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Sono mostrati i contenuti con più punti reputazione dal 17/01/2020 in Storie

  1. 1 punto
    «Solo tu puoi farlo» Gabriella rabbrivì al suono di quelle parole, le attraversarono la pelle come tante piccole scariche. Se ne stava lì, seduta sulla grande scrivania in mogano del suo studio, ad ascoltare la supplica dell'uomo che le stava di fronte. Lei era bassina, giusto un metro e settanta, con una cascata di riccioli biondi che le accarezzavano il collo e le spalle, e due occhi dello stesso colore del ghiaccio che, nell'insieme, contribuivano a farla apparire più severa di quello che fosse. Lui era un uomo anziano, con due folti baffi bianchi su un volto altrimenti rasato, ed occhi castani che, ora, la guardavano supplichevoli, dal basso della sedia su cui era seduto. Con un sospiro, Gabriella si lasciò scivolare giù dalla scrivania, i tacchi delle sue costosissime scarpe toccarono il suolo con un tintinnio acuto. «Non posso, Giu» Lo chiamava così, “Giu”, amichevolmente, invece di usare il più formale “Giuseppe”, nonostante l'età apparente che li separava. «Gab...» voltò lo sguardo, per non osservare ancora i suoi occhi, ma il tono con cui la stava pregando era sufficiente a causarle una coltellata nel petto. Mosse qualche passo in direzione della vetrata, fermandosi dopo averla raggiunta. Attraverso il grande vetro a specchio, osservò la citta che si dipanava sotto il suo ufficio, diversi piani più in basso, mentre sapeva di non poter essere vista da nessuna di quelle formiche che affollavano la strada. Lei e quell'uomo si conoscevano da tanti anni, molti più di quanto chiunque altro avrebbe potuto ritenere possibile, guardandola, e forse per questo non riusciva a sostenere il suo sguardo, e aveva bisogno di rifugiarsi nella contemplazione della città. «Non posso» Lo ripetè di nuovo, questa volta il dolore di quella risposta riuscì a filtrare attraverso la sua voce, e fu sufficiente perché lui si convincesse di avere qualche possibilità di convincerla. «E' la mia unica figlia, Gab...» Ancora quel nomignolo che aveva sentito tante volte, quel nomignolo che concedeva solo a lui e a pochi altri eletti. «Lo so...» sapeva quanto Elena contasse per lui, c'era quando lui l'aveva stretta tra le braccia la prima volta, c'era quando l'aveva cresciuta, senza contare sulla figura di una madre ad aiutarlo. Aveva visto gioie e dolori e sapeva, sentiva, quando quell'uomo la amasse. Eppure... «... ma non posso» Sì girò verso di lui, dando le spalle alla città che scorreva senza sosta, inconsapevole dei suoi problemi, di quei dilemmi che le dilaniavano l'animo, in bilico tra fede e sentimento. «Gab...» se avesse sentito ancora una volta pronuciare il suo nome in quel modo, si sarebbe messa a urlare. Alzò lo sguardo, i suoi occhi azzurri incontrarono la figura dell'uomo, che adesso si sera alzato dalla sedia, ma ancora non aveva osato muoversi. «Nessun altro può autarmi» “E non posso neppure io”. Avrebbe voluto dirlo, sapeva che quelle erano le parole giuste, ma non riusciva a mettere a soffocare quella piccola vocina che si faceva strada dentro di lei “Sì che puoi, hai il potere di farlo”. «... puoi... portarla?» si ritrovò a chiedere, maledicendosi poi internamente per averlo detto, per avergli dato una qualche speranza, ma ancora di più si maledisse perché sapeva che lei stessa stava iniziando a cedere. E, difatti, gli occhi dell'uomo mandarono un lampo di risolutezza, quindi un sorriso si allargò sotto i suoi folti baffi. «Sì» con uno schiocco di dita, un lampo di luce apparve a circa un metro di distanza da dove si trovava Giuseppe, ed in quel punto, subito dopo, apparve un tavolo con sopra stesa una donna di neanche quarant'anni, bionda, con dei boccoli dorati simili a quelli che ricoprivano il capo di Gabriella. La donna ossservò quella figura, muovendosi ancora, questa volta nella sua direzione. «Ciò che Dio da, dio toglie» pronunciò con voce bassa, misurata, gli occhi sempre fissi su quella figura che sembrava dormire «Perderai i tuoi poteri, per questo». Ma sapeva quale sarebbe stata la risposta, ancora prima di sentirla. «Quali poteri? La capacità di richiamare a me gli oggetti? La vita di mia figlia vale di più, Gab. Ti prego, riportala da me». Si ritrovò ad annuire, e a maledirsi ancora, la mano sinistra che già si muoveva a sfiorare la pelle del cadavere, fredda al tocco. Da viva, Elena era stata una donna bellissima, e la morte non sembrava averle portato via nulla, se non quegli occhi dello stesso colore degli smeraldi più puri, che adesso restavano chiusi al mondo. Ciò che Dio da, Dio toglie. Adesso lei stessa avrebbe scoperto quanto quella frase potesse essere vera. Nell'arco della sua vita, aveva fatto diverse cose in grado di far arrabbiare l'Altissimo, ma mai aveva osato tanto come compiere una resurrezione, pratica assolutamente proibita per gli angeli. Soprattutto per quelli che erano stati cacciati dal Paradiso, ed ora, non abbastanza indegni per finire negli Inferi, vagavano sulla terra cercando di guadagnarsi nuovamente i favori divini. Lei non ci aveva mai provato davvero, si era sempre mantenuta su quel terreno neutrale che si staglia tra Paradiso e Inferno, un limbo che le impediva di tornare nei cieli superiori, ma le impediva anche di vincere in dotazione delle ali nere e la coda e di finire a torturare dannati. Ora, forse, anche lei avrebbe assaggiato la spada di Michele e sarebbe finita insieme a Lucifero. Però, in fondo, a Giuseppe lo doveva. Certo, quello che era successo non era stata interamente colpa sua, non è forse vero che ambasciator non porta pena? Nonostante tutto, aveva ritenuto giusto un risarcimento per quell'uomo, e così gli aveva donato una nuova vita, una nuova identità, una figlia da amare. Fino ad ora. «Solo perché sei tu...» sospirò ancora e, anche se non poteva vederlo, sapeva che dietro di lei Giuseppe stava sorridendo. La destra andò ad avvicinarsi alla sinistra, per posarsi a sua volta sul corpo della donna distesa. Chiuse gli occhi, con un ultimo, profondo, sospiro. Richiamare l'anima come aveva fatto Gesù con Lazzaro, per loro non era possibile. L'unica cosa che potevano fare – ma che era severamente proibita – era andare a riprendersela, così da legarla nuovamente al corpo che l'aveva ospitata. Così utilizzò il corpo di Elena come un canale per unire sé stessa ed il Paradiso dove la donna riposava, così da potersi trasportare là, o, più nello specifico, mandare là una sua proiezione astrale, mentre il suo corpo terrestre restava ben ancorato in quell'ufficio al nono piano del palazzo più grande della città. Era davvero tanto tempo che non vedeva il Paradiso, da quando aveva mancato ai suoi doveri ed era finita sulla Terra, e per questo rivederlo le diede uno strano effetto: immaginava di provare nostalgia, forse persino di piangere per il dolore di essere stata allontanata, invece desiderava solo fare tutto in fretta, senza indugiare oltre nella contemplazione di un luogo che non era più casa sua e, di questo era sicura, non lo sarebbe mai stata. Non si illudeva di compiere quell'operazione all'insaputa di Dio, sapeva che ciò non era possibile, si augurava solo di riuscire a riportare indietro l'anima di Elena prima che qualcuno degli angeli superiori riuscisse a dare l'allarme. Una volta resuscitata, nessuno le avrebbe arbitrariamente tolto la vita di nuovo, solo per punire lei di quella grave insubordinazione, e a quel punto sarebbe stata pronta a qualsiasi punizione l'Altissimo avrebbe voluto infliggerle. Si guardò intorno, c'era solo bianco intorno a sé. Utilizzando il corpo di Elena come canale, si era ritrovata nel posto più vicino alla sua anima e quindi, per sua fortuna, già oltre i cancelli controllati da Pietro, altrimenti passare sarebbe stato impossibile. Adesso, però, doveva trovarla senza ulteriori aiuti, in quella distesa di bianco, soffice come zucchero filato. Mosse qualche passo in avanti, l'unica direzione in cui poteva andare adesso, dal momento che tornare indietro avrebbe voluto dire finire dritta dritta al cancello. Il bianco piano piano si diradava, fino a lasciare spazio ad una collina d'erba che dolcemente scendeva. Nonostante il tempo passato, i suoi ricordi non erano affatto sbiaditi, sapeva che, una volta superata la collina, avrebbe trovato alcune delle anime che avevano ottenuto l'accesso al Paradiso – tra cui anche Elena, visto che era stata catapultata direttamente lì – ma sapeva anche che avrebbe trovato ad attenderla anche una moltitudine di angeli. Doveva dunque farsi coraggio, e cercare di dare poco nell'occhio, con un po' di fortuna, forse, sarebbe riuscita a farsi passare per un'umana. Prima che potesse muovere ulteriori passi, però, avvertì distintamente il calore di una mano che si posava sulla sua spalla e poi un altro calore, più intenso, espandersi dal suo cuore. Conosceva quella sensazione bruciante, e non aveva neppure bisogno di voltarsi per sapere chi si trovava alle sue spalle, tuttavia lo fece. «Raffaele...» pronunciò, guardando negli occhi colui che per millenni aveva chiamato fratello. «Gabriele» quel nome non le apparteneva ormai da troppo tempo, scosse quindi le spalle, e, con quelle, anche i lunghi capelli biondi. «E' Gabriella, sulla Terra» Il sorriso di Raffaele ancora una volta le scaldò il cuore, facendole provare quella fitta di nostalgia che non aveva provato al suo arrivo in Paradiso. «Non ha importanza. Sei tu» Questa volta, il medesimo sorriso si riflettè anche sul volto della donna. «Sì... sono io...» ma durò solo un istante, poi tornò a rabbuiarsi, consapevole di ciò che stava per fare, di ciò che aveva accettato di fare. «Perché sei qui?» eppure qualcosa, nel tono di Raffaele, le suggerì che lui era già a conoscenza della sua venuta, voleva solo sentirselo dire. «Per una resurrezione» le uscì così, senza tante esitazioni e senza giri di parole. La verità secca e cruda, così com'era. Come aveva previsto, non passò alcuna sorpresa attraverso gli occhi nocciola dell'Arcangelo. «E' lì» al contrario, unì a quelle parole un ampio gesto del braccio, l'indice puntato verso un gruppetto di persone che correvano beate all'interno di quel prato incantato. Tra di esse, distinse senza grosse difficoltà proprio colei che stava cercando. «Come fai a-» «Non ho mai smesso di osservarti» Naturalmente non lo aveva fatto. Erano fratelli, erano stati arcangeli insieme, prima che la sua disubbedienza la portasse a cadere in quel limbo, Raffaele non poteva averla dimenticata, e si diede della sciocca per aver pensato, anche solo per un secondo, che potesse farlo. Adesso, però, occorreva prendere una decisione, perché quello che avrebbe fatto avrebbe deciso le sue sorti future. «Gabriele...» La voce di Raffaele la costrinse a voltarsi, per osservarlo ancora, il volto adesso reso triste, anche attraverso la luce che splendeva perpetua in quel luogo. «... è già stato duro perderti... se cadrai ancora... non ci vedremo mai più. Non potrò vegliarti, laggiù». Ne era consapevole, naturalmente. Corse ancora una volta con lo sguardo ad Elena: sembrava felice, e per un istante si chiese se non fosse giusto lasciarla lì, permetterle di vivere eternamente nella luce del Signore, senza riportarla indietro solo per gli egoistici desideri del padre. «Devo fare quello che reputo giusto» «No» questa volta nella voce del fratello vibrava una nota diversa, più decisa «Devi fare quello che è giusto. Elena ha finito il suo tempo» Continuava a guardarla, le lacrime iniziarono a pungerle l'interno degli occhi, minacciando di sgorgare da un momento all'altro. «E' così giovane...» «Tanti sono stati chiamati anche più giovani di così». Era vero, tanti ragazzi e bambini venivano chiamati tutti i giorni a giocare in quel parco, senza che mai nessuno si presentasse a reclamare la loro anima. Non avevano meno diritto di Elena, e lei non aveva alcun diritto di privilegiare un'anima a scapito di un'altra. Eppure... «Lo so» Eppure c'era quella supplica a bruciarle dentro, lo sguardo di Giuseppe a scavarle nell'animo. Non era stato facile, essere ripudiata dal Paradiso. E, quando questo era successo, non c'era nessuno ad aiutarla. Non c'era Michele, la cui arma scintillante era già pronta a scagliarla più in basso, non c'erano gli altri fratelli con cui aveva condiviso la luce. Non c'era Raffaele. L'aveva seguita, l'aveva osservata, ma lei non ne era mai stata consapevole, neanche una singola volta, non aveva mai davvero goduto della sua vicinanza, del suo sostengo. Giuseppe era stato l'unico ad accoglierla nella sua vita, a permetterle di trovare un piccolo scopo anche in una vita terrestre. Lui l'aveva spronata a studiare le leggi terrestri, lui l'aveva spronata ad intraprendere la carriera di avvocato, per poter aiutare, anche lì, delle anime innocenti a non perire sotto i sopprusi. «Davvero sceglierai Giuseppe, invece dell'Altissimo?» Raffaele aveva sempre avuto la capacità di leggerle dentro, di leggere i suoi pensieri più profondi. «No» rispose, e mentre lo faceva congiunse le mani, animandole di un bagliore che rivestì anche Elena, qualche metro più in là «Scelgo di fare quello per cui sono stata creata... aiutare». Aveva scelto. Giusta o sbagliata, aveva preso la sua decisione. Riaprì gli occhi dentro il suo ufficio, le mani che ancora brillavano di quella luce a cui aveva legato l'anima di Elena. La donna ancora giaceva stesa sul letto, e Giuseppe si era nel frattempo avvicinato, ed ora, accanto a lei, teneva la mano della figlia tra le sue, rozze e callose. Gabriella portò le mani alle labbra, e subito la luce che le animava si mosse verso il suo volto, quasi volesse farsi risucchare da lei. Giuseppe si limitò ad osservarla, senza proferire parola, neanche quando l'angelo si chinò verso Elena, posandole un bacio sulla fronte. Fu questione di un attimo, la luce si spanse su tutto il corpo della donna, riportando il colore sul suo volto ed il calore nella sua pelle, che l'uomo stringeva. «E'...?» chiese lui, titubante. «Viva, sì» confermò la donna, per poi allontanarsi e tornare verso la scrivania, il corpo proteso in avanti, e le braccia posate sulla scrivania, a sostenerne il peso. Ormai non poteva più tornare indietro, aveva violato il giuramento e messo fine alla sua possibilità di redenzione. «Stai bene?» Non c'era una risposta, o, per meglio dire, la risposta era ovvia, e nel giro di pochi secondi si palesò davanti agli occhi attoniti di Giuseppe. Non ci fu nessun annuncio, nessuna avvisaglia, semplicemente il corpo di Gabriella iniziò a raggrinzirsi, come quello di una prugna, ed un pallore mortale prese il posto del roseo incarnato che l'aveva contraddistinta, mentre anche i capelli presero a invecchiare sotto la spinta di un invecchiamento tanto rapido quanto ineluttabile. Gabriella ebbe giusto il tempo di voltarsi verso di lui, di allungare una mano nella sua direzione, in una muta e inutile richiesta di aiuto, poi il suo corpo non resse più il fardello dell'età e finì per cadere su sé stesso. Giuseppe si mosse rapido, allungò le braccia verso di lei e prese quel corpo ora fragile come quello di una centenaria, prima che potesse toccare il suolo. «Gab...» la chiamò ancora una volta, mentre cercava di sostenerle la testa. «Ho... paura...» una lacrima solitaria scivolò lungo la guancia di colei che era stata messaggera di Dio, poi, con un ultimo singhiozzo, chiuse gli occhi.
  2. 1 punto
    Hak si era data tre giorni di tempo per decidere cosa fare. Quello era il terzo giorno. «Dov’è Mercuria?» chiese il re. «Nello scriptorium» rispose Serio sotto un cielo che pioveva tuoni e fulmini come si erano visti solo la notte della guerra contro la Nube Scura. Il re si diresse veloce allo scriptorium. Nel cortile, riparato dalle tettoie, degli uomini stavano sfocando le pelli di vitello in calce viva e altri le tiravano su con dei bastoni e le infilavano nei secchi pieni d’acqua per farle ammorbidire. Poco più in là delle donne pulivano le pelli dalle impurità, e altri, su un tavolo, agganciavano con le corde dei sassolini sul bordo dei velli per fissarli ai telai e metterli ad asciugare. «Gli abati hanno rubato il segreto del luppolo ma non faranno mai pergamene come queste» disse a voce alta Hak entrando nella stanza antistante lo scriptorium. Lì delle donne stavano strofinando la pietra pomice sulle pelli essiccate per chiuderne bene i pori, altri le pulivano, tagliavano e foravano con cura meticolosa. Il re strinse una mano sulla spalla di una donna e poi guardò un uomo che aveva la paura stampata negli occhi. «Prima di uccidere te, buonuomo, i barbari dovranno uccidere me. Scommetteresti un soldo sulla mia morte?» gli chiese Hak. «MAI, mio re» scosse la testa l’uomo raddrizzando la schiena. Hak abbozzò un sorriso ed entrò nello scriptorium. La stanza era quadrata e aveva all'interno trenta leggii disposti su tre file. Degli amanuensi stavano tracciando le righe orizzontali sulle pergamene, ventisei per foglio, mentre altri ricopiavano pazientemente le nuove leggi dei draschi e dei regni volute da Hak. Mercuria era in piedi in fondo alla sala e stava osservando una donna che ultimava il dipinto di una miniatura su una pagina del suo trattato di medicina. Hak andò spedita da lei. «Da quanto tempo non dormite?» domandò il re alla strega. Mercuria si voltò a guardarla col suo solito sguardo burbero di infinita saggezza, ma quel giorno aveva anche gli occhi intrisi di dolcezza e velati di sconforto. Hak le fece cenno con una mano di seguirla e andarono a sedersi su una cassapanca lì vicino. «Voi pensate a respingere i barbari invasori fino a che il mio nuovo trattato sulle erbe mediche non sarà finito» cominciò Mercuria. «E servono ancora tre giorni! Due per finire le miniature e uno per la rilegatura» precisò la strega. «Tre giorni? Va bene, Mercuria, ma due sono già passati» sorrise Hak. «Oggi devo decidere se attaccare Omar e partire per le Città d’Oriente o attendere che salga sulle mura e sconfiggerlo senza decimare il mio esercito.» «Le Città d’Oriente?» ripeté confusa Mercuria. «I Giusti hanno preso Crisdossa, e Alessio mi ha chiesto aiuto» la informò Hak. «Innocente sta sterminando mezzo mondo solo per ridurre in schiavitù l’altro mezzo.» «Innocente può anche sterminare mezzo mondo, ma non ridurrà mai in schiavitù l’altro mezzo» ribatté decisa la strega. «Cosa ve lo fa pensare?» «Le cose sono sempre più complicate di quanto si pensi. C’è qualcuno che può dire alle nuvole, ai mari o ai venti dove andare? Agli astri, ai rami o alle radici degli alberi? Agli animali? Nessuno. L’unica realtà reale è che l’universo, come l’anima, è libero! Chi spreca la sua vita per ridurre in schiavitù altri esseri viventi è solo uno stolto, un illuso e il più schiavo fra tutti gli schiavi.» «Innocente… schiavo?» dubitò Hak. «Schiavo nella mente! Schiavo nel cuore! Schiavo di se stesso. Schiavo più di ogni altro schiavo» elencò decisa Mercuria. «Sapete, a volte mi chiedo se si saprà mai la verità» disse il re facendo seguire alle parole un lungo respiro. «Una volta Serio mi ha raccontato di un dipinto che ritraeva due Giustissimi insieme: un uomo e una donna. La donna era molto più alta dell’uomo, ma i Giusti hanno voluto che fosse dipinta molto più bassa di lui per affermare anche in quel modo l’inferiorità delle donne rispetto agli uomini. E sebbene avesse i capelli biondi, loro l’hanno fatta dipingere coi capelli scuri, perché non andava sprecato l’oro per ritrarre le donne» raccontò amareggiata Hak. «La verità è spesso trafugata e mascherata, Cavalier Hak, quando non stuprata e arsa al rogo come una strega. L’unica cosa che possiamo fare è lottare per difendere la verità anche con le nostre vite, come stiamo facendo. Ma voi avete ragione, la verità è dipinta sui muri, scolpita nel marmo e scritta sulle pergamene, e ognuno la dipinge, scolpisce e descrive come vuole. Ai posteri il compito di riconoscerla in mezzo a tante menzogne.» «Come faranno a riconoscerla?» volle sapere Hak. «Arte del bene, della verità e della giustizia. La verità, come un’ancella di Venere, si accompagna sempre ad altre due grazie, che sono il bene e la giustizia. Se non c’è bene e giustizia, non può esserci nemmeno verità.» «Temo che la lotta per difendere la verità non avrà mai fine.» «Nemmeno quando sarà accertata e nota a tutti, Cavalier Hak. Ci sarà sempre qualcuno che la rimetterà in discussione, anche fra mille anni, usando il suo potere per camuffarla, violentarla e bruciarla al rogo sempre per il desiderio folle di possedere altri uomini.» In quel momento arrivò tutto trafelato Ortensio. «Mio re tanti hanno la febbre alta e chiedono di Mercuria» disse agitato il funzionario. Da lì a un attimo arrivò anche Settimo. «Mio re, l’esercito di Omar è in ginocchio!» esultò il cavaliere. «A centinaia stanno morendo uno dopo l’altro. Marte è con noi!» Hak si voltò a fissare il vuoto, pensierosa e turbata. «Vengo con voi a vedere i malati» disse a Mercuria. Il re aprì la porta della sala medica con al seguito Mercuria, Ortensio e Settimo. La stanza era maleodorante e piena di malati sdraiati sui lettini, riversi sul pavimento e accasciati alle pareti. Tossivano, tremavano e si lamentavano, altri deliravano e si contorcevano dal dolore sul pavimento sporco di vomito e chiazze di sangue vivo. Un uomo spirò in quel momento vicino alla porta fra le braccia di sua moglie e suo figlio. Un rivolo di sangue gli colava dalla bocca e sul collo aveva un grosso bubbone nero. «È la morte nera!» annunciò Mercuria rimboccandosi le maniche ed entrando nella stanza. Hak, Ortensio e Settimo si guardarono sconvolti. Da lì a pochi minuti morì Omar, anche lui col corpo ricoperto di bubboni e la bocca sporca di sangue. I suoi uomini lo seppellirono in fretta e poi abbandonarono i malati, i morti in attesa di sepoltura e il campo di battaglia, decisi a scappare il più lontano possibile di lì. Hak salì su un torrione e improvvisamente i lampi si fermarono nel cielo e le mostrarono bene i luoghi. Il castello era circondato dal fuoco, dalle macerie e da un’immensa distesa di morti e uomini e donne agonizzanti. Ordinò che tre soldati andassero a liberare il popolo incatenato alle macchine da guerra dei Giusti e poi andò a chiudersi nella sua cappella privata per parlare col Dio Loro.
  3. 1 punto
    1973 Due giorni fa ero a un bivio. Due considerazioni prima di voltare pagina per sempre. A malincuore, ieri ho firmato il contratto per la vendita della casa di campagna dei miei genitori e dei terreni circostanti: un pezzo della mia vita se ne andato con loro, ma non avevo scelta, sono sommerso dai debiti e la mia azienda rischia di chiudere. La crisi economica sembra non finire mai e il prossimo anno sarà ancora più difficile. Dopo la morte dei miei genitori, ho giurato a me stesso che non avrei mai più rimesso piede in quella casa ma il destino ha deciso diversamente. Prima di consegnare le chiavi al nuovo proprietario devo sistemare alcune cose. Oggi è una giornata complicata. Il sole ormai volge al tramonto, mi trovo nella cantina della casa di campagna dei miei genitori, ho portato con me una torcia, una pala, un sacco di plastica, la mia 24 ore e il mio inseparabile orsetto di peluche, Teddy, regalo di mia moglie Caterina. Dalla botola nascosta sotto il tappeto persiano ho recuperato i resti dei corpi delle persone uccise da mia madre tra il settembre e l’ottobre del 1973 a Rocca Forte delle Murge, nella Terra del Sole. Poco distante dalla casa, vicino ai campi di grano della Tenuta Masciopinto, sorge un antico e abbandonato cimitero indiano: è in questo luogo sconosciuto che con la pala ho scavato una fossa nella quale ho seppellito il sacco di plastica contenete le ossa rinvenute nella cantina. La chiamiamo Terra del Sole perché è raro che piova da queste parti ma in serata è annunciato un forte temporale con raffiche di vento. La protezione civile è in preallarme e pronta a intervenire in caso di bisogno. Ha consigliato a tutti i cittadini di rimanere in casa questa notte. Prima di far ritorno a casa, fumo una sigaretta. Quando decido di partire, il cielo è plumbeo. Lampi e fulmini annunciano l’imminente temporale. Incomincia a piovere a dirotto. Il vento smuove le chiome degli alberi, la tempesta mi accompagna per tutto il tragitto verso il mio appartamento nel centro di città. - Dannazione! il terreno ha ceduto e la strada che porta sulla provinciale è interrotta da una frana. Mi guardo intorno esausto e affamato: l’unica via di fuga è un sentiero sconnesso e al buio. Non è indicato sulla mappa. Dopo aver percorso 7 km di strada dissestata, ho di fronte il MARVELLOUS HOTEL. Date le circostanze, non mi resta che prenotare una stanza per questa notte. Quindi parcheggio la mia vecchia Audi del 65’ nell’area riservata ai clienti e leggo la scritta sul cartello: BENVENUTI L’aria è ormai gelida. La pioggia è così fitta e fastidiosa che ho la vista annebbiata. Barcollando e infreddolito mi dirigo verso la hall dell’albergo. Non è come me lo immaginavo. L’albergo è una struttura imponente e moderna ma non ricordo il nome, forse è di recente costruzione. La hall è spaziosa ed elegante. Entro, bagnato fradicio, in punta di piedi. C’è una signora anziana dietro al bancone, ha l’aspetto di una vecchia megera, mi fissa con i suoi occhi grandi e gli zigomi pronunciati, come fosse infastidita dal mio arrivo. “Buonasera, signore. Mi chiamo Margareth, benvenuto al Marvellous Hotel, in cosa posso aiutarla?” mi domanda corrucciata. “Desidero una camera confortevole per questa notte, signora Margareth”. Ho l’aria stanca e un cattivo odore. “Sono 70 euro a notte.” Annuisco e mi assegna la camera numero 1973. “Decimo piano, ala est.” Pioggia e ancora pioggia... la notte è lunga... ho paura... ho fatto la cosa giusta? - Non ne posso più per questa notte!, sospiro, - Come immaginavo… è una topaia. Sono allibito e inviperito. - Ho pagato 70 euro per un buco di stanza!. Entro e sbatto la porta con vigore. Fuori continua a piovere a dirotto. Abbasso la tapparella per isolarmi dal mondo esterno e dal cielo che tuona. Appoggio la mia 24 ore sullo scrittoio, poi, come un rituale, prima di andare a dormire, stringo tra le mie braccia il mio orsetto Teddy, lo posiziono sul comodino accanto al letto. È il mio parafulmine contro i mostri del passato: - Mi raccomando, fai buona guardia amico mio!. Poi mi faccio una doccia per togliermi di dosso l’odore di puzzo e di piscio che si respirava nella cantina dei mie genitori. L’acqua calda scorre sulla mia pelle purificandomi l’anima. Anche se poco intonato, amo canticchiare una canzona sotto la doccia, mi rilassa. Dopo essermi lavato, mi corico, anche se il letto è confortevole non riesco a dormire, i pensieri tamburellano nella mia testa senza sosta: - Ho fatto la cosa giusta? non lo saprò mai, penso. Mi guardo intorno, la stanza è piccola e inquietante Appeso alla parete di fronte al letto, c’è un quadro raffigurante il volto di una donna dalla pelle diafana e lo sguardo profondo. Sembra voglia dirmi qualcosa. Forse è solo suggestione. Però è una bella donna anche se ha l’aria un po’ triste. C’è un televisore: è un vecchio modello di televisore, di quelli che non si usano più. C’è un calendario fermo al mese di ottobre. Il riscaldamento non funziona e la camera è gelida. Il telefono è muto. Andrea mantieni la calma... sarà colpa del temporale se non funziona niente in questa stanza, penso. L’albergo non è silenzioso. La vegetazione è molto fitta in questa zona. Il vento smuove le fronde degli alberi, il cane di guardia abbaglia spaventato dai tuoni e dai lampi e mi tiene sveglio. C’è un continuo andirivieni nei corridoi. Passi e voci si susseguono incessanti disturbando la mia quiete. Accendo la televisione per ingannare il tempo ma invano: ASSENZA DI SEGNALE. Maledico la pioggia. Nel frigobar c’è una birra, bevo per scaldarmi un po’. Poi credo di essermi addormentato perché l’orologio sul mio comodino segna la mezzanotte del 26 ottobre. Un rumore attira la mia attenzione: la luce nel bagno è accesa e l’acqua scorre. Avrò lasciato il rubinetto aperto... che distratto che sono…, penso. Controllo, chiudo il rubinetto del lavandino e prima di spegnere la luce mi guardo allo specchio e sbuffo: - Che stupido!. Chiudo la porta del bagno, qualcuno ride alle mie spalle, mi volto di scatto, accanto al mio letto ci sono cinque persone tra cui la stessa donna raffigurata nel quadro appeso di fronte al mio letto o almeno le assomiglia. Mi viene incontro sorridente, mi prende per mano. - Non aver paura, mi dice con tenerezza. Mi accompagna a letto come fossi il suo bambino. Continua ad accarezzarmi e sorridere. Assomiglia tanto a mia madre, è dolce come lei. Sono come incantato, forse è solo un sogno meraviglioso, non voglio svegliarmi. - Raccontami una favola!, la imploro con le lacrime agli occhi. Come ogni bambino ho paura del buio e di quello che vi si nasconde dentro. Al primo rumore, sgattaiolavo via dalla mia stanza e correvo da mia madre che mi abbracciava e stingeva così forte da scacciare via le mie paure. Poi per aiutarmi ad addormentarmi, mi raccontava la favola di cappuccetto rosso, la mia preferita, perché amavo il finale con il cacciatore che uccideva il lupo cattivo e salvava la bambina e sua nonna. Solo allora, mi addormentavo felice tra le sue braccia. Quanto mi mancano quelle notti! Quanto mi manca mia madre! Ma è solo un sogno che dura poco. La sua voce mi annuncia addolorata: Tra poco sarà tutto finito, Andrea! All’improvviso, le ante della finestra sbattono con vigore come sospinte da una mano invisibile. Il vento gelido mi avvolge, il tempo si ferma, ho i brividi e la donna che ho accanto al mio letto, piangendo, mi tira verso di sé e mi abbraccia per riscaldarmi e confortarmi come se sapesse quello che sarebbe successo di lì a poco: - Non aver paura, Andrea!. La sua voce mi percuote, una scarica di adrenalina attraversa il mio corpo. Il battito cardiaco accelera, il cuore mi esplode dal petto. I ricordi più profondi ma anche più dolorosi si fanno pian piano largo nella mia testa. Pian piano, emergono in superficie, quasi impazzisco. Ho voglia di fuggire, essere in un altro posto, al sicuro, lontano dai miei ricordi più scabrosi. - Non ricordi proprio nulla? mi domandano in coro quelle persone. - Vi prego, andate via. Lasciatemi in pace! gli urlo contro. Mi tremano le gambe. - Guardaci Andrea… non riconosci i nostri volti? insistono i fantasmi. Mi faccio coraggio, sospiro, li guardo cercando di individuare qualcosa di familiare nei loro volti ma è inutile. Niente. Ho un vuoto di memoria. - Io… non mi ricordo di voi… perché dovrei? ho gli occhi rossi e sono madido di sudore. - Invece dovresti” mi rispondono adirati. Quelle anime sono intorno al mio letto, mi circondano, urlano e imprecano contro di me: - Bastardo!. Il vetro della finestra si rompe in mille pezzi. La lampadina va in corto. La televisione si spegne. Tutto l’albergo è al buio. È solo un incubo? Domani sarà tutto finito e tornerò al mio lavoro. Sì, domani tornerò a casa mia lasciandomi questa storia alle spalle. Tornerò a vivere. Ma adesso ho paura. Mi sento un topo in trappola. Ho paura del buio come quando ero bambino perché nell’oscurità si nascondono i mostri cattivi. Che angoscia! Che vergogna! Mi fa male il petto. Presto, qualcuno chiami il 118 o per me sarà la fine! Penso dentro di me. Poi, la stanza incomincia a fluttuare. Tutto ruota intorno a me, sarà forse colpa dell’alcool? Le pareti si muovono, il soffitto si abbassa. La stanza diventa sempre più piccola! Oddio! Mi manca il respiro… la testa mi gira… La donna si mostra la più gentile con me. Mi rincuora: - Presto sarà tutto finito, Andrea! continua a ripetermi con insistenza. Gli altri, invece, sono furiosi, e violenti: - Che tu sia maledetto, Andrea!, mi dicono, - Brucerai all’inferno!. E’ solo un attimo, la stanza si illumina, la mia 24 ore è aperta, le prime pagine dei giornali che conservo da allora sono sparse sul pavimento: “Il macellaio di Rocca Forte delle Murge colpisce ancora.” - 20 settembre 1973 “Un altro omicidio a Rocca Forte delle Murge!” - 25 settembre 1973 “Arrestato il macellaio di Rocca Forte!” - 28 ottobre 1973 “Una donna dietro i delitti di Rocca Forte!” - 28 ottobre 1973 “Liberata la presunta colpevole dei delitti della Terra del Sole!” - 20 dicembre 1973 “Scagionata: manca l’arma del delitto!” - 20 dicembre 1973 Allungo il braccio verso il comodino per afferrare il mio orsetto di peluche ma Teddy non c’è. Mi agito ancora di più, il battito accelera ancora di più, ho un nodo alla gola. Madido di sudore, abbasso gli occhi: Teddy è sul pavimento. - Eccoti! lo afferro. Che sollievo! - Guarda dentro di lui…, mi dice la donna accennando un lieve sorriso. No, non voglio, non voglio ricordare. Piangendo, lo stringo forte tra le mie braccia. C’è una cerniera nascosta sotto la maglietta azzurra, la apro, dentro c’è qualcosa. La donna aveva ragione: è un coltellino a serra manico ed è sporco di sangue. - Cosa significa? gli domando ma conosco già la risposta. - E’ il nostro sangue, Andrea. Mi ripetono in coro i fantasmi. Un’altra scarica di adrenalina mi percuote con più vigore. I ricordi bussano alla mia porta con insistenza, ormai non posso non aprire: - DEVO FARLO! DEVO ACCETTARLO! Adesso riconosco i volti di quelle persone, ricordo i loro nomi: Luigi Specchia Anna Cassani Giulia De Simone Pietro Schicchi Mia madre “Mi ricordo di voi e di quello che vi ho fatto ma a oggi sono una persona diversa. Ho messo su famiglia. Sono guarito e mi sono ricostruito una vita nuova. - Invece, noi non abbiamo potuto realizzare i nostri sogni. In frantumi, tanti anni di sacrifici. Perché, Andrea?. - Quelle voci erano dentro la mia testa e mi ripetevano di uccidervi. Cercavo di giustificarmi. - Sei uno squilibrato. Meriti solo di soffrire e di morire. - Perdonatemi!. - E’ troppo tardi, ormai. Le voci mi accompagnano fin da bambino ma oggi ho imparato a conviverci e a controllarle. La notte del 26 ottobre 1973, mia madre ha scoperto il mio segreto: ogni volta che uccidevo qualcuno, di nascosto, ripuliva la cantina lavando via ogni traccia di sangue e nascondendo i cadaveri nella botola, in cantina. Poi una mattina mi sono svegliato in un letto di ospedale in stato confusionale. Non ricordavo più nulla del mio passato. I quattro fantasmi mi indicano il coltellino a serra manico che avevo riposto sul comodino. - Prendilo e poni fine alla nostra agonia! Il tono della loro voce è cambiato: è più bellicoso ma allo stesso tempo percepisco un senso di accettazione. Guardo fuori dalla finestra: ha smesso di piovere, un ghigno compare sul mio viso, poi afferro il coltellino e mi taglio le vene. In quel momento, la porta della mia stanza si apre e le fiamme dell’Inferno mi avvolgono.
  4. 1 punto
    Rosa Hernandez aveva una certezza nella vita. A novantotto anni era sicura di aver fatto tutto quello che aveva da fare. Aveva allevato sei figli e li aveva aiutati ad allevare i suoi nipoti e perfino i pronipoti. Aveva accudito suo marito per tutti gli anni del loro matrimonio, finché lui non era morto, cinque anni prima. Aveva sempre pregato e perfino ora non scordava mai di accendere ogni mattina una candela davanti alla stampa di Nostra Signora di Gudalaupe che teneva in soggiorno. Era soddisfatta della sua vita e sapeva che un giorno, presto, l'Arcangelo Gabriele si sarebbe presentato per portarla via. Sapeva che sarebbe stato l'Arcangelo Gabriele perché da sempre si rivolgeva a lui nelle sue preghiere per farle arrivare a Dio, fin da bambina, quando un'anziana del paese le aveva regalato un santino dell'Arcangelo che lei teneva ancora con se. Non fu quindi troppo sorpresa quando un giorno sentì un lieve bussare alla porta della biblioteca di suo marito. Non era una vera biblioteca in realtà, ma era stata la stanza preferita di suo marito, con una comoda poltrona e due scaffali zeppi di libri, i suoi amati libri. Era stato un lettore accanito e quella era la sua stanza, dove si rifugiava tranquillo per dedicarsi alla sua passione. Da quando lui era morto la teneva chiusa a chiave, non voleva che qualcuno dei suoi pronipoti vi caracollasse dentro e mettesse tutto soqquadro. Certo non riusciva a immaginarsi il motivo per cui l'Arcangelo Gabriele dovesse arrivare da una stanza chiusa piuttosto che dalla porta principale o da una finestra, ma non bisogna mai mettere in discussione i disegni del Signore. Il bussare delicato si ripeté. Corse a prendere la chiave che teneva sopra la credenza della cucina, mormorando una preghiera. Le tremavano le mani quando finalmente riuscì a infilarla nella toppa. Girò la chiave e spinse piano, solo quel poco per far capire all'Arcangelo che la porta era aperta. Indietreggiò appoggiandosi con una mano alla parete, voleva sedersi sulla sua poltrona per accogliere l'Arcangelo. Sapeva che avrebbe dovuto stare in piedi, o magari in ginocchio, ma era vecchia e le gambe le facevano male, l'Arcangelo avrebbe capito senz'altro. Lunghe dita delicate si insinuarono nello spiraglio della porta. Le fecero venire in mente le antenne delle lumache. Che pensiero irrispettoso, se ne pentì subito, ma non riuscì a scacciare quell'idea. La porta si aprì del tutto e una grande massa di colore verde azzurro scivolò fuori senza far rumore. Rosa sapeva che le vie del signore sono infinite, ma era quasi altrettanto certa che quella cosa non fosse l'Arcangelo Gabriele. La cosa sulla porta sembrava non avere una forma definita, tranne per una casco che le copriva una specie di testa, tutto il resto era mutevole. L'essere si muoveva con lentezza, sfiorando appena le cose nonostante la massa, fluì sul divano dove assunse una forma più compatta. Pochi istanti dopo sulla porta comparve un secondo individuo. Era piccolo, alto meno di un metro, coperto da una bizzarra tuta arancione, anche lui indossava un casco. Era l'opposto del suo compagno, rigido come un blocco di legno camminava con piccoli passettini saltellanti. Raggiunse anche lui il divano e vi si appoggiò con la schiena, come una grossa bambola di cera. I due esseri fissavano affascinati la televisione accesa, distogliendo ogni tanto lo sguardo per guardare Rosa. “Voi,” provò a dire la signora Hernandez, ”non siete angeli, vero?” La voce le uscì appena, ma i due esseri dovevano averla udita perché prima si girarono l'uno verso l'altro e poi verso di lei. A dire il vero il piccoletto tutto rigido ruotò la testa poco poco, mentre l'altro sembrò fluire nella sua direzione. “Stiamo, imparando.” le parole scandite separatamente una dall'altra sembrarono provenire da quello verde azzurro. Non si vedeva una bocca vera e propria, ma qualcosa vibrava dentro il casco. La voce ricordava il ronzio di uno sciame di api o un coro lontano modulati in modo da assumere la forma e i toni delle parole. Rosa rimase tranquilla, non sapeva del resto che altro avrebbe potuto fare. Se avesse chiamato la polizia l'avrebbero presa per pazza e rinchiusa in qualche istituto e lo stesso avrebbero fatto i suoi figli e i suoi nipoti. E lei non voleva finire in quei posti, voleva essere a casa sua quando l'Arcangelo fosse arrivato a prenderla. E comunque i due esseri non facevano nulla di male, sedevano educatamente sul divano guardando la tv. Le erano cpaitati ospiti molto peggiori. Le scocciava però che stessero trasmettendo una stupida telenovela, non voleva fare brutta figura con loro. Prese il telecomando e cambiò ripetutamente canale finché non trovò un telegiornale. I due esseri osservarono il telecomando con interesse, poi quello fluido allungò un tentacolo, lo afferrò con le sue dita sottili e si mise a schiacciare i tasti. Rosa seguì per un po' i continui cambi di canale, ma presto si assopì, cullata dal mormorio della televisione. Si risvegliò sentendo un tocco leggero su una spalla. L'alieno fluido protendeva un lungo arto sottile verso di lei. “Ci scusi signora.” la strana voce ronzante riprese a parlare con maggior sicurezza. “Stavamo imparando la vostra lingua.” Un arto si protese a indicare la televisione. “Ora possiamo spiegare perché siamo qui.” Rosa impiegò un istante per risvegliarsi e comprendere di non aver sognato. Due esseri bizzarri erano realmente seduti sul divano di casa sua. “Siamo due scienziati. Stavamo facendo un esperimento per creare dei wormhole, dei portali per viaggiare nello spazio. Vede, noi siamo in grado di spostarci nell'universo attraverso delle specie di gallerie che accorciano le distanze. Ma dobbiamo muoverci con delle astronavi, attraverso le gallerie che troviamo già pronte. Capisce quello che stiamo dicendo?” Rosa annuì. Qualunque terreste si sarebbe stupito nel vederla annuire. L'idea che una vecchia signora, abitante della periferia di Monterrey, potesse comprendere ciò che gli alieni cercavano di spiegarle potrebbe sembrare strana a chiunque. Ma Rosa aveva una miriade di nipoti che quando erano bambini avevano trascorso lunghi pomeriggi a casa della nonna. E una cosa che facevano sempre era guardare la tv. Quello che preferivano erano i telefilm o i cartoni animati di fantascienza. Rosa amava i suoi nipoti, e le piaceva godere della loro presenza fisica. Sedeva in mezzo a loro, davanti alla televisione e li guardava affascinata mentre loro, quasi ignari della sua presenza, fissavano lo schermo e dopo un po' anche lei si lasciava attrarre da quelle storie incredibili. E così, nonostante l'età e nonostante avesse frequentato a mala pena le scuole medie i concetti di viaggi nel cosmo, wormhole e tunnel spazio-temporali li aveva assorbiti nei lunghi pomeriggi con i nipoti. “Bene,” riprese l'alieno, “noi stavamo cercando di creare un tunnel in laboratorio. E direi che ci siamo riusciti. Solo che non dovevamo sbucare qui. A dire il vero non sappiamo nemmeno dove siamo, avremmo dovuto trovarci in un laboratorio gemello del nostro, solo su un altro pianeta.” “Spero non vi dispiaccia di essere arrivati qui.” rispose Rosa. “Vorrei offrirvi qualcosa, ma non ho idea di cosa potreste gradire. Non siate qui per farci del male, vero?” “Assolutamente no. Non deve preoccuparsi di questo. Siamo scienziati, non vogliamo fare del male a nessuno. E non si preoccupi, non possiamo toglierci i nostri caschi, per cui non potremmo assaggiare nulla. Lei è molto gentile, sa avevamo un sacco di paura prima di incontrare lei.” “Paura? E di cosa?” “Vede quando ci siamo accorti di non essere nel laboratorio dei nostri colleghi non sapevamo cosa aspettarci. Non abbiamo armi con noi e non avevamo idea se avremmo incontrato esseri ostili o amichevoli.” “Beh siete stati fortunati, penso.” Rosa si mise bella dritta sulla poltrona. “Mi sono sempre vantata di aver accolto con gentilezza tutti coloro che sono arrivati alla mia porta, e non intendo cambiare ora. Certo non potete andarvene in giro. Non tutti sono come me sapete?” “Siamo fortunati, lo sappiamo. Abbiamo guardato la sua televisione e abbiamo imparato molto. Siete una razza violenta e pericolosa. Se non le spiace vorremmo imparare ancora qualcosa su questo pianeta prima di andarcene.” “Potete restare quanto volete.” rispose Rosa. “Ma ditemi, è faticoso viaggiare in quel tunnel?” “Niente affatto. È come passare una porta. Si entra in una stanza diversa, solo che è su un altro pianeta.” “E da dove venite voi non c'è aria, come quella che abbiamo qui?” “Abbiamo un'atmosfera diversa. Non possiamo respirare qui senza il casco e lei non potrebbe respirare da noi.” “Ma se...” Il suono del campanello li fece sobbalzare. “Mamma? Sono io, Maria.” “Mia figlia. Vi prego, cercate di non spaventarla, è molto emotiva.” “Arrivo, un momento.” aggiunse ad alta voce in direzione della porta. Rosa si appoggiò con le mani ai braccioli e fece forza per alzarsi dalla poltrona. Chiuse la porta del soggiorno prima di aprire quella di entrata. “Ciao mamma.” sua figlia le scoccò un bacio su una guancia. “Ciao tesoro.” Rosa prese la figlia sotto il braccio e la guidò in cucina. “Ti spiacerebbe prepararmi un tè?” aggiunse sedendosi al tavolo. “Perché non ti metti comoda in poltrona? Te lo porto appena pronto.” “No, no. Preferisco stare qui con te, così possiamo chiacchierare. State tutti bene?” “Si mamma. E tu come stai? Mi sembri stanca.” “No, sto benone.” Maria riempì d'acqua un pentolino e lo mise sul fuoco. “Ti prendo il tuo scialle.” disse avviandosi verso il soggiorno. “No, resta qui.” esclamò Rosa con enfasi. Maria la guardò sgranando gli occhi. “Che succede mamma? Non ti lascio sola.” Rosa sbuffò. “Lo so benissimo tesoro. Però c'è una cosa di cui dovrei parlarti. Adesso. Prima che tu vada in soggiorno.” Maria, sempre più stupita si sedette di fronte alla madre. “Ci sono due visitatori di la. Sono molto particolari. Prima te lo spiego, poi vai a vedere tu stessa.” Rosa raccontò l'accaduto a Maria che la fissava con aria sempre più preoccupata. “Oh mamma.” disse infine con gli occhi pieni di lacrime. “Non sono matta. Vai a vedere se non ci credi.” “Ti credo mamma, non devi preoccuparti, io ti crederò sempre.” rispose Maria con la voce rotta dal dolore. “Pianta di fare la cretina. Apri quella maledetta porta e guarda tu stessa.” Maria si alzò, per far contenta la madre aprì la porta del soggiorno, lanciò un grido e crollò svenuta. “Ecco, lo sapevo.” borbottò Rosa. Si alzò, bagnò un tovagliolo con dell'acqua fredda e si avvicinò a Maria. “Vi spiace aiutarmi?” chiese rivolgendosi agli alieni. “Faccio fatica a piegarmi, ma dovrei metterle questo sulla fronte.” I due alieni si avvicinarono per aiutarla. Presero il tovagliolo dalla sua mano e lo appoggiarono sulla fronte di Maria. Dopo un istante la donna riaprì gli occhi. Si ritrasse con un urlo quando vide gli alieni accanto a lei. “Stai tranquilla Maria.” la incoraggiò la madre. “Non vogliono far del male a nessuno.” “Ce ne andiamo subito.” disse l'alieno azzurro. “Abbiamo imparato parecchio sul vostro mondo e soprattutto abbiamo capito dove si trova. Ora saremo in grado di effettuare le necessarie correzioni al nostro esperimento. Chiuderemo il tunnel verso il vostro mondo.” “Aspettate un attimo.” disse Rosa. “Torno subito.” “Mamma. Non lasciarmi sola con loro.” piagnucolò la figlia. “Calmati dai, sono stai con me tutto il giorno e sto benone. Vengo subito. Non lasciarli andar via.” Rosa entrò in camera da letto, la si sentì armeggiare a lungo e finalmente emerse, vestita per uscire. In una borsa a tracolla aveva infilato la piccola bombola di ossigeno che il medico le aveva prescritto per le emergenze, ma che non aveva mai usato. Sul volto aveva sistemato la mascherina. “Sono pronta.” disse. “Vengo con voi, voglio dare un'occhiata al vostro mondo.” Maria svenne nuovamente. Rosa si diresse senza esitazioni verso la biblioteca e fece cenno ai due alieni di seguirla. “Vorrei poter essere di ritorno prima di mezzanotte se non vi spiace. Una signora della mia età non può stare alzata troppo a lungo.”
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