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Contenuti popolari

Sono mostrati i contenuti con più punti reputazione dal 23/09/2020 in tutte le aree

  1. 12 punti
    Buongiorno a tutti, sognatori e non Ogni giorno, lavorando al di fuori del WD, io (e non solo io, beninteso: tutti i freelance o aziende che lavorano in questo campo sono nella stessa situazione) ricevo tutta una tutta una serie di domande sull'editoria, principalmente italiana. Alcune semplici, altre complicate e a cui si può rispondere solo in modo altrettanto argomentato. A molte ho cercato di rispondere inserendo anche ampie discussioni qui nel forum (basta dare un'occhiata alla guida o alle altre discussioni inserite da me o altri Staffer). Questa piattaforma infatti è un esempio calzante: gli Staffer ricevono un sacco di domande sia in pubblico che in privato, eppure qui si respira già l'aria di una nicchia ben informata. Più o meno. Ma qui fuori c'è tantissima gente che non bazzica il WD e che non conosce molte delle cose che qui ormai sono ovvie. E poi ci sono molti altri aspetti dell'Editoria che anche qui dentro non vengono trattati tanto, o comunque mai in modo approfondito e con cognizione di causa. Da qui la domanda del sondaggio: secondo voi, quali sono i punti più oscuri dell'editoria italiana? Pensate a voi stessi e alle vostre informazioni accumulate negli anni, certo, ma anche mettendovi nei panni di un aspirante, come ne arrivano tanti anche qui sul WD ogni giorno. Cosa vi piacerebbe conoscere, approfondire o chiarire, e perché? La risposta è multipla, quindi inserite tutti i punti che vi sembrano interessanti. Io ho inserito poco più di una decina di opzioni, quelle che mi sono venute in mente (alcune sono banali, altre meno). Se ne doveste trovare altre, sparate pure!
  2. 10 punti
    Ho passato un periodo molto brutto, chi conosce la depressione sa di cosa parlo, sono stati mesi difficili. Ora provo a rialzarmi, e difficile, ma questa volta la mia sfida e quella di non lasciarmi abbattere, e continuare a marciare controvento.
  3. 9 punti
    Credo che tu ti stia confondendo. L’autoedizione (come chiamata in italiano) prevede semplicemente che tutte le spese per realizzare l’edizione del libro siano sostenute dall’autore, che diventa imprenditore di se stesso e della propria opera. E se l’autore in questione vuole davvero essere competitivo sul mercato, allora deve affidarsi a dei professionisti del settore. L’autore, perciò, diventa editore di se stesso, e quando mai un editore svolge tutto il lavoro di progetto di un libro da solo? Un editore che voglia produrre un prodotto vendibile e competitivo si avvale di una equipe, che nel caso dell’editoria tradizionale è per lo più formata da dipendenti o collaboratori fissi: editor, progettista (o progettisti, dipende) grafico, ufficio stampa. Nel self-publishing la cosa è uguale. Fare davvero tutto da soli è pressoché impossibile, a meno di non voler presentare al pubblico un prodotto con lacune o proprio scadente: editing (al proprio libro? Pressoché impossibile farlo bene, semplicemente perché lo si è scritto e un occhio esterno occorre sempre; al massimo si può riuscire a fare una correzione di bozze, ma anche qui non è detto); progettazione grafica (di solito se ne occupa il graphic designer, oggigiorno, ossia quella figura che per essere così chiamata deve avere almeno la laurea triennale in materia, e aggiungo che anche qui è meglio affidarsi a un esterno, perché l’analisi del testo volta alla sintesi grafica è preferibile che la faccia qualcun altro: da sé non si è obiettivi a sufficienza, pur mettendosi nelle condizioni di essere il più obiettivi possibile); ufficio stampa (anche questa è una professione, quante lauree o quanti corsi professionalizzanti dovrebbe avere a suo carico l’autore?). In sostanza, il vero self-publishing, quello fatto con tutti i crismi, quello che porta sul mercato un prodotto di qualità almeno pari a quello delle case editrici che lavorano bene, è quello descritto da @Andrea D'Angelo. Non esiste che una persona possa fare tutto da sé. Può farlo, ma da qualche parte è ovvio che andrà a toppare. Perché l’obiettivo è quello di raggiungere il pubblico, vendere, farsi leggere e creare una sorta di fidelizzazione del pubblico. Questo lo si ottiene solo investendo soldi, tempo e fatica, e immettendo sul mercato un prodotto professionale. E perché un prodotto sia professionale, allora servono i dovuti professionisti (qualificati) per ogni fase. Poi, che un autore non voglia investire soldi, tempo e fatica per il self-publishing è un altro discorso. Nessuno obbliga nessuno a fare self fatto bene, così come nessuno obbliga a fare self. È una questione di scelte, ma è importante essere consapevoli di quali scelte si fanno.
  4. 9 punti
    Domani sarà un bellissimo giorno, perché ricomincia il contest Lampi di Poesia. Mmm... mi viene sempre il dubbio che non tutti gli amici del forum che hanno partecipato le scorse volte sappiano dell'appuntamento. Lancio quindi qualche tag sparpagliato, perché le sorprese di Anglares sono sempre elettrizzanti (per forza: sono lampi) e se siamo tutti insieme è più bello. @Vincenzo Iennaco, torni per il contest? Ci manchi, come @Intes MK-69. @novemai, @Exairesi, @AzarRudif,@Stefano Verrengia, @LorenzoG, @Lmtb99, @edotarg, @Mario74, @Solitèr, @Francesca_N, @julia1983. E gli amici più recenti @Lollowski, @Gianfranco P, @Galvan, @@Monica, @Gatto Dall'alito Di Pesce. E poi @Eudes, e @Thea, e @(Nene) (Irene, sei tu, lo so ), e @Roberto Ballardini, e @millika. E i vincitori del bel contest extralarge @Alberto Tosciri e @Edu! Riprovo anche a disturbare @queffe e @massimopud: non si sa mai. @Emy, @Poeta Zaza, @Talia, voi già sapete tutto: a domani! @Sira, ho dimenticato qualcuno? Che ne dici di convincere @Marcello? Un abbraccio a tuttituttituttitutti, non mancate.
  5. 9 punti
    Un saluto a tutti, riapriamo la discussione su Dark Zone, che rimane in free. Grazie alla gentile collaborazione della stessa editrice @Francesca Pace e a sue segnalazioni, abbiamo appurato che il concorso nasce con puro scopo di beneficenza, come affermato anche in questo filmato tratto dal loro sito. Buon proseguimento a tutti.
  6. 9 punti
    Finalmente ieri il mio romanzo è uscito La comunicazione con la CE è semplicissima e la distribuzione sembra essere ben funzionante, così come la pubblicità. Vedremo ora come funzionerà con le presentazioni e le scuole che hanno già ricevuto il materiale didattico che è stato preparato per accompagnare il libro.
  7. 7 punti
    Ho avuto la pessima idea di aprire una pagina autore -così dicono- su instagram. Mia intenzione è scrivere ogni tanto cose, cose sciocchine e con il prurito istantaneo come effetto collaterale. Se qualcuno volesse seguirmi, basta cercare 'sto nick: ilpersonaggione. La mia veste è di una scheletrina. Auguro una buona giornata a tutti, vi saluto Ps: io non mi seguirei
  8. 7 punti
    Ma con cinque testimonianze di richiesta acquisto copie, nel corso dell'ultimo anno... perché si trova in "free"?
  9. 7 punti
    @Wanderer Quindi tu pensi che un grande editore, i cosiddetti big o medi che sia, non ti richieda di fare pubblicità a te stesso e alle tue opere? Perdonami, ma è pia illusione, a meno che tu non diventi appunto un fenomeno dei nostri tempi come la Ferrante o che faccia così tanto successo da non avere bisogno di esporti in pubblico. Ci sono tante esperienze pure qui sul forum che testimoniano che per le più grandi un esordiente nuota in un mare pieno di pesci piccoli come lui e con parecchi più grossi che lo sovrastano. Per un esordiente, a meno che la big di turno non abbia intenzione di spingere all'inverosimile, si fa poco. O nulla. La maggior parte dell'impegno deve provenire dall'autore comunque, che sia Self (totale), piccola o grande CE. Anzi, ti dirò di più: una piccola realtà editoriale ha più interesse delle maggiori nello spingere un autore e, se la piccola CE in questione è seria e professionale, ti affiancherà in tutte le iniziative che hai, mentre la grande CE potrebbe, detta in parole chiare e semplici, anche sbattersene un po'. Mi dispiace distruggere le convinzioni di molti, ma è proprio così!
  10. 7 punti
    Quando l'autore non pubblica con una CE. Ciao @Wanderer, grazie per la riflessione. Sono un fan sfegatato della semplificazione. Non amo disquisire di sottigliezze, quando il tema è pratico. Quindi, mio punto di vista, la succitata è la risposta. Anzitutto è sbagliato dire che un autore è "self". Un autore è "indipendente" (indie). Già cambiando il termine si capisce qual è la differenza. Un indie pubblica grazie al self-publishing. Dire che non è indipendente perché – giustamente! – si appoggia ad altri professionisti equivale a dire che nessuno lo è se si usa Amazon, anziché montarsi il proprio negozio online indipendente. Se vuoi, questa è una delle grandi verità "nascoste" circa il self-publishing: da soli non si può. (Quasi) nessuno fa le cose da solo a questo mondo. Bisogna dimenticarsi di questa logica e crescere come entrepreneurs. Probabilmente tale logica, erronea, fa sì che il 99% di quelli che ci provano fallisce – cifra a caso. Il problema è la mentalità, non il denaro. Quando io, autore di belle speranze, decido di scrivere un romanzo Fantasy e di andare per i fatti miei ho due scelte di fronte: 1. Penso di fare l'autore come da tradizione. Io scrivo, gli altri leggono. 2. Penso che se soltanto scrivo, nessuno mi leggerà. Devo farmi conoscere e non andando in giro seminando odio e dissidio; sarebbe folle. Devo farmi conoscere per la persona che sono, per il valore aggiunto che porto – ognuno ha valore, altra cosa è saperlo donare in una qualche forma. Se nessuno mi conosce, pubblicare il mio romanzo col self-publishing è come sputare nell'oceano. Questa la logica di base, da cui deriva un discorso talmente ampio e con una tale quantità di conoscenze annesse che questo post non è il luogo adatto. Mi sto organizzando per parlarne sul mio sito, perché necessito di un discorso strutturato e ampio. Ma non è pronto, perché sono impegnato in altre cose – per l'appunto. Discorso soldi: se sono senza un quattrino, come faccio? Risposta: per gradi. Logica da editoria tradizionale: devo scrivere il miglior romanzo di cui sono capace (e già qui, quanti ne cadono lungo la strada), presentarmi in modo competente e martellare le CE. Prima o poi, se il testo è buono, una mi metterà sotto contratto. Fine del problema "essere senza un quattrino". Se ne occupano loro (EAP non è nulla, finiamola di considerarla parte del discorso, a meno che non ci piaccia gettare il nostro tempo alle ortiche). Logica de scrittore indipendente: mentre scrivo il mio romanzo trovo il modo di crearmi un seguito. Frattanto risparmio o, se non ne ho la possibilità, comincio a pensare a contenuti che aiutino gli altri – non forzatamente legati al romanzo che sto scrivendo, persino avulsi al mondo della scrittura, se le mie competenze sono altre. Ovvero, provo a creare quei risparmi. (I lettori vogliono qualcosa da te – si tratti anche solo d'intrattenimento – o non ti leggono: papale papale.) Quando mi chiedi (e si parla) di partita IVA, si parla di una decisione che saresti felice d'aver raggiunto. Come autore indipendente, prima di arrivare a una cifra che t'imponga di dichiarare e pagare le tasse ce ne vuole: c'è una montagna da scalare prima. Ma, certo, una volta che sei lì, una soluzione la devi trovare. E questo cambia di Paese in Paese. In Spagna è meglio che in Italia, credo; la soglia è più alta. Se invece hai già un lavoro, devi dichiarare le tue entrate aggiuntive. Se non vuoi pagare le tasse, sei un evasore. E se non ce la fai a sostenere una partita IVA, significa che non hai ancora scalato quella montagna. Sì? La soluzione scrivo e divento famoso perché mi pubblicherà una grande CE la lascio a chi è così temerario di scommettere sul caso, anziché sulle proprie capacità creative. Chiunque giudichi male gli indie e, quindi, il loro modo di pubblicare (self-publishing) – quando è fatto bene, intendo – lo fa per ignoranza. Non sa di cosa parla e, se lo sa, allora è disonesto intellettualmente – magari con sé stesso: si dice menzogne grandi come una casa. Un indie si fa un mazzo tanto. A cambio di che? Eh, be'… di una cosa che si chiama "libertà". Ma, dato che io sono un tipo pragmatico, oltreché idealista, la libertà come concetto non mi basta. Allora qual è il tornaconto? Così come la sto mettendo pare uno sforzo sovrumano (e non ho nemmeno elencato cosa bisogna studiare: la lista è lunga). Molti non hanno la forza di volontà e la disciplina di affrontare un simile percorso. Vero, e torniamo a quel 99% di cui sopra. Del resto, credere nei propri mezzi è fondamentale per riuscire in qualsiasi cosa, nella vita. Mentre la pigrizia e l'incuria sono due strategie meravigliose per riuscire a fallire. Parlando di pragmaticità, dopo che ti sei fatto un mazzo tanto, i vantaggi sono questi: 1. Hai la strada spianata per crescere in modo esponenziale. Nessuno ti impedisce, infatti, di pubblicare 4 romanzi all'anno. Non hai limiti, devi solo stare attento a non abbassare la qualità, perché la credibilità è tutto quello che hai. Puoi avere dei cali, ma devono rientrare nella "norma". 2. Non si tratta di una mera libertà creativa, ma di una totale libertà d'azione – è forse quello che ho maggiormente sofferto con le CE tradizionali: i tempi lenti ed esasperanti. Le imposizioni circa scelte che ritenevo errate e che, purtroppo, la maggior parte delle volte avevo avuto ragione (fatti alla mano). 3. Sei padrone della tua vita. Puoi scrivere ciò che ti pare, quando ti pare. Il limite è la tua visione. Nessuno ti vieta di pubblicare altri testi e non soltanto romanzi. Anche limitandoti ai romanzi, nessuno può importi una linea: puoi passare dal Fantasy allo storico al thriller, al romanzo breve, alla raccolta di racconti. Fai quello che ti pare e piace, perché i tuoi lettori seguono te, non il tuo romanzo. E, guarda un po', sai anche cosa piace loro. Nessuno ti vieta d'interrogare la base su una raccolta di racconti, per esempio: se l'idea piace, hai la strada spianata. Cosa voglio dire con questo punto? Che devi scalare una montagna, ma quando sei arrivato in cima, l'altro versante è in discesa – e la crescita può davvero essere esponenziale (casi reali alla mano e non pochi). 4. Il rapporto coi tuoi lettori è vero, non filtrato dalla nomea della CE, perché ti seguono da prima. Questo è il vero combustibile per la tua mente. 5. Cresci molto più rapidamente, perché il rapporto diretto coi lettori ti permette di ottenere riscontri diretti. 6. Sei pronto al domani – e su questo punto dovrei scrivere un trattato, ma lascio la questione sul vago, anche se è una delle più importanti. Il punto è: essere indie non significa mettersi lì a scrivere romanzi e basta – nessuno toglie che un giorno lo si possa fare, comunque; quello che è certo è che non può partire così. Se si vuole scrivere narrativa e basta, allora ci si rivolga all'editoria tradizionale. Buona fortuna! Personalmente preferisco studiare – che, insomma, è una bella cosa! A me piace crescere e non smettere mai di crescere – sapere molto di più e gestire la mia vita, anziché lasciarla in mano ad altri. Specie, punto che non andrebbe sottovalutato, quando quello che metti nelle mani altrui è spesso un sogno che ti coinvolge a livello emotivo. Attenzione, parlo sul serio – non vi ammorbo col mio passato, ma è pericoloso giocare con certi valori personali. La questione è: bisogna essere disposti a lavorare duro e a crescere in modo graduale. L'altra versione del self-publishing non è nulla. È avere in mano un bel po' di soldi e investire su te stesso, ma senza basi, ancora una volta appoggiandoti a competenze altrui alla cieca, senza garanzia che funzioni perché non sei nessuno. Devi ancora farti conoscere. In quel caso, capisco alla perfezione lo scetticismo. Non è così che si comporta un indie. Un autore indipendente studia, si prepara, scrive e sceglie con criterio il modo in cui crescere, dando prima di chiedere. Il percorso garantisce risultati, se c'è la stoffa. Se non c'è, be'… Qualsiasi altra logica è come vincere la lotteria. Il problema è togliersi di dosso l'idea che self-publishing significa soltanto scrivere e promuoversi, ovvero né più né meno rispetto a quanto si deve (o dovrebbe) fare con una CE. Non so se ho chiarito un po' il mio punto di vista, Wanderer. Spero di sì.
  11. 7 punti
    Faccio due premesse: forse sono l’unico in questa situazione e forse la soluzione che ho immaginato è la più grande fesseria che si sia mai sentita. Eppure, piuttosto che restarmene nel mio piccolo col dubbio, preferisco venir qui e scrivere quanto state per leggere. Mi è capitato, come immagino a molti colleghi internauti che si aggirano tra queste pagine, di pubblicare un libro un paio di anni fa. Presentazioni, copie vendute, qualche recensione, tutto nella norma. Poi, il tempo è passato e di libro ne è uscito un altro, al quale com’è ovvio sto dedicando i miei attuali sforzi. Intanto, però, nell’armadio giacciono melanconiche le ultime copie invendute del primo. Considerando che amici stretti e parenti sono già forniti e che lasciare quelle copie ammuffire là dentro tra giubbini e maglioni che non metto più mi indispone, ho pensato a questa semplicissima idiozia: se solo ci fosse in giro qualche baldo scrittore che si trovi come me con dei residuati bellici di libri che non sta spingendo più, potrebbe essere un’esperienza simpatica e oserei dire perfino costruttiva dare luogo a uno scambio di libri. Niente soldi, nessuna attenzione al prezzo di copertina o ad altre sciocchezze di questo genere: semplicemente una proposta di condivisione. L’unica spesa da sostenere potrebbe essere quella di qualche onesto “piego di libri”. E sinceramente lo pago ben volentieri se ciò potrà farmi leggere qualcosa di nuovo e farmi pensare che qualcuno, forse, se ne avrà voglia, magari, leggerà qualcosa di mio. In tutto ciò, ci saranno sicuramente molti punti a sfavore che ora non mi vengono in mente, ma in compenso i punti a favore non mi sembrano pochi. Insomma, questo è tutto. Sono curioso di sapere che cosa ne pensate.
  12. 7 punti
    Ma lo fanno, lo fanno. Lo fanno, ma i più non convertono. Eppure, bisogna ricordare che c'è anche un altro lato della medaglia: c'è chi sui social non muove un dito ma vende. C'è chi non si affanna in maniera tanto maldestra e disperata, eppure vende. Se c'è qualità, qualcosa succede pure se l'autrice/autore non si agita come un bagnante che affoga. Stavo per postare una lista di autrici/autori che a livello social neppure fiatano eppure vendono, ma poi mi sono detto che le liste non sono mai belle né eleganti da sciorinare. Vorrei aggiungere che un autore il nome se lo fa con la qualità dei propri scritti. Ergo, dovrebbe aspettare anni prima di pubblicare, e dovrebbe farlo solo quando è pronto. Altrimenti, appunto, poi ci si ritrova a promuovere e a spammare libri privi di qualità e di dignità e i tuoi contatti social sbuffano e ti evitano, di fatto silenziandoti. Meglio zappare la grassa terra.
  13. 6 punti
    Pure a me, a settembre 2017 (per curiosità sono andata a controllare), rifiutarono con risposta standard, senza alcun incoraggiamento o osservazione personalizzata. Qualche mese dopo, firmai con un'altra agenzia; da marzo il mio romanzo è in libreria. Quindi anch'io sottoscrivo le parole di @Silverwillow Il mio consiglio è (a meno che non si percepisca un reale interesse dall'altra parte) di non fissarsi su un unico responso, ma di cercarne diversi, senza neanche aspettare il primo, dato che i tempi sono spesso lunghissimi.
  14. 6 punti
    Non abbiamo preclusioni verso alcun genere letterario. Ai nostri autori chiediamo però di non adoperare un linguaggio troppo settoriale o specialistico. Il loro libro, in sostanza, dovrebbe risultare comunque godibile anche per lettori che magari di norma preferiscono un genere diverso. Da punto di vista delle vendite abbiamo riscontrato che i romanzi storici sono quelli che raggiungono i risultati più duraturi e, soprattutto nel formato elettronico, ci hanno regalato notevoli soddisfazioni.
  15. 6 punti
    Non avrei potuto usare parole migliori. Il mio intento con questa discussione era quello di stracciare un po' di ipocrisia e il "non detto" che aleggia sempre sull'editoria. Parliamoci chiaramente... Ecco perché parlare di punti oscuri. E farlo con sincerità, chiarezza, semplicità e senza giri di parole o ragionamenti astrusi! Altra verità incontrovertibile. Fino a che Editori e scrittori non capiranno che il Self è una via alternativa più che valida all'editoria tradizionale, non se ne uscirà mai. Il Self è valido, se fatto bene. Punto. Ovviamente ci sta che gli Editori vogliano tirare l'acqua al proprio mulino cercando di porre l'attenzione solo sui punti a loro favore (che ci sono, beninteso, non sto dicendo che il Self è meglio dell'editoria tradizionale!), ma ce ne sono altrettanti a sfavore, accettatelo. Se vuole guadagnare e farlo seriamente, certo. Perché no? Ma poi è così tanto una tragedia? Cavolo, ma sapete quanto costa aprire una P. Iva oggi e i suoi costi di gestione? Le tasse si pagano rispetto a quanto si fattura, non è che ci sono costi fissi così alti. Un po' di intraprendenza, cavolo! Il problema è, come dice Andrea: Direi che è il tempo di svegliarsi! Domanda giusta ma che parte dal presupposto sbagliato: ti ha spiegato benissimo @Miss Ribston col suo messaggio. Un autore in Self non potrebbe né dovrebbe fare tutto da solo! Parlo sempre del caso in cui lo si fa seriamente, con un obiettivo, anche partendo con pochi mezzi (chi dice che c'è bisogno di tanto denaro per fare self come si deve sbaglia: si può cominciare con budget bassi). Perché non dovrebbe appoggiarsi ad Amazon o altre piattaforme? Per ragioni etiche (di cui potremmo parlare, ma andremmo molto Off topic) o altre...? Il costo di autopubblicarsi su Amazon è irrisorio. Ed è un eufemismo. Faccio un ultimo esempio così capiamo di cosa stiamo parlando. Un autore che seguiamo in gruppo e che ha pubblicato in Self, pubblicando su Amazon, sta andando molto forte. Ha venduto copie per circa 3000-4000 euro di diritti d'autore al mese, nei primi mesi dopo il lancio. Visto che è nelle prime posizioni su Amazon da un po', è stato contattato da una grande CE, che gli ha offerto un contratto con un anticipo non così sostanzioso e rassicurazioni su promozione e vendite pressoché inesistenti (nei fatti). Dopo un rapido calcolo ha capito che sia economicamente sia lato personale, di diffusione e realizzazione personale, era meglio rifiutare e proseguire da solo, cosa che sta facendo. Soliti disclaimer: questa non è la regola fissa, ovvio si tratti di un caso di successo, come però ce ne sono tanti (non sono così rari come si pensa). In questo caso specifico Self > CE tradizionale. In altri casi accade il contrario, è evidente. Dipende dalla tipologia di persona che si è, dai propri obiettivi, da quanta intraprendenza e capacità di gestione di tutto quel che viene oltre la scrittura c'è. A parer mio (ma è solo mio, prendetelo come tale) bisogna lasciarsi alle spalle l'idea di scrittore chiuso in casa a scrivere nel silenzio e che si limita a inviare il suo bel malloppo alla CE di turno, senza pensare a nessun'altro aspetto che vada oltre la scrittura. È un'idea romantica senza dubbio, e purtroppo fuori dagli schemi odierni, che piaccia o meno, sia che si pubblichi con CE che in Self.
  16. 6 punti
    Sottolineando che parlo per me: non è un dettaglio. E quindi? Siccome non sa tutto, deve regalare il suo tempo e il frutto della propria sudata creatività alla conoscenza nei minimi dettagli delle dinamiche altrui? Non capisco cosa c'entri. Non conta il perché, conta cosa quelle misteriose dinamiche producono. In base alla mia personale esperienza, decido che di saperne più di quanto ne sappia già m'interessa assai poco, perché so qual è il risultato medio che otterrei infilandomici di nuovo (ricorda che ho esperienza di editoria a gestione familiare, com'era la prima Nord, e di quella grande, quando venne acquisita: mi son fatto un bel giretto e ho sperimentato entrambe le realtà – sì, sono stato fortunato!). Semplicemente, per me il gioco non vale la candela. Sento non mi si renda giustizia: ho scritto e ripetuto che parlo per me e che, se qualcuno ritiene di averne la voglia, mi pare sacrosanto e anche costruttivo abbia un'esperienza con una CE seria, perché a me l'esperienza ha dato molto, oltreché togliere. Sì? Allora, lo dico ancora una volta, poi la smetto, ché sto passando da repetita juvant alla nenia più stracciapa… La mia è un'opinione. Valgo uno. Non sono qui a predicare il Verbo. Vediamo se così si capisce meglio il mio pensiero: considero il self-publishing una via degna – mai detto sia la migliore per il mondo della scrittura: lo è per me, oggi, e non lo era nel 2000, quando spedii i miei manoscritti all'Editrice Nord – perché non esisteva, in pratica. Capiscimi. Non mi si può chiedere di dire cose in cui non credo, né si tenti di convincermi che la mia interpretazione dei fatti accadutimi sia errata, perché non lo è. Cristina Prasso, quella santa donna che m'ha insegnato un sacco, mi diceva quanto fossi lucido. Lei lo sa che io ho sempre capito assai bene le dinamiche. E tanto mi basta. Poi, ho capito anche le dinamiche successive, guarda caso. In base a quello che ho capito – non in base a quello che credo – leggo mezze verità e qualche bugia. Allora intervengo, ben sapendo che la mia non sarà una verità assoluta. Diciamo che sottolineo che lì, in quel concetto o in quella risposta, c'è una qualche stortura. Nessun delitto, nessuno è un criminale qui. Tutto questo, però, qui sul forum, mi pare stucchevole e non interessa a nessuno! Lo dico col cuore in mano: non ho voglia di parlare di me per parlare di me. Non ho alcuna importanza. M'interessa parlare di scrittura e mi interessa – come potrebbe interessare a Niko, ad esempio, che lo fa seriamente – che si parli seriamente di self-publishing, perché in Italia siamo ancora alla caccia alle streghe, mi pare. (Non parlo di te, Marina.) Per ora, semplicemente, intervengo. Qui c'è gente che ne parla da anni, con migliaia di messaggi: non mi metto a fare il guru quando sono appena apparso. Chiarito questo, so di cosa parlo. Ho avuto anni per leggere e studiare la questione. È tanto tempo. Per leggere e studiare cosa? Continuiamo… Il problema, a mio avviso, è l'ignoranza sul come si fa self-publishing. Ti posso assicurare che se lo si fa bene molti dei piccoli editori in gioco non valgono nemmeno mezza candela. E, ancora una volta – che barba! – prima che ci sia una levata di scudi e cada una pioggia di frecce infuocate, lasciami premettere: non significa che le CE non sappiano fare il proprio lavoro o che siano guidate da farabutti. Ci sono tanti piccoli editori onesti che fanno molto bene il loro mestiere. Eppure reggono il confronto soltanto se si parla di self-publishing in modo superficiale, pregno di preconcetti, lacune e con una visione ristretta. Se si pensa al self-publishing come a qualcosa che nasce quando il testo è pronto, come un'intenzione, allora non si è capito cos'è. La pubblicazione del testo (romanzo, ma non solo) e la sua successiva promozione sono due passi di una sequenza logica che parte molto prima. Ora ti dirò perché apprezzo il self-publishing. Perché quando fatto bene mi dà la garanzia che dietro ci sia qualcuno che sa cosa significa lavorare sodo, che ama la scrittura a tal punto da sorbirsi tutte le tappe che sono necessarie perché quel suo libro, quando uscirà, cominci a vendere e abbia un futuro – non certo, ma almeno non nasca morto. Per ottenere un simile effetto l'autore deve dare, prima di qualsiasi altra cosa. Ovvero, guarda caso, proprio quello che gli editori chiedono agli autori oggigiorno. Se si pensa che self-publishing sia scrivere quello che piace, per quanto bene e magari anche con l'apporto di un editor e perfino impegnandosi nel fare promozione successivamente, a mio avviso ci sono grandi probabilità che si perda la scommessa, come dici tu. Ed è questo che la stragrande maggioranza degli scrittori indipendenti fa in Italia. Il self-publishing fatto bene è una specie di filosofia applicata alla vita dello scrittore. Lo coinvolge continuamente, lo avvolge. Non basta scrivere, pubblicare, pubblicizzare. Si tratta di essere scrittori. Imprenditori di sé stessi, qualcuno dice. Esatto. Quello che gli anglosassoni chiamano entrepreneurs. In un mondo fatto di prime donne, individualista, gli scrittori che partono dal dare a me piacciono. Sono fatto così. E quando ce la fanno, è perché hanno dato, sicché è un piacere mandargli un abbraccio virtuale e dirgli, con un sorriso sincero da questa parte dello schermo: "Te lo sei meritato!" In Italia c'è molta ignoranza su cosa significa essere scrittori indipendenti (indie), cosa che include il self-publishing come uno degli aspetti da trattare. È per questo che il self-publishing spesso è l'alternativa peggiore, se comparata all'editoria tradizionale. In questa vita si deve dare per ricevere. E non è un discorso religioso. È esattamente come funzionano le cose. Ovvero, se preferisci, come si devono fare affinché funzionino. E non ce n'è per nessuno: l'intenzione non basta. La scrittura da sola non basta. Bisogna dare ed esserne convinti. Dare per dare, senza pensare che quella sia la via per poi ricevere, perché le persone non sono sceme. Poi, se vogliamo parlare della filiera dell'editoria tradizionale, parliamone: ma a me, francamente e senza per questo voler risultare sgarbato (e ti ringrazio per il tuo dialogo con me, Marina, sei sempre stata persona gentile), non interessa. Ho troppo da fare per parlare di qualcosa che scricchiola ed è, salvo rari casi fortunati, come sappiamo, la garanzia di non riuscire mai a trasformare il lato artistico che c'è in noi in una professione e, di conseguenza, nella propria vita quotidiana. A me interessa quello e, per mia esperienza e secondo la mia esclusiva prospettiva, l'editoria tradizionale italiana non me la darà mai.
  17. 6 punti
    La giuria che ha letto i racconti di marzo, composta da @Edu e @H3c70r, non ha selezionato alcun testo. La giuria che ha letto i racconti di febbraio, composta da @Befana Profana e @Eudes, ha selezionato: Tornerà l'acquarillo di @Domenico S.. Complimenti all'autore! E come sempre grazie ai quattro giudici.
  18. 6 punti
    Infatti si parla troppo poco spesso di soldi. Perché certo, c'è moltissima gente che scrive per hobby e non ha intenzione di andare oltre, anche perché magari il loro vero lavoro è un altro e vogliono solo far leggere il proprio libro a parenti, amici e poco altro. Ma c'è chi si fionda a scrivere volendone fare il proprio lavoro, e in quel caso partire senza consapevolezza è un suicidio. Il caso dell'autore che vende 100 copie e poi si lamenta (con se stesso) di aver speso 1200 euro di editing / impaginazione eccetera non è raro, beninteso. Eppure, ci sono autori ed autrici che ho seguito e che seguo anche adesso con il gruppo che invece fanno faville e non solo perché li abbiamo aiutati/e a confezionare un prodotto buono nei contenuti, nella grafica e nell'estetica, ma anche perché sono consapevoli dei passi da compiere e che bisogna impegnare tempo ed energie nel loro obiettivo. L'ultimo esempio che posso fare in ordine temporale (non citerò autrice e libro perché è vietato dal regolamento) è un'autrice che ha scritto un libro per una nicchia che "tira" e che riguarda parte del suo lavoro; ha investito qualche migliaio di euro (tra i servizi che offriamo noi e pubblicità varie con terzi - compresi social) e ad oggi, dopo due mesi dall''uscita del libro, ne ha guadagnati il triplo e l'orizzonte è tutt'altro che in discesa. Un altro autore che ho seguito 2 anni fa ha scritto un manuale di crescita personale ben strutturato, per il grande pubblico, in parte romanzato; da allora ha guadagnato qualche decina di migliaia di euro (spalmati in due anni) e ha cambiato lavoro, nel senso che ora è un life coach e scrive a tempo pieno. Hanno pubblicato in self perché hanno deciso di fare tutto da soli (in questo caso era la migliore opzione). Questa non è la regola, ma è una possibilità. Cos'hanno in comune queste persone? Si sono impegnate e hanno usato il web a loro vantaggio, facendo le cose con calma, per bene, sia nel pre-pubblicazione (servizi editoriali, costruzione della comunità, ecc.) sia al lancio del prodotto che dopo. Quindi sì, ragazzi, è un mondo difficile quello editoriale, però bisogna anche smetterla di pensare che perché questo sistema funziona male (è la verità) allora non c'è via d'uscita. C'è, basta rimboccarsi le maniche. E scrivere bene (quella è proprio la base...) o avere dei professionisti che ti seguano nel percorso. Scusate il pippone, ma è da troppo tempo che leggo che non è possibile vendere più di 200 copie, questa media (reale) delle vendite degli esordienti. Se si vende poco vuol dire che il libro non è buono oppure che non si fa nulla per promuoverlo. P.S. @Avv.Lenti , cerca di scrivere un solo post rispondendo a tutti, e non un messaggio per ogni risposta
  19. 6 punti
    Ah, finito! 676.000 caratteri, il mio romanzo più breve. Sto imparando a essere conciso
  20. 6 punti
    Letture cerusiche Stagione n - Episodio numero nonsaprei Siccome non ho la più vaga idea dell'ultimo aggiornamento, inserisco le mie letture estive, con qualche probabile bonus primaverile. L'imitazion del vero, Ezio Sinigaglia (Terrarossa Edizioni, 2020) Terrarossa e Nutrimenti stanno proseguendo a braccetto questa operazione di recupero dei testi di Ezio Sinigaglia, un autore contemporaneo che ha avuto scarsa fortuna e sta vivendo una seconda giovinezza editoriale. Nel caso de L'imitazion del vero, Sinigaglia regala una novella che fa del linguaggio uno dei punti caratteristici, rievocando una costruzione sintattica e scelte lessicali di un italiano ormai in disuso. Per esemplificare, riporto l'incipit: "Viveva un tempo nella città di Lopezia un artefice di grandissimo ingegno, donde la fama oltre le mura della città ed i confini medesimi del Principato volava tanto, che nei più remoti angoli della Cristianità l’eco se ne coglieva. E benché questo si fosse in effetto il mestier suo, grave ingiuria gli si farebbe chiamandolo col nome di falegname; poiché si era bensì col legno che le sue mani costruivano, ma tali e così fatti prodigi da quelle mani uscivano, che nessuno nel legno da umana scienza costrutti crederli non poteva: seggiole, a modo d’esempio, le quali, al semplice muover d’un gancio che recavan nel dorso celato, si trasformavano in tavoli; tavoli, cui pel banchetto due dozzine di commensali facevan corona e che di poi, gli ospiti alle loro dimore tornatisi, si potevan ripiegare e rimpicciolire tanto da trovar albergo in un cassetto; cassetti che, tratti dalle lor sedi e l’un coll’altro congiunti, diventavan bauli; bauli entro i quali, quantunque non maggior di quel d’una seggiola il loro ingombro si fosse, suppellettili e arredi di tutta una sala collocar si potevano." Oltre alla lingua, Sinigaglia infila un paio di trovate narrative particolarmente gustose e anche un po' pruriginose. Nelle atmosfere e nel gusto estetico si entra dopo le prime due-tre alienanti pagine, poi diventa un viaggio assai gradevole. Norwegian wood, Haruki Murakami (Einaudi, 1987) Il primo Murakami non surreale che leggo. L'ho apprezzato particolarmente, sarà perché mi piacciono i romanzi di formazione, sarà perché le tragedie per me danno corpo alle vite degli individui e quindi dei personaggi, sarà perché ci ho percepito una libertà narrativa ed espressiva pressoché assoluta, miscelata con una leggerezza di prosa che rende la lettura di una velocità incredibile (per me, almeno). Insomma, molto molto bello. Chi dice il contrario è un @simone volponi. Kafka sulla spiaggia, Haruki Murakami (Einaudi, 2002) Non so quanto ho capito davvero del romanzo e quanto invece l'ho dedotto un po' a tentoni, fatto sta che il viaggio è stato straordinario. Personaggi indimenticabili, qualcuno davvero assurdo (l'apparizione del colonnello Sanders di KFC, per dirne uno), atmosfere oniriche che in diversi punti sfociano nel surreale, al servizio di un romanzo di formazione (anche questo) che gioca su tanti livelli, si presta ad altrettanti livelli di lettura e riesce a rendersi apprezzabile da lettori di vario gusto ed estrazione. Il cuore dell'uomo, Jón Kalman Stefánsson (Iperborea, 2011) Lo ammetto, con l'autore islandese sono di parte. Potrei sostanzialmente dire che è il mio autore preferito, quindi ogni mio giudizio vale quel che vale. Il cuore dell'uomo conclude un'anomala trilogia che racconta la storia del ragazzo, personaggio senza nome, nell'Islanda della seconda metà del XIX secolo. Storia dura, di solitudine e di spazi infiniti e ostili, in cui la natura è solo una metafora delle difficoltà relazionali e delle piccole battaglie a cui la vita costringe gli esseri umani ogni giorno. Il tutto condito con uno stile e una lingua che hanno più a che fare con la poesia che con la prosa, e che rendono la lettura una costante fonte di meraviglia (se si è sulla lunghezza d'onda tematica ed espressiva del buon vecchio Jón). Non il migliore tra quelli che ho letto, e di sicuro non il romanzo dal quale iniziare se non lo si conosce. Ma bellissimo e degna conclusione di una trilogia che ha momenti di altezze letterarie vertiginose. (non) Un corso di scrittura e narrazione, Giulio Mozzi (Terre di Mezzo, 2009) Una raccolta di articoli a tema scrittura. Mozzi raramente è scontato, inoltre ha un tono e un piglio che rendono la lettura piacevole a prescindere dal contenuto e da ciò che dice. Non ama parlare di regolette e di formule, neanche di struttura. Il suo approccio è più libero, più artistico, e si fonda principalmente sugli intenti e sugli effetti, portando l'autore, o aspirante tale, a interrogarsi su concetti anche filosofici rispetto all'atto dello scrivere e al suo significato. In ogni caso, qua e là dispensa anche qualche consiglio più concreto e di buon valore. Austerlitz, W. G. Sebald (Adelphi, 2001) Ultima opera dell'autore tedesco W.G. Sebald, uscita pochi mesi prima della sua tragica morte, Austerlitz è un romanzo che racconta il recupero, da parte dell'omonimo protagonista, di pezzi del proprio passato più lontano, quello di bambino. Pezzi sepolti che riemergono attraverso incontri, visite a luoghi, elementi che fanno riemergere i dettagli di una infanzia tragica, caratterizzata dagli orrori della seconda guerra mondiale e dalla perdita dei riferimenti familiari. Può essere definita come una storia di riscoperta graduale della memoria arcaica, quella infantile, attraverso incontri e luoghi che rievocano ricordi sopiti. A colpirmi in maniera particolare della (eccellente) prosa di Sebald è stata la sua abilità descrittiva. In molti casi, ad accompagnare il testo ci sono delle fotografie in bianco e nero. Mi è capitato di soffermarmi su una foto e di leggere due o tre volte la descrizione fattane da Sebald, per provare a capire il suo sguardo, in che modo restituisce a parole ciò che vede in un'immagine che, in certi casi, io avrei restituito con poche, generiche parole, probabilmente. Notevole e interessante esercizio. In corso di lettura Alla ricerca del tempo perduto, Marcel Proust Sto pensando di finirla qui, Iain Reid
  21. 6 punti
    Ho ricevuto la richiesta di invio dell'intero manoscritto per un esame più dettagliato, all'esito della compilazione del form presente nel sito della CE. Mi è stato, altresì, richiesto in quali orari preferirei essere contattato. Non ho esperienza nel settore ma questo tipo di approccio mi fa sentire considerato, a prescindere dall'epilogo positivo o negativo. La disponibilità a interagire con chi propone la propria opera non è un obbligo ma un valore aggiunto.
  22. 5 punti
    *DLIN DLON* I nostri "cancelli" riaprono per tutto il mese di ottobre 2020: è il momento di farci leggere qualcosa di tuo! Per sapere se il tuo romanzo è quello che cerchiamo, se noi siamo l'editore che cerchi, e come mandarci il tuo testo, ti tocca leggere tutta la pappardella qui: bit.ly/nuovilibri
  23. 5 punti
    Chiedo venia. Mi è stato consigliato, a mezzo messaggio privato, di non segnalare errori se non nella sezione Officina, altrimenti potrei risultare antipatico. Poiché non desidero risultare antipatico, chiedo scusa a tutti e a @Valscss, autore del post sotto il quale ho fatto il mio intervento "a gamba tesa".
  24. 5 punti
    @Riccardo Zanello, mi metti in bocca cose che non ho detto. Non ho scritto che è l’editore che fa sì che io ottenga una percentuale risibile, quasi che fosse un malvagio che si mette in tasca chissà quali cifre a discapito dell’autore con una risata diabolica. Ho scritto che la percenutale che va all’autore con l’editoria tradizionale è risibile. Senza per questo volerti suonare arrogante, e non pretendendo che tu sappia sempre chi sta scrivendo, difficile io non sappia come funziona dopo aver pubblicato quattro romanzi in Italia. Sì? Affinché tu possa inquadrare meglio il mio tono: non è una lamentela. È la comunicazione di un fatto. Non mi lamento, perché come detto già molte volte pure qui, a me delle CE italiane non interessa un bel nulla. Ho già dato e non darò più. E una persona non si lamenta delle cose che non le importano. A me piace l’idea di dire come stanno le cose. Scrivo in questo forum per gli autori che vi scrivono. Sono loro che mi interessano, perché amo le persone che amano la scrittura. E m’infastidisco quando ciò che leggo tace o modifica la realtà dei fatti. A volte sembra che crediate gli autori siano una razza inferiore, fatta di persone ignoranti o sempre e comunque disinformate, che solo si lamentano e parlano di cose che non sanno. Come se soltanto i professionisti del settore possano avere certe conoacenze. Sul serio? Ha importanza cosa produca quella percentuale risibile o ha importanza la percentuale risibile? Nella vita contano i fatti, non le opinioni. Lo dico con gentilezza, non per fare polemica, ma anche con fermezza. (I forum non passano il tono.)
  25. 5 punti
    Che il manoscritto possa finire nel cestino o da qualche altra parte sol perchè non si è nessuno o si è sfortunati, questo può succedere nei 99% dei casi. Ragionpercui chi fa da se fa per tre. Quindi considerando che gli scrittori normalmente sono fantasiosi ed intelligenti, secondo il mio parere usando il proprio cervello e la fantasia qualche cosa meglio nascerà. Vi dico la mia esperienza: Oramai tutti sanno che come scrittore non sono sufficientemente preparato , purtroppo nella vita non si può avere tutto. Una volta finito il mio primo manoscritto mi sono messo alla ricerca di un'agenzia di una casa editrice insomma di qualcuno interessato a pubblicarlo non ne ho trovato neanche uno, ah! no mi hanno scoraggiato a continuare dato il mio livello d'istruzione molto basso ed il libro risultava pieno di errori, perciò scrivere non era per me. stavo per mollare tutto, ma poi mi sono detto a me stesso; mica gli scrittori sono tutti professori d'italiano o laureati? Quindi ho iniziato ad usare il cervello dicendomi a me stesso: al libro è importante non solo la sua scrittura o punteggiatura ecc... la cosa più importante del libro è la sua presentazione cioè come è impaginato, allora mi sono chiesto: ci sarà qualcuno nel Wrter's Dream che sarà cosi bravo a impaginarlo da sembrare un capolavoro. La mia attenzione e caduta su la signora Beatrice Spada alias @Miss Ribston che gentilmente ha accettato di aiutarmi ed io ringrazio con tutto il cuore. Poi ho acquistato un tendone ed ho iniziato a vendere la mia opera ed ancora vendo in mezzo alla città si ho regalato un bel po di libri ma ne ho anche venduti un bel po. In seguito ho conosciuto Amazon che in un primo momento ho pensato qui sto facendo un buco nell'acqua pensando che Amazon avrebbe scartato la mia opera , quando ho visto che l'ha messa in vendita anche all'estero dedicandomi una intera pagina di pubblicità e avuto in un mese quattro recensioni a cinque stelle per me era come aver vinto il premio Nobel. Spero che con questo mio scritto riesca ad aprire gli occhi a qualcuno ed essere utile a qualche cosa. Vi auguro tanta fortuna
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