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Sono mostrati i contenuti con più punti reputazione dal 19/07/2019 in tutte le aree

  1. 14 punti
    GLI EQUIVOCI DELL’EDITORIA. A grande richiesta, direttamente dall’ultima propagine europea dell’Oriente, il mio testo completo sull’editoria (pubblicato parzialmente da ‘il Foglio” di sabato 27): I miei lunghi anni di lavoro nel mondo dei libri (molti, più prosaicamente, qualcuno direbbe: nell’industria editoriale) sono stati costellati, sin dall’inizio, da equivoci. Ritengo che il primo, da parte di una famosa casa editrice, fu di aver pensato, nel momento in cui crollavano i muri, che fosse necessario avere un redattore che si “intendeva di cose dell’Est”. Dopo pochi mesi, dalla mia assunzione, ci si rese conto che, all’Est, non esistevano affatto centinaia di capolavori, bloccati dalla Censura, chiusi nei cassetti. Le cose migliori, e più proibite, da anni circolavano liberamente, e a volte con successo, in Occidente. Così, fui rapidamente passato a fare il redattore, senza che avessi la minima idea del mestiere. Me lo insegnarono, affumicandomi con le loro decine di sigarette, Sandro (il direttore editoriale) e la più prestigiosa e temuta “redattrice esterna”: Grazia Cherchi. Ambedue dovettero però constatare che non ero abbastanza cattivo con gli autori. Dopo un certo periodo di questa “scuola” fui quindi indotto a pensare che essere una carogna pignola volesse dire esser bravo redattore. E seriamente considerai l’ipotesi di cambiar mestiere. Ma c’era un’altra figura “esterna” che mi interessava. Il giovedì, nel primo pomeriggio, passava davanti alla mia stanzetta un’anziana signora claudicante che andava a rinchiudersi nel salone in fondo al corridoio. Anche lei fumava come un turco e, quando apriva la porta, uscivano nubi biancastre come se là dentro si bruciassero delle carte. In effetti, in quello stanzone, venivano ammucchiate le decine di dattiloscritti che arrivavano quotidianamente in Casa Editrice. E molti sospettavano che, periodicamente, venissero là organizzati degli accidentali, quanto provvidenziali, roghi. Siccome (ero agli inizi!) uscivo tra gli ultimi, lei mi lasciava un foglietto per il Direttore dove scriveva i giudizi su una ventina di inediti che aveva letto. La cosa mi incuriosiva assai. Così, una volta, approfittando del fatto che era venuta a chiedermi se per caso avessi una sigaretta, le domandai sfacciatamente quale fosse il suo “metodo” e se davvero leggesse tutti quegli scritti in un pomeriggio. La risposta fu affermativa, ma subito corretta dal disvelamento di un segreto: la signora leggeva le prime due pagine e le ultime due del dattiloscritto e poi operava una sorta di carotaggio su un altro paio di punti scelti a caso. Secondo lei era un sistema scientifico: nessun libro che faccia schifo nell’attacco e nella conclusione, e in qualche pagina aperta a caso, meriterebbe di essere pubblicato. Replicai, un po’ sorpreso, che Guerra e pace, ad esempio, al di là della mole, non sarebeb stato valutato il capolavoro, che in effetti è, se un redattore russo di allora avesse considerato l’inizio (in francese!), l’ultima pagina non proprio brillante e, nel mezzo, fosse capitato nella lunga descrizione di una battaglia (magari quella dal punto di vista di un cavallo…). Mi gelò con un sorriso amaro e disse che facevo troppo il saputello e sarebbe stato meglio lavorassi all’Università… Ovviamente ho poi applicato il suo “metodo” e posso, con una certa esperienza, affermare che funziona bene, perfino con il libri di saggistica. Per i libri per bambini e ragazzi è addirittura fondamentale! Un clamoroso equivoco mi accadde però dopo sette mesi. La centralinista, con voce imbarazzata, mi disse che c’era alla porta un signore che sosteneva di essere un professore afgano, che parlava male l’italiano e voleva proporci degli articoli. Lo feci accomodare e gli dissi, con molta franchezza, che noi non pubblicavamo raccolte di articoli, seppur su una questione calda come l’Afghanistan, e che avrebbe dovuto rivolgersi a un quotidiano o a un settimanale. Ma quello insisteva e non accennava ad andarsene. Allora gli scrissi su un foglietto il nome di un’ amica che lavorava alla redazione esteri del “Corriere della sera” e gli disegnai anche una piccola mappa in modo che potesse recarsi là comodamente a piedi. Niente da fare: quello si incaponiva a mostrarmi almeno un suo articolo. Acconsentii a malincuore e lui aprì la borsa e dispose sulla mia scrivania i suoi “articoli”: due elefantini in finto avorio, un animaletto ligneo irriconoscibile e cinque stauette votive in plastica celeste… Col tempo imparai il mestiere e quindi mi promossero caporedattore e fui ammesso a partecipare alle riunionioni dove si decidevano i libri da pubblicare. In genere i libri dell’Est erano mal visti: considerati malinconici e troppo pensosi, poco adatti ai gusti fantasiosi del pubblico italiano. Su Ryszard Kapuscinski dovetti impuntarmi e, una volta tanto, ebbi, col tempo, ragione. Imparai a trasformarmi in una sorta di “auto-cartina di tornasole”. Compresi che se un libro mi piaceva, agli altri avrebbe fatto schifo e, se per caso si erano distratti (o avevano dato credito, per sfinimento, al mio entusiasmo), e quel libro veniva poi pubblicato, era quasi sempre un insuccesso commerciale. Quindi cominciai a perorare la causa dei libri che non mi piacevano e mi feci così la fama di uno con “un buon fiuto”. Ci fu una volta che però, all’unanimità, bocciammo un libro parautobiografico di una giovane signorina che, nel titolo, aveva pure infilato la parola “mutande”. Fu una delle poche volte che l’Editore, in genere abbastanza silenzioso e rispettoso delle scelte della redazione, si impuntò con un’argomentazione inoppugnabile: “Lo pubblichiamo e basta!”. Fu un successo clamoroso e ne trassero persino un film. Eviterò di soffermarmi, perché l’ho già raccontato in altre occasioni, sulle decine di equivoci che mi capitarono quando mi fu affidato il compito “delicatissimo” di occuparmi del primo libro di una giovane e promettente scrittrice giapponese di nome Banana. Anzittutto veniva chiamata, in casa editrice, con tutti i nomi di frutta salvo quello giusto: un giorno ti telefonava il tipografo e ti chiedeva irritato perché non erano ancora tornate indietro le bozze di Ananas; un altro, l’Ufficio stampa che domandava se non si trattasse per caso di uno scherzo (“i resposnabili delle pagine culturali non fanno che ridere e prenderci in giro”!); oppure mi cercavano i librai di Firenze o Pisa (maledetti toscani!) sogghignado, ma preoccupati, che nelle loro città un prodotto simile sarebbe stato invendibile. Mi è scappato il termine “prodotto”. In effetti è questo uno dei più grandi equivoci dell’editoria: per alcuni (gli autori, ma anche molti redattori, che oggi si ciamano tutti “editor”) si lavorano e producono dei libri; per altri (l’ufficio commerciale, la distribuzione, alcuni librai) si maneggiano dei prodotti. Per i poveri uffici stampa, spesso i libri/prodotti sono semplicemente delle “impresentabili scocciature” da presentare come gioielli. Gli oggetti sono sempre gli stessi, ma cambiando la definizione muta anche l’approccio e il valore che gli si dà. Qui sta il vero equivoco e l’origine di molti fallimenti. La storia della grande editoria italiana (ma, sospetto, lo si potrebbe dire di quella di tutto il mondo) è stata fatta da uomini e donne appassionati che hanno dilapidato i loro soldi pubblicando libri. L’editoria è sempre stata una passione malata. Alcuni poi sono stati così bravi da impostare e organizzare le cose in modo da non perderci o addirittura guadagnarci, stampando ottimi libri. Ma non possiamo dimenticarci che la nostra cultura, nel Novecento, è stata puntellata da straordinarie opere e collane che sono costati a chi li produceva molti soldi, sforzi e, talvolta, guai. Sgombriamo il campo dagli equivoci: secondo me Einaudi è, e resta, la migliore casa editrice italiana (dalla quale sono filiate altre tre case editrici di qualità: Adelphi, Bollati Boringhieri, Donzelli): il suo fondatore e padrone per quasi cinquant’anni ci ha investito tutto il suo patrimonio e, a un certo punto, ha dovuto economicamnte arrendersi. Dal punto di vista imprenditoriale c’è chi lo considera (alcuni con una punta di rivendicativa soddisfazione) un fallito. Ma se si guarda alla sua impresa, da punto di vista della cultura, è un benefattore che, come tutti, ha fatto anche scelte sbagliate, ma senza il quale saremmo tutti più ignoranti. Il primo editore per il quale ho lavorato, ad esempio, era un rivoluzionario che credeva nei libri come mezzo di emancipazione della gente e trasmissione di idee nuove (inizialmente il Partito Comunista, che pure aveva una sua, un po’ triste ma anche meritoria, casa editrice, lo incoraggiò molto a lanciarsi in questa avventura). Grazie alla rete dei suoi contatti politici e personali, e al suo coraggio e anticonformismo (stampò, nel 1957, Il dottor Živago contro tutti e, nel 1962, lo scandaloso Tropico del cancro di Henry Miller), pubblicò libri belli e importanti che ebbero anche successo commerciale perché rispondevano ai gusti e alle necessità di migliaia di lettori. E come lui, fortunatamente, ce ne sono stati, e ce ne sono, altri. Questa editoria faceva e fa, inequivocabilmente, libri, prima che prodotti commerciali. E questo vale tanto più, oggi, per alcune medie e piccole case editrici. Ci fu, nel 1995, un uomo intelligente e còlto, amministratore delegato di un grande gruppo editoriale, dopo varie esperienze in altri settori industriali, che, provocatoriamente, scelse di affrontare di petto la questione, sgombrando il campo dagli equivoci: pubblicò un libro-intervista sull’editoria intitolato A scopo di lucro. La tesi era che l'editoria è e deve rimanere un'impresa, un business del tutto “tipico”, nel quale cioè l'obiettivo essenziale deve essere il profitto economico. Nell’editoria molti sostengono di fare libri, mentre fanno, più o meno consapevolmente, “prodotti a scopo di lucro”; mentre altri pubblicano libri perché amano la cultura e la bellezza. Ci sono quelli che fanno “libri necessari” (ad esempio: i manuali), che hanno un valore d’uso e che, quando sono ben fatti e con buoni contenuti, hanno significativi risultati economici. Per fortuna ci sono ancora editori che, come il primo di tutti, il veneziano Aldo Pio Manuzio (1449-1515) riescono a coniugare cultura e guadagni, avendo chiari il loro obiettivi e la missione umanistica della loro impresa. Oggi gran parte delle librerie, sono invece, purtroppo, dei posti equivoci: nel senso che non si capisce bene che funzione abbiano. Il libraio, o la catena di libreria, possono riempire i loro negozi di tutte le cose che vogliono: dalla cancelleria alle cartoline, ai CD di musica e cinema, ai pupazzetti e i cioccolatini per gli innamorati, alle bottiglie di vino pregiato, ai thè aromatici, agli oggetti elettronici, ai lavori d’artigianato locale. Ma devono sempre ricordarsi di essere dei librai e che le altre merci non possono nascondere i volumi. Chi entra nel loro negozio per comprarsi un CD, dovrebbe uscire anche con un libro, che lo ha colpito passandoci accanto o gli è stato consigliato per associazione di idee con l’oggetto che ha comprato: un disco di tanghi, ad esempio, non può lasciarsi dietro invenduto un racconto di Borghes, un saggio sulla cultura argentina, un romanzo di Sabato, o un’ affascinante raccolta dei testi dei tanghi col testo a fronte, un libro con le strisce di Mafalda, una guida al fascino inesauribile di Buenos Aires, o un volume di Corto Maltese… Il più grande difetto che può avere un libraio è di essere uno snob. La vera cultura non si è mai identificata con una setta di pochi eletti. Il libraio che disprezza i suoi clienti non è adatto a fare questo mestiere. Un mestiere che è veramente un servizio, nel senso più alto della parola: un servizio alla memoria e alla cultura. Ma anche un servizio alla gioia e al piacere. Negli anni Novanta, le lunghe e festanti code davanti alle librerie in attesa della mezzanotte per poter acquistare l’ultimo romanzo della saga di Henry Potter ci hanno fatto capire (a noi che questo genere di code le abbiamo fatte solo per un concerto rock, o un’opera lirica, per un film o uno spettacolo teatrale) che il libro è ancora capace di appassionare larghe fette di pubblico e di giovani. I giovani sapranno amare e rispettare i libri, se non verranno rovinati dalla scuola che (altro equivoco!) fa loro leggere i romanzi e poi li sottopone a test, ricostruzioni grafiche delle strutture narrative del testo e altri arzigogolamenti teorici che fanno pensare che la letteratura sia soltanto una cosa di studio. Ci sono però anche tanti bravi insegnanti che accompagnano i loro studenti in libreria, iniziandoli a riconoscere quel luogo come uno spazio amico e fanno loro apprezzare il “piacere del testo”. Quand’ero uno studente liceale, e stavo scoprendo il fascino misterioso del teatro, iniziai per caso a frequentare un piccolo negozio in riva all’Arno, accanto al Ponte Vecchio. La burbera e paffutella signora che lo gestiva mi fece conoscere Beckett, Racine, Witkiewicz, Artaud, Marlowe, Pinter, tirando fuori con complicità quei libretti dagli scaffali e spiegandomi con pazienza e passione il loro valore. Quando compravo troppi libri e non mi bastavano i soldi, mi prestava quelli in esubero. Si costruì così un affezionato cliente, un amico, un complice. Tra il libraio (anche quando non è il padrone dell’esercizio) e il cliente deve esserci appunto questa complicità. Il senso della trasmissione di idee, sensazioni, piaceri, sogni. Chi vende un libro (persino un manuale di giardinaggio) vende una promessa, non deve mai dimenticarlo. Per questo il libraio, pur nel dovere commerciale di avere un vasto assortimento e di esaudire qualsiasi richiesta, è necessario che sappia orientarsi bene nella produzione e selezionare i libri di valore. Non può tradire la fiducia del cliente e non può sbagliarsi nel capire di cosa abbia veramente bisogno. Nelle librerie che frequentavo a Praga, Varsavia, o Mosca, fino alla metà degli anni Ottanta, si respirava subito un’atmosfera opprimente, sciatta, vuota. A Mosca, soprattutto, ti colpiva la bruttezza e la pesantezza dei volumi, l’odore stantio della colla di pesce che teneva precariamente assieme le pagine di libri dove il censore e l’addetto alla propaganda avevano pesantemente lavorato a togliere dalle righe la freschezza e l’energia della libertà delle idee e delle opinioni. E anche i commessi erano persino più scortesi che negli altri negozi, quasi avessero la coscienza di non aver nulla di buono da vendere. I più furbi facevano lauti guadagni vendendo sottobanco i pochi libri interessanti, stampati in esigue tirature, e quindi tanto più agognati dai lettori e dai trafficanti del mercato nero. I veri libri erano clandestini: stampati, o ciclostilati, in edizioni poverissime ma ricche di idee. C’erano poi i libri normali, ma stampati dalle case editrici dell’emigrazione, il cui possesso poteva costare l’arresto e un sacco di seri fastidi. Questi libri si acquistavano nei posti più strani e improbabili (e i librai rischiavano la galera). A Cracovia, la libreria più fornita era una sbocconcellata panchina dietro una quercia, sotto il Castello, dove un piccolo signore, con la coppola, la sigaretta sempre accesa e l’aria circospetta, teneva un borsone da ginnastica gonfio di libri che facevano la felicità dei lettori. La mia “libraia”, a Varsavia, tirava fuori da sotto l’ampia gonna i libri “proibiti” che le avevo ordinato, assieme a succulente salsiccie e barattolini di miele. Ma come, inspiegabilmente, succede a tutti gli esseri umani, la mancanza innescava la spasmodica richiesta e il bisogno. La censura e la penuria favorivano così un desiderio insaziabile e mai si lesse tanto in quei paesi come in quegli anni. In quel mondo si è nutrito, ancora inconsapevolmente, il mio amore per l’editoria come missione culturale. La più originale libreria al mondo che ho visitato è la Marioka Shoten, di Yoshiyuki Marioka, a Ginza (Tokyo), aperta al piano terra dello storico, e miracolosamente sopravvissuto ai bombardamenti, edificio Suzuki (1929). Ogni settimana il libraio seleziona un unico volume per la vendita: lo espone, lo cura, lo circonda di immagini che lo completano, lo presenta attraverso una serie di incontri serali con l’autore o persone in grado di parlarne e alla fine della settimana lo sostituisce con un nuovo unico volume. A volte ho il sospetto che sia il libro, per la sua stessa natura, ad essere un oggetto equivoco. A cinque anni fui sorpreso dai miei genitori mentre mi arrampicavo su una scaletta fatta di grossi libri, nel tentativo di raggiungere la scatola di cioccolatini alle mandorle riposta sullo scaffale più alto della libreria del mio goloso, ed egoista, padre. Del resto, nella nostra casa di Firenze, dove c’erano libri ovunque, se ne faceva sovente un “uso improprio”. Se, durante i pranzi, non si trovava un cuscino, venivo rialzato al livello del tavolo mettendo sulla seggiola un robusto vocabolario, o, peggio ancora, per insegnarci a mangiare educatamente, con le braccia vicine al corpo, la mamma spesso ci costringeva a stringere sotto le ascelle due smilzi volumi. Il libro, che è uno strumento per comunicare storie e idee, solo a un certo punto del cammino umano ha assunto la forma cartacea che conosciamo e, nel futuo, avrà sempre più la forma immateriale del digitale e verrà letto su uno schermo. Ma la sparizione dei libri di carta non significherà affatto la fine dei libri: ci priverà però, purtroppo, dei mille usi che si possono fare dei volumi cartacei. A un certo punto, quando ero passato a lavorare in un’altra casa editrice assai importante, forse per una forma di impazzimento alal soglia della mezza età, mi incaponii nell’intravedere un grande futuro (che non ho nemmeno oggi del tutto abbandonato!) ai libri “popup”. Ormai con questa parola si intendono quelle piccole finestre che si aprono automaticamente quando si entra in una pagina web, per pubblicizzare particolari servizi del sito o per mostrare la pubblicità di inserzionisti. Sono cose che innervosiscono assai coloro che guardano un testo o un’immagine sullo schermo del computer e improvvisamente li trovano coperti da un messaggio estraneo. Fino a una ventina di anni fa, invece, con questo schioppettante termine, si definivano soltanto quelle meravigliose pagine dei libri per bambini che prendevano forma tridimensionale, facendo spuntare come arzigogolati funghi, dalle piatte pagine, castelli e animali a tre dimensioni. Realizzazioni ardite della fantasia dei disegnatori e miracoli della tecnica tipografica. Col progressivo passaggio dei libri dalla carta stampata alla forma digitale, e quindi immateriale (se non per l’elettronico supporto di lettura), il “popup” non hanno perso, e non perderanno, la loro identità materiale. Questi libri sono infatti tra i pochi che non potranno mai venir trasformati in file digitali: sono nati come giochi di carta e tali rimarranno. Sono insostituibili: neppure da macchinette simil-libro che producono ologrammi. Quand’ero bambino amavo farmi sorprendere dalle figure che si alzano una pagina dopo l’altra e toccare (e, perché no?, rompere) i meccanismi che legano le guglie di un castello o le possenti articolazioni di un dinosauro. Siccome i romanzi e i racconti un po’ alla volta spariranno come oggetti cartacei, è possibile immaginare che gli artisti si possano alleare agli scrittori di storie per dar vita a “popup” per adulti, che siano degli oggetti d’arte, in tiratura limitata e che, come avviene per le migliori “grafic-novel”, stimolino gli autori a pensare le loro storie in modo tridimensionale. In casa mia entrano molti libri: in parte li acquisto, ma molti mi vengono inviati per recensione dagli uffici stampa, o come omaggi da amici e conoscenti. Quando sono morti i miei genitori ho portato a casa mia una piccola parte (i libri più antichi) del loro grande e varia biblioteca. Li tengo per affezione, ma non li ho letti tutti: dovessi farlo, oltre a rischiare di sbriciolare quelle pagine ormai ingiallite, mi toccherebbe rinchiudermi in casa per alcuni anni. La porzione di miei “libri non letti” è quindi cresciuta parecchio. Un grosso incremento di “libri non letti” lo realizzai, nel 1986, quando tornai da Varsavia, dopo tre anni passati là a studiare, e mi posi il problema di come avrei fatto a trovare in Italia un libro che mi fosse servito: così, coi risparmi, acquistai prima della partenza molti volumi di classici e libri di riferimento, scelti secondo il criterio del “non si sa mai”. Così mi ritrovo la casa strapiena di libri, che occupano tutti i corridoi e alcune stanze con scaffali fino al soffitto: molti di questi volumi sono appunto "non letti" o appena consultati. Non è però una cosa che mi dia disagio. Anzi: quando mi ammalo, ad esempio, mi rifugio in quarantena nella stanza completamente foderata di volumi, dove c’è il mio studio, e mi sento subito meglio, riscaldato non soltanto dalle coperte ma da tutta quella massa variopinta di volumi a portata di mano, dove spesso mi capita di scoprire un libro che mi ero dimenticato di possedere: allora quello passa dalla categoria dei “non letti” a quella degli “assimilati” e affretta la mia guarigione. Anche in quanto lavoratore dell’industria libraria tendo a considerare comunque tutti i libri che ho in casa (letti o non letti) come miei e indispensabili. In questo mi scontro con il resto della mia famiglia e anche con il gatto che, loro sostengono, si sentirebbe oppresso da tutti quei volumi che gli impediscono di nascondersi. I gatti e i famigliari sono i peggiori nemici dei libri non letti, che vorrebbero eliminare per fare spazio e dare aria: “quelli che non leggi mandali in cantina” è l’invito ricorrente che mi sento fare. Il sogno che ogni tanto faccio è quello di stabilirmi stabilmente in quella cantina, in mezzo a tutto quel bibliografico ben di Dio: fondare in quella caverna underground la mia propria casa editrice, portandoci una stampatrice (magari addirittura a caratteri mobili), e produrre per me tutto quello che mi passa per la mente. Mi cedo, come Paperon de Paperoni, sguazzare nei libri, come fossi in una piscina e pescare ogni tanto una pagina e mettermi a leggerla alla luce fioca della lampada che pende come un pendolo dal soffitto. Ma sogno anche, altre volte, di diventare come uno dei miei scrittori preferiti, il boemo Bohumil Hrabal (morto a 82 anni, nel 1997). Tutte le sue prime opere, fortemente debitrici del surrealismo, furono mandate al macero dai comunisti. Dopo l’invasione di Praga da parte delle truppe del patto di Varsavia, nel 1968, per sette anni nessun suo libro venne pubblicato e due volumi, già stampati, vennero mandati al macero. Il protagonista del suo capolavoro, una delle opere più importanti della letteratura del Novecento, Una solitudine troppo rumorosa, è appunto un addetto (come lo fu anche, per un certo tempo, Hrabal) al macero dei libri. I libri che vengono fatti tornare pappa di cellulosa sono un po’ la metafora della nostra esistenza e della nostra disperata lotta per sopravvivere. Ma Hanta, prima di gettare via i libri, ne salva i più importanti e li seppellisce, come delle perle, nel mezzo di ogni pacco di carta, scegliendo accuratamente le confezioni, in una sorta di barocco “funerale» dei libri”. Quando Hrabal lavorava con la carta straccia metteva da parte vecchi libri illustrati e li dava al suo amico, il maestro del collage Jirì Kolář affamato di ciarpame per le sue straordinarie composizioni, i suoi “collage poetici”. La vera editoria è destinata forse, in modo inequivocabile, e auspicabile, a produrre proprio dei libri come una sorta di poetici collage di quel che resta dell’umanità.
  2. 14 punti
    Benvenuto a @Marco_LP e buon lavoro al nuovo CM. Per me vale quanto ho già ampliamente scritto a inizio giugno: rimarrò nei paraggi come Supercritico Buon proseguimento a tutto il WD e grazie ancora a tutti gli utenti per questi anni passati insieme!
  3. 12 punti
    Ecco qui, dedicata alla regia di @Niko e di @Anglares, la nostra condivisione poetica collettiva dell’idea del riscatto: Ho preso un verso da ognuna delle 28 poesie partecipanti al Contest: Il verso giusto di un racconto. Seconda tappa: Il riscatto. Ecco l’elenco di noi (non rispetta l’ordine dei versi inseriti). Grazie ragazzi! simone volponi – flambar – Ernest – Edu – INTES MK-69 – Mariner P. – Rhomer - Plata – camparino - Talia – Vincenzo Iennaco – Emy - Sarettyh - Befana Profana - Silverwillow – Alba360 - Poeta Zaza - Adelaide J. Pellitteri – Joyopi – ivalibri – Lauram - Andrea28 – Macleo – M.T. – appassionato - andrea werner mondazzi – Sira – Marf.
  4. 11 punti
    Grazie grazie grazie!!! @Poeta Zaza e @Ippolita2018 Sono stata un po' lontana da qui proprio per cercare di rivivere il momento, l'emozione e il timore di far casini, come poi è successo. Credo che le prime persone incontrate in chat siano state: @bwv582 @Cerusico @Eudes @Andrea28 @AndC @Emy @Thea @libero_s che mi ha subito dato il benvenuto. Insieme a molti altri @Miss Ribston @M.T. @simone volponi @Sarettyh siete tanti, nomi nella mia mente che porto un po' ovunque. Spesso vi ho sognati. A tutti, semplicemente grazie. A chi c'era, a chi si è unito e a chi ho incrociato dopo. Grazie WD. Su, abbraccio di gruppo. Se non vi ho taggato, sentitevi pure taggati! E tu @Cerusico grazie di avermi fatto posto nella tua vita.
  5. 10 punti
    Scegliti un nome. Indossa il biocasco. Entra in New Life. Il mio nome è Deb Aser. E questa è la mia storia. Titolo: Hunter Autore: David Fivoli Casa editrice: Rizzoli ISBN: 8817139874 Data di uscita: 03 settembre 2019 Prezzo: € 19,00 Genere: Fantascienza; Fantasy; Azione e Avventura Pagine: 400 Quarta di copertina: 2050. Il mondo non è mai stato così tranquillo. Talmente tranquillo che buona parte dell’umanità vive perennemente connessa a New Life, un universo virtuale composto da cento scenari diversi per atmosfere, ambientazioni, livelli tecnologici e abilitazioni magiche. Deb Aser, un ragazzo intenzionato a esplorare ogni scenario del Sistema, si registra assieme al suo fraterno amico Arizona, che sogna di diventare una stella dello Skullball, lo sport più seguito di New Life. Dopo aver sottratto una misteriosa pergamena a Kalea Koshir, una maga tanto bella quanto pericolosa, Deb si arruola nell’Accademia delle Ombre dell’enigmatico Shadow. È qui che si forgiano gli Hunter, combattenti formidabili capaci di destreggiarsi in ogni scenario. Terminato il suo apprendistato, Deb scopre che la pergamena è una mappa per arrivare a nove sfere, nascoste dal dottor Wong - il creatore di New Life - in alcuni degli scenari più pericolosi del Sistema. La ricerca lo porterà a confrontarsi con nemici insidiosi, cyborg psicopatici, magie devastanti e armi fantascientifiche, accompagnato dalla sua ambizione, dall’amore tormentato per Kalea e dalla vecchia musica rock caricata sul suo iPod, unico ricordo del padre. Soundtrack Disco 1 – Lato A 1. Debaser – Pixies 2:52 2. Salvation – Rancid 2:53 3. About a Girl – Nirvana 2:48 4. Death or Glory – The Clash 3:55 5. Anarchy in the U.K. – Sex Pistols 3:31 6. Bloodclot – Rancid 2:44 Disco 1 – Lato B 1. King Kong Five – Mano Negra 1:56 2. Lampshades on Fire – Modest Mouse 3:08 3. We Trusted You – Transplants 4:35 4. Downtown Train – Tom Waits 3:53 5. Mama, I’m Coming Home – Ozzy Osbourne 4:11 6. Paying My Way – Dropkick Murphys 3:55 Disco 2 – Lato A 1. Comfortably Numb – Pink Floyd 6:26 2. Hey, That’s No Way to Say Goodbye – Leonard Cohen 3:05 3. Stairway to Heaven – Led Zeppelin 8:02 4. Imagine – John Lennon 3:04 Disco 2 – Lato B 1. The Good, the Bad and the Ugly – Ennio Morricone 2:42 2. Glitter & Gold – Barns Courtney 2: 57 3. Per combattere l’acne – Le luci della centrale elettrica 3.17 4. Hey Jude – The Beatles 7:11 Nota dell’autore Non voglio dare false aspettative agli appassionati dei generi riportati nella scheda: sono riuscito nella formidabile impresa di aver scritto un romanzo che di generi ne unisce molti, riuscendo a fare torto a tutti. Vi piace solo la fantascienza classica? Bene, non c’entra nulla. Vi piace solo il fantasy classico? Scappate a gambe levate. Qui ci sono elfi in completo elegante dietro scrivanie di agenzie immobiliari, vampiri psicopatici alla presidenza di importanti team sportivi, punk sbronzi marci e strafatti di anfetamina che guidano l’auto di Mad Max. Però, per i miei strani gusti, questo romanzo è una figata pazzesca. Link all'acquisto: https://www.amazon.it/Hunter-David-Fivoli/dp/8817139874/ref=sr_1_1?qid=1564602328&refinements=p_27%3ADavid+Fivoli&s=books&sr=1-1
  6. 9 punti
    Buonasera a tutti! Mi chiamo Marco e sono una voragine che ingurgita notizie ed informazioni di ogni tipo. Ho il terrore di partecipare ad una discussione senza sapere di cosa si parli, di ascoltare una notizia al telegiornale senza in realtà saperla da giorni e cose così. Per coerenza odio gli spoiler La mia passione più grande è il cielo. Ad ogni plenilunio sfido il devastante inquinamento luminoso del nostro amato stivale per tirare fuori i telescopi ed andare a caccia di qualche evanescente meraviglia cosmica. Sapere che i fotoni emessi da una galassia abbiano impiegato milioni di anni per colpire i miei occhi mette tutto nella giusta prospettiva. Ah si, la scrittura...non pervenuta. Sono un avido lettore. Adoro tutto ciò che è letteratura scientifica e nutro altrettanta passione per la narrativa fantasy e horror. La mia testa crea mille storie che, tuttavia, non giungono mai fino alle dita della mia mano. Non lo hanno mai fatto fin'ora ma chissà, magari questa esperienza nel WD cambierà tutto.
  7. 8 punti
    Detto che è una valutazione personale e che come tale può essere discutibilissima, tu puoi anche non leggere Iperborea, ma se c'è una casa editrice che negli ultimi anni, non solo nell'ultimo, ha innovato il panorama letterario quella è proprio lei. Fra gli altri meriti: – ha iniziato a tradurre Cees Nooteboom, forse il più grande intellettuale europeo vivente (che aveva avuto poche e infelici traduzioni italiane): poeta, romanziere, filosofo, drammaturgo, cronista di viaggio e di alcuni dei più significativi accadimenti del secolo appena concluso – ha avviato una collana di letteratura per ragazzi di altissima qualità – ha dato vita a una rivista in forma di libro, in cui ogni numero analizza vita, costumi e società di una singola nazione, con un taglio moderno e accattivante – ha dato vita ai "festival boreali", festival letterari (il prossimo a Matera in ottobre) in cui porta le grandi voci della letteratura del nord a diretto contatto con i loro lettori di tutta Europa ... ecco, per me l'autore della classifica è stato un po' stretto nei voti: Iperborea avrebbe meritato anche 9+.
  8. 8 punti
    È morto Luciano De Crescenzo a 90 anni... Ho letto da ragazzo alcune sue opere divulgative sulla filosofia, esposte in maniera non dogmatica, come fanno molti "personaggi". Io da ignorante sono riuscito a capire concetti fondamentali di filosofia, ho amato il suo modo di esporla accompagnata da un sorriso e un paragone incentrato sulla vita di tutti i giorni... ho capito che per parlare di filosofia non c'è bisogno di salire in cattedra né farsi rappresentare dai poteri forti... Ho visto alcune sue conferenze e film dove ha partecipato. Raccontava la vita in maniera disincantata, reale, forte della sua "fortissima" ineccepibile e stupenda "napoletanità", che era semplicemente, assolutamente meravigliosa come il suo sole. La sua cultura, il suo spirito, la sua modestia e capacità di divulgazione non hanno molti corrispettivi, secondo me. Non sono in grado di dire tanto, non ne ho la competenza, ma l'ho visto, l'ho seguito e l'ho letto da anni, perché aveva qualcosa da dire e sapeva dirlo, riuscivo a capire e ad amare quello di cui parlava. Ho letto che il suo funerale si svolgerà nella basilica di Santa Chiara a Napoli e sarà proclamato il lutto cittadino. Avrei voluto esserci, se non altro, senza presunzione, per toccare il feretro, dire una preghiera e ringraziarlo. Lo farò lo stesso da lontano, con molta umiltà, perché sono un nessuno. Presumo, se il funerale si svolgerà in una chiesa, che sarà sepolto in un cimitero cristiano, in terra consacrata voglio dire. Per i cristiani, anche non praticanti, questo ha un senso, un'appartenenza. Addio Maestro, sono lieto di avere Vostri libri nella mia umile libreria.
  9. 7 punti
    Il mio nome è miwalolita (D.P.), il mio libro d’esordio uscirà l’anno prossimo e già scrivere questa semplice frase per me ha in sé qualcosa di catartico. Come forse a qualcuno di voi sarà capitato, per anni (più precisamente da quando ho deciso che sarei diventata una scrittrice professionista) mi sono trincerata dietro un silenzio ostinato. Un silenzio che era anche timido, anche timoroso, paranoico persino. Non volevo che gli altri sapessero, non volevo che gli altri facessero domande. Non volevo dare risposte. Mi sono iscritta a questo forum per curiosità, scegliendo un nome che parlasse di me il meno possibile. Tutt’ora ho difficoltà a dire il mio nome vero, come potete vedere. Qualche tempo fa, in un momento negativo e frustrante, mi capitò di leggere in un bellissimo intervento di @MatRai che, ricordo, mi colpì molto. Le sue parole mi avevano infuso coraggio, avevano, in qualche modo, riacceso il barlume di speranza che, fino a quel momento, pareva sul punto di spegnersi. E glielo scrissi. Allora ero disperatamente in cerca di un agente letterario che mi aiutasse a realizzare il mio enorme, esagerato sogno: diventare una brava scrittrice. E li ho contattati tutti, ma proprio tutti - almeno tutti quelli che non chiedevano tasse di lettura che ero fermamente sicura (lo sono ancora) di non voler assolutamente pagare. Oltre a fermi silenzi, piano piano ho ottenuto le prime risposte, ma le richieste del manoscritto completo si tramutavano puntualmente in un garbato e distaccato rifiuto. Poi, la svolta. Una mattina qualsiasi ha portato con sé una mail con un bel “sì” e io mi sono sciolta in lacrime (come se fino a quel momento non avessi pianto a sufficienza…). Bene, finalmente, avevo il mio contratto di agenzia, col quale vincolavo all’agenzia tutto quanto avrei scritto nei prossimi due/tre anni. La prima cosa da fare, a quel punto, era compiere un editing della mia prima opera, necessario per affrontare il giudizio delle ce (allora si parlava di Giunti, Newton Compton…). Nel frattempo, però, io avevo scritto un secondo libro e nella testa mi frullavano un sacco di idee diverse per il futuro. Nel frattempo avevo già in mente che genere di scrittrice sarei voluta diventare. Nel frattempo il mio agente temeva che presentarmi ai lettori con un’opera prima com'era la mia avrebbe potuto imbrigliarmi in un genere che, in realtà, non era del tutto mio. Io che volevo essere libera di spaziare tra i generi, di scrivere un giallo, se mi andava, o un romanzo storico, o uno di formazione, ho aspettato. Tempo dopo ho parlato con l’agente di questa idea di scrivere una saga familiare in tre libri, tra contadini, terra da lavorare, ricchi anglofiorentini in villeggiatura in Toscana, sullo sfondo le vicende della Grande Storia, e mi è stata dato carta bianca. Esordire con un libro del genere mi avrebbe permesso, molto più degli altri, di scegliere che strada prendere come scrittrice, che poi era la cosa che desideravo. Così ho cominciato a scrivere - non senza scoraggiarmi spesso, perché così si ritardava il mio esordio, che era il mio chiodo fisso! A stesura ultimata, ho avuto il placet dell’agenzia e abbiamo cominciato a lavorare sull’editing. Successivamente, mentre stavo lavorando al secondo libro della trilogia, sono venute le proposte alle grandi ce, le prime risposte, le seconde, l’asta… adesso ho ceduto i diritti della trilogia (primo e secondo libro) a una ce del Gruppo Mondadori e nel 2020 questa storia sarà negli scaffali delle librerie. Non so cosa pensare dell’intera faccenda, dire che sono basita sarebbe riduttivo. Qualcuno potrebbe pensare: ce l’ha fatta! Invece, non so, mi guardo indietro e vedo solo una lenta, necessaria, lunghissima preparazione, come il riscaldamento prima di una maratona. La corsa è ancora tutta da compiere, da scrivere. Provo a pensare al giudizio dei lettori e provo una dannata paura, rifletto sul grande investimento che la ce sta facendo su di me e la paura si triplica. Riuscirò ad accontentare ogni persona che leggerà i miei libri, riuscirò a ripagare tutta la fiducia che è stata riposta in me? Dio, spero proprio di sì. Come si dice in UK, If you don’t ask, you don’t get.
  10. 7 punti
    Ho letto la corposa racconta di racconti Scheletri di Stephen King (e ringrazio @caipiroska per il consiglio). È stato il primo testo che ho letto di King. Ho trovato i racconti molto eterogenei, alcuni più d'intrattenimento, altri anche piuttosto profondi; davanti a un paio mi sono meravigliato, forse perché non partivo con tante pretese. Penso che King sia uno scrittore con la capacità di rendere interessante ciò che racconta, una dote preziosissima. Non avevo mai letto niente di suo prima perché ho sempre dato ascolto ai vari detrattori, e mi sono sbagliato. La lettura di questa raccolta mi ha lasciato soddisfatto, un'esperienza che mi insegna che spesso si storce il naso di fronte al successo, più che alla produzione scritta in sé.
  11. 6 punti
    Avendoli ricontattati 4 mesi dopo che mi avevano telefonato entusiasti del mio romanzo e manifestato delusione nell'apprendere che avevo appena firmato con altro editore (il direttore editoriale mi ha detto "se ci ripensa mi contatti subito"), mi hanno con mia somma increduldità detto che non ricordavano il mio testo e mi hanno invitato a rimandare il file, assicurandomi una risposta entro quindici giorni. Ho inviato di nuovo il file e è iniziata una tarantella di rinvii. Per circa tre mesi mi hanno ripetutamente detto che l'avrebbero letto nei quindici giorni successivi, e alla fine - nel frattempo lo avevo inviato ad altre case editrici, ricevendo ben 6 proposte di contratto free, rifiutandone 5 -- ho firmato con la sesta casa editrice che mi aveva proposto il contratto e che (da informazioni in rete) è anche più attiva d Elliot e con un catalaogo ricchissimo. Francamente quella di Elliot in relazione al testo che avevo loro inviato mi è parsa una condotta molto poco professionale. So che Elliot è una signora casa editrice e forse nel mio caso si è trattato di un'occasionale defaillance, però questo è un blog di esperienze vissute e io ho voluto raccontare la mia.
  12. 6 punti
    Col senno di poi, mi viene da pensare che l'obbligo di acquisto copie forse è il male minore, perché puoi scegliere, se ti viene messo davanti. Nel mio caso, il contratto mi obbligava a partecipare ad almeno un concorso. Per partecipare a un concorso, si sa, bisogna inviare un certo numero di copie. E dove le prendi le copie, se non dal tuo editore? Tra l'altro, con loro nemmeno a prezzo di costo (come su Amazon, per dirne una). Con una frequenza allucinante, mi sono stati proposti concorsi su concorsi, addirittura il Campiello. Se avete letto il regolamento del Campiello, converrete con me che per qualcuno potrebbe essere un affarone, visto il numero di copie da inviare, specialmente se tu, autore, devi fati carico di almeno il cinquanta per cento dell'invio. Ora, proporre a me il Campiello equivale a dirmi di andare a gareggiare sui cento metri contro Usain Bolt: follia pura. Pretendere che debba farlo a spese anche solo in parte mie mi pare una gran furbata. Per continuare col capitolo furbate, oltre alle mail contenenti i calorosi inviti a partecipare ai concorsi, arrivavano anche quelle "sconto imperdibile per te, autore!", mail in cui comprando copie del tuo libro o di quello dei tuoi colleghi di CE, ti veniva concesso uno sconto imperdibile. Tutto questo di per sé non rappresenterebbe un problema, se non che, in tre anni, solo questo ho visto, inviti a comprare. Ora voglio anche fare un ulteriore passo indietro. Nel mio caso, quando li ho contattati per la prima volta, se non ricordo male compilando un modulo, già mi si chiedeva se esistesse o meno l'intenzione di acquistare copie. Io le volevo, ero convinta mi servissero per le presentazioni, ad esempio. Ne prenoto un certo numero. Il libro viene accettato, mi viene mandato il contratto e ups, accidentalmente, ma proprio accidentalmente, il numero di copie che avevo prenotato era salito di qualche decina. Per passare dalle furbate alle scorrettezze vere e proprie, riferendomi al discorso sull'editing inesistente, accade questo: nella mail per il visto si stampi, scrissi loro di apportare le ultime modifiche contenute nei commenti del file PDF e poi di andare in stampa. Succede che quando mi arriva il cartaceo a casa, mi rendo conto che quelle ultime modifiche non sono mai state apportate. Li contatto, si scusano e mi promettono la ristampa di cento copie per rimediare a un errore che riconoscono essere loro, copie che avrei ricevuto a domicilio. Mai viste. Ci tengo a precisare che io qui scrivo col mio nome e cognome reale, quindi ci metto "la faccia", e che quello che racconto è dimostrabile. Lo dico a scanso di equivoci.
  13. 6 punti
    Come vincitore della Settima Luna ho scelto Di parole perdute e di crateri lunari di @Cerusico Un racconto che mi ha tenuto incollato dall'inizio alla fine, intimo ed emotivo nello sviluppo della trama quanto chiaro e scorrevole nello stile. Nulla da dire, un testo eccelso con un finale che, per quanto già visto, è l'unica conclusione possibile. Davvero complimenti. Menzione d'onore per Chloé, il germoglio di @Sira, che si merita il secondo posto.
  14. 6 punti
    Eppure, carissimo amico, non sai quanta rabbia mi fanno i nostri amici lettori che nelle più delicate circostanze della vita tirano fuori il peggio di sé, proprio come se non avessero mai letto un libro, come se dalla lettura non avessero appreso come ingentilire l'animo e tenere a bada la bestia che spesso li governa. Diciamocelo, senza peli sulla lingua, qui chi legge seriamente appartiene a una minoranza e dentro questa minoranza quelli che hanno saputo e sanno dare respiro umano alle parole lette, quelli che hanno le letture circolanti nel sangue, quelli che sollevano lo sguardo dalla pagina per godersi il tramonto e poi tornano a leggere trasmettendo alle pagine una nuova tonalità...quelli ancora capaci di sognare ad occhi aperti un mondo migliore, inconcepibile senza le previe e giuste letture... sono e saranno degli sparuti e illusi cavalieri dello spirito, tecnologicamente avanzati ma linguisticamente fermi all'età della parola che edifica costruisce, allarga gli orizzonti della coscienza e della consapevolezza. Di sé, degli altri, del tempo buio che ci attende. E ti chiedo scusa per questo mio retorico e impulsivo sfogo serale. Un abbraccio.
  15. 5 punti
    Un saluto a tutti, su Linkiesta ho trovato questa interessantissima (a mio avviso) classifica degli editori più importanti, relativamente all'annata editoriale: https://www.linkiesta.it/it/article/2019/07/27/editori-italiani-classifica-estate/42997/
  16. 5 punti
    Mousoleo: tomba per topi d'alto rango. KGUCJROXEZPBDQALIHVTMWFNSY
  17. 5 punti
    Ma ci mancherebbe, non mi pare di aver mai scritto nero su bianco che qualcuno non possa riportare esperienze diverse dalla mia. Le ho risposto quotando parti a lei riconducibili soltanto perché lei ha menzionato situazioni legate alle cose che stavo dicendo io: Campiello. Lei chiedeva che male c'è, io ho cercato di spiegare dove secondo me sta questo così detto male, nulla di più, tra l'altro analizzando suddetta questione all'interno del quadro generale, che è quello che conta, poi ognuno si farà la propria opinione. Nel complesso, mi pare che dai vari commenti siano venuti fuori dei bei problemi, riguardo Nulla Die, quindi magari gli utenti, più che sapere che qualche loro libro è arrivato in finale al concorso X o Y, potrebbero essere interessati ad argomentazioni inerenti la mera professionalità di una CE. Riguardo al fermare le mail, lei ha ragione, si può fare, ma trovo abbia poco senso, o per lo meno non è un metodo sano per ovviare ai problemi che si possono avere con questo editore: non è fermando le mail che il loro editing diventa degno di essere definito tale, o che le clausole dei contratti migliorano, o che l'editore manda i dovuti rendiconti, fa la necessaria pubblicità, rispetta le promesse messe nero su bianco e via discorrendo. Insomma, mi parrebbe un po' la storia dello struzzo. Sul fatto che poi Nulla Die non sia meglio o peggio di molti altri, sono anche d'accordo con lei, con le dovute eccezioni, ma questo non significa che siccome son quasi tutti un po' così, si debba far finta di niente e accettare tutto quel che viene così com'è.
  18. 5 punti
    @skifezza abilitata @Ciccio88 @renata rusca vi invito a presentarvi nella sezione Ingresso prima di abilitarvi
  19. 5 punti
    Nel centenario della nascita, due iniziative interessanti della RAI: https://www.raiplay.it/programmi/lemanidiprimolevi/ https://www.raiplay.it/video/2019/07/Primo-Levi-vivere-per-raccontare-70d1251d-9f35-40d7-99c6-12fa6cc417da.html
  20. 5 punti
    Buon giorno a tutti, scrivo per portare la mia esperienza su quest'agenzia. Lo scorso giugno, su suggerimento di amici comuni, invio una raccolta di racconti in lettura, pagando i 250 euro previsti. A settembre ricevo la scheda, due pagine in cui si fa una summa del testo e si evidenziano i molti pregi e i pochi difetti. Dopo una breve conversazione telefonica con Zurru, decido di proseguire con loro. Ci tengo a precisare che solo a posteriori, ossia quando si è parlato di contratto di rappresentanza vero e proprio, mi è stato detto della quota annuale di 250 euro. Anche io avrei dovuto chiedere prima, indubbiamente. Comunque a ottobre firmo la rappresentanza, e contestualmente alla documentazione invio anche una silloge poetica. Le prime risposte che ottengo, quando chiedo esplicitamente come ci muoveremo adesso, se effettueremo un editing, quali saranno gli editori da contattare ecc., sono vaghe: ce ne occupiamo, ti aggiorno ecc. Io e l'agente ci sentiamo ogni settimana o o due, sempre su mia richiesta. A febbraio è ancora troppo presto per avere riscontri, ci sta. Intanto mando un nuovo romanzo inedito, del quale ricevo la scheda di lettura dopo circa tre mesi, ad aprile. È una scheda a mio avviso caotica, in cui si parla del testo in maniera generale e vaga, con anche un paio di errori sui nomi dei personaggi. Chiedo spiegazioni sulla lettura, specificando che non capisco se hanno deciso di accettarla in rappresentanza, se dobbiamo lavorarci visti i problemi, insomma: che fare? Nessuna risposta arriva dall'agente. A maggio c'è il Salone a Torino, chiedo all'agente di incontrarci in fiera per passare insieme da qualche editore o comunque per vederci. Zero riscontri. Nel frattempo, a scadenza mensile, chiedo aggiornamenti: solite risposte evasive, a cui si aggiunge il fatto che alcuni testi rappresentati sono andati allo Strega. Ci sta. Faccio passare un mese, contando che nel frattempo ho riacquisito i diritti di due romanzi pubblicati cinque anni fa, prontamente consegnati all'agente. "Ottimo materiale" mi risponde, ma da allora tutto tace. Arriviamo a metà luglio, chiedo ulteriori riscontri: contando la scadenza del contratto a ottobre e che agosto è un mese morto, chiedo se ha senso andare avanti. Mi viene risposto che la scadenza non è un momento perentorio, che si può andare oltre. Attendo altre due settimane, durante le quali mi informo qui e altrove sui corretti comportamenti di un agente letterario (cosa che avevo fatto già lo scorso anno, ma magari le cose sono cambiate). Alla fine, la settimana scorsa ho inviato via mail la disdetta del contratto di rappresentanza, come da articolo del contratto stesso, e venerdì ho spedito la raccomandata. Faccio presente che in questi giorni non ho avuto contatti con l'agente in merito a tale disdetta: o non ha letto o non se ne cura. Questo è quanto: come scritto nella mail della disdetta, in quasi un anno dei cinque testi inviati non ho mai avuto riscontro, se non risposte evasive su mia richiesta. Nessuna proposta di editing è stata fatta sui testi, neanche quando a chiederlo sono stato io. Per quanto ne so, non sono stati corretti neanche i refusi che ho trovato, a posteriori, sul mio testo, quello che in teoria è stato inviato ad alcuni editori (quali?). Non pretendevo di pubblicare subito con l'Einaudi, ma almeno che esistesse la giusta comunicazione sul modus operandi; che esistesse cioè un reale rapporto fra rappresentante e rappresentato.
  21. 5 punti
    Delawhere: Stato degli USA che nessuno sa dov'è. KGUCJROXEZPBDQALIHVTMWFNSY
  22. 5 punti
    Ciao, @elispy77! Ho una mia personalissima opinione al riguardo: la letteratura per ragazzi è un'eccellente maestra. I romanzi di Verne, della Burnett, di Salgari, di Stevenson (o Roald Dahl tra gli attuali) secondo me andrebbero riletti anche da adulti per i fini da te esposti.
  23. 5 punti
    Jeeppetto: povero falegname senza figli con la passione dei fuoristrada KGUCJ ROXEZPBDQALIHVTMWFNSY
  24. 5 punti
    Ufon: asciugacapelli volante non identificato. KGUCJROXEZPBDQALIHVTMWFNSY
  25. 5 punti
    Intervento di moderazione @Poeta Zaza vedo che continui a riempire di versi i tuoi post in giro per tutto il forum. Ti ricordo che questo non è social media dove si può postare qualsiasi cosa ci passa per la testa, ma è un forum di scrittura con delle regole ben precise. Abbiamo migliaia di accessi giornalieri e se tutti seguissero il tuo esempio il forum sarebbe ingestibile. Ti invito a utilizzare gli spazi appositi per postare i tuoi testi seguendo il regolamento. Devo assegnarti un richiamo. Ricordo che a questo post non si può replicare pubblicamente.
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