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swetty

Brutti e cattivi: gli aggettivi e gli avverbi

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Le buone scuole di scrittura consigliano di non abusare di aggettivi e avverbi, soprattutto i famigerati avverbi in -mente.

Ma tutti si ribellano a questa imposizione, perché in fin dei conti se gli aggettivi esistono a qualcosa serviranno. Però se si va a vedere, togliere aggettivi "decorativi" dalle frasi le rende più snelle ed eleganti.

È già nata una lunga discussione altrove (e a breve qualcuno la sposterà qua sotto), però è una questione annosa e insolubile.

La mia opinione è che gli aggettivi da lasciare sono quelli che indicano una qualità specifica, come un colore, un aspetto (rugoso, liscio), un odore o un sapore specifico. Lo stesso con gli avverbi, anche se lì la questione è più complessa. Va assolutamente tolto tutto quello che non dà una vera informazione al lettore, ma questo non riguarda solo gli aggettivi: «sapeva di formaggio» è molto meglio di «puzzava», è più specifico e dà l'idea giusta.

Inoltre bisogna stare assolutamente attenti a quegli aggettivi che denotano un giudizio: bello, brutto, alto, basso, grasso e via così. Sono aggettivi che possono essere usati al limite in prima persona o con focalizzazione interna, altrimenti è molto meglio descrivere o l'aspetto e basta oppure la reazione degli altri a queste qualità. Ma lo stesso si può dire per caldo o freddo: far vedere un personaggio che si sventola, sbuffa e si asciuga il sudore è molto più incisivo che dire "era una giornata calda", ma in ogni caso è meglio precisare "era una di quelle giornate afose in cui l'aria sembra irrespirabile e ecc.".

Però qualche aggettivo ci vuole, perché senza diventa tutto piatto. L'importante è dosarli e usare quelli giusti e precisi, possibilmente non comuni. Dire che una donna è bella è insulso, dire che è abbagliante almeno denota una certa ricercatezza dell'autore.

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in buona parte concordo.

Inoltre bisogna stare assolutamente attenti a quegli aggettivi che denotano un giudizio: bello, brutto, alto, basso, grasso e via così. Sono aggettivi che possono essere usati al limite in prima persona o con focalizzazione interna, altrimenti è molto meglio descrivere o l'aspetto e basta oppure la reazione degli altri a queste qualità.

possono essere usati in prima persona per marcare il carattere del personaggio: per esempio se lucia dice che luca è figo e bello, abbiamo già capito che è una ragazza superficiale.

Però qualche aggettivo ci vuole, perché senza diventa tutto piatto. L'importante è dosarli e usare quelli giusti e precisi, possibilmente non comuni. Dire che una donna è bella è insulso, dire che è abbagliante almeno denota una certa ricercatezza dell'autore.

non credo che il testo diventi piatto, non è che se leggo un aggettivo me lo innalza verso altre vette.

anche dire che una donna è abbagliante non si discosta più di tanto dall'insulso, è già un qualcosa in più, è vero, però...

secondo me gli aggettivi si possono utilizzare quando hai già descritto un personaggio: per esempio se hai descritto luca come un vecchio brutto (usando termini concreti, ovvio) ma poi non citi il personaggio per 50 pagine, lo puoi far tornare alla mente al lettore scrivendo; luca, quel vecchio. perchè il lettore lo ricordo vecchio, ce l'ha ben in mente.

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Forse sono sorda (il perche' si capisce alla fine) ma ... sinceramente a me non piace fare un'analisi iper esaustiva degli aggettivi e degli avverbi che ho messo in una frase ne' farne un uso tematico, se cosi' si puo' dire.

Non posso essere troppo razionale quando scrivo, perderei parte del gusto. Il testo deve essere grammaticalmente impeccabile (per quanto mi e' possibile), per il resto ... conta come suona. Al limite, se volessi usare due avverbioni a poca distanza perche' mi sconfinfera ... li userei, non ci sarebbe nulla dentro di me pronto a urlare al sacrilegio a priori. Insomma, secondo il mio modestissimo parere e' tutto un fatto di equilibrio. Se puntello bene posso metterci tutto e il contrario di tutto e piu' che occhio, ci vuole orecchio! icon_cheesygrin.gif

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Cristina, in parte sì e in parte no.

Io spesso scrivo un periodo e se suona bene magari lo lascio come sta, ma se appena non è soddisfacente, allora vado subito a giudicare aggettivi e avverbi. E immancabilmente ne cavo via il 75%. Tanto che ormai faccio il contrario: non li scrivo proprio e se la frase è sciapa ne metto uno o due. Come col sale.

Però qualche aggettivo ci vuole, perché senza diventa tutto piatto. L'importante è dosarli e usare quelli giusti e precisi, possibilmente non comuni. Dire che una donna è bella è insulso, dire che è abbagliante almeno denota una certa ricercatezza dell'autore.

non credo che il testo diventi piatto, non è che se leggo un aggettivo me lo innalza verso altre vette.

Dipende dal punto e dal momento. Riporto un brano che ho già postato perché è breve e ho già fatto quest'analisi, visto che mi dissero che usavo troppi aggettivi (sic).

Fu l'ultima volta che la XVII legione scese in battaglia. La luna si rifletteva sulle spade e sugli elmi. All'alba i suoi raggi passavano tra le foglie della foresta di Teutoburgo, sui nostri volti sfiniti.

La pioggia e il vento infuriavano, le armi scivolavano di mano. Avanzavo lento nel fango, la vista appannata, il braccio che teneva la spada a fatica. Fui colpito, una volta, due volte, ma non morii. Vidi Varo cadere, i compagni caduti, la disfatta.

L'uomo che mi afferrò era ricoperto di pelli e aveva due corna sull'elmo: mi mise in catene e mi trascinò tra i suoi. Mi tagliarono le mani, le orecchie, mi tolsero gli occhi e mi strapparono la lingua, poi mi bruciarono sull'altare del dio Máni.

Siamo tutti fantasmi, nella foresta, lungo il Reno. Vaghiamo senza pace, le ossa insepolte, il nome dimenticato. Eravamo Romani, eravamo soldati, ora siamo solo ombre, pallidi riflessi argentati. Siamo la XVII legione, e morimmo nel giorno della luna.

Ho messo in corsivo gli avverbi (o locuzioni avverbiali), in grassetto gli aggettivi e sono sottolineati i due "decorativi":

- quattro in sono participi assoluti, quindi verbi, non aggettivi (la vista appannata, i compagni caduti, le ossa insepolte, il nome dimenticato);

- due sono colori (pallidi riflessi argentati);

- uno è un posizionale (ultima volta);

- uno è un possessivo (nostri volti);

- solo due sono qualificativi veri e propri: volti sfiniti, avanzavo lento.

Il punto è che sia gli avverbi che i due aggettivi decorativi hanno un senso, senza di loro il brano arriva lo stesso, ma sono quelle cinque espressioni che danno sale, che fanno sì che il brano non sia una piatta descrizione della scena.

Almeno questa è la mia idea. Quini toglierli sì, è tutto di guadagnato, ma ogni tanto lasciarne qualcuno qua e là per ombreggiare e dare sapore.

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swetty :

...

Io spesso scrivo un periodo e se suona bene magari lo lascio come sta, ma se appena non è soddisfacente, allora vado subito a giudicare aggettivi e avverbi. E immancabilmente ne cavo via il 75%. Tanto che ormai faccio il contrario: non li scrivo proprio e se la frase è sciapa ne metto uno o due. Come col sale.

E' senza dubbio un approccio interessante ... diventa un fatto di gusto e messa cosi' non mi dispiace!

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Secondo me noi percepiamo il mondo attraverso gli aggettivi. Il tavolo su cui è il mio computerè bianco, il mobile che contiene i dischi e cd è nero con bordature color legno. La mia gatta si è accomodata vicino a me in posa statuaria eccetera.

Mi si dice come un mantra: mostra, non raccontare. Ma come faccio a mostrare qualcosa senza usare aggettivi? Se dovessi limitarmi a raccontare potrei farne a meno, in effetti.

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Inoltre bisogna stare assolutamente attenti a quegli aggettivi che denotano un giudizio: bello, brutto, alto, basso, grasso e via così. Sono aggettivi che possono essere usati al limite in prima persona o con focalizzazione interna, altrimenti è molto meglio descrivere o l'aspetto e basta oppure la reazione degli altri a queste qualità. Ma lo stesso si può dire per caldo o freddo: far vedere un personaggio che si sventola, sbuffa e si asciuga il sudore è molto più incisivo che dire "era una giornata calda", ma in ogni caso è meglio precisare "era una di quelle giornate afose in cui l'aria sembra irrespirabile e ecc.".

Dipende molto dal risalto che vuoi dare al fatto che stai descrivendo una giornata calda. Se è un'informazione secondaria e che non va ad influire sulla storia o su cui non ritieni di dover focalizzare l'attenzione del lettore usi un aggettivo. Diverso è invece il caso in cui descrivi il personaggio che si asciuga il sudore, in quel caso stai dando risalto, vuoi che il lettore dia importanza al caldo della giornata.

Non tutto deve essere in risalto, altrimenti è come se nulla lo fosse.

Faccio l'esempio con la fotografia, tanto più gli elementi di contorno sono sfocati, tanto più quello che è a fuoco colpisce chi guarda.

Però qualche aggettivo ci vuole, perché senza diventa tutto piatto. L'importante è dosarli e usare quelli giusti e precisi, possibilmente non comuni. Dire che una donna è bella è insulso, dire che è abbagliante almeno denota una certa ricercatezza dell'autore.

non credo che il testo diventi piatto, non è che se leggo un aggettivo me lo innalza verso altre vette.

anche dire che una donna è abbagliante non si discosta più di tanto dall'insulso, è già un qualcosa in più, è vero, però...

Se stiamo parlando di aggettivi in generale non sono d'accordo. Prendi un racconto del più bravo scrittore esistente ed elimina tutti gli aggettivi e tutti gli avverbi e vediamo se il testo non diventa piatto.

Se invece si parla di aggettivi che danno una qualificazione soggettiva, un giudizio, è bene accompagnarli a precisazioni e descrizioni, ossia posso dire che una ragazza è bella ma poi devo descriverela.

Vero è che chi ci legge potrebbe non trovarla bella ma essere oggettivi per uno scrittore è impossibile, se volevo esserlo avrei scritto articoli di cronaca. Non solo, non credo che nessun lettore si aspetta che chi scrive sia oggettivo. Facciamo un esempio quante volte abbiamo letto frasi che parlano di ragazze le cui linee del corpo sono perfette? Ma cosa vuol dire perfette? per me hanno un significato, preferendo le ragazze minute ma non troppo, un mio amico invece apprezza molto di più le ragazze ben in carne e quindi per lui quella frase ha un altro signficato.

Forse sono sorda (il perche' si capisce alla fine) ma ... sinceramente a me non piace fare un'analisi iper esaustiva degli aggettivi e degli avverbi che ho messo in una frase ne' farne un uso tematico, se cosi' si puo' dire.

Non posso essere troppo razionale quando scrivo, perderei parte del gusto. Il testo deve essere grammaticalmente impeccabile (per quanto mi e' possibile), per il resto ... conta come suona. Al limite, se volessi usare due avverbioni a poca distanza perche' mi sconfinfera ... li userei, non ci sarebbe nulla dentro di me pronto a urlare al sacrilegio a priori. Insomma, secondo il mio modestissimo parere e' tutto un fatto di equilibrio. Se puntello bene posso metterci tutto e il contrario di tutto e piu' che occhio, ci vuole orecchio! icon_cheesygrin.gif

Quoto.

Secondo me noi percepiamo il mondo attraverso gli aggettivi. Il tavolo su cui è il mio computer è bianco, il mobile che contiene i dischi e cd è nero con bordature color legno. La mia gatta si è accomodata vicino a me in posa statuaria eccetera.

Mi si dice come un mantra: mostra, non raccontare. Ma come faccio a mostrare qualcosa senza usare aggettivi? Se dovessi limitarmi a raccontare potrei farne a meno, in effetti.

Perfettamente d'accordo.

Lo stesso discorso vale per gli avverbi, se io voglio dare l'informazione al lettore che Tizio sta partecipando alla discussione senza prestarci troppa attenzione o contro voglia ma non voglio che l'attenzione del lettore si focalizzi su questo userò l'avverbio "svogliatamente".

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Secondo me noi percepiamo il mondo attraverso gli aggettivi. Il tavolo su cui è il mio computer è bianco, il mobile che contiene i dischi e cd è nero con bordature color legno. La mia gatta si è accomodata vicino a me in posa statuaria eccetera.

Mi si dice come un mantra: mostra, non raccontare. Ma come faccio a mostrare qualcosa senza usare aggettivi? Se dovessi limitarmi a raccontare potrei farne a meno, in effetti.

Gli aggettivi non sono tutti uguali: un conto è dire "il tavolo è bello" un conto è dire "il tavolo è nero". Nel primo caso dai un giudizio, nel secondo un'informazione. Nel primo caso dici al lettore: "pensa così e così" (e tipicamente il lettore dice: "non ho la testa per disturbo, voglio giudicare da me se il tavolo è bello o no"), nel secondo dice "ok è nero".

Dipende molto dal risalto che vuoi dare al fatto che stai descrivendo una giornata calda. Se è un'informazione secondaria e che non va ad influire sulla storia o su cui non ritieni di dover focalizzare l'attenzione del lettore usi un aggettivo. Diverso è invece il caso in cui descrivi il personaggio che si asciuga il sudore, in quel caso stai dando risalto, vuoi che il lettore dia importanza al caldo della giornata.

Se è un'informazione secondaria che non va a influire sulla storia non dovresti specificarlo. Se lo fai per dare colore, puoi usare l'espressione "una calda giornata" che sembra uguale a "una giornata calda" ma non lo è.

Se invece c'è un piano anche infimo in cui il caldo ha importanza, allora un «si passò la mano sulla fronte per asciugarsi il sudore» buttato lì con non-chalance è molto, ma molto meglio.

Non tutto deve essere in risalto, altrimenti è come se nulla lo fosse.

È per questo che gli aggettivi vanno dosati: ogni aggettivo appiccica il lettore da qualche parte, come gli spot di luce su un palco.

Vero è che chi ci legge potrebbe non trovarla bella ma essere oggettivi per uno scrittore è impossibile, se volevo esserlo avrei scritto articoli di cronaca. Non solo, non credo che nessun lettore si aspetta che chi scrive sia oggettivo. Facciamo un esempio quante volte abbiamo letto frasi che parlano di ragazze le cui linee del corpo sono perfette? Ma cosa vuol dire perfette? per me hanno un significato, preferendo le ragazze minute ma non troppo, un mio amico invece apprezza molto di più le ragazze ben in carne e quindi per lui quella frase ha un altro signficato.

Appunto per questo bisogna evitare gli aggettivi che danno un giudizio. In realtà se io descrivo un personaggio come "bello, con capelli fluenti, larghe spalle e braccia muscolose", se al lettore piaccioni i maschi efebici dirà che ho cattivo gusto, non che il personaggio è bello. Certo, se invece è un personaggio a cui piacciono i palestrati a parlare/pensare, il discorso si fa diverso (per questo gli aggettivi giudicanti in questo caso vanno bene), ma perché quel "bello" qualifica il personaggio che pensa e non il palestrato.

Ma peggio ancora, se io dico "era bello" e poi gli faccio scalare una montagna, nella mia testa va bene (bello=palestrato), ma nella testa del lettore (bello=efebico) la cosa fa un po' cilecca.

Lo stesso discorso vale per gli avverbi, se io voglio dare l'informazione al lettore che Tizio sta partecipando alla discussione senza prestarci troppa attenzione o contro voglia ma non voglio che l'attenzione del lettore si focalizzi su questo userò l'avverbio "svogliatamente".

E due. Se non vuoi che il lettore ci si focalizzi perché glielo fai notare?

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Tu che scrivi hai ben in mente cosa vuoi descrivere, il lettore no, quindi tu devi farglielo vedere. Ci sono alcune cose che vuoi farle notare ma solo per un istante, usi allora un aggettivo, altre invece vuoi farle notare di più allora non utilizzi un aggettivo o un avverbio ma altro.

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Gli aggettivi non sono tutti uguali: un conto è dire "il tavolo è bello" un conto è dire "il tavolo è nero". Nel primo caso dai un giudizio, nel secondo un'informazione. Nel primo caso dici al lettore: "pensa così e così" (e tipicamente il lettore dice: "non ho la testa per disturbo, voglio giudicare da me se il tavolo è bello o no"), nel secondo dice "ok è nero".

Naturalmente, Gli aggettivi che forniscono informazioni sono indispensabili, quelli che non lo fanno possono essere anche utili, in certi contesti, ma vanno usati con precauzione. Ripeto comunque un punto che mi sembra importante e che ho scritto sull'altro topic: se si sta usando il punto di vista di un personaggio allora anche aggettivi "vaghi", come bello, buono e simili, hanno un loro senso. Perché contribuiscono a definire il personaggio stesso, non tanto le cose che vede.

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Naturalmente, Gli aggettivi che forniscono informazioni sono indispensabili, quelli che non lo fanno possono essere anche utili, in certi contesti, ma vanno usati con precauzione. Ripeto comunque un punto che mi sembra importante e che ho scritto sull'altro topic: se si sta usando il punto di vista di un personaggio allora anche aggettivi "vaghi", come bello, buono e simili, hanno un loro senso. Perché contribuiscono a definire il personaggio stesso, non tanto le cose che vede.

Sono d'accordo. Quando scrivo tendo sempre a mostrare le cose secondo la focalizzazione di qualcuno, e in certi casi gli aggettivi "di giudizio" sono perfetti per fornire nello stesso tempo una descrizione e una caratterizzazione.

Fra l'altro anche gli avverbi non mi dispiacciono. Tendo a metterne pochi e a eliminarli per abitudine, ma ritengo che usati nella maniera giusta siano molto interessanti.

Inoltre vorrei esprimere un piccolo parere sullo "show, don't tell". Per me è una questione personale, di gusto. Ci sono alcuni momenti nei quali si mostra molto di più con degli aggettivi che con una perifrasi. Dipende molto anche da quello che vuole fare chi scrive. Secondo me c'è il rischio che, estremizzando il principio, un certo tipo di descrizione possa diventare meccanica. Per fare un esempio un po' balordo: se ogni volta che voglio mostrare che tipo di giornata è mi metto a descrivere la gente che si deterge il sudore, la gente che si stringe nel cappotto, la gente che corre coprendosi con il giornale, bé, mi pare che il procedimento diventi banale... un po' come se fosse un unico grosso aggettivo usato in maniera automatica. Non mostra per davvero.

Non so se mi sono spiegato bene, spero di chiarirmi con quest'ultima frase: io non valuterei un testo in base a quanti aggettivi o avverbi ci sono; perché la scelta è dello scrittore, lui decide come mostrare la sua vicenda. Tutt'al più può non piacermi il modo in cui ha usato aggettivi e avverbi.

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se ogni volta che voglio mostrare che tipo di giornata è mi metto a descrivere la gente che si deterge il sudore, la gente che si stringe nel cappotto, la gente che corre coprendosi con il giornale, bé, mi pare che il procedimento diventi banale... un po' come se fosse un unico grosso aggettivo usato in maniera automatica. Non mostra per davvero.

Questo è vero se per mostrare la giornata calda utilizzi sempre la stessa descrizione. La bravura dovrebbe stare nel trovare diverse soluzioni. C'è da dire, comunque, che non è necessario mostrare tutta questa roba ogni volta.

Lo stesso discorso vale per gli avverbi, se io voglio dare l'informazione al lettore che Tizio sta partecipando alla discussione senza prestarci troppa attenzione o contro voglia ma non voglio che l'attenzione del lettore si focalizzi su questo userò l'avverbio "svogliatamente".

E' anche un discorso di ritmo. Utilizzare continuamente avverbi che terminano in "-mente" rallenta, e di molto, l'andamento della lettura, perchè sono lenti, macchinosi. Puoi esprimere ciò che diresti con un avverbio anche con altri termini. Esempio banale: io preferisco un all'improvviso piuttosto che un improvvisamente.

Secondo me noi percepiamo il mondo attraverso gli aggettivi. Il tavolo su cui è il mio computerè bianco, il mobile che contiene i dischi e cd è nero con bordature color legno. La mia gatta si è accomodata vicino a me in posa statuaria eccetera.

Mi si dice come un mantra: mostra, non raccontare. Ma come faccio a mostrare qualcosa senza usare aggettivi? Se dovessi limitarmi a raccontare potrei farne a meno, in effetti.

Tu hai ragione ma, come ha detto swetty, il trucco sta nel dosarli per rendere il testo completo ma non pesante, esaustivo ma non macchinoso. Nessuno vuole cancellare aggettivi e avverbi dal mondo, ma un uso moderato è quantomeno raccomandabile.

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Però qualche aggettivo ci vuole, perché senza diventa tutto piatto. L'importante è dosarli e usare quelli giusti e precisi, possibilmente non comuni. Dire che una donna è bella è insulso, dire che è abbagliante almeno denota una certa ricercatezza dell'autore.

In questo sono d'accordo. Almeno per me, qui sta la bravura dello scrittore. Per fare un esempio, che mi porto dietro dai tempi del primo anno di liceo, cito Saffo. Per lei Anattoria ha un'amabile incedere e uno splendente fulgore nel volto. Non è solo "bella". Ecco, l'abilità sta proprio qui: la capacità di selezionare, usare aggettivi particolari , scansare il luogo comune. Il nemico insidioso che ti porta ad una caduta istantanea, alla classica nota che stona.

Insomma, uno o due aggettivi, ma che siano capaci di evocare molto più di una sola qualità ,di descrivere un intero personaggio in poche battute.

Poi qui parlo sin particolare della poesia. Nella prosa ci si può concedere un po' più di libertà, ma non troppa. Altrimenti si rischia di far scoppiare il testo, di renderlo pesante. O poco esaustivo. La scrittura non è solo opera di un'ispirazione momentanea. E' anche lavoro, limatura. Non bisogna mai farsi trascinare, nè essere troppo razionali.

E anche qui, stà un'ulteriore difficoltà, quella di sapersi equilibrare.

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concordo con le risposte di swetty.

Fu l'ultima volta che la XVII legione scese in battaglia. La luna si rifletteva sulle spade e sugli elmi. All'alba i suoi raggi passavano tra le foglie della foresta di Teutoburgo, sui nostri volti sfiniti.

ultimi e sfiniti ci possono stare, perchè con ultima battaglia dai per inteso che ce ne siano state altre, e il volto sfinito e dato appunto da queste battaglie.

La pioggia e il vento infuriavano, le armi scivolavano di mano. Avanzavo lento nel fango, la vista appannata, il braccio che teneva la spada a fatica. Fui colpito, una volta, due volte, ma non morii. Vidi Varo cadere, i compagni caduti, la disfatta.

lento: se scrivi, per esempio, che il fango arriva agli stinchi, il camminare lento diventa implicito. il lettore si rende conto della difficoltà.

vista appannata: ci può stare.

"caduti" va bene.

L'uomo che mi afferrò era ricoperto di pelli e aveva due corna sull'elmo: mi mise in catene e mi trascinò tra i suoi. Mi tagliarono le mani, le orecchie, mi tolsero gli occhi e mi strapparono la lingua, poi mi bruciarono sull'altare del dio Máni.

questo è raccontare. scrivere che il boia porta il tuo personaggio sopra a un tronco d'albero e che col macete gli taglia le orecchie e il resto, costa una riga ed tutto un altro effetto. è mostrare.

Siamo tutti fantasmi, nella foresta, lungo il Reno. Vaghiamo senza pace, le ossa insepolte, il nome dimenticato. Eravamo Romani, eravamo soldati, ora siamo solo ombre, pallidi riflessi argentati. Siamo la XVII legione, e morimmo nel giorno della luna.

senza pace: se scrivi così, il lettore si immagina la pace, perchè appunto scrivi pace. se invece scrivi dannati o qualcosa del genere, già è un'altra immagine, la pace diventa una parola sconosciuta.

insepolte: scriverei che giaciono sulla terra.

dimenticato: stessa cosa di "senza pace". quindi scriverei vivido nella memoria.

pallidi e argentati vanno bene così

non sono troppi gli aggettivi che esprimono un giudizio.

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insepolte: scriverei che giaciono sulla terra.

Come avevo spiegato, questi non sono veri aggettivi, sono in realtà delle relative condensate all'osso, un costruzione latina importata di peso in italiano, "insepolte" e "che giacciono sulla terra" non solo vogliono dire la stessa cosa, ma sono la stessa costruzione.

Giusto per ribadire che gli aggettivi non sono tutti uguali ed è questo il motivo per cui bisogna fare l'analisi di ogni aggettivo e avverbio, capire qual è il suo ruolo e giudicare da quello se va tolto o no. Invece molto spesso anche critici affermati si limitano semplicemente a bandire gli aggettivi e gli avverbi, senza domandarsi a cosa servono.

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Personalmente continuo a chiedermi perché in tutti gli altri campi ci possano essere più stili e più teorie, pensiamo alla pittura o alla musica, mentre nella narrativa sembra esserene riconosciuta solo una...

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Personalmente continuo a chiedermi perché in tutti gli altri campi ci possano essere più stili e più teorie, pensiamo alla pittura o alla musica, mentre nella narrativa sembra esserene riconosciuta solo una...

Personalmente, ci sono anche molte altre domande che mi pongo leggendo questi interventi:

D. "aggettivi e avverbi rendono pesante la lettura".

R. e chi se ne frega? Dove sta scritto che il lettore deve stare comodo? Vogliamo pensare a quanto comodo doveva restare il milanese medio a leggersi quella mappazza in meneghin-fiorentino de "I Promessi Sposi", con una paginata di incipit (densa di gerundi, peraltro!) che si scorre a volo d'uccello tutte le Alpi fino ad approdare sulle sponde di Lecco, solo per dire che c'è uno che passeggia leggendo il breviario? Ma non faceva prima a scriverlo e basta, senza tutte quelle balle tipo "Quel lago del ramo di coso..."?

D. "mostra, non raccontare".

R. ma perché mai il "racconto" si chiamerà così, allora? Il "racconto" nasce dalla necessità di "raccontare" una storia. I miei racconti sono per la maggior parte scritti in prima persona, con un narratore (io, o un mio alter-ego) che RACCONTA la storia dal suo punto di vista, o per come gli è stata riportata. E la RACCONTA: mostrando, oppure no, a suo/mio giudizio.

D. "gli avverbi in -mente sono da evitare".

R. sì, anche Marquez (premio Nobel e giornalista di fama, quindi si suppone sappia quello che dice) ha dichiarato di averli eliminati del tutto dal suo vocabolario, e di sforzarsi di non usarli mai. Poi apro un qualunque libro di Saramago (premio Nobel e giornalista di fama) e ne trovo in ogni pagina. Ops!

D. "non ci vuole la virgola prima della 'e' congiunzione".

R. è vero, c'è scritto in ogni grammatica italiana. Poi apro un qualunque libro di Eco (per dirne uno, ma avrei potuto citarne quanti ne voglio) in una qualunque pagina a caso e ne trovo una manciata. Ri-Ops!

Eccetera eccetera.

Non so: a me pare che dovremmo pensare un po' meno a codificare regole, e un po' più a cercare l'armonia in quello che scriviamo, senza preoccuparci (troppo) del fatto che il ritmo sia "lento" o "pesante".

Oppure pensiamo che la Recherche o l'Ulysses siano "lenti" e "pesanti"? (sì, io lo penso, ma questa è un'altra storia... icon_cheesygrin.gif )

--

Alain

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Infatti è questo il punto: la maggior parte degli autori che mi piace leggere gli aggettivi li usano, eccome.

Perché dovrei scrivere in un modo che poi non mi piacerebbe leggere? Per venire incontro all'esigenza di chi?

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Visto che è stato citato, in grassetto gli aggettivi e in sottolineato gli avverbi:

Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien quasi a un tratto, tra un promontorio a destra e un'ampia costiera dall'altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive par che renda ancor più sensibile all'occhio questa trasformazione e segni il punto in cui il lago cessa, e l'Adda ricomincia per ripigliar poi nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian l'acqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e in nuovi seni

L'unico aggettivo solo decorativo è "ampia". Quindi pare che neppure Manzoni abbondasse in aggettivi e per trovare avverbi ho dovuto insistere e allargare la categoria.

Il punto non è che infarcire la prosa di aggettivi e avverbi la renda pesante. Il punto è che spesso sono inutili e giudicanti: non è una questione di stile, è una questione di contenuto. Confondi il lettore e gli dici cosa pensare e questo è tanto tanto brutto. Sono cose, per dirla con Eco, di cui poi il lettore si vendica, tipicamente sbeffeggiando l'autore.

Ora uno può anche non essere d'accordo con quella o quell'altra scuola, non è matematica e ognuno può fare quello che vuole. Però, per usare una metafora pittorica, uno può anche seguire uno stile tutto suo, ma il giallo e il viola strideranno sempre se messi uno a fianco all'altro. Il pittore che lo fa deve saperlo, anche se Van Gogh ha fatto dei capolavori accostandoli, non è che automaticamente se metto giallo e viola accostati divento Van Gogh e non è neanche che se trascuro l'effetto stridente va bene lo stesso perché lo faceva Van Gogh. Se metto giallo e viola insieme in un tranquillo paesaggio campestre in tinte pastello, devo saperlo che si incupisce tutto.

D. "mostra, non raccontare".

R. ma perché mai il "racconto" si chiamerà così, allora? Il "racconto" nasce dalla necessità di "raccontare" una storia. I miei racconti sono per la maggior parte scritti in prima persona, con un narratore (io, o un mio alter-ego) che RACCONTA la storia dal suo punto di vista, o per come gli è stata riportata. E la RACCONTA: mostrando, oppure no, a suo/mio giudizio.

Forse perché la regola vera è «mostra, non dire»? Proprio perché mostrando si racconta e dicendo (toh!) si dà un giudizio sulla vicenda.

Il lettore vuole pensare e avere gusti propri, non che qualcuno pensi al posto suo e gli imponga cosa trovare bello e cosa trovare brutto.

Non è questione di dare regole, nessuno va a picchiare a casa un autore perché infila aggettivi o dice le cose invece di mostrarle. È questione di dare consigli su come scrivere in modo da essere capiti.

E secondo me, riflettere su cosa rende un testo più scorrevole e piacevole da leggere non è tempo sprecato. Io non nasco col dono della narrativa infuso e penso quando scrivo anche al fatto che ci sarà un lettore a leggere. Per me la chiarezza è un obbiettivo, non è una cosa che ho innata, per questo ho bisogno anche della teoria. Per quelli per cui non è così, be', beati loro.

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Premetto che ho letto ogni intervento, ma non mi soffermerò su tutti perché, secondo me, quest'ultima frase di swetty riassume esattamente e completamente il mio pensiero.

Per me la chiarezza è un obbiettivo, non è una cosa che ho innata, per questo ho bisogno anche della teoria. Per quelli per cui non è così, be', beati loro.

Credo che la parola chiarezza, infatti, sia il punto focale del discorso. Come giustamente è stato detto, ogni artista (pittore, scrittore, scultore, musicista ecc) ha il suo stile che, spesso, ama saltar fuori dagli schemi perché vuole rendersi originale e colpire chi lo sta osservando/leggendo/ascoltando. Che un libro sia pieno o privo di aggettivi/avverbi, non è suffciente di per sé a trasmettere qualcosa al lettore.

Secondo me, infatti, un libro privo dei suddetti, se non rimodellato fino allo stremo, può essere inefficace così come un libro che ne sia pieno.

La cosa importante dovrebbe essere, appunto, la chiarezza con cui si vuole trasmettere ai lettori il proprio messaggio o un imput visivo, un ricordo, un odore, un sapore. Se le parole che usiamo sono efficaci e, allo stesso tempo, usate in modo sia originale sia chiaro quanto basta da far comprendere al lettore la scena, il nostro intento e il punto di vista che si crea, allora abbiamo raggiunto il nostro scopo senza appesantire il testo o senza renderlo troppo scialbo.

Tuttavia, questo non è un compito facile e le "regole" ci aiutano a fare esperienza fin tanto che non saremo in grado di infrangerle per costruire uno stile personale orignale, efficace e chiaro.

Così come, per imparare a suonare uno strumento, bisogna fare moltissimo esercizio con spartiti già scritti, prima di poter fare una buona improvvisazione di un assolo.

Da lettrice, comunqe, mi piacciono gli autori che sanno mettere qualche aggettivo in più trovandogli un nuovo uso o significato che non mi ero ancora immaginata, perché mi stimolano molto i sensi e l'immaginazione.

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aggiungo un particolare alla regola del mostrare e non raccontare, che credo non sia stato citato:

faccio un esempio, perchè è emblematico:

incipit del capitolo 9 del libro accabadora, di michela murgia:

La bicicletta, completamente ribaltata, stava in piedi appoggiata sul sellino e sul manubrio.

il fatto in questa riga è che la bicicletta sta in piedi appoggiata sul sellino e sul manubrio, l'intervento del narratore,

quello stare completamente ribaltata, è di una nullita disarmante, lo vedrebbe un cieco.

quindi anche gli interventi del narratore, quando il fatto è già descritto, non servono a niente.

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Oppure poteva scrivere semplicemente che la bicicletta era completamente ribaltata e lasciar da parte l'elaborata descrizione che allunga e appesantisce.

Dipende dai punti di vista.

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aggiungo un particolare alla regola del mostrare e non raccontare, che credo non sia stato citato:

faccio un esempio, perchè è emblematico:

incipit del capitolo 9 del libro accabadora, di michela murgia:

La bicicletta, completamente ribaltata, stava in piedi appoggiata sul sellino e sul manubrio.

il fatto in questa riga è che la bicicletta sta in piedi appoggiata sul sellino e sul manubrio, l'intervento del narratore,

quello stare completamente ribaltata, è di una nullita disarmante, lo vedrebbe un cieco.

quindi anche gli interventi del narratore, quando il fatto è già descritto, non servono a niente.

Forse sarò lento io, ma secondo me la frase della Murgia è corretta, per il semplice fatto che togliendo "completamente ribaltata" potrei tranquillamente capire che sta in piedi appoggiata col sellino e col manubrio su di un muro, come chiunque fa solitamente, o no?

D'altro canto se toglo la seconda parte e ci lascio solo "completamente ribaltata, non rendo bene l'idea.

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Difatti è appoggiata che è sbagliato:

La bicicletta stava in piedi su sellino e manubrio.

Ma in realtà anche:

La bicicletta era capovolta.

rende bene l'idea. Il problema qui è l'avverbio: "completamente ribaltata" è povertà di lessico, visto che bastava dire "capovolta".

Una cosa che mi verrebbe da notare è che difficilmente però la visione è questa, ma piuttosto:

La bicicletta era ruote all'aria.

dato che normalmente si notano molto di più della posizione di sellino e manubrio.

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Forse sarò lento io, ma secondo me la frase della Murgia è corretta, per il semplice fatto che togliendo "completamente ribaltata" potrei tranquillamente capire che sta in piedi appoggiata col sellino e col manubrio su di un muro, come chiunque fa solitamente, o no?

D'altro canto se toglo la seconda parte e ci lascio solo "completamente ribaltata, non rendo bene l'idea.

Belfagor, il paragrafo continua così:

La mano di Andrìa Bastìu faceva girare la ruota posteriore con lentezza, mentre gli occhi cercavano la spina che con tutta probabilità gli aveva perforato la camera d'aria. Maria uscì dalla porta sul retro con una bacinella piena d'acqua fino a metà, e la posò accanto alla bicicletta.

swetty, secondo me scrivere che la bicicletta sta in piedi sul manubrio e sul sellino è più giusto che scrivere la bici è a ruote all'aria, perchè è un'immagine più d'impatto e ci sono più particolari, e dopotutto la frase è lunga quasi uguale. comunque vanno bene entrambe.

quello su cui volevo focalizzarmi è l'intramissione del narratore, che se anche non avesse usato l'avverbio o in casa ipotitico un aggettivo esprime un giudizio nel mezzo di una immagine concreta, ed è una cosa da non fare.

una piccola parentesi per la murgia: sarebbe una delle migliori scrittrici italiane e inizia un capitolo in quel modo. :facepalm:

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Ho trovato un altro motivo per non amare aggettivi e avverbi: bisogna essere concentrati per usarli, se uno li confonde poi l'effetto comico è assicurato.

Da un sito web:

E' abbastanza comune scegliere due fedi nuziali che si assomiglino. E' inoltre molto pratico, poichè nella maggior parte delle gioellierie potete acquistarli in coppia. Se il vostro futuro marito preferisce avere un anello differentemente leggero dal vostro, scegliete almeno lo stesso metallo o tipo di pietre preziose.

:asd:

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Io sono indeciso.

Per gli avverbi sì, sono d'accordo. Nella maggior parte dei casi, i verbi che necessitano di un avverbio, sono sostituibili con verbi più specifici.

Esempio: toccare lievemente si può sostituire con sfiorare.

Se penso agli aggettivi invece, mi viene mal di testa. Non riesco a decidermi su quanto siano importanti.

Hanno rilevanza per il fatto di costruire un'immagine precisa al lettore. D'altra parte, se adottiamo un pov stretto, dobbiamo stare attenti. Il personaggio sa già che la tavola su cui pranza ogni giorno è bianca, non pensa al suo colore ogni volta che entra in cucina. E' anche vero però che un aggettivo non pesa sullo stile. Per esempio:

Luca entrò in cucina, prese un bicchiere e lo poggiò sul tavolo bianco.

(Già qui la situazione è un po' ambigua. Specificare che è bianco, potrebbe suggerire al lettore che ci siano più tavoli di diverso colore).

Se invece abbondo con gli aggettivi, la situazione diventa insostenibile.

Luca entrò nella cucina luminosa dalle piastrelle nocciola, prese un bicchiere sbeccato e bianco per i residi di calcare e lo poggiò sulla tavola bianca.

Forse hanno ragione gli altri, dipende dalla situazione e dall'eleganza.

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In generale trovo che alternare i due metodi aiuti a comunicare già chiaramente stati narrativi diversi. Personalmente uno stato di quiete si presta a più aggettivi che non uno stato di frenesia. Ma credo anche questo divenga soggettivo, a seconda dei gusti e del focus di chi scrive e oggi si è molto ribaltato. Penso al cinema, a 300 o al Signore degli Anelli, dove le uniche parti davvero aggettivate, minuziose su cui si perderebbero litri di inchiostro per restituirle sono le scene in teoria frenetiche. Con il rallenty ed il bullet time si vuole fare esattamente quello che uno scrittore pulp farebbe descrivendo la traiettoria del pugnale in volo, il perfetto impatto nella giugulare, i danni medici nei dettagli, gli schizzetti e le budella. E tutta questa morbosità aggettivata e poi asetticità del resto oggi fa best seller. Tolkien invece 2 ore di film le ha descritte in due pagine, sbizzarrendosi invece sulle fantasie culinarie di un ometto paffuto lontano dalla propria dispensa. In breve, secondo me sta anche su cosa ci si dilunga con aggettivi e avverbi a far capire al lettore chi siamo, di cosa parliamo e cosa amiamo. Banale uh?

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Ritornerei dagli aggettivi alle scuole e ai manuali di scrittura. Utili precetti e consigli, su cui riflettere per mettere da parte eccessi e pleonasmi, ma da interpretare senza troppi sacrifici personali. Non pochi autori attuali, che sembrano seguirne con zelo le norme (togli, mostra, essenzializza...), mi appaiono poveri e quasi indistinguibili. E' una cattiveria? :pedosguardo:

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