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Sguigon

Nibiru: ciò che resta [cap.2 pt.1]

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Capitolo 2: Rifugiati e rifugi

Messosi seduto si tolse di dosso delle sottili coperte umide di sudore e constatò di avere solo una canottiera e dei boxer.

Aveva la sensazione di essersi destato da un sogno immensamente lungo.

Le persone al di fuori della tenda non si erano accorte del suo risveglio e non sapeva se questo era positivo o meno.

Vide che c’erano alcuni stracci sporchi di sangue ammucchiati in un angolo e, acconto, un basso mobile con sopra delle forbici e alcuni coltelli.

Si girò dall’altra parte un po’ perché era disturbato dal sangue sconosciuto e un po’ per cercare delle informazioni che lo potessero aiutare a capire dove si trovasse.

Vicino c’erano alcuni vestiti piegati, per logica pensò fossero i suoi, e una piccola sacca.

Mentre stava analizzando il circostante, si accorse che gli individui avevano smesso di parlare; alcune ombre si allontanarono mentre una si girò verso l’ingresso.

Non avendo trovato nulla di rassicurante, basandosi sugli stracci sporchi, afferrò un coltello sul mobile e attendeva pronto a difendersi.

Delle mani allargarono i teli e sporse per prima una nuca.

Strinse l’arma nascondendola dietro la schiena pronto a colpire, ma allentò la presa quando vide il viso di una donna.

«Ah, ti sei svegliato.», disse lei quando fu completamente dentro, «Non sentendoti più lamentare ho pensato che ci avessi lasciato», concluse ironica.

L’uomo la osservava, continuando a non capire in che situazione si trovasse.

«Allora», riprese vedendolo spaesato, «come ti senti?».

L’atmosfera era tesa e imbarazzante. Lei, tranquilla come se lo conosceva da sempre, mentre lui rigido e con la sensazione di dover dire qualcosa, ma non ricordava nemmeno come si chiamava.

Incalzò ancora con le domande restando comunque calma « Non ricordi nulla, Isaam? ».

Sentendo quel nome qualcosa scattò in lui. In un attimo la mente lo portò, prima verso il sogno appena terminato, nel momento in cui qualcuno lo chiamava, poi verso un voce femminile con un tono molto triste, che allo stesso modo pronunciava ‘Isaam’.

« Isaam, riesci a capire quello che dico? », la donna appariva preoccupata dal fatto di non ricevere risposte.

« Ci conosciamo? », finalmente parlò restando comunque sospettoso.

« Bene, parliamo la stessa lingua. », commentò sollevata,« Sei stato trovato svenuto e ti hanno portato qui. Avevi una ferita alla testa, io ho fatto il possibile per sistemarti e no, non ci conosciamo ancora ».

« Allora come sai il mio nome? », la presa sul coltello ridiventava forte.

« Quando sei arrivato avevi un braccialetto con le tue generalità. Tutta la tua roba è in quella sacca accanto agli abiti. », fece una breve pausa e lo squadrò, « Faresti meglio a vestirti e, se ce la fai, a raggiungermi di fuori. Questa tenda serve per cure di emergenza, ti verrà indicato dove puoi riposare».

La donna si mosse per uscire ma Isaam intervenne «Aspetta! Ma chi sei?».

«Oh giusto. Sono Samantha. Mi occupo di assistere i feriti e fare il possibile per limitare le morti con le conoscenze che ho a disposizione», ci tenne particolarmente a sottolineare l’ultima frase.

«Sei una dottoressa?!», convenne.

«Se vuoi chiamarmi in questo modo … Adesso appena finisci di prepararti esci, chiamerò qualcuno per farti accompagnare in una tenda libera», detto questo, girò le spalle senza constatare la presenza di altre domande e uscì.

Prima di fare qualsiasi cosa, portò la mano sulla testa che gli doleva.

Effettivamente aveva una piccola fasciatura dietro il capo ma, non ricordandosi come se l’era procurata, poteva essere stato chiunque, persino la dottoressa che affermava di averlo curato.

Ancora con l’arma a portata di mano, Isaam si infilò subito i vestiti: dei semplici jeans, una camicia con maniche corte, e una leggera giacca.

Dopo afferrò la sacca che conteneva, con molte probabilità, notizie su di lui e la rivoltò spargendo il contenuto sul materassino.

Come detto dalla dottoressa, trovò un piccolo braccialetto di plastica sottile. Lo prese e sopra c’era scritto ‘Isaam R. - Anni: 33’.

Infilò in tasca l’oggetto e continuò l’ispezione (da fuori si sentì Samantha chiamare qualcuno).

C’era uno stropicciato foglietto di carta su cui non vi era scritto nulla, ma la cosa che attirò la sua attenzione era la presenza di un pugnale fuori dal comune.

Aveva una lama triangolare e il manico era decorato da facce inquietanti. Il corpo dell’arma era molto dettagliato con disegni geometrici che percorrevano l’impugnatura.

Come ultimo oggetto, una catenina placcata in oro con una croce all’estremità.

L’ombra della dottoressa, proiettata sulla tenda, richiamò col braccio qualcuno; Isaam, vedendo questo, avvertì la sensazione di essere imprigionato e si voltò verso la parte opposta per cercare un’apertura tramite la quale fuggire. Si inginocchiò alla ricerca di un varco, scostò un telo che fungeva da tappeto e il senso di prigionia aumentò per la nuova scoperta: al posto di un soffice manto erboso vide delle lastre di marmo che si univano, tramite saldature, alle giunture della tenda impedendo di sollevarla o scavarci sotto.

L’unica alternativa era tagliare il telo, non si scoraggiò, deciso più che mai, si allungò verso il materasso per prendere il pugnale e li si immobilizzò. In piedi davanti all’entrata una figura con una lampada lo fissava.

La luce, che colpiva le pupille abituate alla penombra, gli impediva di capire chi fosse, poi quello parlò.

« Finalmente ti sei svegliato! ».

Dalla voce era un ragazzo molto giovane e, dall’intonazione che aveva usato, sembrava attendesse quel momento più di qualunque altra cosa.

« Devo farti molte domande, devo sapere tutto! ».

« Ti dispiace spegnere la luce? Così mi accechi! », gli intimò Isaam con il pugnale ancora in mano.

« Oh scusa. Ecco fatto. Dai adesso esci ti mostro la tua tenda, nel mentre possiamo parlare. Ti aspetto fuori ».

Rimasto nuovamente solo si voltò e lacerò il telo, ma ancora una volta dovette scontrarsi contro l’impossibilità di evadere. Un muro di pietra gli bloccava l’uscita e l’unica via, ormai, era quella che lo portava verso gli estranei.

“Che posto è questo?”, pensò, “ Prima quel sogno e adesso questa tenda senza vie di fuga, non ricordo nulla”.

Il ragazzo di prima lo chiamò da fuori «C’è qualche problema? Vuoi una mano?».

« No! », si affrettò a rispondere per non fare entrare nessuno, «Finisco di vestirmi ed esco! ».

In realtà non aveva altro da fare, cercava di guadagnare del tempo anche se non sapevo come usarlo.

“ E va bene”, analizzando la situazione si portò verso le sue cose per raccoglierle, “Per ora è meglio non fare nulla di avventato. Se fossi stato catturato, sarei stato trattato in modo completamente diverso”.

Si scrollò le spalle, la borsa penzolava in una mano, e cautamente uscì.

Buio e tende, questa fu la prima visione che gli si parò davanti.

Si girò per vedere bene dove si trovasse e constatò che a bloccargli l’uscita era una grande colonna di pietra.

Poco distante notò la dottoressa Samantha intenta a conversare, mentre vicino a lui, come una guardia del corpo, c’era il ragazzo che, fremendo, lo attendeva.

« Ciao Isaam? Posso chiamarti ‘Isaam’? », era allegro e parlava veloce, « Come va la testa Isaam? Io ti ho visto arrivare, sembravi grave ma ora vedo che stai bene, eh Isaam! ».

Il ripetere continuamente il nome glie lo aveva fatto odiare nonostante lo avesse appena ricordato.

« Ehi ehi, calma. Ancora non so né dove mi trovo né chi sei ».

« Purtroppo per te hai conosciuto Peter », si avvicinò Samantha, « Ti avevo detto di non disturbarlo! », redarguì il ragazzo, « Si è appena ripreso, lascialo tranquillo finché non prende familiarità col posto ».

« Mica lo sto disturbando, stiamo facendo amicizia ».

« Che posto è questo? », chiese Isaam. La donna lo guardò « Momentaneamente è dove trascorriamo la maggior parte del tempo. Dove viviamo c’è stato un problema con le tubature e ci siamo arrangiati qui. Per ora, il meglio che possiamo offrirti è una tenda. Sei nuovo, perciò non creare problemi, renditi utile e vedrai che ti troverai bene. Gustav! », chiamò qualcuno da lontano, « Gustav ti indicherà il posto dove andare, lì potrai sistemarti ».

« E se volessi andarmene? », replicò con aria di sfida.

« E dove vorresti andare, fuori? », accennò un sorriso, « Beh, allora buona fortuna! ».

« Eccomi qui, Samantha », arrivò Gustav, un uomo alto e robusto con un accento tedesco, si girò verso Isaam, « Allora, seguimi ti mostro dove starai ».

Peter apparve deluso di non poterlo accompagnare, ma nonostante la decisione della dottoressa esclamò « Aspetta, aspetta! Gustav è grande anche un po’ impacciato », si allontanò saggiamente dall’uomo, « Isaam è ancora debole, se si gira rischia di schiacciarlo e i tuoi sforzi per curarlo sarebbero stati vani. Lo accompagno io, tanto la tenda è qui vicino, la strada la conosco ».

« Peter scansati e vai a perdere tempo da qualche altra parta. Samantha ha detto che non devi disturbare ».

Isaam si sentiva conteso come un oggetto, ma volendo stare al gioco scelse il male minore « Va bene il ragazzino, tanto deve solo accompagnarmi, no? », se ce ne fosse stato bisogno, avrebbe preferito evitare di confrontarsi contro la stazza di Gustav.

« Come vuoi », disse Samantha, « ma ti avverto, Peter con i nuovi arrivati sa essere asfissiante e qui tu sei l’unico. Gustav a questo punto dovresti farmi un altro favore ».

Peter, entusiasta per la vittoria sperata, liberò Isaam dal peso della sacca e lo spinse lontano dal gruppo « Finalmente ce ne siamo liberati, però ehi, non sono un ragazzino. Non basarti sulla prima impressione, Samantha non è poi così male ».

“ Samantha no, ma tu …” pensò, ricordando quando poco prima lo aveva accecato con la lampada e subito dopo stordito di domande.

« Vedrai, questo posto non è un sogno, ma è sempre meglio di fuori. Dai seguimi, la tenda è per di qua ».

‘Fuori’, questa parola colpì l’attenzione di Isaam. Prima la dottoressa, ora Peter avevano accennato al di fuori. Continuò a seguire la guida e nel frattempo analizzò la zona.

Libero da domande o suggerimenti, riprese a vedere il luogo circostante.

Notò subito un particolare rilevante che gli era sfuggito.

Tutto ciò che lo circondava: tende, persone, valige, casse, non si trovava sull’erba ma, come l’interno di dove si era svegliato, su un pavimento di marmo.

Guardando con più attenzione non erano semplici lastre, ma c’erano delle decorazioni, varie tonalità di colore, e si potevano scorgere vagamente delle scritte in latino.

Fu pervaso da un dubbio e immediatamente guardò verso l’alto, se fu stupefatto per il suolo, ancora di più lo fu per il cielo. Sotto i suoi piedi c’era qualcosa di strano, ma sopra la sua testa non c’era praticamente nulla se non il buio assoluto. Non si trovava in una città e quindi le stelle non potevano essere sopraffatte dalla luce degli edifici, ma allora perché non ne si intravedeva neanche una?

Non c’erano nuvole, non c’era la luna e adesso che lo notava mancava anche la brezza fresca della notte. Si accorse, in oltre, che la colonna intravista prima si ripeteva con distanze equanimi su due lati, e che la parte superiore spariva dell’ombra.

Le persone, che fino a quel momento avevano svolto i loro affari, con discrezione fissavano Isaam al suo passaggio voltandosi appena venivano scoperte.

Il ragazzo salutavano alcuni passanti che non si avvicina per via del nuovo arrivato.

« Peter, giusto? », fermò il ragazzo, doveva fare chiarezza su qualsiasi cosa fosse quel posto.

« Peter Brown per la precisione. Sai, è da tanto che aspetto un momento del genere, ho tante domande da farti: da dove vieni, perché sei venuto qui, come ci sei arrivato, com’è là fuori e tante altre ancora Isaam».

« È proprio questo che ti vorrei chiedere. Prima anche la dottoressa ha accennato al ‘fuori’. Non ci siamo già? ».

« Oh no, qui siamo dentro, fuori non si può andare per quello che c’è e per chi controlla l’uscita, le guardie non ti lasceranno mai passare ».

«Allora che posto è questo? », domandò incuriosito e al tempo stesso incredulo per quello che aveva appena sentito, « Ci sono delle tende, avete lampade e torce, come possiamo trovarci dentro qualcosa se non ci sono luci e non vedo nemmeno il soffitto e le pareti? ».

« Purtroppo sei capitato durante l’ennesimo guasto. Le tubature al secondo piano si rompono spesso e l’acqua fa contatto con i cavi interrompendo la corrente. Questo posto è molto grande, per questo non si vedono le pareti e le finestre sono chiuse, ma è anche vecchio e alcuni fili non sono isolati, però non ci dovrebbe voler troppo a ripararli e ad asciugare tutto. Fortunatamente hai dormito per tutto il tempo ».

Pensò a quanto detto. Il soffitto era talmente distante da non vederlo e in più c’erano altri piani al di sopra, l’edificio doveva essere incredibilmente grande.

« Ho dormito per tutto il tempo? Da quanto sono qui? ».

Peter si passò una mano dietro al collo nell’intento di ricordare meglio, intanto continuavano ad avanzare sotto sguardi indiscreti, e con una smorfia di chi tenta di rammentare ogni singolo particolare accaduto tempo addietro disse « Mmh, mi pare circa tre giorni. Si! Sono sicuro, perché quando ti ho visto avevo appena finito di perdere a ‘Resisti e strappa’ », gli mostrò il palmo della mano leggermente bruciato.

« E che mi puoi dire sulle guardie? Perché non dovrebbero far uscire? ».

« Eh, il motivo preciso non lo so. Girano alcune voci, alcuni dicono che l’aria è irrespirabile, altri invece che i raggi siano diventati dannosi, poi tante altre persone giurano che fuori ci siano animali mutati. Se vuoi un mio parere », gli si avvicinò abbassando la voce, « finché non riparano il secondo piano, non esprimere pareri scientifici perché potresti farti sentire dal reverendo Bell, o da qualche altra persona a lui vicina ».

Un rumore di alta tensione si diffuse nell’aria mentre Peter continuava la spiegazione « Su questo piano non è consigliabile parlare di scienza. Riguardo a cosa c’è fuori, resta sulla religione o, se non vuoi, sul vago. Comunque non credo che per te sia difficile, dopo tutto ho visto come si è comportata Samantha con te ».

« Che vuoi dire? Io non ho notato nulla ».

« È logico, tu non la conosci. È stata un po’ fredda, distaccata. A lei non piacciono i religiosi e tu avevi quella catenina al collo, per non parlare di quel pugnale. Io non l’ho visto, ma mi hanno detto che era strano e troppo malridotto per essere usato, ti sei divertito parecchio con quello eh? Magari me lo fai vedere quando arriviamo, avrai molte cose interessanti in questa sacca ».

« Beh, quello che ho devo ancora capire se sia mio o meno ».

Intervenne Peter sorridendo « Sicuramente alcuni vestiti che hai addosso non lo sono! ».

« Stai dicendo che quando sono arrivato ero nudo? ».

« No. Avevi le mutande e la giacca, ovviamente anche questa sacca con la tua roba. Dai siamo arrivato ».

Avevano percorso un lungo corridoio pieno di occhi che li fissavano di nascosto, ed ora si trovavano in uno spiazzale più largo dove non c’era nessuno.

« Scegli una qualsiasi tenda, queste sono tutte vuote. Se ti senti solo mi trasferisco qui, e possiamo parlare un po’ di te, ti faccio vedere quel che c’è da vedere e conoscere chi bisogna conoscere. Dai appena ti sistemi ci divertiamo».

« Ci penserò? », ma in verità non aveva voglia di parlare col ragazzo, sia perché era troppo logorroico per i suoi gusti, sia perché non sapeva cosa dire su di se.

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