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Sono mostrati i contenuti con più punti reputazione dal 26/01/2018 in Storie

  1. 1 punto
    Sebastiano aveva sei anni e aiutava il nonno a fare le bottiglie di vetro. Da quando il suo papà era andato via per cercare un lavoro migliore dall’altra parte del mare lui aveva preso il suo posto, lavorando con il nonno nella fabbrica delle bottiglie. Fabbrica è una parola grossa, nonno e nipote si affaccendavano nell’unica stanza della casa, attorno al forno in muratura che faceva anche da camino. Il nonno soffiava nel tubo dove era attaccata la pasta di vetro e Sebastiano badava al fuoco. A Sebastiano piaceva vivere con il nonno, gli voleva molto bene e il nonno voleva molto bene a Sebastiano. Un giorno il nonno si ammalò. Un forte mal di gola gli impediva di soffiare nel tubo e si sentiva molto stanco. “Forse ho preso l’influenza”, disse a Sebastiano, e si mise a letto. Il giorno dopo il mal di gola era diventato ancora più forte, tanto che il nonno non riusciva più a parlare, ed era così debole da non poter nemmeno bere un bicchier d’acqua senza l’aiuto del nipote. Quando il terzo giorno Sebastiano notò che la gola si era gonfiata come se dentro ci fosse un pugno, corse dalla maestra Iomi, una vicina che aveva il telefono in casa, e lei chiamò l’ambulanza. Il nonno venne portato in ospedale e Sebastiano ogni mattina lo andava a trovare. Tranne il sabato e la domenica, quando la maestra Iomi non lavorava e lo accompagnava in automobile, Sebastiano si recava sempre a piedi in ospedale, camminando due ore per arrivarci e due per tornare. I dottori gli spiegarono che il nonno aveva una brutta malattia, ma lo avevano operato in tempo, così si era salvato. Finalmente un giorno tornò a casa, però aveva perso la voce e nemmeno poteva più soffiare il vetro. Sebastiano pensava che non era importante, la cosa che contava era che il nonno stesse di nuovo bene e fosse tornato a casa. Ben presto il bambino imparò a capire tutto ciò che il nonno gli comunicava con gli sguardi e i gesti, come se avesse di nuovo il dono di esprimersi, pure senza parole. Se ad esempio stendeva il braccio verso il mare facendolo ruotare sull’orizzonte, significava: “Che bello!”. Oppure, quando voleva sapere se Sebastiano aveva fame, lo guardava, apriva la bocca e faceva finta di ficcarci dentro tutte le dita di una mano. Insomma, parlava una lingua fatta di occhiate e cenni. Non potendo riprendere il lavoro delle bottiglie il nonno cominciò a fare il giardiniere per la maestra Iomi. A Sebastiano piaceva stare nel giardino, in mezzo ai fiori e agli alberi. Raccoglieva i rami potati, annaffiava le aiuole… insomma stava bene, quasi come prima. Quasi, perché l’episodio della malattia del nonno gli aveva suscitato una piccola paura: e se un giorno anche lui avesse perso la voce? Lo disse al nonno, che lo rassicurò scuotendo il capo come se si trattasse di una cosa impossibile. Gli fece segno che lui era giovane, giovanissimo, quelle invece erano cose che capitavano ai vecchi. «Sarà…», pensava Sebastiano, però non riusciva a tranquillizzarsi. Finché non gli venne un’idea. Impilate contro una parete della stanza c’erano ancora parecchie bottiglie, che da quando il nonno aveva cessato l’attività prendevano la polvere. Salì su una scala e prese quella più in alto, quindi uscì di casa e andò nel suo posto segreto, una duna circondata da olivastri, dove si ritirava quando voleva stare da solo. Da lì, se non c’era nebbia, poteva scorgere il grattacielo di Cesenatico, e un paio di volte aveva anche visto la sagoma del drago stagliarsi contro le nuvole rosa del tramonto. Sebastiano si sedette sulla sabbia, guardò la spiaggia e il mare, portò la bottiglia alla bocca e dentro ci gridò: “Nonno!”, tappandola subito con il palmo della mano. Poi lo tolse e dalla bottiglia uscì il suo richiamo, un poco più basso: “Nonno!”. «Funziona», pensò il bambino, «adesso ho solo bisogno di tappi, ma non è un problema, i cassetti della credenza ne sono pieni.» Allora lasciò la bottiglia sulla duna, tornò a casa e prese un’altra bottiglia, aprì un cassetto e si riempì le tasche di tappi, quindi tornò nel suo posto segreto. Dentro la vecchia bottiglia gridò ancora il richiamo di suo nonno e ci mise subito un tappo; nell’altra esclamò: “Ho fame!”, e pure la tappò. Ormai era sera, il nonno doveva già aver preparato da mangiare, allora Sebastiano prese le bottiglie e rincasò. Una volta nella stanza le appoggiò contro la parete di fronte a quella delle bottiglie vuote, e siccome la tavola non era ancora apparecchiata ci pensò lui a farlo. A cena il nonno gli chiese con gli occhi come avesse passato il pomeriggio. Sebastiano stava per dirglielo, poi si trattenne, temeva di preoccupare il nonno (magari si accorgeva che era in pensiero per la sua malattia), e allora disse che aveva costruito torri di sabbia. La mattina dopo non andò con il nonno nel giardino della maestra Iomi, ma si recò immediatamente sulla duna con altre due bottiglie vuote. Nella prima gridò: “Ti voglio bene!”, e nella seconda: “Ago!”. Il vento infatti aveva portato dalla pineta poco lontana un ago di pino sulle sue gambe. Tornò a casa e prese tante bottiglie da riempirci una sporta, perché la testa gli scoppiava di parole da conservare. In una gridò: “Gelsomino!”. In un’altra: “Fico!”. E poi: “marmellata, papà, bello, brutto, evviva, mi fa male qui, nuvola, macchina, camion, latte, voglio una bicicletta, gialla, rosso, azzurro, cielo, aereo, palazzi, balcone…”, e così via. Ormai, quando rientrava in casa, non aveva più bisogno di salire sulla scala per prendere altre bottiglie, perché la catasta si era abbassata di parecchio, mentre invece era cresciuta quella delle bottiglie piene, impilate di fronte. Il nonno una sera non poté fare a meno di indicare le due pareti, guardando il nipote, e questi rispose: “Le sto spolverando, così man mano le sposto”. Il nonno lanciò un’occhiata distratta ai tappi che chiudevano le bottiglie spolverate, ma non fece nessun segno, invece allargò vagamente il braccio, intendendo dire che ormai le bottiglie non servivano a nulla, sarebbe stato meglio venderle per liberare lo spazio. Quella sera il bambino quasi non toccò cibo, e la notte, lì nel letto con il nonno, non riusciva a prendere sonno, così alla fine lo svegliò. “Nonno”, gli disse, “promettimi che non butterai via le bottiglie.” Il nonno lo guardò assonnato, ma quando vide lo sguardo serio del nipote si destò del tutto e annuì. Sebastiano allora si addormentò tranquillo. In pochi giorni aveva riempito quasi tutte le bottiglie, e una mattina, quando ormai era mezzogiorno, gliene rimase solo una, ma si ricordò che non aveva ancora fatto la spesa, così la lasciò vuota e andò al negozio di generi alimentari. Quando tornò a casa appoggiò la busta sul tavolo e la bottiglia sul letto, con l’idea di riempirla quel pomeriggio, però dopo pranzo il cielo si fece scuro e presto cominciò a piovere. «Pazienza», pensò Sebastiano, «ci andrò domani nel mio posto segreto.» Piovve per giorni e giorni ma Sebastiano non era più preoccupato dall’idea di perdere la voce, né aveva fretta di riempire l’ultima bottiglia, riposta sotto al cuscino. Era tornato a gustarsi le giornate con il nonno, giocando a carte con lui, o aiutandolo a fare da mangiare. Un giorno cominciò a spirare un vento molto forte e Sebastiano, intabarrato in una pesante giacca a vento, aiutò il nonno a riparare gli ulivi della maestra Iomi, costruendo schermi con canne e teli di nylon. Una notte, però, mentre nonno e nipote dormivano, il vento spalancò la porta di casa. Prima che il nonno raggiungesse l’uscio per richiuderlo, una bottiglia venne strappata dalla base della catasta e tutte le altre rovinarono al suolo, andando in frantumi. Oltre al frastuono dei vetri rotti si udì un bisbiglio crescere sempre più: le parole del bambino venivano soffiate via attraverso la porta e le fessure della finestra. «Che strano», pensò Sebastiano contemplando la distesa di cocci, «non mi dispiace più di tanto». Forse, rinchiudere tutte quelle parole almeno una volta nelle bottiglie era bastato a cancellare le sue paure. Nel frattempo il nonno aveva preso la scopa e Sebastiano con un giornale l’aiutò ad ammassare i vetri rotti contro la parete. “Domani”, disse la mano del nonno agitandosi, “vedremo di buttarli via, adesso torniamo a dormire”. Sebastiano però non riusciva a riaddormentarsi. Sotto il cuscino stringeva la sua bottiglia, l’unica superstite. Ci avrebbe potuto mettere dentro un’altra parola, l’ultima: doveva essere una parola importante. Ma quale? Tratto da Il drago di Cesenatico e altre storie così: http://ita.calameo.com/read/005429840b8abed8da65a
  2. 1 punto
    Lui se ne sta lì, come tutte le mattine, davanti al bar di Billy, sotto i portici. Seduto per terra, neanche il conforto di un cuscinetto. Remo esce dal caffè per andare al lavoro e, come tutte le mattine, gli deposita un cartoccio in grembo con dentro due brioche al cioccolato. Lo sanno tutti nel quartiere: a Remo toccano le brioche. L’uomo seduto in terra non fa mostra di vederlo, non ringrazia. Non lo fa mai. Si fa chiamare Tosco, chissà qual è il suo vero nome. Se ne sta lì e guarda il mondo. Gli piace il posto. Rimedia caffè e generi di conforto, dieci metri più in là c’è la fermata dell’autobus e lui si gode lo spettacolo della gente. I pendolari, le studentesse, le nonnine che vanno in panetteria, proprio vicino al bar. Qualcuna gli lascia lì mezzo euro. Lui a fine giornata raccoglie tutto e lo lascia a Billy per il caffè, o la merenda, o per nessuna ragione. Ma questo lo sanno solo loro due. “O’ Tosco, perché non vieni dentro e ti siedi? C’ho un tavolo tutto per te.” Lui non fa segno di averlo sentito e resta lì, in terra, col gelo di dicembre. Fra poco è natale e i bambini si fermeranno a guardarlo, convinti che Babbo Natale abbia rotto la slitta: gli chiedono che ne ha fatto dei loro regali. Oppure stanno lì zitti a guardarlo, intimiditi. E’ grasso, avvolto in una nuvola di barba e capelli bianchi, densi e ricci. Un borsello gli penzola di lato dopo aver attraversato il ventre gonfio. Nessuno sa cosa ci sia dentro, però lui non se ne allontana mai. Io l’ho scoperto da poco, il Tosco. Da un mese il mio capo mi ha cambiato gli orari e mi ha affibbiato i turni che finiscono il tardo pomeriggio. Io però mi sveglio sempre alla stessa ora ed esco alle sette come sempre, per cui non ho niente da fare. Così mi prendo il caffè da Billy e poi sto lì, a guardare Tosco. Non che non lo vedessi anche prima, ma adesso ho il tempo di pensarci su. A furia di studiarmelo mi sono reso conto che ha una vita sociale che vorrei per me. C’è una ragazza sui sedici anni che si ferma lì ogni giorno verso le due, quando finiscono le lezioni. Si siede vicino a lui, fuma per darsi un tono e gli racconta del suo ragazzo che va con le altre, che lei lo vorrebbe tutto per sé e che lui le dice che è preistorica. Poi c’è un dirigente della banca in fondo alla piazza. Quello fa la pausa pranzo da Billy e già che c’è offre da mangiare anche a Tosco, parlano poco, ma sembra che si capiscano. Uno col cappotto di tweed e la cartella di cuoio, l’altro coi jeans stinti calati sotto la pancia e un vecchio maglione con parecchi buchi. Poi c’è una signora dei quartieri alti, anziana, ben vestita. Tutti i giorni passa davanti a lui per andare verso il centro e tutti i giorni gli porta una torta, le frittelle fatte da lei, a volte un libro. Quando riceve il libro Tosco si illumina molto di più che per le frittelle, questo bisogna dirlo. Sto lì anche stamattina davanti al mio caffè. Lui è come al solito fuori dal bar, seduto in terra. Gli si avvicina un ragazzo. Avrà vent’anni, forse qualcosa in più. Magro, una camicia larga fuori dai pantaloni, un giubbotto di jeans. Io al suo posto creperei dal freddo. Prende una sedia e si siede vicino a Tosco, che non lo guarda. Ha l’aria di un provocatore. Mi avvicino da dentro alla finestra che affaccia sui portici e controllo. Se quello cerca guai sto pronto a intervenire. “Come si sta lì seduti per terra, vecchio?” Tosco tace. “Allora, perché non mi rispondi? Sono troppo insignificante per te?” Davanti a loro il traffico degli autobus alla fermata e, sullo sfondo, cinquanta metri più in là, la spalletta del viadotto. Sotto, la zona aperta della metro. “Che vuoi?” “Voglio capire perché ti siedi sempre qui, perché stai per terra invece che su una sedia. Pensi che se fossi seduto come tutti i cristiani nessuno ti farebbe l’elemosina?” “Ecco. Sarà per quello.” Il ragazzo trema, o almeno gli tremano le mani. Si gira la sciarpa intorno al collo. Sembra sovraeccitato. Sarà fatto di chissà quale schifezza. Tosco continua a non guardarlo. Una signora gli lascia cinque euro in terra, vicino al borsello. Lui non mette il cappello o il piattino. In realtà non ha l’aria di chiedere niente, è la gente che stabilisce perché lui è lì e cosa vuole, e si comporta di conseguenza. “Hai la maglia bucata ma barba e capelli sono puliti, non sei un barbone. Sono sicuro che hai una casa, magari vivi con qualcuno. Che fai? Voglio sapere perché stai qui. Devo saperlo.” Tosco si gira, lentamente. “Perché ‘devi’?” L’altro si imbarazza. “Bè, ecco, diciamo che mi serve. Sto cercando una cosa, vecchio, una cosa fondamentale.” Tosco non parla, lo guarda. “No, non te lo posso dire cosa cerco. Questo no. Dimmi solo perché stai qui.” “La mia vita è la mia, non ha niente da insegnarti. Tu devi vivere la tua.” “Eccolo, dritto al punto, vero? Vivere cosa? Questa cosa senza senso, questa corsa a precipizio verso il niente? Sembriamo tutti lemming. Sai cosa sono, vecchio?” “Sono topi, un particolare tipo di topi, che si moltiplicano indiscriminatamente. Quando il gruppo è troppo numeroso per la loro sopravvivenza, una parte corre verso l’abisso e si suicida. Almeno, così dicono i contadini russi.” “Non è vero, ma mi piace l’immagine. Tutti a vivere di corsa, studiare, fare l’amore, sposarsi, fare figli e cercare un posto alle assicurazioni. Non necessariamente in quest’ordine. Non lo sappiamo neanche, cosa facciamo.” “Tu sei qui adesso. Mi hai cercato, vuoi delle risposte. Lo sai quello che stai facendo. E sai cosa vuoi sapere.” Il ragazzo guarda il ponte sul viadotto. “Ma non la troverai lì, la tua risposta.” “Che vuoi dire?” “Che non è un salto da lì che ti dirà come devi vivere. Non vuoi scoprirlo, prima?” “Ehi, vecchio, cosa credi di aver capito? Mica voglio saltare, voglio solo…” Si perde a guardare la spalletta del ponte, come se vedesse qualcosa nel suo ‘di là’, qualcosa accessibile a lui solamente. “Capire com’è, lo so. Ma quando sei lì non c’è ritorno per raccontarlo a nessuno, il tuo com’è. Neanche al te stesso di prima. Quello sparisce nel momento in cui salti, mi capisci?” “Non cercare di dissuadermi, non c’è niente qui, per me.” Tosco fa spallucce. Il vento freddo gli fa sobbalzare le ciocche bianche. “Non voglio dissuaderti, nessuno può dissuadere nessun altro dal fare niente. Niente che voglia veramente fare. Dico solo che qualunque cosa scoprirai buttandoti non sarà la risposta alle domande che ti stai facendo adesso.” “La fai troppo complicata. E’ solo da decidere: lo faccio o no? E allora torno all’inizio: tu perché sei qui, a morire di freddo, a prendere le elemosine? A che ti serve sopravvivere?” Tosco si accende un lurido toscano che tira fuori da un taschino. “Io so guardare.” “Che vuol dire?” “Guardo e riesco a vedere. La gran parte delle persone guarda e non vede niente. E guardare seduti per terra dà una prospettiva diversa. Si vede tutto la postura, la camminata. Il viso è addestrato a mentire, perché è sempre stato il centro dell’attenzione. Si, finge continuamente. Il corpo non lo sa fare, è sincero, spietato.” Il ragazzo si siede per terra, guarda la gente da sotto. Poi guarda Tosco. “Non ti distrarre, concentrati.” Tornano a guardare la folla, in silenzio. Passa una signora sui cinquanta, e mette un euro vicino al ragazzo. “Sei promosso accattone. E’ carriera, questa.” Il ragazzo guarda Tosco, poi gli dice: “Posso tornare domani? Guardiamo la gente insieme.” “Io sono qua.” Arriva Billy a pulire il tavolino. “Tosco è un fenomeno. Sai che ha appena convinto un ragazzo a non suicidarsi?” Billy sorride storto. “Sai chi è Tosco veramente?” “Perché, tu si?” Billy va a prendersi un taglio di bianco. “E’ stato perseguitato per anni da un padre violento, un pezzo di merda che viveva di espedienti, che pensava solo a bere e lasciava Tosco senza mangiare. Ha dovuto arrangiarsi presto, ha fatto di tutto, anche il croupier e quello che pulisce i cadaveri in un’impresa di pompe funebri. E’ riuscito a laurearsi con le borse di studio, è diventato psichiatra. Ha cresciuto un figlio che oggi fa l’ingegnere in America. Si sentono due volte l’anno e lui è contento.” “E poi, cosa è successo?” “La mia teoria è che ha fatto troppo, e troppo in fretta. Adesso si riposa. Non ha bisogno di soldi, ha un piccolo appartamento, sempre lo stesso da tutta la vita, vive di niente, lo vedi qui com’è. Guarda la gente, parla con quelli che lo cercano. Io dico che fa lo psichiatra di strada.” “Ma gli altri credono che sia un barbone.” “Si, molti lo pensano. Qualcuno invece ha capito.” “Cosa?” “Che lui è niente perché si sente niente, e perché essere niente gli piace. Si mescola, si dimentica di esistere. Allora vanno da lui, chiedono consiglio, oppure gli si siedono vicino, qui sotto il portico, e stanno in silenzio. Ascoltano la giornata, se capisci cosa voglio dire.” “Io ho capito poco, se non che Tosco ti ha contagiato, sei matto anche tu.” Billy diventa serio. “Io lo avverto che si ammalerà a stare lì, seduto per terra. Gli dico di venire dentro, almeno in inverno.” “E lui?” “Ride, mi dice che ha compiuto la sua missione, quello che viene dopo è tutto in più.” “E che diavolo vorrebbe dire?” Billy ha gli occhi lucidi, se ne scappa verso il banco a farsi un altro dito di bianco. Glielo dico sempre, al Billy: invecchi e diventi come mia zia, che piange sempre. Mi sa che domani non ci vengo al bar, vado a spasso prima del lavoro. Da queste parti ci sono troppi filosofi.
  3. 1 punto
    Ci sono state le donne, tante, a girare intorno alla mia vita. Sono fortunato: quando vengono a trovarmi si curano, cercano la bellezza che è in loro e la migliorano. Sono attente agli abiti e al maquillage. Non che sia merito mio, accade e basta. Ce n’è stata una che mi ha fatto tremare il cuore, la chiamerò Maria. Era mora e alta, morbida, con labbra generose. Entrava e tutte le altre sparivano, senza che facesse realmente qualcosa per provocare questo vuoto attorno a sé. Gli uomini troncavano il respiro per un attimo. Un giorno venne accompagnata da un ragazzo che avrebbe potuto essere al massimo il figlio di una sorella. Era bello, sottile e godeva di quel fascino noncurante con cui alcune persone si proteggono dal mondo. Le sorrideva, scherzava, assieme sembravano brillare di una qualche luce incorruttibile. Dopo qualche mese lui continuava a splendere, lei no. Cominciò a deperire, vaghe ombre le cerchiavano gli occhi e circondavano la labbra. Dimagriva, tristemente inappetente. Un giorno lui arrivò con un’altra, una bionda ridanciana. Scoprimmo che Maria era stata ripudiata dal marito, che aveva scoperto la storia e la sua malinconia indotta da un altro uomo, anzi da un ragazzo. Era tornata nella casa dei suoi genitori: usava così, quella volta. Si vagheggiò per un pezzo di questa splendida casa di Nizza, con le colonnine del terrazzo direttamente a picco sul mare. Ci dissero che Maria amava molto quel terrazzo, talmente tanto che quando decise di buttarsi lo fece da lì. Venivano regine del varietà, attori di teatro, politici di grido e potenti latifondisti. Tutti cercavano la reciproca compagnia, uno specchio negli occhi degli altri, il palcoscenico che potevamo offrire assieme alla classe del cibo e del maître di sala. Ricordo Jeannette, attrice esordiente ma talmente spregiudicata da essere già famosa a diciannove anni; era brava, certamente, ma ce n’erano tante brave come e più di lei. Lei però aveva un talento: si concedeva oppure no. Qualche dozzina di aspiranti amanti si avvicendava ad accompagnarla, e Jeannette era abile nel gestire la coda, nel decidere chi poteva averla per una notte e chi avrebbe ancora dovuto aspettare. Fiumi di gioielli, fiori e luci della ribalta. Intorno ai quarant’anni sposò un ricco impresario, incidente che non interruppe la sua lunga catena di amanti. Invecchiò placida sul palcoscenico, avvolta nei suoi lustrini, dopo aver a lungo scientificamente gratificato schiere di uomini, nessuno dei quali ebbe mai a rimpiangere di averla conosciuta. Incluso suo marito. Cambiavano i tempi, il mondo si distaccava gradualmente dai riti del teatro e della visita dalla sarta e precipitò nella fretta del tempo che non basta mai. Non ho mai chiuso i miei servizi alla comunità, neanche durante la guerra o quando, dopo di essa, la vita germogliò di colpo famelica ed esaltata da ogni angolo, dalle pietre dei palazzi abbattuti, dai cadaveri sparsi in ogni dove. Fu uno slancio di rinascita difficile da trattenere, ammesso che qualcuno avesse veramente voglia di farlo. Questa vita invadente penetrò nei santuari del lusso e ne cambiò la faccia. Diventammo più disponibili, sempre buon cibo ma meno lussi. Accolsi un’umanità meno selezionata, con menù semplici, anche importati da altre culture che la guerra aveva mescolato per qualche tempo. Le donne avevano accorciato gli abiti e ravvivato i colori. Mi colpì Agata. Entrò con una comitiva di amici alquanto rumorosa, e spiccava per la sua timidezza gentile, per il modo educato con cui si rivolgeva a chiunque. Evidentemente apprezzava l’ambiente perché tornò spesso. Aveva sostituito gli abiti da ragazzina con dei comodi tailleur, aveva cominciato a portare gli occhiali; tutto mentre le sue amiche si gingillavano con gonne ampie a mezzo polpaccio, collane di perle e colletti bianchi. Sembrava una ragazza che ha trovato un lavoro, e spesso arrivava con qualche faldone di carte rilegate col nastro. La sua aria seria suscitava l’ilarità delle altre: “Com’è il capufficio? E’ carino? E’ scapolo?” Lei non ci badava, e sorrideva gentile. Le sue amiche si sposarono, fecero bambini mentre lei si conquistava un posto di coordinatrice del suo ufficio. Guadagnava bene e faceva le sue scelte. Ebbe qualche storia cui si rifiutò di annettere eccessiva importanza. Quando andò in pensione aveva ancora un sorriso per tutti. Una sera, seduta al tavolo d’angolo vicino al guardaroba, parlando a un’amica disse con un rapido sorriso: “Si sono sposate: hanno avuto una famiglia, compleanni e natali, tacchini al forno e ginocchia sbucciate da disinfettare. Io ho avuto una libertà quasi totale. Non so chi abbia ottenuto di più, non so neanche se questa domanda abbia veramente un senso. “ I bicchieri scintillavano alla luce calda del tramonto. “Solitudine? Quella è la ovvia interfaccia della libertà. Se non sei pronto a pagare il prezzo di quello che vuoi, meglio che tu ti sieda su una poltrona e spenda la vita a sognare.” Poi arrivarono gli anni incredibili, i settanta. Non ci si capiva un granché. Nella nostra zona i palazzi eleganti, i pochi non abbattuti dall’avanzare del ceto medio, crollarono sotto le spallate della contestazione. I ricchi si ammassarono in zone a loro dedicate: dei ghetti ovattati fatti di giardini, piscine e campi da golf. Intorno a noi, nel frattempo, si dipanava la vita produttiva: banche, uffici, un paio di scuole. La clientela era diventata metropolitana, dalle strade arrivava il rock metallico delle radioline. Avevamo fatto sparire le tovaglie damascate e le applique, creato un arredo medio di dignitosi tavoli in legno, lampade a sospensione e piccoli separé a graticcio. C’era molta paura per le azioni dimostrative dalle quali non fummo esenti. Scoppiò un incendio, una sera, appiccato da una molotov tirata dalla strada. Sembrava che il “fuori” fosse diventato un nemico. Finalmente gli anni ottanta riportarono la pace sociale, quella di un’umanità volta gioiosamente tutta nella stessa direzione, verso il luccicante obiettivo comune: il guadagno. Fu una vertigine: venivano donne coi capelli ricci, le spalle imbottite e una venerazione per la moda del momento qualunque essa fosse. Mi aveva colpito Cristina. Era art director di una società di pubblicità. Veniva molto spesso con uomini sempre diversi, ma era ovvio che non si trattasse di faccende amorose: parlavano di affari. Lei tentava la scalata, e sembrava riuscirle bene. Offriva spesso la cena. Sentivo le sue conversazioni basate su scambi di cortesie e informazioni, tentativi di manipolazione organizzativa. Era veloce, intelligente, dura. Indossava abiti costosi, tutti invariabilmente severi. Salvo portare nello sguardo la luce fredda di una promessa di consumo sessuale. Non ho dubbi che qualcuno di quegli uomini sia finito nel suo letto, ma sono certo che nessuno di loro ha rappresentato una svolta sentimentale. Poi Cristina smise di venire da noi. Lessi su un giornale qualche mese dopo che era rimasta coinvolta in uno scandalo finanziario assieme a tre personaggi del sottobosco politico e due broker della finanza internazionale Un nostro cliente ne parlava con un amico qualche anno dopo lo scandalo. “Ho incontrato Cristina, l’altro giorno. Ti ricordi?” “E chi se la dimentica. Fu uno shock, quella volta. Cosa fa?” “Insegna disegno, ci crederesti?” “Ma dai:” “Ma si, incredibile. Però che occhi…” “Che vuoi dire?” “Sai cosa c’è adesso nei suoi occhi?” “Cosa?” “Niente.” Tacquero e infilarono il naso nei bicchieri, mentre un lieve imbarazzo calava in mezzo al tavolo, fra di loro. Io sono rimasto lì a guardare tutto quello che ho potuto e processare tutto quello che ho guardato. Stasera mi sento triste ad occhi asciutti. Ho visto lo scintillio delle luci, ho ammirato donne meravigliose, vive, delicate e decise. Sono stato ferito dalle molotov e ho cambiato abito innumerevoli volte. Stasera le mie vecchie mura racchiudono uno spazio vuoto. Hanno detto che non sono più adatto alla zona, che qui ci vorrebbe un fast food ma la ristrutturazione risulterebbe diseconomica. Adesso si dice così: vuol dire che costi più di quello che vali. Sono stati un pezzo a pensare, hanno persino detto - Lo chiudiamo e aspettiamo tempi migliori. - Poi una mattina è arrivata lei. Luminosa, con la coda di cavallo e lo sguardo chiaro. Ha argomentato: serve un centro per i servizi di asilo e prima accoglienza per bambini figli di genitori che lavorano. Il Comune è pronto a finanziare la cosa. Questo posto è perfetto, basta tirare su due pareti e aggiungere un bagno. Avrei pianto, se solo avessi saputo come si fa. Adesso sono qui, in questa sera fredda, e analizzo il silenzio, il gocciolio del rubinetto che perde in cucina. Sento le risate, gli urli dello chef, lo sbuffare esasperato dei camerieri. Vedo luccicare sguardi e gioielli già morti, e poi mi immagino i sorrisi e i pianti dei bambini, le corse delle mamme per andare a prenderli, i saluti trafelati, gli abbracci. E’ un futuro all’altezza di tanto passato? Che ne so io, sono solo un vecchio ristorante che nessuno vuole più. Però lei è passata stasera, con le stelle negli occhi. Ha accarezzato un muro ha detto: “Faremo un bel lavoro, insieme. Spero che ti piacciano i bambini.” Sapevo che sarebbe arrivata la fine e che sarebbe stata dolorosa, inutile negarlo. Ma sapevo anche che se qualcuno fosse mai riuscito a salvarmi, beh, certamente sarebbe stata una donna.
  4. 1 punto
    Persi il mio dente canino sinistro il 13 novembre 1989. Ricordo bene la data perchè insieme al dente in quelle ore salutai un'altra cosa che aveva in me delle radici, a quanto pare non proprio salde: il giorno prima, alla Bolognina, era stato sepolto il Partito Comunista Italiano. Adieu, finito, andate in pace compagni. La cosa meritava una mezza giornata di oblìo, e così mi ritrovai nell'androne di un palazzo antico, seduto su uno scalone curvo e polveroso. Pesavano gli anni sopra quel lusso disfatto e decadente, con la polvere nera accumulata sul corrimano tondo, in marmo, incassato nel muro. E il tempo mio? Non era passato, era passito, come un vin dolce sulla pasticceria secca. Sorrisi. Che pensiero del cazzo. Cercai di concentrarmi su ciò che dovevo fare. Fu allora che il dente mi abbandonò. Senza dolore, una foglia secca che si stacca dal ramo. Stava lì sulla lingua quasi fosse un nocciolo di oliva. Delicatamente lo afferrai tra indice e pollice e lo posai nel cavo della mano. Oh dente, mio dente, potresti raccontare una fetta importante di me, della mia esistenza: morsi delicati su pelli bianche ed elastiche, lampi riflessi di flash in cerca di un sorriso, affondi pragmatici in saporiti controfiletti. In quel momento ebbi l'impressione che il canino mi guardasse con una certa aria di benevolo rimprovero: "hai masticato la vita come fosse un panino col salame, altro che pasticceria secca; avresti fatto meglio a sorseggiarla delicatamente come un brodino". 'Fanculo dente, quel pensiero non mi trovava proprio in accordo: in un modo o nell'altro, alla fine era solo una questione digestiva. Infilai quella piccola parte di me in tasca. Mi alzai lentamente, scossi la polvere dai pantaloni. Raccolsi la siringa, la fialetta dell'acqua distillata, il cucchiaino rubato al bar. Sono sempre stato un amante dell'ordine.
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