensare. "Qui tuo padre divennte Breun il Maestoso" Sion sgrano gli occhi e vide che all'interno della casetta di mattoni, vi era un libro. Grosso, impolverato e con una copertina probabilmente di pelle di cavallo. Incisa nella parte alta della copertina marrone scuro, vi era una frase. Sion fece per avvicinarsi, incuriosito da quel manufatto. "Aspetta, ci penso io." disse Khelia sorridendo. Entro e prese il libro. Lo mostro a Siun e disse: "Vedi? Questo è il Libro delle Danze. Immagino tu ne abbia sentito parlare alla locanda. No?" Siun sembrava incredulo. Stranito. Tentenno qualche secondo e poi rispose con poca voce: "Certo che si." Khelia non perse il suo sorriso e continuo dicendo: "Il Libro delle Danze è ciò che di piu caro abbiamo in questa terra. Il nostro popolo ha bisogno di forza. E tuo padre contribuì a rendere questo luogo, non solo fondamentale, ma sacro." Siun era pietrificato ma allo stesso tempo voglioso di sapere dell'altro. Quel libro era forse l'argomento principale di ogni discorso tra lui ed i suoi amici. Chissa quante volte avran progettato di andare alla ricerca di quella reliquia. Chissa quanto avra sognato questo momento. E chissa quanta incredulita nel sapere che il proprio padre sia legato ad esso. "Madre, posso chiedervi cosa fece mio padre per meritare tanto?" "Certo, tu devi sapere. Ho aspettato tanto perche volevo essere certa che tu fossi pronto." Sion continuava a non muovere nemmeno un dito. "Quest'anno fai 18 anni. Sei pronto." Khelia fece per aprire il libro, ma Siun la interruppe. Mise una mano sulla copertina e guardò in alto. Fu un momento intenso e Khelia lo sapeva. I due rimasero in silenzio per qualche momento, poi Khelia inizio a leggere le prime frasi del libro. "Questo è il Libro delle Danze. Solo con la piuma dein Falchi della Pace potrete incidere il vostro nome al suo interno." "Vedi, Siun, tuo padre riuscì a vedere i Falchi della Pace dopo la battaglia con i Troll del Bosco Nero." Disse Khelia alzando lo sguardo dal libro. Lo sguardo di Siun era fisso sulle pagine giallastre di quel grosso libro. "Gorg l'Indemoniato. Colui che sconfisse armate di Giganti Rossi. Lui era fortissimo. Tuo padre apprese da lui tutto ciò che sapeva." Prosegui Khelia. "Solo i veri eroi hanno visto i Falchi. E solo i veri eroi entrano nel mito." Siun riusci ad alzare lo sguardo e chiese: "Mi racconti come è morto mio padre?" Dovete sapere che Siun non chiese mai come suo padre perì in battaglia. Si limito ad ascoltare i discorsi degli anziani che narravano di Breun il Maestoso che venne sconfitto dopo giorni di battaglia. "Sei davvero pronto? Sei sicuro?" chiese Khelia con gli occhi lucidi e la voce spezzata. "Voglio saperlo." "D'accordo. Siedi qui accanto a me allora." Khelia prese la mano di Siun ed inizio a racconatare con poca voce e qualche lacrima che bagnava le sue guance. "Tuo padre, Breun, ci lasciò dieci anni fa. Durante una battaglia tra gli Uomini e i Lupi Grigi. Vedi, i Lupi Grigi sono tra le creature più pericolose del nostro mondo. Hanno la fisicità dell'uomo piu possente che tu possa immaginare e la fame del lupo più cattivo." Sion faticava a trattenere le lacrime. "E tuo padre li affrontò." prosegui Khelia. "Li affrontò senza paura. Portando in battaglia oltre cento uomini. I Lupi erano in minor numero ma ci fu un tradimento durante la battaglia del Lungo Cammino. L'antica allenza tra Uomini delle Montagne e Uomini dei Serpenti terminò quel giorno. I Virg (nome antico degli Uomini dei Serpenti) non risposero alla richiesta d'aiuto di tuo padre. E, per di piu, non rimandarono indietro il messaggero che venne inviato a loro. Chissa che fine fece quell'uomo. Ma tuo padre non si abbattè. Affrontò i Lupi e perì in battaglia. Ma difese le nostre città. I Lupi progettavano da tempo un attacco al nostro regno. Ed Hali sarebbe stata la prima tappa della loro offensiva. Dopo quella battaglia, non ebbero piu i numeri per affrontare cammino e perdite che una guerra richiede. Tuo padre diede la vita per tutti noi." Gli occhi di Sion erano rossi, gonfin e zuppi di lacrime. Con pochissima voce, tra un singhiozzo e l'altro, domando alla madre "E non lo avete piu rivisto? Nemmeno il suo corpo dopo morto?" Khelia prese un respiro e disse: "No, Siun, non riuscimmo ad onorarlo come avrebbe meritato." "E perche?" chiese Siun. "I Lupi Grigi non sono come noi. Non conoscono pieta. Se vincono una battaglia..." Khelia faticò a finire la frase. "...se vincono una battaglia, divorano i caduti avversari. Nessuno dei nostri uomini fu piu ritrovato." Siun si lancio tra le braccia della madre scoppiando in un fragoroso pianto. Khelia passò la sua mano tra i capelli di Siun ed, avvicinando la bocca al suo orecchio, disse: "Forza tesoro mio, so che è dura. Ma ti renderà forte." Il pianto di Siun prosegui per parecchi minuti e Khelia continuava ad accarezzarlo e baciarlo sul capo. "Voglio vendicarlo, madre. Sento che devo farlo." tuonò Sion ancora zuppo di lacrime. "Voglio che il nostro popolo torni a scrivere un nome sul Libro delle Danze." Khelia, ora, faticava anch'essa a trattenere lacrime ed agitazione. "Sapevo che l'avresti detto. Ed è il motivo per il quale ora siamo qui. E non siamo più soli." Khelia volse lo sguardo ad Est. Verso un sentiero che sale sulla montagna. Vi era una creatura strana. Da quella distanza sembrava...sembrava...giuro su questo cielo che era un Elfo delle Acque. Gli Elfi delle Acque sono rarissimi di questi tempi. Abitavano queste terre ere addietro, ma dopo le innumerevoli minacce da parte delle Creature dal Cuore Assente, abbandonarono le Montagne Bianche. Sapete, anche i Lupi Grigi fanno parte delle Creature dal Cuore Asssente. E credo sappiate gia il perche. "Madre, è un Elfo delle Acque o le lacrime mi impediscono di vedere?" "No, Siun, ci vedi benissimo. Lui è Cronis, il più anziano abitante di queste montagne." rispose Khelia. "E' qui per addestrarti." "Addestrarmi? A cosa?" disse Siun sgranando gli occhi. "Tu sei destinato a diventare come tuo padre. Ma ti serve una guida. Cronis addestro tuo padre decenni addietro. E ora è qui per te." Siun non riusci a rispondere. Si limito a stringere ancora sua madre in un abbraccio. "Siun, tu sei l'erede di Breun. Sei il figlio di Breun. Sei l'erede al trono degli Uomini delle Montagne Bianche."
  23. 1 punto
    La pecora alzo lo sguardo e lo fissò negli occhi, lui urlava, minacciava punizioni, sdegnato, oltraggiato gridava la sua ira, ma lei non abbassò il muso e allora non fu più pecora, fu leone dagli occhi di ghiaccio, la criniera cinerea di mille anni di tirannia e la sua voce forte e roboante divenne dignità e saggezza, il tiranno fu vergogna, povertà e miseria un uomo nudo di fronte allo sguardo del popolo.
  24. 1 punto
    Finalmente Sam stava per realizzare il sogno della sua vita: gli esami andavano bene e prevedeva di laurearsi a pieni voti, in più era fidanzato da due anni con una bellissima bionda che faceva la cameriera in un bar, Patrizia. Per ora lei abitava ancora con i suoi, mentre lui viveva in un monolocale che pagava con dei lavoretti saltuari. Sam aveva soltanto venticinque anni ma aveva già pianificato il proprio futuro: una volta laureato, avrebbe trovato lavoro in un famoso studio legale, si sarebbe sposato e avrebbe comprato una vera casa. Grazie all’università era stato assunto come stagista nello studio legale Forti&Astori, non avrebbe guadagnato molto ma quel lavoro gli avrebbe permesso d’imparare sul campo. Il primo giorno si presentò nell’ufficio del suo osservatore: un tizio sulla quarantina con i capelli ondulati, biondo miele. «Salve, sono Samuele Collina e sono il nuovo tirocinante» disse, sfoderando il suo miglior sorriso e porgendogli la mano. «Quindi dovrei prenderti sotto la mia ala protettrice, eh?» gli domandò l’altro, con una pronuncia leggermente strascicata, alzandosi dalla sedia, dietro una scrivania ingombra di carte e libri, su cui troneggiava un vaso di vetro pieno di dolci. Lo squadrò con degli insoliti occhi dorati. «Qui le soluzioni sono due: o mi procuro un paio di trampoli o ti metti in ginocchio.» In effetti, Sam era alto quasi due metri, mentre il suo collega era più basso di almeno venti centimetri. «Io sono Riccardo Novelli, se vuoi, puoi chiamarmi Ricky» gli disse, stringendogli la mano. «Le tue mansioni saranno tenere in ordine l’archivio, rispondere al telefono, ridere alle mie battute e massaggiarmi le gambe dopo una lunga giornata passata in tribunale.» “Ma questo è un cretino!” pensò Sam. «Su, sto scherzando!» ridacchiò, dandogli una pacca scherzosa sul braccio. «Vieni che ti presento il resto della squadra.» Entrarono in un ufficio, in cui c’era un uomo bruno con la barba, che fissava con aria affranta lo schermo del computer, le dita intrecciate sopra la testa: «Perché? Perché?» «Ohilà, Eddy!» lo salutò Riccardo. «Un’altra mail del tuo non-editore?» «Già, mi accusa di plagio, ma non è vero!» «Di che cosa parlava il tuo ultimo romanzo?» «È ambientato in Australia. Uno studente di legge indaga sulla morte di due giudici e scopre un complotto che parte da Sidney. Il rapporto del ragazzo fa riferimento a un luogo abitato dagli ornitorinchi che interessa per scopi industriali e anti-ecologici, poi…» «Sembra la trama de Il rapporto Pelican» lo interruppe Sam perplesso. «È esattamente quello che mi hanno scritto loro, ma non è vero! I pellicani neppure compaiono, si parla di ornitorinchi!» esclamò Eddy indignato. «Sempre il becco hanno» disse Riccardo. «Forse avresti dovuto metterci dei koala. Per la cronaca, questo è Samuele, il nostro nuovo stagista.» «Sì, ciao. Sai che è un’idea? Adesso faccio subito “trova e sostituisci” e glielo ripropongo.» «D’accordo, Edoardo, ti lasciamo al tuo lavoro.» Appena fuori, Riccardo sussurrò a Sam: «Il suo hobby è scrivere romanzi che puntualmente vengono bocciati dagli editori. Mi ha obbligato a leggerne qualcuno e devo dire che li ho trovati buoni e originali.» «Allora perché non glieli pubblicano?» «Semplice. Quelli buoni non sono originali e quelli originali non sono buoni.» Entrarono in un altro ufficio che definire spoglio era riduttivo. «Ehi, Gilby, vieni a salutare il nostro nuovo stagista, Sammy» Poi sussurrò in fretta a Collina: «Attento a non farti gilbertizzare.» «Che…?» stava domandando, Sam perplesso. Prima che potesse aggiungere qualcos’altro, un tipetto castano, tutto pelle e ossa, gli corse incontro e lo abbracciò entusiasta, quasi stritolandolo. «Son tanto, tanto felice di conoscerti!» «Uh… sì, grazie…» balbettò Sam, tenendo le proprie braccia ben aderenti al corpo. «Troppo tardi…» gli disse Riccardo, quando uscirono. «Quella sarebbe la sua stretta di mano.» «Non mi piace» gli sussurrò Sam. «Non piace a nessuno. È un avvocato divorzista; pensa, ha persino un calzino per interrogare i bambini.» Sam deglutì: «Scusa… hai detto calzino?» «Sì, Pippo-Pippo, devi chiedergli di presentartelo un giorno o l’altro. Detto in confidenza se fossi in Zac e Mark, terrei lui e licenzierei Gilberto, ma a quanto pare lavorano soltanto in coppia… e quello invece è Rodolfo Franceschi, uelà, Rudy! Questo è Sammy!» trillò all’indirizzo di uno con i capelli ricci e neri che passava di fretta, ma il tizio li squadrò freddamente, indirizzando loro soltanto un secco cenno del capo. «È specializzato in assicurazioni che non pagano. Una volta abbiamo fatto otto ore di aereo, dico otto, e lui non si è mai appoggiato al sedile per paura di sgualcirsi la giacca» sghignazzò. Entrarono in un altro ufficio alle cui pareti erano appesi vari poster che raffiguravano dei draghi; sulla scrivania incombeva invece una statuina vestita di nero, coi capelli rossi. «E questa invece è Sara Brambilla» gli disse, indicandogli una ragazza, anch’ella con i capelli rossi, che batteva furiosamente al computer. «Dolcezza, questo è Sammy; stavolta non potrai proprio non prendere in considerazione anche questa metà del cielo» le disse, ammiccando. La ragazza alzò appena gli occhi dalla tastiera: «Non è il mio tipo. DNA sbagliato. Y al posto di X.» «Che…?» “Ma dove son capitato? Qui sembrano tutti matti!” «Sei proprio senza speranza. Stai ancora cercando di violare il sito del Pentagono?» s’informò Riccardo. Sara sbuffò: «Già fatto, ora sto cercando di far sganciare a Bill Gates qualche milione in favore di Green Peace.» «D’accordo, io non ho visto niente.» Trascinò Sam nel proprio ufficio. «È la nostra esperta d’informatica, un vero genio del computer, peccato che abbia la fissa soltanto per il DNA con la doppia X» sospirò platealmente. «Ma quello che sta facendo non è illegale?» «Soltanto se ti beccano, pasticcino; e questa è la tua scrivania» gli disse indicandogliene una con sopra un computer, un telefono e un enorme vaso di vetro, pieno di dolci, identico a quello che troneggiava sull’altra. «Spero che ti piacciano, io li adoro. Finché sei qui, puoi decorarla come vuoi, ma niente foto di donnine nude, mi distrarrebbero troppo.» «Io sono fidanzato!» esclamò Sam, stizzito, soprattutto per il nomignolo che gli era appena stato affibbiato. «Allora niente foto della tua fidanzata nuda, mi verrebbe troppa voglia di conoscerla.» Quella sera, Sam portò Patrizia in una pizzeria per festeggiare il suo primo giorno di lavoro. Mentre si dirigevano al tavolo, parecchi uomini si girarono a guardarli. Sam sapeva che fissavano Pat e le sue belle gambe affusolate, messe in risalto da un paio di jeans corti e attillati. Era molto orgoglioso di avere una così bella fidanzata con quel fisico (1,80!), avrebbe potuto fare la modella e, nonostante i mezzi limitati, voleva apparire sempre al suo meglio. Si sedettero e lei gli rivolse un sorriso seducente: «Allora com’è andato il primo giorno?» «Ti assicuro, Pat, sembra una gabbia di matti! Non vedo l’ora che lo stage finisca.» La ragazza si spostò una ciocca di capelli dietro l’orecchio. «E il tuo supervisore?» «Un cretino che non fa altro che ingozzarsi di dolci e fare battute idiote! Non so se resisterò.» «Oh, tesoro, come mi dispiace! Pensa però che è soltanto per pochi mesi e vedrai che, quando ti sarai laureato, gli studi più prestigiosi faranno a gara per averti nel loro staff» gli disse, stringendogli la mano attraverso il tavolo. «Lo spero proprio» sospirò Sam.
  25. 1 punto
    Fuori si gelava. Il termometro portava meno venti gradi. Il vento freddo sbatteva avanti e indietro le bandierine appese in circolo attorno al laghetto ghiacciato. Delle figure nere spiccavano sulla lastra lucente, muovendosi leggiadre e veloci sui pattini. Dall’ottavo piano del dormitorio, una ragazza guardava per l’ultima volta quei luoghi che le erano ormai diventati familiari. La neve ai lati di quella pista di pattinaggio improvvisata, la strada sterrata che si inoltrava tra case di legno in rovina, l’università dalle pareti bianche e blu che era una gioia cromatica per lo sguardo. Vestita di tutto punto, dal cappello al giubbotto, alla sciarpa, ai doposci, registrava ogni singolo particolare, sperando che la sua memoria non la ingannasse in futuro. Le grandi vetrate le permettevano di vedere tutto con estrema chiarezza. Accovacciata sui divanetti del bar deserto, a quell’ora della mattina, era sola con i suoi pensieri O almeno così credeva. “ Sapevo che ti avrei trovata qui.” Si voltò. Un ragazzo alto e dai capelli scuri le sorrise e le si avvicinò. “Pronta a partire?” Lei lo guardò con i suoi lucenti occhi a mandorla e con un mezzo sorriso farfugliò un “Non proprio” prima di tornare a guardare oltre la finestra. “Non dirmi che ti mancherà il freddo.” Mi mancherai tu. “Non avrò mai più la sensazione di non poter più muovere le mani quando porto le buste della spesa senza guanti…” “Già, te li dimenticavi sempre in camera” rise lui. “Non ci sarà più nessuno sconosciuto che mi inseguirà perché ho perso il cappello o la sciarpa per strada…” “ Noi russi siamo delle balie eccellenti.” “ Non ci sarà più nessun uomo di Neanderthal con cui parlare in cucina.” Lui aggrottò per un attimo le sopracciglia e si mise una mano sul cuore. “Ma chi, io?” “ Diciamo che certe volte non sei proprio l’incarnazione della raffinatezza.” concluse lei, guardandolo in tralice con un sorriso. Lui per tutta risposta le mise una mano sulla spalla. Lei spostò i capelli e lo fissò, lo sguardo addolcito dalla tristezza. “ Dovrò chiamare Neanderthal il mio amico immaginario.” “Hai un amico immaginario?” “Ne avrò bisogno” quando non ci sarai più tu. “Andiamo, non è il tuo primo addio.” Le sue dita le accarezzarono il volto e la bocca le si schiuse, sopraffatta dai battiti del cuore. “Non vuol dire che non sia doloroso.” Lui annuì e capì. “Ricordi la prima volta che ci siamo conosciuti?” “Intendi la prima in cui mi sono imbarazzata da morire o quella quando volevo proprio sprofondare per la vergogna?” “Intendo,” e uno sbuffo di risata interruppe la frase “intendo la prima volta che ti ho incontrato davanti all’ascensore.” “Ah, certo. Quella per cui sarei dovuta direttamente espatriare.” Stavolta rise di gusto. “Stavi mangiando una crêpes in fretta e furia. E io ti ho detto buon appetito.” “E io ti ho risposto ‘grazie’ con almeno metà della mia mano in gola mentre cercavo di ingozzarmi in tempi record.” “E poi dici che sono io il Neanderthal.” “Lo ammetto, neanche io sono tutto questo bon ton, ma tu urli dalla cucina per chiamare le persone. Che stanno in camera. Chiuse a chiave. Il Padreterno ci ha dato le mani anche per bussare.” Lui rise e la guardò così intensamente che temette di ardere viva davanti a lui. Poi, avvicinandosi ancora di più a lei, la abbracciò. Le si paralizzò il respiro. Lui non era così, non abbracciava nessuno, non aveva mai fatto trasparire un’emozione che non fosse noia o cinismo. Le dita di lei scavarono nella sua schiena quando ricambiò l’abbraccio. La barba incolta le sfiorava il collo e lo sentiva respirare sul suo corpo. Al contrario di lei, che a parte un piccolo sussulto nel petto, non voleva muoversi in nessun modo, nemmeno impercettibile. “Non ce la faccio ad andarmene.” “Devi farlo.” “Non posso. Non voglio.” E al sussulto in petto seguì un singhiozzo. Lui le passò una mano tra i capelli e premette la sua fronte contro quella della ragazza. “Credi che io voglia?” sembrava ridesse, ma era stata solo colpa di un sorriso amaro. Lei gli fissò le labbra e non fece in tempo a rialzare lo sguardo che lui la baciò. Non credeva che sarebbe stato così bello e così sofferente e così intenso. Si abbracciarono ancora più forte, si divorarono finché non rimasero senza fiato. Lei fu la prima a separarsi dal quelle labbra, ma lui la teneva stretta e non la lasciava andare. Era proprio un Neanderthal, e per la prima volta le sembrò uno dei complimenti migliori che avrebbe mai potuto rivolgergli. “Non dirlo” gli sussurrò. “Cosa?” “Quella parola che inizia con la A.” “Arrivederci?” Lei sorrise e gli occhi le si inumidirono. Si sciolse dall’abbraccio, afferrò il manico del trolley, e mentre si diresse verso l’ascensore, poteva sentire gli occhi di lui vederla andarsene. Poteva sentire attraverso la pelle della nuca il dolore di quello sguardo che lei non riusciva a ricambiare. Per un attimo si chiese se anche lui le avesse mai dato un soprannome. Qualcosa che ha a che fare con il bon ton e le crepes, magari. Sorrise. Ne aveva in mente uno perfetto, ma lui non ci avrebbe mai pensato. Arrivederci, uomo di Neanderthal. Lui rimase a fissare le porte chiuse dell’ascensore, poi si avvicinò alla finestra così tanto che il suo respiro appannò una piccola parte del vetro. Aspettò che facesse capolino un puntino nero con una valigia e rimase a guardare mentre saliva sul taxi e spariva oltre la visuale. Addio, Maria Antonietta.
×