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Alberto Tosciri

Sulla strada andando (Cap.2)

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Il letto era comodo, ma strano. Come si girava, il materasso produceva dei suoni scroscianti, sembrava che dentro ci fossero foglie secche e aveva un forte odore di paglia. Aveva chiesto dove fossero i servizi, il “duca” sembrava non capire, poi gli aveva indicato una porta malmessa in fondo al corridoio, effettivamente all’interno c’era una sorta di stanza con un buco fetido al centro, dal quale entravano folate fredde di aria esterna. Era uscito immediatamente turandosi il naso senza voler vedere oltre, mentre in camera il lavandino era costituito da un catino di smalto bianco consunto, situato sopra un treppiede di ferro con sotto un boccale colmo a metà d’acqua e un asciugamano ripiegato in un angolo.

Effettivamente era troppo “all’antica” anche per un albergo a tema che rimandava alle usanze di chissà quale epoca, comunque si trattava di stare solo una notte, pensò Carlo. A parte il rumore del temporale, molto intenso, non si sentiva altro. E quel maledetto cellulare che continuava a non avere campo.

Passò la notte nel dormiveglia, svegliandosi di malumore al mattino presto.

Si sentiva nelle vicinanze il canto di un gallo, una sensazione strana nel silenzio, certamente inusuale per Carlo.

La stanza era inondata da una luce lattiginosa, dava l’impressione di avvolgere, guardare le cose su cui si posava, si sentivano i canti degli uccelli, abbaiare lontano di cani e suoni di campanacci, come se ci fosse del bestiame nei dintorni.

“Magari è una sorta di agriturismo dove passa poca gente e i proprietari hanno lasciato un vecchio parente contadino per ricevere. Ma dove sono le prese e gli interruttori della luce? Devo caricare il cellulare, almeno spostandomi fuori di qui riuscirò a prendere campo” .

Per quanto cercasse, non trovò interruttori.

Tergiversò a lungo se lavarsi o no nel catino con l’acqua del boccale e un pezzo di sapone giallastro usato.

“Come servizio, per quanto a tema, fa veramente schifo” pensò.

Lasciò perdere, usando delle salviette umidificate che aveva nella valigia, avrebbe voluto farsi una doccia, ma pensò che era meglio non indagare ulteriormente. Dopo un caffè avrebbe pagato e se ne sarebbe andato immediatamente.

Uscì dalla stanza e scese al piano sottostante. Non vedeva nessun ufficio o portiere, o un'altra faccia che fosse nel frattempo subentrata a quel vecchio strano.

Se lo vide improvvisamente davanti, vestito con una sorta di giacca da camera verdastra, pantaloni larghi color amaranto e piedi nudi dentro sandali di cuoio, una sorta di messinscena antica di dubbio gusto.

«Vorrei pagare il conto» disse Carlo, lasciando perdere i convenevoli.

«Non sarà facile, signore» disse il “duca”, guardandolo in faccia.

«Boh, non so cosa vuol dire. Mi dica quanto devo. Accettate carte di credito?»

«Non sarà facile» continuò il “duca”.

«Bene. Intanto che ci pensa, metto la valigia in macchina. Dov’è l’uscita?»

Il vecchio indicò con una mossa del mento il corridoio dove stava il portale. Carlo vi si diresse, sentendo un brivido freddo nella schiena e provando l’impressione di essere dentro un convento di clausura. O un pozzo senza fondo. Non vedeva l’ora di andarsene. Armeggiò a lungo con il saliscendi, senza riuscire ad aprire la porta. Il “duca” si avvicinò, con una mossa rapida sollevò il meccanismo e la spalancò.

Carlo uscì, guardò in direzione della sua macchina e si sentì gelare: era completamente circondata da una mandria di pecore, un cane nero girava loro intorno per non farle sbrancare. Cercò di allontanarle muovendo la valigia davanti a sé, ma erano dure a capire e si muovevano lentamente belando in modo lamentoso.

Disgustato dal loro odore aspro, salato si voltò e vide davanti, come comparso dal nulla, un uomo avvolto da capo a piedi in un tabarro fatto di pelli d’agnello di vari colori, che si confondeva con il gregge. Sul capo aveva un cappuccio che gli scendeva fin sugli occhi scuri e quasi tutto il viso era coperto da una sciarpa scura.

«Ma che diamine… levi questi animali dalla mia macchina… insomma… li levi…» diceva Carlo concitato, alzando la voce e al contempo guardando il cane che si era avvicinato con fare minaccioso, emettendo un ringhio sordo.

Le pecore sembravano agitarsi sempre di più, urtando Carlo che si spostava e nel muoversi andò a urtare il pastore.

La sciarpa gli si abbassò. Il viso che comparve sembrava una immonda maschera di un carnevale satanico. L’unica cosa sana erano gli occhi, scuri e indagatori, mente le guance scavate mostravano la carne viva fino alla marcia dentatura semiscoperta, come in un cadavere che si fosse putrefatto e cominciasse a mostrare lo scheletro. Bubboni rossi e violacei di ogni dimensione, raggruppati in oscene colonie purulente popolavano ogni lembo di pelle su quella faccia e una parte delle labbra erano un’unica enorme e pendente escrescenza tumefatta, dall’eterna espressione stupita. Carlo rimase a guardare, incapace di capire cosa stava guardando, prima di rendersi conto e riconoscere che l’urlo immane che stava sentendo era il suo, prima di raggelare vedendo il pastore che alzava una mano, come per salutarlo o fermarlo, piegando il capo da un lato, emettendo al contempo un ghigno sofferente, con fuoriuscita da quelle labbra di un suono, un gorgoglio.

Carlo sentì come un suono acuto lacerargli le orecchie, la lingua assumere il sapore del ferro, poi tutto divenne buio e silenzioso intorno a lui.

Quando si risvegliò, vide sopra di sè un pesante ricamo damascato, di colore rosso carico, consunto e polveroso. Si trattava di un baldacchino che sormontava il letto sopra il quale era posto.

Si sentiva in un bagno di sudore, probabilmente aveva la febbre.

Guardava debolmente intorno, osservando la stanza piuttosto larga, con pareti bianche, mobili di legno scuro intarsiato. Vicino a una finestra aperta, attraverso la quale si intravedeva la cima di alcuni alberi, un uomo stava seduto davanti a un piccolo tavolo. Si intravedeva il profilo segaligno i lunghi capelli bianchi, era intento a fare qualcosa, sembrava scrivere a mano su grandi fogli di carta giallastra.

Smise di scrivere, ristette immobile improvvisamente, come se fosse in ascolto, poi si voltò lentamente. Carlo riconobbe il “duca”.

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Horror, dunque? Non è il mio genere preferito, lo confesso... Trovo sempre un po' comici morti viventi e altre sgomentevoli creature; che qui figuri un branco di pecore rappresenta a mio avviso una miglioria!

Comunque la trama si va precisando e la narrazione "scorre". Quanto alla scrittura, non è detto che l'orientamento attuale (periodi brevi, aggettivazione minimale ecc.) la renda fatalmente "anonima". Si tratta, al solito, di trovare la propria cifra, il che valeva anche per la ricca prosa di un tempo; e infatti distinguiamo facilmente, tanto per dire, D' Annunzio da Svevo.

Qualche osservazione:

Effettivamente era troppo “all’antica” anche per un albergo a tema che rimandava alle usanze di chissà quale epoca(...) “Magari è una sorta di agriturismo dove passa poca gente e i proprietari hanno lasciato un vecchio parente contadino per ricevere

Mi sembra troppo ingenuo quest'uomo di mondo...

una immonda maschera di un carnevale satanico. L’unica cosa sana erano gli occhi, scuri e indagatori, mente le guance scavate mostravano la carne viva fino alla marcia dentatura semiscoperta, come in un cadavere che si fosse putrefatto e cominciasse a mostrare lo scheletro. Bubboni rossi e violacei di ogni dimensione, raggruppati in oscene colonie purulente popolavano ogni lembo di pelle su quella faccia e una parte delle labbra erano un’unica enorme e pendente escrescenza tumefatta

Non c'è troppa "roba" orrifica tutta insieme?quote]

Carlo sentì come un suono acuto
Perché "come"?
vide sopra di sè un pesante ricamo damascato
La parte per il tutto, accettabile (il ricamo richiede il supporto della stoffa) surprice.gif

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Ciao Sefora, ti ringrazio per aver commentato.

No, non si tratta di horror, per quanto lo sembri. Quella descrizione "orrorifica" è necessaria per la storia, ha un suo senso, ma non è horror, c'è un altro motivo, vorrei dirtelo, ma così dovrei rivelare qualcosa che avrei in serbo più avanti, sempre se riesco a postare per motivi di tempo.

In quanto all'ingenuità dell'uomo di mondo... forse è vero, ho calcato un pò troppo la mano, ma io più che altro volevo far risaltare una sorta di ignoranza e superficialità del tipo, che solo perchè ha i soldi, magari anche un'istruzione, pensa di avere capito tutto e che tutto gli sia dovuto, ma manca di attenzione e sensibilità innanzi tutto verso i suoi simili e poi verso alcuni particolari che in seguito si riveleranno di una certa importanza.

Dici che ho messo "troppa roba orrorifica" tutta assieme? Forse si. Mi sono lasciato prendere dalla frenesia della descrizione. Rivedrò.

Carlo sentì come un suono acuto

Perché "come"?

Forse avrei dovuto scrivere "Carlo sentì qualcosa nell'aria, come un suono acuto"?

Ehm, a volte riduco un po'...

vide sopra di sè un pesante ricamo damascato

La parte per il tutto, accettabile (il ricamo richiede il supporto della stoffa)

Si vero. Ma non mi sentivo di scrivere che vedeva sopra di se una stoffa ricamata con motivi di damasco, troppo da rinascente... (ho le mie paranoie nell'esporre, chiedo venia...)

Grazie per le notazioni, mi sono state utilissime.

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Comincia a prendermi davvero molto come scritto, la storia mi piace particolarmente... thumbup.gif

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qui credo ci stia meglio la virgola che il punto.

Carlo vi si diresse, sentendo un brivido freddo nella schiena e provando l’impressione di essere dentro un convento di clausura. O un pozzo senza fondo.

alla fine questo pezzo

Carlo rimase a guardare, incapace di capire cosa stava guardando, prima di rendersi conto e riconoscere che l’urlo immane che stava sentendo era il suo, prima di raggelare vedendo il pastore che alzava una mano, come per salutarlo o fermarlo, piegando il capo da un lato, emettendo al contempo un ghigno sofferente, con fuoriuscita da quelle labbra di un suono, un gorgoglio.

Mi incarto un po' nel leggere questo periodo

Per quanto riguarda la descrizione fisica del pastore, non credo ci sia nulla di male. Io ritengo che nei sogni ci possa essere qualsiasi cosa. Per dirla tutta il cane poteva pure mettersi a ballare, ovviamente si perdeva la tensione della scena, tutto ci può stare ma sempre se è pertinente la clima scelto.

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Ospite
provando l’impressione di essere dentro un convento di clausura. O un pozzo senza fondo.

I conventi sono spesso splendidi e i chiostri che ho visitato magnifici (Il termine ‘chiostro’ deriva dal latino claustrum e significa ‘sbarramento, recinto’; nel corso del Medioevo è utilizzato per indicare nei monasteri l’area della clausura e solo dal XII secolo assume in significato che gli viene dato ancora oggi). Alcuni monasteri che sorgevano in piena campagna con l’espandersi delle città oggi sono circondati da alti palazzi che levano loro la luce solare e la necessità di usare la luce elettrica anche di giorno dà un senso di oppressione, ma non credo che Carlo si riferisca a questo.

Userei un paragone con una prigione.

Il viso che comparve sembrava una immonda maschera di un carnevale satanico. L’unica cosa sana erano gli occhi, scuri e indagatori, mente le guance scavate mostravano la carne viva fino alla marcia dentatura semiscoperta, come in un cadavere che si fosse putrefatto e cominciasse a mostrare lo scheletro. Bubboni rossi e violacei di ogni dimensione, raggruppati in oscene colonie purulente popolavano ogni lembo di pelle su quella faccia e una parte delle labbra erano un’unica enorme e pendente escrescenza tumefatta, dall’eterna espressione stupita.

Descrizione troppo lunga e contraddittoria: la carne è scavata o coperta di escrescenze?

Stai parlando di un caso di “uomo elefante”?

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Ti do ragione che i conventi sono luoghi meravigliosi, Bradipi. icon_wink.gif

Per uno come Carlo, abituato a "godersi" la vita, sicuramente no.

Intendiamoci, non fa nulla di "male", ma sicuramente per lui un convento e un pozzo nero sono la stessa cosa.

Ammetto la mia ignoranza (ma non è una scusante: anche qui dovevo documentarmi :facepalm: ) circa la descrizione della faccia disastrata del pastore. Non ho mai visto un uomo con la lebbra, (si tratterebbe di lebbra) solo nei film e descrizioni di romanzi e ho scritto a memoria per come mi ricordavo di aver visto.

Penso che la carne si copra di escrescenze e bubboni, forse consumando il tessuto lo scavano,lo consumano, ma è una mia empirica supposizione, so che inorridirai per questo, ancor di più che per la descrizione che ne ho fatto.

:facepalm::facepalm:sorry.gif

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Ospite

Se cerchi in rete trovi immagini di volti di pazienti con la lebbra.

Neanch'io ho mai visto un lebbroso.

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