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  1. Ultima ora
  2. caipiroska

    [MI 127] Il tema

    Ciao @Kikki , è sempre bello leggerti. A parte "quella cosa del quaderno" che ti hanno già sottolineato ( in quinta una maestra che conosce i suoi bimbi da cinque anni, scoprirà subito il fatto…), devo dire che sono rimasta piacevolmente colpita da come sei riuscita a cogliere le varie sfumature dei tre bambini: a me piacciono molto i racconti dove si parla di loro ( nel bene e nel male…) e la finezza con la quale hai descritto il loro comportamento non lascia indifferenti: credibile, intensa e senza veli. Il bullo è un bullo: ha in sé tutto quello che serve per essere odioso e indigesto. Leo è così annientato dalla situazione da rendere la prepotenza ancora più indigesta. Marta è schiacciata dall'ingiustizia e privata del coraggio. Personalità sbriciolate, fiducia in sé stessi e nel mondo andata in frantumi. Ma la scuola è anche esperienza di vita: o reagisci ai soprusi o impari a voltare la testa di là... Ottima descrizione (soprattutto psicologica) della realtà: in pochi si sarebbero comportati diversamente.
  3. Amara

    Mi diletto col dialetto

    N.B : come tutti i romani aggiungo o tolgo le doppie a mio piacere. Io ancora non so se è corretto dire "obliquamente" o "obbliquamente" quindi passatemi questo errore grammaticale.
  4. Amara

    Mi diletto col dialetto

    De brutto: Moltissimo De sguincio: Obbliquamente Es: S'è offeso de brutto! - È rimasto molto male. Ho carciato la palla de sguincio e ho fatto un gol da paura! Sò 'n fenomeno! - Ho colpito il pallone obbliquamente e ho segnato, un gol stupendo. Sono un campione. Naturalmente in romano. AB S DMQILOPZRTNCFGHUE
  5. caipiroska

    Mezzogiorno d’inchiostro n. 127 OT

    Eh, eh...@Emy , m'impegno sempre quando c'è da fare confusione!
  6. Oggi
  7. Rhomer

    Jukebox

  8. ElleryQ

    Dubbi sui Contratti editoriali

    Normalmente il contratto di edizione è nullo nel caso su indicato, tuttavia ciò non vale per gli ebook (perché non esiste un numero fisico di copie) e per il POD (perché, per natura del tipo di edizione, le copie vengono stampate solo in base al numero delle richieste). Non ho mai riscontrato questa clausola, in ogni caso, l'editing può costituire opera d'ingegno ma non si configura come diritto d'autore, per cui non comprendo quali diritti dovrebbe detenere l'editore. È corretto dire, invece, che l'autore non matura diritti aggiuntivi sull'editing da lui stesso effettuato.
  9. Adelaide J. Pellitteri

    [MI 127] Falco, il candidato scomodo

    @Edu in tema con la giornata, ahaha. La settimana scorsa la Littizzetto ha commentato diversi manifesti elettorali, credimi tutti da fare sbellicare. Anche tu sei riuscito a farmi ridere. Pezzo ricco di movimento, tutto il brusio percepibile distintamente. Bravo piaciuto.
  10. Adelaide J. Pellitteri

    Mezzogiorno d’inchiostro n. 127 OT

    @Emy, grazie. Mi pareva strano aver fatto bene. Ho chiesto a Cicciuzza di controllare, spero lo sistemi. Sono irrecuperabile.
  11. Emy

    Mezzogiorno d’inchiostro n. 127 OT

    @Adelaide J. Pellitteri Hai postato il link del racconto in off topic @caipiroska per una volta che ho postato in anticipo mi hai sostituito degnamente!
  12. libero_s

    Mezzogiorno d’inchiostro n. 127 OT

    Visto che pubblico un fuori concorso mi sembra giusto annunciarlo qui invece che nel topic ufficiale. Perché un fuori concorso? Che domande, così non sono obbligato a leggere le schifezze i racconti che pubblicano i concorrenti. Li leggerò solo per il piacere di farlo Inoltre non sono obbligato a seguire una traccia e posso ondeggiare dall'una all'altra, soffermarmi un po' sulla passività, giocare con i complotti e tornare deciso su un dialogo che diventa un monologo.
  13. caipiroska

    Mezzogiorno d’inchiostro n. 127 OT

    Spedito... Spero di non aver fatto (troppa!) confusione!
  14. caipiroska

    [MI 127] Mamma- nome comune di persona, femminile, singolare.

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/43294-mi-127-la-felicità-non-esiste/?do=findComment&comment=767452
  15. BlueAce

    Non riesco mai a finire quello che comincio

    Io? Si hai ragione, cosa ci posso fare
  16. libero_s

    [MI 127 - Fuori Concorso] Alabama

    Commento a MI-127 Il tema «Stronzi fottuti! Chi credono di prendere per il culo quegli stronzi bastardi.» Susanna non rispose. Sapeva che il silenzio era la strategia migliore, lo sapeva da sempre, fin da quando riusciva a ricordare. Suo marito bevve alcune sorsate di Coca Cola che gli permisero di esibirsi in un rutto di considerevole lunghezza. Accartocciò la lattina, si girò a mezzo sulla sedia tentando di prendere la mira e la lanciò verso il bidone della cucina. Il contenitore mancò il bersaglio di parecchi centimetri e rotolò sul pavimento spargendo le ultime gocce di liquido scuro sulle piastrelle crepate. «Fottuti bastardi.» Riportò l’attenzione al monitor del computer su cui campeggiava la pagina Facebook del gruppo "Profonda Verità e Conoscenza". «Per fortuna che quelli del gruppo stanno sempre all’erta. Ma chissà quanti idioti ci sono cascati.» Si girò di nuovo verso la cucina e le lanciò un’occhiata. «Non dici niente eh? Ma già, tanto che vuoi capirne tu. Tu saresti proprio uno di quei poveri idioti che cascano in tutte le stronzate che vi raccontano.» Piegò un poco il capo, in un cenno d’assenso appena percepibile. Un movimento lieve, carico di dolcezza, rivolto a sé stessa più che all’uomo che aveva sposato. Lui sbuffò e tornò a fissare il monitor. «Prima vi hanno presi per il culo facendovi vaccinare tutti quanti e guarda il risultato. Io non lo so se tu sei autista, ma mezza scema lo sei di sicuro. E se non è stato il vaccino saranno state le scie chimiche, casa tua è proprio vicina all’aeroporto, ti sarai rimbambita con tutti quelle sostanze. Ti controllano la mente,» si picchiettò sulla tempia con un dito unto, «magari anche adesso sei lì che mi stai spiando per conto loro e dopo farai rapporto.» Cliccò con il mouse su una foto che ritraeva due alieni intenti a discutere fra loro davanti a una mappa che ritraeva i continenti in modo così deformato che a stento si poteva capire che si trattava della Terra. Riprese a parlare borbottando a mezza voce. «Se ti becco a fare rapporto ti spezzo le ossa. Non mi frega niente se ti controllano la mente, ci penso io a ripulirti il cervello da quelle stronzate che ti hanno inculcato.» Susanna si piegò con fatica a ripulire il pavimento dalla Coca Cola e lanciò una rapida occhiata al marito che intercettò il suo sguardo. «Mi hai capito bene? Non pensarci nemmeno a fare rapporto su di me o rimpiangerai di avermi sposato.» Susanna sentì i muscoli delle guance fremere, le labbra le tremarono per lo sforzo di restare impassibile. Si rialzò da terra e si rimise a sedere, con le mani appoggiate sul ventre prominente. Stava per scoppiare a ridere o a piangere? Era così abituata a trattenere le emozioni che non riusciva più nemmeno a comprenderle, ormai le ricacciava indietro non appena osavano affacciarsi alla finestra del suo cuore. Il marito, soddisfatto del suo silenzio, tornò a concentrarsi sul monitor. «Sai cosa si sono inventati adesso?» Susanna scosse automaticamente la testa. Se ne stava rintanata fra i suoi pensieri, ma non doveva farglielo capire. Aveva imparato da sua madre la sottile arte di sembrare sempre attenta. «Non che non lo sai, che cosa vuoi sapere tu. Anzi scommetto che sei una di quei deficienti convinti che i sapientoni abbiano davvero mandato delle sonde su Marte.» L’uomo scoppiò a ridere scuotendo la testa. Susanna sentì la risata riecheggiare e una piccola parte di lei si ingegnò per scoprirne la causa, mentre la sua attenzione era rivolta al suo stesso ventre e alla piccola creatura che vi cresceva all’interno. «Per fortuna noi non ci facciamo fregare così facilmente. Altro che Marte, quelle cazzo di foto gliele hanno mandate gli alieni dal loro pianeta. Vogliono invaderci e quei maledetti della NASA hanno tradito il genere umano. Arriveranno e instaureranno una dittatura mondiale comunista. Gli avranno promesso degli incarichi nel nuovo governo per convincerli a passare dalla loro parte. Beh adesso li abbiamo smascherati. Voglio proprio vedere cosa diranno quei senza Dio.» Susanna, con un movimento rapido, si asciugò una lacrima che rischiava di scorrere lungo la guancia. Si assicurò che il marito fosse concentrato su monitor e si concesse un lungo sospiro silenzioso. Guardò l’uomo che pochi mesi prima l’aveva violentata. Quando era tornata a casa con il sangue rappreso fra le cosce suo padre le aveva dato una sberla così forte da farla crollare sul pavimento. Aveva visto la scintilla negli occhi di sua madre, il movimento trattenuto a stento, le braccia che si tendevano verso di lei, le gambe che avrebbero voluto farla accorrere al suo fianco. Poi suo padre si era messo il giubbotto e si era girato vero la moglie. «Nostra figlia non sarà un puttana.» Le si era avvicinato, aveva infilato la punta di uno stivale sotto la sua fronte e l’aveva costretta ad alzare lo sguardo verso di lui. «Dimmi il suo nome. Ci penso io.» Era poi tornato a casa ubriaco, come sempre, ma questa volta sembrava perfino contento. A lei non aveva detto nulla, ma dalla sua stanza l’aveva sentito parlare con sua madre. «È un brav’uomo, ha detto che è disposto a sposarla.» Una risatina soddisfatta poi aveva ripreso a raccontare. «Siamo fortunati che se la prende, una come lei ormai non vale più niente. Chi la vuole una sgualdrina di diciassette anni?» Sua madre non aveva detto nulla, ma poteva immaginarla annuire in silenzio. Susanna. Le aveva dato il nome di una bambola che aveva da bambina. Era la sua bambolina, glielo ripeteva di continuo. L’aveva riempita di tutte le coccole e la dolcezza che il marito non poteva nemmeno concepire. L’aveva tenuta il più possibile al riparo da quel padrone odioso, ma non era servito a nulla. Susanna chiuse gli occhi un istante e rivide sua madre che con dolcezza cantava “Oh Susanna” la canzone di un uomo che lasciava l’Alabama per stare con la sua bella. Ma gli uomini come suo padre e suo marito non lasciavano mai l’Alabama, la portavano sempre con sé. L’Alabama dei negri in catene, l’Alabama delle donne sottomesse, l’Alabama dell’aborto vietato anche nei casi di stupro. E quando aveva scoperto il ritardo e ne aveva parlato con sua madre sapeva già che per lei era come vivere in Alabama. Non l’avrebbero mai lasciata abortire, avrebbe dovuto tenersi il figlio e sposare l’uomo che l’aveva violentata. «Guarda qui.» Suo marito batté il dito sul monitor. «Lo vedi che ci sono le prove? Sono talmente stupidi che hanno pubblicato una foto della loro cazzo di sonda ripresa dall’esterno! Si capisce subito che la foto l’ha fatta qualcuno da fuori! Lo dice perfino Red Ronnie.» Susanna si affrettò ad annuire con un mezzo sorriso. Aveva imparato a imitare il sorriso di superiorità di chi ha capito più degli altri, ma smorzandolo un po’, per non dare l’impressione di essere una che si crede troppo furba. Avevano parlato con il prete che si era detto felice di celebrare un matrimonio. Le aveva perfino concesso l’abito bianco, nonostante la pancia che iniziava a premere contro la fascia di tulle che le stringeva la vita. E così si era sposata, il giorno prima del suo diciottesimo compleanno. Una lacrima scivolò lungo la guancia. Girò appena il viso, così suo marito non l’avrebbe vista. Nemmeno un giorno da donna libera le era stato concesso. Nemmeno uno. Un solo, singolo giorno per essere solo di sé stessa. Si accarezzò il ventre. Ma poteva sopportarlo. Poteva sopportare tutto. Lì dentro c’era la sua bambolina e sarebbe stata forte per lei. Avrebbe sopportato, l’avrebbe protetta, come aveva fatto sua madre. Bastava solo resistere, in silenzio, un giorno dopo l’altro e ce l’avrebbe fatta. Come aveva fatto sua madre.
  17. Adelaide J. Pellitteri

    Mezzogiorno d’inchiostro n. 127 OT

    @Ciciuzza ho dimenticato il MI127 (che cavolooooooo)
  18. libero_s

    [MI 127] Il tema

    Ciao @Kikki, i tuoi testi parlano spesso di bambini, ma questo, a differenza degli altri che ho letto, è assolutamente realistico. La classe, con tutte le sue sensazioni è ben delineata. L'imbarazzo di chi non riesce a fare un tema, la paura nei confronti del bulletto, l'incapacità di confessare agli adulti e di raccontare ciò che si prova, l'egoismo che a volte supera la voglia di fare la cosa giusta. Sono tutte sensazioni che emergono dal tuo testo, assieme a un'impressione di tempi lontani. È solo una mia interpretazione, però la scena mi sembra ambientata ai tempi in cui a scuola si metteva ancora il grembiule, forse perché ho l'impressione che al giorno d'oggi le cose a scuola vadano in modo diverso. Mi pare che nessun bambino abbia più alcuna soggezione della maestra e nessun genitore tenga una bambina a casa dal cinema perché ha preso un'insufficienza. Danno ancora insufficienze alle elementari? A parte ciò la storia scorre bene, tranne in un paio di punti che ho dovuto rileggere per riuscire a capirli. L'impressione iniziale è che il tema lo abbiano dovuto fare a scuola (fissa il soffitto, poi i compagni ecc.), ma se Leo glielo porta arrivando da casa deve trattarsi invece di un compito che la maestra aveva dato per casa. Questa frase però confonde un po' le idee e ci vuole un attimo per rimettersi in carreggiata e proseguire con la storia. Ceffo cosa ha fatto qui? Ha strappato il foglio dal quaderno di Leo? Non è chiarissimo. Inoltre immagino che la scrittura di Leo sia ben diversa da quella di Antonio e che una maestra anche solo un po' attenta non si faccia ingannare così facilmente. A parte questi passaggi da sistemare un po' il racconto funziona e mostra un personaggio che subisce senza renderlo però antipatico e odioso. In fondo quello che si prova per la bambina è solo un po' di compassione e di tenerezza, ripensando ai momenti che tutti noi abbiamo vissuto.
  19. caipiroska

    Mezzogiorno d'inchiostro 127 - Topic ufficiale

    https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/43294-mi-127-la-felicità-non-esiste/?do=findComment&comment=767452 [Mi 127] Mamma-nome comune di persona, femminile, singolare. Traccia di mezzogiorno: Sta fermo
  20. Adelaide J. Pellitteri

    Mezzogiorno d’inchiostro n. 127 OT

    @Cicciuzza questa volta spero di non avere sbagliato a caricare il testo. Puoi controllare se è tutto ok? Grazie
  21. Adelaide J. Pellitteri

    Mezzogiorno d’inchiostro n. 127 OT

  22. Adelaide J. Pellitteri

    Molleggio mistico

    Traccia di mezzogiorno: Sta fermo «Vincenzo, ma ci vai o no?» Lui, con gli occhi vacui, era rimasto con le mani incrociate dietro la nuca a dondolarsi sulla sedia. «Prima o poi te la rompo addosso quella sedia!» gli aveva urlato la moglie, e se n’era uscita sbattendo la porta. Ma cosa voleva quella donna? Gli chiedeva di annaffiare le aiuole, di provvedere alla spesa, perfino di andare a votare. E che capperi! Mai che lo lasciasse in pace. La tipa aveva perfino il questionario giornaliero: «Cosa vuoi mangiare oggi? Per domani ti vanno le braciole di maiale? La spazzatura l’hai buttata?» C’erano anche le domande stagionali: «Il Natale lo passiamo dai tuoi o dai miei? Per Pasqua li facciamo due giorni fuori? Dove andiamo per le vacanze quest’estate?» Ma perché la gente non sapeva starsene zitta, con le mani in mano e con la mente a zero? Era così facile starsene per conto proprio a respirare e basta. Vincenzo aveva oltrepassato la soglia dei 35 anni, era un cassaintegrato e non comprendeva il motivo per cui dovesse svolgere anche altri ruoli. Ultimamente guadava il mondo da dietro la finestra e gli sembrava di vedere in giro soltanto degli ossessi; gente che correva da una parte all’altra, saliva o scendeva in tutta fretta da bus, automobili, oppure sfrecciava in sella a motori e biciclette. Tutta quella frenesia gli era inconcepibile, la rapidità di movimenti di faceva salire l’ansia. Già da un po’ non gli piaceva più nemmeno conversare con gli avventori del bar, né con gli amici di sempre. Quelli lo interrogavano sulla politica, sull’economia, come se fosse una cosa indispensabile saperne più del Ministro in carica. E no, Vincenzo non ci stava ad arrovellarsi il cervello per risposte che dovevano dare altri, quelli pagati e strapagati. Per questo quel giorno non era nemmeno andato a votare. Sì, che poi avrebbero pure dato la colpa a lui accusandolo di avere messo la croce sul partito babbuino. No, no, meglio a casa e senza colpe. Quando non dondolava il passo di Vincenzo era strascicato e lento, le sue risposte sempre in ritardo come in una trasmissione in collegamento satellitare. Prima di scegliere aveva provato altre due o tre sedie, ma nessuna dondolava bene su due piedi come quella. Grazie a Dio aveva scoperto il “molleggio mistico”. E non esisteva al mondo una sensazione più gratificante.
  23. AdStr

    Mezzogiorno d'inchiostro 127 - Topic ufficiale

    Traccia di mezzogiorno.
  24. Tema di mezzogiorno. La donna è stanca. Troppi anni sulla schiena, troppi chili apparsi dal nulla. Troppi sogni lasciati a seccare dal sole sul filo lasco del suo balcone arrugginito, a contendersi un posto tra le innumerevoli mutande e le magliette rattoppate. E soprattutto troppi figli, che nemmeno lei sa da dove siano venuti fuori. L’unica cosa di cui crede di essere certa è di aver allargato le gambe due volte: una per farli entrare e l’altra per farli uscire. Nel mezzo, ma soprattutto dopo, un deserto abbagliante d’incredibile sofferenza. Lei non li aveva voluti quei figli. Mai, nemmeno uno. Ritrovarseli lì, tutti insieme, tutti i giorni, è fonte inesauribile d’angoscia. Sente che tutta la sua vita viene succhiata, reclamata, invasa da quella moltitudine di richieste e da tutte le preoccupazioni che seguono come ombre nere i suoi figli. E non serve a niente minacciarli, picchiarli e trattarli male: quelli tornano sempre, nonostante tutto, a reclamare il suo amore. Ma lei, d’amore per loro, non ne ha mai avuto. Il primo, poi il secondo, il terzo e il quarto che spesso confonde, il quinto e il sesto insieme e che non sa ancora distinguere, il settimo e poi l’ottavo quasi per inerzia… Deve riflettere un attimo prima di chiamarli, perché i nomi non le vengono subito in mente, le date dei loro compleanni sono pura alchimia e non si ricorda mai chi ha bisogno di cosa. La sua fatica maggiore è quella di concludere le giornate, sempre troppo corte, cercando di accontentare tutti, ma non per dare piccole soddisfazioni, solo per non sentirli arrabbiati per qualcosa. In realtà quei bambini non le danno niente: né un briciolo di soddisfazione, né orgoglio, non riescono a suscitare in lei il minimo sentimento, e si occupa dei loro bisogni con un’apatia velata di rancore, caricandola di un risentimento che a tratti la spaventa. Le mani callose e ruvide rimangono spesso inermi sul morbido grembo, mentre gli occhi, di un azzurro trasparente, si fissano sui particolari della vita per cercare di non cogliere tutto lo squallore nell’insieme. Con movimenti meccanici dettati dalle abitudini continua ad adempiere alle sue mansioni, ma il cuore, quello se ne sta ben nascosto. E così i giorni si ammucchiano gli uni sugli altri, sempre uguali, disarmanti nella loro monotonia. Non crede di essere una donna cattiva, solo che non si sente proprio tagliata per fare la mamma: nessun istinto materno, nessun guizzo di passione per quegli esserini, nessuna empatia per i suoi bambini. E di questo non si sente minimamente in colpa. Non c’è spazio dentro di lei per loro. E riuscire ad ammetterlo la fa sentire un po' meglio. Almeno con sé stessa riesce ad essere sincera. Eppure c’era stato un tempo in cui era stata assetata d’amore, e la voglia di vivere sprizzava dai suoi pori come adesso la merda zampilla da quei culetti tondi. Quando le risate le gorgogliavano in gola e la facevano diventare rossa di felicità e il futuro era un luogo lontano, brillante di promesse. Quando la vita non si era ancora tolta la maschera. Il tempo però, ha smorzato le cose, tolto colore alle stagioni e piallato gli anni, rendendoli tutti uguali: fotocopie venute male dello stesso errore. E lei con loro. «Mamma!» «Dov’è la mamma?» «Era qui…» «Forse è di là. Mamma!!!» «Vado a vedere.» «Vengo anch’io. Mamma!!!» «No, stai qui!» «Invece no!» «Lasciami stare! Ahia! Mammaaa!!!» «Mamma! Ahi! Smettila! Uheee!» La donna è stanca. Sente che i bambini la cercano per la casa, li sente correre e picchiarsi, gattonare verso di lei. Sono una marea che sale troppo velocemente e che la travolgerà all’improvviso, anche oggi. Si siede sulla sedia di plastica e appoggia il mento alla ringhiera del balcone e rimane così, immobile, senza rispondere ai richiami infarciti di lacrime della sua prole. Ferma, inerte: una statua grassa venuta male, incastrata in un piccolo balcone che a fatica la contiene. Potrebbe guardare il mare e sognare di andare via ma, invece, non riesce a togliere lo sguardo dalle mutande che si muovono pigre, asciugandosi al sole.
  25. AdStr

    [MI 127] Il centro dell'Universo

    Traccia di mezzogiorno: Sta fermo Guardo il centro di ogni movimento e vedo che è fermo. Record del mondo – Nobraino Il centro dell’Universo È sufficiente che cali il buio perché le pareti inizino a espandersi. Succede così, a volte, quando la camera d’albergo non mi concilia il sonno. Alzarmi è il solo modo che conosco per distogliere l’attenzione dallo sfaldarsi di quanto mi circonda. Sembra che io sia l’unico a preoccuparsi di attutire i rumori della serratura, delle suole sul pavimento, del respiro, di nascondere il suono di fondo che un individuo produce anche se resta immobile; non so se assimilarlo a un fischio continuo, a un ronzio basso, o piuttosto al sibilo di un copertone che finisce a terra. Premo sul tasto “T”. Ma è probabile che anche l’ascensore si espanda fino a restare incastrato, a sfondare le rampe che lo avvolgono e poi le pareti. Scelgo allora di percorrere i gradini, perlomeno in discesa; mi pare quasi scorrano sotto di me come un tapis roulant, non fossi di tanto in tanto costretto a cambiare direzione. L’auto è ferma a un isolato di distanza. Salgo senza esitare, giro la chiave e parto. È l’ultima occasione che mi resta per compiere il giro notturno: ormai è già venerdì e alle 18 sarò in viaggio verso casa. La vecchia Toyota Yaris è l’unico punto di contatto fra questi giorni di trasferta e il mio passato in città. Ripercorro le strade che ben conosco, vegliate dai semafori, da lampioni e finestre illuminate; vedo sfilare una scia di luci danzanti nei finestrini alla mia destra e alla mia sinistra. Parcheggio la macchina davanti l’università, come al solito, per la prima tappa. Adocchio la fermata del notturno non appena uscito, dove spesso ho dovuto tenere a bada Sara prima che potesse farsi male, talmente ubriaca da scambiare le mani per i piedi. Altri ragazzi hanno preso il nostro posto, sia qui che giù lungo il viale principale, davanti ai soliti luoghi d’incontro; ne sono sorti anche di nuovi, e quando ci passo a fianco sorrido, sguardo in basso, associandoli a usurpatori di troni mai appartenuti a nessuno. Noi eravamo lì, persi in un nugolo di persone come questo, bottiglia o bicchiere alla mano. Sia da studenti, sia quando gli anni sono iniziati a passare e noi tentavamo di conservare quel poco di noi stessi che ancora ci piaceva, stoici, incuranti dei danni che una tale forzatura avrebbe potuto provocare. Mi fermo a prendere una birra, come ho fatto anche ieri, come l’altro ieri. Stavolta però torno sulla classica Peroni, con il suo gusto intriso di quegli anni. «Hai gli occhi dello stesso colore dei capelli» mi disse Sara una sera che eravamo proprio qui con degli amici, in piedi con le schiene al muro. Risero, la presero in giro. Io mi limitai a un sorriso a mezza bocca, che nessuno colse. «Che c’è? Uno non può avere occhi e capelli dello stesso colore?» Ricordo la sua espressione assorta mentre guardava un punto indefinibile, forse oltre il muro di persone. «Per me sarebbe interessante, come un tutt’uno fra testa e sguardo. Come se fossero fatti della stessa materia.» Le fecero notare che nel caso dei castani succede sempre. Lei bevve, ma non ribatté all’osservazione. «Mi piace la notte» disse invece, «perché tutto ha l’aria di essere più compatto. I colori si somigliano, i difetti scompaiono…» Pensai allora che mi vedesse più bello così, nella penombra e attraverso lo sguardo annebbiato dall’alcol. Non ne parlammo mai. Finisco la birra e poggio la bottiglia su un tavolino, avvolto dalla folla che si muove attorno, che chiacchiera e mi riconduce al presente. Torno alla macchina e proseguo con il giro. La strada attorno fluisce e mi trascina verso un cambio di quartiere, forse di aria, e di sicuro cambia il periodo della vita che ci associo, mentre scorre in avanti l’orologio dei ricordi. Lascio l’auto a pochi passi dal condominio dove spesso dormivamo insieme, a casa sua. Il lampione sopra di me tremola, facendomi guizzare l’ombra attorno; da una finestra aperta, illuminata solo nei contorni, si diffondono le note di un pianista insonne, forse in cerca di ispirazione, che ripete un giro fatto di poche note scandite, cristalline. Sono state innumerevoli, negli anni, le volte in cui siamo scesi qui nel piazzale, a parlarci di tutto ciò che non funzionava a dovere nel nostro rapporto. Ricordo bene il giorno in cui le dissi, seduti su questa panchina, che c’era bisogno di un cambiamento. «Ma il cambiamento lo crei tu a prescindere da dove ti trovi» mi ribatteva. «Il passato è solo nella nostra testa. Un luogo è unicamente ciò che è nel presente, non ciò che ci associamo del passato.» Fu lì che presi consapevolezza di cosa ci teneva distanti: io ero cambiato, ero progredito, mentre Sara resisteva all’azione del tempo. Fresca e immutabile come il giorno in cui l’avevo conosciuta Le dissi che per me iniziava a farsi necessaria la stesura di un nuovo capitolo, e che, al contrario, restare sarebbe equivalso a riscrivere bozze su bozze della stessa storia, sempre più annacquate e inconcludenti. Cercò di consolarmi con una carezza e un bacio, e quella fu una delle nostre ultime notti di sesso. Procedo con il pellegrinaggio, stavolta a piedi. Devo fare poca strada per arrivare al parco lungo le mura medievali, così vicino ai palazzi eppure così appartato. Dichiarai lì di voler partire, in una notte di fine aprile. Avevamo portato le Tennent’s, come al solito, esaurite fra le chiacchiere e i sorrisi che si usano per tergiversare. Ma a un certo punto presi coraggio. «Dai, smettila con questa storia» mi disse. Le feci capire che intendevo lasciarmi seriamente tutto alle spalle. Tutto tranne che lei. «La mia vita è questa» ribadì. «Io studio qui. Lavoro qui. Tutto ciò a cui tengo ormai si trova qui. Non voglio cambiare. Non ho nulla da lasciarmi indietro.» Allora citai le sue stesse parole: che non ha importanza il luogo dove si vive, perché non è altro che un semplice luogo, e non il bagaglio di ricordi che ci associamo. Vidi la sua sicurezza incrinarsi. Immerse lo sguardo a fondo nei miei occhi, quelli dello stesso colore dei capelli, e finalmente afferrò il cuore delle mie intenzioni. Capì che non sarei tornato indietro. «Stronzo!» urlò in un crescendo di lacrime, e mi colpì con un pugno sul petto e uno schiaffo. Sfogò ancora e ancora la rabbia su di me, mentre restavo fermo. Avrei voluto reggere l’urto, ma scoppiai. Il mio manrovescio la spinse via di un paio di passi. Subito i ricci castani tornarono alla carica, e li allontanai una seconda volta. Il colpo fu più deciso. Sara tornò su di me anche una terza volta, svuotata della foga iniziale. Fu lo schiaffo che la fece accasciare sull’erba. Non accennava ad altri movimenti oltre il respiro. Gli occhi erano spalancati, inerti. Mi chinai su di lei e provai a scuoterla, ma non reagì. Neppure quando la baciai, dopo aver pulito il sangue che colava dal naso e dal labbro superiore. Questa è l’ultima immagine che ho di lei. Ci sono giorni in cui presumo che sia morta, altri in cui la vedo rimasta sfregiata sul viso e nell’animo, altri ancora in cui penso che si sia ripresa del tutto e che ora viva felice, forse in città o magari altrove. Sposata, me la figuro a volte, e con una bambina. Anche stanotte torno nel punto in cui era distesa a terra. Ho sempre l’intenzione di chinarmi e baciare il manto erboso, ma finisco per farlo solo con l’immaginazione. Capisco che è tempo di tornare in albergo. Ripercorro in macchina le strade semivuote e parcheggio poco distante dal posto che avevo lasciato vuoto. L’ascensore sale al sesto piano, lo richiudo attento a fare piano, avanzo lungo il corridoio fino alla stanza; “626”, dice la targhetta, con quel due stretto in mezzo a cose più grandi di lui. Mi spoglio e mi siedo sul letto. Ho già gli occhi chiusi mentre premo sull’interruttore che spegne la luce. Attendo qualche secondo e mi sdraio, e la stanza riprende con le pulsazioni, col contrarsi ed espandersi. Tutto intorno vortica e fugge, mentre io sono il centro immobile dell’Universo.
  26. Adelaide J. Pellitteri

    [MI 127] La scelta

    @Ivana Librici Devo commentare ma ho poco tempo, mi pare ci sia di mezzo la fretta e qualche particolare può esserti sfuggito. Non si sa se valga davvero la pena arrivare all'accanimento terapeutico (anche se qui forse non lo è del tutto). Una triste storia, dove un'amputazione dopo l'altra trasformano una persona in un tronco e basta. Ho percepito la rassegnazione, ma non in modo efficace. Se posso ritorno a commentare.
  27. caipiroska

    [MI 127] La felicità non esiste

    Ciao @_Mari_ , ma che bel racconto scoppiettante e graffiante! Le tue protagoniste fotografano due donne del 2019: sfiduciate, arrabbiate, unite in una solida amicizia che al tempo stesso serve come specchio e come spalla su cui piangere. Intenso il rapporto tra le due e convincente il dialogo che hai proposto. Interessante come hai interpretato "il complotto". Il testo è introdotto da questa frase che è un pò il riassunto dell'intero bravo: accipicchia, mi dico, interessante teoria. E seguo molto incuriosita... Anche questo aspetto può essere condivisibile, ma mi sorge qualche dubbio: non è che si stia generalizzando troppo? Quando proponi il paragone con le favole, avverto un leggero calo di mordente nella storia: la rilettura in chiave femminista e ironica di molte favole è un argomento che va preso con le pinze e maneggiato con cura: si rischia di sminuire in maniera grossolana temi che in realtà hanno altri valori. Ma capisco il contesto dove li hai inseriti e il risultato è quello di rendere più gustoso lo sfogo di questa donna con il dente avvelenato. La carrellata che segue dei vari tipi di uomini mi lascia un pò così: si capisce l'intento di generalizzare dettato da grosse delusioni che ancora fanno male, ma per tutto il testo non emerge mai la volontà di fare un'analisi interiore nelle tue protagoniste. Davvero è sempre e solo colpa dei maschietti quando le cose vanno male? L'intento del testo, lo so, è quello di essere quasi una "parodia" dell'infinita infelicità alla quale molte donne soccombono, ma non controbilanciare il testo spartendo un pò la "colpa" tra i due sessi, a mio modesto e senz'altro sbagliato avviso, rende deboli e poco convincenti le tue protagoniste. La voglia ancora di sminuire e svilire il genere maschile qui prende il sopravvento: si vuole cercare l'insoddisfazione a tutti i costi. Mi chiedo: perchè? A questo punto quasi capisco il perchè non la chiama... Quando le accarezza la mano ho pensato: vai, adesso le confessa che secondo lei è lesbica, così almeno si capisce il perchè di tutta questa "acidità" nei confronti dei maschietti! Ma con la Nutella risolvi tutto alla perfezione! Bel testo e ben gestiti i dialoghi ( cosa di solito difficile da fare…). Il messaggio arriva tutto intero al lettore, con pochi margini di manovra: la colpa è sempre e solo dei maschi. Non condivido, perchè, alla fine, sono l'altra metà del cielo, e senza di loro come si farebbe? ( ho tre figli maschi, devo parteggiare un pò per loro, no?). Ma la tua protagonista s'impone per tutto il testo con una forza magistrale e pienamente convinta delle sue opinioni: mi piace la sua convinzione, e anche la sua contraddittorietà: infondo sono quelle spunte blu che l'hanno delusa ancora una volta e fatta arrabbiare. Bel racconto attuale.
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