Vai al contenuto
  • Chi sta leggendo   0 utenti

    Nessun utente registrato visualizza questa pagina.

Memory of Dream

Sulla prosa degli autori

Post raccomandati

Un topic dove, magari con poche parole, dire la nostra opinione sulla prosa dei nostri autori preferiti mi sembra che manchi. Non essendo possibile aprire un topic per ogni autore mi sembra una cosa positiva aprirne uno a tale scopo.

Naturlamente si tratta di autori in genere quindi dai mostri sacri all'ultimo degli scribacchini. Non vado contro le regole del forum se magari parlo anche della prosa di qualche utente del forum, vero?

Comunque comincio io:

Follet (letto "il terzo gemello" sia in italiano sia in lingua originale): ho letto di tutto su questo autore da chi lo adora a chi lo odia. La sua prosa non è ricercatissima ma l'ho sempre trovata molto efficace a narrare le sue trame (ma non avendo ancora avuto modo di leggere il suo capolavoro mi riservo di cambiare giudizio)

Lovecraft (letto in italiano tutte le opere e una buona parte in lingua originale): una prosa molto evocativa, l'unico vero difetto è che se leggete tutte le sue opere una dopo l'altra (per quasi 2000 pagine) ad un certo punto vedrete che il ripetersi di "Innominabile, indescrivibile, ecc. perdono molta della loro forza.

Viola di Grado: il difetto maggiore della prosa di questa autrice è l'originalità, il voler essere originale a tutti i costi. Una originalità che spesso va a scapito della scorrevolezza della lettura... parafrasando il titolo del suo libro 70% irritazione 30% piacevolezza ...

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
Lovecraft: una prosa molto evocativa, l'unico vero difetto è che se leggete tutte le sue opere una dopo l'altra (per quasi 2000 pagine) ad un certo punto vedrete che il ripetersi di "Innominabile, indescrivibile, ecc. perdono molta della loro forza.

a me non piace la sua prosa, perchè piena di aggettivi, che bisogna usare col contagocce in un testo di narrativa.

io invece adoro quella di cormac mccarthy, perchè secca e incisiva.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
Ospite

Meglio limitarsi agli autori italiani, altrimenti si parla della prosa del traduttore.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Se restiamo nell'ambito degli italiani mi piace molto Erri de Luca, che ha una prosa pacata e scorrevole ma al tempo stesso evocativa, Umberto Eco con i suoi dettagli impeccabili e Baricco, che secondo me è un maestro nel dosare il giusto ritmo, morbido in certi momenti ma capace di accelerare all'improvviso. Ottima anche la prosa di Benni, che ha dalla sua anche l'inimitabile inventiva.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Italiani ne leggo veramente pochi quindi non saprei... Baricco indubbiamente scrive bene ma vende fumo parlando di aria, se nei suoi libri cominciasse a metterci anche delle trame non sarebbe male.

Benni mi piace per il linguaggio che ogni volta riesce a creare, e in molti libri le storie sono anche carine.

Di tabucchi ho letto tre libri e mi parvero scritti in maniera piacevole e anche particolare, però se non sbaglio ne ha scritti tanti altri, quindi un giudizio complessivo non saprei darlo.

Camilleri mi piace moltissimo per sia per la lingua inventata che per l'ironia e le situazione simpatiche che riesce a tirar fuori, anche in quei romanzi che tutto sommato sono un po' sottotono.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
Italiani ne leggo veramente pochi quindi non saprei... Baricco indubbiamente scrive bene ma vende fumo parlando di aria, se nei suoi libri cominciasse a metterci anche delle trame non sarebbe male.

icon_lol.gif

Hai ragione, Xar, infatti io parlavo di prosa non di trame. Sto leggendo Emmaus, sono a pagina 30 (cioè già quasi a metà libro,) e ancora non ho identificato uno straccio di storia.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
Lovecraft: una prosa molto evocativa, l'unico vero difetto è che se leggete tutte le sue opere una dopo l'altra (per quasi 2000 pagine) ad un certo punto vedrete che il ripetersi di "Innominabile, indescrivibile, ecc. perdono molta della loro forza.

a me non piace la sua prosa, perchè piena di aggettivi, che bisogna usare col contagocce in un testo di narrativa.

io invece adoro quella di cormac mccarthy, perchè secca e incisiva.

A dir la verita non sono d'accordo, se gli aggettivi esistono perché non usarli? devo dire che ogni volta che mi trovo davanti a qualche limitazione in questi campi rimango un po' di stucco. Ho letto di chi diceva di dover usare poco i verbi, di chi limitava l'uso della punteggiatura... è un po' come se un pittore non dovesse più usare un certo colore...

Poi de gustibus

Meglio limitarsi agli autori italiani, altrimenti si parla della prosa del traduttore.

Più che limitarsi direi che è meglio segnalare se si sta parlando della traduzione italiana o della versione originale, perché a me capita spesso di leggere in lingua originale.

Apro un piccolo OT

Teoricamente un buon traduttore dovrebbe essere in grado di lasciare il più inalterata possibile la prosa originale, facendo un esempio scabroso potrei dire che il Divin Marchese aveva una prosa molto povera e la traduzione italiana la rispetta.

Non metto in dubbio che alcune cose vadano perse nella traduzione ma è da considerare che alcune lingue perdono meno di altre. L'inglese ad esempio non perde come il giapponese, l'esempio che posso farvi (per fare qualcosa che si capisca in fretta) è il titolo di un anime

Higurashi no naku koro ni La traduzione solitamente usata è "Quando piangono le cicale". Il titolo in realtà ha una certa complessità, Higurashi sono una specie di cicale, mentre naku può avere un doppio significato a seconda del kanji utilizzato, ossia "piangere" riferito agli uomini e "fare un verso" riferito agli animali, il titolo è stato lasciato appositamente in maniera indefinita (ossia utilizzando il hiragana) quindi un giapponese leggendolo avrà un'immagine doppia. Potrei andare avanti ma non credo interessi. Tutto questo per dire che a mio avviso salvo certi casi (o se la traduzione è fatta male) leggendo un autore straniero in italiano soltiamente si avrà un'idea abbastanza precisa della prosa di questo autore.

Rinnovo il mio invito a postare commenti su qualsiasi autore indicando se si tratta della lingua originale o di una traduzione.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
A dir la verita non sono d'accordo, se gli aggettivi esistono perché non usarli? devo dire che ogni volta che mi trovo davanti a qualche limitazione in questi campi rimango un po' di stucco. Ho letto di chi diceva di dover usare poco i verbi, di chi limitava l'uso della punteggiatura... è un po' come se un pittore non dovesse più usare un certo colore...

Poi de gustibus

il non uso degli aggettivi (che sono termini astratti, un raccontare) è la base della regola narrativa del mostrare, base su cui ogni scrittore dovrebbe partire per scrivere il suo romanzo.

il tuo de gustibus oscilla sullo scrivere come si deve (mostrando, con termini concreti) o scrivere male (raccontando, usando aggettivi e avverbi)

per esempio: se descrivi luca dicendo che è bello e bravo, al lettore viene un dolorino al basso ventre, al valutatore della casa editrici a cui hai inviato il tuo manoscritto, te lo cestina.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
A dir la verita non sono d'accordo, se gli aggettivi esistono perché non usarli? devo dire che ogni volta che mi trovo davanti a qualche limitazione in questi campi rimango un po' di stucco. Ho letto di chi diceva di dover usare poco i verbi, di chi limitava l'uso della punteggiatura... è un po' come se un pittore non dovesse più usare un certo colore...

Poi de gustibus

il non uso degli aggettivi (che sono termini astratti, un raccontare) è la base della regola narrativa del mostrare, base su cui ogni scrittore dovrebbe partire per scrivere il suo romanzo.

il tuo de gustibus oscilla sullo scrivere come si deve (mostrando, con termini concreti) o scrivere male (raccontando, usando aggettivi e avverbi)

per esempio: se descrivi luca dicendo che è bello e bravo, al lettore viene un dolorino al basso ventre, al valutatore della casa editrici a cui hai inviato il tuo manoscritto, te lo cestina.

Lovecraft userà molti aggettivi ma ad oggi è considerato uno dei padri della narrativa horror moderna...

Forse sarò ignorante, ma non riesco a capire cosa intendi per "aggettivi, avverbi = termini astratti" e molto probabilmente sarò un cattivo scrittore ma se la mia lingua mi mette a disposizione uno strumento lo uso, con giudizio ma lo uso. Sia chiaro non intendo dire che si devono usare solo aggettivi ma stare lì a contarli mi sembra assurdo (va bene non hai detto così ma sembra che se usi più di 5 aggettivi a pagina ti fucilano).

Da lettore quando ho incontrato testi con molti aggettivi non ho mai avuto problemi, nessun dolorino (salvo casi dove effettivamente erano troppi).

Forse mi sto scaldando un po' troppo e non era mia intenzione. Quello che intendevo dire è che se devi dire che "la giornata è calda" userai un aggettivo, ecc. Forse ad avermi "turbato" è stata l'espressione usata, se avessi semplicemente detto che è bene non abusare degli aggettivi, probabilmente sarei stato d'accordo (anche se a me la prosa di Lovecraft piace) ma usare gli aggettivi col contagocce ...

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

I miei preferiti sono Pamuk, con i suoi periodi di mezza pagina che vuole un paio d'ore solo a capire come sono fatti (e dove mescola turco moderno con parole asiatiche o antiche), Pennac col suo giocare con la lingua (il mio francese gli deve tantissimo), Gadda che si è inventato di tutto, Benni che trascina letteralmente in un mondo solo a forza di singole parole. A questi ultimi tre andrebbe aggiunto anche Fo, anche se è teatro, perché ha una forza nell'uso della lingua che è impareggiabile (non per niente gli hanno dato il Nobel). Ma in questo senso mi piace molto anche la Rowling, che riesce a dare voce ad ogni personaggio solo cambiando la lingua che usa.

Da imitare (e questo è un po' paradossale se ci si pensa) preferisco però prose più asciutte e dirette, come Meneghello, Calvino, Lussu, Primo Levi. Eleganti e ricercate, ma senza fuochi d'artificio e di immediata comprensione.

A dir la verita non sono d'accordo, se gli aggettivi esistono perché non usarli? devo dire che ogni volta che mi trovo davanti a qualche limitazione in questi campi rimango un po' di stucco. Ho letto di chi diceva di dover usare poco i verbi, di chi limitava l'uso della punteggiatura... è un po' come se un pittore non dovesse più usare un certo colore...

Poi de gustibus

viewtopic.php?f=36&t=7758

Teoricamente un buon traduttore dovrebbe essere in grado di lasciare il più inalterata possibile la prosa originale, facendo un esempio scabroso potrei dire che il Divin Marchese aveva una prosa molto povera e la traduzione italiana la rispetta.

Non metto in dubbio che alcune cose vadano perse nella traduzione ma è da considerare che alcune lingue perdono meno di altre. L'inglese ad esempio non perde come il giapponese,

In realtà ci sono autori che perdono molto e autori che perdono meno, con un buon contributo anche del traduttore, che però non può fare miracoli. Per esempio la Rowling, che fa sempre un'accurata ricerca linguistica sul testo, perde tantissimo in traduzione, anche perché essendo considerata una roba da bambini non viene curata molto. Un altro (ma qui è il traduttore e certe "scuole di pensiero" che sono da biasimare) che perde molto è Pamuk, che in italiano viene molto semplificato (anche perché ha una prosa già difficile per un turco, figuriamoci per un traduttore), a volte tagliando interi pezzi di frase.

Invece per esempi Pennac (che ha una traduttrice di tutto rispetto) perde molto meno, anche se anche nel suo caso il piano linguistico non arriva completamente. E qui non si tratta tanto di giochi di parole o sfumature: Pennac testimonia una lingua in cui, ad esempio, il passato remoto e i congiuntivi sono vivissimi (entrambi sono dati quasi per defunti in francese) e le parole in argot hanno dignità letteraria.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Concordo con Sygrid su Erri De Luca. Ho trovato "E disse" al supermercato, l'ho aperto e mi sono innamorata della sua prosa: semplice, intensa, poetica, a volte sorprendente. La lettura completa ha confermato la prima impressione: mai una parola a caso, o imprecisa o superflua.

Tra gli italiani, il mio mito è Primo Levi, dove è proprio la sobrietà del linguaggio a dar forza alle parole. Anche lui ha ogni tanto qualche immagine ardita, qualche termine usato in modo non convenzionale, in un mix sorprendente ed efficacissimo.

Simpaticissimo Camilleri (una volta superato l'ostacolo della lingua sicula...)

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
Lovecraft userà molti aggettivi ma ad oggi è considerato uno dei padri della narrativa horror moderna...

Forse sarò ignorante, ma non riesco a capire cosa intendi per "aggettivi, avverbi = termini astratti" e molto probabilmente sarò un cattivo scrittore ma se la mia lingua mi mette a disposizione uno strumento lo uso, con giudizio ma lo uso. Sia chiaro non intendo dire che si devono usare solo aggettivi ma stare lì a contarli mi sembra assurdo (va bene non hai detto così ma sembra che se usi più di 5 aggettivi a pagina ti fucilano).

Da lettore quando ho incontrato testi con molti aggettivi non ho mai avuto problemi, nessun dolorino (salvo casi dove effettivamente erano troppi).

Forse mi sto scaldando un po' troppo e non era mia intenzione. Quello che intendevo dire è che se devi dire che "la giornata è calda" userai un aggettivo, ecc. Forse ad avermi "turbato" è stata l'espressione usata, se avessi semplicemente detto che è bene non abusare degli aggettivi, probabilmente sarei stato d'accordo (anche se a me la prosa di Lovecraft piace) ma usare gli aggettivi col contagocce .

Bello è un aggettivo, ed è termine astratto perché se dico che giulia è bella, ecco, cosa vuol dire questa frase? A mi piacciono le brune a lui le bionde, a quello le alte a tizio le basse, quindi non serve proprio a niente scrivere che giulia è bella, è un’astrazione, la bellezza è una cosa soggettiva. Invece se dico che giulia è bionda, occhi azzurri, ecc abbiamo il quadro della persona, giulia è così, punto e basta, non può essere identificata in un altro modo. Questa è una descrizione concreta.

L’avverbio serve a poco o niente e chiunque ti consiglia di usarli con il contagocce. È il contesto, la scena, che annulla l’avverbio. Se il mio personaggio è costretto a scappare da un mostro che lo vuole mangiare, a cosa serve scrivere che corre velocemente? A nulla, è il lettore che lo immagina correre velocemente, senza che lo scriva, perché è implicito, scappa da un mostro carnivoro.

Un altro esempio: il mio personaggio si mette a fare una corsetta per sgranchirsi le gambe, ecco, è necessario scrivere che corre lentamente. icon_wink.gif

Quello che intendevo dire è che se devi dire che "la giornata è calda" userai un aggettivo

io scriverei che ci sono 30 gradi.

poi uno scrive come gli pare, ma se ci si ragiona un po' su, si trovano le parole per non usare gli aggettivi.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Parlando di Italiani e prosa il primo autore che mi viene in mente è Francesco Dimitri, ormai abbastanza conosciuto agli appassionati di fantasy.

Tralasciando le varie polemiche nate sulla qualità dell'ultimo romanzo che ha scritto, Alice, la prosa di Dimitri nel romanzo Pan è allo stesso tempo chiara e d'effetto. Dimitri sa bene quando fermarsi a giocare con le parole e quando invece lasciar correre il testo in maniera più spedita. In Pan quel che ne viene fuori è una prosa molto accattivante che, a parer mio, finisce per colpire il lettore anche più della trama (ma questo solo perché riguardo la trama si poteva fare molto di più).

In particolare di Dimitri mi sono rimaste impresse le "chiusure di scena". Da manuale.

Tipica chiusura di scena alla Dimitri (spoiler su Pan) :

Angela vorrebbe certezze che non ha. La morte è una diversità metafisica, pensa. L'unico miracolo a cui assistiamo tutti, prima o poi. Chi è che lo diceva? A suo modo è Meraviglia. La puoi combattere, tenere alla larga per un po', ma alla fine vince sempre. Con stefano l'ha fatto facilmente. Wendy bacia la fronte del fratello.

Con lei dovrà faticare di più.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
Lovecraft userà molti aggettivi ma ad oggi è considerato uno dei padri della narrativa horror moderna...

Forse sarò ignorante, ma non riesco a capire cosa intendi per "aggettivi, avverbi = termini astratti" e molto probabilmente sarò un cattivo scrittore ma se la mia lingua mi mette a disposizione uno strumento lo uso, con giudizio ma lo uso. Sia chiaro non intendo dire che si devono usare solo aggettivi ma stare lì a contarli mi sembra assurdo (va bene non hai detto così ma sembra che se usi più di 5 aggettivi a pagina ti fucilano).

Da lettore quando ho incontrato testi con molti aggettivi non ho mai avuto problemi, nessun dolorino (salvo casi dove effettivamente erano troppi).

Forse mi sto scaldando un po' troppo e non era mia intenzione. Quello che intendevo dire è che se devi dire che "la giornata è calda" userai un aggettivo, ecc. Forse ad avermi "turbato" è stata l'espressione usata, se avessi semplicemente detto che è bene non abusare degli aggettivi, probabilmente sarei stato d'accordo (anche se a me la prosa di Lovecraft piace) ma usare gli aggettivi col contagocce .

Bello è un aggettivo, ed è termine astratto perché se dico che giulia è bella, ecco, cosa vuol dire questa frase? A mi piacciono le brune a lui le bionde, a quello le alte a tizio le basse, quindi non serve proprio a niente scrivere che giulia è bella, è un’astrazione, la bellezza è una cosa soggettiva. Invece se dico che giulia è bionda, occhi azzurri, ecc abbiamo il quadro della persona, giulia è così, punto e basta, non può essere identificata in un altro modo. Questa è una descrizione concreta.

L’avverbio serve a poco o niente e chiunque ti consiglia di usarli con il contagocce. È il contesto, la scena, che annulla l’avverbio. Se il mio personaggio è costretto a scappare da un mostro che lo vuole mangiare, a cosa serve scrivere che corre velocemente? A nulla, è il lettore che lo immagina correre velocemente, senza che lo scriva, perché è implicito, scappa da un mostro carnivoro.

Un altro esempio: il mio personaggio si mette a fare una corsetta per sgranchirsi le gambe, ecco, è necessario scrivere che corre lentamente. icon_wink.gif

Non tutti gli aggettivi sono soggettivi... forse il problema è che ci stiamo impantanando cercando di fare un discorso per generalizzazioni che non porta da nessuna parte.

Se usare o meno un aggettivo dipende anche dalla rilevanza che vogliamo dare ad una cosa.

Esempio Se vogliamo solo dare un indicazione sul tipo di giornata diremo che è calda, se invece il calore ha una sua funzionalità nella storia o un peso maggiore diremo che la giornata era "talmente calda da farti appiccicare le mutande al sedere" .

Evitare di usare aggettivi è brutto come usarne troppi, perché a seconda del loro uso o meno si evidenziano piì o meno gli elementi, evidenziarli tutti è come non evidenziarne nessuno.

Quello che intendevo dire è che se devi dire che "la giornata è calda" userai un aggettivo

io scriverei che ci sono 30 gradi.

poi uno scrive come gli pare, ma se ci si ragiona un po' su, si trovano le parole per non usare gli aggettivi.

Dire che ci sono 30 gradi è inutile:

In primis difficilmente una persona capirà che tipo di caldo indichi (che differenza c'è tra un caldo di 30 gradi e uno di 38?)

In secondo luogo spesso la sensazione di calore dipende più dall'umidità che non dal calore in se

Ti dirò che personalmente mi danno più fastidio quei testi dove l'autore ha cercato in tutti i modi di evitare l'utilizzo di aggettivi che non quello dove ce ne sono di più del necessario. Il motivo è che, rifacendomi a quando detto prima sulla questione di evidenziare gli elementi, se anche solo per dare un'indicazione sul tipo di giornata devo trovarmi davanti a un rifiuto di usare aggettivi per me più che narrativa quello è autoero... ehm autogratificazione spicciola.

Se mi dici che non si deve eccedere né in un senso né in un altro ti dò ragione, poi all'interno di questi limiti ci sono autori che ne usano di più e altri che ne usano di meno.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
Ospite
Quello che intendevo dire è che se devi dire che "la giornata è calda" userai un aggettivo

io scriverei che ci sono 30 gradi.

Non dai una informazione sufficiente: più significativo del semplice valore della temperatura è la cosidetta "temperatura percepita" che dipende oltre che dal valore della temperatura, dall'umidità relativa e dalla velocità del vento:

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
Non tutti gli aggettivi sono soggettivi... forse il problema è che ci stiamo impantanando cercando di fare un discorso per generalizzazioni che non porta da nessuna parte.

Se usare o meno un aggettivo dipende anche dalla rilevanza che vogliamo dare ad una cosa.

Esempio Se vogliamo solo dare un indicazione sul tipo di giornata diremo che è calda, se invece il calore ha una sua funzionalità nella storia o un peso maggiore diremo che la giornata era "talmente calda da farti appiccicare le mutande al sedere" .

Evitare di usare aggettivi è brutto come usarne troppi, perché a seconda del loro uso o meno si evidenziano piì o meno gli elementi, evidenziarli tutti è come non evidenziarne nessuno.Dire che ci sono 30 gradi è inutile:

In primis difficilmente una persona capirà che tipo di caldo indichi (che differenza c'è tra un caldo di 30 gradi e uno di 38?)

In secondo luogo spesso la sensazione di calore dipende più dall'umidità che non dal calore in se

Ti dirò che personalmente mi danno più fastidio quei testi dove l'autore ha cercato in tutti i modi di evitare l'utilizzo di aggettivi che non quello dove ce ne sono di più del necessario. Il motivo è che, rifacendomi a quando detto prima sulla questione di evidenziare gli elementi, se anche solo per dare un'indicazione sul tipo di giornata devo trovarmi davanti a un rifiuto di usare aggettivi per me più che narrativa quello è autoero... ehm autogratificazione spicciola.

Se mi dici che non si deve eccedere né in un senso né in un altro ti dò ragione, poi all'interno di questi limiti ci sono autori che ne usano di più e altri che ne usano di meno.

la regola del mostrare (non usare aggettivi, avverbi ma solo termini concreti) è la basa su cui si dovrebbe partire a scrivere un romanzo, poi se uno lo scrive mezzo raccontando e mezzo mostrando o solo raccontando, che scriva così.

se per esempio scrivo che ci sono 30°, il lettore capisce che fa caldo, che siamo in estate, no? se ce ne sono 38 capisce lo stesse che fa caldo. ma il lettore sotto al calure del 30° ci è stato, quindi non si è immedesimato, non si sente più nell'azione? dire che c'è caldo è inutile, perchè è un aggettivo, una cosa soggettiva.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

se per esempio scrivo che ci sono 30°, il lettore capisce che fa caldo, che siamo in estate, no? se ce ne sono 38 capisce lo stesse che fa caldo. ma il lettore sotto al calure del 30° ci è stato, quindi non si è immedesimato, non si sente più nell'azione? dire che c'è caldo è inutile, perchè è un aggettivo, una cosa soggettiva.

Questo però può valere solo nel caso tu stia usando il punto di vista di un narratore onniscente. Se il punto di vista è quello di un personaggio non puoi mettere 30°, a meno che il personaggio non sia uno che gira col termometro in tasca.

DI norma io non so (né so calcolare) quale sia la temperatura effettiva, so solo se sento caldo o meno.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
la regola del mostrare (non usare aggettivi, avverbi ma solo termini concreti) è la basa su cui si dovrebbe partire a scrivere un romanzo, poi se uno lo scrive mezzo raccontando e mezzo mostrando o solo raccontando, che scriva così.

Siamo passati da un dover limitare gli aggettivi a non doverli usare proprio...

Dire che fa caldo può essere anche soggettivo ma se devi indicare che tipo di giornata è ma non vuoi dargli risalto userai un aggettivo, al contrario quando vorrai che la cosa abbia una sua importanza userai un altro termine.

In più ognuno di noi ha una sua personalissima idea di caldo e freddo (conosco persone che con 30 gradi vanno ancora in maniche lunghe) quindi dicendo che fa caldo lo adatteranno al loro modo di pensare.

L'ho già detto una volta e anche altri lo hanno fatto, dire che ci sono 30 gradi è inutile, quasi nessuno saprà bene che tipo di calore c'è con 30 gradi, non si esce col termometro, in più come detto dipende molto dall'umidità.

Facciamo un altro esempio se dobbiamo dire che la porta è aperta, socchiusa, chiusa o spalancata useremo aggettivi...

Non tutti gli aggettivi sono soggettivi.

Mi sono reso conto che questa discussione rischia di degenerare, o comunque di diventare ripetitiva e sterile da parte mia posso dire di aver provato a comprendere le tue motivazioni, non ho visto altrettanto da parte tua, anzi, quindi mi sembra inutile continuare.

Se ritieni che in un testo di narrativa non debba esserci nemmeno un aggettivo o un avverbio liberissimo di pensarla così.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
Ospite queenseptienna

Per cortesia, in questo post si parla di prosa degli autori, non di aggettivi, cerchiamo di rimanere sull'agomento.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

×