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Sono mostrati i contenuti con più punti reputazione il 30/07/2019 in tutte le aree

  1. 5 punti
    GLI EQUIVOCI DELL’EDITORIA. A grande richiesta, direttamente dall’ultima propagine europea dell’Oriente, il mio testo completo sull’editoria (pubblicato parzialmente da ‘il Foglio” di sabato 27): I miei lunghi anni di lavoro nel mondo dei libri (molti, più prosaicamente, qualcuno direbbe: nell’industria editoriale) sono stati costellati, sin dall’inizio, da equivoci. Ritengo che il primo, da parte di una famosa casa editrice, fu di aver pensato, nel momento in cui crollavano i muri, che fosse necessario avere un redattore che si “intendeva di cose dell’Est”. Dopo pochi mesi, dalla mia assunzione, ci si rese conto che, all’Est, non esistevano affatto centinaia di capolavori, bloccati dalla Censura, chiusi nei cassetti. Le cose migliori, e più proibite, da anni circolavano liberamente, e a volte con successo, in Occidente. Così, fui rapidamente passato a fare il redattore, senza che avessi la minima idea del mestiere. Me lo insegnarono, affumicandomi con le loro decine di sigarette, Sandro (il direttore editoriale) e la più prestigiosa e temuta “redattrice esterna”: Grazia Cherchi. Ambedue dovettero però constatare che non ero abbastanza cattivo con gli autori. Dopo un certo periodo di questa “scuola” fui quindi indotto a pensare che essere una carogna pignola volesse dire esser bravo redattore. E seriamente considerai l’ipotesi di cambiar mestiere. Ma c’era un’altra figura “esterna” che mi interessava. Il giovedì, nel primo pomeriggio, passava davanti alla mia stanzetta un’anziana signora claudicante che andava a rinchiudersi nel salone in fondo al corridoio. Anche lei fumava come un turco e, quando apriva la porta, uscivano nubi biancastre come se là dentro si bruciassero delle carte. In effetti, in quello stanzone, venivano ammucchiate le decine di dattiloscritti che arrivavano quotidianamente in Casa Editrice. E molti sospettavano che, periodicamente, venissero là organizzati degli accidentali, quanto provvidenziali, roghi. Siccome (ero agli inizi!) uscivo tra gli ultimi, lei mi lasciava un foglietto per il Direttore dove scriveva i giudizi su una ventina di inediti che aveva letto. La cosa mi incuriosiva assai. Così, una volta, approfittando del fatto che era venuta a chiedermi se per caso avessi una sigaretta, le domandai sfacciatamente quale fosse il suo “metodo” e se davvero leggesse tutti quegli scritti in un pomeriggio. La risposta fu affermativa, ma subito corretta dal disvelamento di un segreto: la signora leggeva le prime due pagine e le ultime due del dattiloscritto e poi operava una sorta di carotaggio su un altro paio di punti scelti a caso. Secondo lei era un sistema scientifico: nessun libro che faccia schifo nell’attacco e nella conclusione, e in qualche pagina aperta a caso, meriterebbe di essere pubblicato. Replicai, un po’ sorpreso, che Guerra e pace, ad esempio, al di là della mole, non sarebeb stato valutato il capolavoro, che in effetti è, se un redattore russo di allora avesse considerato l’inizio (in francese!), l’ultima pagina non proprio brillante e, nel mezzo, fosse capitato nella lunga descrizione di una battaglia (magari quella dal punto di vista di un cavallo…). Mi gelò con un sorriso amaro e disse che facevo troppo il saputello e sarebbe stato meglio lavorassi all’Università… Ovviamente ho poi applicato il suo “metodo” e posso, con una certa esperienza, affermare che funziona bene, perfino con il libri di saggistica. Per i libri per bambini e ragazzi è addirittura fondamentale! Un clamoroso equivoco mi accadde però dopo sette mesi. La centralinista, con voce imbarazzata, mi disse che c’era alla porta un signore che sosteneva di essere un professore afgano, che parlava male l’italiano e voleva proporci degli articoli. Lo feci accomodare e gli dissi, con molta franchezza, che noi non pubblicavamo raccolte di articoli, seppur su una questione calda come l’Afghanistan, e che avrebbe dovuto rivolgersi a un quotidiano o a un settimanale. Ma quello insisteva e non accennava ad andarsene. Allora gli scrissi su un foglietto il nome di un’ amica che lavorava alla redazione esteri del “Corriere della sera” e gli disegnai anche una piccola mappa in modo che potesse recarsi là comodamente a piedi. Niente da fare: quello si incaponiva a mostrarmi almeno un suo articolo. Acconsentii a malincuore e lui aprì la borsa e dispose sulla mia scrivania i suoi “articoli”: due elefantini in finto avorio, un animaletto ligneo irriconoscibile e cinque stauette votive in plastica celeste… Col tempo imparai il mestiere e quindi mi promossero caporedattore e fui ammesso a partecipare alle riunionioni dove si decidevano i libri da pubblicare. In genere i libri dell’Est erano mal visti: considerati malinconici e troppo pensosi, poco adatti ai gusti fantasiosi del pubblico italiano. Su Ryszard Kapuscinski dovetti impuntarmi e, una volta tanto, ebbi, col tempo, ragione. Imparai a trasformarmi in una sorta di “auto-cartina di tornasole”. Compresi che se un libro mi piaceva, agli altri avrebbe fatto schifo e, se per caso si erano distratti (o avevano dato credito, per sfinimento, al mio entusiasmo), e quel libro veniva poi pubblicato, era quasi sempre un insuccesso commerciale. Quindi cominciai a perorare la causa dei libri che non mi piacevano e mi feci così la fama di uno con “un buon fiuto”. Ci fu una volta che però, all’unanimità, bocciammo un libro parautobiografico di una giovane signorina che, nel titolo, aveva pure infilato la parola “mutande”. Fu una delle poche volte che l’Editore, in genere abbastanza silenzioso e rispettoso delle scelte della redazione, si impuntò con un’argomentazione inoppugnabile: “Lo pubblichiamo e basta!”. Fu un successo clamoroso e ne trassero persino un film. Eviterò di soffermarmi, perché l’ho già raccontato in altre occasioni, sulle decine di equivoci che mi capitarono quando mi fu affidato il compito “delicatissimo” di occuparmi del primo libro di una giovane e promettente scrittrice giapponese di nome Banana. Anzittutto veniva chiamata, in casa editrice, con tutti i nomi di frutta salvo quello giusto: un giorno ti telefonava il tipografo e ti chiedeva irritato perché non erano ancora tornate indietro le bozze di Ananas; un altro, l’Ufficio stampa che domandava se non si trattasse per caso di uno scherzo (“i resposnabili delle pagine culturali non fanno che ridere e prenderci in giro”!); oppure mi cercavano i librai di Firenze o Pisa (maledetti toscani!) sogghignado, ma preoccupati, che nelle loro città un prodotto simile sarebbe stato invendibile. Mi è scappato il termine “prodotto”. In effetti è questo uno dei più grandi equivoci dell’editoria: per alcuni (gli autori, ma anche molti redattori, che oggi si ciamano tutti “editor”) si lavorano e producono dei libri; per altri (l’ufficio commerciale, la distribuzione, alcuni librai) si maneggiano dei prodotti. Per i poveri uffici stampa, spesso i libri/prodotti sono semplicemente delle “impresentabili scocciature” da presentare come gioielli. Gli oggetti sono sempre gli stessi, ma cambiando la definizione muta anche l’approccio e il valore che gli si dà. Qui sta il vero equivoco e l’origine di molti fallimenti. La storia della grande editoria italiana (ma, sospetto, lo si potrebbe dire di quella di tutto il mondo) è stata fatta da uomini e donne appassionati che hanno dilapidato i loro soldi pubblicando libri. L’editoria è sempre stata una passione malata. Alcuni poi sono stati così bravi da impostare e organizzare le cose in modo da non perderci o addirittura guadagnarci, stampando ottimi libri. Ma non possiamo dimenticarci che la nostra cultura, nel Novecento, è stata puntellata da straordinarie opere e collane che sono costati a chi li produceva molti soldi, sforzi e, talvolta, guai. Sgombriamo il campo dagli equivoci: secondo me Einaudi è, e resta, la migliore casa editrice italiana (dalla quale sono filiate altre tre case editrici di qualità: Adelphi, Bollati Boringhieri, Donzelli): il suo fondatore e padrone per quasi cinquant’anni ci ha investito tutto il suo patrimonio e, a un certo punto, ha dovuto economicamnte arrendersi. Dal punto di vista imprenditoriale c’è chi lo considera (alcuni con una punta di rivendicativa soddisfazione) un fallito. Ma se si guarda alla sua impresa, da punto di vista della cultura, è un benefattore che, come tutti, ha fatto anche scelte sbagliate, ma senza il quale saremmo tutti più ignoranti. Il primo editore per il quale ho lavorato, ad esempio, era un rivoluzionario che credeva nei libri come mezzo di emancipazione della gente e trasmissione di idee nuove (inizialmente il Partito Comunista, che pure aveva una sua, un po’ triste ma anche meritoria, casa editrice, lo incoraggiò molto a lanciarsi in questa avventura). Grazie alla rete dei suoi contatti politici e personali, e al suo coraggio e anticonformismo (stampò, nel 1957, Il dottor Živago contro tutti e, nel 1962, lo scandaloso Tropico del cancro di Henry Miller), pubblicò libri belli e importanti che ebbero anche successo commerciale perché rispondevano ai gusti e alle necessità di migliaia di lettori. E come lui, fortunatamente, ce ne sono stati, e ce ne sono, altri. Questa editoria faceva e fa, inequivocabilmente, libri, prima che prodotti commerciali. E questo vale tanto più, oggi, per alcune medie e piccole case editrici. Ci fu, nel 1995, un uomo intelligente e còlto, amministratore delegato di un grande gruppo editoriale, dopo varie esperienze in altri settori industriali, che, provocatoriamente, scelse di affrontare di petto la questione, sgombrando il campo dagli equivoci: pubblicò un libro-intervista sull’editoria intitolato A scopo di lucro. La tesi era che l'editoria è e deve rimanere un'impresa, un business del tutto “tipico”, nel quale cioè l'obiettivo essenziale deve essere il profitto economico. Nell’editoria molti sostengono di fare libri, mentre fanno, più o meno consapevolmente, “prodotti a scopo di lucro”; mentre altri pubblicano libri perché amano la cultura e la bellezza. Ci sono quelli che fanno “libri necessari” (ad esempio: i manuali), che hanno un valore d’uso e che, quando sono ben fatti e con buoni contenuti, hanno significativi risultati economici. Per fortuna ci sono ancora editori che, come il primo di tutti, il veneziano Aldo Pio Manuzio (1449-1515) riescono a coniugare cultura e guadagni, avendo chiari il loro obiettivi e la missione umanistica della loro impresa. Oggi gran parte delle librerie, sono invece, purtroppo, dei posti equivoci: nel senso che non si capisce bene che funzione abbiano. Il libraio, o la catena di libreria, possono riempire i loro negozi di tutte le cose che vogliono: dalla cancelleria alle cartoline, ai CD di musica e cinema, ai pupazzetti e i cioccolatini per gli innamorati, alle bottiglie di vino pregiato, ai thè aromatici, agli oggetti elettronici, ai lavori d’artigianato locale. Ma devono sempre ricordarsi di essere dei librai e che le altre merci non possono nascondere i volumi. Chi entra nel loro negozio per comprarsi un CD, dovrebbe uscire anche con un libro, che lo ha colpito passandoci accanto o gli è stato consigliato per associazione di idee con l’oggetto che ha comprato: un disco di tanghi, ad esempio, non può lasciarsi dietro invenduto un racconto di Borghes, un saggio sulla cultura argentina, un romanzo di Sabato, o un’ affascinante raccolta dei testi dei tanghi col testo a fronte, un libro con le strisce di Mafalda, una guida al fascino inesauribile di Buenos Aires, o un volume di Corto Maltese… Il più grande difetto che può avere un libraio è di essere uno snob. La vera cultura non si è mai identificata con una setta di pochi eletti. Il libraio che disprezza i suoi clienti non è adatto a fare questo mestiere. Un mestiere che è veramente un servizio, nel senso più alto della parola: un servizio alla memoria e alla cultura. Ma anche un servizio alla gioia e al piacere. Negli anni Novanta, le lunghe e festanti code davanti alle librerie in attesa della mezzanotte per poter acquistare l’ultimo romanzo della saga di Henry Potter ci hanno fatto capire (a noi che questo genere di code le abbiamo fatte solo per un concerto rock, o un’opera lirica, per un film o uno spettacolo teatrale) che il libro è ancora capace di appassionare larghe fette di pubblico e di giovani. I giovani sapranno amare e rispettare i libri, se non verranno rovinati dalla scuola che (altro equivoco!) fa loro leggere i romanzi e poi li sottopone a test, ricostruzioni grafiche delle strutture narrative del testo e altri arzigogolamenti teorici che fanno pensare che la letteratura sia soltanto una cosa di studio. Ci sono però anche tanti bravi insegnanti che accompagnano i loro studenti in libreria, iniziandoli a riconoscere quel luogo come uno spazio amico e fanno loro apprezzare il “piacere del testo”. Quand’ero uno studente liceale, e stavo scoprendo il fascino misterioso del teatro, iniziai per caso a frequentare un piccolo negozio in riva all’Arno, accanto al Ponte Vecchio. La burbera e paffutella signora che lo gestiva mi fece conoscere Beckett, Racine, Witkiewicz, Artaud, Marlowe, Pinter, tirando fuori con complicità quei libretti dagli scaffali e spiegandomi con pazienza e passione il loro valore. Quando compravo troppi libri e non mi bastavano i soldi, mi prestava quelli in esubero. Si costruì così un affezionato cliente, un amico, un complice. Tra il libraio (anche quando non è il padrone dell’esercizio) e il cliente deve esserci appunto questa complicità. Il senso della trasmissione di idee, sensazioni, piaceri, sogni. Chi vende un libro (persino un manuale di giardinaggio) vende una promessa, non deve mai dimenticarlo. Per questo il libraio, pur nel dovere commerciale di avere un vasto assortimento e di esaudire qualsiasi richiesta, è necessario che sappia orientarsi bene nella produzione e selezionare i libri di valore. Non può tradire la fiducia del cliente e non può sbagliarsi nel capire di cosa abbia veramente bisogno. Nelle librerie che frequentavo a Praga, Varsavia, o Mosca, fino alla metà degli anni Ottanta, si respirava subito un’atmosfera opprimente, sciatta, vuota. A Mosca, soprattutto, ti colpiva la bruttezza e la pesantezza dei volumi, l’odore stantio della colla di pesce che teneva precariamente assieme le pagine di libri dove il censore e l’addetto alla propaganda avevano pesantemente lavorato a togliere dalle righe la freschezza e l’energia della libertà delle idee e delle opinioni. E anche i commessi erano persino più scortesi che negli altri negozi, quasi avessero la coscienza di non aver nulla di buono da vendere. I più furbi facevano lauti guadagni vendendo sottobanco i pochi libri interessanti, stampati in esigue tirature, e quindi tanto più agognati dai lettori e dai trafficanti del mercato nero. I veri libri erano clandestini: stampati, o ciclostilati, in edizioni poverissime ma ricche di idee. C’erano poi i libri normali, ma stampati dalle case editrici dell’emigrazione, il cui possesso poteva costare l’arresto e un sacco di seri fastidi. Questi libri si acquistavano nei posti più strani e improbabili (e i librai rischiavano la galera). A Cracovia, la libreria più fornita era una sbocconcellata panchina dietro una quercia, sotto il Castello, dove un piccolo signore, con la coppola, la sigaretta sempre accesa e l’aria circospetta, teneva un borsone da ginnastica gonfio di libri che facevano la felicità dei lettori. La mia “libraia”, a Varsavia, tirava fuori da sotto l’ampia gonna i libri “proibiti” che le avevo ordinato, assieme a succulente salsiccie e barattolini di miele. Ma come, inspiegabilmente, succede a tutti gli esseri umani, la mancanza innescava la spasmodica richiesta e il bisogno. La censura e la penuria favorivano così un desiderio insaziabile e mai si lesse tanto in quei paesi come in quegli anni. In quel mondo si è nutrito, ancora inconsapevolmente, il mio amore per l’editoria come missione culturale. La più originale libreria al mondo che ho visitato è la Marioka Shoten, di Yoshiyuki Marioka, a Ginza (Tokyo), aperta al piano terra dello storico, e miracolosamente sopravvissuto ai bombardamenti, edificio Suzuki (1929). Ogni settimana il libraio seleziona un unico volume per la vendita: lo espone, lo cura, lo circonda di immagini che lo completano, lo presenta attraverso una serie di incontri serali con l’autore o persone in grado di parlarne e alla fine della settimana lo sostituisce con un nuovo unico volume. A volte ho il sospetto che sia il libro, per la sua stessa natura, ad essere un oggetto equivoco. A cinque anni fui sorpreso dai miei genitori mentre mi arrampicavo su una scaletta fatta di grossi libri, nel tentativo di raggiungere la scatola di cioccolatini alle mandorle riposta sullo scaffale più alto della libreria del mio goloso, ed egoista, padre. Del resto, nella nostra casa di Firenze, dove c’erano libri ovunque, se ne faceva sovente un “uso improprio”. Se, durante i pranzi, non si trovava un cuscino, venivo rialzato al livello del tavolo mettendo sulla seggiola un robusto vocabolario, o, peggio ancora, per insegnarci a mangiare educatamente, con le braccia vicine al corpo, la mamma spesso ci costringeva a stringere sotto le ascelle due smilzi volumi. Il libro, che è uno strumento per comunicare storie e idee, solo a un certo punto del cammino umano ha assunto la forma cartacea che conosciamo e, nel futuo, avrà sempre più la forma immateriale del digitale e verrà letto su uno schermo. Ma la sparizione dei libri di carta non significherà affatto la fine dei libri: ci priverà però, purtroppo, dei mille usi che si possono fare dei volumi cartacei. A un certo punto, quando ero passato a lavorare in un’altra casa editrice assai importante, forse per una forma di impazzimento alal soglia della mezza età, mi incaponii nell’intravedere un grande futuro (che non ho nemmeno oggi del tutto abbandonato!) ai libri “popup”. Ormai con questa parola si intendono quelle piccole finestre che si aprono automaticamente quando si entra in una pagina web, per pubblicizzare particolari servizi del sito o per mostrare la pubblicità di inserzionisti. Sono cose che innervosiscono assai coloro che guardano un testo o un’immagine sullo schermo del computer e improvvisamente li trovano coperti da un messaggio estraneo. Fino a una ventina di anni fa, invece, con questo schioppettante termine, si definivano soltanto quelle meravigliose pagine dei libri per bambini che prendevano forma tridimensionale, facendo spuntare come arzigogolati funghi, dalle piatte pagine, castelli e animali a tre dimensioni. Realizzazioni ardite della fantasia dei disegnatori e miracoli della tecnica tipografica. Col progressivo passaggio dei libri dalla carta stampata alla forma digitale, e quindi immateriale (se non per l’elettronico supporto di lettura), il “popup” non hanno perso, e non perderanno, la loro identità materiale. Questi libri sono infatti tra i pochi che non potranno mai venir trasformati in file digitali: sono nati come giochi di carta e tali rimarranno. Sono insostituibili: neppure da macchinette simil-libro che producono ologrammi. Quand’ero bambino amavo farmi sorprendere dalle figure che si alzano una pagina dopo l’altra e toccare (e, perché no?, rompere) i meccanismi che legano le guglie di un castello o le possenti articolazioni di un dinosauro. Siccome i romanzi e i racconti un po’ alla volta spariranno come oggetti cartacei, è possibile immaginare che gli artisti si possano alleare agli scrittori di storie per dar vita a “popup” per adulti, che siano degli oggetti d’arte, in tiratura limitata e che, come avviene per le migliori “grafic-novel”, stimolino gli autori a pensare le loro storie in modo tridimensionale. In casa mia entrano molti libri: in parte li acquisto, ma molti mi vengono inviati per recensione dagli uffici stampa, o come omaggi da amici e conoscenti. Quando sono morti i miei genitori ho portato a casa mia una piccola parte (i libri più antichi) del loro grande e varia biblioteca. Li tengo per affezione, ma non li ho letti tutti: dovessi farlo, oltre a rischiare di sbriciolare quelle pagine ormai ingiallite, mi toccherebbe rinchiudermi in casa per alcuni anni. La porzione di miei “libri non letti” è quindi cresciuta parecchio. Un grosso incremento di “libri non letti” lo realizzai, nel 1986, quando tornai da Varsavia, dopo tre anni passati là a studiare, e mi posi il problema di come avrei fatto a trovare in Italia un libro che mi fosse servito: così, coi risparmi, acquistai prima della partenza molti volumi di classici e libri di riferimento, scelti secondo il criterio del “non si sa mai”. Così mi ritrovo la casa strapiena di libri, che occupano tutti i corridoi e alcune stanze con scaffali fino al soffitto: molti di questi volumi sono appunto "non letti" o appena consultati. Non è però una cosa che mi dia disagio. Anzi: quando mi ammalo, ad esempio, mi rifugio in quarantena nella stanza completamente foderata di volumi, dove c’è il mio studio, e mi sento subito meglio, riscaldato non soltanto dalle coperte ma da tutta quella massa variopinta di volumi a portata di mano, dove spesso mi capita di scoprire un libro che mi ero dimenticato di possedere: allora quello passa dalla categoria dei “non letti” a quella degli “assimilati” e affretta la mia guarigione. Anche in quanto lavoratore dell’industria libraria tendo a considerare comunque tutti i libri che ho in casa (letti o non letti) come miei e indispensabili. In questo mi scontro con il resto della mia famiglia e anche con il gatto che, loro sostengono, si sentirebbe oppresso da tutti quei volumi che gli impediscono di nascondersi. I gatti e i famigliari sono i peggiori nemici dei libri non letti, che vorrebbero eliminare per fare spazio e dare aria: “quelli che non leggi mandali in cantina” è l’invito ricorrente che mi sento fare. Il sogno che ogni tanto faccio è quello di stabilirmi stabilmente in quella cantina, in mezzo a tutto quel bibliografico ben di Dio: fondare in quella caverna underground la mia propria casa editrice, portandoci una stampatrice (magari addirittura a caratteri mobili), e produrre per me tutto quello che mi passa per la mente. Mi cedo, come Paperon de Paperoni, sguazzare nei libri, come fossi in una piscina e pescare ogni tanto una pagina e mettermi a leggerla alla luce fioca della lampada che pende come un pendolo dal soffitto. Ma sogno anche, altre volte, di diventare come uno dei miei scrittori preferiti, il boemo Bohumil Hrabal (morto a 82 anni, nel 1997). Tutte le sue prime opere, fortemente debitrici del surrealismo, furono mandate al macero dai comunisti. Dopo l’invasione di Praga da parte delle truppe del patto di Varsavia, nel 1968, per sette anni nessun suo libro venne pubblicato e due volumi, già stampati, vennero mandati al macero. Il protagonista del suo capolavoro, una delle opere più importanti della letteratura del Novecento, Una solitudine troppo rumorosa, è appunto un addetto (come lo fu anche, per un certo tempo, Hrabal) al macero dei libri. I libri che vengono fatti tornare pappa di cellulosa sono un po’ la metafora della nostra esistenza e della nostra disperata lotta per sopravvivere. Ma Hanta, prima di gettare via i libri, ne salva i più importanti e li seppellisce, come delle perle, nel mezzo di ogni pacco di carta, scegliendo accuratamente le confezioni, in una sorta di barocco “funerale» dei libri”. Quando Hrabal lavorava con la carta straccia metteva da parte vecchi libri illustrati e li dava al suo amico, il maestro del collage Jirì Kolář affamato di ciarpame per le sue straordinarie composizioni, i suoi “collage poetici”. La vera editoria è destinata forse, in modo inequivocabile, e auspicabile, a produrre proprio dei libri come una sorta di poetici collage di quel che resta dell’umanità.
  2. 2 punti
    Non sono Free, mi hanno fatto una proposta editoriale che prevede come condizione cruciale l'acquisto di "almeno" 70 copie da parte mia. Ci tenevo a riportare la mia esperienza, ora vado a presentarmi prima di essere sgridato.
  3. 2 punti
    Letture estive: L'uomo che guardava passare i treni di Simenon, che mi ha fatto passeggiare a braccetto con l'assassino piacevolmente (nella scrittura) e atrocemente (nell'itinerario). Piove all'insù di Luca Rastello, piacevole sorpresa, che mi ha fatto tuffare nella Torino "di lotta" degli anni 70 e in un percorso di formazione ruggente e struggente. La boutique del mistero di Buzzati, che mi ha fatto fluttuare negli empirei del surreale.
  4. 1 punto
    Un saluto a tutti, su Linkiesta ho trovato questa interessantissima (a mio avviso) classifica degli editori più importanti, relativamente all'annata editoriale: https://www.linkiesta.it/it/article/2019/07/27/editori-italiani-classifica-estate/42997/
  5. 1 punto
    Sarei Edward Hopper. Se tu potessi portare in Italia un monumento straniero?
  6. 1 punto
  7. 1 punto
    Grazie grazie grazie!!! @Poeta Zaza e @Ippolita2018 Sono stata un po' lontana da qui proprio per cercare di rivivere il momento, l'emozione e il timore di far casini, come poi è successo. Credo che le prime persone incontrate in chat siano state: @bwv582 @Cerusico @Eudes @Andrea28 @AndC @Emy @Thea @libero_s che mi ha subito dato il benvenuto. Insieme a molti altri @Miss Ribston @M.T. @simone volponi @Sarettyh siete tanti, nomi nella mia mente che porto un po' ovunque. Spesso vi ho sognati. A tutti, semplicemente grazie. A chi c'era, a chi si è unito e a chi ho incrociato dopo. Grazie WD. Su, abbraccio di gruppo. Se non vi ho taggato, sentitevi pure taggati! E tu @Cerusico grazie di avermi fatto posto nella tua vita.
  8. 1 punto
    Ce n'è più di uno, in realtà. Li trovi qui: nella sezione INDAGINI POLIZIESCHE, CRIMINI E ILLEGALITA'.
  9. 1 punto
    Roll over Beethoven - Chuck Berry
  10. 1 punto
    La mia ironia non era rivolta ai gusti o preferenze sessuali tuoi o di qualcun altro. Ho il massimo rispetto per tutti quelli che vivono la propria libertà senza limitare quella degli altri. Quindi anche verso il tuo post, per cui nutro profonda stima. Però noto che si dà velatamente dell'ignorante a chi non è pronto, per qualsiasi motivo, ad accettare certe idee. liberissima, ma questa cosa dell'italiano medio sporco brutto e cattivo (e soprattutto ignorante, molto) comincia a stuccare. P.s. si fanno grandi battaglie per cercare di adeguare il genere di qualsiasi categoria (ministrA, sindacA) ma quando si parla di italianO medio è sempre rivolto al maschile. È strana pure 'sta cosa.
  11. 1 punto
    Effettivamente sì, forse è meglio emigrare e cercare all'estero quello che in Italia fai fatica a trovare. L'italiano medio putroppo è, come dite voi tra le righe, ignorante. Il maschio italiano (messo al mondo da una donna italiana; educato, lavato e stirato sempre da donne italiane) nella sua rozzezza non apprezza che un altro uomo gli bombi la donna sotto gli occhi, mentre all'estero ti chiedono se ti è piaciuto e alcuni ti dicono pure grazie. Abbasso il maschio italiano.
  12. 1 punto
    Il fatto è che tutta questa roba c'entra con il sesso, secondo me. O meglio: il buon sesso non può prescindere da questa roba. Altrimenti è ginnastica.
  13. 1 punto
    Attenzione a non sopravalutare l'aspetto sessuale. Dura quanto uno starnuto. E tutto è lecito, nei limiti del buon gusto. Io credo che la compatibilità si misuri in estetica, cultura, mentalità, educazione, attitudine alla complicità... Cose così.
  14. 1 punto
    Ciao @Anna Magic avevo scritto un racconto che trattava questo argomento. L'ho fatto cancellare per revisionarlo. Se vuoi ti rispondo come la mia protagonista Tea. L' amore si moltiplica, questo lei lo aveva capito con la nascita del suo secondo figlio. “Tra i due a chi vuoi più bene?” “Uguale” rispondeva a quelle domande idiote. “A chi vuoi più bene a mamma o a papà?” “Uguale”, rispondeva Tea quando era piccola. “Chi scegli? Tuo marito o Paolo?” questa era la domanda che Tea si poneva nell’ultimo periodo. “Tutti e due”, era la sua risposta. Perché non entrambi, come due figli, come due amiche o come due genitori? Perché quando si parla di uomini le regole devono cambiare? Non possono convivere nello stesso sentimento? In natura vince il più forte e se il marito era uomo, Paolo invece era l’animale che si rotolava negli scritti della loro passione. Ciao:)
  15. 1 punto
    Benvenuta @hellenophilia
  16. 1 punto
  17. 1 punto
    La Ferrante non è un anonimo, è uno pseudonimo. E' possibile pubblicare in entrambe le modalità, ma la tutela dell'Opera avrà durata minore, almeno fino a quando l'autore non deciderà di rivelarsi secondo una determinata procedura prevista dalla legge.. E naturalmente il contratto con l'editore non potrà essere né anonimo né pseudonimo, lui sarà l'unico a sapere la vera identità dell'autore. Altrimenti si può usare un'agenzia letteraria , ma anche l'agenzia dovrà sapere chi è il vero autore. Insomma, non si può fare i Paperinik quando c'è un contratto di mezzo
  18. 1 punto
    ho utilizzato lo strumento della valutazione gratis su appuntamento. Questa la risposta arrivata puntualmente: "siamo davvero felici per aver potuto leggere il tuo manoscritto. Ne abbiamo apprezzato alcuni aspetti, altri meno; ma complessivamente non ci ha convinto del tutto e non ci sentiamo quindi in grado di poterti offrire un contratto di rappresentanza con l'Agenzia. Ti invitiamo però a non demordere e ti auguriamo le migliori fortune editoriali." Perlomeno hanno letto, da quanto si evince dalla risposta.
  19. 1 punto
    I raccomandati ci saranno pure al Calvino. Ci sono dappertutto in Italia. Rimane il fatto oggettivo che i libri finalisti e segnalati, sono libri che mi sono piaciuti e molto. Sono storie che se mandate a case editrici e agenti, verrebbero cestinate soltanto per la biografia degli autori, perfetti sconosciuti. Come me.
  20. 1 punto
    Tanto ci si arriva solo tramite agenzia, e bella forte!
  21. 1 punto
    Ma non hai provato nuovamente a ricontattare @JaV? Possibile che un'agenzia si possa permettere di tenere un romanzo su una scrivania? Non si fa certo molta pubblicità se rappresenta scrittori che però non pubblicano mai. Oddio sul loro sito ce ne sono alcuni che hanno pubblicato (es con Baldini+Castoldi), la maggior parte degli autori sembrano esordienti (quindi un punto a loro favore) anche se non ci sono informazioni su quali CE hanno intenzione di pubblicare i loro libri. Per ora sembra che lorem ipsum stia cercando di fare il colpaccio, ma che rispetto alle altre agenzie più rinomate, non hanno grandi autori tra le loro fila e soprattutto non hanno contatti con molte Big CE. Spero davvero di sbagliarmi e di vedere un loro salto in avanti, perché servirebbe a tutti noi. Ma se per caso dovessero contattarmi (avevo mandato mesi fa il mio romanzo in lettura gratuita) dicendosi interessati, ci penserei su prima di firmare con loro una rappresentanza. Tenere il mio romanzo sulla loro scrivania non è un mio obiettivo, né a corto né a lungo termine.
  22. 1 punto
    Ciao @Leucantha x , se vuoi puoi scrivemi in messaggio privato e inviarmi il contratto, così lo esaminiamo nella sua totalità.
  23. 1 punto
    Io mi sono trovato bene. Le lungaggini ci sono con ogni Casa Editrice, però già il fatto che ti diano visibilità su ogni store online è sicuramente da tenere in considerazione. Per il cartaceo, l'opzione da esercitare entro un anno è quella relativa al cartaceo "da libreria". Il print-on-demand è una cosa separata, anche se ovviamente mette a disposizione il libro soltanto su Amazon. Le promozioni vengono fatte, a volte collettivamente, a volte singolarmente. Con una promozione collettiva su Kobo, all'inizio dell'avventura del mio libro, ho ottenuto visibilità per alcuni giorni nell'homepage dello store. Con un'altra promozione, più mirata, pochi giorni fa, ho raggiunto il primo posto nella classifica generale Kindle su Amazon, per più di due giorni. Probabilmente ho anche scritto un libro che vale qualcosa, ma senza il supporto della CE non ci sarei mai potuto arrivare. Rimane che comunque bisogna anche darsi da fare. Scrivere un libro è soltanto l'inizio.
  24. 1 punto
    @Kalija sì, io ho la sensazione che spesso sia così. La vendita e le conoscenze prima di tutto. Mi ricordo ancora quando chiesi la possibilità di presentare il mio libro a una Feltrinelli. Mi risposero: "Ma tu ci devi portare gente, ci devi assicurare un tot di possibili compratori di libri su scaffale". Una cosa che reputo oscena. Che promuovessero la scrittura, non solo grandi nomi, e vedrebbero che poi anche il guadagno arriva! Invece perlopiù sono mervcanti. La loro equazione è diversa. Prima il guadagno, poi, se ci deve proprio essere, la scrittura, l'arte, la fottuta cultura.
  25. 1 punto
    Esperienza personale e diretta. Ho pubblicato un saggio con loro. Non chiedono contributi ma non vendono nemmeno una copia e non arrivano nei negozi nemmeno lontanamente. Quindi dovete darvi da fare voi con presentazioni varie se volete far circolare qualche copia. La copertina gliela preparai tutta io con Photoshop perché le loro sono abbastanza brutte, invece la editor fece un lavoro eccellente sul testo, che era molto complicato per la presenza di note, citazioni e disquisizioni filosofiche. Al momento la considero un'esperienza da non ripetere solo per la loro totale incapacità commerciale.
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