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swetty

L'atteggamento verso la lingua: normativi contro descrittivi

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In un recente articolo, l'Accademia della Crusca trae spunto dalla contrapposizione redigere/redarre per analizzare l'atteggiamento di grammatiche e dizionari nei confronti della lingua:

http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=8730&ctg_id=44

Ne vien fuori che (troppo) spesso l'atteggiamento è normativo, ossia tendente a imporre una regola, e non descrittivo, ossia tendente a registrare l'uso effettivo della lingua. Con un pizzico di malizia, si può dire che una grammatica in questo caso riporta l'idea che l'autore ha di come dovrebbe essere la lingua italiana, invece che la descrizione di come sia davvero.

Quest'atteggiamento si sposa con quello scolastico (che è però corretto che sia normativo). Il risultato è che (troppo) spesso si fa appello a regole che in realtà (e qui partì il flame) risiedono solo nei libri di grammatica, ma non hanno alcuna giustificazione reale.

Per esempio, su affatto scrive Nencioni sempre sul sito dell'Accademia:

Purtroppo le espressioni formulari divengono gettoni non più analizzati dal parlante: penso, per esempio, all’avverbio affatto, probabilmente risalente a una locuzione del latino parlato (ad factum) e significante “interamente, del tutto”, come anche oggi nell’espressione colta: “L’onestissimo Giovanni è affatto privo di doppiezza”. Però questo avverbio, usato spesso come rafforzativo in frasi negative (“non la penso affatto come te”, “non ho affatto voglia di impegnarmi”), ha preso, nell’uso corrente, il significato contrario di “per nulla”, specie nelle risposte a domande che chiedono un sì o un no: “Hai freddo?” “Affatto”; il quale affatto evidentemente sottintende un niente (niente affatto) e assume su di sé il senso della parola sottintesa.

http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=8304&ctg_id=44

Ma anche su uscire fuori:

http://www.accademiadellacrusca.it/faq/faq_risp.php?id=3933&ctg_id=44

Qui si assiste a un curioso fenomeno, quello di un'Accademia della lingua dedita a contrastare purismo e rigorismo diffusi. icon_cheesygrin.gif

Ora questo non è un invito a non rispettare le regole, e non è neanche questione di «le regole si possono violare dopo che le si conosce». È un invito a vedere che le regole non esistono a priori, ma dovrebbero aiutare a rispecchiare la lingua. E anche che non esiste una sola lingua immutabile e vera, ma ne esistono molte e ognuna di queste è in evoluzione: diversi registri linguistici, linguaggi settoriali, regionalismi, ecc.

Certo, un bambino che si affaccia per la prima volta alla lingua italiana è giusto che venga guidato da regole normative. Ma quando si parla di scrittori, gente che in teoria dovrebbe fare della lingua italiana il pane quotidiano, non è possibile fermarsi alla grammatica normativa. Anzi, è doveroso rifarsi a una grammatica descrittiva, e a uno studio più serio e profondo della lingua. Ed è parimenti necessario essere elastici e pronti a recepire e riconoscere i fenomeni linguistici reali, anche a scapito di quelle regole del liceo che ci hanno fatto soffrire così tanto a suo tempo. Imparare quindi a non censurare aprioristicamente i fenomeni "scorretti", ma ad analizzarli e valutarli per quello che sono, cioè fatti linguistici, e a chiedersi quale sia quel meccanismo per cui esistono nonostante la norma non li preveda (e che, vale ripeterlo, da un punto di vista scientifico significa che è la norma a essere sbagliata).

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Mi accodo a Swetty solo per aggiungere la mia postilla: non so se faccia testo, perché gli americani sono quello che sono, ma vale una riflessione.

Uno dei più autorevoli dizionari di inglese-americano, l'American Heritage Dictionary della prestigiosa Houghton Mifflin ha istituzionalizzato la pratica dello Usage Panel: un campione autorevole di esperti della lingua che periodicamente vengono interpellati NON per giudicare se una nuova parola o modo di dire siano corretti o meno, ma se siano accettabili o no.

• The American Heritage® Usage Panel: This group of some 200 distinguished educators, writers, and public speakers enriches this dictionary with their judgments concerning difficult or disputed usage. Most of its members are writers, editors, critics, or educators while others hold distinguished positions in law, government, diplomacy, medicine, science, business, and the arts.

(da http://www.houghtonmifflinbooks.com/epub/ahd4.shtml)

L'idea NON è quella di dire se la parola in questione sia scritta/usata correttamente secondo le regole, ma se quell'utilizzo sia comprensibile/accettabile secondo l'uso. Quando la maggioranza del pannello ha espresso parere non contrario, la parola viene inclusa nel dizionario, indipendentemente da quello che suggerirebbe la teoria.

Pragmatici, gli americani, nevvero? icon_wink.gif

--

Alain

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Ospite

Io sono una donna scissa, in molte cose, oscillo sempre tra il bianco e il nero, e lo stesso vale in questo caso: passo da integerrima purista a lassista maxima a seconda delle situazioni.

In un contesto di parlato o scritto informale accetto tutte le espressioni e anzi mi piace giocare con la lingua e delle volte tirar fuori anche costrutti improbabili.

Quando invece ho in mano la penna rossa e devo lavorare seriamente su un testo, divento rigorosa e molto ligia alle grammatiche, per cui è molto difficile che io lasci passare delle espressioni al limite della scorrettezza (si prenda ad esempio ciò che dicevo riguardo l'espressione "affatto" così come per le D eufoniche, così come per l'orrendo "redarre" che casserei senza pensarci un secondo).

Non ho mai un punto di vista univoco su niente io (dipende) XD

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Ospite

Swetty, quando ho letto il topic di Ice ho pensato le stesse cose, del resto noi usiamo la parola “cavallo” e non “equo” e notoriamente l’errore di oggi è la regola di domani, ma il problema si modifica di poco: come riporta Alain, quali sono gli errori che rendono un testo illeggibile, mentre forse sono sopportabili nel parlato?

La lingua è contrattazione interindividuale, “pineto” può andare in una poesia, ma in un testo di narrativa è un pugno nell’occhio,“vadi” al posto di “vada” è accettabile solo in senso ironico, come lo usato nella lingua di Fantozzi, se lo leggessi in un libro non in un dialogo penserei a un errore di stampa.

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quali sono gli errori che rendono un testo illeggibile, mentre forse sono sopportabili nel parlato?

In realtà nessuno, nel senso che non è che il parlato non ha le sue regole o quando si parla si lascia andare la sintassi: è solo che il parlato ha regole diverse dallo scritto (per esempio sull'uso di particelle di ripresa). Ma se sbagli un congiuntivo nel parlato all'orecchio suona male tanto quanto nello scritto.

Il punto è che la prospettiva va rovesciata: non è l'errore che rende illeggibile un testo, ma il fatto che sia illeggibile evidenzia che c'è un errore.

È la media dei parlanti che decide alla fine: per l'esempio iniziale, il fatto che "redarre" sia stato usato da almeno il 5% della popolazione senza patemi, ne fa un termine accettato ancorché raro. Chiaro che uno straniero dovrebbe imparare redigere, ma se qualcuno scrive redarre, non è un errore come sarebbe scrivere "redurre".

Invece "vadi" è percepito come scorretto dai parlanti. Ed è un caso curioso, perché è un esempio non di errore, ma di ipercorrettismo (per questo fa ridere più del dovuto).

Quanto a "pineto", boh? Io non mi scandalizzerei anche se uso più volentieri "pineta": non ho problemi con "pineto", come con "castagneto", "agrumeto", ecc.

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Ospite
Il punto è che la prospettiva va rovesciata: non è l'errore che rende illeggibile un testo, ma il fatto che sia illeggibile evidenzia che c'è un errore.

Non capisco :facepalm:

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Esempio:

(a) la gatto mangia il mela

(B) il gatto mangia la mela

Quando si leggono queste frasi, la decisione giusto/sbagliato è istintiva: (a) è sbagliata e (B) è giusta. Solo a questo punto si passa a dire che quindi gli articoli in italiano hanno una concordanza di genere. Questo è un esempio stupido.

Ma facciamo quest'altro:

© La casa rossa, era ora che la vendesse.

Questa costruzione è "strana", ma non sbagliata all'orecchio: è anzi un modo molto efficace per evidenziare i punti salienti della frase e il ragionamento di chi esprime il concetto. Non sarebbe la stessa cosa scrivere:

(d) Era ora che vendesse la casa rossa.

Quindi sia © che (d) sono non solo comprensibili (lo era anche (a)), ma anche accettabili.

Morale: (a) è "illeggibile" e quindi deve contenere un errore da qualche parte. Le altre sono tutte accettabili e quindi non contengono errori. Questa è la prospettiva di chi usa una grammatica descrittiva e non normativa.

Bada bene che non è che una è più rigida dell'altra:

(e) il gatto mangia la mela

(f) la mela mangia il gatto

Nel caso delle grammatiche normative correnti, sia (e) che (f) sono corrette. Nel caso di una grammatica descrittiva no, dato che il parlante percepisce (f) come scorretta. Il che fa supporre che alcuni elementi della frase (es. il verbo) limitino lo spazio semantico degli altri elementi: il soggetto di un verbo come "mangiare" deve essere animato e il complemento oggetto dev'essere un tipo di cibo (più o meno figurati entrambi). Ma questo è di nuovo un esempio stupido.

Questo già meno:

(g) dipanava la matassa

(h) scioglieva la matassa

(g) è corretta, (h) no (per l'atto descritto in (g)).

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© La casa rossa, era ora che la vendesse.

Questa frase si presta a considerazioni. E' percepita come inconsueta, se non errata, per un motivo molto semplice: in italiano, nella maggior parte dei casi, si usa mettere il soggetto prima del verbo.

Non è una norma, è un'usanza che ouò essere aggirata. Molto dipende dal verbo, se è intransitivo non lascia ambiguità di interpretazione: andava Gino per i boschi non comporta problemi di interpretazione. Mangiava Gino con molto gusto, invece, comporta la possibilità che Gino sia un complemeto oggetto e che il soggetto sia sottinteso: (qualcuno) mangiava Gino. In questo caso, per eliminare l'ambiguità, basta isolare Gino tra due virgole, in altri casi però è più difficile.

La questione della casa rossa però va oltre questo concetto puramente utilitaristico, anche se credo ne discenda. Se invertiamo i termini della frase "Era ora che la vendesse, la casa rossa", ci accorgiamo meglio che "la casa rossa" è una specie di aggiunta, di precisazione del complemento oggetto, non so come si chiami questa forma, se ha un nome, probabile che ce l'abbia.

Ma, nella versione originale, siamo immediatamente portati a pensare la casa come soggetto della frase, per mera abitudine. Così la frase stessa ci appare come un anacoluto, una frase in cui il soggetto cambia all'interno della frase stessa. Se togliamo la virgola la cosa diventa evidente.

La frase può avere un effetto diverso sul lettore a seconda di quanto rapidamente riuscirà a decifrarla. Se ci metterà molto poco gli apparirà probabilmente come una finezza stillistica, se ci metterà un po' di più gli sembrerà qualcosa che appesantisce il testo. Se ci metterà troppo, o non riuscirà a decifrarla per niente, gli apparirà come un errore tout court.

A mio, discutibilissimo, parere, qui vediamo come nasce una norma. All'inizio c'è una scelta puramente utilitaristica, all'interno della lingua italiana, di porre il soggetto prima del verbo nei casi in può esserci ambiguità d'interpretazione. In seguito si forma un'abitudine -siamo sempre nel campo descrittivo, credo- e questa abitudine ci porta a estendere l'uso della norma in fieri anche in contesti in cui l'ambiguità non ci sarebbe.

La cosa finirebbe qui, se non fosse che alcuni tendono a formalizzare la norma, sostenendo che si debba scrivere nel modo più semplice possibile, evitando forme complesse come quelle in cui il soggetto è lontano se non successivo al verbo o un complemento oggetto è posto prima del verbo stesso.

Io non sono d'accordo e sostengo che scrivere troppo semplice sia una cattiva abitudine, che atrofizza le nostre capacità di percepire architetture linguistiche complesse ma che, talvolta, arricchiscono di significato un testo.

Ma questo è un altro discorso.

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Ospite

Il mio cervello funziona in maniera diversa, io nella frase

la gatto mangia il mela

leggo “gatto”= soggetto “mangia”= verbo “mela”= oggetto e la interpreto, solo dopo e con molta attenzione mi rendo conto che non vi è concordanza.

Ma mi aspetto sempre in italiano la sequenza Soggetto – Verbo – Oggetto, non in latino o siciliano ma sono lingue (dialetti? Il latino che conoscevo era solo quello di Cesare) che frequento poco.

Invece la frase

La casa rossa, era ora che la vendesse

ho difficoltà a interpretarla, il soggetto di "era" è "ora"? Costruzione O - V - S?

Ma forse è legato alla mia leggera dislessia.

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No Bradipo è tutto giusto, anche se il soggetto di era è "che la vendesse". Se non sto prendendo topiche, "ora" dovrebbe essere un predicato nominale. Una frase di questo tipo è "marcata", nel senso che l'ordine dei suoi componenti non è normale, e in questo caso è ai limiti dell'accettabilità (ma non mi veniva un esempio migliore).

Ma per dire è marcata anche questa, per quanto più accettabile:

Era bello Antonio, di una bellezza solare.

e la costruzione è la stessa: V (era-p.n.) - S.

Il punto comunque è: il parlante Bradipo si è accorto della non concordanza articolo/nome nell'esempio del "la gatto" e l'ha ritenuto non accettabile.

Il parlante Bradipo cosa dice della frase della casa rossa? Al di là di non riuscire a fare l'analisi logica? A rigore bisognerebbe che non la pensassi scritta, ma che provassi a dirla. Poi ovviamente la frase è presa senza contesto e questo non aiuta:

Mi sforzavo di non pensarci, per non farmi prendere dall'euforia. Ma non ci riuscivo: la casa rossa, era ora che la vendesse. Quando avevo visto il cartello passandoci davanti a momenti andavo a sbattere per lo stupore.

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Ospite

Swetty, per me il parlante e il leggente sono differenti.

Se sento "la gatto" penso che a parlare sia qualcuno non di madre lingua. Se lo lego lo corrego autometicamente (così come tu hai capito quello che intendevo nonostante gli errori di battuta, una volta tanto volontari).

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Definiamo: per parlante si intende uno che parla in generale una certa lingua, non che lo fa nel momento specifico. icon_cheesygrin.gif

Che nel momento specifico parli, legga o dorma rimane sempre un "parlante".

Se sento "la gatto" penso che a parlare sia qualcuno non di madre lingua.

Appunto: non riconosci la frase come appartenente al repertorio della tua lingua.

Sì, è vero che leggendo si correggono automaticamente gli errori (ascoltando anche di più). Ma questo non significa che "la gatto" sia un'espressione percepita come corretta. Altrimenti nessuno si dannerebbe a cercare i refusi, visto che comunque anche se è sbagliata una lettera su trenta il lettore correggerebbe in automatico.

Io non so di preciso come tu percepisci il testo rispetto al parlato, ma in ogni caso è il parlato che conta. Ovviamente a frasi singole, non con tutte le particolarità, sospensioni, mezze frasi, ecc. tipiche del parlato. Io non posso leggerti le frasi, ma se fossimo a fare un esperimento serio, leggerei le frasi e ti chiederei se sono accettabili o no (anche il grado di accettabilità). I refusi resterebbero sulla pagina, a meno che non fossero le singole parole o i singoli suoni a essere sotto esame.

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La casa rossa, era ora che la vendesse.

Ma il soggetto in questo caso non è semplicemente sottinteso? Egli? Quel "era ora" invece continua a rimanermi oscuro. Qualcuno fa l'intera analisi logica please?

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Ospite Ice*

sì il soggetto è egli, questa forma (la casa - la vendesse) si chiama "dislocamento a sinistra" perché la casa viene spostata anticipandola nella frase che in forma più diretta sarebbe "Era ora che (egli) vendesse la casa"

quell'era ora lo interpreterei più come una locuzione avverbiale o,o (in luogo di finalmente)

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"Essere ora che" ed espressioni simili hanno come soggetto la frase che segue: "che..." è il soggetto. Dovrei fare un po' di ricerche per sapere se e quale spiegazione si dà alla dislocazione a destra del soggetto, ma è parente di locuzioni come "è bello che...". Così a occhio direi che la dislocazione a destra sia dovuta alla lunghezza del soggetto "che tu sia qui è bello" è corretto, ma "è bello che tu sia qui" mi sembra di analisi più immediata.

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In realtà si può "dislocare a sinistra" quasi tutto, non solo le case rosse. In linguistica questa parola evidenziata viene talvolta chiamato casus pendens" (ops!). Ci sono lingue in cui questa operazione cambia totalmente il focus della frase e il primo elemento è "innalzato" al rango di predicato (come nella frase "è per te che sono venuto", che non è uguale a "sono venuto per te"). Tutto dipende da quanto è importante l'ordine delle parole nella lingua in questione: per esempio, so che in greco è più importante che in latino.

:emh::emh: Ehm, prima che mi tiriate qualcosa dietro: in italiano ci sono milioni di modi per rendere più chiaro il procedimento (quelli che si usano nelle traduzioni scolastiche: "quanto alla casa rossa, era ora che la vendesse"), ma non tutti "suonano bene" in un testo letterario, che deve avere una certa sintesi per essere efficace e piacevole.

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