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Daniele P

Su come l'editoria a pagamento sia un falso problema...

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A naso, mi verrebbe da dare ragione a meryj, visto che le EAP non portano i loro libri sugli scaffali e quindi non fanno diretta concorrenza con le CE che invece cercano di vendere onestamente.

Però poi, pensandoci meglio, non ne sono così sicuro: in pratica, per davvero, quante piccole CE portano i loro libri in libreria? Una volta credevo tante. Ora mi sa ben poche, specie da quando il PoD permette loro di stampare solo sul venduto o quasi.

Di conseguenza, adesso temo proprio che EAP e piccole CE attingano proprio allo stesso mercato: ossia gli autori che vendono in prima persona a parenti e amici -- le 200 copie canoniche, insomma.

Chi si rivolge a un EAP è costretto a venderle, per cercare di rimettersi almeno un po' in pari; chi ha la fortuna (o bravura) di interessare una piccola CE ha comunque una fettina di estimatori disposti a finanziare la prima (e di solito unica) edizione; in un caso come nell'altro, le vendite di solito finiscono lì per entrambi.

In definitiva, mi sa proprio che NayaN abbia ragione: gli EAP e le piccole CE (o una parte rilevante di esse) concorrono sulla stessa fetta di mercato, e le EAP di fatto FANNO una concorrenza sleale a chi invece esegue una selezione, o come minimo si assume un piccolo rischio.

Chi invece probabilmente non si preoccupa affatto delle EAP, o addirittura potrebbe trovarle quasi utili (per esempio per calmierare il mercato e balcanizzare la concorrenza), sono le CE medio/grandi, quelle abituate a tirature nell'ordine delle migliaia di copie, effettivamente distribuite in libreria e presenti se non proprio sui banchi, almeno negli scaffali.

--

Alain

Esatto. Non bisogna incorrere in questo tipo di errore. Molti pensano che l'EAP non dia fastidio al mercato in quanto non possa concorrere con le "major" e che sia fuori per qualità e nomea anche dal confronto con le piccole e medie CE "serie". Non è assolutamente così. Il web, l'editoria digitale, ecc. danno la possibilità a tutti di aggredire un mercato sempre più inflazionato, dove la qualità non è riconoscibile certo a "colpo d'occhio". Ci sono libri pubblicati con il POD di una qualità addirittura superiore a qualcuno uscito sotto il marchio di una casa editrice free. Spesso anche di una major. Quindi facciamo attenzione. Se poi nel calderone ci mettiamo pure i nuovi orizzonti offerti dagli ebook ... :facepalm:

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Non credo sia una conseguenza ma una scelta.

L'editore è un imprenditore deve valutare i rischi che l'investimento comporta E' chiaro che gli sconosciuti sono già un rischio ma ogni imprenditore sà che ogni investimento è un rischio deve solo calcolare presumibilmente la percentuale piu bassa (ritiene che l'opera possa avere un riscontro)

Altra cosa che ho verificato di persona è il tessuto sociale dello scrittore se è molto inserito avrà più possibilità di far conoscere la sua opera a molti.Le librerie sono invase da migliaia di libri forse dovrebbe essere impedito alle case editrici di chiedere contributi e chi vuole lo pubblica completamente a sue spese così ci sarebbero meno libri e forse sarebbe meglio per tutti.

Poi tutti quelli che scrivono mandano a tantissime case editrici se quello che hanno scritto ha un valore prima o poi lo pubblicheranno

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Ospite
Poi tutti quelli che scrivono mandano a tantissime case editrici se quello che hanno scritto ha un valore prima o poi lo pubblicheranno

No, ti assicuro che non è così...

Non basta il valore di ciò che si scrive, anche la fortuna gioca un ruolo determinate, come per ogni altro aspetto della vita, del resto.

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Poi tutti quelli che scrivono mandano a tantissime case editrici se quello che hanno scritto ha un valore prima o poi lo pubblicheranno

No, ti assicuro che non è così...

Non basta il valore di ciò che si scrive, anche la fortuna gioca un ruolo determinate, come per ogni altro aspetto della vita, del resto.

Anche il mio editore la pensa come Emy.

Un buon libro trova sempre la sua strada dice lui.

Tuttavia anche secondo me la fortuna ha un ruolo di peso, nel senso di agevolare questo piuttosto che l'altro... buon libro.

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Anche il mio editore la pensa come Emy.

Un buon libro trova sempre la sua strada dice lui.

Tuttavia anche secondo me la fortuna ha un ruolo di peso, nel senso di agevolare questo piuttosto che l'altro... buon libro.

La strada la trova meglio, se è "spinto" bene... icon_wink.gif

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Ritiro su questa discussione, perché rileggendola mi sono reso conto che manca una cosa. Qualche settimana fa sono stato alla presentazione del libro di un mio amico, che aveva pubblicato con una Eap. Ve bene, era una raccolta di poesie e sappiamo che si tende a fare qualche eccezione con la poesia data la quasi totale assenza di mercato. Però la casa editrice era Eap di quelle toste e aveva mandato un suo scherano per la presentazione, che si è rivelata un inno all'editoria a pagamento.

La base del suo discorso in gran parte è ben conosciuta qui: tutti hanno diritto di pubblicare, quindi le EAP svolgono un'utile funzione. Però è andato ben oltre, attaccando l'editoria ufficiale, chiusa barbosa e autoreferenziale arrivando a sostenere che l'editoria a pagamento sia un'autentica rivoluzione contro la sclerotizzata cultura accademica.

Ora, a parte che la risposta più ovvia è che, semmai, una simile funzione la svolgerebbe l'autopubblicazione e non si capisce cosa aggiungano le EAP al fenomeno (semmai prelevano, non aggiungono) è giusto questo discorso?

Davvero è una rivoluzione, la rivoluzione del nuovo millennio, che chiunque possa, per una cifra più o meno modica, pubblicare il suo libro senza filtro?

Scindiamoci schizofrenicamente in due, visto che la maggior parte di noi è sia lettore che scrittore. Come lettori siamo contenti di questo? Siamo contenti di trovare in giro immonde schifezze spacciate per letteratura ed eghi gonfi di gas pronti a inalberarsi al primo commento non proprio elogiativo?

Io non lo sono, qualcuno qui lo è? Esiste davvero il diritto di pubblicare qualunque cosa o ppure ci vuole un qualche tipo di selezione che non solo tolga dal mercato, o almeno ghettizzi, le cose peggiori ma anche costringa noi scrittori a cercare di migliorarci per vincere il confronto darwiniano?

Ha un senso la meritocrazia? Questa era la questione che poneva lo scherano dell'Eap. Una domanda che dobbiamo porre prima di tutto a noi stessi.

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Ritiro su questa discussione, perché rileggendola mi sono reso conto che manca una cosa. Qualche settimana fa sono stato alla presentazione del libro di un mio amico, che aveva pubblicato con una Eap. Ve bene, era una raccolta di poesie e sappiamo che si tende a fare qualche eccezione con la poesia data la quasi totale assenza di mercato. Però la casa editrice era Eap di quelle toste e aveva mandato un suo scherano per la presentazione, che si è rivelata un inno all'editoria a pagamento.

La base del suo discorso in gran parte è ben conosciuta qui: tutti hanno diritto di pubblicare, quindi le EAP svolgono un'utile funzione. Però è andato ben oltre, attaccando l'editoria ufficiale, chiusa barbosa e autoreferenziale arrivando a sostenere che l'editoria a pagamento sia un'autentica rivoluzione contro la sclerotizzata cultura accademica.

Ora, a parte che la risposta più ovvia è che, semmai, una simile funzione la svolgerebbe l'autopubblicazione e non si capisce cosa aggiungano le EAP al fenomeno (semmai prelevano, non aggiungono) è giusto questo discorso?

Davvero è una rivoluzione, la rivoluzione del nuovo millennio, che chiunque possa, per una cifra più o meno modica, pubblicare il suo libro senza filtro?

Scindiamoci schizofrenicamente in due, visto che la maggior parte di noi è sia lettore che scrittore. Come lettori siamo contenti di questo? Siamo contenti di trovare in giro immonde schifezze spacciate per letteratura ed eghi gonfi di gas pronti a inalberarsi al primo commento non proprio elogiativo?

Io non lo sono, qualcuno qui lo è? Esiste davvero il diritto di pubblicare qualunque cosa o ppure ci vuole un qualche tipo di selezione che non solo tolga dal mercato, o almeno ghettizzi, le cose peggiori ma anche costringa noi scrittori a cercare di migliorarci per vincere il confronto darwiniano?

Ha un senso la meritocrazia? Questa era la questione che poneva lo scherano dell'Eap. Una domanda che dobbiamo porre prima di tutto a noi stessi.

Non credo esista il diritto alla pubblicazione, credo esista il diritto a rilegare a prezzo ragionevole, che è cosa diversa. Ma la mia è una semplice opinione, e le opinioni, si sa, sono correlate al proprio vissuto...

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Io mi domando sempre:

ma chi pensa ai diritti del lettore?

Perché dovrei sciropparmi "certa letteratura" solo per sostenere la libera pubblicazione o democratizzazione della scrittura?

Io voglio leggere "roba" perlomeno decente. Punto. E non me ne frega niente dell'ego di chi l'ha scritta...

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Io mi domando sempre:

ma chi pensa ai diritti del lettore?

 

Credo che inavvertitamente (?) Filomena abbia beccato un tasto dolente: il lettore non ha diritti se non come consumatore.

No, non linciatemi, è una cosa che non piace neanche a me, ma temo sia vera, almeno in linea teorica.

In un ottica di libero mercato, dove l'editore (e l'autore) tramite la pubblicazione di un libro non offre servizio alla comunità, ma, appunto, un bene di consumo al mercato, gli editori e gli autori possono fare il seguente discorso: "Io pubblico questi libri qua; i consumatori sono libri di non comprarli se non gli piacciono: il male non è il loro, ma, al massimo, il male è il mio nel caso in cui non venda." Di fatto quindi l'editore (e l'autore) può ignorare il diritto del lettore ad avere 'roba buona' da leggere e proporre in realtà ciò che preferisce, senza scrupoli 'morali': l'importante è che si venda (e in questo senso, una buona promozione ed una certa retorica, oltre che il surfing sulle onde delle mode, sempre in teoria, possono assicurare il successo anche di libri scadenti).

Il lettore, da canto suo, può evitare di comprare e leggere cose che 'non gli piacciono'.

 

Detto in spiccioli: noi più di rilasciare recensioni negative sui libri scadenti, acquistare e promuovere (e magari anche scrivere) opere di qualità finanziando e promuovendo così CE e autori meritevoli e condannando dall'altro lato l'editoria cattiva (non parlo solo di EAP ma di tutta l'editoria che pubblica, per dirla in pseudo-latino, scadenta scadente), non penso possiamo fare.

Far sentire il proprio peso sul mercato è l'unico modo di influenzare la politica delle CE che, d'altra parte hanno pur sempre il coltello dalla parte del manico.

 

Però la casa editrice era Eap di quelle toste e aveva mandato un suo scherano per la presentazione, che si è rivelata un inno all'editoria a pagamento.

La base del suo discorso in gran parte è ben conosciuta qui: tutti hanno diritto di pubblicare, quindi le EAP svolgono un'utile funzione. Però è andato ben oltre, attaccando l'editoria ufficiale, chiusa barbosa e autoreferenziale arrivando a sostenere che l'editoria a pagamento sia un'autentica rivoluzione contro la sclerotizzata cultura accademica.

Ora, a parte che la risposta più ovvia è che, semmai, una simile funzione la svolgerebbe l'autopubblicazione e non si capisce cosa aggiungano le EAP al fenomeno (semmai prelevano, non aggiungono) è giusto questo discorso?

 

E' un discorso molto pericoloso. Innanzitutto, lo è perché non è un discorso dai fini onesti, ma dai fini retorici: è finalizzato a persuadere un certo pubblico di qualcosa per raggiungere un vantaggio personale, non ad esporre una verità per il bene di tutti. E il problema dei discorsi onesti è proprio che spesso sono meno convincenti di quelli retoricamente costruiti (che, appunto, sono fatti per persuadere qualcuno di un'opinione, non per esporre la verità). Sarebbe bene sviluppare una risposta ferrea e ben argomentata a questa linea di pensiero.

 

Davvero è una rivoluzione, la rivoluzione del nuovo millennio, che chiunque possa, per una cifra più o meno modica, pubblicare il suo libro senza filtro?

 

Ovviamente no. A parte che, come ha già detto Nanni, l'autopubblicazione sarebbe comunque la risposta automatica e non l'EAP. Comunque non è una rivoluzione: chiunque in ogni epoca ha sempre potuto portare il proprio manoscritto in copisteria e farselo copiare/stampare. Io stesso, pagando per la stampa e la rilegatura, mi son stampato due copie per la mia tesi di laurea su Ittiti e Micenei: ISBN a parte, posso dire di aver 'pubblicato'.

L'autopubblicazione quindi, cioè il pubblicare il proprio libro senza filtro per una cifra più o meno modica, esiste da sempre e non è una rivoluzione. Al massimo si può dire che internet ed il digitale permettono di abbattere i costi e facilitare l'accesso all'autopubblicazione.

Si fa allora fatica a distinguere l'EAP dall'autopubblicazione: se io pago personalmente un editor per rivedermi il testo, un distributore che si preoccupi di distribuirlo e un esperto di promozione per farmi pubblicità, oltre alla stamperia, qual è la differenza con l'EAP? Nessuna. E allora possiamo dire che le CE che pubblicano (esclusivamente) a pagamento senza, appunto, selezionare il materiale in realtà non sono più CE come tradizionalmente le intendiamo, ma sono qualcosa di diverso: un'agenzia che offre, a pagamento, servizi per l'autopubblicazione (in maniera, è doveroso ricordarlo, assolutamente legale).

Se già un editore, anche se a pagamento, pone un filtro e seleziona le proprie pubblicazioni, allora è diverso. Ma in tutti gli altri casi in cui si segue la retorica proposta dalla CE di cui ci parla Nanni, dobbiamo parlare di Agenzia di Servizi per l'Autopubblicazione (si apprezzano proposte di sigle migliori :asd: ).

 

Scindiamoci schizofrenicamente in due, visto che la maggior parte di noi è sia lettore che scrittore. Come lettori siamo contenti di questo? Siamo contenti di trovare in giro immonde schifezze spacciate per letteratura ed eghi gonfi di gas pronti a inalberarsi al primo commento non proprio elogiativo?

Io non lo sono, qualcuno qui lo è? Esiste davvero il diritto di pubblicare qualunque cosa o ppure ci vuole un qualche tipo di selezione che non solo tolga dal mercato, o almeno ghettizzi, le cose peggiori ma anche costringa noi scrittoria cercare di migliorarci per vincere il confronto darwiniano?

Ha un senso la meritocrazia? Questa era la questione che poneva lo scherano dell'Eap. Una domanda che dobbiamo porre prima di tutto a noi stessi.

 

Ovviamente no, non sono contento di questo, né come lettore né come (velleitario) aspirante autore.

Due individui sono lodevoli: quello che, raggiunti grandi obiettivi, è naturalmente degno di lode e quello che, seppur mediocre e inetto, riconosce la propria condizione con umiltà cercando di migliorare.

Di contro, non c'è niente di peggio di un mediocre gonfio di gas e di un ingordo che lo spaccia per un 'grande uomo'.

Ripeto, siamo, secondo me, di fronte ad una grande operazione retorica finalizzata al guadagno. Come lettori, come amanti della cultura, della letteratura e dell'arte, non possiamo che schifarci di tutto questo.

 

Chiudo questo papiro con uno spettro che mi aleggia di fronte: un mondo in cui l'offerta da parte degli autori è talmente tanta che l'unico modo per farsi pubblicare è, appunto, pagare; un mondo in cui le CE free hanno chiuso ed esiste solo l'EAP che nutre la vanagloria degli scrittorucoli da una parte e su di essa sostiene sé stessa dall'altra; un mondo (reale e digitale) con molti più autori ed opere pubblicate, ma invaso da scritti (mi rifiuto di chiamarli libri) mediocri (magari anche impaginati male), un gigantesco e caotico pattume in cui le opere meritevoli sono sepolte da romanzetti dalle copertine sbrilluccicose elevati però agli allori da legioni di recensioni prezzolate.

Ma non temete, anche in fondo a questa visione lucreziana c'è un piccolo lume: un giorno, come dice sempre un certo professore di storia greca, anche questa sbronza passerà, ritrovandoci tutti con un gran mal di testa. Allora, magari, ci sarà una nuova grande stagione letteraria.

 

O forse no.

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Mah, conti alla mano, autopubblicarsi è più conveniente che l'EAP, per cui, anche sopravvivessero solo questi, dubito che le EAP supererebbero gli autopubblicati.

La sommersione delle "piccole opere buone" c'è già ora (altrimenti non ci si accapiglierebbe per il "posto giusto" in libreria), per cui non vedo il peggioramento. Ed è una cosa a uso e consumo dei grandi gruppi editoriali, che possono così scegliere cosa provmuovere, non degli EAP/POD. Questi ultimi sfruttano solo le condizioni create da altri.

Un autore autopubblicato non avrà mai lo stesso potere economico e mediatico di Mondadori e non riuscirà mai, solo pagando, a superarla a suon di campagne pubblicitarie. A meno che non si chiami Berlusconi e possa comprarsela.

Tornando all'argomento, io penso che chiunque abbia il diritto di pubblicare (o solo stampare, va a gusti). Ma non ha quello di essere letto, né tantomeno quello di avere successo.

Tuttavia, tendo ad essere contenta come lettore dell'autopubblicazione, perché sono un po' stufa del prodotto omologato della grande editoria e mi infastidiscono molte politiche, e quindi spero riesca ad emergere qualcosa di diverso. Gli EAP non mi piacciono proprio perché, nonostante la facciata del discorsetto retorico, sono un sottoprodotto della politica della grande editoria e non sopravvivrebbero senza quella. A loro sta benissimo che non ci sia meritocrazia, così possono fare il loro discorsetto pseudo-democratico e trovare clienti.

Per quanto, secondo me, nel mondo c'è molta più meritocrazia di quello che sembra. Solo che non è detto che siamo tutti d'accordo su cosa sia merito e cosa no: per una CE Dan Brown è decisamente più meritevole di quasi tutti gli altri.

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Concordo abbastanza con quello che dici, Swetty. Però secondo me la questione è un altra. Per me è scontato che comunque una selezione ci sia, anche se spesso ne trovo discutibili i criteri, che però non tocca a me stabilire.

Tutto il mio discorso parte dalle affermazioni dell'inviato dell'Eap. E mi interessava sapere se qualcuno le condividesse oppure ne accettasse le premesse per arrivare a conclusioni diverse.

In altre parole si ritiene sia vero che le Eap (oppure l'autoproduzione) combattono una selezione arbitraria imposta dalla cultura dominante e aiutino a scavalcarla?

Quanta ipocrisia ci sarà nell'affermare che il mondo della letteratura - e magari anche quello della pittura per non parlare della musica - è ridotta a una consorteria di amici che esclude e tarpa le ali a chiunque non ne faccia parte?

Poca, molta, abbastanza?

Sarà vero - altra affermazione fatta dal tizio - che i poeti moderni più celebrati siano dei dilettanti che si spacciano da professionisti sostenendosi l'un l'altro nelle accademie e che chiunque potrebbe fare meglio di loro se solo gli fosse aperto l'accesso?

Ecco.

Modificato da Nanni

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.

Detto in spiccioli: noi più di rilasciare recensioni negative sui libri scadenti, acquistare e promuovere (e magari anche scrivere) opere di qualità finanziando e promuovendo così CE e autori meritevoli e condannando dall'altro lato l'editoria cattiva (non parlo solo di EAP ma di tutta l'editoria che pubblica, per dirla in pseudo-latino, scadenta scadente), non penso possiamo fare.

Far sentire il proprio peso sul mercato è l'unico modo di influenzare la politica delle CE che, d'altra parte hanno pur sempre il coltello dalla parte del manico

 

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Però qui, secondo me, si ritorna alla distinzione fra EAP e free. 

A mio parere un editore free ha il sacrosanto diritto di pubblicare ciò che vuole, anche "spazzatura".  Investe di suo e credo sia giusto che possa scegliere cosa pubblicare.  Se sbaglia, sarà il mercato a tagliarlo fuori.  Se pubblica monnezza che però si vende allora i casi sono due: o sono io che non so giudicare cosa sia spazzatura e cosa no, oppure il livello medio dei lettori è basso e allora è giusto che leggano monnezza.  Se a investire non è l'editore ma l'autore le cose cambiano, ovviamente.

Non so, forse ho semplificato troppo le cose...

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Non so, forse ho semplificato troppo le cose...

 

No no Marcello, hai ragione, son io che non ho sottolineato meglio il punto. Quando dico che le CE hanno il coltello dalla parte del manico, mi riferisco proprio a ciò che hai detto tu. Finché una CE è free, è obbligata a seguire il mercato, e allora noi possiamo influenzarne la politica in quanto parte del mercato.

Se però parliamo di EAP, noi possiamo solo limitarci a condannarla argomentando il meglio che si può per arginare il fenomeno.

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Come quasi sempre avviene, anche nel discorso in malafede o stolto ci sono briciole  di verità. Le consorterie autoreferenziali esistono e non solo in letteratura; se  ne lamentano, per es. e  non da ora, i ricercatori di varie discipline scientifiche e umanistiche.

I patti più o meno scellerati che si stipulano a certi livelli riescono verosimilmente a tenere fuori dai giochi concorrenti di maggior valore. Allo Strega, tanto per non fare nomi,  da anni si rimprovera la logica spartitoria tra i soliti noti. Tuttavia le opere, studi, prodotti tutelati dalle varie "massonerie", se  non egregi e virtualmente perdenti in una competizione onesta, si mantengono a livelli di "decenza espositiva".

Tornando all'editoria, è indubbia la presenza di  robetta  dozzinale nei cataloghi delle big (che poi il lettore abbocchi, è altro discorso); non troveremo però bestialità grammaticate o vaniloqui incomprensibili. Le EAP a quanto pare, non si fanno scrupolo di offrir loro un  contratto, e nel self si può mettere di tutto. Che poi tra quel ciarpame finisca sepolto qualche testo degnissimo, -in grado di scalare le classifiche e ricevere onori - perché  rifiutato in alto loco per chiusura  e/o malevola invidia ... Sì, può anche accadere.

Il che non autorizza a rivoltare la frittata: hai scritto un capolavoro? Nessuno ti darà retta, paga se vuoi pubblicarlo!

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Ok, perfetto: avevo frainteso!

 

No, tranquillo Marcello, sono io che non mi sono spiegato bene: ogni volta che attacco a rispondere di getto mi scordo sempre qualche particolare nel fiume di ciarle della mia esposizione.  :asd:

 

se  ne lamentano, per es. e  non da ora, i ricercatori di varie discipline scientifiche e umanistiche.

 

Non dirlo a me.  :fuma:

 

Il che non autorizza a rivoltare la frittata: hai scritto un capolavoro? Nessuno ti darà retta, paga se vuoi pubblicarlo!

 

Frittata che si potrebbe rigirare nuovamente con: "se ho scritto un capolavoro, perché non vuoi investirci su di tasca tua?"

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Frittata che si potrebbe rigirare nuovamente con: "se ho scritto un capolavoro, perché non vuoi investirci su di tasca tua?"

 

Attribuivo la domanda all'ipotetica EAP. Comunque...

Perchè: a)  me lo dico da solo e potrebbe non esserlo affatto b) l'ho fatto valutare ( caso raro) da un agente  esperto e tale è. Curioso che egli non si  sia affrettato a rappresentarlo c) lo lancio nel mare magum del ciarpame, ove affogherà. La possibilità che venga ripescato (nel self) è moooolto bassa.

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Attribuivo la domanda all'ipotetica EAP. Comunque...

Perchè: a)  me lo dico da solo e potrebbe non esserlo affatto b) l'ho fatto valutare ( caso raro) da un agente  esperto e tale è. Curioso che egli non si  sia affrettato a rappresentarlo c) lo lancio nel mare magum del ciarpame, ove affogherà. La possibilità che venga ripescato (nel self) è moooolto bassa.

 

No no ferma sefora, equivoco!  :asd:

Avevo capito che la tua domanda era pronunciata dall'ipotetica EAP, infatti la mia era l'ipotetica risposta dell'ipotetico aspirante esordiente all'ipotetica EAP; ovvero: "se io aspirante esordiente, come dici tu EAP, ho scritto un capolavoro, perché tu, EAP, non vuoi investirci sopra con i tuoi soldi ed invece vuoi far pagare me?"

Modificato da Alexander91

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Tutto il mio discorso parte dalle affermazioni dell'inviato dell'Eap. E mi interessava sapere se qualcuno le condividesse oppure ne accettasse le premesse per arrivare a conclusioni diverse.

In altre parole si ritiene sia vero che le Eap (oppure l'autoproduzione) combattono una selezione arbitraria imposta dalla cultura dominante e aiutino a scavalcarla?

Non metterei EAP e autopubblicazione sullo stesso piano in questo caso: quello che vende l'EAP, nella logica dell'inviato, è il nome della casa editrice sulla copertina. Loro non danno a tutti la possibilità di pubblicare, ma la possibilità di essere pubblicati (se è chiara la differenza). Non ti ha scelto nessuno? Tranquillo, stacchi l'assegno e ti scegliamo noi. Ovvio che poi andranno a dire che l'autopubblicazione non prevede un editore e quindi non ha valore come invece pubblicare con loro che sono un vero editore (e come dargli torto?).

Ora la premessa del discorso io la trovo fallace. Non è vero che non esiste una meritocrazia o che i libri nel 90% dei casi non siano pubblicati per merito. Il problema è, a parte il livello tecnico-grammaticale che non tutti sono in grado di raggiungere (e che comunque richiede un lavoro preparatorio che non tutti sanno di dover affrontare), il problema, dicevo, è che i meriti per cui una CE sceglie un libro possono non essere gli stessi per cui io voglio scriverlo/leggerlo e possono magari non essere nemmeno condivisibili.

Ma anche la premessa fosse giusta, la risposta EAP non è conseguente. L'EAP non migliora il mercato editoriale: per farlo, bisognerebbe avere il coraggio (e la capacità) di metter su una CE che scelga solo in base a criteri letterari oggettivi, e poi magari sopravviva pure economicamente e porti al successo i suoi autori. L'EAP non fa nulla di tutto ciò, anzi: la sua politica è parassita di quella dell'establishment editoriale. Se la selezione editoriale fosse trasparente e i criteri di scelta ampiamente condivisi, l'EAP non apparirebbe più una "democratizzazione", non sarebbe più il rifugio degli scrittori incompresi. Per cui un EAP non può volere che questa situazione venga superata e quindi il suo discorso è ipocrita ab ovo.

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Ora la premessa del discorso io la trovo fallace. Non è vero che non esiste una meritocrazia o che i libri nel 90% dei casi non siano pubblicati per merito. Il problema è, a parte il livello tecnico-grammaticale che non tutti sono in grado di raggiungere (e che comunque richiede un lavoro preparatorio che non tutti sanno di dover affrontare), il problema, dicevo, è che i meriti per cui una CE sceglie un libro possono non essere gli stessi per cui io voglio scriverlo/leggerlo e possono magari non essere nemmeno condivisibili.

Ma anche la premessa fosse giusta, la risposta EAP non è conseguente. L'EAP non migliora il mercato editoriale: per farlo, bisognerebbe avere il coraggio (e la capacità) di metter su una CE che scelga solo in base a criteri letterari oggettivi, e poi magari sopravviva pure economicamente e porti al successo i suoi autori. L'EAP non fa nulla di tutto ciò, anzi: la sua politica è parassita di quella dell'establishment editoriale. Se la selezione editoriale fosse trasparente e i criteri di scelta ampiamente condivisi, l'EAP non apparirebbe più una "democratizzazione", non sarebbe più il rifugio degli scrittori incompresi. Per cui un EAP non può volere che questa situazione venga superata e quindi il suo discorso è ipocrita ab ovo.

 

Concordo con Swetty. Le levate di scudi da parte dell'EAP di cui è stato testimone Nanni io credo abbiano un motivo forte alla base: la paura. Paura del self-publishing e della disintermediazione. Ergersi custodi della democraticità (che poi in ogni caso lo è fino a un certo punto, mica tutti possono alleggerirsi di 3000+ eurini senza battere ciglio) opponendosi ai cattivoni delle big può non essere completamente pretestuosa come argomentazione. Ma basta cambiare punto i vista (come è già stato suggerito, quello del lettore) per smontare la storiella.

Posto che giudico diversamente le EAP che effettivamente usano il contributo dell'autore per coprire gli investimenti pubblicitari e che spingono attivamente il libro da quelle che una volta vendute le 200 copie all'autore se ne infischiano, in ogni caso la disintermediazione secondo me farà sempre più danni all'EAP (perché chi vorrà investire autonomamente sul proprio libro avrà sempre più possibilità di farlo) piuttosto che agli editori free anche piccoli purché "intelligenti", se sapranno rendersi desiderabili con un valore aggiunto a livello di identità, network, visibilità. Ma del resto per lanciare un'attività di editoria oggi bisogna per forze di cose essere ottimisti se non sognatori, quindi chissà!

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No no ferma sefora, equivoco!  :asd:

 

Chiedo venia, avevo letto ( ah, gli occhiali che lascio sempre in giro!) "hai" scritto un capolavoro ecc.   La risposta sarebbe: "Perchè sono a pagamento!" Esiste il "doppio binario", in effetti.

 

EAP e autopubblicazione non sono sullo stesso piano, certo. Condividono, salvo eccezioni, la "sommersione" del  prodotto; alla prima poco interessa, avendo tratto profitto dall'autore, per la seconda l'impresa è molto difficoltosa. Non che essere pubblicati dagli editori salvi in automatico dall'insignificanza... :nein:

Modificato da sefora

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