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Sono mostrati i contenuti con più punti reputazione dal 17/01/2019 in tutte le aree

  1. 17 punti
    Non pensiamo a come è scritto l'articolo, né a chi (non a caso non ho fatto nomi) se in modo secondario. Il mio intento era intavolare un dibattito partendo da quelle forti (e sì, troppo provocatorie e a volte superficiali) sentenze. A me non interessa molto di come sia scritto l'articolo, con che taglio e se costui sia un bravo giornalista o meno, sinceramente. Vorrei invece concentrarmi sui contenuti e su questo "sfogo" (io l'ho visto come tale) che, secondo me, un grande fondo di verità ce l'ha. In Italia ci sono migliaia e migliaia di Case Editrici piccole. Migliaia, ragazzi. Di queste io personalmente ne salverei al massimo un 10%. Il problema è questo. Perché? Tanto dilettantismo, troppo; la maggior parte di questi piccoli editori (non solo a causa loro, ma anche del sistema, ok; ebbene, tant'è) sono editori solo per hobby. Fanno tutto in casa, come i biscotti (i biscotti della nonna sono buoni, ma se aprisse una pasticceria...?). Non ci campano, non ci investono davvero, gli importa ancor meno di farsi un nome, girare per le fiere, proporre qualità, nuovi autori con del talento, nuove idee alternative, che vada a differenziarsi dal flusso delle big che si piegano ad esigenze di mercato (sbagliando, ma lo fanno). E così anche loro si piegano al sistema. "Eh, vorrei ma non posso... devo tirare avanti!". Vi dirò una cosa che nessuno sa (sono ironico): non è vero una cippa. Un piccolo editore non è "costretto" ad andare avanti. Se non ce la fa a far quello che vorrebbe, può chiudere, fare altro; non c'è bisogno che ci racconti la rava e la fava per tirare acqua al suo mulino. Il "vorrei ma non posso" non lo sopporto in nessun campo della vita, tanto meno questo. E ancora, ci sono le piccole realtà che tentano di infinocchiare gli aspiranti (pubblicando 100 libri al mese, un mucchio di roba indecente di "scrittori" altrettanto indecenti giusto per far cassa con le poche decine di copie vendute ai parenti; perché tanto l'autore è già contento di vedere il suo libro tra le mani col nome stampato in copertina, dei diritti d'autore che gli frega? Sì, funziona proprio così) o peggio ancora. E poi ci sono quei fari nella notte, le persone che investono, in termini di tempo, denaro (sì, non è una brutta parola: investire denaro, soldi, banconote) e soprattutto passione. Che curano allo sfinimento ogni libro, ne pubblicano pochi all'anno e ognuno di essi vale, perché è l'Editore che ci punta per primo. Che seleziona bene, che scova il talento e lo mette sul piedistallo. Di questo vorrei parlare, non di come l'ha messa Tizio nel dire questo o quello. Ha parlato troppo di impaginazione e non di contenuti, va bene. Parliamone noi, allora.
  2. 17 punti
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  3. 12 punti
    Guarda, io parlo da spettatore del mondo editoriale, e non da addetto ai lavori. Quindi, come spettatore, magari mi perdo per strada qualche pezzo che è fondamentale per comprendere a dovere tutto il meccanismo. Comunque, ho letto questo articolo qualche giorno fa. Durante la lettura mi sono chiesto più volte come interpretare alcuni passaggi, in particolare dove si focalizza così tanto su aspetti tecnici dell'impaginazione e più in generare del libro stampato in quanto oggetto "di design". A prescindere dal contenuto, insomma. Sono tornato a pensare a un'esperienza che ho avuto personalmente, durante un'edizione della fiera Più libri più liberi (mi pare fosse nel 2017). Iscritto da poco al WD, avevo visto alcuni micro editori attivi sul forum e sono andato a curiosare nei loro stand; ecco, la prima cosa che ho notato in effetti è stata la scarsissima (se non nulla) cura grafica del testo. Copertine dalla resa pericolante in primis, ma sono stato colpito soprattutto da ciò che ho trovato nel testo stampato all'interno: per dirne alcune, mancanza di rientri a inizio capoverso, font sciatti, uso disomogeneo di norme editoriali e quant'altro che possa emergere da una scorsa rapida alle pagine. Ah, i famigerati "sì" affermativi privi di accento il pole position fra i refusi reiterati. Devo dire che la perplessità mi ha spinto a domandare il perché ai rappresentanti delle case editrici, i quali hanno reagito in due maniere, principalmente: chi ha detto di non saperne nulla, chi mi ha invitato – con più o meno stizza – a non mortificare il lavoro di chi si fa in quattro per restare a galla in un mondo difficile. Al che, devo ammettere, ci ho rinunciato e ho anche capito che la mia curiosità poteva essere letta come una provocazione. Ma il punto è che davvero non me ne capacitavo e mi sarebbe piaciuto ricevere una spiegazione logica. Mettiamo anche che il contenuto di un libro curato male dal punto di vista estetico meriti d'essere letto: ma allora perché mortificarlo così? Forse c'è davvero di mezzo "l'ignoranza" di cui si fa provocatoriamente riferimento nell'articolo? Che si guardi solo al contenuto e si tralasci il vestito nell'inconsapevolezza della buona fede? Nell'articolo, però, ho percepito che si punti troppo il dito sul come si pubblichi a discapito della questione di cosa si pubblichi, ed è questo che ho gradito di meno. O meglio, l'avrei posta diversamente. Avrei preferito un discorso tipo quello che ho fatto su, ossia "sarebbe opportuno che almeno certe cose siano curate, perché si tratta delle basi". Invece pare così che gli editori non sappiano fare il loro mestiere solo perché il prodotto finale "libro stampato" non rispetta dei canoni estetici. Posta così, la questione è davvero superficiale, a mio avviso. Insomma, io credo che l'abito un po' il monaco lo faccia, nel senso che il monaco deve avere un abito cucito a dovere per risultare credibile, per attrarre pubblico. Soprattutto perché i pochi lettori che ci sono in Italia sono soprattutto lettori forti, che sanno distinguere un prodotto curato con la dovuta attenzione da uno in cui è stato tralasciato questo o quello. Un'ultima considerazione. Faccio sempre riferimento alla premessa, ossia che ragiono da esterno. Trovo che i piccoli editori che fanno le cose nella maniera migliore sono quelli che impongono una loro linea molto personale, e di qualità. Che non cercano di imitare i grandi, insomma, ma di essere complementari nel loro piccolo, nell'area da loro selezionata. In fondo, non è così che sono nati i grandi? Un Einaudi non ha ragionato così prima di diventare grande e permettersi quindi di ampliare gli orizzonti di pubblicazione? Concludendo, giusti e condivisibili i punti toccati nell'articolo, ma non penso che sia questo il modo corretto di fare giornalismo. Troppo approssimativo, troppo votato allo slogan. Così facendo, sono costretto a prendere con le pinze le informazioni e rimetterle in fila dopo un maggior grado di approfondimento.
  4. 11 punti
    Io trovo l'articolo condivisibile sotto molti aspetti. Più che ignoranza (termine provocatorio e offensivo) trovo che ci sia molta approssimazione. Spesso i piccoli editori si accontentano di pubblicare titoli in gran quantità e a prezzi di copertina alti, senza avere le risorse per curarli e promuoverli in maniera adeguata, puntando così solo sul micro-mercato di parenti e amici dell'autore. A chi tirerà fuori i soliti costi di produzione, la filiera, le librerie, ecc. faccio un esempio concreto: qualche anno fa Tunuè (piccolo editore) ha aperto alla narrativa con una linea ben precisa, una grafica curata, un professionista come Vanni Santoni a scegliere e curare i testi. Il risultato è che già il primo libro è stato un successo, arrivando in finale allo Strega, vendendo numerose copie (peraltro con un prezzo di copertina sotto i 10 euro) e ottenendo un sacco di recensioni. Il che mi lascia pensare che chi investe e ha competenze può sperare di emergere.
  5. 10 punti
    Non capisco come sia possibile che ogni volta che interviene @JPK Dike si finisca a parlare di editing, oltretutto con le sue idee strampalate ed estremamente confuse. I termini inglesi con cui gli piace affrontare questi argomenti (esistono in italiano, mio caro JPK; e se non esistono traducili) delimitano l'editing in compartimenti stagni, un po' come funziona per l'italiano "editing strutturale", "editing contenutistico", "editing stilistico"; e ancora altre categorie come "editing leggero", "pesante" oppure di "editing di stacippa" (scusate, non mi sono riuscito a trattenere). Chi fa queste distinzioni prendendole per categoriche e/o oro colato, non è del mestiere oppure è un professionista o agenzia che per motivi economici e di tempo deve fare distinzioni che nella pratica hanno poi poco senso. Metto un poco di ordine e parto con le definizioni (mi manterrò sul semplice). Attenzione! A parte le definizioni, che potete tranquillamente trovare su internet, sono tutti pensieri miei. Potreste non condividere la mia filosofia ma ci tengo a fare un po' d'ordine per chi queste cose non le mastica. Developmental Editing (letteralmente "editing dello sviluppo", qui in Italia conosciuto come coaching, book coaching e similari; attenzione a non confonderlo con quello che qui in Italia chiamano "editing strutturale", che è una roba ancora diversa). Se il romanzo è ancora nelle fasi iniziali e l'autore non è sicuro di come lo vuol strutturare, può chiedere a un editor di aiutarlo a farlo. Con idee, pareri sulla stesura, direzioni da prendere, target di riferimento, taglio stilistico, di trama e chi più ne ha più ne metta. Questo è essenzialmente "coaching", che sarebbe un po' come avere di fianco un co-autore o nei casi più estremi un ghostwriter. Per quanto mi riguarda è essenzialmente inutile; uno scrittore senza idee e che non sa dove andare a parare, meglio che cambi hobby e/o mestiere o che assuma direttamente un Ghost Writer e faccia scrivere la storia a qualcun altro. Io non ho mai proposto di fare questo tipo di "editing", perché per quanto mi riguarda è poco utile alla crescita di un autore, che sarebbe incredibilmente influenzato. A me piace pensare a uno scrittore, durante la prima stesura, nei termini in cui lo definisce King: un uomo in una stanza chiusa. Solo dopo la prima stesura quella porta può essere aperta e ricevere influenze esterne, altrimenti il testo sarà contaminato fin dall'inizio. Line Editing (letteralmente "editing di linea" che sarebbe l'editing "riga per riga"). C'è poco da dire: questo è un editing che passa al microscopio il testo: grammatica, sintassi, ortografia, fluidità del testo. L'Editor potrebbe in questo caso proporre modifiche a intere frasi oltre che per singole parole. Questo tipo di editing interviene anche su consigli riguardo a trama, personaggi o ambientazione. Copy Editing (letteralmente "editing in copia"?) Nella pratica si tratta dell'editing "riga per riga" o line editing senza però la parte contenutistica, cioè senza pareri su trama, ambientazione, personaggi, eccetera. Per me è anche questo essenzialmente inutile perché sarebbe il fratello "ben vestito" della correzione di bozze (chiamata in inglese "proofreading" e che si occupa solo di refusi ed errori di punteggiatura). Per metterla in parole povere, sarebbe una correzione di bozze che sconfina in pareri sulla fluidità del testo e sintassi. Ora che sapete queste definizioni, su quelle italiane nemmeno mi ci butto perché tanto ogni agenzia / professionista dice una cosa diversa. Chi parla di editing formale (impaginazione ed estetica), chi di strutturale (cioè intervento solo sulla struttura del testo: trama/fabula e taglio di scene - eventi), chi di contenutistico (dialoghi, personaggi, intreccio), chi di stilistico (che agisce solo sulla forma), chi di editing "profondo" (che contenga editing strutturale e contenutistico e stilistico) o "leggero" (formale e stilistico). Io mi limito a dire una sola cosa: esiste un solo tipo di editing ed è quello di cui ha bisogno il testo. Un testo già scritto, non in fase di scrittura; un testo che abbia una trama e un finale già concluso. Un romanzo dopo la prima stesura (o anche la seconda o terza dello stesso autore, perché no). Solo lavorando sul testo si può capire di cosa c'è bisogno, non si può decidere a priori di agire per compartimenti stagni, non è professionale. Ed è per questo che per me (ripeto: per me!) tutto quello che ho spiegato qui sopra è totalmente inutile: aggiungere aggettivi a quello che si chiama semplicemente "editing" è superfluo, fuorviante, complica le cose senza alcun senso. Serve solo per dire alle persone di sborsare un euro di più o un euro di meno già prima di aver lavorato. La mia filosofia è quella di leggere qualcosina del testo in questione (sinossi e qualche pagina) ed effettuare una tariffa su un range unico non rispetto alla scelta di cosa andare a toccare - quello non lo si può sapere prima, e chiunque vi dica il contrario senza aver letto l'intero testo è un pagliaccio! - ma rispetto al testo stesso. E poi effettuare l'editing. L'Editing, quello con la E maiuscola, cioè quello che comprende tutto, forma e contenuto, rispetto - ripeterei all'infinito - a quello di cui ha bisogno il testo stesso. C'è bisogno di lavorare sullo stile perché la trama è una bomba? E sia. C'è bisogno di lavorare sulla trama, perché lo stile è buono? E sia. C'è bisogno di lavorare su entrambi (in diverse percentuali di approfondimento) perché il testo ha bisogno di entrambe? E sia! Bisogna distinguere (certo) tra editing, correzione di bozze e valutazione editoriale. Tutto il resto per me è fuffa.
  6. 10 punti
    Per una volta parlo da addetto ai lavori, anche se in piccoli, perché impaginare libri è stato per diversi anni il mio lavoro (part-time e sottopagato, va da sé). La qualità dell'oggetto libro è troppo spesso pessima, che sia di carta o digitale. Ed è pessima non perché si stampa in digitale, ma perché il font è illeggibile, le spaziature fanno a pugni con la lunghezza della riga, non si capisce dove cominciano i paragrafi, e altre belle amenità (vogliamo parlare di vedove e orfani?). E la cosa triste è che qui l'economia, la crisi, i lettori pitocchi e gli autori esosi non c'entrano nulla. Perché cose come giustificare il testo, mettere i rientri ai paragrafi, proporzionare le righe (*) e dare un certo equilibrio al testo sono gratis. Il software per farlo in modo eccellente è gratis, ma in realtà non serve neanche (il primo libro l'ho impaginato con WinWord 2.0 per DOS), basta un qualsiasi pacchetto office. Tanto per essere chiari, persino l'editor del forum giustifica se uno gli chiede di farlo. Che non mi si venga a dire che i libri si stampano in Arial 12, senza giustificazione né rientri e righe tutte impacchettate per questioni economiche. Lo si fa per sciatteria (giustificato, Garamond 11, paragrafi rientrati e giusta spaziatura tra le righe costa uguale, giuro). (*) Le righe devono essere proporzionate per far sì che l'occhio riesca ad abbracciarne una e solo una alla volta (all'incirca). Questo significa che più sono i caratteri di una riga, maggiore dev'essere la spaziatura tra le righe. Questo è il motivo per cui i quotidiani si stampano su colonne, così ci entra più testo perché si possono compattare le righe. Stessa cosa per articoli scientifici (rigorosamente su due colonne) e le edizioni economiche da edicola (Urania, Gialli Mondadori).
  7. 9 punti
    E allora finisce l'utilità del forum: se dobbiamo trovarci qui, per spostarci a parlare da un'altra parte, WD diventa un luogo d'appuntamento e nulla più. Eh, certo: ognuno ha la propria testa, un modo personale di esprimersi, prova sensazioni e sentimenti diversi dagli altri. Altrimenti sai che noia... E questa è una cosa su cui non ci troveremo mai d'accordo: un'equazione di secondo grado ha due soluzioni, quelle e basta. Un testo di narrativa ha infinite soluzioni e, fatte salve le regole di grammatica e alcune considerazioni di stile, volerle irregimentare dentro regole fisse non credo porti dei vantaggi, tutt'altro.
  8. 9 punti
    Voglio iniziare questo post citando questa parte perché è l'impressione che ho avuto leggendo i punti che mi ha segnalato come deboli del romanzo che le ho inviato in valutazione. Ma vado con ordine, sono rientrato nella valutazione gratuita di dicembre. Intanto aggiungo che a inizio gennaio mi ha scritto @Ambra_Rondinelli scusandosi perché mi avrebbe risposto in ritardo e non dopo un mese. Io le ho detto che non c'era nessun problema; però lo segnalo perché mi è sembrato un atto di gentilezza e premura che ho apprezzato molto. Torno alla valutazione, Ambra mi ha scritto ieri inviandomi, dunque, la valutazione del romanzo. La valutazione è molto articolata e dettagliata in ogni punto. A seguito di una sinossi - che apprezzo dal punto di vista tecnico anche perché non sono bravo con le sinossi (quindi me la tengo "a esempio") - del romanzo, ha parlato dei punti di forza dello stesso e dei punti deboli. Ha argomentato molto i punti deboli fornendomi almeno tre esempi presi dal testo per illustrarli nel dettaglio. Tra l'altro ha analizzato parecchie cose che non avrei mai notato soffermandosi su questioni che meritavano una maggior attenzione (da parte del sottoscritto ). Mi ricollego dunque alla frase che ho citato poiché non ha analizzato solo la storia in generale e il filo narrativo dei singoli eventi, ma anche le trame parallele, le sfumature e i dettagli dandomi molte annotazioni utili. Posso dire semplicemente fantastica. Grazie ancora!
  9. 8 punti
    Questa discussione la leggerei volentieri, @Aporema Edizioni: non è che si può avere il link? Per quanto riguarda il resto, purtroppo, temo che alcuni di noi ("temo", nel senso di "non sono sicura che sia così" e "molti di noi" nel senso di "è quello che rischio di essere io e che litigo con me stessa per non essere") siano lettori attenti e in cerca di qualità e scrittori disposti a vendere l'anima per essere pubblicati. Cerco di ragionare da lettore anche quando scrivo, ma non è facile - non è facile per nulla. Quindi evviva il WD dove i lettori possono dire alle piccole CE cosa cercano, le piccole CE possono dire agli aspiranti scrittori cosa non cercano e tutti possiamo cercare di fare del nostro meglio.
  10. 8 punti
    I piccoli editori sono ignoranti (?) Provo a rispondere come lettrice. Sì, molti piccoli editori ignorano come fare una copertina accattivante, come presentare un libro ben impaginato, come scrivere una quarta di copertina che stimoli l’acquisto del libro. Molti piccoli editori pubblicano libri pieni di refusi, con errori sintattici imbarazzanti, con trame inconsistenti. Non sempre i libri delle grosse CE valgono il prezzo di copertina, ma la qualità del prodotto libro di norma è buona; purtroppo non posso dire altrettanto dei libri pubblicati da piccole CE. Dopo diverse delusioni, valuto molto attentamente prima di acquistare il libro di un esordiente edito da una piccola CE che non conosco perché, in qualità di consumatrice, cercherò sempre di acquistare il prodotto migliore al prezzo più basso Provo adesso a rispondere in base alle mie conoscenze in ambito economico (basiche) e alla mia esperienza del mondo imprenditoriale in generale (ampia). La regola aurea del mondo imprenditoriale è che gli imprenditori improvvisati non hanno futuro: non si apre un ristorante senza un buon cuoco, non si avvia un calzaturificio senza sapere come si confeziona una scarpa, non si costruisce un ponte senza un progetto. Continuo con l’esempio del ristorante perché trovo che scrittura ed editoria abbiano molti aspetti in comune con la ristorazione. Il nostro ipotetico imprenditore dovrà decidere quale tipo di ristorante vuole aprire. Elegante e raffinato? Casalingo? A tema? Self service? Fast food? Slow food? Periferia o centro città? Un locale grande o uno piccolo? Meglio aprire in zona turistica/commerciale o in zona uffici? Quanto e quale personale assumere (in un fast food non serve il sommelier ma in un ristorante raffinato forse si ). Quale arredamento scegliere (niente bicchieri di cristallo se apri un self service). Ma prima di tutto e soprattutto dovrà fare attentamente i conti per capire di quanto capitale ha bisogno per cominciare e se il ristorante potrà produrre reddito sufficiente per remunerare il capitale di rischio e l’imprenditore stesso Il nostro imprenditore dovrà perciò investire del capitale nella propria impresa (ebbene sì, sono pochissime le imprese che si possono avviare senza investimento di capitali): se non lo ha, dovrà trovarsi un socio che lo abbia e sia disposto a investirlo e, se ancora non basta, dovrà andare in banca a chiedere un prestito. Se il nostro imprenditore non sarà in grado di illustrare il proprio progetto di impresa con i dettagli che ho elencato qui sopra, molto difficilmente otterrà un finanziamento perché avrà dimostrato di non sapere cosa sta facendo, di non avere professionalità e quindi di non essere affidabile Dirò di più. Se il nostro aspirante imprenditore ha una laurea in filosofia, ha lavorato presso uno studio dentistico, non sa fare due uova sode, è vegano e vuole aprire un ristorante in cui si serve solo carne alla brace forse, malgrado metta tutto il suo impegno nell’impresa, avrà meno probabilità di riuscire di un cuoco che ha lavorato presso rinomati ristoranti ed ha costituito una società con il fratello commercialista e la sorella con laurea in marketing che lavora presso uno grosso studio pubblicitario. Va bene, ho scomodato monsieur La Palice.. ma una conoscenza di prima mano del mercato e del tipo di attività che si vuole avviare è essenziale per avere successo (sì, esistone le eccezioni ma sono, appunto, eccezioni). Insomma, se non mi posso permettere lo studio dell’esperto di marketing andrò a mangiare nei ristoranti di carne miei diretti concorrenti, se non sono vegana... Il bell’intervento di @swetty mi ha chiarito perché a volte sento la necessità di cambiare tipo carattere e interlinea negli e-book che acquisto ed è una prova di quanta “ignoranza” delle regole editoriali ci sia in giro Un geometra con la passione per la scrittura che non legge mai e lavora come impiegato per uno studio di progettazione può provare ad aprire una CE ma avrà davanti a sè una strada tutta in salita perché non sa, come non lo sapevo io fino a oggi, che ci deve essere una correlazione fra lunghezza della riga e interlinea nè conosce le altre norme tipografiche; inoltre non ha nessuna esperienza imprenditoriale e non è un lettore perciò non saprà mai valutare il libro che ha stampato. In breve, il nostro geometra non ha sufficiente professionalità per fondare una CE. E dubito gli sarà sufficiente un corso di qualche giorno per impadronirsi di tutte le nozioni necessarie. In alternativa potrà assumere persone che sanno come funziona una CE, ma non saprà valutare la loro professionalità con il rischio di pagare degli incompetenti. E veniamo al capitolo pagamenti. Se non ha o non vuole investire del denaro nella propria impresa dovrà cercare qualcuno che lo faccia ma chi di noi sarebbe disponibile a investire dei soldi con queste premesse? A mio avviso spesso le piccole CE hanno tanta buona volonà ma mancano di professionalità, ignorano cioè i fondamenti del loro lavoro. Per restare sul mercato è necessario proporre un prodotto almeno analogo come qualità e prezzo a quello dei principali competitor: chi non ne è in grado uscirà dal mercato. Sarò brutale: la coperta è corta ma la passione è tanta contano zero, se non sono soddisfatti i requisiti minimi per restare sul mercato. Due parole sulla promozione. Il marketing è determinante per le vendite ma se una big può permettersi di vendere un libro mediocre grazie alla pubblicità, sapendo che la gente continuerà ad acquistare i suoi libri perché si tratta di un brand affermato, altrettanto non potrà fare una piccola CE perché deve ancora costruire il proprio brand. L’invito a curare il prodotto libro sotto tutti gli aspetti non è quindi dettato solo da una visione poetica e fuori dalla realtà del mestiere di editore ma da precise regole di mercato. Anche l’invito a trovare nuove strade e a pubblicare cose che le big non pubblicano non è una fantasia che si scontra con la ricerca del pareggio di bilancio. Se fai come tutti gli altri, se va bene, avrai il risultato che hanno tutti gli altri (è una citazione di non ricordo chi, perdonatemi): l’editoria si barcamena alla meno peggio perciò chi voglia cercare di fare utile, acquisire quote di mercato e/o ampliare l’asfittico mercato dei lettori italiani dovrà inventarsi qualcosa di diverso. Forse una piccola CE non ha i mezzi per pubblicare il tipo di libro che ha descritto l’autore dell’articolo ma, questo è certo, se vuole emergere dalla marea di piccole CE che sopravvivono a stento nel panorama editoriale italiano dovrà cercare altre strade. E solo una piccola ne ha la convenienza economica perché non ha i mezzi per contrastare le big sul loro stesso piano. Non è utopia, è economia
  11. 8 punti
    @Alexmusic ti rispondo cercando di intavolare un dibattito proficuo per tutti. Lo precisi ogni volta, Alex Sono contrario alla scelta (se la tua CE si becca qualche freccia rossa non muore nessuno), ma rimarcarla ogni volta non è il massimo; rispondi a tuo nome e bon Invece di bollarlo come ignorante e imbecille (io stesso ho riportato il suo titolo sottolineando la natura provocatoria della questione; e io stesso ho rimarcato quanto in alcuni passaggi egli sia superficiale e fin troppo aggressivo: ripagarlo con la stessa medaglia non mi sembra la tattica giusta...), cerchiamo di capire perché ha detto tutto questo, a dispetto della sua "ignoranza" (non conoscendo il signore in questione, non posso metterci la mano sul fuoco né che ne sappia tanto, né poco: sappiamo solo che è direttore di una piccola CE). Pur sinceramente apprezzando la spiegazione tecnica relativamente alla carta (che personalmente ignoravo), vorrei soffermarmi su questa domanda che è l'essenza del problema. Te la ribalto. Quanti piccoli editori stampano subito 500 copie credendo fermamente nell'autore e promuovendolo come si deve? Tu però hai usato tre punti interrogativi Con l'arringa finale (che io sposo, lo sai bene: ho anche scritto un articolo su quanto sia difficile essere un editore, oggi... ricordi?) hai praticamente confermato quanto dice lui nell'articolo. "...ma forse una scuola dove si parli poco di numeri e tanto di inchiostro, carta, formati, impaginazione, alta leggibilità, ci vorrebbe." I numeri li conosciamo; almeno chi bazzica il WD dovrebbe essere informato su queste cose, ci sono rimandi ovunque. Sappiamo che è difficile ed è una grande verità, sono d'accordo con te. Allo stesso modo, la verità che questo signore in modo aggressivo (come hai fatto anche tu, d'altronde) mette sul piatto è però una verità che corre in parallelo alla tua. Non si annullano a vicenda. Vuoi forse negare che esistano piccole CE che pubblicano solo ciofeche? Vuoi dire questo? Suvvia! Vuoi forse dire, mostrando tutta l'onestà intellettuale di cui sei capace, che la tua CE ha pubblicato sempre e comunque libri di alto valore, con impaginazioni perfette, copertine accattivanti e professionali e contenuti di alto livello (stilistico o di originalità di trama)? O forse forse anche tu ti sei piegato alle esigenze di mercato? Ti ricordo che all'apertura della CE mostravi disprezzo per le pubblicazioni digitali; adesso pubblicate ebook (io sono felice che abbiate cambiato idea). Solo un esempio. Un po' di autocritica sarebbe auspicabile, invece di alzare subito gli scudi e urlare improperi al nemico. O no? Qui non stiamo dicendo (almeno io, l'autore dell'articolo non so e non mi interessa) che tutti i piccoli editori sono poco professionali (o pressappochisti, o altri aggettivi simili). Mi cito da solo: Quanti ce ne sono di questi fari? Te lo dico io: pochi. Ci sono, ma pochi. Sono pochi gli aspiranti con vero talento, con quel qualcosa in più che potrebbe farli arrivare lontano; altrettanto pochi sono gli Editori col talento e la voglia e le risorse economiche necessarie per far bene. Lamentiamoci pure dei numeri e del sistema malato, benissimo, lo faccio anch'io. Ma lamentiamoci anche di tutto quelli che il sistema lo accettano e non fanno niente per cambiarlo, o anzi lo alimentano (vedi il costo di lettura delle agenzie, un'onta ovunque in europa tranne che in Italia; vedi i mancati anticipi agli autori, una chimera in Italia e una normalità altrove; vedi la mancanza di palle per fare impresa - sì, ho detto palle, pardon - e investire i propri soldi su un autore). Questa è verità tanto quanto la tua.
  12. 7 punti
    @JPK Dike Non si arriverà mai a un punto d'incontro e quindi evito di continuare sulla questione "filosofica" dello scrivere, tanto sono ben chiare entrambe le posizioni (rigidità di attuazione tecnica VS consapevolezza della tecnica e di quando usarla o farla a pezzettini). Torno però sul tema per cui spesso dici che l'autore può farsi da solo l'editing. Tutto quello che hai appena descritto è quello che un autore dovrebbe fare durante la stesura e dopo (costruzione della storia, uso di tecniche ben precise come l'anticipazione, cliffhanger e così via; miglioramento dei passaggi tra paragrafi, eccetera). Benissimo. Ma cosa c'entra tutto questo con l'occhio esterno di un Editor? Niente, sono due cose diverse. Tu non potrai mai avere l'occhio esterno sul tuo testo, è fisicamente e concettualmente impossibile. Ed è per questo che l'editing (chiamiamolo line editing, così sei contento) sarà sempre necessario anche agli autori più navigati ed esperti. Senza alcuna esclusione. Poi si può avere la libertà di dire "io preferisco non farlo". Ma dire che non è necessario oppure che un autore può farselo da solo, implica una vera e propria ignoranza di fondo rispetto ai meccanismi della scrittura creativa.
  13. 7 punti
    Qui di seguito una risposta di Lorenzo Fazio (Chiarelettere) al post di Rosario Esposito La Rossa (Marotta & Cafiero): https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/01/26/editoria-e-vero-ce-un-problema-di-cura-dei-libri-ma-cosi-rischiamo-di-perderci/4921579/ Il post di Rosario Esposito La Rossa dal titolo I piccoli editori sono ignoranti contiene una dura critica alla piccola editoria accusata di essere lamentosa e approssimativa, ma chiama in causa tutti gli editori e un certo modo di pubblicare i libri: sempre meno curato anche nella impaginazione, nella grafica, non solo nella selezione dei contenuti. Ha ragione: a prevalere è l’urgenza di arrivare in libreria, pur sapendo che la partita sarà durissima perché sempre meno persone considerano il libro un oggetto necessarioe sempre più potenziali acquirenti preferiscono andare sulla rete e lì viaggiare tra mille sollecitazioni oppure seguire serie tv anche sofisticate e ben fatte, quindi in sintonia con i gusti e le attese di un lettore forte e ben attrezzato. L’unico modo che noi editori abbiamo per contrastare la perdita di lettori è la qualità, qualità dei contenuti e della confezione, dell’oggetto libro, in quanto unico, da secoli uguale a se stesso. Le cose da dire importanti sono ancora oggi depositate nei libri, mentre in rete e sui social tutto è volatile, superabile, provvisorio, come se le parole prendessero un’altra velocità e non fossero le stesse di quelle della carta stampata. “Ho scritto un libro” è ancora diverso da dire “ho scritto un post”. Un libro, su carta o digitale non importa, è costruito grazie a una combinazione di parole che presuppone un disegno, un’impalcatura logica capace di reggere per molte pagine. E che, come sottolinea Esposito, si appoggia a regole formali e stilistiche che vengono da molto lontano, e che sono sempre le stesse. Il libro rappresenta l’ordine della mente, è innanzitutto un atto formale che risponde a un impianto di norme codificate. Tutto il mondo sta lì dentro, in una gabbia con una giustezza definita, una spaziatura regolata, un’interlinea, un’altezza pagina… Se vogliamo, autore ed editore insieme ogni volta che pubblicano un libro pensano di mettere ordine nel disordine del mondo e lo fanno spinti da una vena di temerarietà e presunzione, come se fosse un atto stravagante, quasi una magia e ogni autore avesse la formula segreta per raccontare in quel modo, cioè in quel numero di righe, in quelle pagine, con quelle parole, il senso o il non senso del mondo. Fino ad oggi il libro apparteneva al nostro immaginario, oggetto tra gli altri oggetti, seppure particolare, ora la rivoluzione digitale ne ha rivelato tutta la sua intrinseca originalità, fino a farne un oggetto a parte, in più. Se le cose stanno così, se trascuriamo la “bellezza” del libro cominciando a togliere dall’impalcatura quegli elementi che ne fanno un unicum, è possibile che esso diventerà sempre più uguale ad altri contenitori di parole, con il rischio, non calcolato, che ci perderemo in un mare disordinato di parole (i 140 caratteri di Twitter non bastano a regolare il pensiero, se mai lo disarticolano). La nostra storia e la nostra identità si appoggiano sui libri, sono lo specchio di noi stessi, di quello che siamo, senza di loro, senza quella misura, quell’ordine, siamo niente.
  14. 7 punti
    @TuSìCheVale Ho editato il tuo messaggio perché anche se è un link a terzi (non al tuo blog, insomma) e quindi non spam, io sono direttamente coinvolto nella discussione e a qualcuno potrebbe dar fastidio, o peggio pensare che quando conviene allo Staff i link si tengano in chiaro. Per questo preferisco toglierlo (chi vuole comunque cercare l'articolo, basta vada al sito indicato nella mia firma, come da regolamento, e cercare "editing"). Fatta questa premessa, sinceramente non capisco come sia possibile che ogni volta che interviene @JPK Dike si finisca a parlare di editing, oltretutto con le sue idee strampalate ed estremamente confuse. I termini inglesi con cui gli piace affrontare questi argomenti (esistono in italiano, mio caro JPK; e se non esistono traducili) delimitano l'editing in compartimenti stagni, un po' come funziona per l'italiano "editing strutturale", "editing contenutistico", "editing stilistico"; e ancora altre categorie come "editing leggero", "pesante" oppure di "editing di stacippa" (scusate, non mi sono riuscito a trattenere ). Chi fa queste distinzioni prendendole per categoriche e/o oro colato, non è del mestiere oppure è un professionista o agenzia che per motivi economici e di tempo deve fare distinzioni che nella pratica hanno poi poco senso. Siamo estremamente Off topic, e per questo preferisco chiudere in questa sede questo discorso: a breve posterò nella discussione L'Editing è davvero utile? approfondimenti più corposi, così da giustificare il mio pensiero, riportando al contempo quanto detto qui. Vi prego di non rispondere in questa discussione a questo messaggio riguardo l'Editing, che siamo Off-topic (prometto di riportarlo di là: datemi un po' di tempo). Tonando invece al discorso principale, non stiamo parlando degli autori ma delle CE; non si sta parlando di sola impaginazione o copertine o estetica, ma anche di quello. Ovviamente un libro ha bisogno di contenuti per essere un buon libro, ma anche l'occhio vuole la sua parte (banale, ma verissimo). Inoltre una buona impaginazione rende più agevole la lettura proprio nella pratica, e questo aspetto non va assolutamente sottovalutato. Questo è lo spirito giusto: rispondere, magari a freddo, tenendo un'attimino da parte lo stomaco e facendo una riflessione generale sullo stato della piccole editoria odierna. Ti aspetto
  15. 7 punti
    Sono ovviamente contento della classifica provvisoria che mi manda alle selezioni regionali :-) Grazie a tutti, sia a agli eduentusiasti che agli educritici. Fa parte del gioco che ogni volta qualcosa nella classifica ci deluda, che un racconto che ci è piaciuto ma che dobbiamo escludere dalla terna finisca nei bassifondi, ma stavolta ci tenevo a dire ad @AnnaL. che quello 0 voti ha del clamoroso e mi ha fatto sentire in colpa. Capita e fa parte del gioco. A mio avviso non deve demoralizzarti. Sulla trama del brano avevo una riserva che ti ho espresso e che alla fine lo ha fatto scendere dal mio podio personale per un pelo. Però ci sono parti, tipo l'incipit, che secondo me sono scritte talmente bene da testimoniare una cosa importante, che va al di là della costruzione del singolo racconto: una bella scrittura, limpida e capace di trasmettere colori e sapori. Quella, al di là della gara, non te la toglie nessuno!
  16. 7 punti
    Se fai una cosa per hobby non è per professione, per definizione. E non si può fare editoria solo perché ci piace. Anche perché se mi metto a fare giardinaggio per hobby, se arriva un professionista a dirmi che il mio giardino fa schifo per questo e quello poi non posso prendermela. Posso rispondere "a me piace così" (cito l'articolo) perché è un hobby. Forse stai confondendo l'hobby con la passione, che peraltro io ho citato (in favore della questione, e non contro). L'hobby è un passatempo, la passione è ben altro. Vero, sono d'accordo. Ma per una volta tanto non spariamo sulla Croce Rossa e cioè sugli aspiranti che non sanno mettere in fila una frase di senso compiuto. Una volta tanto parliamo dell'editoria "facilona", per usare le parole di @AdStr, dell'editoria malaticcia, viscida, quella che non fa bene a nessuno: non vive solo ai vertici, dai "potenti Big senza cuore", come piace dire a tanti. C'è tanto fango anche in basso...
  17. 7 punti
    Sono concorde a non fare di tutta un'erba un fascio, ci sono piccole case editrici di grande qualità, che perseguono la propria strada e i propri obiettivi e non per una questione di gusto, non per un "a me piace così", ma per un accurato studio iniziale; si nota bene quando c'è una progettazione attenta alle spalle e un'evoluzione costante nel tempo, che tende a puntare sulla qualità e non sui numeri. Ci sono anche, è inutile negarlo, gli editori improvvisati, o quelli che da autori credono di sapere come funziona una casa editrice e compiono il salto dall'altro lato della barricata, molte volte finendo pure per dimenticarsi di essere stati "semplici" autori (e magari anche bistrattati). Ecco, in diverse (... e ripeto, non vuol dire tutte per fortuna) piccole case editrici si nota poca attenzione allo scrittore; non che nelle big vi sia, anche in tal caso vi è spesso una discriminazione tra il personaggio noto e il "semplice" autore e il più delle volte la differenza di trattamento è dettata dall'investimento iniziale, al quale sarà poi commisurato l'impegno (economico e di energie) nella promozione. Fatte salve le dovute eccezioni, quindi, credo anch'io che vi sia, non ignoranza, né sempre approssimazione, ma forse poca sensibilità e scarsa voglia di differenziarsi sì.
  18. 7 punti
    Come avevo anticipato, mi sono avvalso del servizio di Chiara Beretta Mazzotta e ho ricevuto la scheda. Sono davvero contento, ben fatta, incisiva, mette in chiaro le cose che funzionano e quelle che non vanno. Mi è arrivata perfettamente nei tempi preannunciati. Il romanzo non è pronto, avevo dei dubbi e mi sono stati confermati, ma non avevo la lucidità per capire quali fossero i punti deboli e non ci sarei mai arrivato. Siamo stati al telefono un'oretta, durante la quale ha svisceratoogni aspetto del mio testo. La scheda è puntuale, precisa, di una decina di pagine dense di consigli. Lei ha letto con grandissima attenzione il romanzo, qualcuno si domandava se fosse lei a farlo direttamente e mi sento di dire assolutamente di sì: lo conoscevaperfettamente e ha risposto ad ogni mia domanda. Adesso la palla spetta a me, devo essere io in grado di correggere il tiro e lei si è dichiarata disponibilissima ad aiutarmi per capire se riesco a prendere la direzione giusta. Sento che questo possa essere un momento di riflessioni e di crescita, al di là di quello che farò col mio romanzo. Ma col mio romanzo farò cose belle :-) Consiglio vivamente di avvalersi dei servizi della signora Beretta Mazzotta.
  19. 7 punti
    Ciao a tutti, o gentili partecipanti di questo bel MI... volevo solo dirvi che ho letto tutti i racconti (e li sto rileggendo con calma)... Ma, per quanto le dita fremano sulla tastiera, ho deciso per mia scelta di non commentarvi almeno finché non avrete votato (sia perché non ho molto tempo a disposizione in questi giorni, sia perché vorrei commentarvi in vesti meno ufficiali... ). Ho però trovato tutti i racconti belli... chi per un motivo, chi per un altro... mi siete piaciuti perché avete dato ampio sfogo all'immaginazione. Bravi tutti, a prescindere da quali saranno poi i podi...
  20. 7 punti
    Eccoci qui. I racconti rispettano tutti i lmiiti di caratteri, e, pur con qualche perplessità, abbiamo deciso che anche le tracce sono state rispettate. Quindi: I racconti sono tutti ammessi. Abbiamo dovuto comminare una penalità al racconto di @Adelaide J. Pellitteri per una serie di inadempienze alcune delle quali ho potuto aggiustare anche se non tutte. Vi ricordo che avete tempo fino a giovedì a mezzanotte per esprimere i vostri tre voti e dovrete farlo qui Buona lettura e buona votazione a tutti
  21. 7 punti
    Oggi sono stato al salone della cultura di Milano. Lo stand della casa editrice in questione è stato molto attivo con molti dei loro scrittori che hanno dispensato consigli e recensioni sui loro libri. Inoltre la casa editrice ha curato le presentazioni delle loro nuove proposte. Mi sono piaciuti. Alla prossima. Edison
  22. 7 punti
    Curiosità e dati a caso (manco troppo certi): Con ben 28 vocaboli, @Vincenzo Iennaco è l’utente più presente in questo primo volume dell’Autentico Vocabolario Fantastico. @massimopud è invece l’utente più ingombrante. Sfogliando rapidamente il volume non sarà difficile notare i suoi “triennio” e “piramide di Cheope”. La A è la lettera più rappresentata: 14 vocaboli. La U è invece la lettera meno rappresentata: 3 vocaboli. 27 dei vocaboli contenuti nel volume cominciano per J, K, W, X o Y: le lettere più temute da chi partecipa al gioco del Vocabolario Fantastico. Ci sono solo 3 definizioni scritte da @Niko, il cui nome viene però citato ben (o ban) 4 volte dagli altri utenti. @Niko è l’utente più citato nei vocaboli e nelle definizioni del volume. I vocaboli “d i s p e r s i o n e” di @Vincenzo Iennaco e “Ymbuto” di @queffe sono gli unici a non avere una definizione. I vocaboli “Acchiappare” e “Aeronatica” vengono uno di seguito all’altro, sono entrambi di @luca c. ed entrambi hanno a che fare con il culo.
  23. 6 punti
    Ok, @JPK Dike, lo ripeto: la tua esterofilia è imbarazzante. Non sono gli editori a essere ignoranti (ammesso e tutt'altro che concesso che sia così!), ma la colpa sarebbe degli scrittori italiani non abbastanza anglofili... Nella realtà, il mercato è saturo: troppi scrittori e pochi lettori. Agli editori arrivano un mare di fetecchie e pochi manoscritti di esordienti di talento. E, per creare un successo editoriale, servono case editrici con le palanche!
  24. 6 punti
    Pur essendo editore, intervengo qui a titolo personale, per non esporre la piccola casa editrice di cui faccio parte al solito martirio di San Sebastiano di freccette rosse, scoccate quasi sempre, temo, da autori ai quali abbiamo rifiutato la pubblicazione. Ci tengo pertanto a precisare, fin dall'inizio, che mi assumo da solo e in toto la piena responsabilità di quanto scrivo. Io credo che qui il vero ignorante sia l'autore dell'articolo citato da @Niko... Ignorante nel senso che ignora (come direbbe Giovanni, del trio Aldo, Giovanni e Giacomo), ma anche imbecille nel senso che imbelle (come gli risponderebbe Aldo, sempre membro del suddetto trio). Cito, a titolo di esempio, una delle tante inesattezze, ma mi verrebbe da dire scemenze, presenti nell'articolo: Falso. La carta, a prescindere dalla grammatura, a volte diventa ondulata, perché nella stampa in digitale viene sottoposta a temperature molto più alte, rispetto alla stampa in offset. "Perché allora non stampare direttamente in offset?" , chiederete voi. Semplice, perché, affinché la stampa in offset diventi conveniente, bisogna tirare subito almeno 500 copie. E in questo caso la domanda la poniamo noi a voi: quanti autori esordienti conoscete che hanno raggiunto tale risultato di vendita sul cartaceo? Oltretutto la temuta ondulazione si presenta solo in determinate condizioni di forte umidità ed è quasi sempre un difetto temporaneo. Anche tipografie molto prestigiose, a livello europeo non solo italiano, che abbiamo avuto modo di testare e che utilizzano macchinari costosissimi e all'avanguardia, non riescono a eliminare del tutto questo problema. Bibliodiversità??? Ma mi volete dire quale cristiano, musulmano, buddista, ateo o agnostico si esprime in codesta maniera? Belle parole, comunque, davvero belle parole! E con che soldi i piccoli editori dovrebbero "tutelare, osare e annientare" le grandi case editrici? Di certo non con quelli derivanti dalle vendite dei propri libri, visto che, avendo "osato" molto nella forma, e avendo speso più del doppio della concorrenza per stampare in modo sublime, partiranno già con un enorme svantaggio economico. In compenso però, avendo "osato" molto anche per quanto riguarda i contenuti, di sicuro avranno allargato a dismisura la nicchia di pubblico disposta comprare le loro opere! Un intervento che invece di "sublimare", rimane piantato coi piedi per terra è quello di @delon : Dobbiamo però, dati alla mano, documentabili e a disposizione di tutti, correggerlo per quanto riguarda le cifre. Il circuito di distribuzione Fastbook, facente capo a Messaggerie, assorbe il 55% del prezzo di copertina. Il circuito Amazon, invece, assorbe il 51% del prezzo di copertina, solo che mentre il primo accetta spedizioni anche tramite il piego di libri, il secondo pretende che anche un singolo volume gli sia inviato tramite corriere espresso. Orbene, con il restante 45% l'editore dovrebbe pagare i costi di tipografia, la spedizione, i sacrosanti diritti d'autore, l'editing, la correzione di bozze,la grafica di copertina, l'impaginazione, l'eventuale promozione, incluse presentazioni e partecipazioni a fiere e rassegne, senza contare gli abnormi costi di gestione contabile e finanziaria che qualsiasi impresa italica deve affrontare... ma soprattutto un bel paio di scarponi anti infortunio, di quelli con la punta rinforzata al titanio, con i quali prendere a calci nel sedere gli insensati autori di articoli che, più che utopici, risultano offensivi nei confronti di chi nel mondo editoriale profonde ogni giorno sudore ed energie, sapendo che per realizzare i sogni, più che parlare e scrivere a vanvera, è necessario impegnarsi e lavorare duramente.
  25. 6 punti
    Umiliante: ante per guardaroba modesti. KGUCJROXEZPBDQALIHVTMWFNSY
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